Simone Moro: il Signore delle Invernali

Simone Moro: il Signore delle Invernali
di Marcello Rossi
(pubblicato su Climbing n. 350, www.climbing.com, 14 gennaio 2017)
traduzione di Luca Calvi

Di questi tempi distinguersi come scalatore sulle montagne più alte del mondo è una cosa difficile. Le uniche ascensioni degne di nota sono quelle che prevedono la salita di vie nuove ed eleganti su vette oscure e remote, il concatenamento di più vette oppure la salita in free-solo di vie classiche a tempo record. Il pluridecennale assedio agli Ottomila della Terra ha fatto sì che queste montagne diventassero un circo all’interno del quale in estate non è insolito vedere code infinite di scalatori che arrancano lungo le corde fisse, oppure ancora di vedere decine e decine di persone salire in vetta nella stessa giornata. Salire una vetta alta ottomila metri, però, è ancora un’impresa non da poco e andarci in inverno è il sistema che garantisce di ottenere il titolo di alpinista d’alta quota.

Simone Moro nel 2011 sul Gasherbrum II, il primo dei cinque Ottomila Pakistani a vedere un’ascensione invernale. Foto di Cory Richards

Poco più di dieci anni fa metà dei quattordici ottomila non avevano ancora visto una salita invernale fino a quando l’alpinismo invernale ad alta quota diventò l’ossessione di Simone Moro. A gennaio del 2005, quando il segaligno italiano arriva a calcare la vetta dello Shishapangma, mette anche la parola fine a un vuoto durato 17 anni durante i quali nessuno aveva calcato la vetta di un Ottomila in inverno. Undici anni più tardi il K2 rimane l’unico a resistere al gioco delle salite invernali degli Ottomila.

Il 27 febbraio del 2016, alle 3.37 del pomeriggio, Moro ha raggiunto per la prima volta in inverno la vetta del Nanga Parbat, la nona montagna più alta ed una delle ascensioni più pericolose del mondo, assieme ad Alex Txikon, specialista basco delle invernali e Ali Sadpara, portatore d’alta quota pakistano. Salire il Nanga Parbat durante il periodo più freddo dell’anno era diventata una sorta di questione di Stato: dall’inverno 1988–89 più di trenta spedizioni e decine di scalatori avevano fallito questo obiettivo. Oltre ad essere un’impresa storica, l’ascensione è valsa a Moro un posto di primo piano nella storia dell’alpinismo come primo uomo ad aver salito quattro Ottomila in prima invernale. “Per certi versi è stato il punto più alto della mia carriera” – dice Moro – “non tanto per l’impresa in sé, ma soprattutto perché racchiude tutto ciò che mi ha permesso di arrivare dove sono adesso: l’intuizione, la pazienza, le capacità pioneristiche, la perseveranza, la dedizione, l’amicizia e la capacità di soffrire”.

La tanto agognata vetta, già tentata da Moro per tre volte, arriva in un modo che nessuno avrebbe saputo predire. Prima di unirsi a Txikon e Sadpara, Moro aveva fatto cordata con Tamara Lunger, ventinovenne italiana ritenuta essere una delle alpiniste più forti in circolazione. I due avevano cercato di raggiungere la vetta seguendo l’ancora incompiuta via Messner-Eisendle, una linea scelta da Moro perché, anche se più lunga, meglio si adattava al loro stile di scalata veloce e leggero. Un seracco minaccioso e forti nevicate, però, li avevano costretti a restarsene quasi sempre chiusi in tenda per ottanta giorni, impedendo loro di salire sopra Campo 2. Lo stesso destino era toccato a Txikon e Sadpara, che non erano riusciti a salire oltre i 6700 metri lungo la via Kinshofer.

Un ritratto di Simone Moro da Cold di Cory Richards, un film sull’invernale al Gasherbrum II. Foto di Cory Richards

Verso la fine di gennaio Txikon, che aveva chiesto a Moro e alla Lunger di unire le forze fin dall’inizio, avanzò nuovamente la proposta. Incerto, l’alpinista italiano rifletté sull’invito: alpinista invernale di punta a livello mondiale, non aveva mai fatto fissare le corde da nessuno in suo favore e a quel punto ormai qualcun altro aveva già fatto la maggior parte del lavoro. Txikon e Sadpara non avevano mai salito un Ottomila in inverno e sapevano che il tesoro di esperienza di Moro era un bene di cui tutti loro avrebbero avuto la possibilità di godere sulla parte alta della montagna, là dove il tempo poteva cambiare all’improvviso e dove le corde fisse non erano ancora state piazzate. “Avevano fatto un gran lavoro fissando la maggior parte delle corde nella parte inferiore ed io li avrei ripagati offrendo quello che volevano da me: l’esperienza” – dice Moro.

Il 22 febbraio i quattro partirono durante una finestra di bel tempo. Quattro giorni dopo, una volta arrivati al Campo 4, a 7100 metri sul livello del mare, le conoscenze di Moro divennero determinanti. Su suo consiglio il tentativo di vetta ebbe inizio alle sei di mattina invece della tipica partenza alpinistica alle tre di mattina. Dato che si trovavano sul versante occidentale della montagna, con venti violenti e temperature che scendevano a -50°, Moro cercava di massimizzare il tempo che avrebbero passato al sole, e soprattutto voleva evitare di perdersi, come era avvenuto a una cordata internazionale l’anno precedente (questa cordata era partita per la vetta al buio e non era stata capace di trovare la via giusta). La strategia funzionò e la cordata, ad eccezione della Lunger, che dovette tornare indietro a causa di problemi allo stomaco, raggiunse la vetta. Reinhold Messner, in una intervista resa pochi giorni dopo, lodò l’intelligenza logistica di Moro. “Sono sicuro che siano state le sue abilità strategiche e la sua esperienza a rendere possibile l’impresa” – affermò Messner.

Moro riesce nella prima invernale dello Shishapangma nel 2005, senza l’ausilio di ossigeno o di portatori. Foto archivio di Simone Moro

Agli occhi di qualcuno il cambio di strategia di Moro sembrò in qualche modo non etico, dato che andava a prendersi pieno merito per un qualcosa a cui aveva contribuito soltanto in parte. Dal punto di vista dei puristi avrebbe fatto meglio a riconoscere che la montagna aveva avuto la meglio su di lui ancora una volta e poi avrebbe dovuto girare i tacchi, dato che aveva deciso di affidarsi a un approccio “con mezzi leali”. Moro ha sempre detto che senza tutto il lavoro fatto da Txikon e Sadpara lui non sarebbe mai riuscito a guadagnare la vetta. “La questione del purismo non esiste” – disse Moro – “Scalare è un gioco duro e talvolta può imporre di mettere in secondo piano l’eleganza delle imprese”. Se non avesse accettato l’invito di Txikon, Moro se ne sarebbe andato dalla “montagna nuda” senza la vetta; invece è entrato definitivamente nel firmamento dell’alpinismo (Vedi anche https://www.gognablog.com/la-montagna-del-destino/, NdR).

Moro è oggi un quarantanovenne carismatico, schietto, una figura conosciutissima i cui denti sporgenti e il cui volto affilato sono ben noti in tutto il mondo. Uno che ha macinato parecchio cammino per guadagnarsi il proprio posto nel mondo.

Da ragazzino, nella sua natia Bergamo, la stessa città di Walter Bonatti, leggenda dell’alpinismo, Moro non si è mai sentito attratto dallo stereotipo romantico dello scalatore ai margini della società. E’ invece cresciuto con un obiettivo ben definito, ovvero andare ad esplorare. Da ragazzino Moro era silenzioso e solitario e preferiva starsene da solo piuttosto che andare in giro con gli amici. “Mio figlio non amava tanto le compagnie” – dice sua madre – “Aveva poco da condividere perché non aveva un cantante o un calciatore preferiti. Per lui c’era Messner”.

Crescendo a Bergamo, Moro passava i fine settimana con i familiari, amanti della montagna, ai piedi delle Alpi e nelle Dolomiti, coltivando la passione per le vette più difficili. I genitori di Moro incoraggiavano i suoi exploit di scalatore, ma sapevano anche che fare alpinismo non vuol sempre dire anche “guadagnarsi da vivere”, così gli insegnarono l’importanza di tenersi una strategia di riserva. “I miei genitori non mi hanno mai fatto sentire fuori posto dicendo che mi dovevo adeguare alla realtà”- dice. “Mi hanno solo insegnato a costruirmi una cassetta con gli attrezzi da usare nel caso in cui i sogni non si fossero avverati”.

Simone Moro mentre sale verso il Gasherbrum II, la tredicesima montagna più alta del mondo, nel 2011. Foto di Cory Richards.

Al compimento dei vent’anni Moro era già diventato un atleta che faceva parte della squadra di arrampicata sportiva e aveva in curriculum parecchie vie sportive difficili vicine a casa sua. Nel 1992 quando aveva 25 anni gli capitò tra le mani una di quelle opportunità che possono cambiare una vita: Agostino Da Polenza, alpinista molto conosciuto, invitò Moro a partecipare ad una spedizione scientifica all’Everest. Questo gli permise di assaporare la grandiosità dell’Himalaya e della sua vetta più alta. A 7400 metri Moro iniziò a mostrare i segni di un edema cerebrale per essere salito troppo rapidamente. Fu salvato da altri membri della spedizione.

Al di là dell’insuccesso, la vista delle grandi montagne aprì gli occhi a Moro. Fin dall’inizio della sua carriera Moro aveva sempre cercato di fare esperienze non filtrate da terzi e per lui l’Himalaya, a differenza delle sue montagne di casa, in Europa, aveva ancora spazio per alcuni tipi di esplorazione vera, pura. A differenza di molti della sua generazione e del suo eroe Messner, però, Moro non ha mai mostrato interesse a completare la “Corona dell’Himalaya” (ovvero salire sulla vetta di tutti e quattordici gli Ottomila), impresa generalmente considerata come il migliore dei modi per dimostrare l’abilità ad alta quota. “E’ una prova davvero dura, ma ormai ci sono al mondo circa 40 persone che l’hanno già fatto. Non è più esplorazione” – dice Moro. Lui vede l’alpinismo come una risposta al desiderio umano di andare quanto più lontano possibile, fino ad entrare anche nell’ignoto. “Quando Hillary e Norgay salirono sulla vetta dell’Everest per la prima volta nel 1953, quello che stavano conquistando era ben più di una montagna” – sono le sue parole.

Quando Moro diede l’avvio alle sue prime spedizioni himalayane la commercializzazione delle vette alte ottomila metri stava già aumentando. Invece di andare a caccia dei 14, si concentrò sull’impresa più rischiosa dell’alpinismo invernale ad alta quota. In un’era segnata da una competitività feroce e aggressiva nella quale gli sponsor chiedevano successi, ovvero vette, andare a intraprendere ascensioni invernali equivaleva a giocare d’azzardo. Per Moro, invece, fu ciò che gli permise di non rimanere invischiato nella palude.

Sono assetato di esplorazioni” – dice – “e quando ci vai in inverno, anche se rimani al campo base per tre mesi ad aspettare il bel tempo, ti senti davvero un pioniere”.

Prima di dedicarsi all’alpinismo, Moro aveva iniziato la carriera di scalatore con la squadra di arrampicata sportiva italiana. Foto Archivio Simone Moro

L’alpinismo invernale è un affare estremamente pericoloso, con un tasso di successo pari a solo il 15 percento a causa di temperature spaventosamente basse, venti incessanti e fortissimi che costringono gli scalatori a restarsene dentro le tende per settimane e pesanti nevicate che possono far partire valanghe in qualsiasi momento. A tutt’oggi ci sono state circa 34 squadre che sono riuscite a portare a termine con successo scalate invernali di vette alte ottomila metri. Il numero totale di persone che sono giunte sulla vetta di un Ottomila in inverno è di soli 27.

L’idea fissa di Moro per le imprese invernali deriva da un incontro che fece nell’autunno del 1997, quando era andato a salire lo Shishapangma, il più basso degli Ottomila. Mentre stava salendo verso un campo intermedio, Moro incontrò un gigante dagli occhi di ghiaccio e biondissimo che lungo quei pendii ripidissimi si portava sulle spalle uno zaino smisuratamente grande. Era Anatolij Bukreev, l’alpinista e guida del Kazachstan che di recente era comparso nelle notizie per via della sua presenza al noto disastro sull’Everest del 1996, nel quale avevano perso la vita otto scalatori a causa di una terribile tempesta nella parte alta della montagna. All’epoca Bukreev era universalmente riconosciuto come uno dei più grandi alpinisti ad alta quota viventi; prima del 10 maggio 1996 aveva calcato la vetta di nove Ottomila ed aveva fatto una solitaria in velocità sul Denali, la vetta più alta del Nord America, in poco più di dieci ore dalla base alla vetta, un exploit definito semplicemente “irreale” dai guardaparco del Denali.

Prima di andare ciascuno per la propria strada Bukreev invitò Moro ad andare a trovarlo alla sua casa di Santa Fe, nel New Mexico. Un anno più tardi i due si imbarcarono in un progetto ambizioso: una spedizione autofinanziata per andare a tracciare una via nuova sull’Annapurna in inverno, senza ossigeno supplementare o portatori, un’impresa compiuta una volta sola in precedenza dai notissimi alpinisti polacchi Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer.

Io ed Anatolij eravamo come ragazzi che non smettevano mai di sognare” – disse Moro – “Ma soprattutto l’avere pochi soldi non ci ha mai scoraggiati”.

Dimitrij Sobolev, un cineasta del Kazakhstan, li accompagnò per documentare il tentativo e il giorno di Natale del 1997, dopo più di un mese passato per lo più al campo base ad aspettare il tempo buono, il trio partì per un tentativo alla vetta. Mentre stavano fissando corde in un canalone a 5700 metri, una cornice enorme si staccò e crollò spazzando via i tre alpinisti. Moro era solo di pochi metri più in alto degli altri e riuscì a sopravvivere, nonostante fosse rimasto gravemente ferito. Bukreev e Sobolev sparirono sotto i detriti della valanga. I loro corpi non sono mai stati ritrovati.

La morte di Anatolij mi sconvolse completamente la vita” – dice Moro. Nonostante siano stati amici solo per un anno, Moro definisce Bukreev il suo amico più fidato e il miglior compagno di scalata mai avuto. Oltre a ciò, Moro riconosce a Bukreev di avergli fatto avere un miglioramento fondamentale per il suo stile alpinistico. “Anatolij mi mostrò dove fossero le mie debolezze: io lo usai come pietra di paragone per capire quale capacità dovessi andare a migliorare per poter diventare l’alpinista che sono adesso” – dice.

Quella spedizione dal destino tragico aiutò Moro a comprendere che la purezza assoluta dei panorami himalayani in inverno e l’estremo isolamento dal resto del mondo era quello che andava cercando con le sue scalate. Non si sentiva attratto dalle scalate come fuga dalla società moderna dove soldi e potere governano tutto, quanto piuttosto dall’idea di esplorazione come opportunità per lasciare il mondo civilizzato e andare alla ricerca della vera essenza interiore.

Moro dovette attendere altri otto anni prima di portare a compimento la sua prima salita invernale. Il 14 gennaio del 2005 salì in vetta allo Shishapangma con Piotr Morawski, diventando così il primo non-polacco a salire in vetta a un Ottomila in inverno. Gli alpinisti polacchi avevano monopolizzato la scena delle invernali in Himalaya grazie ai Guerrieri di Ghiaccio, un gruppo di scalatori dal talento estremo che comprendeva Krzysztof Wielicki, Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer. I Guerrieri di Ghiaccio ebbero un grande influsso sull’ossessione di Moro per l’alpinismo invernale e lui non manca di riconoscere il cammino da loro tracciato. L’affinità che sente per loro va al di là del solo alpinismo: Moro paragona gli scalatori polacchi alla gente di Bergamo. “Sono molto abituati alla sofferenza” – spiega – “e dato che l’alpinismo invernale è fondamentalmente un ‘gioco di sofferenza’, lo sentono del tutto naturale”.

Simone Moro e Denis Urubko

 

Nell’inverno del 2009 Moro riuscì in quella che presumibilmente è stata la sua impresa più raffinata di sempre. Assieme a Denis Urubko, un altro alpinista del Kazakhstan con il quale Moro ha sviluppato un’intensa collaborazione, raggiunse la vetta del Makalu, la quinta vetta più alta del mondo. Decine e decine di scalatori avevano tentato il Makalu in inverno e avevano fallito. Esattamente due anni più tardi gli riuscì un altro exploit eccezionale: assieme a Urubko e al fotografo americano Cory Richards, riuscì a portare a termine un’ascensione estremamente leggera del Gasherbrum II, il primo dei cinque Ottomila pakistani ad essere salito in inverno.

Durante la discesa verso il Campo Base i tre furono colpiti da un’enorme valanga che si era staccata proprio sopra le loro teste. “Era una sorta di déjà vu dell’Annapurna” – dice Moro. Come per la tragedia del 1997, Moro rimase sulla superficie della neve e poi riuscì a tirar fuori i suoi due compagni dalla massa nevosa compatta e alta fino al collo. Proprio come il Makalu, il Gasherbrum II era un obiettivo da tempo nel mirino che aveva resistito a 26 anni di tentativi. Dopo tre vette salite in prima invernale, la comunità degli scalatori si trovò costretta ad ammettere che un italiano ossa e nervi stava dominando la scena delle invernali ad alta quota.

A vederlo, Moro, è difficile credere che una persona così minuta e sottile sia riuscita ad avere un tale successo su quelle vette così gigantesche. In assenza di vantaggi dal punto di vista anatomico, Moro ha sviluppato uno stile alpinistico camaleontico che incorpora la resistenza sovrumana di Messner, la capacità dei polacchi di resistere a condizioni estreme e, cosa forse più importante di tutte, il cervello e la prudenza di Ed Viesturs, un alpinista conosciuto per la sua ossessione per la sicurezza.

In ogni caso Moro considera il suo cervello in continua ebollizione come la chiave delle sue imprese. E’ dotato di una mente ossessiva e di una volontà che è impossibile far deviare. “Quando qualcosa inizia a frullarmi per la testa non c’è modo di togliermelo” – dice.

Che si tratti di scalare al coperto per ore o di correre una mezza maratona ogni giorno, Moro è così meticoloso e pignolo riguardo al sacrificio e alla perseveranza che visto dal di fuori potrebbe sembrare quasi un pazzo. Anche se non ha mai definito l’alpinismo una competizione, uno dei suoi motti preferiti è: “Ogni ora di allenamento non fatta equivale a un’ora in più lasciata al vostro rivale”. Per Moro, alpinista rilassato e non competitivo, il rivale è sempre la montagna.

Altri scalatori avevano tentato ascensioni invernali del Makalu almeno dieci volte prima che Moro dichiarasse di aver compiuto la prima nel 2009. Foto archivio Simone Moro.

Con un’agenda frenetica, non è insolito per Moro andare ad allenarsi di notte. Corre 160 km a settimana, scala e fa sollevamento pesi. Per la nostra prima intervista telefonica ci eravamo accordati di sentirci alle 8 di mattina. Quando lo chiamai, Moro aveva il telefono staccato. Dopo alcuni minuti ricevetti una telefonata da Marianna, la sua manager, che mi fece sapere che Moro era andato a letto solo due ore prima essendosi dovuto allenare di notte perché non aveva avuto tempo durante il giorno. Che abbia un obiettivo o no, Moro si allena sempre. Sempre.

Adesso Moro tiene innumerevoli presentazioni con slides e discorsi motivazionali, spesso per società che lo pagano abbastanza per foraggiare i suoi obiettivi. Sembra che per gli spericolati amanti del rischio moderni sia possibile ottenere fama immediata spingendosi oltre i propri limiti, mentre Moro ha fatto l’opposto, costruendo la propria credibilità con il passare del tempo e perseguendo obiettivi che richiedono anni per il loro raggiungimento. Solo di recente si è sentito pronto a fare il passo ed entrare nel ruolo di tutor. “Non è perché sto invecchiando,” – spiega – “fare tutoraggio e dare consigli sono cose serie e fino a dieci anni fa non mi sentivo pronto a questo ruolo in quanto non ero abbastanza affidabile”.

Moro ha progettato il proprio messaggio attorno ad un semplice credo di base: il Successo non è il requisito minimo per rendere attraente una storia. Va orgoglioso dei propri insuccessi tanto quanto dei suoi successi e partendo da ciò utilizza uno stile narrativo genuino, senza fronzoli, che gli permette di raggiungere un pubblico variegato di più di 100.000 followers sui social media, con cinque libri scritti e tradotti in quattro lingue, oltre ad essere comparso in parecchi film di montagna.

Tuttavia, essere conosciuto a livello internazionale ed esposto all’attenzione dei media ha un rovescio della medaglia particolarmente negativo: le critiche. Sebbene Moro non sia mai finito, come è invece accaduto ad altri alpinisti di punta, sotto il fuoco della critica per azioni controverse in tragedie durante le quali ci sia stato chi abbia perso la vita in circostanze poco chiare, la sua carriera non è stata esente da problemi. Sebbene per la maggior parte si sia trattato di piccole macchioline, di quelle che si insinuano inevitabilmente nella vita di uno scalatore di punta, una di queste non fu da nessun punto di vista minore e superò come presa sul pubblico di gran lunga i suoi successi alpinistici.

Simone Moro al Nanga Parbat d’inverno

Nell’aprile del 2013, assieme al velocista svizzero Ueli Steck e a Jonathan Griffith, scalatore e fotografo inglese, Moro andò fino alla base dell’Everest per provare a riuscire nell’ascensione in stile alpino della via Hornbein, che non era mai stata ripetuta dopo le prima salita del 1963. Mentre stavano salendo a Campo 3 per acclimatarsi, i tre incontrarono una squadra di sherpa che stava installando le corde fisse sulla parete del Lhotse, la rampa principale che sale verso la via normale della cresta sud-est. A un certo punto il capo della squadra che stava fissando le corde, forse seccato dal fatto che la sua squadra era stata interrotta mentre stava facendo un lavoro prezioso per gli operatori commerciali, si mise ad urlare contro Steck e poi iniziò a calarsi verso di lui. Per evitare di essere fatto sbalzare a calci fuori dalla parete, Steck alzò le braccia per attutire il colpo. Preoccupato, visto che stavano salendo slegati, Moro iniziò a urlare contro lo sherpa, dandogli del machikne, che in Nepali è una grossa offesa, traducibile come “figlio di puttana”. Il capo del gruppo che stava fissando le corde diede istruzioni di smettere di lavorare agli altri sherpa e questi se ne scesero dalla parete lasciandosi dietro un lavoro non portato a termine. I tre occidentali avevano progettato di passare la notte al Campo 3, ma decisero di tornare al Campo 2 per cercare di comporre la questione.

Non è che non si sia mai sentito di scalatori che siano arrivati a risse verbali ad alta quota, dove l’aria fina può aumentare l’ego e obnubilare le capacità di giudizio, ma quello che avvenne dopo non aveva precedenti. Quando gli europei tornarono alle loro tende al Campo 2, si presentò un nugolo di sherpa, molti a volto coperto e con pietre in mano. Tre uscirono dalle tende nella speranza di comporre la questione in modo pacifico, ma gli sherpa iniziarono a tirar pugni e calci, a lanciare piccozze, ramponi e pietre. Dopo aver ferito sia Steck che Griffith, gli sherpa chiesero ripetutamente che Moro, l’unico ad aver insultato il loro capo, si inginocchiasse davanti a loro e si scusasse per le parole offensive. Moro chiese in cambio che se lui l’avesse fatto quelli si sarebbero astenuti dall’attaccarlo. Nonostante ciò, mentre era in ginocchio, alcuni sherpa iniziarono a colpirlo. Uno cercò di colpirlo con un coltellino. Gli sherpa dichiararono che i tre non avevano più il permesso per la parete del Lhotse. Uno degli sherpa, dopo, avvisò gli scalatori europei attraverso la parete della tenda che sarebbero stati tutti uccisi se non avessero lasciato il campo entro un’ora. Lungo la discesa gli scalatori europei evitarono la discesa predisposta perché avevano visto alcuni sherpa lungo il percorso.

Possiamo discutere di quanto avvenuto sulla parete del Lhotse, di cosa sia stato giusto o sbagliato. Quanto avvenuto al Campo 2, però, quello è stato inaccettabile” – disse in seguito Steck. “Anche se abbiamo fatto un grande errore, non è un motivo per cercare di uccidere tre persone”. Il giorno successivo la notizia della lite era già stata riportata da parecchi dei media principali in tutto il mondo.

In quella discussione non ci sono stati vinti o vincitori” – dice Moro, addolorato nella voce. “L’aver offeso quello sherpa è l’unica cosa di cui mi sono pentito, ma l’ho fatto solo perché eravamo senza corda e un qualsiasi movimento, anche minimo, ci avrebbe potuto far cadere e morire”. Esiste anche l’opinione ampiamente condivisa che gli sherpa, che sono noti per essere una popolazione pacifica, non si sarebbero comportati così se non fossero stati provocati.

I racconti divergenti hanno dato il via a un dedalo di accuse. Alcuni racconti erano dalla parte degli scalatori europei, mentre altri hanno descritto Moro, Steck e Griffith come imperialisti del Gore-Tex, invasori europei ricchi ed alteri, pieni di disprezzo per la dignità interculturale. Tuttavia, le riprese dell’incidente possono essere viste come una prova del fatto che gli sherpa hanno reagito in modo esagerato e hanno minacciato di uccidere gli scalatori per un piccolo inconveniente. Secondo Zachary Barr, cineasta americano che ha raccolto le riprese di differenti testimoni per trasformarle in un film da 36 minuti dal titolo Alta Tensionela storia apparentemente verteva su una discussione di etichetta alpinistica, ma è chiaro che c’era molto più dell’etichetta sulla parete del Lhotse quel giorno”.

Moro, da anni impegnato in progetti benefici per la Valle del Khumbu, ha cercato di vedere l’incidente alla luce della situazione attuale dell’Everest. Anni di sfruttamento colonialistico e una miscela tossica di rivendicazioni culturali, storiche ed economiche hanno portato a relazioni difficili tra sherpa e occidentali, nonché tra scalatori professionisti e operatori commerciali. Adesso, a bocce ferme, Moro ritiene di essere stato solo un catalizzatore accidentale.

Dopo il primo tentativo di scalare l’Everest, nel 1992, Moro ci è tornato in innumerevoli occasioni, salendoci in vetta quattro volte e riuscendo in imprese più che degne di nota, come la prima traversata in solitaria da sud a nord della montagna nel 2006. Nonostante le folle, i costi e i fastidi collegati alle scalate sull’Everest non siano un qualcosa di esattamente in linea con l’amore di Moro per scalate esplorative, eleganti, difficili e originali, la vetta più alta del mondo ha comunque avuto un ruolo senza pari per la sua vita e la sua carriera, al di là del noto corpo a corpo del 2013.

Nel maggio del 2001 Moro arrivò al Campo Base dell’Everest con l’intenzione di completare uno dei suoi sogni cullati da più tempo: la traversata Everest-Lhotse attraverso il Colle Sud in stile alpino, un’impresa volitiva tentata da Urubko e Moro l’anno precedente, ma mai completata. Durante la spedizione del 2001, mentre erano intenti a sciogliere la neve e a preparare da mangiare, ricevettero un SOS da parte di Tom Moores, un alpinista britannico diciannovenne che era caduto ed era rimasto incapace di muoversi da qualche parte sulla parete occidentale del Lhotse. Era appena calata la sera, Moro e Urubko avevano passato tutta la giornata a scalare, riuscendo a fare in una giornata sola l’equivalente di due giorni di lavoro in parete. Nonostante fosse esausto, Moro accese la frontale e partì da solo nel buio.

Simone Moro al Nanga Parbat d’inverno

Dopo una marcia estenuante Moro arrivò al di sopra di un pendio enorme, dove individuò un puntino rosso che giaceva sulla neve. Moores, sanguinante e gravemente ferito, era bloccato in un punto esposto alle valanghe senza guanti, lampada o ramponi. Non potendo scendere, Moro si trascinò dietro lo scalatore inglese salendo 200 metri di dislivello fino alla sommità di una formazione rocciosa esposta chiamata Tartaruga, dove lo strato di neve compatta dava l’aria di essere più sicuro, e da lì poi continuò per arrivare alla sua tenda. Lì si ritrovò con Urubko, che nel frattempo aveva salvato un alpinista polacco esausto, per poi tornare dal britannico ferito portandosi dietro il suo sacco a pelo. Il mattino successivo, Moro, stremato dopo aver tremato tutta la note per il freddo, se ne scese al Campo Base. La spedizione era finita.

Moro è stato celebrato come un eroe per aver abbandonato la scalata che stava facendo e per aver messo a rischio la propria vita per salvare altre persone. Gli è stato conferito il trofeo del Fair Play Pierre de Coubertin da parte dell’UNESCO, la medaglia d’oro al valor civile da parte del Presidente della Repubblica italiana e il premio intitolato alla memoria di David A. Sowles dal Club Alpino Americano, anche se Moro ha sempre minimizzato il salvataggio. E’ del parere di aver fatto quel che andava fatto; una vita umana è più importante di qualsiasi vetta. “Non potevo sopportare l’idea di lasciar morire una persona senza fare nemmeno un tentativo di salvargli la vita” – ebbe a dire in seguito. Moores, che adesso ha 34 anni, continua a scalare ed ogni anno, in occasione dell’anniversario del salvataggio, manda una mail a Moro per ringraziarlo.

Mi sono sentito e continuo a sentirmi molto in colpa perché l’energia che ha profuso per salvarmi lo ha costretto ad abbandonare il suo progetto” – scrisse Moores in una mail. “Mi ricordo che scendevo incespicando accanto a lui lungo la via di discesa. Mi diceva che stava andando tutto bene e che ciò che contava per davvero era il fatto che ambedue avremo potuto continuare a scalare. Credo che sia l’esempio perfetto del vero spirito degli scalatori”.

Quel soccorso indicò in qualche modo quel che sarebbe poi avvenuto allo scalatore italiano. Nel corso dei decenni passati in Himalaya a scalare Moro aveva notato la mancanza di un Sistema di elisoccorso professionale. Il clima politico del Nepal, i costi e i rischi del volo ad alta quota facevano sì che i salvataggi con gli elicotteri potessero avere luogo solo per chi se li poteva permettere, mentre Moro voleva aiutare tutta la Vallata del Khumbu. Nel 2009 andò in California e ottenne la patente di elicotterista nel giro di un mese. Tornò poi in Italia a volare quanto più possibile. Due anni dopo portò il suo elicottero, donatogli da Gianni Carminati, un imprenditore italiano che aveva sostenuto l’obiettivo di Moro, a Lukla, dove diede l’avvio a operazioni di salvataggio con una squadra composta da soli italiani.

Nonostante i critici abbiano detto che l’elisoccorso non farà altro che incoraggiare un numero maggiore di persone ad andare a visitare posti dove non dovrebbero andare, Moro è saldamente convinto del fatto che la gente non va ad avventurarsi in territori pericolosi solo perché possono essere soccorsi: “L’elicottero non è un mezzo per soli ricchi occidentali che si trovano nelle rogne” – dice – “E’ qualcosa che serve a fare del bene per chiunque abbia bisogno d’aiuto”.

Per ironia del destino, l’uomo che ha alzato gli standard dell’alpinismo invernale ad alta quota per più di dieci anni non proverà a reclamare per sé l’ultimo Ottomila rimasto da salire in invernale. Mentre Moro si trovava sul Gasherbrum II nel 2011, sua moglie Barbara sognò che lui sarebbe morto durante un’ascensione invernale del K2. Una volta tornato a casa lei gli confessò il suo timore.

Non ho mai interferito con la sua carriera” – dice – “gli ho solo chiesto di non andare a verificare se avessi ragione o torto e lui si è detto d’accordo” .

Con il passare del tempo una delle ulteriori ragioni a determinare le sue più importanti ritirate è stata l’esser diventato padre. “Avere una famiglia è un grande privilegio e una grande responsabilità” – ha detto di sua moglie e dei suoi due figli, Martina e Jonas. “Ho continuato a seguire una carriera rischiosa, ma più di una volta mi sono trovato in situazioni nelle quali dovevo per forza di cose tener conto del fatto di essere responsabile di qualcosa di più della mia sola vita”.

La psicologia particolare che affligge la maggior parte degli scalatori fa sì che per loro smettere sia difficile, mentre Moro va invece orgoglioso della sua capacità di fermarsi. Non è un cyborg privo di emozioni votato alla missione, incapace di sentire dolore o paura, no, è uno che è tornato indietro parecchie volte nella sua carriera. E’ bravo in ciò che fa proprio perché a volte è timoroso e addirittura insicuro. Moro ritiene che non ci sia nulla di eroico a prendersi rischi che non possano essere gestiti.

Attualmente si trova in Nepal con la sua squadra di elisoccorso e progetta di tornare in Himalaya in primavera. Non sa ancora quale montagna sarà il suo prossimo obiettivo, ma l’opzione più probabile è quella del Kangchenjunga, il terzo per altezza tra gli Ottomila della terra (in effetti, attualmente Moro e la Lunger sono impegnati nella traversata del massiccio del Kanchenjunga, NdR).

Marcello Rossi è un copywriter e giornalista free-lance italiano che ha scritto per Wired, International Business Times e Vice. Per altre sue opere v. marcellorossi.net.

Lista dei 14 Ottomila:
Everest: 8848 metri, Nepal/Tibet
K2: 8611 metri, Pakistan/Cina
Kangchenjunga: 8586 metri, Nepal/India
Lhotse: 8516 metri, Nepal/Tibet
Makalu: 8463 metri, Nepal/Tibet
Cho Oyu: 8201 metri, Nepal/Tibet
Dhaulagiri: 8167 metri, Nepal
Manaslu: 8163 metri, Nepal
Nanga Parbat: 8126 metri, Pakistan
Annapurna: 8091 metri, Nepal
Gasherbrum I: 8080 metri, Pakistan/Cina
Broad Peak: 8047 metri, Pakistan/Cina
Gasherbrum II: 8035 metri, Pakistan/Cina
Shishapangma: 8013 metri, Tibet

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Simone Moro: il Signore delle Invernali ultima modifica: 2017-05-04T06:00:05+00:00 da GognaBlog

23 pensieri su “Simone Moro: il Signore delle Invernali”

  1. 23
    lorenzo merlo says:

    Se meschino
    li giudicherei
    credendomi così migliore

    Se grande
    mi ci riconoscerei
    metaforico esempio
    di ciò che ho fatto
    o farò

    Più alpinisticamente:
    – animi in giovanili burrasche
    – inconsapevoli delle ragioni della tradizione
    del rispetto che chiede
    per essere superata
    – ignari che
    libertà e individualismo
    non sono sovrapponibili
    – prenderne le distanze
    e scriverne un racconto
    mi sembra una gran bel modo
    per far correre il messaggio

    Bello stile Paolo

  2. 22
    Paolo panzeri says:

    Lorenzo come definiresti i due amachisti pressonati di questo racconto di fatti del secolo scorso?
    http://www.forum.planetmountain.com/phpBB2/viewtopic.php?f=20&t=56232

  3. 21
    lorenzo merlo says:

    Grandi e meschini
    gli uomini

    Storie che non conosciamo
    li portano dove non potremmo giudicarli

    Grande e meschino
    ogni uomo

    Storie che conosciamo ci hanno portato
    dove non avremmo voluto andare

    Grandi e meschini
    Infiliamo collane

    scegliendo le perle
    dimentichi di tutte le altre realtà

  4. 20
    Paolo panzeri says:

    Solo gli dei giudicano, i mortali possono solo tentare una valutazione dei loro simili. Magari riesce loro più facilmente se hanno una qualche competenza su ciò che decidono di valutare.
    Non ho mai sentito di un ingegnere che fa il medico, ma nemmeno un matematico che fa il fisico.
    Ma molti politici sanno occuparsi di tutto e capiscono tutto e decidono tutto, ma senza fare nulla tranne parlare.

  5. 19
    Massimo says:

    Gli alpinisti sono uomini e come tali vanno giudicati? Ma se parliamo di imprese alpinistiche a quello specifico ci limitiamo. Oppure se giudichiamo tutto secondo il valore dell’uomo voglio che mi si riconosca il titolo dell’NBA. Gioco da far schifo, ma umanamente sono dieci volte meglio di Lebron James.

  6. 18
    Giandomenico Foresti says:

    Salvaterra è sicuramente un grande ma stilare classifiche in ambito alpinistico è impresa ardua se non impossibile. Si tratta di un’attività con troppe sfaccettature. Già è difficile nell’ambito della sola arrampicata sportiva, nonostante le gare. Oggi nessuno ha difficoltà ad indicare in Adam Ondra il numero uno ma prima di lui stilare delle classifiche risultava alquanto difficile perchè le vittorie nelle gare contano fino a un certo punto.
    Per quanto concerne il giornalista Rossi, visto che a detta di Marcello è un generico, gradirei che continuasse a stare sul generico senza sciorinare dati assai poco credibili.
    Relativamente a Simone Moro credo che ciascuno debba sentirsi libero di vivere la vita come vuole così come ciascuno debba sentirsi libero di fare delle considerazioni, condivisibili o meno, senza offendere la dignità della persona. Quindi senza entrare nell’ambito tecnico perchè non ho né i titoli né la competenza per farlo mi limito ad alcune considerazioni di buon senso. Un conto è cercare di raggiungere degli obiettivi correndo i minori rischi possibili e un altro cercare di raggiungerli correndo i massimi rischi. Io non ho nulla da eccepire nei confronti di un free solista di professione che si avventura su dell’ottima roccia mentre avrei da eccepire nei confronti di un free solista che si avventura su roccia marcia.
    Una persona sposata e con figli che si incapponisce a stabilire il record delle invernali in Himalaya, affrontando, per quanto preparata, dei rischi oggettivi elevatissimi, merita di essere incensata? Vedete voi. Ciascuno faccia le proprie valutazioni.
    Ma forse alla fine della fiera non c’è l’ho nemmeno tanto con le scelte di Moro. La cosa che mi fa girare maggiormente è la schizofrenia con la quale i media ci triturano i coglioni da mattina a sera, recitando a pappagallo il mantra della sicurezza, condito dalla solita storiella della signora in ciabatte, e incensando chi con la sicurezza non ci va proprio a braccetto e sempreché porti a casa la pelle perché se no “dagli a quel cane”. Così come sono stufo di leggere articoli abborracciati di generici i quali rischiano di fare dei danni alimentando dei falsi miti.
    Come dice giustamente Paolo gli alpinisti sono degli uomini e come tali devono essere valutati.

  7. 17
    paolo panzeri says:

    L’alpinismo non è per nulla uno sport con le gare, le giurie e le classifiche.
    Gli alpinisti sono uomini e come tali devono essere valutati.
    Enrico Rosso, Adam Holznecht, Giorgio Martini, Ignazio Piussi (nomi così di adesso) e Tantissimi Altri sono uomini che hanno detto e fatto qualcosa in più nell’alpinismo. Qualcuno l’ha detto e fatto anche in quello mondiale.
    Ermanno è fra questi per ciò che ha fatto in Patagonia.
    Per me una qualsiasi classifica possono farla solo loro, ma non la fanno mai!

    Come se volessimo noi normali classificare i geni: non possiamo capire nulla! Leonardo? Galilei? Pitagora? Einstein? Picasso? Moore?……..

  8. 16

    In Italia l’alpinista più forte, visionario e completo su ogni terreno che ci sia mai stato è Ermanno Salvaterra. Posso sbagliarmi ma lo penso e lo dico.
    Messner gli è secondo perché non è un gran sciatore e l’Ermanno ha fatto i 211 all’ora sugli sci, tra le altre cose. Terzo metterei Casarotto. Bonatti lo posizionerei entro i primi 10, ma non vorrei dilungarmi in inutili classifiche dettate solo da opinioni strettamente personali e quindi di certo precarie. Solo sul numero uno non ho dubbi.
    Non ha mai fatto un ottomila perché probabilmente non gli interessava ma alto non significa difficile e se gli fosse interessato, credo non avrebbe avuto difficoltà a farli tutti ‘e 14 in un paio d’anni.
    Il guaio (o forse è un merito, chissà) è che in casa nostra non ha mai avuto il giusto riconoscimento che, secondo me, merita. Solo le montagne sanno…

  9. 15
    fiumerosso says:

    calma e gesso…

  10. 14
    paolo panzeri says:

    Ma è detto : il Signore delle Invernali

  11. 13
    Andrea Parmeggiani says:

    Non mi sembra di aver letto nell’articolo che Simone Moro viene considerato il piu’ grande alpinista di tutti i tempi….

  12. 12
    paolo panzeri says:

    Scusate, mi son dimenticato di dire che anche Jerzy Kukuczka ha salito, tanti anni fa 4 ottomila d’inverno, però uno come seconda cordata, e ne ha saliti due in un solo inverno e li ha saliti tutti e 14 e ha fatto anche delle vie nuove e puliva camini e li ha saliti in 8 anni e ha finito di salirli un mese dopo Messner e poi… e… e… e ce ne sono molti altri.
    Per esempio i due sposini Benet che stanno finendo i 14, vanno in due o tre, sempre in stile alpino e senza ossigeno, concatenano, salgono, scendono e ritornano se non ce la fanno.
    Starei molto attento prima di fare certi elogi sperticati perché “il troppo stroppia” e prima o poi, se l’illusione è troppo forte, crolla tutto.

  13. 11
    Alberto Benassi says:

    io invece dico che il commento di Giandomenico è più che sensato.
    Come già detto da altri, massimo rispetto per la tenacia di Moro. Quanto al suo alpinismo, al suo swtile, non mi appassiona.
    Ben altro stile quello del Gabibbo.
    Comunque ognuno fa quello in cui crede e si comporta di conseguenza.

  14. 10

    Non resisto a scrivere che paragonare Moro a Nardi è come paragonare Lauda a Giacomelli, per chi si ricorda un po’ di formula uno. Certamente il buon Simone ha deciso di rivolgersi al pubblico generico, e non a quello specifico degli alpinisti, perché il primo è più numeroso e appetibile per gli sponsor. Del resto per camparci non aveva altre scelte e questa va rispettata a livello commerciale, meno a quello etico.
    Ho letto il suo libro sull’elisoccorso (In ginocchio sulle ali, o qualcosa del genere) trovandolo interessantissimo pur se pregno di suedtirol style, sarà la moglie e che vive a Bolzano, chissà.
    Il giornalista Rossi è un generico (non credo sia un alpinista, o almeno non lo sembra da come scrive) che si esalta di fronte a tutto senza fare distinzioni, infatti scrive per testate alla “dituttounpo”, beato lui.
    Simone è uno in gamba che con la gente sa sempre essere quello che la gente si aspetta e in questo non delude mai. Oggigiorno è una qualità. Bravo!

  15. 9
    Ippolito says:

    Il commento di Foresti è talmente assurdo che non so nemmeno da dove cominciare per smontarlo e portarlo in discarica

  16. 8
    Giandomenico Foresti says:

    Caro Carlo, nei commenti postati fino ad ora non trovo una briciola d’invidia. Si tratta semplicemente di considerazioni personali e in parte suffragate da elementi oggettivi (vedi post di Paolo).
    L’invidia la si può eventualmente provare nei confronti di chi è stato particolarmente dotato da Madre Natura ma non nei confronti di chi si è traforato i coglioni per raggiungere determinati obiettivi. Anche perché il nostro Simone qualcosa l’avrà pur dovuto sacrificare. O no? Io penso che la vita sia fatta di tante altre cose e che l’alpinismo, per quanto importante, costituisca una di queste. Pochi giorni fa è stato pubblicato un articolo su Gabarrou. Il confronto fra i due mi pare alquanto imbarazzante.

  17. 7
    Carlo says:

    Miseria campanile!!! Quanta invidia c’è in giro!!!

  18. 6
    Luciano pellegrini says:

    Gino Lucarelli si ricorderà della trasmissione TV sulla … gara… di alpinisti/non alpinisti. Il suo ruolo è stato di cronometrista. si ricorderà che ad un certo punto non ha voluto più avere a che fare con i giornalisti. Ora, per il suo nuovo tentativo per far fare il primo ottomila a Tamara, ha scelto “il fumetto”. Insomma, ci sa fare, sa vendere la sua immagine.

  19. 5
    Giandomenico Foresti says:

    A volte, diciamo pure spesso, si leggono cose che nel contesto generale passano inosservate. E’ vero che succede pure il contrario, ci si fossilizza su alcuni particolari credendo con ciò di aver capito tutto.
    Io di Simone Moro non so più di tanto anche perché, lo dico col massimo rispetto, non mi ha mai impressionato più di altri. Ne riconosco, come già detto da Paolo Panzeri, la tenacia.
    Quando però leggo alcuni resoconti, buttati lì senza un minimo di approfondimento, mi pongo delle domande e spesso, insieme a queste, mi sorgono dei dubbi. Il risultato è che alla fine i dubbi aumentano, arrivando talvolta a mettere in discussione tutto quello che ho letto.
    Veniamo al punto, l’allenamento di Simone Moro. Si legge nell’articolo che corre 160 km a settimana, scala e fa sollevamento pesi. Mah.. Faccio molta fatica a credere in un’attività giornaliera spalmata su sette giorni a questi ritmi. 160 km a settimana equivalgono a quasi 23 km al giorno per sette giorni, oppure quasi 27 su 6, o ancora quasi 32 su 5. Perchè poi bisogna anche scalare e fare pesi.
    Nessuno, nemmeno un super atleta olimpico può sostenere certi ritmi di lavoro senza trovare il tempo per riposare, pena l’andare incontro ad infortuni seri che potrebbero pregiudicarne la carriera.
    Certi ritmi di lavoro possono essere periodizzati, mantenuti ciò per un certo lasso di tempo. Possono essere dei periodi di punta, magari in prossimità di certi impegni. Quindi perché non dirlo? Perché voler dare ad intendere che per 365 giorni all’anno Moro si alleni così?
    Intendiamoci di cose un po’ strampalate ne ho lette con riguardo a molti atleti di fama mondiale. Quasi sempre erano delle falsità e quando andava bene erano un misto di verità e falsità.
    Sicuramente Moro si allena e parecchio, su questo non c’è dubbio e ciò è un altro aspetto su cui ragionare. Nella vita s’incontrano i cosiddetti talenti naturali i quali, sempreché non se la tirino, possono risultare anche molto simpatici. Stiamo parlando di persone alle quali riesce tutto facile (il “tutto” è ovviamente relativo alle cose che fanno), trovando altresì il tempo per divertirsi in maniera spensierata. Poi ci sono i secchioni, quelli che ottengono risultati ma facendosi un culo a capanna.
    Da quanto si legge nell’articolo Simone Moro è un secchione. Sicuramente sarà pure predisposto anche se nell’articolo si parla di assenza di vantaggi dal punto di vista anatomico (e anche questa è una corbelleria perchè uno che scala le montagne risulterebbe assai svantaggiato da un fisico alla Sahquille O’Neal ai tempi d’oro) ma non vi può essere dubbio alcuno sulla sua forza di volontà.
    La domanda successiva però è la seguente: e poi? Cioè, la sensazione è che il nostro soffra di un complesso d’inferiorità combattuto a suon di risultati. Lodevole fin che si vuole, di gran lunga meglio che chiudersi in casa a guardare il soffitto, ma per me l’alpinismo è un’altra cosa. Bonatti, che probabilmente qualche problemino l’aveva pure lui, in confronto è stato un dilettante.
    Non lo so, a volte mi metto in discussione, penso di parlare solamente per una sorta d’invidia malcelata, però certi personaggi non riesco a vederli in positivo. Io sono uno che crede anche nell’alpinismo come sfida personale però ritengo che debba esserci sempre un limite e quest’ultimo risiede, a mio avviso, nella padronanza con la quale si gestisce la situazione. Quando sono le situazioni a gestire te significa che il limite è già stato superato anche se magari ci sono dei margini tecnici ancora gestibili.
    Quello che voglio dire è che il limite è prima di tutto mentale e non risiede solamente nella incapacità di fare determinate cose ma anche, e soprattutto nell’incapacità di uscire da una situazione in cui ci siamo cacciati e che abbiamo contribuito a creare. Il limite di uno che ha lottato per diventare un personaggio è questo, quello di non riuscire più a svincolarsi dal personaggio. E’ come essersi infilati in un vestito troppo stretto e non riuscire più a sfilarselo di dosso. Comunque contento lui contenti tutti. Si fa per parlare, come sempre.

  20. 4
    Andrea Parmeggiani says:

    Mah, a me sembra di sentire rosicare…

  21. 3
    Gino lucarelli says:

    Luciano Pellegrini: mi stavo domandando quando sarebbe arrivato il primo commento sulla storia di Daniele Nardi. C’è voluto poco! C’è da dire che nella carriera di simone moro lo screzio con Nardi è dettaglio decisamente trascurabile. Gli alpinisti litigano, sopratutto quando sono ad alta quota e fanno pesante uso di social media, cosa di cui anche Nardi è parecchio dipendente. Che se la sbrighino loro direi.

  22. 2
    paolo panzeri says:

    Bella questa storia tutta positiva e elogiativa! Ma anche lui è un uomo.
    Lui ha due “balle” incredibili, è andato più di 42 volte in spedizione e tante d’inverno sempre legandosi per le vette con compagni molto, molto forti, ancora oggi arrampica bene, ma, ne dico altre tre, è riuscito ad andare sull’Everest solo con l’ossigeno (da quasi 30 anni quelli bravi ci vanno senza), ha quasi sempre seguito le normali e non ha fatto alpinismo (per ora a salir vie nelle Alpi quasi non c’è andato).
    E’ un grande comunicatore di se stesso ed è molto abile a “vendere” ciò che fa e ciò che vorrebbe fare.
    Per la massa mediatizzata è un grande alpinista/himalaysta di riferimento.
    Io stimo la sua tenacia.

  23. 1
    Luciano pellegrini says:

    Marcello Rossi sembra, con questa lunghissima recensione, l’addetto stampa di Moro. Dovrebbe proporlo anche a Wikipedia. Perchè non ha menzionato DANIELE NARDI?

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