Siamo Europei

Siamo Europei
Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle Elezioni Europee https://www.siamoeuropei.it/
Vedi qui la lista dei primi 60 firmatari

Spessore 4, Impegno 3, Disimpegno 1

Siamo europei. Il destino dell’Europa è il destino dell’Italia. Il nostro è un grande paese fondatore dell’Unione Europea, protagonista dell’evoluzione di questo progetto nell’arco di più di 60 anni. E protagonisti dobbiamo rimanere fino al conseguimento degli Stati Uniti d’Europa, per quanto distante questo traguardo possa oggi apparire. Il nostro ruolo nel mondo, la nostra sicurezza – economica e politica – dipendono dall’esito di questo processo.

L’Unione Europea è il risultato della consapevolezza storica e della volontà dei popoli europei. Un continente attraversato dalle guerre è oggi uno spazio pacifico e comune di scambi culturali, politici, economici, governato da regole ispirate a valori di libertà, tolleranza e rispetto dei diritti. L’Unione Europea è la seconda economia e il secondo esportatore del mondo. Un mercato unico di cinquecento milioni di persone, regolato dai più alti standard di sicurezza e qualità, che assorbe ogni anno duecentocinquanta miliardi di esportazioni italiane. Il nostro attivo manifatturiero è oggi doppio rispetto a quello che avevamo prima dell’euro e la nostra manifattura, seconda solo a quella tedesca, è legata da una inscindibile e strategica rete di investimenti, collaborazioni industriali, tecnologiche e commerciali con le altre economie europee. In Europa si concentra la metà della spesa sociale globale a fronte del 6,5% della popolazione mondiale.

L’Unione è dunque un grande conseguimento della storia, ma come ogni costruzione umana è reversibile se non si è pronti a combattere per difenderla e farla progredire. I cittadini europei sono oggi chiamati a questo compito.

  

L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente. La velocità del cambiamento innescato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, e parallelamente gli scarsi investimenti in capitale umano e sociale – che avrebbero dovuto ricomporre le lacerazioni tra progresso e società, tra tecnica e uomo – hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. Ciò ha scosso profondamente la fiducia dei cittadini nel futuro. L’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo ha messo in crisi l’idea di società aperta. La convergenza tra queste turbolente correnti della storia ha minato la fiducia di una parte dei cittadini nelle istituzioni e nei valori delle democrazie liberali.

Per la prima volta dal dopoguerra esiste il rischio concreto di un’involuzione democratica nel cuore dell’Occidente. La battaglia per la democrazia è iniziata, si giocherà in Europa, e gli esiti non sono affatto scontati.

L’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni.

Un mondo che affronta tre sfide cruciali: il radicale cambiamento del lavoro, e dunque dei rapporti economici e sociali, a causa di un’ulteriore accelerazione dell’innovazione tecnologica; il rischio ambientale e la necessaria costruzione di un modello di sviluppo legato alla sostenibilità; uno scenario internazionale più pericoloso e conflittuale.

Le forze da mobilitare per la costruzione della nuova Europa sono quelle del progresso, delle competenze, della cultura, della scienza, del volontariato, del lavoro e della produzione.

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Per il nostro Paese la permanenza in Europa è condizione essenziale per non distruggere le conquiste di tre generazioni di italiani. Fuori dall’Europa e dall’euro ci sono la povertà e l’irrilevanza internazionale. Per rimanere in Europa non bastano tuttavia dichiarazioni di intenti, servono politiche per la crescita e lo sviluppo sociale capaci di ridurre il divario, significativamente aumentato negli ultimi trent’anni, con gli altri grandi paesi dell’Unione. Se così non sarà, la nostra permanenza nell’euro e nell’UE diverrà insostenibile. Stiamo pagando le conseguenze di un lungo periodo in cui abbiamo investito meno e speso peggio degli altri paesi europei. La responsabilità di questi errori è interamente nostra.

Negli ultimi anni, grazie a normative e fiscalità più favorevoli, le imprese italiane hanno fatto uno sforzo importante per ammodernarsi, investire e internazionalizzarsi con effetti positivi, ancorché insufficienti, su crescita e occupazione. Il rapporto deficit/PIL si era ridotto e lo spread era tornato sotto controllo.
L’azione e le dichiarazioni del nuovo Esecutivo hanno avuto immediati effetti negativi per la finanza pubblica, i risparmi e l’economia. Investimenti, industria, infrastrutture, scuola, università, ricerca e lavoro sono scomparsi dall’agenda di Governo e dalla legge di bilancio. I giovani per primi pagheranno il conto degli errori commessi. Intanto lo spettro di una nuova recessione si sta affacciando in Italia, mentre le prospettive dell’intera economia mondiale sono più incerte. Il nostro Paese non è più in sicurezza.

I due partiti che formano il Governo hanno sganciato l’Italia dal gruppo dei grandi paesi fondatori dell’UE. L’Italia è il primo grande Stato occidentale a essere guidato da forze che dichiarano apertamente di considerare il ruolo del Parlamento, l’indipendenza e l’autorevolezza delle istituzioni dello Stato, il valore dei trattati internazionali e il rispetto dei diritti civili come intralcio per l’azione del Governo. L’involuzione non è solo politica, ma anche culturale: basti pensare alla scarsa considerazione per il ruolo delle donne nella società – che rimane uno dei grandi mali dell’Italia -, all’avversione per la scienza e per la competenza– dall’ambiguità sui vaccini alla schedatura politica degli scienziati – e all’ostilità verso le minoranze e gli immigrati.

In queste condizioni la permanenza dell’Italia nell’UE e nell’euro è a rischio. Le rassicurazioni di chi fino a ieri predicava l’uscita dalla moneta unica e ancora oggi si ispira apertamente a leadership non democratiche straniere, non hanno alcuna credibilità.

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Le prossime elezioni europee saranno il momento decisivo per dimostrare che vogliamo rimanere saldamente in Europa e in Occidente.
L’importanza della sfida elettorale europea e la difficile situazione dei partiti di opposizione, impongono una risposta straordinaria, unitaria – ma coerentemente limitata a chi non cerca alleanze nazionali con i partiti di governo– che vada oltre le forze oggi in campo.

Per questo è necessario costruire alle prossime elezioni europee una lista unitaria delle forze civiche e politiche europeiste. La sfida sarà vinta solo se riusciremo a coinvolgere i cittadini, le associazioni, le liste civiche, il mondo del lavoro, della produzione, delle professioni, del volontariato, della cultura e della scienza, aprendo le liste elettorali a loro qualificati rappresentanti.
Non si chiede ai movimenti che vorranno partecipare di scomparire, ma di partecipare a uno sforzo più ampio. Non si chiede di nascondere identità o simboli che sono stati costruiti con fatica e impegno, ma di schierarli dietro una bandiera che possa rappresentare chi ha perso fiducia nei confronti delle singole sigle politiche ma non nel progetto europeo.
All’indomani delle elezioni, la scelta degli eletti di aderire, a seconda della provenienza politica e culturale, a gruppi parlamentari europei diversi, lungi dal costituire un problema, rappresenterà l’anticipazione di una rifondazione delle grandi famiglie politiche europee che dovrà necessariamente avvenire lungo una nuova linea di frattura: quella che separa i sovranisti illiberali dagli europeisti democratici.

Ma nessuna sfida si vince giocando solo in difesa. Per questo la convergenza tra le forze europeiste si deve fondare su priorità forti e condivise.
Le nostre priorità per una Europa nuova, che offriamo alla discussione e al dibattito, sono:

– Gestire le trasformazioni: investire e proteggere. Al centro dei piani per una nuova Europa va messo un “New Deal” per l’uomo nell’era digitale. Non esiste un’equa distribuzione della ricchezza senza un’equa distribuzione della conoscenza. Va quindi combattuto senza quartiere l’analfabetismo funzionale, che sta minando le democrazie persino più delle diseguaglianze economiche, destinando una quota più rilevante dei fondi strutturali all’istruzione, alla formazione e alla cultura. La gestione delle conseguenze dalla globalizzazione e dall’innovazione non può essere più lasciata interamente al mercato. Dovranno essere finanziati a livello europeo strumenti per la formazione permanente dei lavoratori. E’ urgente e indispensabile la fondazione di un nuovo sistema di welfare 4.0 che comprenda il sussidio di disoccupazione europeo proposto dall’Italia. Laddove esistono alti tassi di conoscenza diffusa e un welfare efficace il populismo non attecchisce. Andranno eliminate inoltre le distorsioni provocate dal dumping fiscale, sociale e ambientale interno ed esterno all’Unione, attraverso accordi commerciali più stringenti e una “corporate tax” armonizzata per i paesi dell’Unione. Deve essere finalmente varata una incisiva politica industriale comune che supporti gli investimenti produttivi tecnologici e scientifici.

Insieme più forti nel mondo. Difesa, sicurezza, controllo delle frontiere e immigrazione devono diventare politiche comuni. Dobbiamo iniziare il percorso per costruire un esercito europeo e unificare i bilanci della difesa degli stati membri. Prioritario è implementare per intero il “Migration Compact”: il piano presentato dall’Italia per aiutare i paesi di origine e transito dei migranti nella gestione dei flussi, nell’assistenza umanitaria e nei rimpatri. Il controllo dei confini comuni, marittimi e terrestri, deve diventare un compito delle agenzie comunitarie. La gestione ordinata e condivisa dei flussi migratori è la premessa per superare il Trattato di Dublino e organizzare un sistema di accoglienza e integrazione comune.

Meno deficit più bilancio europeo. La capacità di indebitamento non dipende dai limiti europei ma all’entità del debito dei singoli Stati membri. Possiamo ignorare le regole ma non per questo troveremo chi ci presta soldi per finanziare deficit insostenibili. Tuttavia nei prossimi anni il livello degli investimenti dovrà aumentare in modo significativo e lo strumento fondamentale non potrà che essere il bilancio europeo. Oggi quasi l’80% del budget UE proviene da contributi degli Stati membri. Deve invece essere costituito da risorse proprie per finanziare welfare, investimenti, ricerca e formazione.

Dal capitale economico al capitale sociale. Una dura lezione che molti governi occidentali hanno imparato negli ultimi anni è che una robusta crescita economica non si accompagna necessariamente a un’equa distribuzione della ricchezza, delle opportunità e del progresso complessivo della società. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite devono essere inclusi, al pari di quelli relativi alla stabilità finanziaria, nella governance dell’Unione.

Conseguire una leadership scientifica europea. La rivoluzione digitale, i cambiamenti climatici, la necessità di energia sostenibile, gli straordinari progressi della medicina, a costi però sempre più alti, rappresentano sfide che non possiamo perdere. Stati Uniti, Cina e Giappone stanno investendo in questa direzione importanti risorse economiche. Se l’Europa non si adegua in fretta perderà opportunità di sviluppo e occasioni di crescita per i suoi giovani talenti. Molto è stato fatto negli ultimi anni per incrementare la ricerca scientifica europea ma il divario con gli altri grandi paesi si va comunque allargando. Il rafforzamento della collaborazione tra università e centri di ricerca degli Stati membri e l’aumento del bilancio europeo destinato a progetti comuni è un obiettivo fondamentale per affrontare il XXI secolo.

Un “gruppo di Roma” per rifondare l’Europa. Alcuni Governi del cosiddetto “gruppo di Visegrad” sfruttano ogni possibile beneficio economico derivante dalla partecipazione all’Unione e al mercato unico – dai fondi strutturali alle delocalizzazioni – rifiutando tuttavia di assumersi responsabilità comuni – ad esempio sui migranti – mentre si allontanano sempre più dai valori europei. A queste condizioni la loro presenza all’interno dell’Unione è una minaccia per l’Europa e per l’Italia. A questi Governi va contrapposto un “gruppo di Roma” composto dal nucleo dei paesi fondatori “allargato”, che definisca un’agenda precisa per l’avanzamento del progetto europeo. Si dovrà rapidamente decidere se andare avanti tutti insieme o se optare per un’Europa a differenti gradi di integrazione.

Nella consapevolezza dell’importanza del momento storico, i firmatari di questo appello sono pronti a mobilitarsi per sostenere uno schieramento unitario delle forze europeiste, ognuno secondo le proprie competenze e le proprie possibilità.

La Storia è tornata in Europa. Siamo chiamati a difendere diritti e conquiste che abbiamo ereditato, costruendo un’Europa nuova capace di vincere le sfide dei prossimi decenni.

Chi volesse aderire può farlo qui:
https://www.siamoeuropei.it/#aderisci

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Siamo Europei ultima modifica: 2019-01-23T04:01:05+02:00 da admin

29 pensieri su “Siamo Europei”

  1. 29
    Salvatore Bragantini says:

    Avevo promesso di restare fuori, e fuori resto. Ricordo solo che tutto questo vasto excursus, questi brevi cenni sull’Universo muovono da un mio sommesso invito a valutare le affermazioni e le proposte contenute nel testo qui sopra pubblicato. Ci siamo molto allargati…

    “Tutti gli economisti” non condividono un bel nulla. L’economia è una scienza sociale, per l’esattezza nasce come parto di uno studioso di Filosofia Morale. E ricordo (a me stesso, eh) che l’avidità non è propria degli economisti, che non l’hanno inventata, né del capitalismo e nemmeno dei finanzieri, che nel ‘500 facevano e disfacevano Regni in giro per l’Europa, ma dell’uomo. Il famoso “legno storto dell’umanità”. Dalla notte dei tempi.

     

    Io però domani vado a fare due tiri: non di coca, anche se sono un finanziere dalle dita adunche: chi lo sa, magari forse anche ebreo???

  2. 28
    Giacomo Govi says:

    Matteo ti sei sfavato e passi allo stile  blogger professionista, nomignoli inclusi e rigorosamente nessuna risposta nel merito

    CECA e CEE non sono intenzioni, sono trattati. E preludono alla CE che a sua volte prelude alla UE

    Le sigle sono auto-esplicative, non opinioni

    Ma non importa, ti sento talmente a tuo agio con i tuoi assiomi di cosmo-economia che va bene chiuderla li’!

    E meno male che il GognaBlog era un’isola felice per discutere…

     

     

  3. 27
    lorenzo merlo says:

    C’è vasta bibliografia, e non solo, a supporto della mia posizione. Personalmente non mi interessa autoreferenziarmi, ma normalmente – positivisticamente – è considerato un obbligo. Diversamente non sei nessuno, la tua parola non ha peso, si può fare a meno di te, delle tue considerazione non se ne guardano.

    Comunque, la maggioranza degli autori di quella bibliografia non è di economisti, ma ci sono anche loro. Vedi per esempio Amartya Sen, e se serve, è stato Premio Nobel per l’economia nel 98. Molti di quegli autori condividono, e io tra questi, che se qualcuno dice produci&consuma – la versione signorile di tragugia&divora (Mel Brooks) che evidentemente vi ha fatto ridere ma non capire – come rimedio, di solito è un economista.

    Tutti gli economisti – che, da non dimenticare, sono i soli accreditati a capire cosa è meglio fare per migliorare le cose, gli altri sono ignoranti o ciarlatani – condividono che il capitalismo è la cosa migliore possibile e che i per i suoi difetti, che il tempo via via evidenzia, bastano opportuni rimedi ad esso stesso e tutto si sistema. Come mosche sul, insistono. Non c’è evidenza che li sposti verso la finestra aperta.

    Questi economisti, evidente sono così concentrati a fare andare bene le cose che enormità mondiali a volte gli sfuggono e si fanno sorprendere. Anche se, normalmente altre voci, seppur non in gergo economico, le avevano previste eccome le crisi. Chi mai con un’ottica umanistica, non materialistica, non positivistica, sarebbe mai arrivato ai subprime, creare isole di plastica, a intossicare il mondo, a alimentare le malattire pur di guadagnare, a uniformare la formazione dei buoni soldatini con la bava per la bmw? Gli ignoranti. Come mai, come fanno per esempio gli editori con i libri, i brocker finanziari non guadagnano una percentuale sul successo degli investimenti che propongono e non perdono se non fruttano? Non sono gli unici a poter parlare, e soprattutto a poter imbambolare il resto del mondo?

  4. 26
    Matteo says:

    Che la terra sia un sistema isolato mi pare un’evidenza non un teorema, di credere agli omini verdi.

    Che in un sistema isolato nessuna grandezza fisica possa aumentare all’infinito, nemmeno l’entropia, è una sicurezza.

    Che il crollo del ponte Morandi incrementi il valore del PIL nazionale è certo

    Che l’attuale visione economica si basi sulla presunzione della crescita infinita è dato dal fatto che nessun economista mainstream ha mai pensato alla possibilità che non sia possibile un aumento indeterminato del PIL  e che non consideri la sua diminuzione come la sciagure massima.

    Gilberto, per piacere trovami un’opinione personale non suffragata.

    Quanto alla tua affermazione che “l’integrazione europea sia cominciata con finalità’ economiche” questa si che è una tua opinione! A me risulta che sia iniziata con l’intenzione di evitare nel futuro  le guerre che con cadenza più o meno ventennale e gravità crescente hanno funestato questo continente.

    E questa integrazione è iniziata prima come integrazione tecnica e scientifica e solo poi economica, fino al mercato unico. L’euro è stato solo l’ultimo passo. Sbagliato, perché una moneta senza una sovranità, una politica e una fiscalità unica non funziona.

  5. 25
    Giacomo Govi says:

    Matteo

     

    Le tue considerazioni, che sono legittime opinioni personali ( e non diventano più’ vere decorandole con “non ci piove” e “inoppugnabile per chiunque si in grado di ragionare” ), non rispondono per nulla nel merito dei punti che ti ho fatto notare

     

    A me sembra che tu ti fai bastare la tua visione cosmica pessimista ( “L’economia mondiale è fondata su regole e leggi fatte apposta per perpetuare sé stesse e difendere i gestori delle ricchezze e opera sfruttando quanto più possibile gli uomini e la terra” ), e la usi come cardine per tirare conclusioni generiche e superficiali ( vedi il teorema sulla crescita finita ), senza capire davvero come le cose funzionano.   Ma va be’, forse non sei interessato a discuterne…

     

    Lorenzo

    Non so ti riferivi ai miei interventi. Io ritengo legittimo e anche condivisibile il desiderio di superare il paradigma presente. Pero’ ritengo che molte delle affermazioni generiche che leggo frequentemente siano infondate e generate da ignoranza e superficialita’.

     

     

  6. 24
    lorenzo merlo says:

    Nientemeno.

    Pare che il cambio di paradigma per alcuni non sia un argomento e per altri non conti, non esista, perché quello che esiste è già presente e il resto è solo un inno disfattista.

    Merxi Matteo.

  7. 23
    Matteo says:

    Quando il saggio indica la luna…

    L’economia mondiale è fondata su regole e leggi fatte apposta per perpetuare sé stesse e difendere i gestori delle ricchezze e opera sfruttando quanto più possibile gli uomini e la terra, nell’ipotesi che sia possibile un aumento continuo e infinito della ricchezza (la cosidetta “crescita”, di cui tanto si parla e che tanto ci angoscia). Fin qui non ci piove, direi.

    Purtroppo la base stessa di questo sviluppo è semplicemente falsa, trasformando tutta la “scienza” economica” in un atto di fede, in una religione. E’ semplicemente falsa perché la terra intera è un sistema isolato e quindi la crescita di un qualunque parametro interno al sistema non può essere infinita. E anche fino a qui la cosa dovrebbe essere inoppugnabile per chiunque si in grado di ragionare.

    Da tutto ciò deriva che basare il proprio comportamento (politica) su concetti ottocenteschi come sviluppo e essere preoccupati solo di deficit e debito pubblico è come minimo miope. E alla lunga imbecille e criminale.

    Non sento alcun bisogno di un ennesimo partito che sia perfettamente allineato ai dettami di questa religione e ne condivida, al fondo, analisi e scopi. Quello che vorrei è un partito, che partendo dallo stato attuali elabori un pensiero differente, più razionale, più sostenibile e magari anche più giusto di rapportarsi con il mondo e un modo per superare l’attuale visione dogmatica e falsa.

    Dei dazi sulle auto, francamente, mi interessa nulla. Peraltro se stiamo parlando di automobili, probabilmente importiamo più che esportiamo dagli USA; se parliamo di macchine invece no.

    Vorrei anche far notare che la definizione stessa di ricchezza è comunque una definizione e quindi può e deve essere sottoposta ad analisi critica: come tutti sanno (o dovrebbero sapere) eventi il crollo del ponte Morandi sono una bella spinta all’incremento del PIL, perfettamente misurabile, ovvero della ricchezza di tutti noi, secondo la definizione corrente acriticamente accettata.

    Elaborare qualcosa di diverso non è certo facile, non è mai stato fatto e io non ne sono certo in grado, ma è semplicemente necessario.

    L’Europa attuale non è né responsabile né vittima, ma è semplicemente un componente del sistema. Appoggerei volentieri un partito o movimento che sia, che dicesse tutto ciò è fondamentalmente sbagliato, voglio provare a ricostituirlo o convertirlo con basi differenti facendo questo e quest’altro.

    Una analisi che parte dicendo che è stato giusto fondare l’Europa sull’unione monetaria (e quindi sulla finanza) e che l’unione politica avrebbe dovuto seguire e anche se non l’ha fatto lo farà di certo non so nemmeno spiegare che effetto mi fa…qualcosa di simile all’effetto che mi fa pensare agli studenti volontari che nel ’14 partivano entusiasti “per la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre”.

  8. 22
    Giacomo Govi says:

    La discussione si avvita su se stessa quando si parla per slogan e non per argomenti

    Matteo 
    che l’integrazione europea sia cominciata con finalità’ economiche e’ un fatto, che l’euro ne sia la sua prosecuzione e’ altrettanto vero. Concordo pure che tra i desiderata ci siano l’attenzione concreta a politiche sociali e di redistribuzione.  Per altro, con gli strumenti che aveva e nell’ambito delle finalità’ assegnatele, l’unione Europea una forma di redistribuzione l’ha attuata e la sta attuando – vedi fondi per lo sviluppo delle aree depresse di cui il nostro meridione ha beneficiato ( qualsiasi cosa significhi… ) alla grande. Poi, chiaro, quando la ruota gira e salta fuori qualcuno che ne ha più’ diritto, gli europeisti di colpo scompaiono…

    Le altre cose che dici sono “sparare nel mucchio”, sperando che qualcuno dei colpevoli passi di li’: 
    – la “logica del rapporto PIL-deficit”. Che avresti fatto tu, liberi tutti? Non vedi che il problema e’ semmai da imputare a chi ha aumentato a dismisura il debito?
    -i finanzieri unici custodi dell’ortodossia? A parte il fatto che non si capisce a chi ti riferisci, ho l’impressione che la “vulgata” con i suoi nemici immaginari abbia colpito anche te… argomenti?
    – disastroso inquinamento e sperpero di risorse. Puoi elaborare? Di che parli?
    – la grande maggioranza di noi sta meno bene. Possibile. Colpa dell’Europa? Perché’?

  9. 21
    Salvatore Bragantini says:

    Matteo,

    io parlo di negoziati sui dazi sulle auto, di cui nessuno parla ma che ci sono. E lì prova a pensare che forza avrebbe l’Italia, o anche la Germania, da sola a petto degli Usa; questa cosa interessa molto anche noi italiani. Anche io voglio un mondo buono e giusto, ma se non riesco ad averlo non è che mando a remengo tutto. Se fai così, mi spiace comunicarti che intanto stai rafforzando la destra al potere. Lo so che tu ed altri pensate: “Tanto peggio di quelli di prima, cosa può succedere, che differenza c’è?”.

    Un giorno la capirete la differenza, spero per i miei nipoti che non sia troppo tardi. Ma esco dalla discussione che si avvita su se stessa.

  10. 20
    Matteo says:

    L’Europa sta negoziando con gli USA cosa esattamente? Se come negoziato intendi ottenere di abbassarsi i pantaloni da soli, in effetti l’Europa ha ottenuto grossi successi, prima di aderire o allinearsi alla politica USA (Serbia, Siria, Ucraina).

    Negli anni ’60 noi crescevamo a tassi che tra non più di 10 anni nessuno potrà permettersi. Mai più. Semplicemente perché la terra è insieme finito, quindi anche la crescita deve esserlo.

    Tu mi presenti un partito del tutto prono alla logica del rapporto PIL-deficit, della crescita come panacea di tutti i mali senza alcuna visione politica, con una verniciatura di cultura e welfare.

    Ignorando bellamente che se il fondamento e il metro di misura è l’economia e i  finanzieri gli unici custodi dell’ortodossia, il risultato scontato e ampiamente, storicamente dimostrato è la compressione dei diritti e una maggiore sperequazione della ricchezza. Chiamandolo con il suo nome è lo sfruttamento.

    Oltre a un disastroso inquinamento e sperpero di risorse.

    “Il nostro attivo manifatturiero è oggi doppio rispetto a quello che avevamo prima dell’euro” ma la grande maggioranza di  noi sta meno bene e ha meno garanzie. Il resto del mondo ancora meno.

    Io voglio un Europa che aumenti le garanzie e le diffonda per il mondo, non una che difenda la sua rendita di posizione e qualcuno che parli dio questo prima che di aumento del PIL

  11. 19
    paolo panzeri says:

    Io di solito mi domando dove andare e poi mi preparo e mi organizzo.
    Secondo me, come dicevo, la “intellighenzia europea” è molto forte a livello mondiale, mentre la struttura politica è in difficoltà perché si è degradata e corrotta e non ha ancora individuato dove andare.
    Non ha quindi nemmeno deciso come “coltivare” le masse, che dovrebbero eleggerla, perché siano contente e collaborino nel raggiungere il “dove” (in Cina sono molto bravi in questo).
    E le attuali forze politiche sembra sappiano solo litigare e contrapporsi.
    Mi sembra che la spersonalizzazione delle masse e il loro incanalamento sia ormai ben collaudato (calcio, festival, internet, telefonini, televisione… con piani esecutivi già oltre i 10 anni), ma mi sembra che la politica stia lavorando a 360 gradi (come il cai 🙂 ) senza mai focalizzarsi su nulla se non per brevi periodi e le masse stiano diventando nervose.
    Forse sta finendo il ciclo solo dei diritti e si tornerà ad equilibrarlo con i doveri, ma sembra che questo richieda un grosso ridimensionamento delle sinistre europee e una forte affermazione delle destre, con una periodica forte e pericolosa oscillazione.
    Purtroppo non vedo intelligenza anche politica.

  12. 18
    Alberto Benassi says:

    Salvatore, la gente forse  è stanca di correre.

    Per chi dovrei correre?

    Per fare grande il politico di turno?

    Per il menager di turno?

    Per una certa elite….??

  13. 17
    Salvatore Bragantini says:

    Matteo et alii: l’Europa adesso sta negoziando, anche se non ve ne accorgete. Solo assieme possiamo impoedire che Trump metta dazi aulle auto europee, che causerebbero un aumento ulteriore della disoccupazione nella nostra Italia, per i motivi già detti.

    Negli anni’50 e ’60 noi crescevamo ai tassi che ora hanno i cinesi e altri asiatici, che ora sanno fare cose che prima non sapevano fare. Il mondo è un poosto complicato, dove non siamo più noi a correre più veloci. Ma non vedo nessuno sostenere che dovremmo correre più veloci. Questo può anche avere senso e forse ce l’ha; basta però non lamengtarsi poi che non stiamo più come prima…

    Comunque: volete l’alternativa a questa malvagia e matrigna Europa? L’avete già adesso nel nostro governo. Auguri!

  14. 16
    lorenzo merlo says:

    Per Giacomo.
    Il mio piano di lettura rasenta la vergogna a causa della sua banalità.
    Come un individuo che ha generato la malattia tenderà ad alimentarla finché non avrà evoluto le doti necessarie a farla recedere, un problema non può essere risolto dal sistema che l’ha generato.
    Se serve mi accredito: è un principio reso famoso da Albert Einstein. Il quale, non avendo posto specifiche, lo intendeva mutuabile a tutti i problemi. Si potrebbe sviare sostenenendo che non c’è alcun problema. Non è il mio caso.

    Per Alberto.
    Non è che diffidassi della barca, semplicemente si va a cercare la falla appena vedi l’acqua in stiva.

    Per Salvatore.
    La Germania non ha perso la guerra e basta. Dopo quello che ha combinato, avrebbe detto ok a qualunque diktat, fosse stato anche ebreo. I tedeschi, le persone comuni e non solo, per generazioni, hanno preferito tacere per vergogna di quel passato. La Germania ha mandato all’estero il suo esercito, se non erro, per la prima volta dopo i fattacci, ai tempi dell’Isaf in Afghanistan.

    L’entusiasmo potrà esserci anche ora, ma ha un’origine razionale. Dunque estremamente limitato. Imparagonabile con quello fiorito nel nostro boom economico, il quale aveva una visione di futuro che non aveva a che fare con la ricchezza in primis, ma con l’orgoglio nazionale. Un aspetto che rende risibile l’entusisamo d’interesse che potremmo anche cercare di stimolare. Esso interessa nuovamente alle elite che hanno tutto da perdere, ma assai meno agli altri che si sono visti sottrarre la vita che stavano inseguendo. La visione appunto, sebbene ridondante di opulenza e quindi a sua volta discutibile.
    E soprattutto, quel tipo di entusiasmo indotto non ha a che  vedere con l’emozione. Non muove. Sarebbe come credere di arruolare oggi un esercito di prezzolati. O stipendi stellari o tutti a casa. Il movente intimo, puff, bruciato sull’altare non della patria ma proprio di quell’opulenza.

  15. 15
    Matteo says:

    Salvatore, in poche ma sentite parole, nell’ultimo punto (euro) stai dicendo: mettiamoci insieme in qualunque modo  (senza un progetto definito e senza una vera base condivisa) perché altrimenti è peggio (senza dire perché e per chi).

    Un po’ quello che è avvenuto a suo tempo con DS, ulivo, PD contro Berlusconi e finirà nello stesso modo…siamo proprio sicuri che il governo del 2009 fosse molto diverso o peggio di quello del 2019?

    Rileggi i tuo ultimo punto:

    tetto prima della casa = metafora sbagliata perché non si può fare.

    “Mentre la costruzione politica a supporto dell’euro può anche venire, ed in effetti verrà” anche se “l’unione politica non era matura allora, nel 1992… e in verità non è matura neanche ora.”. Ed “è importante perché un singolo Stato europeo, anche la potente Germania, da sola non riesce a negoziare con Usa, Cina etc.” mentre invece questa europa ooh come negozia!

    Insomma l’unione politica verrà perché deve venire (novello sole dell’avvenire), intanto teniamoci quello che abbiamo perché il resto è molto peggio, ma soprattutto teniamolo così com’è. Lasciamo fare a chi sa, alla troika e ai mercati. Anche se qualche anno dopo (e chissà quanti morti) ti vengono a dire che hanno sbagliato: lo fece la Lagarde e l’ha rifatto Juncker.

    Non sento alcun bisogno di un partito (coalizione? rassemblament? gruppo di amici?) così, perché credo non serva a niente.

    Anzi sia potenzialmente molto dannoso: tu sai come la penso, la Salvini e la Lega sono dove sono per un forte concorso di colpa del PD che aveva preso un bel po’ di voti in più.

  16. 14
    Salvatore Bragantini says:

    Alberto,

    grazie, ti rispondo per punti, senza però avere la boria di sapere la risposta a tutto.

    Immigrazione: hai ragione, è un problema comune a tutta la Ue ma regole stabilite in tempi assai diversi mettono troppo peso su Italia, Grecia e Spagna. Attenzione però che noi non siamo i verginelli che fingiamo di essere. La scarsa volontà di collaborazione di altri Paesi è dovuta anche al fatto che per anni, invece di registrare i migranti che arrivavano in Italia, noi li abbiamo velocemente inviati al Nord, spesso pagando anche loro il biglietto purché se ne andassero, e in fretta. Ora la situazione deve trovare diverse soluzioni, ma che non possono essere quelle del nostro governo attuale. Il quale deve comportarsi da governo, e non da forza di opposizione.

    Troppe regole comuni imposte a tutti: c’è un perché. La Ue ha imposto, e giustamente, l’apertura dei mercati nazionali a chi opera da un altro Paese Ue. Questo non ha senso se non si unificano le regole. Tutte le battute divertenti sulla Ue che impone la forma delle banane mettono in ridicolo la cosa, ma ne ignorano la ragione. Queste nuove regole aiutano molto l’Italia, Paese trasformatore ed esportatore: le auto “tedesche” che compriamo hanno un bel contenuto “italiano”. Infatti sono auto europee; i tedeschi sono solo più bravi a progettarle e questo permette loro di appropriarsi di una quota maggiore di valore aggiunto. Niente ci impedisce di provarci anche noi, se ne abbiamo le forze. 35 anni fa Audi era un marchio povero, oggi è nella parte alte della gamma, e dei prezzi. Bisogna però rischiare, investendo, per decenni.

    Euro, il tetto prima delle fondamenta? La metafora non è perfetta, perché una volta fatta la casa non si possono fare le fondamenta, mentre la costruzione politica a supporto dell’euro può anche venire, ed in effetti verrà, dopo la nascita dell’euro. Comunque per me è stata una decisione giusta. L’unione politica non era matura allora, nel 1992, quando fu presa la decisione, poi attuata a fine anni ’90, e in verità non è matura neanche ora. Ora risulta però evidente a chi voglia vedere cosa succede nel mondo, che un singolo Stato europeo, anche la potente Germania, da sola non riesce a negoziare con Usa, Cina etc. Credo quindi che nel prossimo futuro possa ripoartire un progetto entusiasmante. Lorenzo dice, ed è vero, che quell’entusiasmo non c’è più. Però le circostanze mondiali lo riporteranno alla superficie. Se così non fosse, l’Europa intera si condannerebbe all’irrilevanza. Non credo che avverrà. Molto più difficle è stato, dopo la II guerra mondiale, mettere d’accordo Francia e Germania, che sotto diverse vesti statali si erano combattute per secoli. La volontà che si rese necessaria allora, fu molto maggiore, en più ardua da metterea ssieme. Andiamo a rileggere il preambolo del Trattato di Roma (1957) e ritroveremo l’ispirazione originaria. Le sue motivazioni sono ancora tutte lì, solo ancor più acutamente avvertite.

    L’Europa deve solo svegliarsi dal sonno della ragione; sonno che, come si sa, genera mostri.

    Ciao a tutti e scusate la prolissità, ma il tema non si presta a slogan troppo semplici.

  17. 13
    Alberto Benassi says:

    Trovare la falla non significa non credere nella barca.

    se hai trovato una falla, credo ti sia messo a cercarla. Quindi qualche dubbio nella sicurezza della barca l’avevi.

  18. 12
    Giacomo Govi says:

    Il manifesto dovrebbe essere di per se’ largamente condivisibile nei suoi punti di principio, in pratica invece contiene degli apprezzamenti politici che lo ‘colorano’ e lo rendono probabilmente inaccettabile a molti, perdendo quindi sostanzialmente la sua funzione. 
    Eppure anche ripulito dalla politica avrebbe serie difficoltà’ a ‘penetrare’. Siamo in un periodo segnato da un forte malcontento pressoché’ generale. Nonostante un indiscutibile ( ma relativo ) benessere visibile, si aspira ad un’ulteriore ascesa economica quasi di diritto.  Il debito pubblico ci pone sotto scacco costantemente. Allo stesso tempo, i grandi movimenti migratori hanno riacceso la paura di dovere condividere con altri quello (poco o tanto ) che si ha.  In questa situazione che ruolo ha l’Europa?  Secondo la vulgata, l’Europa non solo non ci aiuta, ma ci aumenta pure le difficoltà’, fino ad essere percepita come la vera origine di molti dei problemi.
    Questi generici apprezzamenti non sono quasi mai articolati in tesi concrete ed argomentate, ma fanno ben presa in quanto hanno la funzione di identificare facilmente e chiaramente un nemico. Ci casca anche Lorenzo Merlo, pur nel suo spiritualismo anti-economico, contro i “potentati”, le “elite desiderose di vanagloria ” 
    Eppure, paradossalmente, la forma dell’Europa, cioè’ quanto sia solo un’ unione economica e quanto sia un’utopia più’ ambiziosa, ha dipeso e dipenderà’ essenzialmente dalla politica ( non dalle elite ), cioè da noi. I burocrati applicano regole stabilite dalla politica. Se se sono state prese direzioni sbagliate o se il moto si e’ arrestato, lo abbiamo deciso attraverso i nostri rappresentanti.  

  19. 11
    Alberto Benassi says:

     

    Salvatore, la mi affermazione sulla chiarezza di Lorenzo non era un dargli pienamente ragione.

    Concordo anche io con te che il tentativo di  creazione di una Europa unita è una grande cosa con mille i più potenzialità positive. Una tra tutte la pace tra i paesi europei. Una scommessa che purtroppo oggi vacilla sotto troppe diversità, l’egoismo e le furbizie  di alcuni, la grande burocratizzazione.

    L’idea di eliminare  certe diversità locali, magari per favorire alcuni rispetto agli altri,  è  grande errore che ha creato risentimento. Le diversità locali non dovrebbero essere viste come  una minaccia all’unità Europea. Fanno parte delle diversità culturali locali dei singoli paesi che vanno mantenute. Perchè le diversità sono un’arricchimento, è cultura. Invece si cerca di schiacciarle con ragioni assurde che sono evidenti scuse per favorire altri interessi di singoli paesi.

    E poi come si fa a creare una unione di un continente partendo prima dalla moneta ma non da una base politica comune, da una base fiscale comune? E’ come costruire una casa iniziando dal tetto ma non dalle fondamenta. E anche partendo dalla moneta non ti sembra che ci siano state delle diversità troppo grandi di trattamento tra paese e paese?

    Sono d’accordo con te che bisogna costruire ponti e non fortezze in cui rinchiudersi a difendere il feudatario di turno.

    Ma questi ponti vanno costruiti bene.  Le sponde laterali su cui appoggerà il ponte devono essere robuste e aperte, altrimenti il ponte non serve a nulla. Inoltre la manutenzione del ponte va fatta bene altrimenti accade come a Genova….si mettono i sensori ma il ponte crolla.

    Inoltre chi è messo a dirigere l’ Unione Europea, deve avere il consenso della gente comune , deve essere vicino alla gente comune.  Non essere dei burocrati-tecnocrati  che non si sa da dove arrivano, che si fanno vedere solo quando c’è da punire , multare. Devono essere vicino alla gente e non a certe lobbi di potere.

    Inoltre c’è il problema  dell’immigrazione che deve essere un problema comune. Non ci possono essere dei paesi che se ne lavano le mani e altri che diventino dei campi profughi solo perchè sono in prima linea. Proprio perchè sono in prima linea questi paesi devono essere assistiti, aiutati dagli altri. Altrimenti anche questo dalla gente comune viene visto come una minaccia che sempre più allontana la gente dalla Unione. Se ci sono dei tratttai che sono vistosamente sbagliati , vanno cambiati.

  20. 10
    lorenzo merlo says:

    1.Potenzialità – 2.Pace – 3.Muri

    1.Sulle potenzialità non ho incertezze, condivido. Ma, tanto per quelle europee, quanto per quelle di qualunque soggetto, esse restano tali finché il portatore non è mosso da un’emozione a sua volta generata da un’esigenza.

    Quante ne abbiano noi, individualmente, di potenzialità? E quante ne attuiamo? Senza stare a contare possiamo condividere che solo una parte diviene atto. E per il motivo appena accennato.

    In questa prospettiva l’Europa ha da tempo consumato le sue migliori emozioni. Ora sa, sai, che ha tutto per fare molto, ma non riesce. Manca l’emozione. Le elite sono alla sbarra. I suoi interlocutori non siamo più noi, sono solo i potentati e sanno quale rischio correranno in caso procedano ad amarsi. I tapini non appoggiano, né sostengono, anzi spaccano e per ora non ammazzano.

    A guardare le cronache pare che il contesto emozionale – non storico – che aveva creato l’UE, sia stato mortificato in una delusione. Delusione non di tipo vittimistico, piuttosto di tipo relazionale: un tradimento che ti lascia tramortito, senza più l’orizzonte di vita che avevi, che ti avevano fatto credere. Parliamo da tutto a niente. È un particolare che non deve sfuggire a chi vuole misurare la profondità della ferita.

    A suo tempo, l’emozione era stata tanta al punto da generare un’istituzione come se il mondo fosse un fatto economico. Come fosse riducibile a economia. (Aiuto, siamo in tempo reale con i danni collaterali). Chi se non qualche elite poteva essere mossa da un’esigenza simile? Chi se non le elite, per vanagloria o per interesse personale nell’entusiasmo poteva dimenticare tutto il resto.

    2.Un gioco. Il tuo commento Salvatore, potrebbe avere come data anche il 1990. Non proseguire a leggere, fai mente locale e vedi se è un’ipotesi attendibile. Ora prosegui. E pensa alla ex-Jugoslavia, senza metterla sulla politica però, per dire che non era vera Europa. Se abbiamo quelle potenzialità, come mai dal contesto di pace che citi, per colpa di nessuno se non sua, si sta deragliando? Come mai le emozioni e le esigenze oggi sono di segno opposto?

    3.Sono molto critico nei confronti dei miei figli, di me stesso, di quanto osservo. Ma non ho mai la sensazione di voler separare, ho proprio l’opposta. Trovare la falla non significa non credere nella barca. Significa avere l’emozione per fare e l’esigenza di farcela.

  21. 9
    Salvatore Bragantini says:

    Alberto, Lorenzo sarà stato chiaro, ma secondo me sbaglia chi non si rende conto della grande potenzialità mondiale della Unione Europea: la più ardita costruzione politica della storia recente, che ha creato uno spazio politico dove conflitti, ingiustizie e disuguaglianze non sono state certo eliminate (altro che abolizione della povertà, e pure per decreto!), ma sono certo minori che in ogni altro spazio politico del mondo. Non vederlo è grave. E la Gran Bretagna sta pagando, e ancor più pagherà, lo scotto di decenni di polemica qualunquistica anti-Unione Europea, che hanno portato ad un esito nefasto.

    Bisogna costruire ponti, non muri. E aprirsi agli altri, non chiudersi.

  22. 8
    paolo panzeri says:

    Ogni tanto vedo che degli europei pensano, progettano e costruiscono con obiettivi di lungo, lunghissimo periodo, anche oltre i 20 anni, una generazione.
    E creano futuri possibili con cinesi, indiani, africani, russi, americani…..
    Ecco, io ho fiducia in queste persone, non in quelle miopi che ragionano, progettano e costruiscono nel breve periodo, pensando quasi esclusivamente al loro sempre piccolo orticello.
    Purtroppo attualmente quasi tutte le élites politiche europee si fanno eleggere da questi miopi e continuano a lamentarsi costringendo tutti a buttare al vento un mucchio di energie e risorse.
    Io però ormai sono vecchio e sono presbite 🙂

  23. 7
    Alberto Benassi says:

    Lorenzo, mai stato chiaro come adesso !!

  24. 6
    lorenzo merlo says:

    Ho scritto una favola e la racconto. Non ha un lieto, almeno per la maggioranza. Ma come tutte le favole, sempre che non siano derise e considerate letteratura di serie b, contiene qualcosa di adatto a tutti. Quantomeno a tutti quelli che quando leggono dello spirito del bosco, dentro di sé non lo deridono, credendo sia un’assurdità.

    La globalizzazione non aveva previsto l’arrembaggio della Cina. La sua produttività si sta prendendo il mondo. Aiuterà l’Africa in modo fattivo come mai noi si sia mai riusciti a fare. Oltre a neocolonizzarla naturalmente. La sua economia vincerà a mani basse il confronto con quella occidentale. La sua forma di governo totalitario-capitalista coniugata con la sua cultura formichiera glielo ha già permesso in parte. L’Europa, in qualuque forma la si voglia immaginare, accetterà il giogo che le verrà imposto sebbene in forma di aiuto, anche attraverso la riduzione del flusso migratorio che la sua politica in Africa le permetterà di regolare.

    L’india avrà tutte le opportunità, e i vantaggi, per mostrarsi socievole con la Cina.

    L’Afgh-Pak (Afghanistan-Pakistan) avrà ancora agio di smerciare eroina nelle direzione che più le converrano, sostanzialmente l’Occidente, sempre a causa dell’ombra cinese sull’economia del mondo, e per i vantaggi economici che le imprese cinesi e indiane stanno recando alla disastrata e venduta economia afghana.

    Anche il Giappone si troverà davanti alla necessità di fraternizzare con la nuova potenza.

    La Russia, nonostante l’orgoglio personale, la preferirà tutte le volte in cui potrà rivalersi sugli Usa.

    Questi avranno all’orizzonte una proto-autarchia che gli stati occidentali storicamente alleati avranno il potere, nelle loro diverse pecentuali, di obbligare in quanto a loro volta foraggiati dalla Cina.

    Nel Centro e nel Sud America resteranno stati organizzati secondo modelli imbalsamati che potranno agire per migliorare solo tra loro o sotto il controllo dei nuovi padroni.

    La Corea del Nord si manterrà un informale protettorato cinese.

    Israele non potrà che tirar ancora più fuori le unghie segrete che da sempre graffiano il mondo di nascosto.

    All’Iran, all’Iraq e il Medio Oriente sarà concessa una pace locale in attesa di vedere dopo le malefatte americane come penderà la bilancia con la Cina su un piatto.

    L’Arabia forse ha già capito tutto e tenta di non farsi spazzare via dallo tsunami orientale attraverso imbellettamenti che hanno come scopo farsi vedere e dichiarare la propria neutralità.

    In tutto ciò l’Occidentali prenderà coscienza che le buone intenzioni iniziali del capitalismo – la distribuzione della ricchezza – e della democrazia – la distribuzione dell’ugualianza – hanno declinato. La tendenza a destra, l’esigenza di ordine anche forzato, sono forze magnetiche per tutti, in particolare per chi non si sente più rappresentato, per chi ha perduto la bussola sotto la quale lui o i suoi genitori erano nati.

    Le forze private che detengono le ricchezze superiori a quelle statali potranno trovare sulle bancarelle dei loro mercati, istituzioni, territori, eserciti. Potranno fare affari con le criminalità organizzate, garantendo agli stati una parvenza di esistenza coma da contratti.

    Ora possiamo discutere di Europa, quell’essere nato in vitro e mai stato in grado di sviluppare arti e coordinazione, ma solo un potere urlato secondo signorilità, che un tempo aveva senso ed efficacia, ma ora, tutti lo vedono, è solo la voce di un mantice, di mostro da laboratorio. Altrimenti detto privo di anima. È andata male. Meglio provare un secondogenito, stavolta con una scopata.

     

  25. 5
    Matteo says:

    Io dico solo che un progetto che parte con l’obbiettivo politico di una cosmesi superficiale allo statu quo, senza almeno accennarne un principio di critica che possa servire come base di discussione e azione per il futuro non mi convince.

    Anzi direi che non serve proprio a nulla.

  26. 4
    Salvatore Bragantini says:

    23 gennaio 2019, ore 11.00
    Avete tutti ragione, sarebbe bello che il mondo ubbidisse a criteri di vita sensati, umanitari e giusti. I “buoni” dovrebbero vincere e invece stanno perdendo… e allora cosa si pensa di fare? Dire che serve ben altro, il cosiddetto benaltrismo, ci farà magari star bene, ma non avvicina di un centimetro la soluzione. Io sono fra quelli che pensano che far quel poco che concretamente si riesce a fare sia meglio che far nulla. Urlare alla luna il proprio disgusto non serve. Speriamo, come scrive Filippo, nei giovani, che si rendano conto di vivere nell’area del mondo meno ingiusta, e dove quindi si vive meglio che in tutto il resto del mondo. Bisogna cercare di andare avanti, ma non a costo di sparare nel mucchio: così si torna, semplicemente, indietro. Meditiamo…

  27. 3
    Filippo Gallizia says:

    23 gennaio 2019, ore 10.39
    Non so proprio con chi essere d’accordo… In questi giorni vedo  in atto nel nostro paese politiche fasciste, vedo il massacro fisico e morale dei poveri cristi, il tutto permesso ahimè! dalla ignorante dabbenaggine, incompetente e  poltronista  della classe dirigente pentastellata. L’europa centra solo marginalmente. Forse tutto ciò risveglierà dal letargo, me in primis. Vedo però giovani che reagiscono e questo è un bel segnale.

  28. 2
    Luca Mozzati says:

    23 gennaio 2019, ore 8.48
    Non dimentichiamo che questo modello di Europa economica, con questa classe dirigente che ora si ripropone alle elezioni, è quello che ci ha portato in questa situazione. O si inizia a muoversi in modo radicalmente differente, cioè ripensare diritti eguali per tutti, draconiana e indifferibile politica ambientale (a partire dal non sponsorizzare opere discutibilmente produttive e sicuramente dannose come il Tav) politica internazionale e rapporti col mondo mediorientale, produzione e vendita di armi, rapporti con regimi criminosi (Egitto, Libia, Turchia e non aggiungo il peggiore per non toccare corde delicatissime) e soprattutto non si ripensa alla scuola come luogo di educazione civica e critica e non di avviamento al lavoro, o è probabile che populismi, sovranismi e quanto c’è di peggio non faranno che progredire, alimentati dalla crisi ambientale ed economica e dalla dilagante ignoranza.

  29. 1
    Matteo Pellegrini says:

    23 gennaio 2019, ore 8.07
    Io sono europeo, ma sono contro questa Europa: il manifesto mi pare sia la solita Europa pareggio-di-bilancio/erosione-dei-diritti con giusto una vernicetta di più-investimenti-per-infrastrutture/cultura.
    Non serve a un cazzo finché a comandare sarà la logica del PIL e dello sviluppo con la longa manus di BCE, FMI, commissione europea a sorvegliare e punire e per il resto tutti liberi di fare gli interessi di chi comanda.
    Occorre lavorare per un’integrazione politica europea, su cui nessuno si interroga e di cui nessuno parla… anche se a me integrarmi con Ungheria o Polonia non è che mi vada molto bene!

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