Statistiche AINEVA sugli incidenti da valanga

Statistiche AINEVA sugli incidenti da valanga
di Carlo Crovella (febbraio 2019)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(1)

Dopo il precedente intervento sul tema valanghe (https://www.gognablog.com/incidenti-da-valanga/), mi è venuto il ghiribizzo di metter le mani sulle interessanti statistiche reperibili sul sito dell’AINEVA (Associazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe). Ho ricaricato i dati su Excel, sottoponendoli ad alcune (semplici) elaborazioni statistiche.

I dati AINEVA riguardano gli incidenti da valanga e le loro ripercussioni sugli individui coinvolti. Occorre segnalare due precisazioni a priori. Innanzi tutto per incidente da valanga si intende: “Qualsiasi situazione generata da evento valanghivo che abbia prodotto il travolgimento di una o più persone anche qualora l’evento non abbia causato danni di rilievo”.

Va inoltre sottolineato che la banca dati AINEVA recepisce soltanto gli incidenti denunciati o di cui l’AINEVA sia venuta a conoscenza (per esempio in caso di intervento del Soccorso Alpino). Pertanto potrebbero esistere incidenti che non sono stati ufficializzati (per esempio perché gli autori se la sono svignata…), il che, in linea teorica, potrebbe inquinare i risultati delle elaborazioni statistiche. In realtà è un problema marginale, perché, se gli individui coinvolti hanno riportato qualche danno (o addirittura sono deceduti), le statistiche ufficiali recepiscono tali incidenti e ciò costituisce, come vedremo, la parte rilevante delle considerazioni.

La banca dati AINEVA sugli incidenti da valanga riporta, stagione per stagione a partire da quella 1985/86, il numero di incidenti, il numero di travolti, di illesi, di feriti e di morti. In realtà vi sono anche altri campi, fra cui il più interessante è la “categoria” (definizione con la quale si intende “in che contesto” si è prodotto il distacco, per esempio: gita scialpinista, discesa di freerider, ascensione alpinistica, ecc.), ma per il momento mi sono focalizzato sulle prime variabili, perché di carne al fuoco ce n’è già a sufficienza.

Non ho deliberatamente tenuto conto della stagione in corso (2018/19), perché i dati parziali rischierebbero di alterare le elaborazioni statistiche.

Segnalo infine che ho introdotto, del tutto arbitrariamente, una segmentazione temporale che pone uno spartiacque a cavallo del 2000. La motivazione è molto semplice: chiacchierando con amici e conoscenti, è conclusione abbastanza condivisa che dopo il 2000 (anno “tondo” che, in questo caso, va preso come un riferimento concettuale e NON come un punto preciso e indiscutibile), il mondo dello scialpinismo è strutturalmente cambiato rispetto ai decenni precedenti. Ciò deriva da alcune innovazioni, in particolare tecnologiche: la diffusione degli sci cosiddetti “larghi” (in realtà più sciancrati dei precedenti), che rendono più facile la sciata, aumentando l’accesso sia allo scialpinismo classico che allo sci ripido; la diffusione di internet e dei relativi siti di informazione, da quelli delle relazione di gite e quelli dei bollettini niveo-meteo; l’evoluzione di tutto il settore produttivo, dai capi di abbigliamento più leggeri e tecnici agli alimenti più performanti; l’evoluzione della mentalità, con il superamento di molti limiti ideologici dell’era precedente (per esempio oggi sono abbastanza all’ordine del giorno le gite di 2000 e passa metri di dislivello…); inoltre sempre più diffusa è l’introduzione allo scialpinismo/sci ripido tramite amici, senza passare dai precedenti canali istituzionali (Scuole ecc., che in ogni caso restano molto attive ed efficaci).

Insomma il confronto fra prima e dopo il 2000 ci dà una fotografia delle profonde differenze per cui possiamo concludere che, negli ultimi 15-20 anni, l’andar per montagne innevate è diventato sempre più uno “sport”. In realtà è un fenomeno che coinvolge l’intera annata della montagna (quindi anche l’alpinismo ecc.), ma qui ci focalizziamo sulla sua veste innevata.

Senza dubbio i praticanti dello scialpinismo/sci ripido sono oggi notevolmente cresciuti di numero: è impossibile dare delle cifre oggettive, perché non esiste un “elenco ufficiale” cui ci si debba iscrivere, ma basta guardarsi intorno per constatare il fenomeno. A questi si aggiungono altri soggetti che gironzolano sulle nevi: i ciaspolatori, i freerider, quelli dell’eliski, ecc. Insomma il panorama umano è completamente differente, sia in termini numerici che di caratteristiche, rispetto agli ultimi decenni del secolo scorso.

Tralasciamo per ora ogni considerazione se l’evoluzione fra prima e dopo il 2000 sia positiva o negativa. Sappiamo già tutti che io la considero “negativa” (o, meglio, ne vedo i lati negativi e li considero superiori – in numero e in consistenza – a quelli positivi), ma l’obiettivo dell’elaborazione statistica in corso è completamente diverso.

Per cui andiamo al sodo e buttiamoci sui numeri. La sottostante Tabella 1 riepiloga i dati complessivi in valore assoluto, riferiti sia all’intero periodo sia ai due segmenti prima e dopo il 2000.

Possiamo notare immediatamente che gli incidenti complessivi sono stati 1.540 con 674 deceduti. Il periodo fino alla stagione 1999/00 registra 445 incidenti e 273 deceduti. Il successivo periodo fino alla stagione 2017/18 contabilizza invece 1.095 incidenti e 401 deceduti. Le variazioni percentuali segnalano che, fra prima e dopo il 2000, gli incidenti sono aumentati di circa 2,5 volte (+146%), mentre le persone decedute risultano superiori di una volta e mezza (+47%). Significativo anche l’aumento dei feriti, che a loro volta sono cresciuti di circa 2,5 volte (+140%), considerazione che riprenderemo sul finale dell’articolo. A grandi linee, questa prima tabella ci dice che, dopo il 2000, complessivamente “ci si fa più male con le valanghe”.

Riportiamo ora l’evoluzione temporale di alcune variabili analizzate. Il Grafico 1 è riferito allo sviluppo cronologico degli incidenti da valanga.

Si vede già ad occhio nudo che, dopo il 2000, si è registrato uno spostamento in alto degli incidenti, a prescindere dalla punta (anomala) di 120 casi nella stagione 2009/10. Ad ulteriore conferma di ciò, si sono introdotte le media storica degli incidenti (46,2 per stagione) e quella dal 2000 in poi (60): significa che dal 2000 in poi si sono verificati in media 14 incidenti in più per ogni stagione.

Il Grafico 2, che riporta la sequenza cronologica del numero di travolti, fornisce informazioni concettualmente analoghe.

A parte la punta anomala di 217 travolti nella stagione 2009/10, anche in questo caso si registra un innalzamento strutturale dopo il 2000. La media storica è di 96,2 travolti a stagione, la corrispondente media dal 2000 sale a 118 (22 travolti in più a stagione).

Il Grafico 3, relativo al numero di decessi per stagione, esprime un contenuto che non si allinea perfettamente con i precedenti.

Si nota immediatamente che alcune punte anomale sono state registrate anche prima del 2000: 35 decessi nella stagione 1987/88 e 38 nella stagione 1990/91. Dopo il 2000 le punte anomale sono principalmente due: 45 decessi nella stagione 2009/10 e 49 nella stagione 2016/17. Quest’ultimo dato recepisce però le conseguenze del drammatico incidente dell’Hotel Rigopiano (Abruzzo), evento di cui si è avuta ampia notorietà mediatica.

La media storica è di 20,1 decessi per stagione, quella dal 2000 sale a 21,6 decessi per stagione (1,5 decessi in più a stagione).

Dopo aver visionato i tre grafici, la prima sensazione è che (dal 2000 in poi) si registri un notevole aumento del numero degli incidenti, cui corrisponde un aumento oggettivamente rilevante, ma più contenuto, dei travolti. Il numero dei decessi ha una dispersione statistica che sembra poco correlata con lo spartiacque del 2000 e in ogni caso il loro aumento medio stagionale è decisamente più limitato rispetto a quello delle altre due variabili.

La Tabella 2 riepiloga i dati in questione.

Il confronto percentuale, fra prima e dopo il 2000, dei valori medi stagionali evidenzia che il numero medio di incidenti per stagione è aumentato del 29,9%, quello dei travolti del 22,7%, mentre i decessi sono cresciuti del 7,5%. In soldoni: più incidenti per stagione, con un po’ meno travolti in media per ogni incidente (lo si deduce: da 2,08 a 1,97 individui) e un aumento dei decessi non particolarmente significativo sul piano statistico.

Da cosa può dipendere questo particolare quadro? Metto subito le mani avanti e affermo che, a mio personalissimo parere, il risvolto positivo della tabella (costituito dall’aumento molto contenuto del numero di decessi) non dipende affatto da un approccio più maturo e consapevole alla montagna. Infatti il significativo aumento degli incidenti è sicuramente conseguenza anche dell’aumento in assoluto dei praticanti, ma io continuo a sostenere che in generale a ciò si accompagna un approccio più “garibaldino” e non più “prudente”: si guarda meno per il sottile e spesso si compiono manovre azzardate che innescano incidenti.

A mio parere la positività dei dati sui decessi (se “positività” possiamo considerarla: non è che il numero in assoluto sia calato, è semplicemente aumentato in misura percentualmente contenuta) non dipende dalla diffusione del know-how dell’autosoccorso quanto dal triangolo costituito da “artva indossato da tutti-uso del cellulare-elicottero del Soccorso”.

In altri termini io sostengo che, tranne casi particolari (in cui sono stati i compagni dei travolti a tirarli fuori), i salvataggi sono principalmente dovuti al tempestivo intervento del Soccorso Alpino, il cui elicottero è stato chiamato in tempi rapidi grazie al cellulare dei superstiti. A sua volta l’efficacia dell’intervento di soccorso è resa ottimale per il fatto che oggi tutti (o quasi…) indossano l’artva.

Tutto bene, verrebbe da concludere: dobbiamo accettare che, statisticamente, più gente in giro sulla neve provochi inevitabilmente più incidenti, ma le conseguenze negative sono proporzionalmente minori. Allora, caro Crovella, perché ti lamenti sempre?

Perché l’approccio sportivo, oggi dominante, sembra volersi dimenticare che, nonostante il miglioramento descritto poco sopra, andare per monti innevati è un’attività oggettivamente pericolosa. Io affermo addirittura che sia un’attività molto pericolosa e questo cozza con l’approccio sportivo che vorrebbe invece un’attività dove dominano concetti quali performance, atletismo, tecnicismo, edonismo, ebbrezza, “frenesia”, ecc.: per godere appieno di tutto ciò, l’approccio sportivo “esige” che sia garantita la sicurezza, cosa che è impossibile in montagna, specie quando è innevata. Poiché la sicurezza non è oggettivamente assicurabile, anziché tirare il freno e sistemarsi su posizioni più prudenziali, si fa finta di niente e anzi si tende a pensare che, grazie alla tecnologia, oggi è permesso tutto, “tanto ti salvi più facilmente”.

Io ho una posizione antitetica: ritengo opportuno un approccio che si dimentichi dei parametri tipici di uno sport e torni a ragionare alla vecchia maniera. O, meglio, penso che chi si riconosce nell’approccio “sportivo” faccia pure, ma tutti dobbiamo aver ben chiaro che la montagna innevata è un contesto in cui il rischio è molto elevato.

Altre due tabelle dovrebbero aiutarmi a sostenere la fondatezza delle mie tesi.

La Tabella 3 riporta le probabilità percentuali di ciascuna conseguenza in funzione del numero di incidenti.

Limitiamoci a considerare la colonna relativa ai deceduti. Il dato storico (43,4%), che deriva dalle mie elaborazioni, risulta diverso da un numero (60%) che avevo letto in qualche pubblicazione dell’AINEVA. Può darsi benissimo che vi siano degli errori imputabili a me, ma le cose non cambiano molto sul piano concettuale. Siamo sempre in un intorno della probabilità del 50%, il che significa che ogni due incidenti si registra in media un decesso. Anche limitandoci al dato notevolmente migliorati dal 2000 in poi (36,6%), dobbiamo accettare che, oggi, ogni tre incidenti si registra in media un decesso.

In parole semplici: frequentare la montagna innevata è un’attività caratterizzata da un rischio probabilistico molto elevato. Per questo affermo che la dotazione di gadget tecnologici è addirittura fuorviante, perché spinge a osare, “tanto ho l’artva (o l’airbag)…”. Ma quando si viene travolti non si sa mai che dinamiche interverranno e ogni tre incidenti i media c’è un morto. Non dimentichiamoci che, nel travolgimento da valanga, non esiste solo il decesso per asfissia, ma anche quelli per numerosissime altre cause (vari traumi, ecc.). La conclusione è che si deve assolutamente evitare di essere travolti.

Ancora più agghiacciante, almeno ai miei occhi di “vecchio” montanaro, è il contenuto della Tabella 4, che evidenzia il rischio probabilistico di decesso in funzione del numero di travolti.

La probabilità storica di decesso è del 21,1%: ogni 100 travolti, ne muoiono 21. In altri termini c’è un morto ogni 5 travolti.

Chi vuole enfatizzare la negatività del passato e/o la positività della situazione attuale sottolinea che la probabilità di decesso era strutturalmente molto superiore prima del 2000: 25,9% il che significa un morto ogni 4 travolti. Il dato è nettamente migliorato dopo il 2000 (18,6%), ma all’atto pratico non cambia molto la questione: un morto ogni 5,5 travolti. Diciamo che, oggi come oggi, ogni 5 o 6 travolti si registra un morto. Secondo il mio parere il miglioramento è modesto: con l’aumento di tecnologia che c’è stato rispetto al passato più lontano, mi aspetterei un rischio di decesso estremamente più contenuto.

Inoltre se riflettete sul fatto che una gita scialpinistica fra amici facilmente raggiunge le 8-10 persone (due macchine…), anche oggi il rischio mortale è tutt’altro che trascurabile. Certo, occorre che almeno 5 o 6 di questi partecipanti finiscano sotto una valanga, ma, nel caso accadesse, uno di loro (secondo le statistiche) non torna a casa. Nessuno ci pensa, ma una gita in sci, che in genere si svolge in un clima di allegra scampagnata fra amici, sotto sotto è in realtà una roulette russa.

In ogni caso la stessa Tabella 4 ci dice che, fra prima e dopo il 2000, sarà anche diminuita la probabilità dell’esito mortale, ma è invece aumentata quella di uscire feriti da un travolgimento (da 20,3% a 23,8%). Io tendo a pensare che in questo andamento possiamo intravedere l’effetto delle tecnologie e soprattutto della già citata efficacia degli interventi del Soccorso Alpino: quelli che un tempo erano dei feriti destinati a morire a causa della lentezza dell’estrazione dalla neve, oggi vengono tirati fuori in tempi brevi, per cui si salvano, ma sempre “feriti” restano. Non sappiano che tipo di danni vengano riportati, perché nell’ampio concetto di “feriti” si può andare da una semplice frattura a danni permanenti. Tuttavia alcuni dei feriti riporteranno conseguenze gravi o addirittura gravissime e, anche se non sono morti, non credo che l’esperienza del travolgimento passerà indenne nella loro esistenza.

Applicando le statistiche alla realtà concreta, possiamo dire che, con il “new deal” innescatosi dal 2000 in poi, ogni 2 travolti uno si salva abbondantemente (1,15 per la precisione), mentre l’altro ha più probabilità di uscirne “ferito” (0,48) che “deceduto” (0,38), ma dei danni li riporta in ogni caso.

Poiché abbiamo visto molte righe sopra (commentando la Tabella 2) che il numero medio di travolti per incidente balla a cavallo di 2, ogni volta che si verifica un incidente il risultato che, secondo il calcolo delle probabilità, dobbiamo aspettarci è il seguente: dei 2 travolti, uno è indenne, l’altro riporta danni più o meno gravi (fino al decesso). Che dire? Fate in modo che, se venite travolti, sul lato sfortunato della statistica si trovi il vostro compagno e non voi stessi. Poiché cioè è impossibile da determinare a priori, anche in questo caso io affermo che la cosa migliore è… evitare di farsi travolgere.

Per tutte queste considerazioni io continuo ad essere diffidente nei confronti del senso di (falsa) sicurezza che i gadget tecnologici tendono a instillare nei praticanti di oggi. Attenzione: non sto affatto sostenendo che si debba lanciare l’artva alle ortiche, anzi… Occorre però essere consci che esso non è un talismano e non sostituisce la conoscenza della montagna costituita dalle componenti “tradizionali”, quali lo studio delle cartine, la valutazione delle relazione, la scelta a tavolino del miglior itinerario (in funzione delle condizioni del momento), il “fiuto” uno volta sul terreno, il saper tracciare in modo corretto sia in salita che in discesa, gli orari consoni, lo zaino con il necessario e non ridotto a un sacchettino floscio in nome della leggerezza….e, non ultimo, il saper tornare indietro, senza patire l’onta di apparire “sfigati” agli occhi degli amici.

In parole semplici, ieri come oggi, lo scialpinista ideale è colui che sa salire e scendere adattandosi alle condizioni che, in quel momento, esprime (e impone) la montagna. Laddove sento frasi del tipo “guardati intorno e devi solo decidere dove voler andare”, io affermo che è proprio quest’approccio a costituire il più micidiale prerequisito per l’incidente da valanga.

Ben vengano quindi le esercitazioni di autosoccorso, i materiali super performanti, i gadget extra tecnologici, la mentalità moderna, ma tutto ciò deve essere “un di più”, un coronamento all’approccio giusto. Un approccio che oggi è spesso denigrato perché noioso, poco performante e da vecchi rimbambiti che si commuovono a cantare “La Montanara”.

La montagna (specie innevata) è un posto dove si può morire facilmente e questo non va mai dimenticato. Ognuno poi giochi le sue carte come meglio crede.

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Statistiche AINEVA sugli incidenti da valanga ultima modifica: 2019-03-04T05:23:03+01:00 da GognaBlog

35 pensieri su “Statistiche AINEVA sugli incidenti da valanga”

  1. 35
    Paolo Panzeri says:

    Lorenzo, forse questa volta ho capito un poco cosa dici !!!!
    La continua focalizzazione sul divertimento, grazie ad una sicurezza imparata per divulgazione mediatica e non appresa per esperienza, nella natura non civilizzata è un errore madornale, direi da condannare se fossi un giudice.
    Facendo così non si possiede la sensibilità e l’attenzione continua e istintiva all’ambiente e la possibilità di morire aumenta a dismisura.

  2. 34
    lorenzo merlo says:

    Essere in relazione con l’ambiente allude alla liberazione dall’invasiva presenza di idee, pensieri, forme-pensiero, conoscenze, ricordi.

    Invasiva presenza in quanto perturbazione, disturbo, magnete d’attenzione che riduce/impedisce la contemplazione, l’ascolto delle informazioni sottili presenti nel luogo che stiamo frequentando e diffuse dalle persone che sono con noi.

    Contemplazione in grado di sintetizzare la messe di dinamiche in gioco, se stessi inclusi, ben più di quanto possa permettersi un metodo di stima e valutazione o l’esperienza che si ritiene di avere, nonché qualche dato che consideriamo oggettivo.

    È ancora la contemplazione che aiuta alla miglior reazione in caso di imprevisto. È lei che può fare qualcosa affinché le emozioni non ci travolgano portandoci anche molto lontani dal nostro centro, facendo di noi molle reattive svuotate di saggezza.

    Se stessi inclusi riferisce che attraverso il modo della relazione siamo in grado di riconoscere in quel momento la qualità della nostra percezione. Quanto cioè sentiamo di poter essere contemplazione o, viceversa, quanto siamo disponibili alla distrazione. Un aspetto sostanziale per tutte le successive valutazioni.

    Correnti di energia che se viste diventano importanti strumenti di scelte.
    Esse rappresentano le forze in campo in qualunque relazione. Ogni condotta incapace di tenerne conto deriva da una assente o superficiale, cioè tecnica, relazione con l’ambiente.

    Tutto ciò per dire che la critica tecnico-culturale che alcuni esprimono ad un certo stile di vita – poi portato in montagna – fa riferimento all’alto potenziale distrattivo di una frequentazione anticontemplativa, ovvero sportiva, di consumo, vanesia, per autostima, per forma e apparenza. È anche in questi termini che la tecnologia non è innocua.

    Forse chiunque può cogliere quanto gli apparati esterni possano essere sconvenienti a questo proposito, soprattutto se coniugati con persone che si sono avvicinate alla montagna attraverso il fascino dell’estremo, del no limits e delle gare o di altri slogan dei mercanti.

    L’iniziazione è stata sostituita dalla carta di credito. Il gruppo con cui si cresceva, dal rivenditore. Il percorso personale a base di dedizione, dai tutor. Dunque carne da mercato piuttosto che individui in ascolto e ricerca.

  3. 33
    Paolo Gallese says:

    Paolo Panzeri, sono d’accordo. Andare in montagna è pericoloso, sempre. E sempre va detto. Andare con testa e umiltà. Anche se qualche volta forse tutti noi almeno una volta abbiamo incrociato le dita. Ecco, dire anche questo e quanto anche questo sia stato (e sia sempre) pericoloso.

  4. 32
    Paolo Panzeri says:

    Discussione per me interessante e ricca!
    Io facevo sci alpinismo in primavera e talvolta sui versanti nord in quota sciavo in neve polverosa. Ora ho allungato la stagione, ho arva, pala e sonda, ma non li ho ancora usati.

    Detto questo mi re-intrometto per fare una osservazione, magari mi ripeto.
    Mi sembra di leggere, ma con parole diverse, una discussione fra spittatori seriali, quelli che se non c’è lo spit si muore e gente capace di scalare.

    Forse il problema risiede nella massificazione commerciale dell’andare in montagna… ci stanno riuscendo! (direi anche grazie molto allo sci)
    E con tristezza devo aggiungere: in barba ai morti.
    Si può affermare quello che si vuole, ma andare in montagna è pericoloso, sempre, e dovrebbe essere continuamente detto.

  5. 31
  6. 30
    Carlo Crovella says:

    Lavarra sei partito ieri dicendo che c’era un “grossolano errore” nella mia impostazione perché mancano (oggettivamente vale per tutti) i dati sul numero dei praticanti. Io ti rispondo che “grossolana” è la tua superficialità di lettura dei testi, mi continui a dare l’impressione di non comprendere per nulla quello che ti sto ripetendo da ieri nei commenti.

    E certo che, nell’articolo (e non solo), ho espresso delle opinioni personali, diciamo anche delle vere e proprie prese di posizione ideologiche, utilizzando l’escamotage di fornire commenti personali a elaborazioni delle statistiche (quelle disponibili perché quelle non disponibili non sono elaborabili…).

    La mia è una scelta”politica”  di impostazione del lavoro e non vedo perché sia deprecabile: sicuramente non è un errore. Articoli della serie “riporto le mie impressioni generiche su come si va in montagna oggi” li ho pubblicati spesso in diverse testate e anche qui, riferiti sia alla montagna innevata che a quella estiva. Se fai una ricerca, utilizzando la funzione in alto a destra, li trovi facilmente

  7. 29

    questa è un’opinione personale: “Per questo affermo che la dotazione di gadget tecnologici è addirittura fuorviante, perché spinge a osare, “tanto ho l’artva (o l’airbag)…”

    Anche qui che sia poco o tanto migliorata è un’opinione personale:
    “Chi vuole enfatizzare la negatività del passato e/o la positività della situazione attuale sottolinea che la probabilità di decesso era attualmente molto superiore prima del 2000: 25,9% il che significa un morto ogni 4 travolti. Il dato è nettamente migliorato dopo il 2000 (18,6%), ma all’atto pratico non cambia molto la questione: un morto ogni 5,5 travolti”

    anche questa è un’impressione personale:
    “Inoltre se riflettete sul fatto che una gita scialpinistica fra amici facilmente raggiunge le 8-10 persone”

    In conclusione non sono i dati ma le impressioni personali che portano a questa affermazione:
    Per tutte queste considerazioni io continuo ad essere diffidente nei confronti del senso di (falsa) sicurezza che i gadget tecnologici tendono a instillare.

    Io indosso l’ARTVA anche quando giro da solo, ovviamente non per fare cose che altrimenti non farei, ma semplicemente perchè aumento (per quanto di poco) le mie % di sopravvivenza in caso di incidente e indossare un ARTVA non ha alcuna conseguenza sulla mia andatura.

    Se vogliamo parlare dei così detti “bias cognitivi” che danno falsa sicurezza parliamone, senza tirare in ballo la statistica.
    Anche andare con compagni anzichè da soli può dare sensazione di maggior sicurezza e ci può indurre in errori di valutazione ma non per questo è più sicuro andare da soli! così come non è più sicuro andare senza artva.

    E ripeto, non commento perchè sono in disaccordo con i rischi che la frequentazione di massa della montagna comporta perchè sono evidenti a tutti ma ho solo fatto un’osservazione sul metodo, senza volontà ne di offendere ne di polemizzare ma solo di contribuire.

  8. 28
    Carlo Crovella says:

    Per Pellegrino: a parte che non capisco perché mi dai del lei, ma cmq implicitamente anche tu tuteli l’attuale contesto (mentre io lo denigro) nel memento in cui sposi la tesi (tramite il paper in inglese) che nella stazionarietà generale delle statistiche (seppur a fronte di un aumento dei praticanti, peraltro impossibile da quantificare) ci sia la conferma della maggior “sicurezza” dell’attuale impostazione generale.

    Io sostengo da tempo che invece è proprio in questo modello che si annida un maggior tasso di pericolo e ritengo che la mia tesi sia comprovata (e qui suggerisco a Lavarra di focalizzare maggiormente la sua attenzione) dal lievissimo miglioramento nel rapporto morti/travolti (da 1 ogni 4 a 1 ogni 5,5), nonostante tutto l’ambaradan oggi utilizzato (faccio riferimenti in senso lato e quindi non mi limito all’artva, ma anche e sopratutto alla sovrastruttura organizzativa che circonda il “mercato” – e non a caso  utilizzo questo termine – della montagna innevata “fuoripista”).

    Sì è verissimo sono un gran testardo, non solo su questo argomento, ma in tutta la mia vita. Ma nella fattispecie mi dà estremanente fastidio che si spacci per “proficua ai fini della sicurezza” tutta la sovrastruttura che oggi è in azione e senza la quale gran parte degli sciatori con approccio sportivo probabilmente si dedicherebbero ad altre attività, lasciando tranquille le montagne a disposizione dei “veri” appassionati.

  9. 27
    Carlo Crovella says:

    Lavarra leggi il commento 11. Tu continui a fermarti alla prima parte dell’articolo, mentre le tesi di fondo sono  incentrate sulle statistiche (oggettive) riportate sulla seconda parte dell’articolo (cioè: rapporto morti/incidenti e rapporto morti/travolti), dati che sono del tutto scollerali rispetto al numero di praticanti. Non  mi sembra complesso da capire, no?

     

  10. 26

    No Marcello, non ne farei una questione di teorici o pratici. Io frequento abitualmente la montagna invernale ma se in un articolo si citano dei dati per sostenere una conclusione questi dati devono essere completi per supportare il ragionamento.
    Diverso se invece l’articolo si fosse fondato sulle impressioni personali tipo: “quando vado in montagna vedo gente inconsapevole” o come hai detto tu “ho esperienza di molta gente inconsapevole”. In questo caso non avrei avuto nulla da dire perchè la vedo anch’io 😉
    Ma insisto se citi dati statistici e fai raffronti questi dati devono essere completi, altrimenti scrivi di impressioni personali, che possono essere giuste e condivisibili, ma restano impressioni personali!

  11. 25

    Qui, come altrove, siamo divisi in teorici e pratici ma la pratica è il fine e semmai la teoria ne è il mezzo per raggiungerlo.

    Penso che le due cose siano indivisibili e ognuno preferisca occuparsi di quello che più gli piace e compete.

     

  12. 24

    si ma noi abbiamo commentato il valore statistico dei dati riportati nell’articolo non il modo di andare in montagna!!!

     

     

  13. 23

    Mi associo a Pellegrini. Io ho commentato solo ed esclusivamente la base statistica del ragionamento e non le conclusioni o il modo di fare gite!

  14. 22

    Crovella, è fuori discussione che più delle statistiche sono i modi con cui si affronta la montagna innevata che creano alto rischio anche quando si potrebbe mantenerlo su più bassi livelli semplicemente con un po’ di umiltà.
    Vivendo tra Sella e Marmolada, posso però affermare che questa frequentazione esagerata dei pendii li bonifica quasi totalmente, e sottolineo il quasi, da possibili distacchi.
    Io, che come molti miei colleghi li frequento giornalmente, confermo quanto ho appena scritto assieme al fatto che l’uso dei gadget di sicurezza costituisce un pericolo.
    Personalmente (non prendetemi per pazzo) rimpiango i tempi in cui l’artva non c’era e si facevano le ferrate con un cordino legato in vita, non perché sono uno scavezzacollo, tutt’altro semmai, ma perché la montagna era frequentata con maggiore senso di responsabilità. Non mi sognerei MAI di affrontare un pendio che non mi convince solo perché ho l’artva addosso!
    L’airbag l’ho venduto da tempo perché pesava e più leggero mi sento più mobile e sicuro. Mi sbaglierò ma faccio così e sto sereno.
    Quando facevo i corsi da aspirante guida alpina ricordo che all’Ensa di Chamonix, Francoise Labande, quello che per me era un vecchio mugugnone, ci disse che lo scialpinismo uccide le guide più d’ogni altra attività e che quando partiamo per una gita con le pelli, l’artva, (che ai tempi era una novità) potremmo tranquillamente lasciarlo a casa perché riteniamo che i pendii siano sicuri.
    Personalmente sento di correre i maggiori rischi quando accompagno degli scialpinisti (quasi tutti) che pensano che le valanghe cadano quando loro non saranno lì. Chi vuol fare una foto nel posto più pericoloso, chi scopre di avere male a un piede proprio sul pendio meno adatto a una sosta, chi pensa che perdere uno sci sia peggio che perdere la vita… questi sono i rischi anche per me guida! Io lì me ne andrei a tutta velocità, ma non ho paura di arrivare a casa troppo presto come la maggior parte.
    Recentemente ai corsi di aggiornamento di Werner Munter, l’inventore del sistema 3×3 dice chiaramente che la massima sicurezza la si ha standosene a casa e che se ci muniamo di tutti gli ammenicoli di sicurezza disponibili sul mercato diventiamo così pesanti da costituire noi stessi un pericolo.
    Ha ragione Dino (e datti un cognome, dai) quando dice che lo scialpinismo classico è da farsi sul firn primaverile. I vecchi mica erano scemi e facevano così. Mica se ne andavano con le pelli già a Novembre su nevi imprevedibili come quelle invernali…
    Oggi succede che al primo caldo cittadino primaverile gli scialpinisti ottusi non partano più per le montagne, che sono nella loro migliore veste per farsi risalire con gli sci, ma pensino ad altre forme di vacanza lontane dalla neve. Sarà anche perché hanno già fatto abbastanza gite iniziando a farle alla prima neve e sono stufi, ma si perdono il meglio, e il meglio è anche più sicuro! Ma bisogna alzarsi presto la mattina e se a mezzogiorno si è già finita la gita, com’è giusto fare in Primavera, s’incazzano perché non sanno cosa fare nell’altra mezza giornata.
    I veri rischi sono nella testa delle persone quando quest’ultime non sanno gestire il loro tempo e mezzi adeguandosi alla natura, ma volendo fare l’opposto.

  15. 21
    Umberto Pellegrini says:

    Caro Crovello, la invito a riportare qui qualsiasi mio commento dove con testardaggine “tutelo” l’attuale modo di fate gite.

    Al momento, nel merito di ciò che ha scientificamente scritto, l’unico incontrovertibile testardo è lei, con lieve spocchia, aggiungo.

    Buona giornata.

  16. 20
    Carlo Crovella says:

    Se non ricordo male (non ho materialmente tempo di rileggerlo) l’articolo citato da Pellegrino coinvolgeva l’intero arco alpino (o forse addirittura tutti i sistemi montuosi europei), mentre le statistiche AINEVA si limitano all’arco alpino italiano e all’Appennino centrale. Può darsi che vi sia differenza proprio nei bacini statistici di provenienza dei dati. Sta di fatto che noi in genere operiamo nel territorio di competenza di AINEVA per cui queste ultime statistiche sono realisticamente più adatte alla nostra realtà. In ogni caso siccome l’augurio finale è simile al mio non intravedo contraddizioni nelle due tesi.

    Non capisco però la testardaggine (non solo di Pellegrino, ma di quasi tutti i frequentatori della montagna innevata) nel voler per forza “tutelare” l’attuale modo di fate gite, di cui Dino M ha sapienemente sintetizzato i risvolti critici.

    La maggior dotazione di tecnologia induce una falsa sicurezza che “autorizza” comportamenti come quelli descritti da Dino M. É lì il paradosso dell’attuale situazione.

    Cmq se vi piace fare gite in modo che io considero “squinternato” (partire tardi, cacciarsi in canali rigurgitanti di powder, fare tagli da fuori di testa, etc etc etc) fate pure. Se ci lasciate la ghirba, è la vostra e non la mia.

  17. 19
    DinoM says:

    Il lavoro svolto per l’articolo è davvero interessante e ottimo; quindi grazie.

    Mi permetto, tra molti esperti, di svolgere alcuni ragionamenti.

    Il periodo  delle gite: oggi grazie agli sci, ai filmati etc. si va alla ricerca della powder. Il firn è meno rischioso. Ai miei tempi si iniziava a bassa quota e su esposizioni sud alla ricerca di neve assestata. Oggi tutti cercano la polvere incuranti di ogni altra cosa e degli accumuli da vento difficilmente prevedibili.

    Traccia di salita e discesa: vedo sempre più tracce di salita”vertical” che non hanno cura della traccia più sicura. Sicuramente in salita ma anche in discesa dove si cerca il pendio più bello e non quello più sicuro. Ognuno poi vuol fare la sua traccia sconquassando il pendio.

    Si parte tardi, i pendii sono completamente cotti, anche per effetto delle temperature; i minori spessori e gli sbalzi di temperatura aumentano il gradiente con formazione di strati deboli.

    Vorrei inoltre sottolineare che in caso di travolgimento e di autosoccorso la maggior parte del tempo è dovuta allo scavo e non alla ricerca.

    Certo non aiuta (anzi a mio avviso dannosa) la attuale classificazione di rischio fatta con scala non lineare. La scala è troppo “compressa” nei gradi 2 e 3 quelli di maggior frequenza nello sci alpinismo.

     

  18. 18

    Caro Pellegrini, io la neve la conosco come manovale delle montagne e non sono certo uno scenziato come lei. Mi pare che le mie parole siano state purtroppo travisate. Forse mi sono espresso poco chiaramente, rozzamente e senza citazioni illustri, ma ribadisco il concetto che sulla neve, come in mare (la roccia non è così mutevole) non si è mai al sicuro, anche quando si crede di esserlo. E l’istinto e le umane sensazioni di codardia e paura possono essere utili piu di tante conoscenze scientifiche. Se poi uniamo entrambe magari ce la caviamo meglio. Anche a me piacciono i racconti di Manera e, alla Manera, proprio perché scevri da ricami inutili e pregni di pragmatismo. Le statistiche di Crovella trovo che siano teorizzazioni del venerdì sera utili ma non indispensabili, pur ammirandone l’impegno e la dedizione dell’autore. Buone gite.

  19. 17
    Umberto Pellegrini says:

    La conclusione, Carlo Crovella, non era proprio quella; quella che lei cita era l’augurio di commiato.

    La conclusione, nel merito della questione, è la seguente, riportata nei tre punti molto ben leggibili anche per lo sciatore della domenica, a fine articolo (magari le sono sfuggiti):

    1- The  number of fatalities in settlements and on transportation  corridors has reduced drastically since the1970s in all Alpine countries.
    2-The number of fatalities in uncontrolled terrain almost doubled between the 1960s and the 1980s. Since then, numbers have remained  relatively stationary with no further significant increase, despite a large increase in the number of winter backcountry recreationists.
    3-Associated with these two opposing trends, we showed a shift towards avalanche fatalities almost exclusively occurring in uncontrolled terrain.

    Se vuole, provo a fare una personale esegesi del punto 2 dove mi faccio coinvolgere: gli scialpinisti della prima generazione sono morti a grappoli sotto le valanghe, più o meno gli stessi grappoli di morti alpinisti che riposano in pace nel cimitero di Macugnaga, all’ombra del Vecchio Tiglio: uno sguardo alle lapidi, con un pezzo di carta per annotare le date, e la comprensione statistica a riguardo diviene solida.

    Per questo motivo, voglio ricordare a Marcello Cominetti che gli esperti di cui parla e finiti sotto la neve, non sono gli esperti che hanno scritto quell’articolo. Certo, tra quegli esperti, miei colleghi, molti di essi sciano, e passano molto tempo sulla neve e potrà capitare che, malauguratamente, finiscano sotto la neve, come del resto capita anche ad altri esperti, di restare sotto la neve,  esperti certificati nell’accompagnamento in ambiente alpino; ma quel che li differenzia da lei, Cominetti è che di mestiere non sono guide alpine, ma sono ricercatori nel campo della nivologia, esperti nell’andare a misurare la neve, e fare delle elaborazioni più o meno sensatamente scientifiche delle misure fatte.
    Lei è una guida alpina, questi altri sono ricercatori: il fatto che lei possa scrivere qui esattamente come costoro scrivono sulle loro pubblicazioni non la rende paritetico a costoro nel loro campo (ed infatti costoro non portano a pagamento per monti nessuno): i loro obbiettivi non sono i suoi, né per scala spaziale, né per orizzonte temporale. Nel caso se lo fosse perso, c’è un film del suo tempo ma estremamente attuale, che si intitola Sogni d’Oro, Nanni Moretti: vederlo o rivederlo può esserle di ausilio nel comprendere che l’expertise della conoscenza avrebbe solo vantaggi per tutti, ben sintetizzato nel paradigma del film: “io non parlo di cose che non conosco”. Poi, certamente, il carattere fa il resto, che è un pezzo enorme nella sintassi dell’uomo.

    Vede Cominetti, io di mestiere faccio il meteorologo, sono un fisico, e da anni, purtroppo, palo neve per buona parte dell’inverno, ci passo sopra con l’auto, col cane, con i gatti, a piedi nudi, la odio molto e la amo pochino, e ci passo sopra anche con gli assi da sci, per salire e scendere; ma quando parlo coi miei colleghi nivologi, non ricordo loro che la metà di loro finirà stecchita sotto la neve, ma cerco di capire ed imparare quel che mi dicono, e, s’immagini, la cosa è reciproca!
    E, da esperto qual sono, morirò di certo colpito da un fulmine a Finale Ligure, nascosto nel grotto di Perti, più o meno come il Mass, palcoscenico differente, e certamente capacità ben differenti. Ma del mio mestiere vado fiero perché, ad esempio, aiuto molti suoi colleghi (umili ed astuti) a far meglio il loro, di mestiere. Ed il più delle volte lo faccio gratuitamente.

    “Molti degli esperti in neve e valanghe che ho conosciuto sono morti seppelliti da una valanga” potrebbe essere un buon motto riassuntivo dell’oggi, e che riporterei, Cominetti permettendo, sulla porta di ingresso di ogni ospedale, declinato così: “molti dei medici che hanno lavorato in questo ospedale sono morti di malattia”.

    Non so perché, ma rimpiango gli scritti di Ugo Manera.

    Cordiali saluti.

  20. 16

    Mi spiace ricordare che molti degli esperti in neve e valanghe che ho conosciuto sono morti seppelliti da una valanga.

    Secondo me gli insegnamenti più utili a salvarsi la vita sulla neve si hanno vivendoci sopra tutto l’inverno: spalandola, guidandoci sopra l’automobile, guardandola, sciandoci, camminandoci, odiandola e cose così.
    E non sarà mai abbastanza.

    Personalmente, pur facendo tutte queste cose qui, non mi considero un esperto perché non mi piacerebbe finire come quelli che ho conosciuto, ma sono un fifone per nulla orgoglioso. Con le valanghe sono caratteristiche utilissime a non finire nei guai, anche se  non sono abbastanza.

  21. 15
    Carlo Crovella says:

    Sì gli avevo dato un’occhiata a suo tempo, si tratta di un lavoro nolto interessante ma fin troppo elaborato e, a mia personale sensazione, poco attinente alle esigenze del singolo sciatore domenicale. Se non ricordo male la conclusione era più o meno del tipo “la cosa migliore è la prevenzione” (cioè il corrispondente del mio pratico suggerimento: “non finite travolti”).

    Cordiali saluti.

     

  22. 14
    Umberto Pellegrini says:

    Carlo Crovella buonasera.

    Tempo fa, in una discussione simile, avevo commentato ed aggiunto il link ad una pubblicazione scientifica redatta da ricercatori che lavorano nei maggiori centri europei che si occupano di nivologia e valanghe. Persone certificate forse direbbe Paolo Panzeri; io li chiamo colleghi.

    L’articolo è questo:

    https://www.geogr-helv.net/71/147/2016/gh-71-147-2016.pdf

    Lo ha letto?

    Cordiali saluti.

    Umberto Pellegrini

  23. 13
    Giacomo Govi says:

    Crovella, la mancanza del peso del numero dei praticanti e’ stato fatto notare in quanto fornirebbe finalmente dati sulla sua conclusione principale ( riportata nel mio precedente intervento), che con grande ricorrenza compare nei suoi articoli e difatti puntuale compare anche qui.

    Poi nell’articolo si traggono altre conclusioni, per le quali effettivamente questo dato potrebbe essere meno rilevante. Dico potrebbe, perche’ in sua assenza non possiamo fare altro che sospendere il giudizio. Ma il punto e’ che resta l’impressione che le sue congetture siano aprioristiche e non derivino dalla lettura dei dati.

    “‘sto po’ po’ di tecnologia di cui si dispone oggi ha comportato sì un miglioramento di questi indici,  ma il miglioramento è così contenuto che appare “ridicolo”. Se prima del 2000 si moriva al ritmo di 1 ogni 4 travolti, oggi (con artva digitali, elicotteri, bollettini, materiale high tech etc etc etc) si muore al ritmo di 1 ogni 5,5 travolti… ben misero miglioramento.”

    Bella forza, qui si analizzano solo eventi in cui  ci sono dei travolti e il soccorso e’ stato attivato.  Impariamo quindi che l’arva digitale non aiuta gran che rispetto a quello analogico ( gli elicotteri c’era anche prima, i bollettini e il materiale c’etrano ben poco)? A me viene da dire “forse”, ma ad ogni modo ben misero apprendimento.  Ben di piu’ si potrebbe imparare, sull’utilita’ della tanto temuta modernita’ tecnologica, se sapessimo quanti sono gli incidenti rispetto al numero di “uscite”, e quante volte un incidente non richiede soccorso.

     

  24. 12
    Paolo Panzeri says:

    Paolo sono d’accordo con te, sarebbe bello avvenisse quello che dici, ma bisogna essere certificati. Comunque qualche eccezione c’è.
    Oggi vedo che molta gente giunge a frequentare la montagna senza conoscere e senza imparare gradualmente, spesso solo dopo aver frequentato vari corsi offerti a buon prezzo da varie organizzazioni, che si basano sugli insegnamenti di persone che si definiscono esperte, ma che hanno frequentato poco la montagna, solo marginalmente e sono state formate e certificate da altre persone come loro. Mi sembra sempre più che per la quasi totalità di questi esperti la conoscenza media degli ambienti non cittadini sia molto primordiale, quindi mi sembra che la loro capacità di formazione, benché di ottima dialettica, sia  ingannevole e approssimativa, direi facilona e incosciente.
    Ma il sistema ora “gira” così e una rifocalizzazione non sarebbe economicamente conveniente per le organizzazioni e le persone che lo gestiscono.
    Lo sci è un esempio chiarissimo, ma anche l’arrampicata.

  25. 11
    Carlo Crovella says:

    Continuo ad avere la sensazione che non leggiate i testi con attenzione.

    Non ho mai messo in paragone il numero di incidenti con il numero di praticanti, proprio perché é chiaro a me stesso che non siamo in grado di misurare l’incremento dei praticanti totali.

    Nella prima parte ho evidenziato che IN VALORE ASSOLUTO i numeri sono aumentati (fra prima e dopo il 2000, spartiacque a sua volta identificato in modo arbitrario e soggettivo). È un’informazione semplicissima da ottenere ma in ogni caso non la si trova molto diffusa nei canali informativi. Ma non è questo il mio obiettivo piu’ importante e se vi fermate qui non cogliete il vero valore aggiunto.

    Molto più rilevanti sono infatti i confronti numerici fra dati oggettivi (tutti registrati negli archivi AINEVA) su cui mi soffermo nella seconda parte del testo.

    Per esempio la probabilità di morte in rapporto al numero di travolti è passata da 1 morto ogni 4 travolti a 1 morto ogni 5,5 travolti. In tale calcolo che c’entrano i praticanti assoluti? Niente. Potrebbero esserci solo 6 (cioè 5,5 arrotondato) travolti in tutta la stagione e il calcolo delle probabilità ci dice che sui 6 travolti dobbiamo aspettarci un decesso. Tutto ciò regge sul piano statistico a prescindere dal fatto che i praticanti totali siano 10.000 o 100.000 o 1.000.000.

    La conclusione concettuale da parte mia è che tutto ‘sto po’ po’ di tecnologia di cui si dispone oggi ha comportato sì un miglioramento di questi indici,  ma il miglioramento è così contenuto che appare “ridicolo”. Se prima del 2000 si moriva al ritmo di 1 ogni 4 travolti, oggi (con artva digitali, elicotteri, bollettini, materiale high tech etc etc etc) si muore al ritmo di 1 ogni 5,5 travolti… ben misero miglioramento.

    Con tutto ‘sto spiegamento di tecnologia, mi sarei aspettato miglioramenti nettamente più eclatanti, tipo 1 morto ogni 15 o 20 travolti. Invece uno “sputo di mosca” sul piano statistico.

    Io sono convinto che l’effetto della tecnologia è in gran parte compensato dal modo scriteriato di muoversi, per cui oggi come oggi ci si infila con piu’ disinvoltura in situazioni “strane”, da cui si esce con dei danni. Ricordiamoci che altre statistiche, emerse dalle mie elaborazioni, evidenziano che il numero medio di travolti per ogni incidente bella attorno a 2 individui. Altre statistiche ci dicono che, di questi 2 individui travolti, uno esce integro, l’altro o esce ferito o esce morto.

    Morale: nonostante tutta la tecnologia di cui si dispone, alla fin fine la cosa migliore è non farsi travolgere. E per fare questo non serve tanto dotarsi di iper tecnologia bensì di fiuto, esperienza, conoscenza del terreno etc etc etc.

    Cosa c’entra in tutte queste considerazioni il numero assoluto dei partecipanti???

     

     

     

  26. 10
    Giacomo Govi says:

    Uno dei punti principali delle conclusioni di Crovella nell’analizzare quei dati, e’ che dopo l’anno 2000 aumentano il numero di sciatori che affrontano le gite con leggerezza, anzi con imprudenza, e senza la necessaria esperienza ( mi corregga se non ho capito bene). Questo concetto viene  ripetuto fino alla noia ma non diventa piu’ vero con questi dati, che semplicemente, non danno indicazioni in questo senso.

    Per altro, mi pare che le altre conclusioni, quelle sul miglioramento dei “salvataggi” derivino del tutto da congetture personali.

    L’impressione e’ quella di un approccio in cui si guardano i dati avendo gia’ in mente il risultato…

  27. 9

    Crovella, non volevo essere in alcun modo offensivo nè rinfacciare alcunchè, solo contribuire con la mia osservazione alla lettura del fenomeno.
    Statisticamente però confermo quanto ho scritto, converrà con me che se fino al 2000 si registrano “x” incidenti all’anno e dopo il 2000 il doppio è rilevante sapere se siano o meno raddoppiate anche le persone che si muovono. Se su 100 gitanti si registrano due decessi e su duecento se ne registrano 4 in sostanza la % di incidenti resta invariata!

    PS con autosoccorso si può considerare anche l’intervento di persone presenti sul posto e non direttamente coinvolte nell’incidente e quindi “emotivamente estranee”

    In ogni caso, come già detto, sono d’accordo con lei sulle conclusioni a prescindere dai numeri!

     

  28. 8

    Bè, uno che finisce in una valanga, si salva, non coinvolge nessun’altro e se la “svigna” non fa nulla di male. Cosa dovrebbe fare? Recarsi all’AINEVA e iscriversi in un archivio?

    Anche se credo che sarebbe meglio svignarsela da potenziali valanghe ancora prima che scendano a valle, cioè non trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ovvero avere un approccio supportato da una buona dose d’esperienza e anche un bel po’ di culo.

  29. 7
    Carlo Crovella says:

    Credo che dobbiate leggere i testi con maggior attenzione.

    L’ho messo in luce subito, che non esistono e non esiteranno mai dati oggettivi sul numero di praticanti effettivi…ma siccome si hanno solo i dati ufficiali AINEVA, solo su questi si può lavorare e non su dati che non esistono in nessun archivio.

    D’altra parte chissà quanti “incidenti da valanga” non finiscono nelle statistiche ufficiali, perché (come ho scritto) gli autori se la svignano senza lasciar tracce.

    Non è quindi un “errore” (tanto meno grossolano) quello che mi viene rinfacciato, ma una scelta di impostazione del lavoro. Il lavoro segue metodologie corrette: il rischio di decesso in funzione del numero di incidenti registrati e/o in funzione del numero di travolti registrati NON ha nulla a che fare con il numero assoluto dei praticanti.

    Le conclusioni statistiche segnalate sono quindi ineccepibili.

    Non è neppure preciso quanto detto in altri interventi, ovvero che i soccorsi arrivano in tempi non compatibili con quelli di sopravvivenza… ovviamente sto parlando di soccorsi con elicottero tempestivamente allertato (tramite cellulare) dai sopravvissuti. La curva di sopravvivenza scende sotto livelli critici dopo circa 45 minuti. Un soccorso tempestivo e allertato in modo efficace dovrebbe riuscire nell’intento.

    Sono arciconvinto che questa sia la chiave di volta del miglioramento nelle statistiche di minor aumento dei decessi (l’ho scritto!).

    Non credo invece alla validità diffusa dell’autosoccorso. Se mi guardo in giro vedo persone che, in condizioni normali, si comportano in modo talmente dissennato che non riesco a immaginarmele “lucide” e “asettiche” mentre stanno cercando un amico sotto la neve… Anche i superesperti possono essere condizionati emotivamente e mentalmente se sotto la neve c’è una persona per loro “importante”. Un conto è fare una simulazione, un altro è trovarsi in una situazione drammatica.

  30. 6
    Giacomo Govi says:

    Oltretutto il ‘bias’ applicato nell’analisi e’ candidamente confessato da Crovella:

    “Infatti il significativo aumento degli incidenti è sicuramente conseguenza anche dell’aumento in assoluto dei praticanti, ma io continuo a sostenere che in generale a ciò si accompagna un approccio più “garibaldino” e non più “prudente”: si guarda meno per il sottile e spesso si compiono manovre azzardate che innescano incidenti.”

     

  31. 5
    Giacomo Govi says:

    Il lavoro e’ dettato da buone intenzioni ma per ma ha ragione Lavarra,  finche’ non si pesano i dati sul numero di ‘uscite’, non si dovrebbe concludere alcunche’.

  32. 4
    Paolo Gallese says:

    Sono d’accordo Paolo. Tuttavia il racconto dell’esperienza altrui sai bene quanto conti. Soprattutto quando si è molto giovani e inesperti.

    La “conoscenza insegnata” è qualcosa che non piace neanche a me. Ma l’esperienza “narrata”, per stimolare domande, curiosità e suscitare riflessione, credo possa essere utilissima.

    E credo si debba fare proprio in quegli ambienti (le città) dove minore è l’occasione di “ascoltare” chi la montagna la vive. I bambini che vivono in ambiente montano per forza di cose hanno un approccio diverso fin da subito. Ma quelli che vivono in città, dove spesso la “Natura” viene confusa con ambienti estremamente addomesticati, o situazioni ludiche, sono poi proprio quelli che rischiano di affidare la loro sicurezza di futuri frequentatori della montagna ai soli mezzi tecnologici. Perché è il tipo di falsa percezione che si instaura proprio nel modo di vivere di un ambiente urbano o comunque poco naturale.

    Tu non credi si possa fare di più, unitamente al costruirsi una propria esperienza per gradi?

  33. 3

    tutto l’impianto dell’articolo si fonda su un errore statistico grossolano che invalida ogni ragionamento cioè non si conoscono i numeri delle persone che frequentano la montagna innevata!
    Per esempio se gli incidenti raddoppiano ma le persone che vanno in montagna fossero cinque o dieci volte di più sarebbe un dato super positivo, se fossero anche solo il doppio la variazione statistica sarebbe nulla!
    In più, dato positivo, la mortalità non aumenta con la stessa proporzione con cui aumentano gli incidenti. Tra l’altro nell’articolo questo si riferisce solo al rapido intervento dei soccorsi grazie alla possibilità di chiamare con il cellulare… credo invece si debba imputare all’autosoccorso permesso da ARTVA e formazione delle persone visto che in caso di seppellimento il tempo di sopravvivenza non è tanto compatibile con il tempo di arrivo dei soccorsi.

    Resto comunque d’accordo con le conclusioni anche se non sono supportate da queste statistiche, la frequentazione della montagna invernale non dovrebbe tendere ad essere un’attività sportiva, dobbiamo conoscere e accettare i pericoli e non come nostra abitudine, in caso di incidente, cercare per forza qualche colpevole da mettere in croce.

  34. 2
    Paolo Panzeri says:

    Penso che per la frequentazione di tutti gli ambienti naturali si dovrebbe tornare a enfatizzare la personale e graduale “conoscenza sperimentata”, anziché continuare a divulgare la altrui e immediata “conoscenza insegnata”.
    Ma è difficile, non è facilmente commercializzabile.

  35. 1
    Paolo Gallese says:

    La sensibilizzazione ad un corretto approccio agli ambienti naturali, inclusa la montagna innevata, è un problema credo centrale. Sono uno dei responsabili della sezione didattica dell’Acquario Civico di Milano e, occupandoci di acqua a 360 gradi, neve, ghiaccio e conseguentemente ambienti montani, sono la mia prerogativa di specializzazione. Una pur minima conoscenza di questi ambienti e delle loro caratteristiche invernali sono inesistenti nel mondo scolastico. E credo sia importante lavorare su questi aspetti proprio con i bambini. Aggiungo con i bambini che vivono nelle città, grandi e piccole, di pianura, eventuali futuri fruitori del grande “circo bianco”, inteso in chiave turistico-sportiva (come ormai spesso viene considerato l’ambiente alpino).

    L’educazione cosiddetta ambientale non tiene affatto in considerazione l’approccio ai luoghi reali, delegando spesso alcune nozioni di base alle discipline scientifiche. Il risultato è un’immagine molto superficiale di cosa sia un ambiente naturale, cosa comporti avvicinarlo, quali conoscenze, esperienze (e prudenze) siano auspicabili prima di farlo.

    Se a questa mancanza aggiungiamo i messaggi fuorvianti della pubblicità o dei media, crescendo i bambini diventano ragazzi spesso poco consapevoli, privi della necessaria riflessività sui rischi, o anche più banalmente sulle cose utili ed interessanti da sapere approcciando un luogo montano innevato.

    Lavorare nelle scuole delle grandi città credo sia una priorità critica e sarebbe auspicabile la creazione di una rete tra chi si occupa di educazione ambientale in ambiente urbano, il CAI, o altre realtà gravitanti il mondo dell’alpinismo e del soccorso alpino.

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