Storia dell’arrampicamento – 03

Su stimolo del giornalista Vittorio Varale, durante il biennio 1930-31 Domenico Rudatis pubblicò nella rivista Lo Sport Fascista una fondamentale Storia dell’arrampicamento in nove puntate (nn. 3, 4, 5, 7, 8 e 12 del 1930 e nn. 2, 6, e 9 del 1931). Scritta da uno degli autori di letteratura di montagna più brillanti e affascinanti del Novecento, l’opera costituì il primo tentativo italiano di storia dell’alpinismo, per quanto limitato alle sole Alpi Orientali.

Qui le puntate finora uscite:
https://www.gognablog.com/storia-dellarrampicamento-00/
https://www.gognablog.com/storia-dellarrampicamento-01/
https://www.gognablog.com/storia-dellarrampicamento-02/

Uno degli aspetti più importanti e affascinanti della Storia dell’arrampicamento (anche se oggi la cosa può facilmente sfuggire) è l’eccezionale qualità grafica dell’opera: taglio dell’impaginazione, scelta delle fotografie e disegni originali dell’autore. A questo riguardo è giusto ricordare alcune circostanze. Anzitutto la veste tipografica de Lo Sport Fascista: grande formato, illustrazioni di qualità. Insomma, una rivista abbastanza di lusso, per l’epoca. In secondo luogo il buon gusto e la cura certosina di Rudatis, fotografo, disegnatore, illustratore e arredatore di vaglia, che fu attentissimo a curare assieme a Vittorio Varale tutti gli aspetti non solo informativi e teorici ma anche formali della serie. 

La prima puntata apparve nel marzo 1930 e costituì la prima collaborazione in assoluto di Rudatis con Lo Sport Fascista. In quella sede vennero definiti i principi fondamentali che guidano il giudizio sulla tecnica e sui valori morali e culturali dell’arrampicata. Pubblichiamo qui il terzo dei nove articoli (Nota a cura di Luigi Piccioni).

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(2)

L’ascesa dello sport d’arrampicamento sino all’alba del nostro secolo (Storia dell’arrampicamento – 03) (03-09)
di Domenico Rudatis (Gruppo Italiano Scrit­tori di Montagna)
(pubblicato su Lo Sport Fascista, maggio 1930)

Stabilita con l’impresa di Winkler nel 1887 la base da cui sorse lo sport deli arrampicamento, quali furono gli sviluppi che questo completissimo fra gli sport ebbe negli anni precedenti la chiusura del secolo scorso? Risponde con la conosciuta autorità il nostro collaboratore con questo terzo scritto, in cui l’evoluzione dell’arrampicamento e le successive conquiste dell’uomo sono chiaramente esposte e presentate alla luce dell’indagine storica più imparziale (Nota della redazione di Lo Sport Fascista).

La conquista della Torre di Winkler costituisce l’esplicito inizio dello sport dell’arrampicamento, così come l’abbiamo riconosciuto nel suo distinguersi precisarsi ed elevarsi al disopra e al di là dall’alpinismo classicamente e comunemente inteso. Più si studia l’impresa del giovanissimo atleta monachese, più la si considera da molteplici punti di vista e tanto più aristocraticamente unica essa insorge al confine di un passato dal quale essa si stacca come affermazione immediata di un valore del tutto individuale intrinseco e originario che dal passato non consegue né procede ma che sta a sé e in sé integralmente consiste.

L’affermazione di Winkler non si lega con diretta continuità ai valori che imperniano la tradizione del suo tempo, tanto se si limitano tali valori tradizionali alle sole Dolomiti, tanto se si estendono alle Alpi Orientali in generale e più oltre ancora. Tra quella affermazione e questi valori c’è un salto, anche e particolarmente in senso intimo, e non una semplice graduale progressione di capacità, né in alcun modo una trasformazione della tecnica per l’uso di nuovi mezzi artificiali poiché Winkler mantenne anzi perfettamente la purezza dello stile.

La capacità tecnica e l’audacia dimostrate da Winkler furono tanto stupefacenti quanto naturali. Ebbero tutta la spontaneità della sua prodigiosa giovinezza. Vera spontaneità e purità di sorgente. La sua opera e il suo esempio furono perciò effettivamente un inizio, un perfetto cominciamento.

Questo cominciamento va assunto con piena consapevolezza sia come livello tecnico, sia come stile interiore d’azione, in tutti i suoi significati. Già abbiamo tratteggiato la direzione storica del movimento alpinistico anteriore a Winkler, con le sue caratteristiche evolutive più generali; vediamo ora (compatibilmente al breve spazio disponibile) i valori individuali più notevoli, dal punto di vista dell’arrampicamento, i quali costituirono quella base da cui si è levato Winkler.

Le più grandi guide e i più grandi senza-guide sino al tempo di Winkler
Nel suo primo sviluppo l’alpinismo fu essenzialmente opera di guide e perciò, anteriormente a Winkler, dobbiamo anzitutto ricordare delle guide. Cosicché, dando uno sguardo all’attività svolta fino allora in tutte le Alpi, troviamo:
Christian Almer di Grindelwald. Valentissima guida tra le cui conquiste sono da annoverarsi Eiger, Mönch, Ecrins. Fu sulla Jungfrau, Schreckhorn, Wetterhorn d’inverno. Nacque nel 1826, morì nel 1898.
Melchior Anderegg di Meiringen. Fu chiamato il Re delle Guide. Assieme ad Almer fu la prima guida patentata della Svizzera (1856). Esercitò specialmente il suo dominio sul Monte Bianco, Jorasses, Dent d’Hérens. Nacque nel 1827, morì nel 1914.
Jean-Antoine Carrel di Valtournenche. La nostra celebre guida del Cervino. Nacque nel 1829, morì nel 1890 per lo sforzo sostenuto portando eroicamente in salvo la sua comitiva sorpresa dal maltempo.
Pierre Gaspard di St. Christophe. La famosa guida della Meije, regina delle Alpi del Delfinato. Ciò che Jean-Antoine Carrel fu per il Cervino, fu Pierre Gaspard per la Meije, che egli riuscì a conquistare nel 1877. Ebbe 15 figli dei quali cinque note guide. Nacque nel 1834, morì nel 1915.
Alexander Burgener di Saas. La geniale guida dei migliori inglesi. Le conosciutissime guglie del Monte Bianco: Charmoz, Grépon, Dru, ed anche la Teufelsgrat furono conquistate da lui. Nacque nel 1844, morì nel 1910 travolto da una valanga.
Johann Grill, ovvero il Kederbacher, di Ramsau. Forse la migliore guida tedesca di quel tempo, pari alle migliori guide svizzere. Tra le sue scalate si deve ricordare: la parete Est della Watzmann, Oedstein, Tribulaun. Nacque nel 1835, morì nel 1917.
Santo Siorpaes di Cortina d’Ampezzo. Una delle più valenti guide dolomitiche del suo tempo. Il Cimone della Pala e la Pala di S. Martino furono sue conquiste. Operò anche nelle Alpi Austriache dove guidò l’assedio alla Bischofrrutze. Nacque nel 1832, morì nel 1900.
Michel Innerkofler di Sesto. Fu la “grande” guida delle Dolomiti. Tutta la sua famiglia fu una famiglia di guide. Tra le sue vittorie più celebrate: la Creda da Lago, la Piccola Cima di Lavaredo, la Punta Grohman, la Cima Dodici. Nacque nel 1846, morì nel 1888 in un crepaccio del Cristallo, la montagna che egli aveva salito trecento volte!
Daniel Innthaler di Nasswald. Rinomata guida del Rax, la regione montuosa più prossima a Vienna, e del Gesäuse, la parte più bella e più importante di tutte le Alpi Austriache. Nacque nel 1847, morì nel 1923.

Accanto alle splendenti figure qui indicate si potrebbero aggiungere ancora diversi altri nomi di guide pure assai meritevoli, come: Émile Rey di Courmayeur; Jean-Joseph Maquignaz di Valtournenche; François Devouassoud; Alois Pinggera e Peter Dangl, principi dell’Ortler; alcune guide dei Tauri e delle Dolomiti, fra le quali vediamo già operare i primi Bernard di Siusi e i primi Dimai di Cortina d’Ampezzo.

Tuttavia le precedenti guide alle quali abbiamo più particolarmente accennato furono veramente dei dominatori. Ad esse sono essenzialmente dovuti tutti i maggiori successi del passato, e per quanto riguarda le capacità realizzatici della tecnica alpina stanno esse al disopra dei primi pionieri dell’alpinismo già elencati nell’articolo precedente, che per l’interferenza di vari motivi sociali e culturali, nella storia alpinistica furono generalmente di gran lunga più celebrati delle guide stesse.

Nel nascente alpinismo senza guide che si può quasi dire abbia avuto il suo iniziatore nello svizzero Johann Jakob Weilenmann, e nel bavarese Hermann von Barth, eminente uomo di scienza e infaticabile patrocinatore dell’idea sportiva, il primissimo apostolo e il prototipo dell’alpinista che va da solo, anteriormente alla fine di Winkler quattro uomini si elevano sopra tutti: Emil Zsigmondy, che morì tre anni prima di Winkler, lo stesso Georg Winkler, ed Eugen Guido Lammer che però, relativamente alla sua migliore attività, si dovrebbe considerare come posteriore a Winkler. Esponenti dei quali abbiamo già parlato e ai quali si deve ancora unire Ludwig Purtscheller di Innsbruck, nato nel 1849 e morto nel 1900, che fu un mirabile conoscitore e dominatore della montagna, quantunque non abbia forse raggiunto la straordinaria audacia e individualità dei suoi tre eccezionali contemporanei. Nella sua prodigiosa attività salì 1800 cime, tra cui molte nuove conquiste e innumerevoli vie originali. Si accompagnò spesso con Zsigmondy e poi alcune volte pure con Winkler.

Questi quattro uomini svolsero la loro azione là dove lo sforzo e il pericolo si presentavano quasi soverchianti, essi temprarono le loro forze e le loro capacità fino a portarsi all’altezza delle migliori guide ed oltre, e con la superiorità ancora di una maggior iniziativa e cultura alpinistica.

Abbiamo così esposto i valori individuali fino a Winkler. Valori effettivi reali e quindi anche tecnici sportivi e spirituali nello stesso tempo.

Le tradizioni alpinistiche presentano pure altri valori e in diverso rapporto, perché, per ragioni già esposte, non soltanto sono prevalentemente imperniate su una intima confusione di criteri valutativi, ma sono considerevolmente inquinate di vana retorica e di sentimentalismo superficiale e talvolta meschino. Sentimentalismo deplorevole, poiché non aderendo alla verità, coltiva le apparenze e si appaga di esse anziché esigere di impegnarsi a fondo sia nell’azione che nel pensiero, e sta quindi all’opposto di tutto ciò che è austera feconda e dominatrice spiritualità.

Il livello tecnico stabilito da Winkler
Possiamo ora, dopo questa esatta specificazione di valori personali, delineare brevemente con qualche considerazione opportuna, il livello tecnico dell’affermazione di Winkler affinché si possa prenderne determinatamente coscienza.

Poiché l’alpinismo si sviluppò dapprima nelle Alpi Occidentali, le grandi guide svizzere, oltre ad acquisire per prime una superiore capacità di procedere su neve e ghiaccio, furono anche le prime ad effettuare delle notevoli arrampicate. Nelle Dolomiti si cominciò ad arrampicare più tardi ma si ebbe però subito una rapida evoluzione, conseguenza naturale dell’essere le Dolomiti l’ambiente ideale dell’arrampicata.

Questa rapidità evolutiva dell’arrampicamento sulle Alpi Orientali era già ben evidente al tempo di Winkler, ancor prima cioè della vera e propria formazione dello sport dell’arrampicamento nel quale l’evoluzione stessa si diresse e proseguì con i più sorprendenti risultati.

Nelle Alpi Occidentali, dipendentemente dalle condizioni ambientali molto meno favorevoli allo sviluppo dello sport dell’arrampicamento, si ebbe un certo irrigidimento nei criteri e nei valori tradizionali per la difficoltà di stabilire delle valutazioni in generale e per la preminenza e la fissazione dei criteri diffusi dalle ascensioni su neve e ghiaccio ed estesi impropriamente all’alpinismo di roccia. Da ciò risultò la convinzione errata che una scalata di montagna sia sempre un’impresa non valutabile, di attuazione mutevole plastica accidentale. E nella pratica, il persistente uso della scarpa ferrata anche in roccia, il quale falsa tecnica e stile, venne considerato come normalità, e la tecnica d’assicurazione, come constatò anche Preuss, si mantenne deficiente.

Senza estenderci in un’analisi comparativa che richiederebbe l’esposizione di troppe particolarità, citeremo qualche esempio che molto istruttivamente riferirà il livello tecnico di Winkler anche alle Alpi Occidentali limitatamente all’arrampicamento.

L’illustre alpinista inglese Albert F. Mummery che con genialissima idea trapiantò l’alpinismo dalle corazze ghiacciate e lucenti del Monte Bianco alle aspre lame granitiche delle guglie di Chamonix e di altri poderosi contrafforti dello stesso sovrano delle Alpi, riuscì, tra la superba coorte di queste guglie ora tanto celebrate, ad effettuare per primo pure la conquista del Grépon. Ciò avvenne nel 1881 e per merito di Alexander Burgener, la valorosissima guida che anche questa volta portò l’inglese alla vittoria. L’impresa ebbe una vasta eco di gloria, che – come dice Guido Rey – “essa era forse la più ardita delle imprese del Mummery”, tanto che lo stesso Mummery, pur sempre alieno da esaltazioni retoriche, qualificò la sua scalata come la più difficile delle Alpi, e i successori l’adottarono come pietra di paragone. Il fascino del Grépon con quella sua sgominante fessura iniziale, la ben nota fissure Mummery, durò infatti a lungo, così a lungo che anche in relazioni di eminenti alpinisti moderni questa scalata è presentata sotto un aspetto veramente serio. La ricchezza e la fama delle testimonianze unitamente a favorevoli condizioni ambientali d’arrampicamento permettono di assumere questa classica ascensione al Grépon come un termine di riferimento sicuro.

Orbene, l’esperienza ha stabilito ripetutamente che la fessura superata da Winkler, il Winklerriss della denominazione tedesca, è molto più difficile della fissure Mummery. Non soltanto la superiorità di Winkler si impone con la potenza morale del suo ardimento solitario, ma s’impone ugualmente con le sue capacità atletiche e sportive.

Molto esplicitamente significativa è la testimonianza del valente alpinista francese Étienne Giraud che ancora citiamo. Il Giraud stabilì, nel 1908, un raffronto tra la famosa scalata della parete Sud della Marmolada – il cui itinerario originale e generalmente seguito sta, come abbiamo altrove accennato e come prossimamente preciseremo, allo stesso livello tecnico dell’arrampicata di Winkler – e quella del Grépon, constatando che: per difficoltà tempo e fatica la parete Sud della Marmolada vale più di due Grépon consecutivi. Egli impiegò infatti un tempo ridottissimo a superare il Grépon, rispetto a quello impiegato nel vincere la parete sud della Marmolada, e giudicò le difficoltà tecniche di questa come intrinsecamente estreme.

Questo confronto è particolarmente interessante per più ragioni.
Perché, come nota lo specialista della Marmolada, Hans Seyffert, nella sua monografia dell’intero gruppo, fatta nel 1905 insieme al noto Alfred von Radio-Radiis, la scalata della parete sud della Marmolada è proprio una di quelle arrampicate di caratteristiche meno tipicamente dolomitiche, che esigendo assai più forza bruta che non tecnica e stile, si lascia meglio avvicinare, in tal senso, alle scalate delle guglie di Chamonix. E perché, inoltre, il Giraud, appresa la tecnica dolomitica l’applicò appunto nello eseguire la scalata del Grèpon con esito felicissimo, equipaggiandosi secondo i criteri dell’arrampicamento dolomitico ed effettuando così l’arrampicata in condizioni perfettamente analoghe e del tutto favorevoli ad un esatto confronto. Queste considerazioni naturalmente non menomano né le difficoltà del Grépon né quelle delle altre arrampicate delle Alpi Occidentali della medesima epoca, ma inducono a determinare con evidenza il livello stabilito da Winkler, e con esso l’inizio dello sport dell’arrampicamento, in quanto si pose sopra ciò che lo precedeva.

Pur essendo l’affermazione di Winkler un vero balzo di audacia nell’avvenire, ripetiamo ancora che lo sport dell’arrampicamento assume tale livello come base iniziale di ascesa. Già nel 1908, a quando cioè risaliva il giudizio di Giraud sulla parete sud della Marmolada, la scalata di questa non era, e lo vedremo in seguito, per nulla una “performance” estrema. Luigi Rizzi, Antonio Dimai, Tita Piaz, Georg Leuchs avevano già fatto ben altro nelle Dolomiti stesse!

La valutazione dell’impresa di Winkler e i confronti con le precedenti imprese vanno intesi conformemente ai principi e ai significati esposti nei nostri precedenti articoli.

Criteri fondamentali di comparazione tra le varie regioni d’arrampicamento
Anzitutto le ascensioni di ghiaccio vanno affatto distinte ed anche nelle grandi guide svizzere dobbiamo limitarci a considerare soltanto i valori relativi all’arrampicamento. Poi, nell’arrampicamento stesso è necessario, in particolar modo per le Alpi Occidentali, distinguere quelle “performances” aventi un valore definitivo in quanto che svoltesi secondo le condizioni di valutabilità, già specificate nel nostro primo articolo tra cui emerge l’esigenza che le rocce siano nude, dalle “performances” aventi caratteri d’accidentalità, come situazioni dipendenti da variazioni atmosferiche, da, anche minimi, rivestimenti di ghiaccio, o da presenza di neve sulle rocce, od altri caratteri contingenti instabili temporanei i quali escludono la possibilità di valutazioni definitive.

In generale, poiché ogni variazione temporanea accidentale dello stato della roccia non può essere considerata che come una perturbazione, un peggioramento, un ostacolo, quali condizioni fondamentali, di base, dell’arrampicamento si devono necessariamente assumere quelle più favorevoli cioè con rocce del tutto spoglie ed asciutte. Tale stato della roccia è quello che ha la fisonomia meglio univocamente determinata e che in se stesso è invariabile. Esso ha la fissità e la determinatezza di un limite, che in nessun modo una variazione temporanea può rendere le rocce più accessibili di quello che possano essere quando risultano spoglie ed asciutte. Su questa fissità si fonda la precisione delle valutazioni.

Le condizioni più favorevoli della roccia non sono normali che in alcune regioni che prevalentemente appartengono alle Alpi Orientali; nelle Alpi Occidentali invece dette condizioni sono forse più spesso eccezionali che normali. In queste non esiste nessuna vera normalità, periodicamente stabile e durevole, come presentano i campi specifici dell’arrampicamento, oppure esiste in maniera limitatissima. A ciò non si può rimediare con nessun studio o sistema di valutazioni, ed a questo riguardo la superiorità di regioni come il Gesäuse, il Wilder Kaiser, il Karwendel, le Giulie, le Dolomiti è palesemente grandissima.

È ovvio che queste condizioni più favorevoli sono tali in quanto e per quanto ci si riferisce al procedere sempre su roccia ed alle rocce sulle quali, concretamente, con mani e piedi si procede.

Così, ad esempio, che un canalone sia più facile con della neve che senza, è un fatto che esce dalle valutazioni delle difficoltà dell’arrampicamento, poiché la salita di un canalone nevoso non è una arrampicata di roccia; e la presenza di neve va intesa nel senso di una possibile perturbazione dello stato della roccia e non nel senso di trasformare l’arrampicata in una salita di neve, in un procedere di tutt’altro genere. Che ci sia però più o meno neve vicino a dove si passa, è cosa indifferente.

Nelle Dolomiti la normalità delle condizioni più favorevoli della roccia all’arrampicamento, è una delle prerogative essenziali, più attraenti, più preziose e nello stesso tempo più vantaggiose al rendimento atletico. L’importanza sportiva di ciò è troppo evidente per insistere ulteriormente.

È facile pertanto rendersi conto come prima di Winkler, tanto su ghiaccio che su roccia, è possibilissimo che altri alpinisti siano stati impegnati in situazioni di maggior difficoltà, appunto per la variabilità delle condizioni della montagna, situazioni che invece con condizioni favorevoli potevano magari esigere delle prestazioni sportive mediocri. Tuttavia, con tutte le riserve poste relativamente alle comparazioni di salite appartenenti a campi d’azione non di puro arrampicamento e a parte tutti i valori non definitivi ma accidentali, permangono molte imprese considerevoli compiute in diverse regioni delle Alpi prima di Winkler. Principalmente notevole è forse la scalata del Feldkopf, la tipica montagna granitica delle Alpi della Zillertal che ha poi avuto un ruolo di massima importanza nello sviluppo dell’arrampicamento su granito, scalata dovuta a Emil Zsigmondy; ed in suo onore tale montagna attualmente è nota di solito come Zsigmondyspitze.

I criteri esposti chiarificando la complessità delle esperienze alpinistiche permettono all’affermazione di Winkler, non sforzo sofferto né costrizione accidentale di circostanze avverse ma purissima e immutabile estrinsecazione di potenza, di splendere nella sua vera luce.

Dal tempo di Winkler all’alba del nostro secolo
Effettivamente il tempo di Winkler si riduce al brevissimo periodo che va dal 1886 al 1888, anno nel quale sacrificò la sua vita. Tra le diverse imprese realizzate da Winkler nel 1886, risalta la conquista della Cima della Madonna, una delle più belle vette delle Pale di S. Martino, effettuata assieme ad Alois Zott, per quel camino Winkler che esige delle prestazioni veramente atletiche e che sta sempre ad attestare il valore di quel prodigioso ragazzo allora appena diciassettenne. La sua attività culminò nel 1887, nel quale non soltanto apri delle vie nuove ma ripeté anche numerose vie note che in quell’epoca erano ritenute come le più difficili, spessissimo da solo e talvolta, lui appena ragazzo, con Purtscheller esponente compiuto e tra i più eletti.

Subito dopo Winkler l’alpinismo dolomitico avvampò con magnifico ardore. Apparvero numerosi e valenti arrampicatori senza guide, e quelle nuove guide della giovane generazione di allora, tipicamente dolomitiche, che per l’alto crescente livello delle loro capacità tecniche meritarono veramente il titolo di “re della roccia” del loro tempo.

Le guide che vanno specialmente ricordate in questo periodo che segue immediatamente Winkler, alcune delle quali operavano anche prima di Winkler, ma aventi soltanto dopo la loro più considerevole attività, sono:

Michele Bettega, Bortolo Zagonel, Giuseppe Zecchini e Antonio Tavernaro tutti delle Pale di S. Martino; Luigi Bernard di Siusi; gli Innerkofler di Sesto; i Siorpaes di Cortina d’Ampezzo ed alcuni altri ancora. Sopra tutti emergono, però, come si vedrà, Antonio Dimai pure di Cortina d’Ampezzo e Luigi Rizzi della Val di Fassa.

A queste mirabili tempre italiane si devono aggiungere:
Johann Stabeler (ovvero Niederwieser) della Zillertal, che lasciò il suo nome alla centrale delle tre torri meridionali del Vajolet e Christian Klucker dell’Engadina, che percorse tutte le Alpi dal Monte Bianco alle Dolomiti. Klucker salì ben 3000 cime, e questo è ritenuto il “record” del numero delle ascensioni compiute da uno scalatore di montagne.

Non intendiamo far qui la storia dell’arrampicamento neppur in stretto riassunto; accenneremo invece, molto più brevemente e utilmente, soltanto alle pietre miliari della progressione di esso, sia nelle Dolomiti che negli altri suoi campi più significativi.

Vale a dire, anziché tracciare una sintesi storica dell’attività arrampicatoria svolta anno per anno, in varia misura, con nuove ascensioni, talora non valutate esattamente, ci limiteremo quasi esclusivamente a indicare quelle scalate che il complesso dell’esperienza successiva dimostrò costituire, volta per volta, un reale progresso qualitativo. Dello sviluppo quantitativo dell’arrampicamento non daremo che minimi cenni.

Ci risulterà in tal modo appariscente il continuo spostamento dei valori verso l’estremo limite del possibile, che è precisamente ciò che qui interessa e che vogliamo porre chiaramente in rilievo.

L’esatto riconoscimento dei valori progressivamente dominanti nelle successive epoche ci farà pure riconoscere quelle arrampicate che dalla tradizione furono ritenute importantissime e che in realtà erano invece assai inferiori al livello massimo corrispondente all’epoca stessa della loro prima esecuzione.

Il periodo che dall’affermazione di Winkler arriva fino all’alba del nostro secolo, può essere diviso in due parti. La prima parte (1887-1895) corrisponde ad un periodo relativamente stazionario rispetto al livello posto da Winkler. La seconda parte (1896-1900) corrisponde ad un periodo di nuovi impulsi e forti spostamenti della tecnica, tali da poter considerare stabilita, all’alba del nostro secolo, una categoria del tutto nuova e superiore di difficoltà d’arrampicamento.

Il periodo 1887-1895
La scalata che va presa in considerazione subito dopo quella della Torre Winkler, è la via aperta sulla Punta delle Cinque Dita, nel grandioso gruppo del Sassolungo, dal viennese Robert Hans Schmitt con Johann Santner di Bolzano, nel 1890.

Santner era un alpinista già provato, un vero pioniere dell’alpinismo dolomitico, esploratore appassionato che spesso anche da solo aveva conquistato un gran numero di cime vergini, specialmente nelle sue Dolomiti di Fassa e di Gardena. Schmitt era già stato compagno di Winkler nella difficile conquista della Cima di Mezzo della Croda dei Toni, nel 1887, ma la sua più considerevole attività si svolse dopo; una serie di successi lo dimostrò arrampicatore dalla tecnica studiata e dalla volontà tenacissima, tra i migliori del suo tempo.

Relativamente alla sua scalata della Punta delle Cinque Dita, egli dichiarò: “Questa ascensione è di gran lunga la più difficile che io abbia mai fatto. Non so chi avrà l’ardimento di ripetere questa nostra arrampicata”. Eppure la sua esperienza era vastissima e non limitata alle sole Dolomiti; già nel 1889, ad esempio, aveva vinto senza guide, come sempre, la Marltgrat nell’Ortler.

Il confronto tra il famoso camino Schmitt della Punta delle Cinque Dita e la Torre di Winkler provò che il livello dell’impresa di Winkler non era superato, cosicché queste due arrampicate devono essere poste nella stessa categoria di valori tecnici, restando naturalmente a Winkler la superiorità della precedenza, dell’iniziativa individuale e del significato intimo dell’opera.

L’anno successivo, 1891, la guida Antonio Dimai, conducendo la celebre arrampicatrice olandese Jeanne Jmmink, effettuò la seconda ascensione alla Punta delle Cinque Dita per il camino Schmitt, e contemporaneamente raggiungeva la vetta dal versante opposto, cioè dal nord, la guida Klucker con l’inglese Ludwig Norman-Neruda, uno dei più notevoli arrampicatori inglesi che pochi anni dopo morì precipitando appunto dal camino Schmitt.

Nello stesso anno in cui Schmitt superava il suo “camino”, un’altra arrampicata altrettanto importante veniva compiuta in quel stupendo gruppo delle Tre Cime di Lavaredo le cui meravigliose pareti sono una adunata marmorea di pagine memorabili della storia dell’arrampicamento. Le guide Sepp e Veit Innerkofler conducendo Hans Helversen superano per la prima volta il camino orientale della parete nord della Cima Piccola. Scalata non lunga ma presentante difficoltà forti e continuate, e che sta allo stesso preciso livello dell’impresa di Winkler, con la quale e con la via Schmitt alla Punta delle Cinque Dita forma quella classica triade di arrampicate che rappresenta la base dell’alpinismo dolomitico tipico, anche ora più noto e celebrato.

Possiamo anzi far osservare che nella storia e nella tradizione la conquista della parete nord della Cima Piccola e quella della Punta delle Cinque Dita, destarono una maggior ripercussione della stessa conquista della Torre Winkler. Con le dette due imprese del 1890 si ritenne allora addirittura raggiunto il limite del possibile. Infatti abbiamo già citato la significativa dichiarazione di Schmitt, ed aggiungiamo ancora una considerazione del notissimo alpinista viennese Max Mayer che guidato dal nostro Angelo Dibona e da Luigi Rizzi compì col fratello Guido quella serie di straordinarie arrampicate delle quali si dovrà poi lungamente parlare. Il Mayer, studiando appunto gli spostamenti dei limiti della possibilità umana, pose la parete nord della Cima Piccola come limite raggiunto nel 1890. Tuttavia ciò è esatto solo nel senso che in tale anno detto limite non era stato ancora superato e quindi era effettivamente un limite, che però già prima era stato raggiunto da Winkler. Il gesto eroico e solitario di Winkler nel 1887 era unico e non poteva essere compreso, nel 1890 il livello dell’impresa di Winkler era dominio di una “élite”. La tradizione rilevò il dominio di questa “élite”, e solo molto tardi si cominciò a rettificare la tradizione restituendo a Winkler la precedenza.

Che allora si ritenesse d’aver raggiunto il limite del possibile è facile comprendere. Basta pensare che tali conquiste segnano il trapasso dall’alpinismo allo sport dell’arrampicamento, come abbiamo già detto. In un certo senso, relativamente alla concezione classica dell’alpinismo, potevano ben rappresentare il limite del possibile.

Nei cinque anni che seguirono il 1890 la tecnica si estese e si consolidò. Si cominciò pure ad acquistare consapevolezza dei nuovi atteggiamenti che portavano dalla difficoltà sopportata alla difficoltà voluta. Si effettuarono delle arrampicate che pur non elevandosi ancora ad un livello specificatamente superiore, tuttavia, per alcuni riguardi, per qualche particolare coefficiente della difficoltà, intesa nell’assieme, cominciavano già a forzare l’uscita dal limite relativo delle possibilità di allora. Possiamo ricordare: nel 1892, la scalata della parete sud-ovest della Rosetta, la nota cima del gruppo delle Pale di S. Martino, compiuta dalle guide Antonio Tavernaro e Bortolo Zagonel conducendo Antonio Crescini.

Nel 1893, la scalata della parete sud del Cimon della Pala, il superbo Cervino delle Dolomiti, effettuata dalla guida Antonio Dimai con Leon Treptow.

Nel 1895, la conquista compiuta da Hermann Delago di Innsbruck, da solo, dell’ultima ancora insalita delle tre torri meridionali del Vajolet, e che ora porta appunto il suo nome. Impresa veramente mirabile e altamente significativa che già dimostra un avanzamento del livello tecnico. La tradizione prolungò la fama di questa arrampicata come impresa ai limiti del possibile fino ai tempi moderni, sebbene il distacco di essa dal livello di Winkler sia limitatissimo. Nel frattempo Lammer moltiplicava le magnifiche audacie del suo alpinismo solitario e aristocratico qua e là per tutte le Alpi, opponendo la sua individualità superiore ai risultati della collaborazione delle migliori guide e dell’intraprendenza inglese. Il suo nuovo spirito dell’azione alpina si diffondeva. L’eco dei maestri aveva già formato di Vienna il vero centro vivo e spirituale dell’alpinismo di allora.

Il periodo 1896-1900
L’arrampicamento si intensificò non solo nelle Dolomiti ma anche nelle Alpi Calcaree Settentrionali e in special modo nelle regioni viennesi.

Heinrich Pfannl di Vienna, tempra di alpinista di singolarissima potenza e individualità, una delle guide morali della nuova generazione austriaca, addestratosi sui monti del Rax, si spinge rapidamente innanzi con superiore audacia e maestria tecnica, vincendo al primo assalto, nel 1896, assieme a Thomas Maischberger la parete nord del Hochtor nel Gesäuse, con una grandiosa arrampicata di quasi ininterrotte forti e fortissime difficoltà.

Questa impresa si eleva notevolmente dal livello di quella di Winkler, e costituisce una delle pietre miliari più significative del procedere dello sport d’arrampicamento.

La via Pfannl sulla parete nord del Hochtor fu dal famoso Preuss, che tra tutti gli arrampicatori ebbe una attività delle più straordinarie, preferita a tutte le arrampicate. Egli ne sostenne infatti il confronto pure con salite moderne, relative al suo tempo, cioè al 1910, e note come difficilissime.

L’anno seguente, nel 1897, le guide fassane Luigi e Simone Rizzi conducendo Emil Munk, superarono dall’ovest la parete di Laurino, il leggendario re del favoloso regno dolomitico del Rosengarten, il Catinaccio. Scalata che pure si eleva distintamente dal livello di quella di Winkler, e che in tale epoca appare superiore ad ogni altra arrampicata dolcmitica.

Il noto arrampicatore Georg Haupt che nel 1907 effettuò il terzo percorso di questa via assieme a due altri compagni, dichiarò doversi ancora annoverare essa tra le più difficili arrampicate delle Dolomiti allora conosciute.

Max Mayer, nelle sue già citate considerazioni sullo spostamento del limite del possibile relativo alle diverse epoche, giudicò infatti tale scalata della parete di Laurino cerne il limite raggiunto dalla tecnica d’arrampicamento fino al 1897. Egli aveva ripetuto col fratello detta salita condotto dalla stessa guida Luigi Rizzi e Giuseppe Davarda nel 1908.

Nel 1898, Luigi Rizzi guidando Hans Seyffert ed Eugen Dittmann salì alla vetta della Marmolada per la cresta ovest. Ma questa cresta essendo ormai da tempo, caso eccezionalissimo nelle Dolomiti, tutta armata di scale ferrate, non presenta più alcuna delle primitive grandi difficoltà e naturalmente non è più possibile constatare il valore originario dell’impresa che, per l’importanza delle testimonianze di allora, va tuttavia ricordata.

Nel 1899 troviamo due imprese tanto conosciute e così lungamente esaltate dalla tradizione che, pur non riconoscendo in esse nessun ulteriore progresso nel confronto con le precedenti, anzi pur constatando un’inferiorità, è molto opportuno segnalarle e porle al loro giusto livello. Una di queste è la conquista del Campanile Basso di Brenta, il più grandioso, il più rinomato e il più frequentato pinnacolo delle Alpi, riuscita agli studenti Karl Berger e Otto Ampferer di Innsbruck.

I trentini Carlo Garbari, Nino Pooli e Antonio Tavernaro in un tentativo erano già pervenuti a poche decine di metri dalla cima superando la parte più notevole delle difficoltà tecniche dell’arrampicata. I due austriaci rifacendo la medesima via seguita dai trentini arrivarono allo stesso punto nel quale questi erano stati respinti e furono parimenti indotti a ritirarsi, ma un altro giorno ritentarono e riuscirono a risolvere il problema con una traversata assai indovinata. Da questa vittoria si trasse troppo spesso argomento di deficienza italiana, argomento tuttavia essenzialmente errato poiché tale impresa non sorpassa il livello posto da Winkler e resta quindi al disotto e di non poco, all’anteriore impresa di Luigi Rizzi, puro trentino. Non solo, ma qualche anno dopo lo stesso Pcoli vinceva direttamente quella parete terminale che lo aveva prima arrestato e che presenta delle difficoltà tecniche assai più forti della traversata. E nello stesso tempo i trentini Mario Scotoni e Giovanni Nones effettuavano delle varianti il cui valore è notevolissimo anche relativamente all’epoca della loro effettuazione. Ciò purtroppo non è ancora abbastanza noto.

L’altra impresa alla quale intendevamo riferirci è la celebre e geniale traversata delle tre torri meridionali del Vajolet, Winkler, Stabeler e Delago, compiuta dai viennesi Eduard Pichl e Hans Barth per la prima volta, i quali raggiunsero la cima della Torre Delago lungo la famosa fessura che ora porta il nome del Pichl, il Pichlriss dei Tedeschi. Questa arrampicata che fu già definita ai limiti del possibile non supera invece in maniera rimarchevole il livello dell’affermazione di Winkler e resta quindi anch’essa al disotto dell’ anteriore scalata del Rizzi.

Prima di arrivare alla chiusura del periodo 1896-1900 che stiamo ora considerando, ricorderemo che una serie importante di problemi venne risolta in detto intervallo di tempo, dagli alpinisti inglesi John Swinnerton Phillimore e Arthur Guy Sanders Raynor, quasi sempre guidati da Antonio Dimai assieme a qualche altra guida. Particolarmente grandiosa fu la loro scalata della parete nord-ovest della Civetta nella quale venne fatta una delle più lunghe traversate di parete che si possano trovare, effettuata già nel 1895, e l’ascensione alla Cima Una dal Nord, compiuta nel 1898. Tanto queste che le altre arrampicate della serie sopra accennata stanno tutte sullo stesso livello posto da Winkler, e non rappresentando perciò una progressione qualitativa dell’arrampicamento ci limitiamo al presente cenno, rilevando tuttavia particolarmente il valore di Antonio Dimai il quale nel 1896 aveva pure ripetuto la scalata della Torre Delago.

Il secolo scorso si chiude con l’avvento di Tita Piaz, del quale si dovrà poi ancora parlare ampiamente, perché egli diede un impulso vivissimo allo sviluppo dello sport dell’arrampicamento, e, si può dire, creò col suo esempio il tipo nuovo della guida, la moderna figura della guida sportiva, uomo d’azione e di intelligenza, nobilissimo professionista dello sport dell’arrampicamento.

Da solo, come già Winkler e come Winkler nella stessa fantastica cerchia delle rupi del Catinaccio dominanti la sua ridente vallata natale, nell’estate del 1900 il giovane fassano Tita Piaz col vigore della sua muscolatura ferrea e con l’irruenza del suo ardimento sale la drittissima fessura che incide la parete nord-est di quella Punta Emma che prospetta paurosamente la glabra nudità dei suoi fianchi, di fronte e vicinissima all’attuale rifugio del Vajolet. Così battezzata dopo, dallo stesso Piaz.

Questa scalata, il cui numero attuale di ripetizioni è all’incirca un centinaio, e che pure da Preuss fu ripetuta quattro volte, per il giudizio concorde dei migliori arrampicatori tra i quali Dülfer, offre difficoltà che si elevano tanto da quelle relative all’impresa di Winkler da esprimere nel miglior modo il raggiungimento di quel superiore livello tecnico al quale va riferito l’ulteriore progresso. Proprio nel momento in cui veniva sorpassato dal nostro secolo, lasciava così il secolo scorso la misura dell’ascesa del suo sforzo, e nella maniera più significativa poiché svolto con perfetta purità di stile.      

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Storia dell’arrampicamento – 03 ultima modifica: 2019-01-29T05:42:55+02:00 da GognaBlog

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