Extradiario – 14 – Scarason – 2

Extradiario – 14 (14-24)  – Scarason – 2 (2-3) (AG 1967-003)
(scritto nel giugno 1967 e febbraio 1969)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(4)

Continua da: https://www.gognablog.com/scarason-1/

Avevamo preventivato di svegliarci alle 4, ma riusciamo a farlo solo un’ora dopo. Mi accorgo che non c’è un grande en­tusiasmo. Facciamo le cose con comodo, badando soprattut­to a non prendere freddo. La temperatura è sui -10°, così a oc­chio; e certo, per essere in aprile, non è molto. Rispetto a ieri mattina però abbiamo un vantaggio. Il tratto da fare fino al­l’attacco lo conosciamo, e potremo seguire anche le tracce; e poi non ci fermeremo ogni momento a guardare la parete come facevamo ieri. Il cielo è sempre azzurro e promette una bella giornata. Siamo contenti di essere in fondo a questo buco di valle, soli e lontani da tutti. Anche se c’è poco da mangiare e quel poco è cattivo, ci sembra di essere a contatto con la ve­ra montagna, facendo questa vita da pastori un po’ fuori sta­gione; e nello stesso tempo siamo anche alpinisti, visto che tra poco saremo in parete per cercare di vincere qualche altro metro. Si può ben dire che mentre prepariamo il tè e mentre lentamente lo sorseggiamo, ci godiamo la quiete prima della battaglia. Lo strano è che, mentre di solito cerchiamo di ab­breviare questo ozio, ora invece lo vorremmo prolungare. Per questo, masticando delle gallette, fissiamo con sguardo vuoto il pavimento. Nonostante l’abulia nell’aria, riusciamo a partire. Per fortuna andiamo svelti, in quanto sulla schiena abbiamo ben poco. Il sole ci rinfranca e, superato il pendio di neve, ormai addomesticato da tanti gradini, arriviamo all’attacco. So­pra di noi pende la corda gialla ed è distante sei metri dalla roccia. Siccome la terrazza di neve su cui siamo è larga circa tre metri, per afferrare la corda dobbiamo scendere un poco sul pendio, e pensiamo già ora con timore al momento in cui, fissati i cordini di risalita, dovremo buttarci nel vuoto ancorati alla corda per mezzo di tre sottili cordini.

La parete nord-est dello Scarason dai pressi del rifugio Garelli. Foto: Federico Raiser

Il sole ci sta proprio scaldando le ossa, che nemmeno la veloce marcia ha potuto riscattare dal rattrappimento. L’indo­lenza continua. Mentre Paolo fa finta di ordinare il materiale, io tento di sistemare i Marchand sulla corda fissa. I nodi Mar­chand li conosco, li ho fatti più volte e li so fare come allac­ciarmi le scarpe. Eppure questa mattina non mi riescono bene e scivolano sulla corda, oppure si stringono troppo. Anche i bloccanti a moschettone non escono fuori bene; il nervosismo aumenta. Mentre armeggio con la corda, cade un sasso dall’al­to, smosso da questa. Va ad affondarsi nella neve a un metro da me. Va da sé che il pensiero di essere appesi alla corda con per di più il pericolo di essere il bersaglio di pietruzze da mezzo chilo, non è molto piacevole. Alla fine la faccio finita e fisso sulla corda i vecchi e antichi Prusik. E infatti questi tengono benissimo. Se non che i cordini sono corti e bisogna allungarli con altri; altro tempo che svanisce; poi sono pronto a salire. Mi lego alla corda blu e comincio. I movimenti li co­nosco bene, ma prima di iniziarli meccanicamente devo aspetta­re che il moto pendolare (dovuto al mio lancio nel vuoto) ter­mini. Poi molto velocemente, e con notevole mia sorpresa, sal­go. Dopo poco tempo sono alla fine dello strapiombo, dove la corda tocca la roccia: il luogo da cui prima si era staccato il sasso. Faccio sommaria pulizia, poi continuo e arrivo alla nic­chia. Ricupero il pesante zaino con fatica e poi assicuro Paolo che inizia a sua volta la risalita. Tutto procede bene e ci sia­mo un po’ svegliati. Solo ora vediamo quanto la giornata di ieri ci abbia mal ridotti. Dopo un po’ Paolo mi raggiunge. Non mi ricordo bene che ora fosse, ma saranno state le 9.30. Bisogna sbrigarsi altrimenti non la finiamo più. Mi assicuro bene nella nicchia e lascio proseguire Paolo. I dodici metri di ieri non lo fanno penare troppo, sebbene la fiducia nei suoi chiodi non sia eccessiva. Arrivato all’ultimo chiodo, sta fermo parecchio tem­po, prima di piantarne un altro; la roccia ricomincia a strapiom­bare sensibilmente, i chiodi medi non danno fiducia; bisogna riuscire a far penetrare i chiodi grossi. Un punto problematico, una chiodatura a sinistra, lontanissimo, difficilissimo. Per chio­dare così lontano Paolo ha bisogno che gli tenga la corda in maniera particolare. Il chiodo non è un gran che, ma vi sale sopra ugualmente. Poi è la volta di un cuneo, fissato in un po­sto assolutamente privo di fessure piccole. Ritorna leggermente a destra, mentre lo strapiombo è ora evidente. Altri chiodi, ognuno dei quali ha una sua storia, ognuno dei quali ha richie­sto intuito, abilità, fatica; e il risultato non è mai soddisfacen­te: o ballano, o sporgono troppo, o la roccia intorno si muove. Sopra l’ultimo piccolo strapiombo Paolo intravede una cenget­ta erbosa; per raggiungerla è costretto a proseguire in libera, stri­sciando con la pancia sulle zolle erbose più prominenti. Una brutta sorpresa lo aspetta, perché non riesce a stare in piedi su quella trappola.

– Sta’ attento, ché qui sono in posizione balorda!

Stringo forte le corde, non sapendo niente di tutto que­sto; io non lo vedo e anzi il suo urlo mi ha fatto fare un soprassalto. Dormivo? Non lo so, e spero di no. Comunque aspetto il colpo che non arriva; dopo alcuni minuti, veramente eterni, sento che le corde scorrono ancora verso l’alto. Con un miracolo di equilibrio infatti Paolo è riuscito a martellare un chiodo all’altezza degli scarponi e vi si è appeso in staffa. Si­lenzio. Non lo sento sbuffare, ma me lo immagino, con il sudore che gli cola dalla fronte, di sotto al casco e gli impiastriccia gli occhiali… Ora è all’inizio di una rampa erbosa, quasi verti­cale, obliqua a sinistra. Alla fine di essa un salto verticale di un metro, sopra una lama staccata fa bella mostra di sé. L’ap­parenza sicura di questa lama incoraggia Paolo: infatti attorno ad essa potrà allacciare un ottimo cordino di sicurezza. Sopra e a destra della lama la parete grigiastra, compatta e strapiom­bante è veramente repulsiva. Sotto alla rampa e alla lama, si in­travede uno strapiombo di circa 10 metri, con sotto un soffitto di cui si vede l’orlo ma non l’inizio…

Lorenzo Fanni supera la “lama-mostro” della via Armando-Gogna allo Scarason. Foto: Gabriele Canu

Al di là della lama non si può ancora vedere niente. Può darsi benissimo che l’avanzata sia preclusa da qualche placca o qualche strapiombo impossibile, senza fessure. La rampa erbo­sa non offre possibilità di risalita. Forse con i ramponi… Ma i suoi ramponi sono a Torino, e poi chissà che sicurezza procede­re a quel modo! L’inanità dei suoi sforzi è più che eviden­te; l’uomo ha sempre fatto suo il seguente principio: «Se non si può superare una difficoltà, bisogna distruggerla»; quindi ec­co Paolo che, con robuste martellate, aggredisce la terra e l’erba, alla ricerca di rocce e fessure. Subito dopo (per me, che sono venti metri più basso), il cielo si oscura, l’aria diventa gremita di particelle minuscole di strana provenienza e vedo il nevaio sottostante diventare nero. Alcuni ripetuti colpi sordi (sembra un rumore di pugni nella pancia) completano il quadro misterio­so. Poi vedo volare intere zolle, che piombano sul pendio con rumori sordi. Non esagero dicendo che almeno venti metri qua­drati di pendio sono diventati completamente neri. La rampa sa­rà alta circa cinque metri, e larga mezzo metro; lo spessore sui 30 centimetri. È duro scalpellare 0,75 metri cubi di terra e radici, ma alla fine la rampa è vinta. Infatti alcune fessure hanno avuto la compiacenza di mostrarsi e Paolo le ha subito riempite di chiodi. Ora è sotto il saltino verticale, il corpo completamen­te in strapiombo. I piedi nelle staffe, le mani che si avvicina­no alla lama staccata. Basta che lui la tocchi appena, che que­sta ha un sussulto. È in bilico! Non si può metterle attorno un cordino, non si può arrampicare sopra. Per istinto Paolo guar­da a sinistra per vedere se c’è prosecuzione possibile. Un’al­tra rampa erbosa, spiovente come la prima, ma un po’ meno in­clinata porta, presumibilmente con fortissime difficoltà, ad una nicchia, oltre cui tutto strapiomba e non si vede assolu­tamente niente. Il superamento della lama è problematico, ma Paolo è ormai distrutto psicologicamente. Bisogna pensare che contava di raggiungere un determinato punto (per l’esattezza la roccia dopo la lama) con un determinato numero di sforzi. Ed ecco che si accorge improvvisamente che aveva calcolato ma­le, che occorreva ancora sudore, fatica, rischio. Il colpo è forte. La lama assume dimensioni disumane, fuori del comune. Tutto è eccezionale; niente ha più la realtà consueta.

– Sandro, qui c’è un mostro! – mi urla, tutto eccitato. Io provo una sensa­zione strana, come se il mostro malefico ci sia davvero e ci impedisca di realizzare il nostro sogno. Sono le 16.15 e sono quasi da sette ore immobile su due appoggi terrosi, appeso ai chiodi, scosso da violenti brividi e folate di vento gelido. Il tempo è cambiato e comincia a nevischiare; sono sporco di ter­ra, ho sete, ho fame, sono pieno di stizza mal repressa. Grido al­l’amico che scenda se vuole, ché ormai erano sette ore di lotta e non era opportuno forzare.

Paolo mi spiega sommariamente la situazione. Non si riesce a chiodare, è stanco, teme che la lama gli precipiti addosso. Scende.

– Ma riesci a scendere in doppia? – chiedo, piuttosto ansioso, siccome avevo notato che la terra e le pietre volavano parecchio alla mia sinistra, almeno dieci metri.
– Credo di poter scendere in arrampicata; in doppia non se ne parla neppure.

Stiamo vivendo qualcosa di grande; la montagna ci sta re­spingendo brutalmente. Io sono scosso da brividi più prolun­gati di prima, e sono tutto intorpidito. Comincia un’operazio­ne che avevamo preventivato, ma che non avevamo mai effet­tuato, tanto meno su un simile terreno e con quelle condizioni climatiche. Non si vede più niente, la nebbia ci ha comple­tamente fasciati. Piano piano recupero le corde, seguendo gli or­dini secchi di Paolo, che vuole a tutti i costi che sia una riti­rata e non una fuga. Non vedo l’ora che mi raggiunga, anche se ogni metro che scende è una fitta al cuore. Mi sto ribellan­do! Con la neve che mi turbina in faccia, con il compagno demoralizzato, morto di fame e di freddo, decido di andare a vedere anch’io il “mostro”. Sento che se torniamo questa se­ra forse domani non torneremo più su. Ci mancherà la carica. La forza per proseguire la dobbiamo recuperare stasera, se no la via per noi è finita. Finita dopo 50 metri, su 400…

Lorenzo Fanni all’imbocco della canna fumaria della via Armando-Gogna allo Scarason. Foto: Gabriele Canu

Paolo si ri­tira in buon ordine, sempre assicurandosi nella maniera più conveniente, con una lucidità che mi sorprende. Ora è qui accanto a me. Ha i capelli, biondi, tutti scomposti, con alcune cioc­che lunghe che gli spiovono sulla fronte, bagnate e sudate. Gli occhiali appannati e sporchi di terra, le mani sbucciate. Lo as­sicuro ai chiodi. Da alcuni miei preparativi capisce che non ho ancora intenzione di scendere; anzi il mio viso, piuttosto «du­ro», lascia chiaramente capire che sono malintenzionato. Prendo tutto quello che aveva lui, compresi i chiodi a pressione, che sono ancora deciso a non usare. Senza una parola di risposta alle sue proteste che è tardi, che lui poi non viene su, comincio a salire attaccandomi ai chiodi con una foga in me insospetta­ta, che fa tremare Paolo che sa come questi siano piantati. Per fortuna non mi succede niente; quando sono così gasato non bado al chiodo cattivo o buono. Ci si è attaccato Paolo e quin­di posso farlo anch’io. Il passaggio del chiodo lontano a sini­stra lo effettuo con una disinvoltura pari solo alla momentanea incoscienza. Lo strapiombo erboso con seguente trappola vege­tale, ormai completamente bianca di neve e con il chiodo-sal­vezza coperto, contribuisce un poco a raffreddarmi i violenti spiriti. La rampa ora non è più erbosa, ma rocciosa e in pochis­simo tempo sono al termine, sull’ultimo chiodo di Paolo. A un sommario esame, le cose appaiono serie, specie dopo aver solo toccato la lama. Ma penso di poter passare. Mi sporgo al massimo verso sinistra, con la fronte all’altezza della lama, la mano destra che tira un cordino fissato all’ultimo chiodo e il piede destro sull’ultimo gradino della staffa. Lo sforzo è mas­simo; chi soltanto conosce la posizione sa che è una delle più faticose che si possano mantenere. Il piede destro è sotto pres­sione e l’avambraccio è quello che tiene il corpo in equilibrio. Ma per quanti sforzi faccia, non riesco a trovare la posizione da assumere dopo che avrò tolto il piede dalla staffa. Ridiscendo sul gradino inferiore. Non mi interessa la neve che mi sputa in faccia il vento, non m’interessa l’ora tarda, non sento neppure Paolo che da sotto mi ripete che non è il caso, non è il caso. Sono attimi terribili, momenti che si ricorderanno per tutta la vita. Mi ribello ancora. Prima di tutto consolido la mia posi­zione mettendo due chiodini piccolissimi appaiati in una fes­sura alla stessa altezza di quella in cui è piantato il chiodo che mi sta reggendo. Dopo essermi assicurato, salgo ancora sull’ul­timo gradino, e guardo a destra della lama per vedere di trovare delle fessure. Niente. Anche questa posizione mi stanca troppo e scendo. Ho il colletto tutto pieno di neve, i calzettoni e i calzoni infarinati. L’unica è piantare un chiodo a pressione e vedere di fare il passaggio in libera, rischiando di volare. Prendo il perforatore e comincio a martellare senza pietà. Sotto, Paolo che m’istruisce su come devo fare il buco. Dopo circa 30 col­pi il buco si spappola, perché si spezza un intero blocchetto di roccia. Comincio a non poterne più e così ancora colpisco sul perforatore, a destra della lama, in modo da poter passare con la staffa. Il buco questa volta riesce; metto il chiodino dentro, lo ribatto, e questa volta vi affonda dentro subito; non terrà. Sono rabbioso. Trovo una scaglietta e vi metto le dita. Mi solle­vo con un miracolo d’equilibrio e frugo con gli occhi tra la lama e la parete. C’è una fessura! Prendo un chiodo, subito dopo essere sceso da quella posizione, insostenibile per più di 5 se­condi, e, alla cieca, cerco la fessura. La sento. Martellare il chio­do è difficilissimo; la mano non mi regge, c’è pericolo poi che la mazzetta picchi sulla lama e me la scaraventi addosso… Tre o quattro volte scendo e salgo, freneticamente martellando sul chiodo prima di abbandonarmi giù con le braccia morte. Il chiodo è piazzato, sembra anche buono. Ci metto la staffa e salgo sopra. Non mi basta. Mi sporgo tutto a destra e riesco a piantare un altro ferro in una fessura. Questo è ottimo, pur­troppo serve solo di sicurezza. Cos’ho risolto? Ho costellato la parete di chiodi, ma tutti a destra della lama, e non a sini­stra, dove devo andare io. In più il chiodo a pressione mi ha umiliato. Se non li avessi avuti dietro non mi sarei precipita­to a usarli e avrei visto prima quella fessura. Meno male che, anche se di stretta misura, l’onore è ancora salvo. D’ora in poi prima di fissarne anche uno solo, m’imporrò di fare una vita co­me quella che sto facendo adesso. Ma intanto non sono ancora passato. Fermo sulla staffa più alta, con davanti a me la lama che potrei abbracciare, non mi decido a spostarmi a sinistra. La staffa tende a scivolarmi a destra e non mi posso sporgere più di quel tanto. La mano destra afferra con forza i moschetto­ni e questi toccano l’orlo della lama, facendomi sussultare al minimo scricchiolio. Riesco ad appoggiare il piede sul pendio della rampa erbosa, ma tutto mi frana via, con zolle e neve. Seduto sulla staffa cerco di piantare un chiodo da piede, anche gramo. Niente da fare. Ho paura di guardare in basso, qui è pro­prio un punto molto brutto. Rimetto il piede sinistro in posi­zione. Ciò che mi manca è la trazione per la mano sinistra che mi permetta di spostarmi. La lama. Muove, muove, non c’è niente da fare, a toccarla in qualsiasi senso. Però, forse spingen­dola in questo modo, e spingendo fortissimo sul piede sinistro, sperando che questo non scivoli, dovrei riuscire a lasciare la staffa. Mi metto in posizione; provo ancora la lama, che muo­ve senza remissione; urlo a Paolo di stare attentissimo, scatto, o la va o la spacca. La lama ha un sussulto, ma non precipita, e io mi trovo dall’altra parte, con i piedi che mi scivolano verso il basso, con le mani nella neve e nella terra. Urge al più presto piantare un chiodo. Sento che sto scivolando, che non posso muovere i piedi, posso solo stringere i denti e giocare di­speratamente con le dita dei piedi, dentro lo scarpone. Tiro fuori un cuneo di legno, riesco a martellarlo con la mano sini­stra, prima ancora di aver finito mi scivola un piede, mi at­tacco con un dito al cordino del cuneo, tiro fuori un moschet­tone e mi assicuro. La neve e il vento ora sono violentissimi.

Gabriele Canu sulla placca compatta nei primi metri del tiro del pilastrino (ottavo tiro) della via Armando-Gogna allo Scarason. Foto: Lorenzo Fanni

Sta diventando scuro, bisogna scendere. Con la trazione a corda sul cuneo, riesco a riguadagnare la staffa, senza neppure toc­care la lama. Prima di poter infilare il piede nel gradino, così, alla cieca, passa mezzo minuto, spasmodico. Una volta che ho il piede dentro, afferro anche i moschettoni e mi sposto definitivamente. Occorre scendere velocemente, perché al buio questa discesa diventerebbe orribile. Alle 18.15 sono accanto a Paolo; dopo un quarto d’ora, siamo alla base. Non scambiamo una parola: “Bravo!” me l’aveva già detto subito, appena ero riu­scito a passare.

Siamo abbrutiti, con i volti ispidi, sporchi di terra, gli oc­chi con terriccio agli angoli, il naso che ci cola. Ma dentro ci sentiamo i padroni di questa parete, che anche per oggi non è riuscita a buttarci via. La corda gialla pende ancora, sinistra; s’intuisce nella nebbia l’enorme strapiombo che ci sovrasta e il pendio che ci scompare di sotto i piedi. Scendiamo, lasciando qui tutto. Le peste sono gelate, senza ramponi bisogna stare attenti, se no si scivola. Avessimo almeno la piccozza. Tutto però finisce bene e nessuno rotola giù per il pendio. Dalla conca non si vede niente, le peste sono scomparse; a occhio ci avvi­ciniamo all’orlo, e poi ci buttiamo giù verso la baita. Abbiamo le gambe un po’ molli. Stasera bisognerà mangiare tutto ciò che abbiamo, altrimenti domani saremo un po’ troppo indeboliti. Arrivati nell’inospitale capanna, ci facciamo la solita minestra. Mangiamo tutto ciò che ci resta, lasciando per l’indomani mat­tina solo due bustine di tè, un po’ di zucchero e un po’ di marmellata. È tutto cibo scarsamente appetibile, non riusciamo a sfamarci e nello stesso tempo mastichiamo con indifferenza quei quattro bocconi che ci restano. Mai abbiamo curato così poco la parte alimentare. È proprio un errore e qui sono con­trario a Livanos che dice: «Meglio un chiodo in più che una scatola di sardine».

Meglio mangiare, essere ben nutriti e piantare un chiodo di meno. Comunque sarà la fame che mi fa parlare così. Prima di cadere addormentati come zucche, non abbiamo neppure il tem­po di guardare che tempo fa, o scambiarci qualche impressione della salita. Siamo quasi estranei l’uno all’altro e la cosa non ci mette nemmeno a disagio. È strano come i nervi si riducano più facilmente a pezzi su salite di questo tipo che non su al­tre, che magari richiedono più sofferenza, ma meno tensione. Due giorni che arrampichiamo costantemente al limite; due giorni che la corda sembra trasmetta la tensione del primo al secondo. Due giorni di gambe che tremano, chiodi che si stac­cano, paura di volare, di fatica tutta a piccoli tratti, ma tutti intensissimi e uno dietro l’altro. È sfibrante. Speriamo che do­mani ci sia riservata un po’ di tranquillità; ma è una pia illu­sione, perché da quello che abbiamo visto…

Il giorno dopo il tempo è splendido. La cosa ci tira un po’ su il morale, anche se alle 5 di mattina e con un sonno da morire è un po’ assurdo parlare di morale, per di più battendo i denti e senza niente da mangiare. Meno male che è l’ultimo giorno che possiamo stare qui. Mi dispiace dirlo, perché in mon­tagna io ci vivrei, ma qui ci stanno prendendo per fame! Ve­locemente c’incamminiamo per i pendii nevosi. Le tracce sono state cancellate, ma la neve fresca è poca e camminiamo abba­stanza agevolmente. È bello camminare su questo manto ne­voso; d’estate qui è tutta una pietraia e bisogna saltare di blocco in blocco. Ora invece va tutto liscio e poi siamo leggeri. Arrivati sotto il pendio finale, ci fermiamo ancora per vedere la parete. Neve se ne vede pochissima, per fortuna. Ed è curioso vedere come sia l’unica parete sgombra di neve; le altre ne sono stracariche. Oggi è di nuovo festa e vediamo dei puntini vicini al rifugio Garelli. Ma sappiamo che quelli non sanno niente di noi; non prevediamo l’arrivo di alcuno dei nostri amici. La risalita sulla corda fissa e pendente nel vuoto ci richiede molto meno tempo di ieri. Ormai siamo pratici della manovra. In breve siamo ambedue riuniti nella prima nicchia e io mi as­sicuro bene per far procedere Paolo. Con baldanza parte, impa­ziente di misurarsi con il famoso “mostro”, che lo deve aver tormentato anche nel sonno. Arrivato in loco gli basta uno sguardo per capire la lotta della sera prima. Chiodi, moschet­toni, cordini, staffe stanno lì a testimoniare un passaggio piut­tosto scorbutico. In un momento si è assicurato a tutto, e ora è lì che studia il famoso passo, che bisogna fare solo in una maniera. Stringo forte le corde, pronto a mollarle appena mi arriverà il segnale: – Molla tutto!

È passato. Immagino a occhi chiusi la lotta che si svolge là sopra. Si sarà attaccato disperatamente al cuneo e si sarà accorto di quanto fosse opportuno non fidarsene. Dopo un mi­nuto alcuni colpi sordi mi fanno capire che un altro cuneo sta penetrando. La salita prosegue. Le corde scorrono. Altri due chiodi entrano male nelle fessure.

– Fai attenzione e molla tutto!

Le corde scorrono ancora un poco…

– Ho raggiunto la nicchia!
– Com’è?
– Mah! Ora mi c’incastro.

Cesare Ravaschietto ripete la via Armando-Gogna alla Nord-est dello Scarason, giugno 2014

È molto importante che la nicchia offra una sosta decente. Dopo infatti ci sono dei tratti parecchio strapiombanti nella fessura, e una placca gialla che la interrompe. Questo però l’a­vevamo visto dal basso, perché da dove siamo adesso non si vede niente.

– Dopo com’è?
– Non vedo niente!

Paolo pianta dei chiodi e dei cunei per installare la sosta. A giudicare dalla quantità, non mi sembra una gran bella po­sizione, la sua. Dopo un po’ mi chiama.

– Vieni.

Era ora! Il giorno prima per poco non ci piantavo le radici in quella nicchia e non avrei voluto oggi ripetere quell’espe­rienza. L’immobilità è una grande nemica. Pazienza di notte, in bivacco, ma di giorno è difficile sopportarla. Il tratto, salvo la sua ultima parte, presenta poche novità per me, e così, in breve tempo, sono accanto a Paolo, lui incastrato tra due pa­reti e io con i piedi su due piccoli appoggi, in posizione al­quanto “ballerina”. Gli ultimi metri del secondo tiro sono dif­ficilissimi e pericolosi per l’erba e la roccia friabile, ma in complesso sono inferiori a ciò che abbiamo trovato in precedenza.

Ora tocca a me. Bisogna uscire in fuori su uno spigoletto di roccia straordinariamente salda. Di lì si vedrà la prosecuzione della fessura. Vado in libera su forti difficoltà per due metri, poi pianto due chiodi ottimi, migliori di quelli cui è assicu­rato Paolo. La scena che mi si presenta è paurosa. La fessura, gialla, va in diagonale a sinistra, strapiombando in più punti. Sopra, soffitti sfasciati e sotto, la parete grigiastra e priva della più piccola fessura. Alcuni punti della fessura sono interrotti da placche friabili, la cui salita mi appare impossibile. In com­penso la fessura è in molti tratti larga, così potremo piantare qualcuno dei 45 cunei che ci siamo portati dietro.

Prima che io lasciassi la nicchia dopo il primo tiro, Paolo aveva recuperato lo zaino, e aveva fatto fatica. Questo infatti si era più volte incagliato in alcuni sassi sporgenti, strappan­doli poi dalla parete e facendoli precipitare con fischi e tonfi.

La mia odissea comincia. Abbandonato lo spigoletto comin­cio la salita, con tecnica artificiale, della fessura. Mi faccio pas­sare, con la terza corda, cunei e chiodi. Per un po’ tutto pro­cede bene e anzi c’è perfino una certa eleganza nella mia pro­gressione. Poi una placca gialla mi ferma. La fessura si è interrotta. Sono su due appoggi friabilissimi e non riesco a chio­dare. Ma poi trovo una fessura sulla parete di destra. Un chiodo entra cantando. Salendovi in staffa, mi trovo completamente in strapiombo. La parete è almeno 40° oltre la verticale. Un al­tro chiodo, sempre sulla parete, mi consente di raggiungere la prosecuzione della fessura. Ora va di nuovo un po’ meglio e, a forza di chiodi e cunei, mi trovo sotto uno strapiombo nero. Sopra c’è una nicchia erbosa, che però vedo non può consentire la sosta, essendo alta neanche mezzo metro. Sopra, un altro strapiombo giallo e friabile, molto più sensibile del primo. Passa parecchio tempo prima che riesca a superare la prima pancia. I chiodi non entrano perché le fessure sono cieche, ma riesco ugualmente a salire su un chiodo molto malsano. Sul­l’ultimo gradino, arrivo con le braccia alla nicchia, dove vedo un nido di corvi, con due uova. Mi fa uno strano effetto

violare così il domicilio altrui. È proprio vero che questi non sono posti adatti alla vita umana. I corvi mi gracchiano in­torno. Pianto un chiodo, ma la fessura si rompe e per poco non mi cade sulla testa un blocco. Ne pianto un altro più sicuro. Ora sono sotto lo strapiombo giallo. Due cunei e un chiodo, mezz’ora ciascuno, mi fanno affacciare all’orlo dello strapiom­bo. Si può uscire in libera di qui, ma si presenta alquanto duro; e poi bisognerebbe spostarsi immediatamente a sinistra per rag­giungere un piccolissimo posto di sosta. E a scendere poi come farei? Sono già le 14.30 e di comune accordo decidiamo di scendere. In tre giorni non abbiamo neanche fatto tre tiri di corda completi, ma non importa. Torneremo e vinceremo que­sta parete, a costo di impiegare un giorno per tiro. Scendere è per me piuttosto difficile, ma con varie manovre riesco a rag­giungere Paolo, che ha freddo e lo ha avuto per tutto il tem­po. Un’altra volta facciamo in discesa il secondo tiro e la famosa “lama-mostro”. Arrivati alla base recuperiamo le due corde che ci sono servite per scendere, ma la mia gialla non ne vuol sapere, e rimane incastrata lassù, nella nicchia. E il bello è che la prossima volta non potremo nemmeno più risa­lirvi sopra, perché non è fissata e potrebbe disincagliarsi im­provvisamente. Perciò abbandoniamo lì la corda, insieme a pa­recchi cunei e chiodi; la volta prossima rifaremo in arrampicata anche il primo tiro. E speriamo bene!

Il cielo è sempre sereno e ora siamo al sole; siamo scesi infatti giù per il pendio finale e ci troviamo ora nella conca di neve sottostante alla parete. Guardiamo a che punto siamo arri­vati e ci spaventa la quantità di parete ancora da fare. Ma non ci scoraggiamo, anzi. Le difficoltà le avevamo volute noi e ora che le abbiamo, non ci tireremo certo indietro.

Lentamente scendiamo verso il fondo valle, passiamo dalla baita, raccogliamo la nostra roba, e poi giù verso la gente e il mondo civile. Nei racconti di montagna spesso si legge del di­spiacere dell’alpinista quando deve tornare in città. Può darsi benissimo che noi non siamo alpinisti, però in questo momento a noi non fa nessun dispiacere. E pensare che al «Salto» non c’è nessuna macchina. Alfredino per andare a Torino l’ha usata e certo non l’ha più riportata. Quindi prevediamo una marcia di dieci chilometri fino a San Bartolomeo di Pesio. Se poi lì non c’è nessuno che ci porti a Mondovì, dovremo farne altri sette per arrivare a Chiusa Pesio, dove è sperabile troveremo qualche servizio di corriera. Intanto scendiamo per neve, ri­passiamo per il Gias Sottano di Sestrera; un ultimo sguardo allo Scarason, e poi giù, nel bosco, verso il «Salto». Qui cominciamo ad accusare stanchezza. Abbiamo anche parecchia sete, ma vor­remmo bere del vino. Purtroppo qui c’è solo acqua.

Ma arrivati al Pian delle Gorre, una lieta sorpresa. Il padre di Paolo con la 1100. Il padre non sapeva niente di ciò che stava per fare il figlio. Alfredino l’aveva informato: e ora è lì che ci sta guardando. Abbiamo le mani completamente spel­late, gli occhi incavati, graffi sulla faccia e sulle braccia. Inol­tre dobbiamo essere senz’altro dimagriti di parecchio. A San Bartolomeo ci rifocilliamo e beviamo due bottiglie. A Mondovì ci salutiamo e io, all’una di notte, arrivo a Genova.

La salita della canna fumaria. Ripetizione di Cesare Ravaschietto, Luigi Guastavino e Davide Bosio, giugno 2014

29 aprile 1967
L’appuntamento è alla stazione di Mondovì alle 16.40; il tempo è sempre splendido e non ci dà preoccupazioni. Al «Salto» lasciamo l’automobile e, appianata senza spargimen­to di sangue ogni questione sulla suddivisione dei pesi, ci av­viamo senza fretta.

La mia intenzione è di raggiungere la baita che ci è ser­vita nei giorni scorsi, e lì passare la notte. L’intenzione di Paolo è invece di dirigersi al rifugio Garelli, dormire bene e poi l’indomani mattina attaccare. Tutto il tempo dal «Sal­to» al Gias Sottano di Sestrera è impiegato da Paolo per l’o­pera di convinzione. Alla fine quel brutto satiro, a furia di met­termi davanti agli occhi allegre comitive di escursionisti, ab­bondanti viveri generosamente offerti con ancora più abbondanti libagioni, stuoli di belle ragazze sorridenti, riesce a farmi dire di sì.

Arrivati al Gias crediamo opportuno seguire delle piste sulla neve, invece che seguire il logico tracciato del sentiero. Dopo un po’ siamo completamente fuori strada e così, mediante lun­ghe traversate su neve molle, in mezzo alla selva degli arbusti dei pini, riusciamo a raggiungere il sentiero. Qui ci sono e guai a chi me lo fa perdere. Dannazione a lui e al suo rifugio! Verso le 19.30 raggiungiamo la fine del bosco, su un largo costone ne­voso, alla fine c’è il rifugio. Siamo alla stessa altezza dello Sca­rason. Parallelamente a noi, ma molto più a destra, vediamo due che arrancano nella neve. Le nostre vie si congiungeranno a circa un quarto d’ora di cammino dal rifugio. L’andatura viene immediatamente forzata, la competizione è evidente, ma i no­stri sacchi sulla schiena non ce la permettono e così quelli ci sorpassano in tromba. Al rifugio ci prenderemo una piccola ri­vincita, quando, per riordinare il materiale, dovremo riversare tutto sul pavimento. Quei due sono valligiani, uno di Chiusa e l’altro di Peveragno, e sono più giovani di noi. Vorrebbero fare il Canalone dei Genovesi. Sono assai simpatici. Ma nel rifugio c’è anche una compagnia di genovesi, assai antipatici. È tutta gente composta di famiglie, una tribù, insomma. Tutti si credono alpinisti esperti e coscienziosi, e rifuggono dagli estremismi dell’alpinismo. Discussioni s’intrecciano per aria e in genovese sul cosa fare l’indomani. Non sanno che io capisco benissimo quello che dicono.

A un certo momento (siamo lì che stiamo mangiando con i due ragazzi) arriva un vecchiaccio bilioso che con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, aggredisce uno dei nostri amici, chiedendogli con malcreanza chi gli aveva dato il diritto di prendere due coperte. Da notare che i posti del rifugio sono circa 35 e noi lì saremo stati una ventina. Il ra­gazzo non reagisce di fronte a quegli attacchi. Interveniamo io e Paolo, dandogli manforte. In un attimo ci sono tutti ad­dosso, come un branco di lupi. C’è, sì, chi cerca di trattenere il vecchio che vorrebbe picchiarci, ma nell’insieme tira cattiva aria. In previsione d’un pestaggio generale, io continuo a man­giare e bere (dal fiasco dei due amici), mentre litigo pacata­mente. Cerco di non far sentire il mio accento e, a quanto pare, ci riesco. Insulti d’ogni genere in dialetto mi arrivano alle orecchie. Paolo sogghigna.

Alla fine il buon senso prevale e incomincia la guerra fred­da. Paolo e io sapevamo che non avremmo dormito per via dell’agitazione interna. Così decidiamo di fare cagnara tutta la notte. Alle 22.45, quando i lupi sono tutti a letto e qualcuno incomincia a russare, un rutto spaventoso lacera l’aria e fa rim­bombare le pareti. Quello di Peveragno ha dato inizio alle osti­lità. Subito dopo esserci un po’ ripresi dallo sgangherato dibat­terci nelle convulsioni delle risa, Paolo ed io rovesciamo a terra il contenuto degli zaini, provocando un infernale rumore di fer­raglia. La spartizione e il tintinnio durano mezz’ora. Per dargli un’altra lezione, laviamo rumorosamente i piatti e ogni qual­volta uno beve, non dimentica di fare schioccare la lingua. Alle 0.30 ci ficchiamo a letto. Canzonacce oscene sottovoce, bar­zellette impudiche, rumori vari fino alle 2.30. Mezz’ora di riposo e armistizio, e alle 3 in punto balziamo in piedi; prima lo scal­piccio, poi i pesanti passi degli scarponi, poi le pentole e la colazione.

L’isterismo dei genovesi a questo punto è scoppiato. Sentia­mo di nuovo aria di botte. Ma alle 3.30 siamo fuori dal ri­fugio, sotto le stelle e con i piedi nella neve.

Abbiamo incaricato i due di portare giù a San Bartolomeo al custode del rifugio uno dei due nostri sacchi piuma; in­fatti Paolo ha il duvet e con la mia giacca a vento imbottita sulle gambe dovrebbe passarsela sufficientemente bene.

Il nostro sogno sta finalmente avverandosi; la notte mo­vimentata ci ha servito per non pensare, ma ora sentiamo in tutta la sua profondità la bellezza di ciò che stiamo facendo. Stiamo portando l’ultimo attacco allo Scarason, quello decisi­vo. Deve andare bene, altrimenti non so se torneremo.

La vita dell’alpinista è veramente meravigliosa. Questo es­sere, per nulla diverso dagli altri uomini, è però capace improv­visamente di staccarsi da quella che è la vita comoda, orga­nizzata per cercare l’ambiente naturale. Il suo non è sport, non è divertimento, in quanto questi non riescono a distaccare l’uo­mo dal suo habitat cittadino. Noi ci siamo separati dalla co­munità improvvisamente; e questa separazione l’abbiamo sen­tita maggiormente perché eravamo in un altro mondo, dove se uno ha freddo non va a prendere le coperte degli altri.

Non riusciamo però a distoglierci da ciò che ci attende. Non abbiamo paura, sappiamo di esserne all’altezza. Siamo forse spa­ventati da ciò che stiamo per fare; la tremenda prova che stiamo per affrontare, che c’impegnerà al massimo, un logorio di nervi continuo; la tensione che ci dà il nostro (smisurato?) orgoglio, che teme di essere vinto a poco a poco. Siamo convinti che la salita che ci attende non segnerà una tappa solo per noi, ma per l’intero alpinismo. Una salita che non verrà più ripetuta per molti anni. In cui bisogna usufruire di tutta l’esperienza della storia dell’alpinismo e in cui occorrerà trovare nuovi espedienti, perché il terreno d’arrampicata è diverso. Non c’è una via come la nostra in tutte le Dolomiti. Una via che neppure i chiodi a espansione potrebbero risolvere, non la si trova certo tutti i giorni.

Queste sono tutte previsioni, non sono certezze. Però du­rante l’estate abbiamo avuto la conferma di questa immagina­zione. Le vie più dure delle Dolomiti sono state da noi sa­lite con sufficiente facilità. Tolto il vantaggio dovuto al fat­to che erano tutte ripetizioni, rimane sempre un margine allo Scarason. Non dico che la nostra impresa alpinistica sia stata superiore a quella di Philipp sul Civetta, a quella di Brandler­-Hasse-Lehne-Löw sulla Cima Grande, a quella di Cassin sulla Ovest di Lavaredo. Dico che la salita, la via è più difficile. L’impresa non è superiore, perché noi ci siamo serviti di quelle altre imprese per fare la nostra. Senza l’esperienza storica di quelle, noi avremmo fatto fiasco. Il primo sesto superiore lo fecero Paccard e Balmat sul Monte Bianco. E la nostra impresa non è superiore.

Dirò la verità; mentre sto affondando nella neve, alle 3.30 di notte, non sto pensando a queste cose. Le ho già pensate, comunque. Solo l’orgoglio mi spinge a fare lo Scarason. L’or­goglio di sciogliere un problema per tutti. Io al posto degli altri. Per quasi due secoli li hanno risolti gli altri e oggi tocca a me. Tutto questo mi esalta e mi dà la forza necessaria.

L’imponenza dello Scarason, parete nord-est

Divalliamo rapidamente in direzione del Laghetto del Mar­guareis, sepolto dal ghiaccio e poi attraversiamo il fianco sini­stro della valle, fino a portarci sotto lo Scarason, in corrispon­denza delle nostre vecchie peste. Nella notte superiamo molti fianchi e incavature, con la sensazione di non arrivare mai; fi­nalmente siamo nella conca, sotto il pendio finale, che risaliamo di slancio, dando ogni tanto delle occhiate al punto dove pre­sumiamo debba ancora pendere la mia corda. Tutto va bene, perché la corda c’è ancora. Appena messo piede sul terrazzo ne­voso, controlliamo i cunei rimasti lì e anche qui niente di anor­male. Sono le 5.15 e fa molto freddo. Dopo un quarto d’ora di preparativi, legato a un cordino di 150 metri (raddoppiato) e alla corda di Paolo, attacco il famigerato primo tiro. L’averlo già fatto non mi serve a niente, anzi m’impaurisce e ogni qualvolta faccio un piccolo passaggio ho sempre paura di fare il seguente, perché lo conosco bene. Questo natu­ralmente quando non sono «costretto» a proseguire veloce­mente, considerato il molto malfermo equilibrio. Faccio pena. L’altra volta andavo meglio, o forse ero più incosciente. Arrivo abbastanza a mal partito nella nicchia. La mia corda era bene incastrata in una fessura. Con quella ricupero gli zaini e quindi è la volta di Paolo, che con i consueti tremiti di prammatica, riesce a raggiungermi alla meno peggio. Ci leghiamo anche con la mia corda e Paolo prosegue. Gli zaini li recuperiamo con il cordino, che doppio è lungo 75 metri. Ci sbizzarriamo a pensare a una ritirata su quel cordino (150 m!), in caso di necessità. Tutto procede benone e velocemente, fino a che io mi ritrovo all’uscita dello strapiombo finale del terzo tiro. Azzardo l’uscita in libera e vedo che può riuscire. Fatto il passo mi trovo immediatamente incrodato e dopo faticose manovre di equilibrio, riesco a spostarmi di un metro a sinistra e a incastrarmi in una fessura, con i piedi su zolle innevate e spioventi. Decido di fermarmi qui e recuperare un solo zaino. Questo parte in pendolo a stento frenato da Paolo. Sono impaziente che lui si muova, perché giudichi un po’ questo tiro, specie fatto con un bel peso sulla schiena, come ha lui. Sotto di me il vuoto più repulsivo, in quanto la verticale tirata da me al basso non passa per la no­stra via di salita e sotto c’è quindi l’ignoto, che nel nostro caso si riassume in una serie di tetti e placche strapiombanti. Sono al sole e me lo godo, con un piede su una staffa e lo sguardo verso l’alto.

C’è un enorme cespuglio secco, di circa tre metri di lar­ghezza, che sbarra completamente il fondo della fessura. In mezzo è impossibile passare, perché equivarrebbe a cadere in una trappola. E l’aggiramento mi appare, da qui sotto, impossibile. Ma mi consolo subito pensando che sarà pane per i denti di Paolo e io lo dovrò mangiare già masticato. Un grugnito dal basso m’informa che il mio compagno ha iniziato la danza. Fre­quenti sono i «Tira!», detti con denti stretti e voce stridu­la. È segno che lo zaino sta facendo il suo effetto. Nonostante che lui insistesse, non ho voluto tirarlo su con il cordino, perché qui non c’è posto. Quando andrà su lui, il mio zaino me lo metterò sulla schiena, e l’altro lo appenderò al suo posto. Dopo un po’ vedo spuntare un casco blu, un ciuffo di capelli biondastri, due lenti forse un po’ appannate. Il corpo, come di regola, al di là della verticale.

– Tira!

L’ultimo chiodo è superato, la staffa recuperata e… l’alpi­nista sta per pendolare. Vedo Paolo scattare di rabbia e dopo un attimo è accanto a me, su una staffa. Ha la respirazione un po’ affannosa e si può facilmente comprendere. Guardiamo in­sieme cosa ci attende. Una quindicina di metri di strapiombi friabili ed erbosi portano al cespuglio secco, che mi sforzo di non guardare, penso persino di dargli fuoco. In questi casi Pao­lo, incomprensibilmente pervaso d’ardore combattivo (incom­prensibilmente per me, che dovrò stare a guardare e sentire tutti i suoi improperi per la cattiva assicurazione che gli farò, secondo lui), verifica l’ancoraggio nella sua totalità e in tutti i suoi minimi particolari. La sosta sui chiodi ha bisogno di chiodi buoni, e in questo caso di chiodi che abbiano quella bella qua­lità ce n’è uno solo. Imprecando alla mia imprevidenza e inca­pacità, Paolo parte. Dopo un metro e mezzo costella la parete di chiodi: sei in un metro quadrato. Un cordino, abilmente di­sposto, collega il tutto, ma io non ci ballerei tanto sopra e an­che Paolo è della stessa saggia opinione.

(continua)

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Extradiario – 14 – Scarason – 2 ultima modifica: 2019-03-06T05:04:43+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Extradiario – 14 – Scarason – 2”

  1. 2
    Andrea says:

    Bello e come al solito infarcito di commenti molto auto-ironici.

    Attendo con pazienza il resto!

  2. 1

    Bel racconto di alpinismo animalesco, passato ormai alla storia.
    Bello che continui.

    Ciao, marcello

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