Settimogradisti parassiti sociali?

Presentazione
(a cura della redazione di Scandere)

Oggi in alpinismo avviene, con molti anni di ritardo, la stessa evoluzione che ha caratterizzato la storia di tutti gli sport dell’uomo. Caduto, almeno in parte, l’alone mitico e romantico che ovattava ogni azione in montagna, si dà oggi il giusto peso ad allenamento e prestazione sportiva anche sulla roccia e sul ghiaccio. Il fattore record si spoglia progressivamente dell’aura quasi mitica di cui era imbevuto tutto il grande alpinismo eroico e acquista la sua dimensione naturale, fatta di assidua applicazione e continui miglioramenti sul piano fisico e psichico. Molti giovani giungono così alla logica conclusione cui può portare una realtà di questo genere: per raggiungere la massima forma atletica e mantenere la necessaria concentrazione, occorre dedicarsi esclusivamente all’allenamento e alla montagna; e questo non solo per avvicinarsi al limite in arrampicata pura, ma anche per un’attività alpinistica più completa ai massimi livelli: solitarie in tempi ridottissimi, invernali con il minimo dell’equipaggiamento necessario, ecc… Modelli come quello recente di Patrick Berhault in Francia hanno fatto scuola in questo senso.
La separazione tra alpinisti professionisti e dilettanti va approfondendosi sempre più. Inoltre il professionismo in senso classico, cioè la professione di guida, non è più la via per fare del grande alpinismo. In attesa di soluzioni più soddisfacenti, ci si rivolge ora prima di tutto alla sponsorizzazione; comunque è necessario trovare una fonte di vita che permetta di arrampicare 300 giorni all’anno, senza interruzioni di rilievo. Ugo Manera, alpinista dilettante in senso pieno, con un’esperienza alle spalle che ne fa uno dei rappresentanti più significativi dell’alpinismo «occidentale» degli ultimi vent’anni, si pone questi problemi e formula delle risposte personali. L’argomento è sicuramente della massima attualità, il dibattito aperto per anni.

Settimogradisti parassiti sociali?
di Ugo Manera
(storico articolo pubblicato in Scandere del 1980)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Il 7 giugno 1980 a Torino, nell’ambito delle manifestazioni legate a Sportuomo, brillante iniziativa dell’Amministrazione Civica, si è tenuto un convegno alpinistico intitolato VII grado dal mito alla realtà. Il numero di alpinisti rappresentativi invitati era elevato e molti hanno aderito all’invito, sia italiani che stranieri. È stata una simpatica occasione per incontrare colleghi scalatori altrimenti conosciuti solo attraverso l’eco dell’attività svolta.

Patrick Berhault all’Orrido di Foresto

Com’era inevitabile, sono stato coinvolto in qualche modo nell’organizzazione e ho avuto l’occasione di seguire attentamente tutti gli interventi e soprattutto, al di fuori dell’ufficialità, di ascoltare commenti, osservazioni e problemi di molti dei convenuti. Il tema principale delle conversazioni era il livello raggiunto in arrampicata libera dagli scalatori di punta e i mezzi di preparazione adottati per toccare questi livelli. Abbiamo anche visto un film dimostrativo che illustrava l’arte di arrampicare dell’americano Henry Barber che, salendo spesso a piedi nudi, superava in libera dei passaggi incredibili con eccezionale eleganza. Il film era illustrato dal vivo da Giuseppe Miotti e proprio una sua nota di commento innescò in me quel processo di ragionamento che mi porta a scrivere queste osservazioni.

Miotti a un tratto precisò che Barber arrampicava dai 250 ai 300 giorni all’anno. Automaticamente nella mia mente si formulò una domanda: «Ma per vivere che lavoro svolge?». Più tardi, parlando con Franco Perlotto delle sue esperienze con arrampicatori americani, ebbi una risposta a questa domanda. Egli mi disse che molti degli arrampicatori di punta della Yosemite Valley trascorrono la maggior parte dell’anno nella valle o in altri centri di arrampicata senza svolgere nessuna attività lavorativa, sempre in lotta oltre che con la roccia anche con problemi di carattere economico; principale o unica fonte di reddito di questi atleti è il sussidio di disoccupazione passato dallo Stato.

Giampiero Di Federico

Le notizie di Perlotto sugli impegni sociali di molti arrampicatori americani, da noi un po’ mitizzati (spesso la lontananza crea il mito), richiamarono la mia attenzione sul fatto che anche lì presenti al convegno c’erano degli scalatori che oltre ad arrampicare per se stessi (non come guide) non svolgono nessuna attività. Altri invece, impiegati in qualche lavoro, sono in continuo lamento perché a loro giudizio non si può essere arrampicatori di punta se si è legati da impegni in altre attività.

Ma allora per emergere nell’Olimpo dei settimogradisti è indispensabile diventare parzialmente o totalmente dei parassiti della società? Su questa provocatoria domanda ho lasciato scorrere a ruota libera il filo del mio ragionamento. Il mio ideale non è certo il lavoro che svolgo; avrei tante di quelle cose interessanti da fare, oltre che naturalmente scalare montagne, che se anche andassi in pensione domani certo non mi annoierei. Il lavoro è però una necessità sociale e come tale l’accetto; non ho perciò molta simpatia per chi, nella pienezza dell’efficienza fisica, non svolge alcuna attività lavorativa.

Voglio però fare una doverosa premessa: con queste mie considerazioni non intendo prendere di mira nessuno, non voglio sollevare alcun problema con fini moralistici; non c’è in me la presunzione di voler indicare modelli da seguire. Amo troppo la libertà finché questa non arreca danno rilevante al prossimo: poche centinaia di arrampicatori, anche se non generano nulla di utile per la società, non saranno mai cosa rilevante nei confronti di altri mali che la affliggono. Il mio vuol essere solo un viaggio un po’ astratto del ragionamento, svincolato per quanto possibile da motivi sentimentali.

La costatazione di base può essere criticata come materialistica, ma non vi è dubbio che è una verità innegabile: ogni uomo per vivere consuma dei beni e dei servizi che altri uomini producono; se è nelle condizioni fisiche di farlo deve rendere in qualche modo alla società il valore dei beni e dei servizi consumati, altrimenti diventa un parassita. Il campo della produzione dei servizi utili è estremamente vasto e i confini difficili da definire, ma ogni lavoro ha un suo ruolo sociale preciso.

Salvo forse poche eccezioni, l’obbligo di un impegno produttivo costante non piace a nessuno; di conseguenza, maggiore è il numero di chi non produce né beni né servizi, più gravoso è il carico per chi è impiegato nel meccanismo produttivo. Questa è la considerazione di fondo che mette in causa i cosiddetti alpinisti «a tempo pieno».

È possibile produrre servizi richiesti, perciò socialmente utili, anche dedicandosi solamente alla montagna a tempo pieno, diventando cioè dei professionisti dell’alpinismo. Semplificando alquanto le possibilità in materia, individuerò due filoni del professionismo alpinistico, mantenendoli divisi nell’esame anche se spesso hanno molti punti di contatto tra di loro: il più importante è quello offerto dalla professione di guida alpina; il secondo nasce dalla possibilità di diventare soggetto pubblicitario per le ditte produttrici di materiali e indumenti per alpinismo.

L’importanza della guida alpina è, almeno da noi in Italia, male considerata; in ogni modo difficilmente riesce a soddisfare le esigenze dei nostri aitanti settimogradisti che ritengono indispensabile dedicarsi all’arrampicata a tempo pieno. Entrare nella mentalità della guida è difficile: si vive effettivamente sempre in montagna ma, se si esercita seriamente, raramente si è padroni del proprio tempo e delle proprie azioni. Quando le condizioni sono più propizie per le grandi imprese, la guida non compie le ascensioni oggetto delle sue aspirazioni personali, ma si deve dedicare alle salite che interessano il cliente. Capita che all’inizio di agosto, quando il momento potrebbe essere propizio per tentare una nuova via sui Piloni del Bianco, su quelle pareti ci vada sì, ma in elicottero per ricuperare un alpinista caduto. Spesso amici guide mi hanno confidato che dopo mesi di attività in montagna non erano in grado di affrontare una dura via di roccia per carenza di allenamento specifico.

Marco Bernardi

Vivere di sponsorizzazioni pubblicitarie allenandosi per arrampicare e compiendo imprese esaltanti a ripetizione, è in teoria allettante ed è credo l’ideale per i giovani che puntano ai vertici dell’attività alpinistica. È questa però una strada piena di incertezze: le ditte produttrici impiegano capitali in finanziamenti pubblicitari non per megalomania, ma solo per aumentare il proprio volume di affari; hanno perciò bisogno del nome famoso che si imponga al grosso pubblico con continuità e lo trascini verso l’acquisto della tale piccozza o del tale indumento. Chi è preso nell’ingranaggio, per restare nel giro deve rinverdire in continuazione la propria gloria compiendo magari ascensioni contro voglia o peggio ancora lasciando strumentalizzare come grandi imprese ascensioni che invece rientrano nell’assoluta normalità. Non ho esperienza in queste cose, ma credo che a lungo andare finiscano con il lasciare dell’amaro in bocca: abbiamo visto alpinisti famosi troncare l’attività pieni di astio verso l’ambiente alpinistico, scagliando fulmini all’indirizzo dell’ingratitudine umana. Non dimentichiamoci, di fronte a questi casi, esempi come quello di Cichin Ravelli che, a 90 anni compiuti, saliva ancora al Colle del Lys e al Rocciamelone in pace con gli alpinisti del passato e del presente; e nessuno può negare che Cichin ai suoi tempi non sia stato un grande alpinista d’avanguardia. Non bisogna infine scordare che la vita media dell’uomo supera i 70 anni e che pochi sono gli anni che possono usufruire di una sponsorizzazione pubblicitaria grazie al lustro del proprio nome, alimentato da imprese altisonanti. L’oblio è una brutta, terribile bestia: il nome di Niki Lauda, sulla cresta dell’onda solo tre anni fa, ora non stimola più nessuno a bere il latte tal dei tali o a fumare la tale sigaretta; è pubblicitariamente morto e sepolto. È dura perciò la vita per i nostri amici aspiranti settimogradisti che non riescono a identificarsi in altre attività oltre a quella arrampicatoria.

Per analogia con altri sport ci sarebbe ancora una soluzione, ma credo che mal si addica all’alpinismo, almeno a quello classico di casa nostra: lo sport spettacolo. Molti sport sono diventati spettacolo gradito a un grande pubblico che paga per assistere; gli atleti nell’esercizio delle loro gare forniscono un servizio socialmente richiesto, sono perciò dei professionisti retribuiti più o meno lautamente a seconda della popolarità dello sport praticato. Si potrebbe immaginare per analogia gare di arrampicata in rocciodromi allestiti con folto pubblico pagante, ma credo proprio che oggi una simile attrattiva non sia gradita a nessuno.

In definitiva le forme di professionismo che abbiamo esaminato, anche se alla fine possono portare all’emancipazione dalle normali attività lavorative cui l’alpinista dilettante è costretto, negano in fondo quella libertà totale di azione che a molti sembra prerogativa indispensabile per diventare grandi scalatori.

Forse a molti giovani amici converrebbe esaminare con freddezza e raziocinio la propria situazione: chissà che qualcuno non scopra che, puntando alla realizzazione in qualche attività lavorativa accompagnata da un adeguato tempo libero, non divenga possibile impostare un’attività dilettantistica che, affrancata da problemi economici, permetta di raggiungere ugualmente il vertice dei valori alpinistici.

Per concludere io non credo che al settimo grado e oltre possano arrivare solo gli alpinisti a tempo pieno. L’uomo nasconde in sé delle possibilità ignote e delle capacità di adattamento incredibili. Quando nello sport venne bandito il doping, si disse da più parti che l’era dei primati sarebbe morta; nessuna previsione si dimostrò così errata: da allora i primati in tutti gli sport sono crollati e continuano a cadere anche senza l’aiuto delle droghe.

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Settimogradisti parassiti sociali? ultima modifica: 2018-10-25T05:23:24+01:00 da GognaBlog

57 pensieri su “Settimogradisti parassiti sociali?”

  1. 57
    Alberto Benassi says:

    E sai cosa ti dico: se qualcuno riesce a salire una via molto dura e per tale motivo s’inorgoglisce, vuol dire che costui non ha capito niente, che non è riuscito per nulla. L’amico è passato fisicamente ma non moralmente, psichicamente. E bisogna che rifaccia la via, arrivando in alto capace di non scoppiare di boria.

    Patrick era una gran persona.

    Io se ci riesco non scoppio di boria. Ma contento lo sono.

  2. 56
    Alberto Benassi says:

    Sicuramente non volevo la soluzione della mia vita.

    E come si fa a darti la soluzione della TUA vita, dal momento che non sappiamo quella della nostra!?!?

    Oppure c’è qualcuno che la sa…?

     

    Io se potessi tornare indietro, tante scelte le farei diverse…

  3. 55
    paolo panzeri says:

    Oggi i Sass Baloss hanno pubblicato su faccebucco queste parole di Patrizio Bérhault.
    Per me era un Vero Alpinista e si può imparare molto dalla sua “testa”, altro che pisicoccologi (quelli che fanno le coccole alla psiche). E non era uno dei tanti frustrati. 🙂
    Beh, ci si allena per fare una bella spaccata, così ci si può imporre di non prendersela per i passi non riusciti e si può anche imparare a non diventare presuntuosi a causa delle proprie azioni. E’ un atteggiamento che può contare molto sull’efficacia dell’arrampicata, rendendoti tra l’altro capace di liberarti dallo stress. E lo stress – credo che tu sia d’accordo – sottrae molto alle capacità fisiche. Chi riesce ad impadronirsi di un metodo liberatorio aumenta di molto le sue possibilità in arrampicata. Il perché è evidente: può infischiarsene della tensione e andare in parete solo per fare un piacere a se stesso ed essere motivato da tutt’altro che non sia il superamento del singolo passaggio.
    La mia motivazione sta nella ricerca di un’armonia fisica e morale: è una ricerca spirituale. E sai cosa ti dico: se qualcuno riesce a salire una via molto dura e per tale motivo s’inorgoglisce, vuol dire che costui non ha capito niente, che non è riuscito per nulla. L’amico è passato fisicamente ma non moralmente, psichicamente. E bisogna che rifaccia la via, arrivando in alto capace di non scoppiare di boria.
    Intervista a Patrick Bérhault

  4. 54
    Sebastian campochiaro says:

    #Antonio Arioti, Ciao, Paolo Panzeri
    Grazie.

    Sicuramente non volevo la soluzione della mia vita.  solo sapere la vostra opinione, visto e leggendo le discussioni sull’alpinismo molto interessanti specie qui sopra, avere un confronto con qualcuno che ha più esperienza di me in questo campo e nella vita. Venerdì tornerò a casa dal mio viaggio scalatori/esplorativo di me stesso, ancora con il mio rompicapo e i miei dubbi sulla mia situazione non so se per ora dedicare molto tempo a ciò che mi fa stare bene sia del tutto giusto, ma di sicuro non egoistico o da parassita.. Per il resto penso di aver trovato delle buone persone con cui condividere i miei pensieri della vita (che fatica essere coerenti). Penso che sia molto interessante e alquanto difficile seminare con le persone più vicine, come fa qualcuno, specie con ragazzi di cui si parla tanto male ma no non gli si dà né anche un educazione, è più facile far polemica.. “Se volete cambiare il mondo cambiate prima voi stessi” disse un saggio. scusate se parlo come uno stupido non essendo molto coerente con ciò che dico ma è una lotta nella mia testa ogni giorno, da quando mi alzo.

  5. 53
    paolo panzeri says:

    Bello Arioti!
    Seba, qualcuno diceva: AUREA MEDIOCRITAS .
    E secondo Arioti e me non diceva male.
    Poi qualcun’altro più pirla diceva: di tutto un poco, ma di quel poco tutto.
    E se ci pensi bene non significa nulla, ma forse è la vita.
    Un bel casino essere giovani volonterosi !!! 🙂

  6. 52
    Antonio Arioti says:

    Infatti Marcello, hai centrato il problema. Chi sono i parassiti? Se andiamo ad analizzare la questione ci accorgiamo che i parassiti possono essere molti o pochi a seconda del nostro metro di giudizio e pertanto sfociare nel moralismo diventa pressoché inevitabile.

    Nell’articolo di Manera vengono citati gli arrampicatori americani della Yosemite Valley che vivevano (vivono?) col sussidio di disoccupazione ma come funzioni negli States questo sussidio non lo so? Viene elargito a pioggia a prescindere dal fatto che uno rifiuti o meno le offerte di lavoro? Perchè c’è una bella differenza fra il prendere un sussidio perchè il lavoro non lo si trova e continuare a prenderlo perchè il lavoro lo si rifiuta. Nel primo caso non si può parlare di parassistismo mentre nel secondo sì ma se così fosse risulterebbe un parassitismo garantito dallo stato.

    Per rispondere a Sebastian. La via di mezzo esiste ma la devi trovare da solo, nessuno te la può indicare con precisione.

    Qualche vecchietto come me potrebbe parlarti a lungo della via di mezzo ma sono il primo a dirti che alla tua età il concetto di via di mezzo non l’avevo certo digerito e forse non l’ho digerito del tutto nemmeno oggi perchè quando hai delle passioni che ti fanno stare bene cerchi di coltivarle, sottraendo inevitabilmente tempo a qualcuno o a qualcosa.

    Ho scoperto che l’età in un certo senso aiuta a stare più nel mezzo perchè certi ritmi non riesci più a tenerli, devi darti una calmata, e questo ti insegna a dosare le forze e a moderare gli obiettivi. Perchè in ultima analisi la via di mezzo è anche legata agli obiettivi, più questi sono ambiziosi e più la ricerca della via di mezzo si allontana (a meno che l’obiettivo non coincida con la ricerca del perfetto equilibrio).

    Forse vorresti delle risposte più specifiche ma se ti va ti ascoltarlo e farne buon uso ti do un consiglio, diffida sempre da chi ha delle risposte perchè nessuno le ha.

  7. 51

    L’arrampicatore o l’alpinista che tira su quanto gli basta, ancorché poco, da attività parallele (sponsorizzazioni, articoli, libri, comparsate televisive, video, giusto per citare alcuni esempi) non credo possa essere definito un parassita

    Ma questi sono lavoratori! Altro che parassiti.
    Per qualcuno lavorare significa per forza fare qualcosa di detestabile, ma non è per tutti così, per fortuna.

    Allora Paul Mc Cartney cos’è? Un parassita anche lui?

     

  8. 50
    paolo panzeri says:

    Il colpevole sono io, Ora è in Spagna da suo fratello e mi scrive che ha bisogno di scalare con me per chiarire alcuni pensieri. Forse gli ho aperto gli occhi con troppa violenza 🙂 Non aveva capito che io ero “ciao” e si domanda perché nessuno gli dice qualcosa, ma poi mi dice che glielo avevo già detto. Dai aiutatelo con dei consigli!

  9. 49
    Salvatore Bragantini says:

    Scusate ma in tanti che siamo nessuno ha risposto o dato suggerimenti a Sebastiano (commento numero 11) che con tanta umiltà e direi quasi con tanta grazia ci ha chiesto dei consigli.

    Io non ho risposto perché non mi sento in grado di dargliene, ma forse qualcuno dei molti che han commentato polemizzando avrebbe magari qualcosa da dirgli?

  10. 48
    Alberto Benassi says:

    perchè colui che lavora come un negro e per garantirsi il lavoro e il guadagno elargisce mazzette a tutta randa , non è un parassita ??

  11. 47
    paolo panzeri says:

    Ora vanno di moda i SAPROFITI nell’alpinismo, i parassiti sono ormai superati.

    L’arrampicatore o l’alpinista che tira su quanto gli basta, ancorché poco, da attività parallele (sponsorizzazioni, articoli, libri, comparsate televisive, video, giusto per citare alcuni esempi) non credo possa essere definito un parassita

    Questi ormai sono diventati solo marginali.

  12. 46
    Antonio Arioti says:

    Sulla base di alcuni commenti credo si possa operare una distinzione fra il parassitismo sociale in senso lato e il parassistismo sociale in senso stretto.

    Evito di proposito un’analisi del parassistismo sociale in senso lato perchè se no finiamo in un ginepraio da cui non se ne esce e dove chiunque può dire la sua in base alla propria cultura, estrazione sociale, senso di appartenenza, esperienze di vita, credo politico e religioso, bla bla bla.

    Il parassistismo sociale in senso stretto è invece caratteristico di colui o colei che vive letteralmente ed economicamente alle spalle della società, sia illegalmente (falsi invalidi) o legalmente.

    Il parassita sociale vero e proprio non fa nulla, gode semplicemente di privilegi oppure rientra a tutti gli effetti fra coloro che delinquono (che poi anche quelli che delinquono a modo loro lavorano ma lascerei perdere se no perdiamo di vista l’obiettivo).

    L’arrampicatore o l’alpinista che tira su quanto gli basta, ancorché poco, da attività parallele (sponsorizzazioni, articoli, libri, comparsate televisive, video, giusto per citare alcuni esempi) non credo possa essere definito un parassita.

    Conosco persone che in altre attività diverse dall’alpinismo, ma comunque assimilabili per tanti aspetti, campano discretamente lavorando su internet, cosa impossibile all’epoca dell’articolo di Manera.

    Questo gli consente di avere molto tempo libero per allenarsi e dedicarsi anche alla famiglia, perchè in definitiva non sono certo degli sfigati.

    Parlo della situazione italiana perchè cosa succeda poi all’estero non lo so.

    Di parassiti sociali in Italia ce ne sono molti ma magari praticassero l’alpinismo, forse metterebbero su un po’ di giudizio e forse potrebbero anche trovare delle modalità per partecipare utilmente alla società invece di campare alle spalle dei genitori o peggio ancora spacciando droga o svolgendo comunque attività illegali o al limite della legalità.

    Quindi, come ho già detto, meritevoli le riflessioni di Manera ma francamente vedo più parassiti sociali nelle alte sfere che nelle basse e nell’ambito dell’alpinismo barra arrampicata non mi pare ce ne siano poi molti (poi magari mi sbaglierò).

  13. 45
    paolo panzeri says:

    Marcello, io non ho mai risposte chiare quando penso all’uomo, anche se mi piace leggere gli scritti delle grandi menti. Mi piace l’uomo e amo le sue contraddizioni, ma quando sviluppa solamente gli aspetti negativi del suo essere, o si nasconde in mezzo ai suoi simili, o peggio cerca delle giustificazioni ai suoi limiti, allora proprio non lo sopporto. E l’alpiniamo spoglia ogni uomo fino a metterlo a nudo. Io amo il mondo dell’alpinismo anche perchè mi permette di conoscere meglio l’uomo. Ora i media servono per coprire le nudità, ma ci riescono sempre e solo per poco tempo.

    È un parassita quel ragazzo di nome Sebastiano che cerca umilmente indicazioni, o quello saccente che ha sfruttato una posizione sindacalistica per fare i propri affari e andare in montagna quando voleva?

    Se qualcuno mi chiede quale significato do alla vita, gli rispondo sempre così: conoscere sempre di più senza temere me stesso.

    Ma bisogna ridere sempre di se stessi, altrimenti può capitare di annullarsi, o peggio di ritenere per più di un attimo di essere superiori agli altri … si vede dappertutto che qualcuno scioccamente pensa sempre proprio di esserelo, però talvolta si elimina…. spesso vengono creati dai media miti e dei dell’ipocrisia.

  14. 44

    Io non credo negli alpinisti che non sono uomini completi.

    E’ qui che sta l’arcano. Così torniamo a bomba sul tema dell’articolo.
    Fare un grado elevato e poi essere nella vita degli sfigati (non so che altro termine usare e mi spiace se mi fa sembrare presuntuoso, ma chi se ne frega) non è una bella cosa.
    L’uomo completo non è, secondo me, quello “super” di dannunziana memoria, ma quello assolutamente normale e equilibrato. Conosco decine di ottimi arrampicatori che usano l’arrampicata per restare in un mondo che li protegge e che si sentono perduti, o quasi, in quello di tutti i giorni.
    Riprodursi, avere anche una famiglia (non dico lavorare perché uno potrebbe essere ricco) sono condizioni naturali che fanno si che la razza umana non si sia estinta. Il parassitismo sociale di Manera io lo ribalterei oggi dandogli il significato di inadeguatezza sociale di alcuni, che sarebbero poi coloro i quali si sentono liberi solo quando imprigionati nell’unico sistema in cui si sentono protetti. I sistemi che ognuno si trova sono molti, ma ce n’è uno che li ingloba tutti che è quello in cui, volenti o nolenti, viviamo.
    Ho diversi amici che sono così e mi mettono tristezza. Per fortuna ne ho anche di equilibrati (tutto è sempre relativo al mio modo di vedere) che hanno un bell’andare in falesia e/o in montagna e molti di loro sono miei colleghi.
    Non voglio con questo affermare che le guide alpine sono persone sempre equilibrate, ma mentre scrivo mi rendo conto che anch’io sono come quelli che sto in qualche modo criticando. Cioè che si sentono protetti e a proprio agio solo tra i propri simili.
    Cazzo, il problema (se mai lo fosse) non ha soluzioni! E’ un gatto che si graffia la coda. O un cane che se la morde, un cavallo che se la galoppa, un ghiro che se la dorme, una bandiera che se la sventola…
    Panzeri, o chi per esso, ne hai una delle tue? (faccina che ride. Non so come si mettono, meglio così)

  15. 43
    paolo panzeri says:

    Marcello, il bello è che io sono d’accordo con quello che dici!
    Per me il nostro vizio, molto cattolico italiano, di creare dei e miti spesso rovina le belle realizzazioni…… poi noi santifichiamo tutto e tutti.
    Bonatti ha fatto del grandissimo alpinismo, ma come uomo lasciava molto a desiderare… ormai anche lui è stato fatto santo.
    Io non credo negli alpinisti che non sono uomini completi.

  16. 42

    Panzeri-gran fallocefalo, se oggi non piovesse probabilmente non scriverei questo, ma: Lacedelli e Compagnoni saranno pure stati raccomandati (infatti chi non lo era fu escluso nonostante avesse le caratteristiche fisiche adatte) ma sono arrivati in cima. In un epoca in cui si parlava a bocca piena di “conquista” era la cosa più importante. Bonatti partiva da Monza e Lacedelli da Cortina, quindi trovo normale che avessero intendimenti diversi del loro fare alpinismo.

    Sicuramente Lacedelli su roccia era uno dei più abili del suo tempo e certamente non aveva la dimestichezza di Bonatti sul terreno misto ma, essì, ma! Al K2 Lino ha dimostrato che la sua forza ed esperienza sono bastate a compiere un’impresa eccezionale. La lunga polemica di Bonatti sui fatti del K2 l’associo più al suo modo di essere che ai fatti stessi che sicuramente non sono dipesi dalla sola volontà delle persone perché le medesime si trovavano in un ambiente per nulla addomesticabile e congeniale alle loro mosse, anche tattiche. Il Cai (sapendo con te di sfondare una porta aperta) poi ci ha messo del suo e Desio ne era l’apoteosi. Oggi parlando di K2 si dice “la montagna degli italiani” e se io fossi orgoglioso ne andrei fiero anche a costo di ignorare tutti i fatti oscuri della spedizione del ’54, ma non lo sono. Non me ne importa niente!
    Gli americani, che erano andati molto vicini alla cima e che sono notoriamente dei businessmen, ne hanno almeno  tratto il vantaggio commerciale di dare il nome K2 a uno dei brand più noti al mondo nel campo dello sci. Non che questo mi entusiasmi ma va precisato.

    Conoscevo Lino Lacedelli e ho parlato spesso con lui del K2 e altre cose note dell’alpinismo che mi hanno aperto gli occhi e mi hanno fatto scoprire la statura di quell’uomo forte ma umano. Celebre (almeno per me) la sua frase: al K2 non ero di certo andato per sfigurare. Mi ero allenato tantissimo fisicamente e pure a bere acqua gelata perché sapevo che lassù avrei trovato fatica e ghiaccio. Mi portai il mio speck e poi giù a testa bassa a lavorare.

    Un giorno al rif. 5 Torri c’erano dei tedeschi di nome Wiessner (!) che vollero ritrarre in una foto Lino e Edy Stuflesser (una forte guida di Ortisei). Io ero lì per caso e avevamo discusso e bevuto il giusto. Al momento dello scatto il fotografo tedesco mi disse di unirmi a loro nella foto. Ecco, nei confronti del K2 forse quello è stato l’unico momento in cui ho provato un briciolo di orgoglio e quella foto non l’ho mai vista.
    Ciao.

  17. 41
    Alberto Benassi says:

    Bonatti non sapeva arrampicare bene sopra il quinto.

     

    Insomma se così è   la diretta sulla nord del Cervino sarebbe  una scala per polli.

    Bene a sapersi, così la potrò fare anche io.

     

    ma la storia della piramide umana sulla Scotoni…?  Piussi disse che era una bufala che non esisteva.

  18. 40
    gran fallocefalo says:

    Bonatti non sapeva arrampicare bene sopra il quinto, chiodava, ma alpinisticamente parlando il Lacedelli era un bel po’ tanto tanto indietro rispetto al Bonatti e poi Achille e Lino eran due bei raccomandati. 🙂 🙂 🙂 …….. 50 anni di raccomandazioni 🙂 🙂 🙂

    Provoco, ci metto le faccine e firmo come mi definisce il Cominetti dato che sono allegro

  19. 39
    paolo panzeri says:

    Parlare di alpinismo è difficile, parlare anche degli alpinisti è quasi follia.
    Ma è molto piacevole sentire che ogni alpinista ha le sue idee.
    Talvolta le idee coincidono, ma di solito no.
    Non sarebbe alpinismo.
    E due alpinisti uguali non esisteranno mai.
    Però alcuni alpinisti possono intendersi e stimarsi.
    E per scalare tanto insieme bisogna solo aggiungere la reciproca fiducia.

    Alpinisti, uomini che non son stati finiti dalla loro mamma.
    (I falesisti sì! e son spesso uguali!)

    Allegro senza faccine e firmato

  20. 38

    Dai Penotti, se parliamo di arrampicata non tiriamo fuori Bonatti! Passi Gervasutti, che comunque era precedente, ma ai tempi di Bonatti ( grande alpinista per carità ) c’era un certo Lacedelli da Cortina…. Mai sentito o fatta qualche sua via per contestualizzarlo?

  21. 37
    Alberto Benassi says:

    chi sarà stato il più bravo??

     

    l’est ?

    l’ovest?

    e il centro..??  no il centro mai !!! è democristiano !

     

    e il sud…??

  22. 36
    Giuseppe Penotti says:

    #Paolo Panzeri

    Non ho rincarato. La storia dell’alpinismo è fatta, come la storia in generale, di corsi e ricorsi.

    Rammenta che da metà degli anni settanta la grande rivoluzione tecnica e concettuale su ghiaccio e su roccia iniziò qui all’ovest.

    Rammenta  che seguì anche una grande rivoluzione culturale e intellettuale che aveva come epicentro Torino.

    Io non glorifico o sminuisco. Racconto la mia modesta opinione.

    E, per tornare in argomento, le condiderazioni di Manera sono conseguenti alla prestazione di Berhault a Foresto.

  23. 35
    paolo panzeri says:

    Oggi Cominetti è nervoso, non si può dire nulla nemmeno scherzando.

    E guai a me col ciao da disperazione o con la faccina per farmi perdonare.

    Da quello che io so a occidente quasi tutti quelli bravi di solito son foresti, ma vengon santificati solo da morti, e se son dei loro e molto bravi allora vengon lapidati, solo quelli proprio mediocri son portati in resta. E a forza di decantare e bere dal mattino non si accorgono che lo spirito è svanito nell’aria e stan bevendo solo acqua un pò colorata.

    Forse Penotti ho rincarato troppo?

    Giovani attenti a quel che i blasonati dicono nel west, sopratutto su quel che dicono di aver fatto.

  24. 34
    Alberto Benassi says:

    Giuseppe

     

    che me frega a me di austriaci, italiani o tedeschi.  Dico che gli arrampicatori orientali erano più forti.

  25. 33
    Giuseppe Penotti says:

    Pernotti? Chi è Pernotti? 😉

    # Marcello Cominetti. Mica discuto o dico cose diverse. La frase di Vinatzer è contestualizzata a quando venne detta e non negli anni 30 ma più avanti quando negli Stati Uniti ( e non solo in California) si aprivano vie con un livello di difficoltà elevatissimo, per l’appunto “con la gamba sopra la testa”.

    Che l’alpinismo dolomitico sia stato più avanti come capacità tecnica rispetto all’Ovest è incontestabile, ma io colloco il termine di questa fase approssimativamente fra la fine degli anni 60 e gli inizi dei 70 e in ogni caso il mio intervento era riferito a porre gli alpinisti italiani di quel periodo, fra gli anni 30 e 50 come movimento in generale, IMHO, un gradino al sotto della compagine tedesca e austriaca.

    Per quello che riguarda l’Ovest ci vorrà prima un Gervasutti (Friuliano) e poi un Bonatti (de Berghem…) per dare una sonora scossa a un ambiente statico, supponente, poco ricettivo e tecnicamente inferiore.

    Quella definitiva di scossa, in specifico riferita all’ipertrofico  superIO degli alpinisti, anche qui ben rappresentato, la darà Guido Rossa (Bellunese).

    Pensa che sono un piemontese doc…

     

    # Alberto Benassi

    Ma porca paletta….

    … Mathias Rebitsch era per l’appunto… austriaco.  (Done sono le faccine Emoj quando servono?)

  26. 32

    Per dirla alla Bukowski: penso che chi non si firma con il suo nome e cognome e usa tante faccine (quelle poi…) sia una gran testa di cazzo.

    Permettetemi la licenza presa dal grande Hank.

  27. 31
  28. 30
  29. 29
    ciao ciao says:

    Giuseppe,  🙂 fai il bravo con i ritardi cronici degli alpinisti italiani: i “malati cronici” blasonati non riescono a capire e si possono offendere. 🙂
    Di solito decantano le novità mattiniere e bevono solo queste. 🙂

  30. 28
    Alberto Benassi says:

    Pernotti, secondo me ogni epoca ha avuto i suoi fenomeni in ogni paese. La bassa velocità con cui giravano le notizie di certo non favoriva scambi o confronti. Negli anni ’30, quando era attivo ai vertici Vinatzer, non credo che negli USA qualcuno aprisse le vie mettendo un piede sopra la testa nè che arrampicasse meglio del gardenese. Fermo restando che il calcare dolomitico e il granito di Yosemite sono molto diversi e in apertura esigono capacità differenti.

    Credo che nelle Dolomiti l’arrampicata sia sempre stata all’avanguardia in ogni epoca fino più o meno ai primi anni ’80.  A ovest, vedi Monte Bianco, sul granito si superavano difficoltà in libera sicuramente inferiori ma dagli anni ottanta in poi il livello tecnico si è sicuramente uniformato.

    Prima c’era Il non distinguere tra A0 e libera che mi pare abbia confuso molti al di qua e al di là dell’Atlantico. Visto come sono ridotte certe fessure a Yosemite (sembrano delle seghe di pietra tanto sono state chiodate e schiodate prima della vvento del clean climbing) credo che pure laggiú non si scherzasse con le aperture in artificiale.

    Condivido quanto scritto da Marcello.

    Le Dolomiti come tutta la zona Alpi Carcaree nord tirolesi , erano decisamente all’avanguardia. Non c’era mica solo Vinatzer . Un certo Mathias Rebitsch dovrebbe dire qualcosa. Ma non solo lui. Nella cosiddetta scuola di Monaco non c’erano mica dei brocchi.

    In Yosemite ho visto con i miei occhi fessure completamente danneggiate, con buchi belli grossi causati dalla chiodatura e schiodatura in artif.

  31. 27

    Pernotti, secondo me ogni epoca ha avuto i suoi fenomeni in ogni paese. La bassa velocità con cui giravano le notizie di certo non favoriva scambi o confronti. Negli anni ’30, quando era attivo ai vertici Vinatzer, non credo che negli USA qualcuno aprisse le vie mettendo un piede sopra la testa nè che arrampicasse meglio del gardenese. Fermo restando che il calcare dolomitico e il granito di Yosemite sono molto diversi e in apertura esigono capacità differenti.

    Credo che nelle Dolomiti l’arrampicata sia sempre stata all’avanguardia in ogni epoca fino più o meno ai primi anni ’80.  A ovest, vedi Monte Bianco, sul granito si superavano difficoltà in libera sicuramente inferiori ma dagli anni ottanta in poi il livello tecnico si è sicuramente uniformato.

    Prima c’era Il non distinguere tra A0 e libera che mi pare abbia confuso molti al di qua e al di là dell’Atlantico. Visto come sono ridotte certe fessure a Yosemite (sembrano delle seghe di pietra tanto sono state chiodate e schiodate prima della vvento del clean climbing) credo che pure laggiú non si scherzasse con le aperture in artificiale.

     

  32. 26
    Giuseppe Penotti says:

    # Giandomenico Foresti.

    Non sia mai che ti voglia distruggere il mito di Vinatzer, peraltro fortissimo, ma ai suoi tempi c’era molta gente negli Stati Uniti, e non solo, che la gamba la “portava sopra la testa” anche in apertura. L’alpinismo esplorativo di fortissimi in apertura non era prerogativa di poche persone e in Italia.

    Semmai dobbiamo annotare in quel periodo un ritardo cronico degli italiani rispetto ad altri….

    Di certo non c’era Instagram, Facebook e Gogna Blog. Quindi si sapeva ben poco.

  33. 25
    paolo panzeri says:

    Due chicche che magari spiegano.

    Ho incontrato un giovane che mi diceva: sono andato a ripetere una via di uno di nome Comici, secondo lui è di quarto, per me si sbaglia perché è almeno di quarto più.

    Avevo visto Cozzolino su un passaggio balordo a 6 metri da terra (si passa da una placca a una fessura), era slegato, c’era solo un chiodone all’inizio della fessura, era passato tranquillo. Ora su quella placca han messo 4 spit e la gente fa molta fatica… il chiodone non c’è più … per noi era un famoso 4+, ora è un 5a 🙂 ………. forse è unto, ma non so se cresima o estrema unzione 🙂 .

    Dai Radames, sai che provoco per abitudine 🙂 qui ti ho dato ragione e ho “allargato”!
    Ma di gente sul settimo se ne vede poca, poca poca, con tutti quelli che “se la tirano di qua e di là” penso che la gente si dovrebbe vedere facilmente (su tutta la NO della Civetta quest’anno penso non più di 10 cordate: due su chimera che ormai sembra una sportiva difficile gettonata (una con bivacco e una con apritore), una Carlesso, una Aste, una belga-santomaso, una Filippica bagnata ma veloce dei fratellini Auer, di queste son sicuro, forse una uncino o chimera belga e poi boh).

    Che io sappia la scala Asino Bambo e Cretino (a b c) è stata introdotta dai francesi per indicare bene i gradi superiori al sesto, ma hanno usato solo il +.
    Noi da bravi italiani ho visto che l’abbiamo usata per i gradi sotto il sesto, gradi  che c’erano già, ma fa molto “figo”  🙂

    Mi sapete dire perché sui gradi si usa il + e non il – ?
    Solo sulle difficoltà complessive TD ED ABO il + e il – sono rimasti ?

  34. 24
    Giandomenico Foresti says:

    So che non c’entra nulla con l’articolo ma un po’ di fuori tema non guasta mai.

    Mi piace ricordare ciò che disse Vinatzer nel corso di un’intervista del 1985 (più o meno le parole erano queste) “… so che gli americani fanno l’VIII, il IX grado. Li ho visti arrampicare, andavano via molto bene quelli là, portavano la gamba sopra la testa ma voglio vederglielo fare su una via nuova, dove non sai cosa viene dopo…”.

    Non c’entra nulla, lo so, scusatemi, ma mi piace ricordare queste poche parole perchè secondo me racchiudono la differenza fra l’alpinismo, quello vero, quello che oggi viene catalogato come esplorativo e, pertanto, avventuroso, e quello che è venuto dopo, con buona pace degli sponsor, ecc. ecc..

  35. 23
    Carlo Crovella says:

    Guardate che il “settimo grado” dell’articolo (scritto nei primi anni ’80, quasi 40 anni fa) alludeva al livello estremo del periodo. Penso che, parafrasando oggi il titolo dell’articolo, esso potrebbe risultare “Decimogradisti parassiti sociali” o roba del genere…. ovvio che occorre tenere presente l’evoluzione tecnica, atletica, ideologica intervenuta nel frattempo….

     

  36. 22
    Giandomenico Foresti says:

    Già 🙂

    I gradi li sostituirei con il numero dei tentativi effettuati. Penso che ne vedremmo delle gustose.

  37. 21
    Alberto Benassi says:

    a me questi gradi 5 a , 5b , mi hanno fatto sempre un pò ridere.

    Oggi quasi più nessuno parla di III , IV  o VI. Tutti con questa mania della scala francese. E va bè che siamo esterofili….

    Trovo giusta la scala francese sulle vie di falesia. Ma non su quelle di montagna, alpinistiche.

    Detto questo, non credo che prima la via di III del 1983 fosse sottogradata. E’ che oggi si tende a gradare il tiro nella  sua continuità  .

    Quindi: III + III + III = 5a

    mi viene ancora più da ridere.

  38. 20
    Giandomenico Foresti says:

    La prima via che ho salito in falesia da primo di cordata era valutata III nel 1983.

    La stessa via è oggi valutata 5a… Ed eppure è sempre la stessa.

    O era sottogradata prima o è sopragradata adesso.

    Forse questo potrebbe spiegare perchè negli anni trenta facevano cose che ancora oggi molti settimogradisti fanno fatica a fare.

    Che dici Paolo Panzeri?

  39. 19
    Alberto Benassi says:

    L’alpinismo falesistico è più affascinante?

    l’alpinismo, non può essere falesistico. A meno che non si schiodino le falesie.

    Allora il discorso potrebbe anche cambiare.

  40. 18
    Radames Carunchio says:

    Ciao, con questo nome da vecchio ciclomotore chi vuoi che prenda sul serio quello che dici?

    E comunque ti sbagli, perché ci sono molti alpinisti che fanno vie di settimo scalando solo la domenica. Datti un nome più credibile, dai, che poi ne parliamo.

    Ciao, dal Veneto sciao, ovvero schiavo. Il saluto CIAO significa “sono il tuo schiavo” , lo sapevi?

  41. 17
    ciao says:

    È vero Radames!

    Mi spieghi come mai secondo te così poca gente il sabato e la domenica non va su una grande parete e ripete una bella via di settimo? E perchè il panorama dei patentati settimogradisti più o meno “prestigiosi” è quasi vuoto? L’alpinismo falesistico è più affascinante?

  42. 16
    Radames Carunchio says:

    Il tempo ha risolto il problema. Fare il settimogradista, cioè fare il 6b, non richiede più di un giorno la settimana di dedizione. Quindi uno può lavorare normalmente e la domenica dedicarsi all’arrampicata.

  43. 15
    Alberto Benassi says:

    Il problema sponsorizzazione per le ditte è che in montagna si muore e fare lo sponsor di persone che magari poi muoiono non porta a risultati economici interessanti.

    Non ricordo quali fossero le aziende che sponsorizzavano Ulei Steck , ma non credo che a causa della sua morte abbiamo avuto un calo di fatturato. Poi magari mi sbaglio.

    Credo che un azienda privata che sponsorizza, abbia ben chiaro che da i soldi ad una persona che potrà anche morire. Lo fa solo per filantropia? Senza pretendere ritorni economici dei suoi prodotti?

    I bilanci son fatti per quadrare e i soldi non li regala nessuno. Nemmeno il prete dice la messa gratis.

  44. 14
    Giuseppe Penotti says:

    Mhmmm con tutta la stima e rispetto che provo per Manera mi sovviene alla memoria una gustosissima replica di Paleari. Devo andare a consultare la SBAB (Sacra Bibbia Ardito Battimelli) 🙂

  45. 13
    ciao says:

    Seba, ma in Spagna stai prendendo troppe bastonate tipo le sportellate di Portiera?
    Guarda che se va tutto bene allora non si impara niente.
    Se va tutto male la mente si deve aprire.
    E tu la testa sembri averla 🙂
    Il resto vien da se.

  46. 12
    paolo panzeri says:

    Un’altra mia opinione su ciò che vedo qui da noi.

    Il problema sponsorizzazione per le ditte è che in montagna si muore e fare lo sponsor di persone che magari poi muoiono non porta a risultati economici interessanti.
    Si sfrutta anche la morte, come pure le persone non normodotate, ma è sempre molto problematico e il sensazionalismo deve essere più forte e inoltre dura pochissimo. Questo business ha una intensità molto alta e un ritorno molto breve: è difficile gestirlo.
    Quello che propone da anni il cai ora va benissimo, anche se resta a lento ritorno.
    Per le ditte lo sponsorizzato deve essere “raggiungibile” non troppo irraggiungibile e qualcuno “fuori” deve esserci, ma qualcuna tiene solo quelli “fuori”.

    L’alpinismo qui da noi è povero di sponsor, nemmeno il cai si interessa più.

    Vedremo le olimpiadi … parlavo ieri con dei garisti del problema doping e anche delle nostre strutture olimpiche & c … si vedrà cosa succederà. 🙂

    Però i “gommisti” cominciano ad interessarsi e quindi direi che il terreno è stato ben coltivato.

  47. 11
    Sebastian Campochiaro says:

    Buongiorno sono Sebastian un ragazzo di Bergamo di 23 anni, ho iniziato a scalare quest anno mentre lavoravo come apicoltore presso un azienda agricola, quindi ho avuto più tempo da dicembre fino a inizio primavera e poi da fine agosto il lavoro è calato perciò ho ripreso a scalare fino a adesso che mi trovo in Spagna (2 settimane) sia per via di alcuni familiari che stanno qui ma per la maggiore si arrampica un giorno si e uno no. Tutto questo per dire che ho notato molto la differenza tra un periodo di 5 mesi in cui avrò fatto massimo 3 uscite e dopo agosto in cui lavorando solo la mattina riesco a scalare quasi tutti i pomeriggi, con i dovuti riposi, importante! Io voglio imparare a scalare Bene, ma non voglio essere parassita di nessuno per raggiungere questo mio obbiettivo. quindi adesso che chiuderà l’azienda dove ho imparato un mestiere, per un anno, per quanto bello sia ma molto esaustivo in quanto a tempo, sono di fronte a una scelta importante per la mia vita.. Trovare un lavoro partime per avere tempo per la mia passione o continuare un lavoro che mi piace pur sapendo che il tempo per fare altro sarà poco?? Una via di mezzo esisterà? Cosa ne pensate?
    Io penso che bisogna realizzarsi nella vita, soprattutto nel lavoro ma ne anche dedicare la vita solo nel lavoro e non pretendo di andare a fare le ferie  ogni estate né di guadagnare più di 800 euro al mese.. A me basterebbe libertà di espressione in quello che faccio senza troppi doveri sacrificati, non voluti e una qualità di vita dignitosa ma essenziale.

  48. 10
    Alberto Benassi says:

    Personalmente, quando avevo poco più di vent’anni ed ero più sognatore, ho un po’ invidiato chi campava d’arrampicata/alpinismo sebbene a stenti ma oggi, a quasi 57 anni, non me ne frega niente.

    sinceramente poter andare ai monti quando nei hai voglia senza avere  problemi d’impegno di lavoro è invidiabile.

    Ma è anche vero che se questa possibilità diventa un impegno, un obbligo perchè sei uno sponsorizzato, addio divertimento, addio libertà.

  49. 9
    Alberto Benassi says:

    come diceva Lucio Dalla, sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno

    non tutto l’anno…ma tutto il giorno

    e….

    Per poter riderci sopra Per continuare a sperare.

     

  50. 8
    Salvatore Bragantini says:

    Grande Cominetti,

    come diceva Lucio Dalla, sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno

  51. 7
    Antonio Arioti says:

    L’uomo nasconde in sé delle possibilità ignote e delle capacità di adattamento incredibili.

    Questo è vero.

    Quando nello sport venne bandito il doping, si disse da più parti che l’era dei primati sarebbe morta; nessuna previsione si dimostrò così errata: da allora i primati in tutti gli sport sono crollati e continuano a cadere anche senza l’aiuto delle droghe.

    Questo non è vero, basta prendere uno sport a caso come il ciclismo.

    La realtà, purtroppo, è che se oggi vuoi ottenere dei risultati di rilievo ti devi dopare (perchè si dopano tutti, chi più chi meno).

    Come in tutte le cose ci possono essere delle eccezioni le quali però non fanno che confermare la regola.

    La verità è che oltre alle metodiche di allenamento, in continuo miglioramento, vengono costantemente individuate nuove modalità di somministrazione per farla franca ai controlli.

    Per quanto riguarda il resto si tratta di una riflessione interessante e anche abbastanza asettica, come è giusto che sia.

    Personalmente, quando avevo poco più di vent’anni ed ero più sognatore, ho un po’ invidiato chi campava d’arrampicata/alpinismo sebbene a stenti ma oggi, a quasi 57 anni, non me ne frega niente.

  52. 6
    Alberto Benassi says:

    Mi sa che il settimogradismo non rientri nei beni di prima necessità…dove spendere i soldi del reddito di cittadinanza.

    Forse ci vorrebbe un’altra MANINA…. che scriva l’arrampicata nel decreto.

  53. 5

    Ora arriva il reddito di cittadinanza, tranquilli.

  54. 4
    Carlo Pucci says:

    “Per analogia con altri sport ci sarebbe ancora una soluzione, ma credo che mal si addica all’alpinismo, almeno a quello classico di casa nostra: lo sport spettacolo. Molti sport sono diventati spettacolo gradito a un grande pubblico che paga per assistere; gli atleti nell’esercizio delle loro gare forniscono un servizio socialmente richiesto, sono perciò dei professionisti retribuiti più o meno lautamente a seconda della popolarità dello sport praticato. Si potrebbe immaginare per analogia gare di arrampicata in rocciodromi allestiti con folto pubblico pagante, ma credo proprio che oggi una simile attrattiva non sia gradita a nessuno.”  Profetico (quasi)!!!!!. La soluzione è questa. L’Alpinismo deve diventare, ancora di più, uno sport spettacolo, sia in palestra che in parete; possibilmente con la copertura televisiva degli eventi, meglio ancora in diretta.

     

  55. 3
    paolo panzeri says:

    Il Papa dice che le élites sono il peccato, gli ultimi saranno i primi e i forti devono aiutare i deboli.

    Politicizzando come si fa da noi questa conclusione peccaminosa, i forti vengono isolati, aiutano sempre meno i deboli, i deboli si crogiolano nelle loro comoda debolezza, non si impegnano come potrebbero e creano  maggioranze per essere forti, così quelli forti vengono responsabilizzati per tutto e piano piano se ne vanno: la società lentamente si degrada perchè si involve sempre più sul sociale, perdendo qualsiasi riferimento elitario meritocratico sugli individui.

    Fatti non foste per vivere come bruti ma per seguire virtù e conoscenza… qualcuno lo diceva, ma si sbagliava.

    Esagero o le cose vanno così? Ovvio che non parlo dei veri deboli.

  56. 2
    Alberto Benassi says:

    oggi certa gente va in un negozio a provarsi la misura delle scarpe. Poi inventa una scusa al negoziante, tipo: ci penso…

    Poi sicura del numero le acquista su internet.

    Ottimo comportamento del lavoro altrui !

  57. 1
    Carlo Crovella says:

    Testo in anticipo sui tempi e quanto mai attuale, almeno in certi risvolti. È sempre un piacere per me rileggerlo. Chissà se si poteva, tanti decenni fa, prevedere anche la degenerazione della montagna verso il modello luna park?

    A pensarci col senno di poi le cose hanno dei collegamenti: il luna park ha aumentato a dismisura il mercato di attrezzatura, abbigliamento etc e ciò rende sempre più importante il ruolo dei testimonial nella relativa pubblicità. Forse forse, a differenza degli anni ’80, oggi chi vive di sponsorizzazioni svolge un servizio sociale: quello di incarnare il messaggio pubblicitario a favore di numerosissimi acquirenti di materiale alpinistico. Gli acquisti odierni viaggiano in misura crescente su internet, non c’è piu’ necessita’ di una consultazione informativa vis a vis con il negoziante. Va da sé che però era meglio quando, per capire quale scarpone acquistare, andavamo a fare una chiacchierata con il negoziante di fiducia, che spesso era un amico con il quale si facevano gite insieme.

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