Una scalata solitaria al Nordend

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort***, disimpegno-entertainment***

Ettore Zapparoli non è più tornato dalla Sua parete che lo ha trattenuto per sempre.
La scalata solitaria al Nordend (forse la Sua più bella impresa) è stata realizzata nei giorni 19-20 agosto 1937 e dedicata a Guido Rey: la cresta del Poeta. Le pagine che seguono sono ormai acquisite alla letteratura alpinistica con la loro pubblicazione sul volume Scalatori di Attilio Borgognoni e Giovanni Titta Rosa edito da Hoepli nel 1939 ed esaurito da alcuni anni. Con la cortese autorizzazione prontamente concessa dall’Editore e dal prof. Titta Rosa, riteniamo doveroso ristamparle su Scandere per ricordare (in specie ai giovani delle ultime leve) il grande alpinista scomparso.

Ettore Zapparoli (a destra) con Giorgio Brunner alla vecchia capanna della Noire

In questa magistrale relazione riteniamo si trovi lo Zapparoli più vero e comprensibile, in cui il personalissimo stile dell’Autore è più liricamente sciolto che nei suoi romanzi. Da essa traspare l’ansia che attanaglia l’animo di Chi affronta da solo una grande impresa difficile e pure pericolosa. Rileggendo troviamo in essa quasi un presagio, espresso esattamente quattordici anni prima della Sua partenza senza ritorno da quella stessa capanna Marinelli: «Dal momento in cui si parte dal rifugio non ha più valore ciò che si lascia indietro, legami, rapporti umani. Si entra del tutto spogli e soli nell’incognito regno luminoso, oltre i confini collettivi». E più avanti: «E il ghiaccio, si sa, è fragile, ma è pure la gran sepoltura».

Non è il presagio di un maniaco del rischio ma di un «Uomo» (ricordiamo qui una Sua conferenza: Alpinista: homo senza data) che valuta esattamente le probabilità di un gioco avvincente e terribile, proprio di pochissimi privilegiati, che si compendia in un concetto filosofico sublime: l’eroismo inutile (La Redazione di Scandere).

Una scalata solitaria al Nordend
di Ettore Zapparoli
(pubblicato su Scandere 1951)

Al rifugio Marinelli, ecco una fila di due e due quattro, quattro e quattr’otto piante di piedi calzati di lana, appartenenti a quattro ignoti riversi sul tavolaccio.
Serata rara questa per la capanna, sera in condizioni eccezionali: la stufa è accesa a spese di una spedizione facoltosa. Sfrigola l’acqua sui fornelli… allegria, allegria generale! Eppure non s’è qui per un gioco del tutto certo. Sul tavolo, sotto la zuppa d’uno, v’è il libro del rifugio, il biografo della temuta parete. Gialliccio, coriaceo dal gelo, composto nella fredda custodia di zinco, esso porta la notazione secca schematica dell’alpinista di polso; rare le firme calligrafiche d’un viola copiativo e nevralgico; altre di semplici, saliti quassù riverenti come a un altare. In certe pagine un parapiglia di note. Aria di sciagura.

Due tre firme prima. Ecco quelle di Scotti e Laus. Sale la prima carovana di soccorso che li trovò uno intascato in un crepaccio, l’altro segnante il passo su e giù sulla stessa pista per non gelare, farneticando. Ecco lo straniero passato vicino a Scotti cinicamente senza rispondere al suo appello. Sulla pagina uno sciame di firme, e un altro sciame di soccorritori sulla parete. Ora sta avvenendo il ricupero d’un semivivo e d’una salma trascinata in una coperta lungo il canalone.

Veduta aerea della parete est del Monte Rosa: la Punta Nordend è sulla destra. Si scorgono abbastanza bene i due crestoni paralleli della via Brioschi (a sinistra) e della Cresta del Poeta (a destra della quale è la profonda solcatura del Canalone della Solitudine, Foto: E. Rolandi.

Sfogliando le pagine si trova la firma astata di Welzenbach, quella legnosa di Lochmatter. Ogni isolotto di firme, un piccolo nerbo d’uomini assorti che salpò la notte sul canalone, giacca a vento, corda, picca, lanterna, smarrendosi nella parete bianca come nelle pieghe d’un sudario.

E neanche tutti firmano. V’è taluno così congenitamente schivo delle affermazioni categoriche dalle ipotesi sul futuro, che non si comprometterebbe a formulare pronostici neppure sulla immediata mezz’ora della propria vita. Tanto più quassù costui baderà a non palesare intenzioni esplorative, sapendo che il numero delle imprese riuscite è di molto inferiore ai tentativi falliti; né lascerà mettere in piazza tanta intima parte di sé quanta ne rivela il carattere grafologico della firma. Anche in fondo al più insaziabile cacciatore di nuove vie, come nell’animo del chirurgo più consumato, nicchia sempre, anche minima, la coscienza del rischio, della possibile immolazione. Dal momento in cui si parte dal rifugio non ha più valore ciò che si lascia indietro, legami, rapporti umani. Si entra del tutto spogli e soli nell’incognito regno luminoso, oltre i confini collettivi. Che senso ha quindi lasciare un segno per chi più non ci appartiene?

La luna mi conviene? non mi conviene? Per un po’ ancora durerà; ma poi? e se tramonta mentre mi trovo nell’impaccio e non posso tenere accesa la lanterna? Ad ogni modo se parto è tutto tempo guadagnato.

Questi i timori che non mi lasciavano prender sonno. Finché alle 23 mi decisi. Sacco, picca, pila fresca nella lampada ed esco nella luna. Sereno perfetto, morbido, aria tenera, primaverile. Infilo un caminetto accidentato, esco in alto dall’ombra al freddo fulgore lunare che mi patina il viso.

Cerco subito con l’occhio le due carovane partite poco prima di me per la Dufour; ora saranno certo al di là del canalone Marinelli che si innasta candido e splendidissimo a sinistra. Ma sono troppo lontani forse per vedermi; poi, con questa nottata lattea, avran certo anche’essi spento le lanterne. L’ombra dall’alto riempie intanto a poco a poco il cavo della parete finché sarà tutta un cratere bruno sotto il firmamento.

Mi viene pertanto incontro la barriera luminosa della prima crosta del ghiacciaio che mette alle nari un’asprezza gelante, etilica. Calzo i ramponi e l’affronto a larghe bracciate con la picca che addenta bene. Qualche improvviso spalancamento ove brillano incredibili splendori subglaciali, fantasiose vegetazioni stillanti bianchi fulgori; qualche spacco mal celato mi inghiotte a volte una gamba, ma subito la ritraggo indietreggiando per girare la posizione. Arrivo così ad una strozzatura strigliata dalle valanghe diurne. Agevole senso di questo notturno andare per i monti nell’aria sottile che toglie ogni fatica! Un cricchio. Dorme sotto nei ghiacci il canto dei torrenti futuri. La luna è qui accorsa a restaurare alla meglio questa parvenza di realtà filettandola di riverberi, cinematografandoli sopra nubi cianotiche, unico indizio del tempo; nel resto tutto il Rosa è un teatro astratto, senza data, escluso dalla sorte di tutto ciò che fu e sarà, e il soffio dell’essere è un alito che scorre in un grande mausoleo di ghiaccio.

Ma anche se l’aria era sollevata e la notte candidamente serena, io mi portavo dentro il mio rodimento. La genesi di una via nuova avviene lentamente, per quanto lo spunto ne sorga spesso improvviso: è un’ideazione artistica, e il nuovo itinerario risalta sulla parete quale una successione di fonti, spigoli, raccordi che più attirano quanto n’è precaria e bizzarra la logica concatenatrice. Ma anche dopo ispezioni e contemplazioni al binocolo, si parte sempre con un bagaglio di interrogativi che pesa tanto più del sacco già di piombo.

Nel mio caso, poiché di notte era inaccessibile la bolgia sconvolta del ghiacciaio del Nordend, io dovevo dirigermi a sinistra. Ma al di là dei calottoni che stavo attraversando, quali sorprese mi attendevano per raggiungere l’attacco del crestone? Tanto più che quella zona doveva essere vinta nelle ore notturne, perché al mattino serve da imbuto a tutti i rifiuti balistici della parete. Indugiare troppo alla base poi poteva significare un bivacco obbligato in cresta oltre i quattromila.

Da ciò una tal quale trepidazione, mutatasi per fortuna in gran sollievo quando, sbucando da quel macereto cristallino, a poco a poco mi si aprì dinanzi un anfiteatro bianco e terso fino all’attacco del crestone riconoscibile in una zampa di cariatide affondata nel ghiaccio.

Attraversai un candido terrazzo con cautela sempre consigliabile innanzi le concessioni improvvise della montagna; trovo infatti giganteschi pinoli scaricati di giorno dall’alto. Dietro un parapetto laterale s’affaccia un coro di catene trasognate, verdognole sotto la luna.

Sul mio capo, alla congiunzione di due scivoli, si son rinvenuti un giorno due guanti e un sacco, tutto ciò che restava della spedizione Castelnuovo. Caro Castelnuovo! lo si mira alla sede di Milano, in un ingrandimento al bromuro, incollettato, il viso svelto costretto a guardare dove deve avercelo forzato il fotografo d’allora. Rivive ora nelle dimesse relazioni delle vecchie riviste sociali in uno stile bonario da uomo-fanciullo che aizza il drago-montagna.

E arrivo all’attacco. Sotto i miei piedi tumultua la cateratta, bucherellata come una spugna, che ero riuscito ad aggirare. Tolgo i ramponi; batto le prime pietre come la groppa d’un cavallone che mi reggerà fino alla cima; vi monto sopra.

Facili i primi salti. Ma appena giro il primo sperone mi trovo appeso a una parete oscura che più mi elevo e più si incrosta di un pessimo ghiaccio vitreo. Finché m’incrodai, vulgo: non poter andare né avanti né indietro. S’aggiunga che in un attiguo canalone cominciava allora una mitragliatina a tempi costanti di detriti e di ghiaccioli. Io ero aggrappato ad esilissimi appigli laccati di ghiaccio: ridiscenderne per cercare altra via non era un gioco agevole. Ogni tanto poi, puntuale, mi si scaricava sul capo la raffica grandinosa del canale. Proprio mentre sospeso stavo pensando alla situazione mi accorsi che il vetrato attorno si riflessava di baleni. Mi volsi.

Schizzo di Gino Buscaini tratto dalla sua guida dei Monti d’Italia Monte Rosa. Il quadratino corrisponde al rifugio Marinelli, la via Brioschi è la 224r, la Cresta del Poeta è la 224o. Il tracciato 224n raffigura il Canalone della Solitudine, salito per due terzi da Zapparoli, solo, il 17-18 settembre 1948 (deviando poi a destra verso lo Jägerjoch) e completato da Carlo Jacchini, Michele Pala e Lino Pironi dall’11 al 13 febbraio 1971.

Nubi lontane lampeggiavano. Cuor sospeso. Le conoscevo. Sempre le stesse nubi a campanile che anche un anno prima, poco discosto di lì, mi eran venute a tempestare sul cappuccio del sacco-bivacco e ne dovetti saltar fuori furente a disarmare la parete dall’ordito del cordame che avevo apprestato per l’attacco del giorno dopo. Notte di sconfitta e conseguente ritorno nella tormenta, alla cieca, fra l’urlo delle valanghe.

Volli ricalarmi subito, non foss’altro che per poter prendere una decisione in posizione meno instabile. Appollaiatomi alla meglio, dopo un breve consiglio di guerra, poiché era riuscita brillantemente la manovra dell’attacco e la discesa rappresentava una lunga serie di guai, considerato, per vecchia esperienza dei tempi di corsa delle nubi, che i banchi sorti all’orizzonte avrebbero impiegato dalle dieci alle quindici ore per tragittare al Rosa, potevo arrischiare in quel frattempo di essere in vetta e decisi di proseguire. Al di là dell’ultima, estrema cresta piste ben segnate mi avrebbero poi condotto alla capanna svizzera Bétemps.

Io non so quanto prevalse la volontà di salire sulla stima degli effettivi pericoli certo che dopo pochi istanti il mio sacco sporgeva sempre più sulla mia schiena inarcata nell’ascesa buia, sulla parete liscia ed infida, vinta a ramponate e scalpellamenti con la più arrabbiata tecnica, finché saltai al di là del canale al sicuro dalla mitraglia.

Parecchie ore tediose passarono, accesa la lanterna nell’oscurità, in una zona di rocce malinconiche ed asciutte. Era un versante esposto al sole di giorno. La montagna offre spesso queste specie di effemeridi delle stagioni a uno stesso livello: invernale a nord, e, a due passi, torrida o fiorita.

Non avvertii l’alba, ovvero, a un punto spensi macchinalmente la lanterna, certo perché era diventata superflua, e attaccai con maggior scioltezza l’ultima cinta detritica. Entro al di là in un ventaglio di scivoli di ghiaccio che irradiano un tiro continuo di ghiaccioli. È prudente scostarsi; taglio quindi decisamente sopra lo sdrucciolo di destra su cui piomba l’ondata a trancia dell’aurora trovandomi ben presto librato sulla placca senza ramponi; costretto quindi a scalpellar tanto più del necessario, controllandomi alla scossa di ogni colpo e guardando alla sponda opposta come ad un’isola inapprodabile, così che il primo spuntoncino abbrancato al di là fu salutato da me come un vero ritorno alla vita. Arrivo a un torracchione rossiccio. Mi incastro come un sughero in un caminetto liscio, ma me ne devo disincagliare di sotto per cavar fuori i chiodi; supero a perdifiato la sassaiola d’un canaletto giungendo incolume ad una di quelle sellette belvedere, confortevoli, dove non manca che la fronda ombrosa. Di fronte il canalone di Nord-est sta convogliando al basso una lenta tradotta di lastroni traballanti.

Rosicchio dello zucchero. Null’altro, che di qui la cresta si fa aerea e impegnante e la vera escursione è un’emozione pari a una esecuzione artistica: guai operare a stomaco pieno.

Scalo pilastri, nicchie intasate di ghiaccio. Ogni passaggio è una scalata alterna di roccia o di ghiaccio che richiede un completo assetto tecnico diverso. Percorro il filo d’un coltello di granito, giro in parete puntando l’orlo delle scarpe su lievi screpolature; tutto sommato, una cresta di risorse.

E arrivo a un ganglio tipico di questa interminabile colonna vertebrale, di qui si raccorda mediante un festone all’ultimo mastio della parete appena intaccabile forse con un trapano pneumatico. Intanto mi si spalanca di fianco e sul capo un padiglione vertiginoso semi-invetrato fino all’ultima bastionata tuffata già nella nebbia. Nell’accasciante squallore di quell’obliquo deserto fiutai il mutar del tempo; ma la volontà di ascendere, che impegna tutte le facoltà, non me ne lasciò preoccupare gran che. A quelle altitudini poi ci si ambienta spontaneamente agli umori del cielo, si partecipa alle sorti atmosferiche così che quello stato di bonaccia della montagna comunicava al sistema nervoso una vera e propria necessità di sfogo meteorico.

In piena parete, come sopra una gran pagina spiegata, affidato a minime crespe, quando i polpastrelli non scovavano l’appiglio sufficiente, sopperivo incidendo col becco della picca, e andavo intanto spostandomi versò il centro del grande imbuto dove il più lieve valangamento avrebbe potuto farmi frullare come un pisello. Aereo, completo isolamento del corpo contratto da tante ore su quella enorme cialda bianca nel continuo scambio degli appigli dalle mani ai piedi.

Fortuna non volò che qualche frammento. In realtà ormai io e le vette eravamo ficcati già ben sotto le nebbie e di sole non v’era più segno da molte ore: gran calma, pesante su tutto.

Seguirono pochi salti per brutte rocce pendule, fino al vertice del gran cono precipitante sotto di me, e mi appostai ai piedi d’una testata di ghiaccio, un gran tumore vitreo sospeso. Con uno scatto, forzandomi sotto, in ginocchio, sopra un orlo, col viso sul baratro, ne scalzo fibre e legamenti. Un cric allarmante, mi sento già stritolato come un sorcio. Poi, compresso a quel modo non respiravo neppure, e tornai a pigliar fiato sopra un margine stirandomi come una molla. Eppure null’altro di meglio mi offrivano quei paraggi tutti scoscendimenti di ghiaccio colaticcio. E il ghiaccio, si sa, è fragile, ma è pure la gran sepoltura.

Ritorno all’attacco; ma con il corpo piegato a libro il lavoro non rende. Eppure prima di capitolare, quante studiate scalfitture vibrai, a quante schegge offrii il muso ad occhi chiusi, finché mi ribellai alla mia stessa ostinazione ricalando a ritroso per i medesimi appigli di prima.

Nevicata nutrita intorno; le rocce nella nebbia sono già tutte annevate. Occorreva dunque sbrigarsi. Ma in che direzione? Io bussavo a mille porte mute d’un paese velato da una eruzione di lave bianche.

La parte terminale della ben visibile Cresta del Poeta

Uno sbocco a sinistra; ne usufruisco. Infilo un camino, arrivo ad una nicchia, ne esco improvvisando delicati equilibri sopra una placca fradicia, entro in un imbuto ricolmo di neve, raggiungo in poco due gendarmoni sotto una immensa capriata di ghiacci millenarii e vi trovo un appoggio per i fianchi e, inaudito!, anche un buco per il fornello.

Avevo vinto, era ciò che più contava, anche se nel fitto della tormenta nulla vedevo della mia conquista. Sapevo d’essere a pochi passi dall’ultimo filo di quei ghiacci che da valle stendono come un velo sulle cime. Però un inquietante scialbore tutto uniformava intorno.

Pertanto, nel mio rifugio precario, con le gambe penzolanti, calzai i ramponi, mi armai contro il probabile attacco glaciale della cresta, e salii sotto la capriata di ghiacci stratificati da cui pendevano lunghi biscioni cristallini che di quando in quando dovetti spezzare perché passando non mi bastonassero la schiena.

Il filo della cresta ora si delinea crudo contro la volta caliginosa in tumulto. Al di là dovrei trovare la pista promessa. Mi sporgo e subito mi travolge una raffica di neve, una scarica gelata mi corazza improvvisamente di ghiaccio; vorrei sottrarmi alla violenza ma affondo subito sullo scivolo con la neve già ammassatasi ai piedi.

Immobilità forzata, mentre il rovescio continuo mi cementa al monte indurendo guanti, maniche: il gelo secco mi addenta le dita. Per non finire mummificato occorreva opporre astuzia all’impeto della bufera. Se un passo normale trascinava la neve sempre più spessa dovevo avanzare inavvertitamente alla massa, frazionando il passo fino a penetrarvi il piede senza sollevarlo.

Un primo vantaggio l’ebbi; alla stessa stregua percorsi un tratto di cresta, contro vento, incrostato sempre più dall’incessante getto di ghiaccio; finché per una costa, sempre sul versante di salita, arrivai al riparo alla base dello scivolo che si confondeva allo scrimolo strapiombante della parete vinta.

Una schiarita mi richiama in cresta: gli stessi scrosci di prima, l’eruzione spruzzante che gela, perfora nelle vesti, nelle carni. Cerco di resistere; si profila sommerso dal turbine un tetto di ghiacci in rovina; idea fuggevole, pungente del riparo vicino, della casa; poi tutto scompare nel turbine che mi ributta indietro.

Passarono ore così, illuso da schiarite, a progettare orientamenti. Speravo ingenuamente poter trovare ancora dietro quel limite furibondo la pista per la discesa. Ma aggredito e respinto mi ritrovavo poi sempre sull’orlo della voragine conquistata.

Mi resi conto alfine del giro vizioso in cui ero preso. Un che di ermetico intanto calava nell’aria; mi ribellavo assolutamente all’idea di dover passare lì la notte; volevo arrivare dove non fosse più neve, dove, a fermarsi, non si dovesse gelare come certo lassù, poiché il sangue è come l’acqua: occorre tenerlo sempre in moto perché non geli; e mi avventai ancora una volta sullo scivolo, all’impazzata, senza meta, fino a una muraglia verde marmorea sopra un baratro diabolico. Pazzie!

Un senso improvviso di calma allora, come un collasso della volontà.
«Troverò forse riposo; bisognerà approfittare dell’ultima luce della sera». E me ne ritornai indietro lento, gradinando con la picca. Ero un paracadutista da tutto il giorno sfiorante un suolo che non mi lasciava approdare. La costrizione della posizione eretta mi nauseava. Durante i corpo a corpo con la bufera poi avevo avuto le reni sferzate dal gelo. Poter posare con la schiena almeno un attimo! Mi sporsi a scrutare la parete di sotto. Nebbie, neve, strapiombi, null’altro. Mi dibattevo già da molto su quell’orlo, fra trabocchetti, false piazzole, quando in basso mi colpì nello squallore una chiazza nera che poteva essere un riparo. Mi calai di camino in camino, strofinandomi nella neve diaccia, imbucando ignoti passaggi, saggiando a caso coi ramponi la posizione.

Dopo due ore di manovre, attraverso un labirinto di pinnacoli e camini nevosi, arrivai a constatare che si trattava d’un lastrone sospeso e quasi verticale. Niente da fare.

Alba sul versante est del Monte Rosa dalla Punta Battisti. Il limite sinistro della nuvoletta è proprio in corrispondenza del Canalone della Solitudine.

Era buio e non potevo neppure più fidarmi degli occhi che valutavano ormai erroneamente ogni superficie. Senza neppure il sussidio della vista, dovetti accettare la prima sistemazione possibile. Un cortiletto, che era uno scivolo, mi condusse ad un roccione abbastanza defilato dalla neve; sotto vi scalzai l’orlo dello sdrucciolo, e girandomi in una tacca del ghiaccio potei alfine soddisfare dopo ventidue ore di complicati equilibri questa nostra banalissima ma sospirata necessità di sedere.

Misi subito all’asciutto nella lana buona i piedi; segnano essi come un termometro la temperatura del corpo, e l’umidità pure. Svuoto il sacco e ve li lego dentro appoggiandoli con le gambe distese sulla intaccatura dello scivolo. Poi chiudo il petto nel morbido cachemire, che presto non mi salverò dalla immancabile infiltrazione che fruga le ossa.

Gusto la marmellata dolce, il brodo fumante che mi costa gran fatica perché il fornelletto fonde ben presto il sostegno di ghiaccio imbucandovisi così che a mala pena lo posso ricuperare.

Bisogna riconoscere che l’illuminazione elettrica funzionava splendidamente. Poi in quelle situazioni si va un po’ cauti a spostare ogni oggetto considerando che se sfugge perde, in breve, quota di qualche migliaio di metri. Spreco il tempo più possibile per differire il tremito tormentoso, imminente.

Tolgo la lanterna dalla picca, la pianto ben salda nello sdrucciolo, ne ficco il becco sotto l’ascella in modo che al minimo scrollo mi controlli prontamente, infine spengo il lume e aspetto l’alba. Ma sono tante le ore da superare… Poi una contrazione di tutto il corpo, è il segnale, una scarica corre per tutte le giunture, il corpo s’accartoccia reclamando il calore che gli manca, e inizia lo spasimo lungo quanto la veglia.

Prospettive, scorci travisati tra la nuvolaglia, acrocori interminabili illuminati da una luce cadaverica, ultra-violetta.
Ora mi spunta sotto una vetta irriconoscibile. Serro i denti, la ravviso. Là pure bivaccai una volta tutto pesto per un incidente e certi ignoti, lo seppi poi, intravistomi in un crepaccio, data una voce, credutomi finito, passarono la notte lì presso, a pochi passi da… uno di meno nella gara.

I velari si richiudono. La picca di sentinella, mi urta trattenendomi sull’orrido. Nevica. Le mascelle sbattono elettrizzate.
Dopo ore, o minuti?, nell’inedia del sonno interdetto sempre alla stanchezza s’apre ancora ai miei piedi una visione di monti e ghiacci trasvolati, allargantisi come si diffondono i palpiti nello spazio, nel senso concentrico del creato. I miei piedi sfiorano i ghiacci del fondo valle…

Ore, ore, tante ore, eguali replicate eppure inconfondibili quando le numera un brivido rinnovato… Frammenti istantanei, scorci di mondo fra nubi nevose.

Ora imbuco spalancamenti, penetro tormente di neve di poca durata. Ecco un gran plastico azzurro, assemblee di monti, squadroni di catene… Mi sento scheggia sensibile tra oblique prospettive di uno spento pianeta, ombre lunari in un rilievo minerale, freddo.

Silenzio, neve ancora. Sbattimento accelerato delle membra. È scuro. Brusii, pie voci; nel vuoto il timpano e il cervello lavorano da sé, a folle. Causa la tormenta non posso neppure riferirmi alle stelle. Danno quelle la misura della nostra sommersione nella notte e il livello massimo d’agosto è segnato dalle Pleiadi. Ma, in uno squarcio di cielo, ecco Sirio a darmi la diana. Dice: Hai presto finito di tremare. Già dietro le ultime creste corre l’alba; n’è già tutta smorta la terra.

Eterne le ultime ore, mentre il tremito aumenta quanto più si è esausti e si sospira il primo taglio giallo che screpola l’ombra all’orizzonte fra il germogliare dei culmini inverditi. Infine il sole, bocca d’oro, mesce il suo tepore sulle fibre, concede al corpo il primo completo sopore.

Superba spossatezza, gli occhi brucianti non vedono neppure ampliarsi sotto catene d’oro fino.
Prezioso allora un limone a convocare le forze, vincere l’inedia dello stomaco.

Riordino le cose, spalmo abbondantemente l’unguento sulla faccia, metto gli occhiali contro il sole che arma di luce il monte. La parete dell’orrido ove tanto mi battei iersera brilla ora intorno, accede per gradi di luce all’azzurro.

Salgo. Ecco lo scivolo, la cresta contesa si schiude ora in un cratere candido ove mi abbevero di azzurro sull’etereo arcipelago di ghiaccio del Gorner. Un vagito nel cielo. Filtra in quella luce d’empireo il suono timido, sperduto d’un organino: certo la radio del Gornergrat; quante miglia lontano? Giunse allora quel tenero richiamo ad alleviarmi il gran peso di dover ripiombare al basso e riconfondere la mia pista solitaria con quella comune del rifugio.

Leggi di Ettore Zapparoli su wikipedia.

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Una scalata solitaria al Nordend ultima modifica: 2018-03-26T05:01:50+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Una scalata solitaria al Nordend”

  1. 5
    valter guglielmetti says:

    grandi uomini d’altri tempi….

  2. 4
    Alberto Benassi says:

    non ho letto nulla di Zapparoli, ma questo racconto è proprio bello.

  3. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Quando..si scrive cosi, siamo non solo..Alpinisti.ma poeti autentici….Bellissimo Racconto……! Grazie Alessandro…

  4. 2
    Marco Tatto says:

    Zapparoli non era solito indulgere nella minuta descrizione delle sue salite visionarie.  Questo pezzo è un raro esempio di una prosa senza dubbio più “sciolta” (per riprendere la definizione del prof. Titta Rosa) e quindi certamente maggiormente godibile rispetto a quella dei suoi romanzi autobiografici, la cui lettura risulta decisamente più ostica (mi riferisco a “Il silenzio ha le mani aperte”, ma penso valga anche per “Blu Nord”).

  5. 1
    matteo says:

    Porca miseria se scriveva bene!

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