Social network: utili o pericolosi?

I social network (se usati senza consapevolezza) rischiano di diventare la più potente droga mai esistita: l’unica in grado di tenerci staccati dal mondo reale per tempi infiniti.

Social network: utili o pericolosi?
di Pietro Trabucchi
(da Corsa e irrealtà di Pietro Trabucchi, pubblicato nel 2010 su Correre)

Una persona è intenta a trafficare sul proprio cellulare: intorno i suoi amici conversano tra loro. Lui intanto scambia senza sosta messaggi con qualche interlocutore lontano.
Una donna cammina per la strada ascoltando l’iPod. L’effetto della tecnologia che sta usando è quello di isolarla dall’ambiente circostante, per relegarla in una dimensione separata più intima ed apparentemente più protetta.

Una famiglia è davanti al televisore e guarda un film in HD: la riproduzione della realtà che la tecnologia offre è stupefacente. Gli oggetti sullo schermo possiedono una nitidezza e una perfezione che eguaglia la realtà. La morfina visiva inonda il cervello degli spettatori. Ciò che la vita ha rifiutato loro in termini di avventure, emozioni e potere, lo si consuma sotto forma di spettacolo.

Questi sono tre esempi di comportamenti diffusi: chattare e messaggiare, ascoltare l’iPod, guardare la televisione. Che sono, entro certi limiti, del tutto legittimi e comprensibili. Ma che (sommati tutti assieme) presentano un pericolo: erodono il nostro rapporto con il reale. All’inizio sono tutte cose innocenti: tutti noi, tutti i giorni, mandiamo ad esempio messaggi a interlocutori lontani. E’ un comportamento molto diffuso, spesso dettato dalla necessità di scambiarsi velocemente comunicazioni importanti. Non sempre però. A volte lo facciamo semplicemente perché è più facile relazionarsi con interlocutori lontani e idealizzati piuttosto che impegnarsi con quelli vicino a noi in carne ed ossa.

Pietro Trabucchi

In questi casi le relazioni virtuali ci distolgono da quelle reali. E’ come se la tecnologia contribuisse a farci perdere un po’ il contatto con la realtà. Nel senso di permetterci di non rimanere con quello che c’è qui e ora per andare altrove. Esattamente l’effetto che vuole produrre chi usa la musica degli iPod per stordirsi. Ma anche il messaggio televisivo ti distrae (nel senso etimologico originario di “separare”), ti porta lontano, ti toglie dallo stare con quello che c’è. Avete presente come decade una conversazione se abbiamo davanti un televisore acceso? La televisione spinge a isolarsi e nel contempo soddisfa un bisogno di evasione stimolato dal crescente isolamento. Essa propone una riproduzione che ormai si avvicina molto al reale. Con l’unica, rimarchevole, differenza che il virtuale non ti dà la possibilità di confronto: si limita a stimolare apatia nei singoli e nei gruppi.

E lavorare con le mail e gli sms che continuano ad arrivare, non è anch’esso un continuo essere portati altrove?
Ma la tecnologia non ci allontana dal reale solo perché rende più difficile stare nel qui e ora. Ci allontana dal reale anche perché erode le fondamenta più profonde che ci tengono legati al presente. Il nostro senso di realtà, infatti, si fonda in gran parte sul contatto con la nostra corporeità: è quella che molti autori chiamano “cenestesi”, cioè l’insieme costante di sensazioni che provengono dal nostro corpo. La cenestesi è stata descritta come quella organizzazione che “continua a funzionare per tutta la vita, potentemente si potrebbe dire, come la fonte perenne della vita stessa, anche se la nostra civiltà occidentale ha posto un silenziatore sulle sue manifestazioni (René Spitz, 1973)”.

Le sensazioni che provengono dai visceri, il dolore e il piacere, il senso di benessere o di fatica, le sensazioni muscolari o legate alla postura, la percezione di peso e quelle legate alla respirazione, il correlato corporeo delle emozioni e dei sentimenti: tutti questi elementi ci danno la sensazione di esistere davvero, di essere reali e presenti alla vita stessa.

Da bambini siamo tutti molto affascinati e legati a questo tipo di sensibilità, che viene stimolata in tutti i giochi di movimento. Poi cominciamo a perdere il rapporto con essa: Spitz sosteneva che è l’educazione a farci perdere il nostro rapporto originario con questo tipo di percezione, fino a trattarla con diffidenza. Credo invece che contribuiscano a distaccarci anche i mezzi di comunicazione attuali, e ritorno così alla premessa dell’articolo: la loro caratteristica è infatti quella di privilegiare e accentuare i canali sensoriali definiti “diacritici” (ovvero che lavorano a distanza), cioè vista e udito, a discapito delle altre forme di sensibilità. Non è un caso infatti che “la società attuale venga generalmente definita come società dell’immagine, a sottolineare che mai nella storia si è dato un così imponente sviluppo dell’aspetto visivo del vivere umano, della rappresentazione, del mostrare e mostrarsi, della recita e dell’esibizione (Romano Biancoli)”.

Sembra quindi che l’utilizzo delle nuove tecnologie ci allontani dal reale attraverso due effetti: sia perché ci stimola a una continua distrazione dal qui e ora; sia perché indebolisce e atrofizza i legami che più profondamente ci legano alla realtà immediata.

Mi chiedo allora se correre non rappresenti anche un possibile antidoto a tutto questo: recuperare attraverso il movimento il rapporto con l’universo di sensazioni che dall’infanzia erano state smarrite. Ascoltare il movimento, sentire i muscoli e il respiro, percepire la fatica, interpretare malesseri e indolenzimenti, concentrarsi sul ritmo del gesto… tutto questo ci riporta in contatto con il corpo e dunque con la realtà che ci circonda. E’ strano: a volte si può iniziare a correre perché si è interessati all’apparenza. E invece si finisce per ritrovare la realtà.

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Social network: utili o pericolosi? ultima modifica: 2020-01-19T04:36:52+01:00 da Totem&Tabù

2 pensieri su “Social network: utili o pericolosi?”

  1. 2
    Carlo Crovella says:

    Non so se sia attinente al taglio specifico di questo post, ma non riesco a resistere alla tentazione di raccontare un episodio cui ho assistito qualche mese fa. Una sera eravamo in pizzeria. Seduti vicino a noi, in un tavolino a due, c’erano un uomo e una donna. Età 35-40 ad occhio. Ciascuno disponeva di due smartphone e chattava saltando dall’uno all’altro. Non un fiato fra loro due. Erano già seduti quando noi siamo arrivati e non hanno scambiato una parola per tutta la cena. Quando noi stavamo per andarcene, lui dice qualcosa tipo: “ma no, non hai capito neppure adesso, insomma e’ tutta la sera che te lo spiego!”. Lei resta zitta ma ha lo sguardo furente. Morale: i due si “parlavano” tramite whatsapp usando uno dei due cellulari, mentre con l’altro ciascuno intratteneva conversazioni con altri soggetti ancora. Il tutto nel silenzio più assoluto. Lì ho focalizzato quanto la tecnologia stia “mangiando” l’umanita’ dall’interno (sia chiaro: io detesto i social, non ne uso nessuno, spesso lascio addirittura il telefono in un cassetto della scrivania e me ne vado a zonzo in piena liberta’).

  2. 1
    lorenzo merlo says:

    Solo la contemplazione e la meditazione realizzano il qui ed ora.
    Entrambe sono infrante dalle forme-pensiero. Incontrollata ruminazione di fondo.
    In queste si trova il passato e il cosiddetto futuro, l’opposto del qui ed ora.
    Si trova anche la distrazione dalla propria identità corporea, lo spazio per assumerne di ideologiche, per cadere in suggestioni e superstizioni, per costruire dogmi, per costruire sistemi, scambiati per realtà ultima, nei quali si ritiene di voler e dover prendere un posto o un titolo, per allontanarsi dalla propria natura, per smarrire la via della serenità e della salute.
     
    Nella letteratura dedicata alla cosiddetta psicomotricità si evidenzia che bambine e bambini, vivono la condizione psicomotoria, rispettivamente fino a circa 6-8, 8/10 anni.
    È una condizione in cui la dimensione razionale è assente o non prevarica il comportamento della persona.
    In cui le espressioni della persona corrispondono al proprio sentimento e alle proprie emozioni.
    Non c’è menzogna.
     
    Una volta più grandi, in quello stato, con l’ascolto possiamo arrivare a distinguere il punto in cui ciò che siamo (natura), viene castrato a favore di ciò che vorremmo essere (pensiero-ideologia).
    Le nostre espressioni non rappresentano più il nostro sentire.
    Gli artisti che siamo, il potere che abbiamo, i talenti che abbiamo puff, spariti.
     
    Una volta più grandi possiamo arrivare a vedere le ragioni di insuccessi, inconvenienti, malattie e quindi alle modalità endogene di guarigione.
    Meditazione e contemplazione divengono forme di conoscenza  in quanto permettono di emanciparsi dal flusso delle forme-pensiero, dirottatrici del qui ed ora.
    Permettono di dominare dove posare il punto di attenzione e quindi la realtà, in quanto l’importanza personale viene meno, in quanto essa da oggettiva ed esogena diviene relazionale e endogena.
    Molte opzioni, impedite dalle superstizioni neoscientifiche, ideologiche e dogmatiche si aprono.
     
    Tv, telefono, media vari, tutta la tecnologia e il suo seguito fideista come già detto dai situazionisti, da Guy Debord, da Marshall Mcluhan, Jean Le Boulch e – implicitamente – tutte le millenarie tradizioni di conoscenza non sono neutri, creano dipendenza.
    Al momento ci stanno dominando.
    Nati per servirci, ora non ne possiamo fare a meno.
    Chi detiene i mezzi di produzione della comunicazione lo sa.
    Considerare la realtà che abbiamo come accettabile, dà loro agio per detenere anche noi.

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