Sette interviste – 2

Sette interviste – 2
(interviste ad alcuni Apritori – Scalatori – Divulgatori, tra Friuli e Veneto)
di Elena Pellizzoni e Patrick Tomasin

Mario Di Gallo
Mario è un amico, ci sentiamo di dirlo, non c’è un perché, sono cose che succedono. È capitato di conoscerlo al lavoro, prima di trasferirsi lavorava nello stesso edificio dove Patrick lavora.

Gli fu presentato casualmente e dopo una diffidenza iniziale degna di ogni buon montanaro si era lasciato avvicinare. Poi ci siamo conosciuti. Patrick racconta spesso di una delle più belle giornate vissute assieme a Mario ma… questa non è la sua intervista… il suo ego è già abbastanza grande senza bisogno di interviste… Mario vive a Moggio Udinese, nel cuore delle Alpi Carniche a due passi dalle Alpi Giulie. Guida alpina, volontario del soccorso alpino, profondo conoscitore e scrittore della storia dell’alpinismo cui ha contribuito con le sue prime. Stavolta l’intervista diventa ancora più difficile…

Anni fa a Trieste, dove eri invitato a una serata di alpinismo, ti sentimmo raccontare che più che l’alpinista avresti dovuto fare il marinaio, come un tuo lontano parente orgoglio della famiglia, poi cosa accadde?

È vero da bambino avrei voluto fare il marinaio, per emulare uno zio semi eroe della seconda guerra mondiale, cosicché chiesi lumi a mio nonno sul percorso da seguire. Egli, tuttavia, impunito e incallito cacciatore di camosci, furbescamente, mi indicò la cima più alta a sud del paese, quale barriera da superare per arrivare al mare. Da allora credo di essermi incrodato in giro per le montagne, nella perenne ricerca della strada verso il mare…
Nel frattempo ho incrociato la strada di Marcello Bulfoni che mi insegnò la tecnica alpinistica e poi quella di Attilio De Rovere dal quale ho appreso l’arte di arrampicare in scioltezza, egli allora saliva il massimo fattibile fischiettando il bolero di Ravel. Non credo di uscire dal tema (stiamo parlando di alpinismo, no?) se voglio ricordare anche il mio maestro (silenzioso) sugli sci, Andrea Matiz; ho dovuto faticare (e fatico ancora) non poco nello stargli dietro per carpire i suoi segreti nel condurre le tavole in maniera impeccabile su ogni tipo di neve.

Mario Di Gallo

Quando hai iniziato c’erano gli scarponi, il gesso (la magnesite) era roba da ginnasti, poi cosa accadde?

Ho iniziato nel ’78 con gli scarponi, l’anno dopo Roberto Mazzilis portò da Parigi un bel mucchio di scarpette EB Super Gratton dal quale ne comprai un paio (mi fanno ancora male i piedi al solo pensarci). E poi è capitato di tutto, lo sappiamo. Personalmente ho sempre perseguito la strada dell’alpinismo estivo e invernale preferibilmente con gli sci, aggiornando tecniche e materiali certamente, ma con uno scopo, ma forse meglio parlare di passione, ben preciso: quello di esplorare percorsi inediti, sia arrampicando sulle grandi pareti, sia attrezzando falesie (sarebbe più corretto però parlare di pareti attrezzate, dato che le falesie letteralmente stanno sul mare), sia cercando nuove discese con gli sci.

Non riusciamo a immaginarti in fuseaux…

… E invece ho usato anche quelli, da ragazzino ho portato i pantaloni di velluto alla zuava e i calzettoni rossi, ho usato anche un paio di pantaloni bianchi per arrampicare in Dolomiti (mi vedevano meglio da lontano), ma anche pantaloni di cotone a fiori fatti in casa (era il nostro periodo freak), ma cosa centra tutto questo con l’argomento che stiamo trattando?

E gli allenamenti? Ignazio Piussi per allenarsi a inizio stagione andava a ripetere le vie sulle pareti nord della Riofreddo o della Vallone. Tu come facevi?

Ho conosciuto di persona Ignazio lavorando nella sua impresa di disgaggi come operaio per pagarmi parte degli studi universitari, pensa che la sua umanità travalicava la sua fama. Non è pensabile confrontarsi con lui. Comunque: l’allenamento (corsa, trazioni, arrampicata a livello del suolo) è un mezzo per aumentare le proprie prestazioni in alpinismo, ma attenzione agli effetti collaterali. E non parlo di infiammazioni assortite e periartriti, senti questa. Siccome gli esercizi “a secco” mi annoiavano in un certo periodo ho cercato di abbinare il tutto percorrendo di corsa il tragitto: parcheggio, sentiero, via Gilberti-Soravito, Cima della Sfinge (Grauzaria) e ritorno per la normale, il tutto compreso in tre ore scarse. L’ho fatto ogni venerdì pomeriggio di bel tempo nell’arco di due stagioni, è successo una ventina di volte, poi il mio corpo si è accorto di sconfinare nel fanatismo e si è ribellato: nell’agosto del 1996 a un terzo di parete sono stato colto da un attacco, inspiegabile, di vertigini. Da allora non ho più arrampicato da solo.

Ci parleresti per un momento di quando si comprava un vestito e lo si metteva la domenica, poi quando era più consumato lo si indossava per andare a lavorare, infine, solo quando era abbastanza consumato per non usarlo più per andare al lavoro lo si usava per andare in montagna?

In effetti all’inizio è stato così anche per me, non tanto per necessità economica (in famiglia non ci mancava nulla), quanto invece per educazione al risparmio: Reduce, Reuse, Recycle ante litteram. Temo che sarà la prospettiva di un futuro non troppo lontano: dobbiamo imparare già ora a consumare di meno, per la sopravvivenza dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Non voglio farti sentire vecchio, ma al tempo si diceva palestra, non falesia… poi cos’è successo?

Dì pure vecchio (è un po’ che insisti sull’amarcord, mi pare), le parole non mi spaventano. La falesia, come detto, è una parete di roccia che s’innalza sul mare, la palestra forse sa più di chiuso. Non importa, basta capirsi.

Vicino a casa hai attrezzato una parete dove ci si può allenare. Ormai esistono praticamente solo materiali omologati, al tempo ci si arrangiava con quanto si trovava. Tu come facevi? Usavi anche quello che riuscivi a procurarti a casa approfittando del papà fabbro, oppure come ogni buona moglie di calzolaio che gira con le scarpe rotte, anche tu dovevi arrangiarti autonomamente?

Elena Pellizzoni

Mio padre avrebbe voluto che imparassi il suo mestiere di fabbro, in realtà poi ho fatto altro. Ho imparato a usare la sua officina per costruirmi le placchette; “trafugavo” invece i tasselli a espansione (tipo Fischer), inizialmente ricavati da barre di ottone poi quelli ricavati dalle barre d’acciaio per armatura, che produceva lui stesso (era ingegnoso lui); alla fine mi ha costruito uno scalpello in acciaio temprato per praticare i fori da 12 mm.
Con quegli arnesi ho attrezzato la nostra palestrina di Campiolo, spesso salendo dal basso, tanto per farmi le ossa…

È difficile fare delle domande. Tu non ci hai mai giudicati, ma abbiamo paura ad esporci. Ci proviamo. Sentiamo spesso parlare, in maniera quasi onirica di Nuovo Mattino. Si dice che quel “movimento” non arrivò in Friuli-Venezia Giulia, si fermò prima, ma scalando in Panettone, così come al Sandwich o alle pareti basse della creta di Timau come ad Avostanis ci è parso di assaporare quegli odori… quei sapori… cosa ci diresti al riguardo?

Eccome se è arrivato! Solo che non sapevamo che si chiamasse così.
In realtà negli anni Ottanta ci influenzò il mito di Yosemite, ne parlavamo in continuazione. Adottammo subito i principi, le tecniche, gli allenamenti, per fortuna non gli stessi vizi, ispirati da letture e foto (Montagna vissuta, tempo per respirare di Reinhard Karl, non serve che lo sfogli per richiamare alla mente le immagini contenute). In realtà, non so spiegare perché (figli vs. padri?), ma l’alpinismo eroico, pur rispettando i suoi protagonisti, lo sentivamo lontano e da rifuggire.
Da queste parti abbiamo recepito presto anche altre tendenze, come la scalata delle cascate di ghiaccio, pensa che ho cominciato vicino a casa e in Val Raccolana con un paio di piccozze “Carlo Mauri” (manico di legno e becca dritta come un fuso). Oppure l’arrivo degli spit (inizialmente marchio commerciale, ormai termine di uso comune) dapprima infitti con l’apposito perforatore a suon di martellate (spit rock), poi con lo scalpello e infine con il trapano (generalmente spit fix e tasselli resinati). A proposito potrebbe tornare utile sapere che la prima via multi tiri in regione con uso di trapano e spit rock è stata aperta da Sergio De Infanti e Luciano De Crignis al tetto di Raveo a metà anni ’80, seguita da quella realizzata da me e Attilio De Rovere salendo dal basso con il trapano a tracolla e spit fix sulla parete sud-est del Bila Peč nell’agosto del 1988, è quella che oggi si chiama Camino degli Inganni.

Abbiamo impattato contro qualche via “sportiva” degli anni ’80-’90… cosa passava per la testa degli apritori in quegli anni?

Non so a che vie ti riferisci, ma non mi risultano vie aperte con l’uso sistematico di spit prima di metà anni Ottanta-Novanta.
Quelle di Monte Croce Carnico, per dire del sito d’origine delle vie cosiddette sportive, dalle Placche di Casera Val di Collina, al Panettone, alla Scogliera, al Salto e fino a Avostanis, furono aperte tutte dal basso e con protezioni tradizionali, a volte perfino le soste si facevano con dadi e poi, quando arrivarono, con i friend. La gran parte di quegli itinerari fu opera di Attilio che usava spit rock, piantati con perforatore a mano, solo dove non c’era altro sistema di protezione. Solo negli anni successivi, a partire dai tardi anni Novanta, la chiodatura è stata completamente sostituita e integrata con spit fix (ad es.: Polvere di stelle e Fitzcarraldo alla Scogliera; le fessure delle Placche di Casera Val di Collina; la via De Infanti, la Ghigliottina e la via dei Tetti in Avostanis) oppure con resinati sulle magnifiche e assolate fessure del Panettone (vie del diedro, della Rampa, dell’albero solitario, delle placche, …). Come facessero a salire quelle difficoltà con i mezzi di allora? Con l’idea forte e chiara di arrampicata libera (in contrasto con l’uso dei mezzi artificiali ammessi dall’epoca appena conclusa), coadiuvata dalle scarpette lisce e dall’assidua frequentazione delle pareti.

Cosa rimane oggi, a tuo avviso, di quei sogni, di quelle vie nate in quegli anni?

Nulla, neppure nomi e date, e questo mi dà grande dispiacere. Siamo nell’epoca del consumo e dell’esibizione: paradossalmente, a volte, sui social trovi solo i nomi dei ripetitori di vie che ne ripropongono (anche maldestramente) la descrizione. Ciò era prevedibile e, non credendo al caso, basta pensare alla svolta nella nomenclatura delle vie: prima si diceva la “via Gilberti-Soravito” alla parete nord…, a partire dagli anni 70-80′ le vie si chiamano via luna nascente al …. Non ti pare che i primi salitori così vogliano (magari inconsciamente) spogliarsi dal senso di possesso di quell’itinerario, togliendo l’etichetta dei loro nomi, per renderlo patrimonio di tutti i ripetitori? Mi piace pensare che il sogno di “quelli di Monte Croce” si stato proprio questo, anche perché sono stati gli stessi, o altri con il loro consenso, a permettere di rendere più fruibili quei percorsi.

Ci parleresti di Arrampicarnia? L’unica cosa che sappiamo è che Manolo non si fece il nodo e cadde miracolosamente illeso tra gli spettatori. Cosa aveva portato a quella manifestazione?

Fu un’idea del gruppo di arrampicatori udinesi, al quale ero molto legato e con cui ho partecipato all’allestimento e organizzazione di quell’evento, che ebbero l’intenzione di proporre l’arrampicata sportiva in modo meno selettivo e forse più scanzonato, di quanto era stato fatto prima a Bardonecchia e poi a Arco con le gare.
Intuita fin da subito la grande potenzialità delle rocce del Pal Piccolo si dedicarono all’attrezzatura di mono tiri mediante posa di spit rock all’inizio, poi arrivò anche il trapano elettrico e quello a motore endotermico. Ma ciò che fece la differenza, rispetto alle vecchie palestre, è che essi riuscirono a coinvolgere anche i personaggi ben noti dello zoo di Erto (Sandro Neri, Icio Dall’Omo con cui ho passato ore a tentare una via da lui chiodata e denominata Il senso del possesso, Mauro Corona) nell’attrezzatura di una parete vasta e pressoché intonsa. Infine è stata organizzata Arrampicarnia: una bella storia aperta a tutti la cui massima competizione, senza giudici, era quella di salire alcune vie per arrivare al sacchetto legato alla catena onde poter estrarre il biglietto che dava diritto a “ricchi premi e cotillon”, la chiamarono “cuccagna climbing” poi imitata anche da altre parti. Pensa che il banditore, indipendentemente dal numero estratto dal climber, assegnava a ciascuno di loro un premio su misura: Mauro, per dire, vinse una latta di olio lubrificante per catena di motosega!

C’è un legame tra la vecchia Arrampicarnia e la nuova?

Non saprei, non ho partecipato a quest’ultima edizione. Ultimamente sono insofferente alla confusione, specie in montagna, dove cerco, da sempre, il silenzio e la contemplazione.

Davanti a una birra ci parlasti di vie sportive aperte e di arrampicate mordi e fuggi? Cosa manca alla media di noi giovinastri?

Questa la saltiamo.

Cosa pensi del volontariato in ambito alpinistico? C’è speranza o tutto è destinato a finire? Sei membro del soccorso alpino, hai collaborato con una scuola di alpinismo del CAI, continui a promuovere la cultura della sicurezza in montagna, cos’è cambiato in questi anni?

Patrick Tomasin

Il volontariato è un valore immenso che dobbiamo curare e incentivare, in tutti i settori. Sono entrato nel CNSAS da alpinista e vi sono rimasto come volontario da guida alpina. Quando ero capo stazione ho condiviso con i volontari la decisione di lasciare tutti i rimborsi spese e le diarie (se e quando arrivavano) nella cassa di stazione, era un modo per mettere in comune anche i proventi economici e, nella Stazione di Moggio lo è ancora. Ciò mi rende particolarmente orgoglioso di un passato che resiste anche nel presente.

Le persone che vanno in montagna sono dotate di molti strumenti ormai. Servono a capire oppure servono a fruire della montagna senza cercare di capirla?

La parola giusta è: com-prendere (prendere dentro) la montagna in senso ampio, considerando anche le palestre che son pur sempre ambienti naturali, e lo si fa non solo attraverso la conoscenza e il rispetto, ma anche rinunciando al consumo fine a se stesso e all’uso indiscriminato di strumenti che possono lasciarci nei guai se qualcuno taglia i “fili della corrente” o i collegamenti satellitari. Pensa poi al concetto di sostenibilità: uso delle risorse compatibile con le esigenze odierne e di coloro che verranno. Sto pensando alla sfrenata corsa all’attrezzatura di paretine e paretone, si usano una stagione, poi via a cercarne di altre per proporle al vorace pubblico dei media. Perché? Cosa resterà da fare ai nostri figli?

Cos’è per te la sicurezza?

È una ricerca di risposte alla paura che uno si procura affrontando rischi più o meno noti. La comprensione dell’elemento naturale in cui ci si muove è già un ottimo punto di partenza, ma attenzione a non farsi coinvolgere dalla tecnologia che alimenta il mercato che produce tecnologia che… in una spirale infinita capace di cancellare ogni barlume di avventura.

Cosa si prova a condividere una passione con tuo figlio?

È stata una sorpresa la sua richiesta di imparare a arrampicare, a sciare a praticare l’alpinismo. La mia risposta è stata positiva e la sua progressione è stata tale che ho goduto pochissimo il vantaggio di andare da primo e pensare “nonostante l’età passo ancora dove il ragazzo non riesce”. Oggi ho in casa un compagno di uscite affidabile e sicuro.

Grazie mille Mario.

Paolo Pezzolato

Paolo Pezzolato
Fossile, oppure Fox… classe 1962, speleologo, apritore di vie, esploratore alpinistico e scialpinistico, arrampicatore di punta degli anni ’80-’90, assieme a tanti altri triestini precursore della scalata su ghiaccio, ciclista, volontario del soccorso alpino, esploratore delle pareti balcaniche, membro dei GARS (Gruppo Alpinisti Rocciatori e Sciatori) della SAG (Società Alpina delle Giulie) e istruttore sezionale della Scuola Nazionale di Alpinismo Emilio Comici.

Domanda di rito, come e quando hai cominciato?

Nel 1979 iscrivendomi al corso di speleologia con la “Società Adriatica”, da quel corso gli interessi si sono sviluppati a 360° per soddisfare un bisogno interiore di conoscere la natura e di conseguenza la montagna in tutti i suoi aspetti. Con alcuni compagni di scuola, anche loro soci dell'”Adriatica” si andava ad arrampicare per le doline del Carso con una corda da 25 metri aprendo improbabili itinerari tra muschi e rocce marce…, poi si cominciò ad esplorare le lisce pareti delle cave dismesse, le pareti di Duino-Sistiana e solo in ultimo si scoprì la Val Rosandra come mondo verticale forse stanchi del fango della Fessura del Vento.

Con le tue “imprese” hai viaggiato in tutto il mondo, dallo Yosemite al Sud America, dai Pirenei all’Asia. Cosa ti hanno lasciato questi viaggi in terre lontane?

Non le considero imprese ma viaggi di arricchimento soprattutto interiore, conoscenza non solo delle montagne ma anche delle genti che vi abitano. Al di là del risultato alpinistico o speleologico ogni viaggio a portato qualcosa di nuovo e non sarà mai finita!

Prima di conoscerti per noi tu eri “Quello che ha attrezzato le vie del Lambertenghi e aperto vie a Paklenica”… conoscendoti abbiamo scoperto che quelle sono solo due delle parentesi della tua attività. Come stanno andando quelle avventure?

La voglia di aprire nuovi itinerari non è certo finita, anzi, però gli acciacchi degli anni che passano lasciano un po’ il segno. Da fare c’è tanto, le idee non mancano. Il Biokovo darà ancora molto a patto di sobbarcarsi avvicinamenti sempre più lunghi. Poi c’è il Montenegro, i Tatra Slovacchi – e chissà cosa altro attirerà la mia curiosità.

Come era la Paklenica dei primi anni esplorativi? È cambiato molto?

Ho conosciuto la Paklenica nel 1983 e l’approccio era come andare in montagna, poi dopo la guerra dal 1997 si è cominciato a vedere il tutto con un’ottica diversa. Spit sì, ma solo dal basso, anche per i monotiri, passare in libera secondo le proprie capacità, anche per questo le mie vie sono più facili di quelle di Aldo Michelini o degli alpinisti croati Boris Čuić e Ivica Matković.
Provare per credere…

Recentemente hai spostato i tuoi interessi esplorativi verso altre pareti. Vuoi parlarcene?

Sì, il Biokovo è il nuovo filone esplorativo in Croazia dopo i Velebit e Paklenica ma anche là si stanno esaurendo un po’ le possibilità ma mai dire mai! Adesso c’è l’Albania con le Prokletije senza dimenticare il Montenegro e la Macedonia o i Balcani in genere vero terreno d’avventura e non solo in parete!

Quando hai deciso di iniziare ad aprire vie sportive?

Pensa che il primo spit in Val Rosandra lo piantai a mano su invito di Marco Sterni ed era il 1982! Poi si cominciò a Ospo dove nel 1983 si aprì con Giampiero Furlan, Roberto Valenti e Dario Crosato la Supernova o la Trzaska. Via mista libera-artificiale più difficile di Osp 77 (la Vecia) o il Fungo Magico (Osp 78) pietre miliari dell’arrampicata triestina aperte dal Luciano Cergol e Roberto Giberna.

Come ha influito nella tua vita l’attività di volontario del soccorso alpino?

Nel soccorso entrai come aspirante nel 1982 e diedi le dimissioni nel 2000, partecipai all’attività sia di quello speleologico che di quello alpino. Fatica, rispetto e spirito di corpo erano gli elementi essenziali anzi indispensabili per sviluppare tante tecniche oggi giorno scontate, ma all’epoca ancora in via di sviluppo. Tanti ricordi sia belli che brutti ma direi molto formativi. Uno per tutti l’esercitazione sul diedro Cozzolino in Mangart nel 1986. Trasporto di tutto il materiale su per la via della Vita, bivacco in cima e poi calate di 100 m che ci permisero di portare giù la barella in meno di 7 ore. Un deciso scossone all’ambiente del Soccorso Alpino regionale ancora troppo legato ai campanilismi e a tecniche obsolete.

Un nostro amico diceva spesso meglio un chiodo in più che un alpinista in meno. Cosa ne pensi?

Concordo perfettamente anche perché di amici ne ho persi tanti e me ne rendo conto ancora di più scannerizzando le vecchie diapo, a volte la tristezza prende per un attimo il sopravvento.

Cosa pensi invece della cultura che rischia di passare, dell’ipersicurismo?

La montagna va affrontata con preparazione e umiltà. Non sono d’accordo che tutto deve essere a prova di bomba anzi. Con un dialogo civile e ben gestito si può accontentare tutti nel reciproco rispetto delle proprie idee.

Condividi buona parte delle tue passioni con Sara, la tua compagna, voi raccontarci qualche aspetto di questo essere compagni di vita e di cordata? Qualsiasi.

Arrampicare con la propria compagna di vita e moglie di dà tanto e posso solo che ringraziarla per la pazienza in parete e aver sopportato il mio egoismo. Sicuramente affronti certe situazioni critiche in maniera differente che con un compagno di cordata qualsiasi o con un amico. Ciò può esser all’inizio fonte di apprensione poi se il rapporto resiste con il passare degli anni si passa a una fase più rilassata e contemplativa, diciamo che si matura assieme e ci si gode di più la vita.

Recentemente abbiamo subito un furto in parete, in una falesia della zona ci hanno rubato una decina di piastrine, una sosta inox e qualche moschettone. cosa ne pensi?

I ladri di materiale andrebbero puniti molto severamente ed esposti alla pubblica gogna! Certo che ne abbiamo di diversi tipi: dal ragazzino ignorante e squattrinato all’alpinista intransigente e tracotante. Comunque rimangono dei vigliacchi!

Ci parleresti del periodo delle piastrine fatte in casa?

Le piastrine servivano per l’attività speleologica in primis e poi per l’arrampicata. Si passa le serate in sede dell'”Adriatica” e poi in officina di mio nonno a tagliare profili a “T” e a forarli con punte di trapano sempre spuntante dai troppi fori fatti. Anche rudimentali chiodi da roccia uscivano dalla “premiata ditta” come altre attrezzature strampalate per sostituire ciò che era troppo caro per le nostre finanze molto scarse.

Fossile, da cosa nasce questo soprannome?

Perché da adolescente andavo in montagna alla ricerca dei fossili con uno zaino “naia” una mazza e una punta e passavo giornate su giornate a spaccar pietre per i ghiaioni dolomitici.

A novembre 2018 eravamo spalla a spalla a un corso propedeutico di arrampicata. Tu sei appena entrato come aspirante e poi istruttore sezionale in una scuola di alpinismo. Hai ancora qualcosa da imparare?

Una persona intelligente non smetterà mai di imparare. I corsi propedeutici sono sempre utili per imparare qualcosa di nuovo, fare un ripasso alle proprie conoscenze e sviluppare un dialogo costruttivo con gli altri partecipanti sia allievi che istruttori. Comunque ho ancora molto da imparare…

Grazie mille Paolo.

De nada amigo.

Elena Pellizzoni e Heinz Grill

Heinz Grill e la non intervista
Un istruttore è una persona prudente, preparata e diligente… questo è quello che dice uno dei tanti manuali del CAI che occupa la nostra libreria. Patrick ricorda spesso la frase di uno degli istruttori agli esami da lui superati nel 2015: “Un istruttore si riconosce già da come cammina sul sentiero e da come ha fatto lo zaino“. A volte penso allo zaino di Patrick e mi viene da sorridere. Intenzionati a iscriverci agli esami IAL, per non essere da meno rispetto all’istruttore “tipo”, diligente, preparato, ecc… abbiamo passato l’inverno 2018-2019 a scalare in falesia e le prime giornate “buone” di febbraio siamo partiti verso Arco, il posto dove probabilmente si sarebbe svolta la prima tornata di esami.

Così, tornando a piedi al parcheggio, da una delle vie salite in quei giorni veniamo affiancati da un’automobile, al volante c’era Heinz Grill che si proponeva di darci uno strappo fino alla macchina. Stupiti abbiamo accettato senza esitazioni.

Grill l’avevamo incrociato al mattino alla pizzeria Lanterna. Avevamo approfittato per stringergli la mano e per scattare una foto assieme. Al ritorno ci aveva riconosciuti e riportati al parcheggio ci aveva anche regalato un libro.

Non ce la siamo sentita di chiedergli un’intervista… ma se come diceva Lionel Terray “l’alpinismo è la conquista dell’inutile” l’idea di chiudere questo breve lavoro con una non intervista al papà di tante vie di Arco, capitale dell’arrampicata, non può che essere il modo migliore!

Grazie a tutti, Elena & Patrick

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Sette interviste – 2 ultima modifica: 2019-08-12T05:29:08+02:00 da GognaBlog

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