Stefano Santomaso, il custode delle Dolomiti Agordine

Stefano Santomaso, il custode delle Dolomiti Agordine
di Franco Soave
(pubblicato su Le Alpi Venete, primavera-estate 2019)

Stefano Santomaso sbircia verso l’alto attraverso il parabrezza, poi ferma l’auto. Col di Pra è poco distante. Scendiamo tutti e tre – Stefano, Francesco Lamo e chi scrive – e con gesto simultaneo gli sguardi si alzano. Impossibile non farlo: la Terza Pala con il Piano inclinato, lo Spiz di Lagunaz subito dietro, la Quarta Pala, alle nostre spalle il grande Agner e il suo spigolo infinito ancora vestiti d’inverno. Pareti e pilastri sono magneti che inchiodano gli occhi e fanno salpare sogni di salite impossibili, mentre la nuvolaglia di una giornata umida e dal sapore tutt’altro che primaverile svapora quel tanto che basta a svelare il tesoro verticale della Valle di San Lucano. Luogo straordinario, magico, la «boscosa valle, orrendamente amena» scrisse Ottone Brentari, «uno degli angoli più strani e impressionanti della terra» nelle parole di Dino Buzzati, semplicemente «un mondo totalmente a parte», osserva Ettore De Biasio nella sua monumentale opera. Stefano è a casa, lo si capisce. Ricorda nomi e vie: le ‘prime’ di Tissi, Andrich e Comici; le vie ormai ‘storiche’ di Alessandro Gogna con Leo Cerruti, Giovanni Favetti e Flavio Ghio; il diedro più bello delle Alpi che perpetua il ‘viaggio’ di Renato Casarotto e Piero Radin; il pilastro di Franco Miotto, Riccardo Bee e Stefano Gava; e poi Bruno De Dona, Lorenzo Massarotto, i fratelli Ilio e Ettore De Biasio, Marco Anghileri, Fausto Conedera, Ivo Ferrari. Da quelle parti è passata più volte anche la nostra guida con Daniele Costantini, Leri Zilio, Loris De Col, Stefano Conedera, Gianni Del Din.

Contemplazione nel Van delle Sasse (Civetta)

Pioviggina. Piccole perle d’acqua dal cielo e il paesaggio sconvolto di fondovalle riportano alla realtà dei drammatici effetti lasciati dall’inferno di fuoco e dalla tempesta Vaia alla fine dell’ottobre 2018. l ‘baranci’ color della ruggine sugli zoccoli delle Pale raccontano delle fiamme, la moltitudine di alberi divelti è testimone muta dell’uragano di scirocco che ha devastato la montagna. Dalla statale che da Belluno sale all’Alto Agordino non si intuisce nemmeno ciò che invece appare appena entrati nella valle. Una devastazione destinata a rimanere sotto gli occhi di tutti per molto tempo, perché non basterebbe un battaglione di forestali per rimuovere le tonnellate di legname abbattuto.

Civetta, pilastro Martini (1992)

Il breve viaggio tra Agner e Pale si conclude a casa Santomaso. La chiacchierata con Stefano inizia con un tuffo nella storia dell’alpinismo agordino studiando una lunga trave di legno in soggiorno alla quale sono appesi veri e propri reperti storici recuperati da Stefano durante le arrampicate. C’è un grosso chiodo con anello di Alfonso Vinci, ritrovato sul Castello delle Nevere (Moiazza); ecco i cunei di legno di Alessandro Gogna, scoperti sulla Torre del Formenton (zona Fuciade); c’è una fettuccia appartenuta a Georges Livanos, proveniente dalla Cima dei Mez e Mez (Moiazza); un chiodo lungo e pesante di Renato Casarotto, pescato sullo Spiz di Lagunaz (Pale di San Lucano); un cuneo di Livanos ed Eugenio Bien recuperato dalla Cima Gianni Costantini (Moiazza); e poi chiodi di Armando Aste (Busazza), Attilio Tissi (Civetta), Giovanni Andrich (Agner).

Testimonianze di vie dure di uomini duri, uomini che hanno scritto la storia alpinistica dei Monti Pallidi, ma prova sicura anche dell’attività di Stefano Santomaso. Qualche esempio? Valle di San Lucano: prima ripetizione della Casarotto-Radin alla Quarta Pala (parete sud) con Gianni Del Din; apertura della via Mario Tomé Barìza alla Quarta Pala (parete est) con Fausto Conedera; prima ripetizione della via Paolo Dal Pra alla Seconda Pala (parete est); apertura della via Revestoni delle Rocce alla Seconda Pala (parete est); via nuova alla Terza Pala (parete est) con Stefano Conedera; prima ripetizione della via Casarotto-Radin alla Quarta Pala (parete sud) con Gianni Del Din. In Moiazza una lunga serie di aperture: In ricordo di Giovanni Angelini sul Torrione delle Nevère (parete ovest) con Leri Zilio; via Vittorio Vieceli al Campanile dei Zoldani (parete ovest) con Giuseppe Vieceli; Bracco Dream alla Prima Torre del Camp (parete sud) con Daniele Costantini e Aldo Da Rold; Ritorno al Far West al Secondo Torrione dei Cantoi (parete sud-ovest) con Loris Gaz; Fantasma Giallo agli Scalet delle Masenade con Stefano Conedera; Elisir di giovinezza al Corno di Framont con Fausto Conedera.

Civetta, Torre delle Mede, seconda ripetizione della via Redaelli (1992)

Prima dell’intervista, la carta d’identità. Stefano Santomaso è nato ad Agordo il 18 dicembre 1971, è sposato con Mara, ha tre figli: Manuel (19 anni), Martina (16) e Silvia (13); è Accademico del CAI. Desìo (sì, proprio con l’accento sulla ‘i’), cucciolo di pastore belga che tiene fede al nome, ha preso il posto di Lares, bovaro del Bernese ora nell’Aldilà dei quattro zampe, la cui immagine è tramandata ai posteri da un bellissimo dipinto proprio sotto la ‘trave storica’. Ora si può iniziare.

Stefano, la prima volta sulla roccia, te la ricordi?
«Vicino a casa mia, a Farénzena, c’è la palestra storica di Agordo, lì ho messo le mani sulla roccia che non ero ancora adolescente. E successo per gioco, per salire su alcuni massi alti una ventina di metri, eppure per la mia età erano vere e proprie avventure. In quegli anni era tutto improvvisato e con altri ragazzi ci andavamo di nascosto da mamma e papà, anche se loro lo sapevano e cercavano di buttare acqua sul fuoco. Agordo ha una cultura alpinistica molto profonda però allora contava anche i propri drammi. E i genitori temevano per i figli. I miei non mi hanno mai messo i bastoni fra le ruote ma mia madre aveva i suoi buoni motivi per preoccuparsi perché a un anno e mezzo ho fatto un brutto volo dal terrazzo di casa, un volo di tre piani. E da allora mi ha tenuto d’occhio per anni. Poi quando ha capito che era peggio proibirmi una certa cosa, che avrei fatto ugualmente di nascosto, mi si sono aperte le porte della legalità».

Cima delle Sasse, parete sud, 1a salita (2013)

Torniamo a Farénzena. È lì che è scattata la molla, che hai pensato ‘questa sarà la mia vita’?
«Lì ho scoperto veramente il gusto dell’avventura, la stessa che anni dopo avrei vissuto su una grande montagna. Evidentemente ero anche molto portato. Mi ricordo che a tredici anni ho ripetuto una via che oggi è valutata ‘6a’, con una corda da otto metri: tre tiri fermandomi sugli unici tre chiodi. Il salto alla montagna è stato immediato anche perché ho avuto presto la possibilità di unirmi ad alpinisti più esperti e dai quali ho imparato tutto».

Aste, Cozzolino, Casarotto, Gogna, la scuola bellunese con Tissi, Da Roit, Andrich… Chi ti ha dato di più fra i Grandi Vecchi? Cosa hai ‘rubato’ dal loro modo di andare in montagna?
«Credo di avere imparato tanto da tutti. Perché quando vai a ripetere una via di questi personaggi è come se tu andassi a conoscere il loro carattere. Lo si evince guardando dove hanno pensato di aprire una via, dove sono riusciti a passare, come hanno piantato un chiodo. Armando Aste aveva una visione della via insuperabile, aveva occhio, sapeva passare sulle giuste difficoltà del suo tempo. Enzo Cozzolino… Le sue vie sono difficilissime anche oggi, era un vero talento dell’arrampicata libera. Se ripeti le vie di Attilio Tissi non puoi che apprezzarne l’audacia. Erano gli anni Trenta e se consideri i mezzi dell’epoca capisci che erano dei veri fuoriclasse. Pensa ad Andrich, a Carlesso o a Gino Soldà, a Gian Battista Vinatzer… Avevano una marcia in più. Hanno aperto capolavori che ancora oggi la gente fa fatica a ripetere».

“Se ti accontenti di ‘fare’ la cima non è per questo che conosci la montagna. Sei arrivato in vetta ma sei passato via”. Così ha scritto Kurt Diemberger. E Lynn Hill, rocciatrice statunitense, ha detto che “l’arrampicata non è tanto raggiungere la cima, ma piuttosto tutto quello che sta nel mezzo”. Una concezione molto simile dell’alpinismo, espressa da due personaggi diversi e distanti per epoca. Sei d’accordo con questa visione dell’andare in montagna?
«Sì. La cima ha un valore simbolico, è il luogo in cui ti giri e torni a valle, più su non puoi andare. Il vero valore è dato dal tempo che impieghiamo e dal modo in cui ci arriviamo. Perché potremmo raggiungere la cima anche per un sentiero ma ciò che conta è come viviamo il tempo della salita. Quelli di Diemberger e di Lynn Hill sono due pensieri molto simili tra loro e racchiudono l’essenza della scalata».

Civetta, Cima dell’Elefante:
via Livanos (1993)

Nell’introduzione alla tua guida sulla Moiazza hai scritto: “Gran parte di quel bucolico paesaggio, costato tanto lavoro e fatica, è ormai abbandonato a se stesso per colpa principalmente della politica che, incapace di scelte forti a favore delle comunità locali, ha lasciato a se stessa l’agricoltura di montagna”. Cosa non ha fatto e cosa dovrebbe fare la politica per la montagna?
«Secondo me è mancata una visione complessiva del vivere in montagna, è mancata una completa rivalutazione dei vecchi mestieri e del lavoro dei montanari. Si è guardato con miopia a uno sviluppo incentrato sulla ricchezza lasciando a se stessi i veri valori e i lavori di una volta. Se camminiamo su un prato o andiamo a funghi in un bosco è grazie a qualcuno che quei luoghi li ha lavorati, ne ha sempre avuto cura. Questo è mancato. E non sarebbero serviti nemmeno grandi finanziamenti, sarebbe bastata la consapevolezza di voler tramandare una cultura. Proprio oggi con un territorio devastato dopo il passaggio dell’uragano Vaia ci accorgiamo di colpo di non saper più fare certi lavori: l’esbosco dei tronchi caduti, il posizionare i cavi di una teleferica o la movimentazione del legname diventano operazioni difficoltose e problematiche. Eppure ricordo che la vecchia generazione di mio nonno faceva tutto questo con disinvoltura. E la politica anche in questo frangente non è stata certo all’altezza nel gestire la situazione, come hai ben visto. Tutto appare ancora fermo a quella notte di fine ottobre, tutto ancora da fare e sistemare».

Scrivi di “Alpiconsumismo che lentamente ma inesorabilmente sta sfruttando e addomesticando le pareti”. Però incoraggi la frequentazione scrivendo la guida sulla Moiazza, anche se le vie che descrivi sono tutt’altro che itinerari di consumo. Come si può far convivere senza rischi la frequentazione della montagna con la sua difesa?
«Io mi sono reso conto di avere contribuito in maniera massiccia alla frequentazione delle pareti della Moiazza, però uno dei miei propositi era proprio questo: offrendo determinate salite, creare un certo tipo di fruitori. Se vogliamo che la gente si comporti in una certa maniera bisogna educarla, indicarle il percorso. Per questo la mia scelta sul tipo di itinerari è stata mirata, perché credo ci sia bisogno di sostenibilità anche in parete. L’arrampicata sportiva ha contribuito ad alzare il livello, il grado di difficoltà e ha portato tanta gente in montagna, ma non ha portato sostenibilità. Arrampicando ci si rende conto dell’usura di certe pareti, può essere un problema marginale rispetto ad altri tuttavia è comunque un problema. E noi nel nostro piccolo dovremmo cercare di preservare la roccia, le pareti come la montagna. E non credo sia questione del numero relativo alla frequentazione, ma di qualità, di sostenibilità e di comportamento delle persone».

Sempre più spesso si dice che manca l’educazione all’ambiente – non solo alla montagna – e che è necessario formare le nuove generazioni a partire dalla scuola. Ma aspettando che crescano le ‘nuove generazioni educate’ che si fa con le ‘vecchie maleducate’?
«L’area dell’Agordino è quasi un’isola felice rispetto ad altre realtà, anche perché potremmo dire che qui l’ambiente si è salvato da sé. È un ambiente aspro che ha saputo difendersi e selezionare la qualità degli alpinisti e degli escursionisti. Ma è chiaro che l’educazione deve partire dal basso. D’altro canto stiamo raccogliendo oltre un ventennio di non-cultura, di deculturizzazione dell’alpinismo per cui non mi meravigliano certi dati negativi. Ci sarebbe veramente bisogno di iniziare dalle scuole, dai bambini perché le persone possano raggiungere comportamenti consapevoli a contatto con la natura».

Civetta: via per Valli (2015)

Il Club Accademico è l’élite degli alpinisti non professionisti, tu ne fai parte. Cosa può fare in questa direzione?
«Beh, fino a qualche tempo fa la risposta scontata sarebbe stata che il Club Accademico poteva dare il buon esemplo. Ma al giorno d’oggi credo che i giovani vedano il sodalizio come qualcosa di sorpassato. Per quanto mi riguarda io sono sempre stato un po’ alla larga dalle associazioni, non perché sia contrario quanto per carattere. Invece lì ho incontrato persone di cultura, gente che ha fatto cose importanti in montagna e che quindi andrebbe guardata con rispetto e considerazione. E sono onorato di essere un anello di questa catena. Secondo me oggi il Club Accademico dovrebbe dare l’esempio e il CAI dovrebbe seguirlo, ma questo non succede sempre: a volte, dai discorsi che sento fare, mi sembrano due enti staccati. È un peccato perché tra Club Alpino e Accademico l’arricchimento dovrebbe essere reciproco, invece sembra che i due sodalizi seguano politiche diverse».

Cima della Busazza, via Aste (2009)

Conquistatori dell’inutile, scriveva Lionel Terray a proposito degli alpinisti. È proprio inutile?
«Credo non sia inutile per se stessi, per l’alpinista. Se invece affrontiamo il problema in maniera spietatamente razionale… allora sì, è inutile. Però, ripeto, non lo è per se stessi. Per ogni salita che ho compiuto, anche se facile, ho trovato motivo di arricchimento e soddisfazione solo per stare a contatto con la natura, con la montagna».

‘Free Solo’ e l’exploit di Alex Honnold su El Capitan. Soli e senza protezione, sembra di tornare all’etica primitiva e rigorosa – per alcuni anche criticabile – di Paul Preuss. Un modo di andare in montagna non molto comune ma che ha un certo numero di estimatori. Qual è la tua opinione?
«Io credo che questo sia il futuro. Se noi guardiamo una lucertola arrampicarsi su un muro notiamo come sia perfettamente a suo agio, vuol dire che ha nel suo Dna l’arrampicata. L’uomo questa caratteristica non ce l’ha, di conseguenza in futuro non ricercherà la performance nel grado, nella difficoltà ma nello sviluppo del fattore mentale. Honnold non ha cercato di fare il 10a, e probabilmente avrebbe potuto farcela, ha tentato di andare più in là con i propri limiti psichici. Credo che lui abbia guardato in una nuova direzione, ha guardato dove si muoverà l’alpinismo nei prossimi anni».

Bivacco invernale sulla Cima Bus del Diàol (Monti del Sole)

Honnold, dunque, ha indicato la nuova strada?
«I campioni tracciano la strada e i giovani tendono sempre a emularli. Alex Honnold ha fatto qualcosa di molto rischioso però se leggiamo il messaggio della sua impresa capiremo che ha voluto sfondare i limiti mentali dell’uomo, lasciando da parte il limite fisico rappresentato dal grado di difficoltà. Una salita molto simile l’ha fatta un po’ di anni fa Hansjörg Auer in Marmolada (il 28 aprile 2007 Auer ha ripetuto la via Attraverso il Pesce per la prima volta free solo, NdR). E il ‘vecchio’ Claude Barbier alla fine degli anni Sessanta non credo fosse così lontano da prestazioni fisiche e mentali di questo tipo».

Cima Ovest dei Feruc: Pilastro Belga, 2016

Che rapporto hai con le solitarie?
«Ho fatto qualche solitaria, ma le concepisco più come qualcosa da fare senza corda, libero, su difficoltà dove puoi andare tranquillo. Invece trovo un po’ macchinoso salire autoassicurato, devi fare tre volte su e giù per la corda… Può andare bene se devi fare una prima, altrimenti è bellissimo arrampicare senza corda, senza ferraglia attaccata addosso. Chiaramente bisogna essere consci di quello che si rischia. Una volta ho letto una frase che mi è rimasta in mente. Diceva: ‘Il valore di un alpinista è inversamente proporzionale al peso della ferraglia che si porta dietro’. Credo sia molto attuale».

Civetta: via Angelo dell’Agnola.

Tu pratichi un alpinismo by fair means, con mezzi leali, e hai battezzato una via Il peccato originale. Com’è andata? E lo spit è sempre un male da evitare come la peste?
«Lo spit è uno strumento terribile, secondo me. Se tu lo dai in mano a una persona di talento, usato in maniera parsimoniosa può contribuire a creare un capolavoro sulla roccia. Ma se lo metti in mano a un alpinista ‘della domenica’, chiamiamolo così, tenderà a far risaltare la sua mediocrità in montagna. Perché con il trapano la persona normale copre le proprie lacune. Io mi sono reso conto di avere ripetuto tante vie che avrei potuto aprire senza neanche mettere un chiodo. Non dobbiamo dimenticare che quando arrampichiamo su una parete, anche se siamo i primi, non diventiamo padroni della montagna. La parete è stata degli alpinisti del passato, oggi ne usufruiamo noi ma domani dovremo consegnarla alle prossime generazioni. E la roccia purtroppo non sarà inesauribile, ce ne rendiamo conto nei luoghi molto affollati, come la Valle del Sarca dove si vede chiaramente l’usura delle vie. La chiodatura va proprio in questa direzione, tende a creare un territorio o una parete ‘non sostenibile’. Anch’io ho commesso degli errori. La via Il peccato originale (vedi https://www.gognablog.com/il-peccato-originale-e-la-redenzione/) l’ho battezzata così perché dopo averla aperta in maniera tradizionale, con scarsa consapevolezza – perché ero giovane e non mi ero posto quesiti etici – ho voluto chiodarla in maniera sistematica. Mi sono sempre reso conto dell’errore e l’ho lasciata così proprio per questo motivo».

Civetta, Punta Agordo: apertura della via CAI Boffalora (2016)

Però quella via in realtà aveva fini quasi didattici.
«È vero, il mio compagno voleva renderla fruibile ai corsi roccia, renderla più sicura perché altrimenti nessuno sarebbe andato a ripeterla. E così con quel fine l’abbiamo riattrezzata. E una via di più tiri fuori dalle pareti classiche, in località Caleda nel gruppo Tamer-San Sebastiano, in una piccola fascia di rocce. Si sarebbe potuto fare tutto senza alcun clamore. Invece è stata un’esperienza personale pungente, una sconfitta, anche se la gente non si è nemmeno accorta che ho messo degli spit e che ci sono ancora».

Qualche anno fa è spuntato un mistero legato al Campanile dei Zoldani che ha provocato un robusto giro di lettere tra Alessandro Gogna, Eugenio Bien e te. Il giallo ora è chiarito?
«Sì, credo sia stato tutto chiarito. È accaduto nei primi anni Settanta, quando è iniziata l’esplorazione della parete ovest del Campanile dei Zoldani. In pochi anni sulla parete sono state tracciate tre salite ma si aveva notizia solo di due. Poi quando ho iniziato a scrivere la guida della Moiazza è emerso il problema di descrivere l’esatto tracciato delle vie che non sempre appariva chiaro. Quando siamo riusciti a rintracciare gli incartamenti delle relazioni e dopo avere ripetuto tutti gli itinerari abbiamo potuto ricostruire, con esattezza, la storia alpinistica del Campanile. Perché è importante ristabilire la verità storica delle pareti».

Apertura della via Chapeau (2017)

La Nord-ovest della Civetta dagli albori del Dolomitismo ne ha viste di tutti i colori, anche d’inverno. Che rapporto hai con l’alpinismo invernale?
«L’alpinismo invernale – molti non saranno d’accordo – per me si fa a nord.
Con le stagioni benevole di questi tempi in molti posti si rischia di trovare condizioni quasi migliori d’inverno che in estate. Invece a nord d’inverno è dura, molto dura. Bisogna avere la voglia e la determinazione di mettersi in gioco perché è un cammino della sofferenza. Sai, noi in autunno facciamo sempre molti progetti, andiamo di qua… andiamo di là… Poi quando le temperature sono basse, fuori c’è la neve, gli zaini sono enormi… si trova sempre una scusa valida per starsene a casa al caldo. E invecchiando questa tendenza peggiora».

Moiazza, sulla via Serpe (2017)

Meglio un alpinismo magari difficile ma gradevole, godibile?
«Sì, godibile ma nemmeno su grandi difficoltà. Io non trovo grande differenza tra fare una via di IV o una di VII. È solo per il mio egocentrismo che sono contento di fare il VII, di uscire da tiri difficili. Però in termini di soddisfazione personale della salita per me non c’è molta differenza nel salire una via di IV o una molto difficile. L’importante è stare in montagna, a contatto con la natura, anche rimanere lontano dalla gente perché la montagna è sinonimo di silenzio e di isolamento».

Cosa significa per te aprire una via, toccare la roccia che prima di te non ha mai toccato nessuno? Secondo chi ti conosce hai grande fiuto nell’individuare la linea di una nuova via e capacità di chiodatura non comuni.
«Per aprire una via bisogna osservare bene la parete. E poi per come apro io le vie, in maniera tradizionale e con il classico chiodo o con i ‘friend’, non sei tu che decidi come muoverti ma è la parete che ti guida verso l’alto. Devi avere solo l’umiltà di saper vedere dove la parete ti porta. Questa è la differenza fondamentale tra l’alpinismo moderno e il ‘vecchio’ alpinismo. Nella disciplina tradizionale è la parete che ti guida in cima senza forzature, tu ne osservi le pieghe e guardi i punti più accessibili. Invece l’alpinismo moderno tende sempre a forzare. Prendi l’utilizzo dello spit: vai dove vuoi, non segui più la parete, non ascolti più la montagna. È la sensazione più demoralizzante che provo quando vado a ripetere certe vie a spit (perché anch’io ci vado ogni tanto). Certo mi fa piacere trovare una sosta sicura o un buon ancoraggio, però è avvilente guardare in alto mentre arrampichi e vedere la prossima protezione: è come se qualcuno ti indicasse la via. Invece è bellissimo arrivare alla base di una parete, sapere di non trovare nulla e di doverla leggere. È lì che la montagna si scopre ed è lì che tu scopri le tue capacità».

La collezione di reperti alpinistici esposta a casa Santomaso. Foto: Franco Soave.

Le tue montagne e le tue vie. Qual è la più bella dal punto di vista estetico?
«Beh, considero le mie vie un po’ come figlie, mi piacciono tutte ma se devo fare una scelta mi viene in niente la via sulla parete est della Quarta Pala di San Lucano: la Mario Tomé Barìza mi ha lasciato con il fiato sospeso fino in cima. Probabilmente non è nemmeno una via difficilissima, però muoversi su una parete così alta, con le incognite del passaggio in alto e di un eventuale ritorno a valle non è stato facile, anche perché più sali e più ti precludi la possibilità di scendere. Quando parti per aprire una via in un’unica soluzione il materiale ce l’hai contato per questioni di peso, quindi deve essere tutto calcolato. È stata una bella soddisfazione. Credo di avere aperto circa 150 vie e nello stile si assomigliano tutte. Ora vorrei raccoglierle e metterle insieme in un lavoro autobiografico».

Reperti catalogati. Foto: Franco Soave

La via più difficile?
«Secondo me le vie più difficili sono quelle in cui non puoi proteggerti adeguatamente. Penso alla Elisir di giovinezza sul Corno di Framont in Moiazza o ad altre vie che ho aperto sui Cantoni di Pelsa in Civetta. Oggi hanno un grado relativamente abbordabile, siamo sul 6b, VII grado, però il fattore psicologico non è indifferente».

Quella che ti è costata di più in termini di fatica e rischio?
«Per la verità non ho mai avuto la consapevolezza di avere rischiato, le gambe non mi hanno mai ‘tremolato’. In montagna sono molto pragmatico, riesco a essere sempre freddo. Invece ho rischiato molte volte per condizioni oggettive, ma sinceramente non ricordo un momento drammatico nel corso delle aperture».

Tra le mani, il cuneo Livanos-Bien. Foto: Franco Soave.

La via che non vorresti mai avere aperto?
«Di sicuro non avrei mai voluto spittare Il peccato originale. Oggi a fianco ci sono altre due vie a spit, quindi la mia diventa una fra le tante, però l’aver chiodato in maniera così brutale quella via mi ha fatto male perché le ho tolto il carattere. Ogni via ha il proprio carattere: ci sono quelle più bonarie, quelle più arcigne, quelle più spigolose. E togliere il carattere a una via non è mai una buona cosa».

Pensa a tre vie, poco conosciute e di difficoltà fino al VI grado, sullo stile della tua Angelina alla Terza Torre del Camp: quali consiglieresti?
«Se parliamo di vie aperte da me consiglierei la CAI Boffalora a Punta Agordo in Civetta. È stata una via su commissione perché alcuni ragazzi volevano dedicarne una alla sezione CAI della cittadina lombarda. Alla fine è uscita una bella via su roccia buona, totalmente chiodata, difficoltà V+/VI. Una in Moiazza che a me piace molto è la Vittorio Vieceli al Campanile dei Zoldani, difficoltà fino al VI: ha una bella roccia ed è un ambiente che merita. La terza potrebbe essere, sulle pareti sud dell’Agner, lo Spigolo sud della Punta del Nevaio, aperta una decina di anni fa. Se invece ci riferiamo a vie classiche, non mie, penso allo spigolo Oggioni allo Spiz d’Agner Nord di Armando Aste, al Pilastro Martini a Punta Tissi sulla Nord-ovest della Civetta e – un po’ più facile – al Piano Inclinato sulla Terza Pala di San Lucano abbinato al ritorno sulle Creste di Milarepa. Naturalmente sono tutte vie dove non si fa la coda!».

Hai tre figli: cosa hai insegnato e cosa ti aspetti da loro nel rapporto con l’ambiente e con le vostre montagne?
«Ogni padre spera che il proprio figlio gli assomigli, almeno un po’. Ho provato a coinvolgere il più grande in qualche ascensione e secondo me è molto dotato, ma io lascio campo aperto. In generale spero abbiano la giusta sensibilità nei confronti dell’ambiente. Indipendentemente dal fatto che vadano ad arrampicare o no, spero sappiano apprezzare l’ambiente montano nel quale viviamo, non necessariamente deve essere uno strapiombo o una placca, può essere una semplice passeggiata nel bosco. Perché alla fine il segreto è sapere apprezzare il luogo in cui viviamo e i tesori che abbiamo accanto a noi».

Stefano Santomaso

Cosa rappresentano per te la Valle di San Lucano con le Pale e i boral, l’Agner, lo Spiz della Lastia? Che significato hanno rispetto ad ambienti come quelli della Civetta e della Moiazza?
«In Valle di San Lucano vado spesso, per guardare le pareti o semplicemente a camminare con il cane, ogni tanto anche per arrampicare ma sempre meno spesso… È un alpinismo duro che costa tanta fatica. Però non posso non alzare la testa: ogni placca, ogni spigolo mi ricordano le giornate che ho passato lassù. La Valle di San Lucano in particolare mi ricorda la giovinezza alpinistica, lì ritrovo anche tanti amici che non ci sono più: penso a Lorenzo Massarotto, a Giorgio e Marco Anghileri, a Ilio De Biasio. E a chi là ci viveva davvero, al Tita o al Capitano. Ricordo che al sabato si partiva per una via sulle Pale, al sole, e il giorno dopo andavamo sullo Spiz Nord perché così eravamo al fresco dell’ombra! In quegli anni ero pieno di entusiasmo e voglia di fare. La sostanziale differenza fra l’ambiente della Valle rispetto ad altri direi che riguarda l’antropizzazione dei luoghi, la presenza di infrastrutture ricettive e anche lo stato conservativo delle pareti. La Valle di San Lucano è rimasta più selvaggia rispetto agli altri ambienti, per me è un fatto molto positivo. È bellissima e non deve diventare una turistica Yosemite dolomitica, spero resti com’è».

Come interpreti il lavoro di Ettore De Biasio e quanto la sua guida ha cambiato la frequentazione alpinistica nella Valle di San Lucano?
«Vedo la situazione come l’ho vista con la mia guida sulla Moiazza. Anche se ci sentiamo custodi di un certo luogo non abbiamo la pretesa che nessuno ci vada, non possiamo nascondere le montagne. Le montagne sono lì, sono di tutti, sono un bene comune. Però è anche giusto che tutti le rispettino. Credo che Ettore De Biasio abbia fatto un ottimo lavoro e non mi pare che abbia sconvolto le Pale. E spero che la gente che è arrivata lassù abbia capito l’importanza del rispetto in un ambiente così maestoso e fragile nello stesso tempo. Secondo me bisogna creare un certo ‘target’ di consumatori perché non ha senso tenere le vie nascoste, la gente deve andarci, deve arrampicare consapevole delle motivazioni che portano in quel luogo. E in questa maniera si recupera anche la storia alpinistica della montagna».

Montagne agordine a parte, c’è un altro luogo dove hai arrampicato con grande soddisfazione?
«Sono stato in Patagonia una volta con Leri Zilio, l’obiettivo era la via di Cesare Maestri sullo spigolo sud-est del Cerro Torre. Abbiamo fatto del nostro meglio ma non è andata bene. Siamo rimasti laggiù un mese e mezzo con una sola giornata di bel tempo. Però quando ho visto il gruppo del Fitz Roy e il Cerro Torre sono rimasto affascinato. Mi sono innamorato dei paesaggi come delle persone laggiù, dei grandi contrasti tra ghiacci, rocce e praterie. La Patagonia mi è rimasta nel cuore. Ho visto un ambiente meraviglioso con un clima quasi terrificante. Forse è stato l’unico luogo dove ho avuto paura. Quando sono tornato in Italia, a casa, ho guardato l’Agner e le Pale di San Lucano. Mi parevano così bonaccione che ho pensato ‘qui non può succedermi niente’».

L’Autore ringrazia Francesco Lama (CAAI) per la gentile collaborazione nella fase di raccolta dell’intervista e nella revisione del testo.

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Stefano Santomaso, il custode delle Dolomiti Agordine ultima modifica: 2019-12-09T05:59:01+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Stefano Santomaso, il custode delle Dolomiti Agordine”

  1. 5
    Paolo Gallese says:

    Confrontarsi e superare il proprio limite psichico. Si aprono vasti scenari…

  2. 4
    Paolo says:

    Santomaso è un alpinista che cerca e scala le pareti delle montagne, giunge sulle cime e scende e questo non va bene, dovrebbe attrezzare sempre tutto per poter salire e scendere ogniqualvolta ne abbia voglia.
    A me non piace perché cerca di capire dove può salire e non impone la sua volontà salendo dove vuole lui usando qualsiasi mezzo, anche la violenza forando la roccia.
    Non mi piace anche perchè non vuole avere delle fanfare che suonino prima e dopo le sue salite, per farsi notare dalla gente e quindi non si sa bene cosa faccia e come lo faccia.
    E poi il suo vizio della cultura dell’alpinismo mi sembra completamente inutile e molto vincolante, non da nessuna libertà di fantasticare e appiattire il mondo dell’alpinismo italiano.
    Secondo me è uno scalatore che mette pochi chiodi e lascia le sue vie senza una sicurezza adatta ai tempi attuali.

  3. 3
    Leonio Conte Crespano del Grappa TV says:

    Descrizione fantastica delle cime Agordine , e delle Vie alpinistiche del Accademico  del CAI  Stefano Santomaso .    Grazie.

  4. 2
    Roberto Pasini says:

    Trovo interessante la previsione di un alpinista per certi versi “classico”, come Santomaso sulla sfida mentale come nuova frontiera dell’arrampicata sull’esempio di Honnold. Non trascurerei comunque anche il richiamo della velocità, come dimostra l’impresa dello stesso Honnold insieme a Caldwell. Effettivamente la frontiera tecnica del 10a, alla quale sicuramente qualcuno arriverà presto, sembra molto vicina ai limiti fisiologici, un po’ come la maratona sotto le due ore, però non si può mai dire dove può arrivare la nostra specie attraverso la selezione di individui particolari su una base molto ampia e le tecniche di allenamento, magari anche con un aiutino chimico sul crinale della legalità.  Secondo l’International Federation of Sport Climbing ci sono nel mondo 25 milioni di persone che praticano l’arrampicata sportiva, il 40% sotto i 18 anni e il 31% donne. Questo ci fa anche capire le dimensioni del mercato che c’è dietro e la conseguente spinta alla prestazione eccezionale che fa da volano per il consumo. Basta pensare al numero di scarpette vendute ogni anno  (per fortuna nostra molte italiane). Su questa platea di giovani il messaggio disincantato, non ideologico, di purezza, coraggio e ricerca di se’ di un ragazzo post-moderno come Honnold esercita un grande fascino. Speriamo solo che nessuno si faccia troppo male.

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    Stefano Santomaso un alpinista controcorrente.

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