Sperone Croz, 45 anni dopo

Sperone Croz, 45 anni dopo
di Corradino Rabbi
Parete nord delle Grandes Jorasses – Sperone Croz. Salita effettuata nei giorni 9-10-11 agosto 1980 con Roberto Bianco.
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, mag-giu 1981)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Abbiamo deciso.
Quest’anno, a costo di realizzare una sola salita, sarà lo sperone Croz alle Jorasses. Veramente l’avevamo già deciso l’anno scorso; andammo poi a finire, per le cattive condizioni, sulla Verte per il versante di Nant Blanc. Ma con il mio amico non si scherza, cosicché mi ritrovo, in una giornata di agosto, alla vigilia del mio cinquantesimo compleanno, sul sentiero che porta alla Leschaux.

L’tinerario di Rudolf Peters e Martin Meier sullo Sperone Croz delle Grandes Jorasses. Foto: Tairraz.

Piove. Ieri c’è stata una gran buriana, ma le previsioni promettono per domani e dopodomani bel tempo.

In capanna due giapponesi, che a stento si sono ritirati sotto il maltempo dalla Walker, stanno riposando. Il custode, un simpatico giovane, ci annuncia che ben otto cordate sono bloccate sulla Walker. Sulla Croz due cordate sono riuscite a passare una settimana fa. Siamo indecisi se partire all’alba o al pomeriggio: decideremo domani.

Sabato 9 agosto 1980
Abbiamo detto al custode di prepararci per le tredici due sostanziose bistecche con insalata, due birre e il conto da pagarsi a Chamonix, perché di soldi ce ne sono rimasti pochi a causa della sosta non prevista. Intanto guardiamo la parete. Sulla Walker, nonostante sia giorno alto, le cordate sono ferme. Brutto segno. Di qui la Croz, per quello che si può vedere, sembra in condizioni accettabili. Alle quattordici cominciamo i preparativi; alle quindici siamo in marcia.


All’uscita delle placche, dove inizia il nevaio superiore. Foto: Corradino Rabbi.

Tre cordate sulla Walker hanno deciso di ritornare, quelle più in alto sono ancora ferme. A differenza della situazione che fa da sfondo allo storico racconto di Renato Chabod Corsa alle Jorasses, non siamo in competizione con nessuno. Il grande sperone è deserto. L’unico motivo di esaltazione può essere dato dal fatto che dal 1935, dopo Gervasutti e Chabod, più nessun italiano lo ha salito. Così va a finire che il confronto a distanza con tanto nome, anziché esaltare, preoccupa!

Con questi pensieri in testa varco la crepaccia terminale quasi senza accorgermene e mi infilo su per il pendio iniziale, che non è poi tanto male superato in piolet-traction: in quattro e quattr’otto siamo alla prima torre, da dove diamo uno sguardo allo storico «couloir face aux Périades», per il quale in caso di maltempo ci si può ritirare. Raggiungere la seconda torre è un po’ più laborioso, ma vi arriviamo giusto in tempo per trovare un buon posto da bivacco. Questo luogo negli anni dal 1934 al 1935 era molto frequentato, qui infatti si incontravano i vari pretendenti alla parete, una specie di ritrovo internazionale. Come si apprende dagli articoli di Renato Chabod (Rivista Mensile del CAI n.4, 1935 e n.11, 1935) i tentativi avvenivano per gran parte sotto il controllo di Armand Charlet, il più accanito e più quotato fra i pretendenti. Charlet di volta in volta si incaricava di informare le cordate in azione sulle condizioni della parete. Rapidissimo nelle sue esplorazioni, ostinato nel perseguire una via inattuabile senza l’impiego di mezzi artificiali, di cui rifiutava l’uso, immancabilmente respinto dalla sua stessa ostinazione, più che dalle condizioni della parete, al ritorno dai suoi tentativi piombava, calandosi dall’alto, in mezzo alle cordate recando perplessità e scompiglio con la poco piacevole notizia «rien a faire, c’est tout en glace». A chi tentava un moto di resistenza aggiungeva pronto: «Si vous croyez de redescendre… conviene prendere il canale che guarda i Périades». Dopodiché spariva rapidamente come era comparso. Per noi questo posto non riserva che calma. Nella notte il tempo è bello. Sul vicino sperone Walker di tanto in tanto brillano luci.


Al termine del secondo nevaio, dove cadde Haringer. Foto: Corradino Rabbi.

Domenica 10 agosto 1980
E’ la giornata risolutiva. Il programma prevede un rapido avvicinamento al punto chiave della salita: la barriera di rocce sotto il nevaio superiore. E’ necessario superarle nelle prime ore per evitare cadute di pietre. Ma già dopo le prime due lunghezze di corda, da quando si comincia a traversare verso il nevaio mediano, ci rendiamo conto che la parete non è in buone condizioni: molta neve fresca nel tratto centrale, le placche interamente rivestite di ghiaccio. Ho la netta sensazione che non passeremo, però la tengo per me e tiro avanti.

Arriviamo così alla fessura «abbastanza benigna» del racconto di Chabod, ma che per noi è tutta in ghiaccio.

Roberto Bianco sui primi tiri dopo il bivacco alla seconda torre, prima del traverso su placche a destra. Foto: Corradino Rabbi.

Roby trova modo di procurarmi una sana emozione con un aggancio volante eseguito con il marteau-piolet su ghiaccio poco consistente. Ma, bene o male, dopo aver perso parecchio tempo, riusciamo ad arrivare alla fine di questo tratto micidiale.

Negli ultimi metri siamo stati favoriti, si fa per dire, da uno spezzone di corda lasciato probabilmente «in loco» durante la salita invernale: imprigionato sotto uno strato di ghiaccio per tutta la sua lunghezza veniva liberato di quel tanto necessario per far passare un cordino al quale assicurare la corda, tramite un moschettone. La operazione era compiuta al limite dell’equilibrio, dopo cinque o sei metri saliti in piolet-traction sulla corazza di ghiaccio che ricopriva interamente il passaggio.

Da sinistra, gli speroni della Punta Walker, Punta Whymper e Punta Croz (parete nord delle Grandes Jorasses). Foto Tairraz.

Alla fine di questo rocambolesco tiro di corda bisogna traversare a sinistra su placche rese molto delicate dalla neve inconsistente che le ricopre. Raggiungiamo così il gran masso con nicchia, dove avvenne, nel racconto di Chabod, l’esilarante inventario dei chiodi disponibili tra le due cordate impegnate nella prima ripetizione. Mi par di vedere Chabod rannicchiato sotto lo strapiombo nell’atto di ammonire la Loulou Boulaz: «Purché, e lei signorina faccia bene attenzione, purché non si lasci più indietro un solo chiodo, né tampoco un moschettone, che altrimenti siamo suonati e in vetta non ci arriviamo più». Di qui in avanti dovremo salire veloci, se vogliamo uscire in giornata; invece perdiamo tempo tenendoci troppo alti vicino alle rocce. Arriviamo all’inizio del camino abbastanza in ritardo. Con tutta la buona volontà non riusciamo a superare il punto raggiunto (in giornata però) dai nostri illustri predecessori e bivacchiamo malamente sull’aerea forcella. Anche noi, come loro, non vediamo il terrazzino a strapiombo sulla gran gola centrale, a causa del gran vento che subito ci caccia dall’intaglio e, come loro, trascorriamo una mala notte fatta di gemiti, grandi pacche per scaldarci e poco sonno.

Lunedì 11 agosto 1980
Dal posto di bivacco tiriamo su diritto per rocce tutt’altro che facili e arriviamo in alto sul filo dello spigolo, dopo aver lanciato uno sguardo alla gola ritenuta una possibile via di uscita. Vi è infatti, in questo tratto, molta difficoltà ad individuare il percorso e più volte si ha l’impressione di non poterne uscire. Traversiamo a destra e ci infiliamo nella conca, sino al punto in cui diventa impraticabile: occorre traversare a sinistra per riprendere il filo dello spigolo. Dall’inizio della traversata il percorso diventa evidente.

Corradino Rabbi

Eccoci così ai piedi del famigerato diedro finale di trenta metri definito da Gervasutti «un passaggio disperato».

In effetti duro lo è, particolarmente nel tratto centrale, dove la continuità del diedro è interrotta da uno strapiombo: in tutto il tiro di corda vi sono tre chiodi di assicurazione. Raggiunta la vetta, a dire il vero un po’ insignificante, i ricordi tornano al solenne arrivo sulla cima del Cervino, dopo l’ombra della sua parete nord. L’ambiente della Croz è però più grandioso, la parete più problematica e difficile. Così il mancato «solenne arrivo in vetta» è sostituito dalla forte emozione di intravvedere la cresta finale e la certezza di raggiungerla nel sole.

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Sperone Croz, 45 anni dopo ultima modifica: 2019-04-30T05:44:54+02:00 da GognaBlog

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