Solitudine al Mont Blanc du Tacul

Solitudine al Mont Blanc du Tacul (GPM 013)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI giugno 1970 in seguito alla sua prima solitaria del Pilier Gervasutti, 15 luglio 1969)

Ci sono dei giorni in cui tutto sembra precipitare davanti ai tuoi occhi; ti immergi nella tristezza e ti lasci andare a ogni sorta di melanconia.

Tutto cominciò in autunno, in quel magnifico autunno del 1968: nei primi radiosi giorni di ottobre salimmo, in prima ascensione, il pilastro est della Cresta del Mezzenile. Un’arrampicata veramente superba di cui serbo un grandissimo e indelebile ricordo.

Si dice che in montagna, in genere, ci si fa male nei posti più banali e più stupidi; non a torto. La notte ci sorprese nella discesa, lunga e assai complessa, ma con l’aiuto di un po’ di luna riuscimmo a giungere ben presto sul ghiacciaio nei pressi della seraccata. L’ultimo vero ostacolo, ancora un briciolo di attenzione e poi null’altro che pietraie e un comodo sentiero da seguire in tutta calma e rilassatezza, sotto la luce della luna. Ma la stanchezza, il crollo progressivo della tensione nervosa, vollero giocarmi un brutto tiro.

Ricordo ancora Ilio Pivano sparire giù per un pendio di ghiaccio nerastro, tutto incrostato di ghiaia e di sassolini pungenti.

«Com’è?»

«È molto diritto; ma con un po’ di attenzione si scende tranquilli, vieni pure».

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Però, è diritto sul serio, sarebbe meglio se mi girassi; ma no, continuo a scendere così: un lieve sbilanciamento, forse impercettibile, e mi ritrovo a grattare disperatamente su quella crosta abrasiva nel tentativo, del tutto inutile, di fermarmi. Il pendio assume proporzioni terrificanti, sotto di me scorgo nere voragini rese ancor più grandi dal buio; ma vedo un grosso macigno, mi ci butto sopra e Ilio mi “pesca” al volo. In stato di semincoscienza faccio un rapido bilancio della botta: bolli e contusioni un po’ dappertutto, ma di poco conto; le mani inservibili, fanno pena; un fortissimo dolore al polso destro, forse fratturato.

Radiografie, polso immobilizzato e buona dose di rabbia da ingoiare per la forzata inattività. La diagnosi fu “distacco dei legamenti”, ma niente fratture. Comunque, per più di tre mesi non riuscirò più non solo ad appoggiarmi sulla mano destra, ma nemmeno a stringere convenientemente le dita.

Fu proprio una stagione disgraziata, anche l’operazione delle tonsille doveva capitarmi! Con il risultato di ritrovarmi a febbraio ridotto né più né meno che a uno straccio; dimagrito di sei chili e debole come una foglia prossima a cadere da un ramo stecchito di un albero.

La mia natura, forse troppo sensibile, di tutto ciò soffrì enormemente. Abituato a condurre una vita impostata sull’attività più sfrenata; abituato a mantenere il fisico allenatissimo e in condizioni perfette, non solo ho sempre avuto un po’ il culto del mio corpo, ma ho cercato di praticare, oltre all’alpinismo, gran parte degli altri sport. Il ritrovarmi in condizioni così deplorevoli fu per me un vero e proprio dramma.

Oggi sorrido di tutto ciò, ma allora non riuscivo proprio a vedere un palmo al di là del mio naso. Poi venne anche la primavera e sempre di più mi convinsi che “anche al più duro inverno segue la primavera”. Primavera… solo la parola mi riempiva di vita, quasi mi commuoveva.

Un magnifico pomeriggio di marzo, uno di quei giorni ricchi di vento tiepido e di sole, decisi di andare, da solo, alla palestra di Avigliana, la vecchia cava abbandonata dove conoscevo ogni appiglio, ogni centimetro di roccia.

Riprovai, molto titubante, i primi facili passaggi; ritrovai qualcosa che pensavo di avere perduto e, non mi vergogno a dirlo, mi vennero le lacrime agli occhi. Anche il polso funzionava a meraviglia, a poco a poco ritrovavo la sicurezza e la fiducia in me stesso. Ritrovavo il mio mondo, il sorriso, la gioia di vivere.

Lo so, direte che mi son fatto condizionare dall’alpinismo; forse, ma non fino in fondo. Se sia un male o un bene non lo so e non voglio nemmeno pensarci, ma oggi è così, ci sono scivolato dentro adagio adagio, quasi senza accorgermene.

Sono ormai passati parecchi anni (otto per l’esattezza) dalla prima volta in cui mi sono legato a una corda e con movimenti goffi e incerti, non disgiunti da una certa paura e trepidazione, ho cominciato ad arrampicare su una parete rocciosa. Magnifici, intimi e indimenticabili ricordi di gioie, di ansie e di paure che caratterizzano sempre l’inizio di un primo amore.

D’allora in poi, tante cose sono cambiate; l’alpinismo è diventato per me qualcosa di più di un semplice hobby o di una comune passione, e ho incominciato a conoscere la montagna sempre più a fondo. Mi sono imposto un allenamento intenso, duro e severo, perché sono convinto che in ogni attività umana che si rispetti, se si vuole riuscire, è necessario temprare la propria volontà e capire che la scala da risalire è lunga e faticosa.

Se mi guardo indietro, sono tante ormai le cime, le pareti, le vette che ho salito; eppure anche oggi, se guardo innanzi a me, quante salite, quante montagne, quante pareti ancora mi aspettano! Alcuni anni fa certe salite mi facevano rabbrividire, pensavo che mai avrei potuto arrampicarmi su pareti di quel genere; mi parevano pazzesche. Poi l’allenamento e la maturità mi hanno portato a superare quelle stesse pareti e oggi altre imprese hanno per me un sapore di mito e di leggenda. Non so se le mie capacità e la fortuna mi permetteranno un giorno di cimentarmi con esse; ma voglio dire che se nella vita ci fosse tolta la possibilità di sognare e di ricordare, ci verrebbe tolta la facoltà stessa di vivere.

Così ho girato un po’ tutte le Alpi, dalle Marittime alle Dolomiti, ho visto montagne e valli meravigliose, posti davvero indimenticabili. Eppure ogni volta che risalgo la strada tortuosa della Val Grande di Lanzo, ogni volta che riconosco a uno a uno i massi, le cime, i colli e le borgate della mia valle, mi prende qualcosa dentro che è ben difficile da definire. Mi rivedo bambino scorrazzare felice tra i prati e i boschi di Breno, rivivo a una a una le gite e le passeggiate fra le pinete e i pascoli, con accanto l’entusiasmo infantile di mio padre per tutto ciò che è bello e pulito.

Poi il fanciullo, il bambino rimane incantato la prima volta che sale a un colle e scopre una selva di cime, di vette, di colli, mentre laggiù è l’ombra della sera, la valle con gli amici, gli affetti e la mamma che aspetta per la cena.

Ricordi di innumerevoli gite, di lunghe camminate su e giù per creste e valloni, alla scoperta del mistero, rappresentato da un colle, da una cima, da un ghiacciaio…

«Bastava un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo.

L’incredibile spicco delle cose nell’aria ancor’oggi tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dèi fin dall’inizio (Cesare Pavese)».

Poi lo spirito dell’avventura prende il sopravvento, ed eccomi alla ricerca dei massi disseminati sul fondovalle, mentre, fra gli sguardi stupiti dei valligiani, mi arrabatto disperatamente con le scarpette da tennis per superare qualche breve passaggio. A nulla valgono i loro paterni ammonimenti; ma le grandi montagne, la roccia, le scalate sono ancora lontane, appartengono ancora alla fantasia.

Gian Piero Motti a Borgone (Valle di Susa). Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, Borgone, foto: V. Pasquali

Superati tutti i passaggi dei massi del fondovalle, a volte con l’aiuto di una rustica fune per stendere il bucato o per avvolgere il fieno, cominciai a posare gli occhi sulle bastionate che si elevavano imponenti sui fianchi della valle. Ma era ancora troppo presto, non sapevo cosa fosse un chiodo, una corda, cosa fosse la tecnica più semplice di arrampicata. Salivo seguendo l’istinto, a volte commettendo anche imprudenze.

E ancora per parecchio tempo macinai chilometri e chilometri su e giù per sentieri, per ghiaioni e per nevai. Ma imparai a conoscere il vento, la neve, imparai ad amare la natura. E poi… e poi il lento e graduale tirocinio, prima la Scuola Gervasutti, a cui tanto devo, poi le mie prime esperienze da capocordata, le prime vittorie e i primi piccoli drammi.

Ricordo un giorno in cui, armati di una corda nuova fiammante e di alcuni chiodi, io e un carissimo amico, compagno di tante avventure, risalimmo il torrente che scende a destra del Bec di Mea fra Bonzo e Breno. Per noi rappresentava il grande problema; senza attrezzature e rischiando non poco con le nostre scarpette da tennis, eravamo giunti a un punto insuperabile, vincendo una liscia placca bagnata con un lancio di corda, effettuato su una sporgenza della roccia, con la cinghia dei pantaloni. Quel giorno avevamo la corda e i chiodi, ci sentivamo per lo meno dei Walter Bonatti. Passammo attraversando all’uscita una copiosa cascata con relativa doccia, e realizzammo uno dei nostri sogni più belli.

Poi a quindici anni io e a tredici o poco più il mio compagno, la prima vera salita: la cresta dell’Ometto all’Uja di Mondrone. Sulla cima, a cavallo tra le due valli, di fronte a centinaia di cime sconosciute, a tu per tu con quello spazio infinito, ci sentivamo i signori dell’universo. Quasi con commozione riconoscemmo le borgate della nostra valle, che alla mattina alle due avevamo lasciato per portarci con una marcia, che adesso giudico estenuante, alla base dell’Uja.

Oggi sono tornato nella valle, ho aperto con numerosi e fortissimi amici un gran numero di vie sulle bastionate e sui vari torrioni: vie dure, altamente tecniche, degne di ripetizioni. Sono lontani i tempi in cui ero il terrore delle madri dei miei amici, che cercavo di trascinare con me in qualche avventurosa scalata; sono lontani i passaggi sui massi con le scarpette da tennis, con uscite disperate “al limite volo”.

Rimpianti? Forse.

Eppure ancora oggi, in qualche caotico pomeriggio di ferragosto, lascio la confusione del fondovalle e mi inerpico su per il sentiero che fra il fitto bosco di castagni conduce alle baite del Bec di Mea. Ritrovo la fresca fontana, ritrovo il muretto di sassi, nulla è cambiato, ritrovo qualcosa di me stesso che cerco disperatamente di non lasciarmi sfuggire. Salgo sul roccione che domina tutta la valle e per un po’ mi guardo intorno.

Laggiù la grande e imponente testata… il pilastro… a uno a uno i colli, le cime, i gruppi di grange…

«Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera rupe, è troppo bello per pensarci ancora (Cesare Pavese)».

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Ieri ho deciso di salire da solo il pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, proprio io che ho sempre condannato l’alpinismo solitario. Ieri ho portato mia madre quassù, le ho fatto vedere la nera e fitta pineta, le piccole grange al fondo del piano quasi schiacciato dal grande macigno; era un pomeriggio di luglio come pochi ne ho visti: vento leggero, distacco quasi irreale dei contorni, fantasia di colori… Mia madre ama la natura; ha vissuto gran parte della sua vita in campagna, conosce il bosco, il torrente, ama il silenzio e il cielo libero. Per un po’ me ne sono stato lì, senza dir nulla, ma dentro di me era una tempesta di sensazioni e di sentimenti. Così ho deciso: andrò da solo al pilier Gervasutti.

Come, perché, ma… non me lo chiedete, non lo so neanch’io, o forse – meglio – lo so, ma certo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno. Potrei tentare, avvicinarmi, ma finirei per recitare una parte che non è la mia.

Oggi son qui, l’alba è meravigliosa, la giornata si annuncia eccezionale: per chilometri e chilometri non una nuvola in cielo. Sopra di me quasi mille metri di parete, un formidabile pilone rossastro che spicca tra il caos di canali, pilastri, guglie dalle forme terribili e strane. L’ambiente, uno dei più belli delle Alpi, è forse unico nel suo genere; grandioso, a tratti infernale, ma mai tetro e opprimente. Predominano le linee geometriche dure e spezzate, è il trionfo del gotico.

Il primo chiodo mi indica la fessura di inizio. Non sto a esitare, subito mi libero del sacco e attacco la spaccatura leggermente strapiombante; come inizio non c’è male, ma più in alto le cose migliorano, la roccia si fa rossa, fantastica, ricca di appigli netti e taglienti. L’arrampicata è davvero ideale. Supero di slancio una lama staccata con entusiasmante arrampicata alla Dülfer, raggiungo un chiodo a sinistra, mi resta in mano, tanto meglio, guadagno tempo e non mi assicuro. La terza lunghezza di corda, un diedrino verticale assai liscio e maligno, mi impegna notevolmente: si rivelerà come uno dei passaggi più duri della via.

Ho salito tre dure lunghezze di corda, sono calmo e tranquillo. Il batticuore e il nervoso tremito alle gambe dei primi metri sono a poco a poco scomparsi, ora vivo quasi in un’altra dimensione, ragiono ad alta voce, a volte parlo con il sacco. Scatto qualche fotografia, recupero lo zaino e riparto. Questo tratto è piuttosto facile, rapidamente prendo quota con il sacco in spalla.

Ho la sensazione che più in alto ci sia qualcuno sul pilier; all’attacco ho trovato delle tracce, ora ogni tanto scende qualche slavinetta nel canale, qua e là trovo segni di passaggio; per ora non scorgo nessuno, ma sono sicuro che più in alto c’è qualcuno.

Un passaggio delicato mi porta sotto un caratteristico tetto; c’è un chiodo, vi aggancio un moschettone e passo la corda, che è legata doppia alla mia vita. A che cosa serve questa autoassicurazione? Praticamente a niente o quasi, ma moralmente è tutto. È un passaggio breve, ma duro e di forza; uno dei miei passaggi preferiti. All’uscita pianto un chiodo, mi calo di nuovo fin sotto il tetto, sgancio la corda e il moschettone, risalgo a braccia fino al mio chiodo, recupero il sacco, tolgo il chiodo e proseguo. Lavoro da facchini, c’è ben poco divertimento in tutto questo, ma il gusto della salita è un altro.

Raggiungo la punta estrema di un affilato spuntone; davanti a me uno spigolo molto avaro di appigli per circa cinque o sei metri: non è possibile assicurarmi, lascio il sacco nello stretto intaglio, la relazione tecnica dice «sesto grado per sei o sette metri».

Un primo tentativo va a vuoto, un secondo pure, poi al terzo mi concentro al massimo e supero il passaggio, bellissimo, con calma glaciale, quasi sghignazzando, raggiungo all’uscita un ottimo appiglio; pianto uno dei miei chiodi in una sottilissima fessura, attraverso a sinistra, il chiodo resterà a indicare il mio passaggio.

Sopra di me, una torre gialla alta quaranta metri, magnifica, veramente perfetta. Mi sciolgo dall’auto-assicurazione e lego il sacco al fondo della corda, poi parto e di slancio, senza fermarmi, supero in stato di euforia le splendide placche verticali della torre gialla. L’arrampicata a tratti è quasi estrema, ma sempre sicura, lineare ed essenziale, di una bellezza quasi incredibile.

Detesto l’arrampicata artificiale solitaria; nell’arrampicata libera sono io che comando, sono padrone dei miei gesti e delle mie azioni. Nella salita artificiale devo affidare tutta la mia vita a un pezzo di ferro cacciato in una fessura; non mi va proprio.

Il muro è parzialmente schiodato, lascio due dei miei chiodi e procedo sempre assicurandomi contemporaneamente a due chiodi. Il muro mi ha stancato, mi fermo a bere, fa caldo, non c’è un filo d’aria e il sole picchia inesorabilmente sul rosso protogino. Mi sento bene, mi verrebbe quasi voglia di ridere e di canticchiare; ma non so ancora quel che mi attende più in alto. Un lungo camino mi impegna seriamente, è uno dei tratti più duri del pilier; mi servono due chiodi, uno resta lì.

Mi porto a destra del filo e posso finalmente vedere il lunghissimo diagonale a nord; le condizioni sono pessime, il diagonale è ridotto a un ripidissimo pendio di ghiaccio, da cui affiorano alcuni spuntoni dall’aspetto assai instabile. Ecco, avevo ragione: circa cento metri sopra di me scorgo una cordata impegnata nel tratto finale del diagonale; mi ha visto, ci scambiamo cenni di saluto. Un altro muro in arrampicata artificiale, anche questo schiodato. L’uscita è ghiacciata, devo ripulire diversi appigli, poi metto una staffa su uno spuntone e passo abbastanza bene.

Il diagonale mi impegna a lungo, non so esattamente per quanto tempo; è la classica arrampicata mista, fatta di astuzia e di intuito, più che di forza e di potenza. Numerosi spuntoni mi servono egregiamente per l’autoassicurazione, infatti intorno ad essi lascio alcuni spezzoni di cordino. Al termine devo superare una fessura tutta tappezzata di ghiaccio, sembra molto difficile e così mi libero del sacco. È difficile, ma non come credevo; due chiodi in posto mi facilitano alquanto il passaggio e in breve sbuco su un’aerea forcella, al termine del pilone rosso.

La vetta mi appare ancora lontanissima, solo ora mi rendo conto della lunghezza effettiva della via; qui sarò sì e no a metà salita. Comincio a sentire la stanchezza, ma non devo assolutamente cedere; la gola si fa sempre più arsa, bevo un po’ d’acqua mentre osservo la cordata davanti a me impegnata nel diagonale della Torre Rossa. La Torre è in cattive condizioni e procedono molto lentamente.

Il Mont Blanc du Tacul e il suo imponente Pilier Gervasutti. Foto: Ferruccio Joechler
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Una breve corda doppia, molto delicata, mi porta alla base di un bruttissimo camino, percorso all’inizio da una copiosa colata di ghiaccio traslucido. Di attaccare sul fondo non se ne parla nemmeno; così, dopo aver legato il sacco al termine dei miei quaranta metri di corda, attacco sulla parete verticale a sinistra del camino. Un chiodo e una staffa mi permettono di entrare nella profonda spaccatura al di sopra della colata, poi con contorsioni e spinte proseguo fino al termine del lungo camino. Ora si tratta di recuperare il sacco. Dopo pochi metri si incastra e non vuol più saperne di venire su. Non devo assolutamente perdere la calma.

Mi slego, fisso la corda a uno spuntone e scendo a braccia fino al sacco; lo libero dalla strozzatura dove si era incastrato, lo poso su un terrazzino e risalgo a braccia per un tratto del camino; tiro su il sacco, ma questo dopo pochi metri si incastra di nuovo. Ridiscendo, lo libero di nuovo; sono veramente scocciato, risalgo a braccia fino al termine del camino e questa volta il sacco si lascia recuperare senza tante storie.

Davanti a me, il diagonale della Torre Rossa; la cordata che mi precede sta attraversando il canale di uscita per portarsi sulle rocce del pilastro terminale. Ci salutiamo ancora una volta. Mi prende un momento di debolezza, mi sento insicuro, fragile, il tratto che devo salire è in condizioni veramente pessime, un ripido pendio di ghiaccio vivo ricoperto da uno spesso strato di neve fradicia e inconsistente; solo a destra affiora qualche spuntone di roccia che potrebbe essermi utile per l’autoassicurazione. Eppure è l’ultimo tratto; devo farcela a tutti i costi, ma una strana paura e un’insicurezza indefinibile mi bloccano le gambe. Nella mia mente cominciano ad accavallarsi pensieri e considerazioni strane, affiorano dubbi, incertezze. No! Devo reagire, anche se sono stanco, anche se ho finito l’acqua e una disgustosa pappetta mi incrosta il palato; devo ritrovare la forza e l’euforia di questa mattina.

Mi impongo di non pensare più a nulla e inizio a salire; l’arrampicata è insidiosissima, la neve non ha alcuna consistenza. Preferisco tenermi sulle rocce, dove almeno posso assicurarmi; salgo a lungo, poi piazzo una corda doppia e attraversando alla corda guadagno un buon numero di metri. Ripeto la manovra più in alto, ma questa volta la corda non vuol lasciarsi recuperare; non importa: la taglio e ne perdo un buon terzo. Sono quasi giunto al punto in cui devo attraversare il canale per portarmi sulle facili rocce di sinistra; ma prima devo ancora sacrificare una decina di metri di corda: non ho più voglia di ritornare indietro per sganciarla dal punto dove si è incastrata; preferisco tagliarla, anche per guadagnare tempo. Mi restano sì e no quindici metri di corda, un cuneo e cinque o sei chiodi; questa mattina avevo quaranta metri di corda, dodici chiodi e due cunei.

Per attraversare il couloir calzo i ramponi, così mi sarà più facile e molto più sicuro. Il sole è tramontato dietro la vetta del Tacul, subito si alza una brezza freschissima che ha il potere di ridarmi, come per incanto, forza ed euforia. Rapidamente attraverso il canale e raggiungo le facili rocce del pilastro terminale; la vetta non deve essere molto lontana.

Mi siedo, mi tolgo i ramponi, trovo un rivoletto d’acqua dove posso dissetarmi a piacere, mi libero del sacco e per la prima volta in tutto il giorno posso finalmente guardarmi attorno. Mi prende una gioia incontenibile, mi vengono le lacrime agli occhi; non cerco nemmeno di frenare il pianto; sento di avere vinto, ma non è solo la vittoria che mi commuove, sarebbe troppo arido. Sono i mille pensieri che si rincorrono nella mia mente, rivedo il bosco e la pineta di ieri, penso a Marina che non sa nemmeno che sono qui, da solo, a rischiare la pelle per qualcosa che lei cerca di capire, ma che forse le è troppo lontano e non riesce a comprendere. Non le ho detto nulla: sono stato egoista? Ho fatto bene? Non lo so. Ma ora non importa, la vetta è lì, l’aria è fresca e pungente, ormai l’arrampicata rude e atletica del pilone rosso, la battaglia tutta occidentale, a corpo a corpo, della Torre Rossa, non sono che meravigliosi, indelebili ricordi.

L’ultimo tratto, una lama vertiginosa, un’esposizione fantastica e, quasi all’improvviso, mi trovo in vetta. Psichicamente sono distrutto, fisicamente quasi. Passo dopo passo, lentamente, senza fretta, mi abbasso sulle comode e profonde tracce della via normale; sul grande plateau abbandono anche l’ultimo spezzone di corda, ormai inutile. Poi, nella fresca e cristallina atmosfera della sera imminente, attraverso con calma il grande ghiacciaio e faticosamente risalgo al Colle dei Flambeaux.

È sera ormai, le montagne hanno assunto un aspetto tetro, severo, quasi ostile. A lungo guardo verso il Tacul e ripercorro metro dopo metro la lunga salita.

Mi sembra un sogno, proprio io ho vissuto questa giornata, mi chiedo ancora perché; mi chiedo se è vero tutto ciò che ho vissuto o se non fa parte di uno dei mille sogni della mia fantasia, di una delle tante illusioni della mia mente, così poco aderente alla realtà.

Sorrido pensando a tutto ciò che mi è accaduto, al “tiro” che ho giocato a quella grande montagna.

Domani mi chiederanno: come, perché? Molti non capiranno, altri vorranno sapere: come, perché?

Non so, non me lo chiedete, un’avventura, una meravigliosa, indimenticabile avventura alla ricerca di qualcosa che non tutti sanno e vogliono scoprire.

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Solitudine al Mont Blanc du Tacul ultima modifica: 2016-11-07T05:29:03+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Solitudine al Mont Blanc du Tacul”

  1. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    😊😊😊

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    Fabio ma parli di te o di me?!😂

  3. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Da poco iscritto al CAI di Modena, allievo del corso roccia di quell’anno cosí lontano nel tempo, una sera in sezione adocchiai un vecchio numero della Rivista Mensile, dimenticato tra scartoffie impolverate. Un meraviglioso articolo sui Quattromila delle Alpi attirò subito la mia attenzione di giovane aspirante alpinista assetato di avventure in alta montagna. Quella rivista doveva essere mia: fu cosí che me la portai a casa per assaporarla in tutta tranquillità.

    In quel numero vi era descritta pure una prima ascensione solitaria su un certo Pilone Gervasutti. Allora ignoravo persino l’esistenza del monte.

    Le parole dell’autore – un giovane a me sconosciuto, tale Gian Piero Motti – mi avvinsero completamente: poesia dell’alpinismo, alla scoperta di un regno incantato. Già conoscevo Kurt Diemberger con il suo “Tra zero e ottomila”; anni piú tardi avrei scoperto “gli orizzonti conquistati” del grande Gaston Rébuffat e soprattutto il suo “Apprenti montagnard”, che concludeva con toni romantici le sue memorabili “Cento piú belle ascensioni del Monte Bianco”. Poi avrei letto il buon vecchio Kugy: “Non si cerchi nel monte un’impalcatura per arrampicate. Si cerchi la sua anima”. E tanti altri ancora: Walter Bonatti e i suoi “giorni grandi”, Antonio Berti con le sue Dolomiti Orientali, Felice Benuzzi in fuga sul Monte Kenya, Renato Chabod e la Cima di Entrelor, il Fortissimo e le sue “Scalate nelle Alpi”, un giovane Primo Levi che divora la “carne dell’orso”. Poi imparai ad apprezzare pure Emilio Comici – uomo dal cuore d’oro e cavaliere della montagna – che stupidamente in precedenza avevo creduto fosse soltanto un acrobata delle rocce. E dopo di loro tutta una folta schiera di uomini di valore, che avevano saputo trovare sui monti la loro strada.

    … … …

    Auguro a qualche confuso diciassettenne dei giorni nostri di scoprire la sua Rivista Mensile, cosí come allora io ebbi la fortuna di trovare la mia. La conservo ancora.

    E quando tuttora la adocchio mentre timidamente fa capolino tra i miei libri di montagna, vi confesso – oggi sono in vena di intimità – che a volte un po’ mi commuovo al pensiero di quel tempo gioioso e spensierato: “Il miglior tempo della nostra vita” (V. Cardarelli).

    Che lungamente mi ha detto addio…

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