Sette interviste – 1

Sette interviste – 1 (1-2)
(interviste ad alcuni Apritori – Scalatori – Divulgatori, tra Friuli e Veneto)
di Elena Pellizzoni e Patrick Tomasin

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Patrick ed io li abbiamo conosciuti per varie vicende, con loro ci siamo legati e abbiamo scalato, a volte in cordata, altre gomito a gomito, su cordate vicine. Abbiamo deciso di approfittare di questa occasione per scambiare con loro quattro chiacchiere su arrampicata, alpinismo e filosofie di vita. Non un trattato di storia dell’alpinismo ma uno spaccato, una fotografia su alcuni dei personaggi che gravitano nel mondo dell’arrampicata in Friuli-Venezia Giulia. Un testo scritto a quattro mani, quattro chiacchiere con amici, qualche bottiglia di vino e la promessa di ritrovarsi in parete…

Luca, Emiliano, Mauro, Paolo, Mario… un bellunese, due bisiachi (goriziani), un giuliano e un friulano, cinque alpinisti che hanno scritto pagine e pagine dell’alpinismo senza disdegnare l’arrampicata sportiva.

Cinque arrampicatori, tra cui una guida alpina, due volontari del soccorso alpino, un accademico del CAI, un istruttore nazionale di alpinismo, tre apritori, ma soprattutto cinque amici, dettaglio senza il quale queste interviste avrebbero ben poco senso. Più un sesto e magari un altro mezzo…

Mauro Florit

Alla fine di questo lavoro
L’alpinismo e l’arrampicata sono fatti principalmente di sogni e visioni. Le conquiste possono appagare ma immancabilmente ci ricordano che il sogno è finito, si potrà pensare ad un nuovo progetto, una storia che si ripete ogni volta che si scende da una parete, anche dopo una rinuncia. Queste interviste sono nate per parlare di storia dell’alpinismo senza studiarla direttamente dai libri, bensì provando ad avvicinarla, corteggiarla in maniera forse più stimolante e avvincente. E’ così che tutto ciò è nato. Sicuramente sarebbe stato più semplice studiare qualche data a memoria… ma questa sarebbe stata un’altra storia… e si sa… le storie che piacciono a noi sono verticali, esposte e quindi non si tratterà mai di percorsi in discesa…
Buona lettura!

Mauro Florit
(CAAI-gruppo orientale, istruttore nazionale di alpinismo e di arrampicata libera)
Il suo curriculum è talmente vasto così come lo sarebbe l’elenco dei suoi illustri compagni di cordata. Ci limitiamo a questa brevissima presentazione. Ci vediamo settimanalmente al DEŠ di Sempeter, enorme palestra boulder vicino a Nova Gorica dove scala assieme a Chiara, promettente figlia d’arte che ripercorre le orme del padre. Mauro era già stato intervistato quasi quattro anni fa, l’intervista è qui riportata per completezza ma prima abbiamo approfittato per fargli alcune domande sull’arrampicata sportiva.

Un’intervista un po’ scanzonata, per toglierci dall’imbarazzo di parlare di un’attività che pratichiamo ormai da tanto tempo ma in maniera diversa da quella che il buon Mauro pratica da anni.

Ciao Mauro, è un po’ imbarazzante farti delle domande… il trucco per una buona intervista sarebbe conoscere bene l’intervistato ma nel tuo caso non è semplice. Non sapremmo da dove cominciare. Una cosa è certa. Sei uno dei pochi che conosco che compare nel manuale di storia dell’alpinismo del CAI. Verrebbe da pensare che o sei molto bravo o sei molto vecchio. Quando hai iniziato a scalare?

Da sempre! Da quando avevo quindici anni e assieme a mio zio andavo a ripetere tutte le vie ferrate che riuscivamo a trovare.
Più crocette erano segnate sulla cartina e più il divertimento aumentava. Nessuno dei due aveva la più pallida idea di cosa significasse assicurarsi; pensa che qualcuno mi aveva fatto vedere un fantastico nodo per legarsi un cordino in vita, ma dato che non sapevamo rifarlo non lo scioglievamo mai e lo indossavamo infilandoci dentro.
Ma forse quei primi anni non sono da conteggiare, alpinisticamente parlando, quindi diciamo dal 1978.

So che il tuo modo di aprire vie sportive è piuttosto rigoroso, vorresti raccontarci qualcosa al riguardo?

Innanzitutto bisogna fare delle distinzioni, parlando di vie di arrampicata di più tiri, tra un apritore e un attrezzatore di vie.
Un attrezzatore è chi si cala dall’alto e confeziona un itinerario.
Un apritore è chi, partendo dal basso, si lascia volutamente delle porte chiuse che, con intuito, fortuna o bravura cerca di aprire e trovare così una strada per la cima. Personalmente sono sempre stato un apritore, sia di vie classiche sia di vie moderne a spit. Se poi vogliamo parlare di etica il discorso si complica molto. L’etica è una cosa personale, l’etica è il complesso di regole che ogni apritore si dà e poi decide se rispettarle. Pensa la bellezza di tutto ciò. Quali altre attività possono vantare una simile libertà d’azione?

Avventura è un termine spesso abusato. Ci racconteresti cosa significa per te?

Oggigiorno la nostra società valuta come positivo un atteggiamento di programmazione, di pianificazione delle nostre attività, di qualunque attività sia nel mondo del lavoro, sia nel nostro mondo alpinistico. Ti racconterò un segreto che i miei compagni di cordata conoscono: quando decido di ripetere una salita in montagna presto volutamente poca attenzione alla relazione della via.
Quasi volessi non sapere troppo. Mi piace di più leggerla con attenzione dopo aver salito la via, solo per vedere se ho la stessa opinione del primo salitore. Avventura è anche non programmare tutto.

E se ti dico sicurezza, cosa pensi? Cosa è per te la sicurezza?

La parola sicurezza è una parola abusata e lo è anche il suo concetto, ovviamente parlo nel contesto arrampicata/alpinismo che stiamo discutendo. In alpinismo la bibliografia tecnica sta scendendo sempre più nei minimi dettagli, questa ricerca della metodologia operativa considerata più sicura è in costante evoluzione. Codificando tutto si cerca di ridurre i rischi ma nel contempo si riduce la libertà di agire al di fuori di queste regole scritte. Sperimentare autonomamente, talvolta anche rischiando e sbagliando è stata la base per l’evoluzione della nostra attività.
Ora però la società non accetta che le regole vengano disattese e pretende per ogni azione un responsabile che si possa eventualmente sanzionare.

Molti arrampicatori sportivi parlano di avventura che va mantenuta anche in apertura di vie a spit. Qual è il tuo punto di vista?

Dipende dalla motivazione che spinge una persona ad aprire un nuovo itinerario. Ci sono quelli che lanciano la sfida a chi saprà emulare le loro gesta e chi vuole dare agli altri un giocattolo che ha costruito con le sue mani. In ogni caso dividerei il mondo degli arrampicatori in due grandi categorie:
– Quelli che hanno aperto o attrezzato vie di qualunque tipo o difficoltà che hanno tutto il diritto di criticare e dire la loro opinione su qualunque tipo o modo di aprire una via.
– E quelli che non hanno mai messo un chiodo, mai uno spit, mai sostituito un moschettone quando era palesemente usurato, mai fatto nulla per gli altri. Ecco questi dovrebbero solo stare zitti.

Come istruttore, cosa hai visto cambiare in questi anni? Come sono cambiati i ragazzi? Cosa cercano?

I ragazzi d’oggi sono completamente diversi da quelli che si iscrivevano ai corsi solo qualche decina di anni fa. Oggi arrivano e si sono già documentati su tutto, hanno già visto su youtube tutti i tutorial per esempio su come fare una corda doppia. Il compito di un istruttore quindi, a parer mio, non può limitarsi a ripetere ancora una volta quello che hanno già sentito dire. Un istruttore può e deve dare quel qualcosa in più che farà la differenza tra un video descrittivo e la condivisione di informazioni date dall’esperienza acquisita. Un altro aspetto dei corsi “moderni” che non mi piace è la sfrenata ricerca della “conformità” di insegnamento. Mi spiego meglio: che tutti gli istruttori d’Italia illustrino una determinata manovra nello stesso modo, usando le stesse parole, potrebbe essere visto come una cosa positiva… Mai nessuno verrà a dire: ma guarda che “Bepi” mi ha detto che non si fa così… A parer mio però si perdono dei valori aggiunti impagabili, un allievo a cui VERAMENTE interessa apprendere, se per una determinata manovra, ricevesse più metodologie nate dall’esperienza personale del docente, potrebbe poi lui stesso sperimentare qual è la migliore, e prendere da ogni istruttore quel valore aggiunto che una standardizzazione annulla.

Di tutte le tue salite, qual è una che ti è rimasta particolarmente nel cuore? Come apritore e come ripetitore.

Tutte le mie vie sono state ripetute, o perlomeno tutte quelle di cui ho reso nota la relazione. Tutte meno una. Una via sulla parete sud delle Chianevate, It’s hard to be good, aperta nel 1992 con Marco Sterni. Mi piacerebbe tanto, prima di diventare troppo v…  ( non riesco a scriverlo) che qualcuno mi portasse a fare un giro su questa via. Anche facendola tutta da secondo, solo per il piacere di ritrovarmi ancora su quelle placche spaziali.

Ricordo un’intervista di alcuni anni fa su Lo Scarpone o Montagne360. Dici che noi istruttori facciamo i corsi per stare lontani dai rispettivi coniugi? In questo caso Patrick ed io avremmo sbagliato tutto?

Sì, tutto. Ma potete rimediare collaborando con due scuole diverse.

Si diceva, parlando di arrampicata sportiva, che “chi vola vale, chi non vola è un vile”. Cosa ne pensi?

Che sono un vile. In vita mia sarò volato in montagna solo un paio di volte. In falesia “purtroppo” mi porto questa mentalità sbagliata. Per progredire bisogna lavorare al proprio limite, lo spit tiene 2000 Kg, perché non approfittarne?

Secondo te, volare può aiutarti a migliorare, andare al tuo limite? Come dicevo per migliorare bisogna lavorare al limite.

Una volta, quando non c’erano gli spit, per arrivare al limite dovevi rischiare di brutto, con lo spit è tutto più facile e sarebbe assurdo non approfittarne. Questo non vuol dire spegnere il cervello, significa solo che in arrampicata sportiva se stai cercando di non cadere non stai arrampicando bene.

Grazie Mauro.

Chiara Florit
È la figlia di Mauro… non servono molte presentazioni. A stupirti è la luce che emana, positiva, sorridente, educata. Da insegnante vedo tanti suoi coetanei prossimi alla maggiore età, lei è diversa.

La ricordiamo piccola che veniva con papà ad arrampicare in sala Boulder a Monfalcone. Ormai è una piccola donna, anche se Patrick continua a chiamarla Trapola. Arrampicatrice, scrittrice di montagna, con un amico centenario scomparso da poco che aveva catturato con i suoi modi: Spiro dalla Porta Xydias.

Ciao Chiara, cosa ti piace dell’arrampicata?

Questa sì che è una bella domanda, perché davvero non so come rispondere. Potrei dire che adoro arrampicare perché mi permette di stare in montagna, dove posso veramente sentirmi a casa, a contatto con la natura. Ho bisogno ogni tanto di allontanarmi dalla frenetica vita quotidiana di città, per riscoprire chi sono veramente in montagna. Ma non è solo questo. Ogni giorno ho bisogno di andare ad arrampicare nella palestra in Slovenia dove mi alleno. È come una droga, non posso farne a meno. Potrei dire che è perché l’arrampicata mi permette di andare verso alto e di migliorarmi ogni giorno. Ma ancora non basterebbe. Mi piace arrampicare semplicemente perché la trovo una forma di movimento bellissima, come danzare, e quando arrampico mi sento libera, forte e inarrestabile.

Recentemente abbiamo sentito Adam Ondra, a Trieste nel suo tour di interviste. Raccontava di quando da ragazzino, scoprì che non tutte le famiglie arrampicavano. A casa sua arrampicavano tutti, papà, mamma, fratelli, amici, figli degli amici. Poi andò a scuola e rimase stupito. Non tutti arrampicavano. E’ capitato anche a te?

A dire il vero no. Non mi sono mai stupita se i miei amici non mi capivano quando parlavo di montagna e non ci sono mai nemmeno rimasta male, perché ho sempre considerato l’arrampicata come un qualcosa di speciale che solo la mia famiglia aveva. Sapevo che non eravamo gli unici ad arrampicare perché ci siamo quasi sempre andati con degli amici, ma a scuola mi piaceva pensare di essere l’ unica ad avere una famiglia così in gamba.

Sei una scrittrice di montagna, hai già pubblicato. Come è nata questa tua passione?

Penso che tutto sia iniziato dall’esigenza di mettere su carta quello che avevo in testa, per riordinare le troppe idee che ho sempre avuto. Poi ho provato a scriverlo un po’ meglio, e ho visto che non solo piaceva a chi lo leggeva, ma gli diceva anche qualcosa, gli faceva provare qualcosa. Così ho deciso di scrivere per far capire alle persone quello che provavo io e per raccontare tutto quello che non sempre riuscivo a dire a voce.

Cos’è per te l’arrampicata? Che importanza ha la difficoltà?

Arrampicare è davvero importante per me. È una cosa di cui ho bisogno, per sfogarmi e per essere me stessa, per cui se passa troppo tempo senza che io possa farlo sto male. Al primo posto viene dunque la necessità di semplicemente arrampicare, ma poi, quando posso farlo, anche la difficoltà è importante per me. Credo che, come esseri umani, dobbiamo sempre cercare di migliorarci, in tutto quello che facciamo. E questo vale anche per me quando arrampico, cerco sempre di migliorami, non per vincere gare o per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per me stessa.

Chiara Florit

Come ti alleni e perché lo fai?

Mi alleno tre volte a settimana nella palestra DEŠ di Sempeter in Slovenia, vicino a Gorizia. Poi qualche volta se non ho altri impegni vado anche su roccia il fine settimana. Come ho già detto prima lo faccio perché altrimenti non riuscirei a superare la settimana restando sana di mente, ahahah.

Cosa si prova a condividere una passione con tuo papà? Ed arrampicare e allenarsi insieme?

In generale penso di essere davvero fortunata a poter arrampicare con mio papà perché questo mi ha fatto avere con lui un legame molto stretto. Mio papà è sempre stato il mio idolo, l’esempio perfetto da seguire per diventare una brava alpinista, per cui quando riesco a batterlo su plastica (cosa assai frequente) o su roccia (ah no, scherzavo, questo non è ancora mai successo…), sono davvero fiera di me stessa. Tuttavia c’è una cosa che volevo far notare. Ovvero come a tutte le presentazioni del mio libro in giro per la regione e non solo, io sono sempre stata presentata come “la figlia di Mauro Florit”. Non fraintendetemi, sono fiera di mio papà e di essere sua figlia, ma vorrei che le persone mi considerassero per il libro che ho scritto, per la persona che sono, e non solamente per il fatto che sono sua figlia.

Cosa pensi delle gare?

Ho partecipato a gare di arrampicata solo un anno, nel 2017 e sono arrivata anche ai Nazionali. Lì mi sono resa conto che le gare non fanno per me. Ci sono persone che sotto stress danno le loro prestazioni migliori e riescono a vincere, ma io non sono una di quelle. Ai nazionali ho arrampicato davvero malissimo, peggio di quanto avrei potuto fare a qualsiasi allenamento. Perché mi tremavamo le mani per tutte le persone che mi stavano guardando, tanto da non riuscire a tenere le prese… Così per il momento, finché non supererò questa cosa, penso che continuerò ad allenarmi senza fare gare. Anche perché oltre ad arrampicare faccio anche scout, a cui tengo molto e che mi occupa molti fine settimana che, anche volendolo, non potrei quindi dedicare alle gare.

Hai conosciuto Spiro… cosa ti ha lasciato quell’amicizia?

Se non avessi conosciuto Spiro non sarei certamente la persona che sono adesso. Prima di tutto non avrei mai pubblicato un libro, ma non solo. Spiro era più di un semplice scrittore di montagna, era una persona bellissima, una di quelle persone che portano dentro l’anima un mondo stupendo tutto da scoprire. Bastava sentirlo un po’ parlare di montagna per imparare tantissime cose. Bastava la sua presenza per dare lezioni di vita. Bastava guardarlo negli occhi per capire che Spiro ha sempre amato e amerà per sempre la montagna, la natura e la bellezza; e anche se a quell’età non poteva andare in montagna, lui raccontava di lei, la portava nel cuore e la condivideva con tutti. Non penso di esagerare dicendo che è grazie a Spiro se ho veramente conosciuto la montagna e capito cosa significa arrampicare, cos’è la bellezza. Ora lui non c’è più ma a volte, se guardo attentamente, mi capita di vedere il suo sorriso amichevole nelle stelle alpine vicino a una parete, nelle nuvole sopra la cima o nei ruscelli di montagna.

Non ti senti un po’ troppo matura per la tua età?

Ora non più per fortuna. Qualche anno fa mi è capitato di essere l’unica a pensare ad esempio cosa provocassero molti atteggiamenti dell’uomo sull’ambiente, ma ora per fortuna sono circondata da persone mature che sanno quanto male l’uomo ha fatto e sta facendo alla terra, e sono pronte ad agire per fare qualcosa.

Ultima domanda. Cosa vorresti fare da grande?

L’ultima e la più difficile… Non ci ho ancora pensato molto a dire il vero. Forse potrei fare l’insegnante perché molti miei compagni dicono che spiego bene. Un po’ di tempo fa sognavo di fare la scrittrice, ma ora mi sembra irrealizzabile. Insomma non so proprio cosa fare, ma di una cosa sono certa. Voglio fare la differenza, trovare il mio modo per fare qualcosa di buono per il pianeta e per chi ne ha bisogno. Perché sono una scout e, come dice Baden Powell, il fondatore dello scoutismo, voglio “lasciare il mondo almeno un po’ migliore di come l’ho trovato”.

Grazie Chiara.

Luca Bridda
Luca è bellunese ma vive a Trieste dai tempi degli studi universitari. Classe 1973, l’abbiamo conosciuto casualmente quasi dieci anni fa ad un casello autostradale: lui tornava a Belluno dai parenti e ci eravamo dati appuntamento in un punto comodo per entrambi.
Di lì a poco ci saremmo risentiti e lui avrebbe ricominciato ad arrampicare assieme a noi dopo una lunga pausa.

È stato un anno particolare il 2013, che ne dici?

Sì, è stato l’anno durante il quale, per sei mesi esatti, sono tornato ad arrampicare come ai vecchi tempi, con una passione, una frequenza ed un entusiasmo eccezionali. Ho scalato in gran parte a vista, senza toccare una sola presa di resina, rituffandomi in un mondo che per vari motivi da alcuni anni frequentavo poco. Peccato che una epitrocleite bilaterale mi abbia poi troppo presto frenato.

Luca Bridda

Come, quando e dove hai iniziato a scalare?

Io sono partito dall’escursionismo, dall’andare in montagna, dal semplice salire i monti, e sono via via progredito. Un poco alla volta mi sono quindi imbattuto nell’arrampicata, quella semplice, fino al II grado superiore, massimo III. A quel punto ho frequentato il corso roccia CAI della scuola bellunese. Era il 1996, feci le prime vie in montagna in Dolomiti con gli istruttori e poi tanta falesia con gli amici, per migliorare la tecnica. È stato un avvicinamento graduale, per me inevitabile.

Nella tua vita ci sono brillanti prestazioni di arrampicata sportiva e belle vie alpinistiche. Come sei riuscito a conciliare le due attività?

Direi che, oggigiorno, chi pratica l’alpinismo su roccia, quasi necessariamente si dedica anche all’arrampicata sportiva in falesia, salvo poche eccezioni, se non altro come allenamento per la montagna. Ma era così, a ben vedere, anche ai tempi di Comici o persino prima (senza spit e senza una vasta scelta di falesie di fondovalle come capita invece oggi, ma con la stessa esigenza di allenare il fisico per i cimenti in montagna).
Per migliorare in falesia non ho mai fatto trave, pan gullich, ripetute, allenamenti studiati. Due volte a settimana arrampicavo indoor facendo le vie al mio limite, provandole e riprovandole; nei week end andavo all’aperto. Qualche via di medio livello alla fine mi veniva, era divertente. L’arrampicata sportiva per me è un gioco, non la concepisco legata alla fatica.
In montagna invece si andava in estate, senza spingere sul grado, sempre con ampio margine. L’obiettivo mio era prevalentemente la bellezza del monte dove scalavo, il resto era meno importante.

La via alpinistica che più ti è rimasta nel cuore?

Nel mio cuore ce ne sono diverse ma appena mi hai fatto la domanda ho subito pensato alla Castiglioni-Bramani sulla Torre del Mont Alt, quindi ti parlo di questa. Non è una via difficile, massimo IV+, ma si trova su una struttura rocciosa compattissima, affusolata, persa in un mondo di pietra selvaggio e negletto, i miei amati Monti del Sole, pieni di zecche, impervi, ad ore e ore da qualsiasi punto d’appoggio, insomma, alpinismo d’altri tempi, pini mughi, bivacchi sotto roccioni spioventi, fuochi e legna che scoppietta. Davvero bello! La tua via più difficile, quanti anni sono passati? 7c+ sullo Scudo della Napoleonica se non ricorso male, quanto tempo aveva richiesto allenarti per quella via? Avevi fatto allenamenti specifici?

Il grado della via dice subito che senza allenarsi sul serio si fa poca strada, ma non ho rimpianti, ripeto, per me arrampicare è solo un gioco, non l’ho mai voluto trasformare in qualcosa di pianificato. Comunque, il viaggio nella complessità di quella via tecnica (Poker d’Assi) sullo Scudo della Napoleonica mi regala ancora oggi bellissimi ricordi, dopo 15 anni. La chiodatura è piuttosto lunga, anche se sicura, e questo aggiungeva pepe al tutto. Si fanno davvero dei bei voli, non c’è quella chiodatura ascellare che ormai si trova spesso. Non feci nessun allenamento specifico, la chiusi in primavera, dopo aver macinato molta resina all’Olimpic Rock di Trieste, provando e riprovando la via bianco- grigia e altre tre o quattro, al mio limite, vie che non esistono più se non nella mia memoria.
Tra l’altro, in realtà la linea più dura in assoluto che mi è riuscita fu proprio su plastica, un 8a/8a+ così gradato da Rocco Romano e Manuel Coretti all’Olympic, ma si sa che conta solo la roccia. Era il 2005.

Arrampicata sportiva ad alto livello, boulder, viaggi ma so che il tuo sogno nel cassetto rimane la montagna delle montagne, quella tanto simile alle montagne che disegnano i bambini. Una volta hai provato a salirla ma avete rinunciato. Il sogno è sempre lì, giusto? Cosa ti rimane di quell’esperienza?

Eravamo pronti per il Cervino ma il giorno fatidico il mio compagno non stava bene e a 4000 m circa abbiamo fatto dietro-front. Non siamo ancora tornati perché nel frattempo sono successe un bel po’ di cose… Il Cervino per la Cresta del Leone non presenta grosse difficoltà tecniche ma è una montagna che va affrontata con umiltà perché ti può fregare.
Comunque il mio vero grande irraggiungibile sogno si chiama Cerro Torre. Peccato non esserne all’altezza.

ABCDolomiti: forse non tutti sanno come ti chiami ma molti consultano il tuo sito, le tue preziose relazioni e i tuoi scritti. Come è nato il sito?

ABCDolomiti.com è nato in forma embrionale quasi vent’anni fa, poi è cresciuto e da tanti anni è un punto di riferimento per chi frequenta le Dolomiti. Mi dà molte soddisfazioni e so che è apprezzato e utile. All’inizio volevo servirmene per far capire, a chi non conoscesse le Dolomiti, quanto queste fossero stupende, esteticamente meravigliose. Poi il sito si è arricchito di decine di relazioni, informazioni, news, falesie e foto. Mi occupo sia dei contenuti che della parte tecnica.

Alpinista, arrampicatore, pittore di montagne, blogger… cos’altro? Ah sì, gran conoscitore della Croazia e scrittore di guide escursionistiche e di arrampicata.

La montagna è la mia grande passione. Avere una così intensa passione è un privilegio da non dare per scontato… e la vivo in tutte le forme possibili. Scrivo anche racconti di montagna, articoli per riviste, guide. Una volta praticavo anche il trail running e la mountain bike. Mi manca lo scialpinismo ma ho solo 45 anni, quindi ho tempo per imparare a sciare.
La Croazia mi ha regalato tante estati di mare, condite con salite su cime e cimette affacciate sul blu. Alla fine di tante belle esperienze ho scritto una guidina pubblicata dalla Luglio Editore.
Penso sia qualcosa di originale che possa interessare il malato di montagna a tu per tu con la transitoria vita da spiaggia.

Grazie mille Luca.

Emiliano Zorzi
Emiliano è bisiaco, classe 1972, lo conosciamo praticamente da quando arrampichiamo. Lo incontriamo la sera in palestra indoor, nelle falesie costiere e qualche volta abbiamo arrampicato con lui su vie di più tiri di stampo classico e sportivo. Instancabile ripetitore, compilatore di guide e “recente” apritore di vie a più tiri.
Domanda classica per rompere il ghiaccio: come, quando e dove hai iniziato a scalare?

Ho iniziato a scalare nel 1988 nella falesia di Doberdò con un gruppo di amici come “autodidatta”, con una imbragatura intera, scarponi e due corde da 20 m unite da un nodo. Cercavo di seguire i dettami trovati sul libro L’alpinismo di Bernard Amy. Solo dopo un paio di anni, sopravvissuto agli inconsapevoli tentativi di suicidio, ho comprato le prime scarpette.
Le prime uscite in montagna sono dell’autunno 1990, con la maggior età e la patente.

Ricordo bene o mi avevi parlato di una tua prima esperienza sul Campanile di Val Montanaia?

La prima via in montagna è stato lo Spigolo del Velo, scelta perché era nominata su quel libro e “pareva” al nostro livello (dato che facevo il 5a), e ci è andata bene. La primavera successiva siamo andati sul Campanile ma prima di ammazzarci siamo scesi in qualche modo da sotto la Fessura Cozzi abbandonando anche una corda incastrata.

Se ben ricordo il gruppo cui sei più legato sono le Alpi Carniche. Cosa ti lega a quelle montagne? Cosa ti ha colpito? Come mai le consideri le montagne di casa?

Per anni le montagne d'”elezione” per me sono state le Pale di San Martino meridionali, dove passavo spesso anche lunghi periodi di vacanza al Rifugio Pradidali o al Treviso. Era quasi una “malattia” tanto che ho percorso tutte le classiche o meno classiche di media difficoltà. Quando non avevo piani precisi o pensavo al solo piacere di scalare tornavo “in pellegrinaggio” con compagni diversi, come sullo spigolo dell’Ortiga che ho fatto 10 volte o lo spigolo del Campanile Pradidali (8 volte, di cui una da solo).
Le Carniche sono venute dopo, ed è stata una conoscenza graduale, “obbligata” dall’incarico di scrivere la guida Carniche-Giulie.
Una volta conosciute anche nei loro angoli più remoti hanno sostituito gli “amori” precedenti. Ne apprezzo il loro aspetto solare e i colori: il contrasto fra l’erba verdissima dei loro valloni e le rocce chiare, la possibilità di scalare quasi sempre in solitudine e alcune pareti dalla qualità della roccia stratosferica. Odio invece il fatto che per affrontare certi tipi di vie, specialmente in placca, bisogna veramente saper scalare…

Emiliano Zorzi

Altro capitolo… www.quartogrado.com com’è nato e quando? Cosa ti aveva portato a realizzare un sito internet e a divulgare tutte quelle relazioni?

Credo sia nato attorno al 2000 come una specie di “diario delle scalate”. È stato risistemato e organizzato come “raccoglitore di relazioni” nel 2004, in seguito ad una “spettacolare” caduta nel gruppo del Sella, con conseguenze abbastanza serie, dovuta a una mia errata valutazione del luogo dove mi trovavo e delle difficoltà che andavo ad affrontare ma anche da indicazioni fuorvianti della vecchia relazione in nostro possesso. Così pian piano ho pensato di mettere a disposizione in rete osservazioni dirette sulle vie in modo da integrare le informazioni esistenti; poi via via sono nate le relazioni stese ex novo, ecc.

Cosa hai ricavato da quella esperienza? E da lì poi i primi libri per arrivare a quelli “patrocinati” dal CAI…

La prima pubblicazione cartacea è nata nel 2009 da un’idea dell’editore Idea Montagna di Padova: dato che il sito con le sue relazioni era diventato una sorta di punto di riferimento per le classiche dolomitiche di media difficoltà, l’editore mi ha proposto di trasferire su carta i contenuti che sono poi andati a formare la collana IVgrado e più (divisa in 6 volumi fra Dolomiti e monti del Friuli) in cui sono proposte le migliori scalate percorse di persona da me e dai miei amici co-autori (Saverio d’Eredità, Carlo Piovan e Luca Brigo) che più tardi si sono aggiunti al progetto. Ormai stanno andando in esaurimento anche le seconde edizioni dei quattro volumi dedicati alle Dolomiti. Probabilmente per questo, nella primavera 2013 siamo stati incaricati della realizzazione del primo dei 15 volumi che formeranno la nuova collana Il grande alpinismo sui Monti d’Italia, con la quale il CAI, tramite l’editrice Alpinestudio, si propone di rimpiazzare l’ormai chiusa stagione della gloriosa Monti d’Italia. È uscito così nel 2016 l’Alpi Carniche-Alpi Giulie che con nostra grande sorpresa è andato esaurito in una sola estate, tanto che abbiamo subito dovuto ricominciare a progettare una seconda edizione, che sta prendendo forma in due volumi separati (data la grande mole di materiale nuovo), uno uscito l’anno scorso (Alpi Carniche Occidentali) e uno in uscita fra poche settimane (Giulie e Carniche Orientali).

È stato un lavoro molto impegnativo? Solo critiche, come spesso capita o anche qualche soddisfazione? Cosa hai tratto da quella esperienza?

Critiche ce ne sono sempre, fa parte del gioco, così come inevitabile è pubblicare una guida senza errori. Comunque quasi sempre queste “critiche” sono state segnalazioni utili su sviste, precisazioni o aggiornamenti da parte di persone che in genere apprezzano la correttezza e precisione delle pubblicazioni ed hanno voluto contribuire a migliorare il materiale. Dietro ad una pubblicazione c’è un enorme lavoro di raccolta sul campo, osservazione e scrittura: per ogni dato da correggere ce ne sono migliaia esatti.
I volumi di IVgrado hanno richiesto un impegno più “da scrivania”, dato che propongono una scelta delle scalate effettuate per puro diletto ed un riordino e riscrittura degli appunti presi in via e del materiale fotografico preso durante la salita.
Stendere una guida “organica” come la Carniche-Giulie che andasse a coprire tutti i gruppi, le montagne e le singole pareti, recensendo le vie più significative di ogni livello e tipologia (classica, sportiva, esplorativa), cercando di non tralasciare gli aspetti storici, è stato un fardello titanico, tanto che di fatto, dal 2013 ad oggi, ha assorbito tutto il tempo che potevo dedicare alla montagna, ma è stato anche motivo di grande soddisfazione. Non solo “editoriale”, ma anche e soprattutto perché mi ha “obbligato” alla conoscenza approfondita di queste splendide montagne in ogni loro angolo; mi ha anche portato alla conoscenza dei molti grandi alpinisti che ne hanno calcato le rocce.
La difficoltà maggiore di questo tipo di guide “semi-monografiche” è stata l’assemblaggio di tutte le informazioni in un quadro unico che, oltre a proporre tutte le informazioni di prima mano (per noi dato fondamentale), presuppone una conoscenza dettagliata di ogni montagna e ogni parete presentata, con i suoi accessi, discese, scappatoie, incroci di itinerari esistenti, ecc… con foto (lavoro immane!), schizzi e cartine dettagliate. Ma è stato proprio questo fattore a farmi apprezzare nei loro “intimi” segreti le nostre montagne, portandomi a ripetere o cercare di ripetere itinerari quasi mai ripresi, a mettermi a vagare su cenge e rampe, spesso anche da solo, per toccare con mano gli incroci ed incastri delle vie esistenti o a volte a ricercare ed attrezzare discese efficaci da montagne (come la Cima di Riofreddo o la Cima de Lis Codis) che tengono alla larga anche i pochi ripetitori a causa della loro “logistica” d’altri tempi. Infine mi ha spinto a dare un piccolo “contributo” con l’apertura di alcune nuove vie.

Un gran ripetitore e compilatore, forse non un top climber, che ne dici? Quello che sto provando a passare è un esame di arrampicata sportiva, ci vediamo spesso qui in palestra, come ti alleni?

In effetti, essendo tutt’altro che un top climber, non sono la persona più indicata per parlare di “allenamenti”, per i quali ahimè non ho mai avuto la minima metodicità o costanza, né in falesia né tantomeno al chiuso. La palestra la apprezzo principalmente per la compagnia e come punto di ritrovo per organizzare uscite. Del resto poi mi sono sempre adattato a “fare” quello che la forma più o meno scarsa del momento mi permetteva e permette, specialmente dopo essermi rotto le caviglie nel 2004.

Veniamo ora alla tua ultima passione che sembra essere attrezzare vie sportive in falesia e vie sportive di più tiri. Come hai cominciato?

Le prime “esperienze” di attrezzatura in falesia sono del 2011.
Ho iniziato sulle pareti di Sistiana, un po’ per caso, dato che con il Filosofo semplicemente avevamo intenzione di ripercorrere i vecchi itinerari abbandonati della lunga parete sotto il Rilke.
Per evitare sorprese, oltre ai chiodi e ai friend, ci eravamo portati dietro alcuni spit-roc per ogni evenienza. Il giorno che abbiamo deciso di scalare la Lavagna Gialla (l’ultima volta l’avevo scalata nel 1997 con i vecchi spit e chiodi abbastanza meno rùggini!) dopo pochi metri abbiamo subito visto che in quelle condizioni non avremmo potuto fare tanta strada senza schiantarci; così abbiamo iniziato a rimetterla minimamente in condizione con il trapano ed alcuni fix da 8mm. Da lì poi è nato il resto sulle pareti di Sistiana e poi dal 2015 ad Aurisina.
La prima via a più tiri in montagna è del 2013 in Creta Forata.
Come ho detto sopra, è stata una scoperta dovuta al peregrinare per le Carniche e Giulie per la stesura della guida e il desiderio di poter far apprezzare anche ai normali climber “della domenica” alcuni angoli incantati delle nostre montagne.

Ogni volta che vado a scalare ad Aurisina c’è il pienone. Quella falesia praticamente non esisteva prima che tu iniziassi ad attrezzarla. Cosa ne pensi?

Anche se “ogni scarafone è bello a mamma sua” credo veramente che il posto sia un piccolo angolo di paradiso, per il panorama e il clima e questo contribuisce sicuramente alla sua frequentazione, da un paio d’anni a questa parte (da quando è apparsa sulle più diffuse guide di arrampicata sportiva), così come il fatto che la roccia sia “nuova” e tagliente. Il fatto che gran parte delle 40 vie, che pur sono di livello medio o medio-alto, sia attrezzato per una scalata senza patemi, porta a congregare ai piedi della falesia il popolo arrampicate (forte o meno forte che sia) che vuole “provare” ed allenarsi su vie al proprio limite o sopra il proprio limite, cosa che invece nelle falesie “vecchia maniera” non molti se la sentono di fare.

Quanti itinerari sportivi hai attrezzato? Come procedi? Hai delle regole che ti guidano nell’attrezzatura di questi itinerari?

Ho attrezzato fino ad oggi 14 vie “sportive” sulle nostre montagne.
Non sono itinerari dove si va a cercare la prestazione; le ho sempre concepite principalmente come un “invito” ai tanti appassionati di scalata sportiva “normodotati” (il popolo del 6a), che magari frequentano solo le falesie di bassa quota o si accalcano solo su qualche parete di Arco o del Falzarego, ad avvicinarsi alle pareti delle Carniche e delle Giulie, che spesso per ambiente, qualità della roccia e bellezza dell’arrampicata sono superiori.
Molti scalatori si indirizzano verso quei luoghi anche a causa dal netto divario di impegno che (al di fuori delle poche “falesie d’alta quota” come Montecroce, Avostanis o Bila Peč) intercorre fra la scalata in falesia e la scalata sulle bellissime “sportive” carniche o giulie, figlie di una certa evoluzione storica, di scalatori molto dotati e di un'”etica”, dove l'”obbligatorio” è rigoroso e la padronanza del grado (mai “regalato”) è messa alla prova dalla spittatura “esigente”.
Mi è sembrato interessante proporre alcune vie che fungessero da “step di avvicinamento” fra la scalata da falesia a quella sulle vie di cui sopra. Un modo per completare quella grandissima varietà di proposte che le nostre montagne propongono.

Regole?

L’unica “regola” che fa nascere le mie vie è quella del proporre la scalata più divertente possibile, per linea, qualità della roccia e gesto. Che siamo saliti dal basso o calati dall’alto, o entrati in parete da altre vie, sempre riproviamo più volte i tiri per individuare la linea più godibile e posizionare gli ancoraggi nel modo più efficace.
Non mi hanno mai appassionato le questioni “etiche”. Mi stupisce che, dopo aver scelto di avvicinarsi ad una parete con il trapano che permette di salire ovunque, ci si perda in discussioni riguardo “etiche” o “regole” utili forse solo a dare dei parametri per misurare prestazioni, come del resto in ogni sport avviene.

Come scegli le pareti dove tracciare le vie e come scegli un determinato tracciato?

Le scelgo quando intravvedo una possibilità di una bella linea e di una scalata godibile, sempre nel range del “possibile” o “provabile” considerando le mie capacità. La qualità della roccia poi, come per ogni scalata di questo tipo, è l’altro elemento determinante.
Prima di passare all’opera, mi documento sempre sull’esistenza di altre vie (classiche o sportive) in modo da non snaturare le possibilità che sono state individuate e salite da altri con il loro stile.

Fra le vie da te aperte ti senti di indicarne una in particolare? Quali progetti futuri?

Per la qualità della roccia e la bellezza della pura scalata sicuramente le vie sulla Creta Forata, il particolare la Cooperativa del Foro con il suo splendido calcare a buchi leggermente strapiombante. Niente da invidiare ai più bei settori della Marmolada come roccia, così come la Generale Putzerstofen sulla Creta di Pricotic.
Alle volte poi mi vien da dubitare delle mie capacità di giudizio, dato che ho ricevuto molte segnalazioni di scalatori contenti per le vie, più esigenti, sul Torrione Spinotti, così come probabilmente la via più ripetuta è Fai Bei Sogni sull’Innominata (in due anni circa 30 ripetizioni di cui ho notizia), che ad un certo punto avevo quasi deciso di non proseguire dopo aver aperto 10 tiri.
Qualche progetto c’è sempre, anche se, consegnata alle stampe la guida delle Giulie, penso di prendermela con la giusta calma del caso.

Ed ora… finale con il botto… Come pensi evolveranno alpinismo e arrampicata nei prossimi anni?

Non credo di avere le capacità per poter rispondere a una cosa simile. Pensando ai nostri monti, sicuramente per l’alpinismo (inteso come apertura di nuovi itinerari) lo spazio si va inevitabilmente riducendo. È un vero peccato invece che l’enorme spazio già “esplorato” da migliaia di itinerari di tutte le epoche per lo scalatore medio si riduca a quella decina di vie. Ancor più è un peccato che questo enorme terreno di gioco sia disertato da chi ha esperienza, capacità e voglia di mettersi alla prova, anche se un piccolo impulso in questo senso la nostra guida l’ha dato.
Per l’arrampicata sportiva le possibilità su strutture secondarie sconosciute ma anche sulle pareti che già vedono presenti fix e piastrine sono ancora grandi, dalle proposte “popolari” alle vie “top”.

E tu cosa pensi farai?

Intanto andare a scalare con soli rinvii, imbrago e scarpette un paio di mie vie che non ho ancora ripetuto dopo aver finito di attrezzarle.

Grazie mille Emiliano.

(continua)

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Sette interviste – 1 ultima modifica: 2019-08-07T05:50:54+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Sette interviste – 1”

  1. 1
    Carlo Piovan says:

    Solo per dovere di cronaca, ci terrei a specificare che le relazioni di Emiliano Z. sono state ospitate dal 2001, con enorme piacere nel  sito rampegoni.it che è nato tra il 1998 e il 1999 . All’epoca era l’unico sito che raccoglieva in modo organico relazioni di salite alpinistiche, seguito in contemporanea dagli amici balossi (sassbaloss.com) . Solo attorno al 2005/6 è nato quartogrado.com come “figlio” di rampegoni. Ora Rampegoni è evoluto in altro rispetto al progetto originario, grazie sopratutto a Saverio D’Eredità.
    C. Piovan il “papà” di rampegoni.it

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