Storia dell’arrampicamento – 07

Su stimolo del giornalista Vittorio Varale, durante il biennio 1930-31 Domenico Rudatis pubblicò nella rivista Lo Sport Fascista una fondamentale Storia dell’arrampicamento in nove puntate (nn. 3, 4, 5, 7, 8 e 12 del 1930 e nn. 2, 6, e 9 del 1931). Scritta da uno degli autori di letteratura di montagna più brillanti e affascinanti del Novecento, l’opera costituì il primo tentativo italiano di storia dell’alpinismo, per quanto limitato alle sole Alpi Orientali.

Qui le puntate finora uscite:
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Uno degli aspetti più importanti e affascinanti della Storia dell’arrampicamento(anche se oggi la cosa può facilmente sfuggire) è l’eccezionale qualità grafica dell’opera: taglio dell’impaginazione, scelta delle fotografie e disegni originali dell’autore. A questo riguardo è giusto ricordare alcune circostanze. Anzitutto la veste tipografica de Lo Sport Fascista: grande formato, illustrazioni di qualità. Insomma, una rivista abbastanza di lusso, per l’epoca. In secondo luogo il buon gusto e la cura certosina di Rudatis, fotografo, disegnatore, illustratore e arredatore di vaglia, che fu attentissimo a curare assieme a Vittorio Varale tutti gli aspetti non solo informativi e teorici ma anche formali della serie. 

La prima puntata apparve nel marzo 1930 e costituì la prima collaborazione in assoluto di Rudatis con Lo Sport Fascista. In quella sede vennero definiti i principi fondamentali che guidano il giudizio sulla tecnica e sui valori morali e culturali dell’arrampicata. Pubblichiamo qui il settimo dei nove articoli
(Nota a cura di Luigi Piccioni).

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(2)

Verso il limite del possibile
(Storia dell’arrampicamento – 07) (07-09)
di Domenico Rudatis (Gruppo Italiano Scrit­tori di Montagna)
(pubblicato su Lo Sport Fascista, febbraio 1931)

In molti sport atletici una tabella di cifre da una sìntesi chiara ed eloquente di una intera evoluzione storica, non altrimenti l’arrampìcamenlo su roccia presenta una serie di imprese della maggiore complessità, la cui progressione è la più affascinante poiché s’accompagna con una sfida continua al pericolo delle Più temerarie e mortali. Domenico Rudatis riesce qui con una analisi acuta e sapiente, che è la prima e l’unica in tutta la letteratura alpinistica internazionale, a determinare ciò che è effettivamente il limite iel possibile nell’arrampicamento su roccia e la portata dei vari sfarsi protesi verso di esso, ponendo così le basi fondamentali di tutte le, future considerazioni e valutazoni (la Redazione di Lo Sport Fascista).

Dal 1887, allorché il giovanissimo atleta monachese Georg Winkler, oltrepassando audacemente i limiti di ciò cui può giungere l’alpinismo propriamente inteso, scoprì il regno esclusivo dell’arrampicamento, al 1925, anno nel quale vennero conquistate la parete sud-est della Fleischbank e la diretta parete nord-ovest della Civetta, sono trascorsi trentanove anni che contengono in sé tutta la meravigliosa epopea della progressione dello sport d’arrampicamento.

Abbiamo rapidamente tracciato questa progressione di vertice in vertice, di superamento in superamento, passando da una culminazione di valori alla successiva e riconoscendo come momenti più salienti: l’apertura di Winkler nel 1887 con la conquista dell’omonima Torre; la scalata di Tita Piaz sulla parete nord-est della Punta Emma del Catinaccio nel 1900; il superamento della fessura Dülfer sul lato sud-orientale della Fleischbank nel 1913; e infine, contemporaneamente e conclusivamente, la scalata della parete sud-est di quella stessa cima e quella della diretta parete nord-ovest della Civetta nel 1925. Sono quattro momenti che limitano e ripartiscono l’intero periodo di trentanove anni in tre uguali periodi di tredici anni ciascuno. Già esponendo la progressione dell’arrampicamento attraverso tali periodi abbiamo dato, in una certa misura, anche il ritmo che si esprimeva nella progressione stessa.

Maggior completezza di confronti e più acuta consapevolezza di valori sono risultate dalle nuove esperienze dell’epoca attuale, cioè dal 1926 a tutt’oggi.

Quindi, compresa la reale entità del livello di valori stabilito dalla conquista della parete sud-est della Fleischbank e di quella della Civetta da nord-ovest, potremo poi ancor meglio, in rapporto agli anni che seguirono dette imprese, vedere appieno il significato conclusivo della predetta inquadratura storica.

Le dichiarazioni di Rossi e le conclusioni di Solleder
Descrivendo la propria conquista della parete sud-est della Fleischbank, Roland Rossi precisò:
Se noi oggi possiamo dire che una impresa è più difficile di una delle note vie Dülfer, ciò deve essere inteso effettivamente nel senso che i punti difficili sono molto più numerosi, poiché dai tempi di Dülfer la tecnica di arrampicamento, come tale, non ha fatto il minimo progresso. In questo senso si può affermare con tranquillità che la nostra impresa fu incomparabilmente più difficile. Due volte nell’intera parete fu possibile l’assicurazione naturale, altrimenti il ferro fedele fu il nostro aiutatore”.

In queste poche frasi si compendiano perfettamente tutte le constatazioni tecniche del Rossi relative alla sua famosa scalata. Esse risultano del tutto conformi al principio fondamentale di valutazione delle difficoltà, per cui ogni arrampicata va considerata nel suo complesso. Principio che noi abbiamo stabilito nel nostro studio introduttivo sullo sport d’arrampicamento, e che abbiamo successivamente visto maturarsi ed attuarsi attraverso tutto lo sviluppo dell’arrampicamento, trovando conferma sperimentale sempre più evidente.

La tipica antica concezione della salita la cui difficoltà è data da un certo passaggio, il classicissimo mauvais pas che domina tuttora la letteratura e la pratica alpinistica, è venuta dunque via via ad essere sorpassata ed infine radicalmente eliminata dal campo dell’arrampicamento. Cercare il mauvais pas in una scalata come quella della parete sud-est della Fleischbank, sarebbe tanto ozioso quanto puerile, poiché questa arrampicata presenta una molteplicità di estreme difficoltà, una complessità e diversità di singoli punti estremamente difficili, il cui relativo confronto varierebbe necessariamente secondo le caratteristiche atletiche e stilistiche di ogni arrampicatore, pur conservando sempre la scalata nel suo insieme il medesimo valore.

Ciò che prevalentemente risalta dalle constatazioni del Rossi è quindi l’importanza che ha il persistere dei punti difficili nella valutazione integrale di ogni arrampicata. Appresso tratteremo la cosa particolarmente.

Più istruttive e più generali sono le conclusioni direttamente comunicateci da Emil Solleder, ed ancora più autorevoli di quelle del Rossi per la più vasta esperienza da lui posseduta. Il Solleder, infatti, oltre ad essere il conquistatore della diretta parete nord-ovest della Civetta e di altre pareti dolomitiche quasi equivalenti, effettuò anche la seconda scalata della parete sud-est della Fleischbank. Egli ci dichiarò:
Io riconosco bene che la pura tecnica dell’arrampicamento dopo Dülfer non ha fatto nessun progresso. Manovra di corda è manovra di corda, e se oggi con ciò si va ad un estremo limite, tecnicamente tutto è rimasto come per il passato. La tecnica di chiodi è la stessa; conforme l’allenamento l’arrampicatore resisterà più lungamente nei punti malagevoli che richiedono un chiodo, e così fino al superamento; l’arrampicatore meno allenato dovrà far senza del chiodo od aggiustarsi con uno mal piantato. E’ ora però del tutto fuori dubbio che nell’epoca attuale furono possibili salite molto migliori. E’ un fatto che le nuove ascensioni riuscite negli ultimi anni, come la via Fiechtl-Weinberger al Predigtstuhl, la parete sud-est della Fleischbank, la parete nord della Furchetta, la parete nord-ovest della Civetta presentano ancor maggiori difficoltà che le ultime nuove ascensioni degli anni anteguerra. Io attribuisco però la riuscita di queste modernissime arrampicate non a un qualsiasi miglioramento della tecnica ma unicamente a un mutato atteggiamento psichico degli esecutori. E mi spiego. Prima della guerra, ascensioni della difficoltà della parete est della Fleischbank valevano come le più serie imprese, possibili soltanto alle persone aventi le maggiori attitudini e col miglior allenamento. Gli anni subito dopo la guerra mostrarono tuttavia che anche uomini di mediocri attitudini, con buon allenamento erano in grado di effettuare dette ascensioni. Proprio per questo fatto, gli individui che di tempo in tempo con la loro capacità stavano alla testa, vennero sospinti sempre più oltre, verso l’alto, nella difficoltà delle arrampicate che effettuavano, e, cosa che a mio giudizio è decisiva, essenzialissimamente rafforzati nella loro coscienza di essere all’altezza di difficoltà ancor maggiori. Ora, non v’è alcun dubbio che questa coscienza di essere all’altezza di performancesdi arrampicamento anormalmente difficili, rappresenta un fattore principale per il superamento delle performancesstesse. In altre parole, la coscienza della misura delle proprie capacità, nel gruppo di testa degli arrampicatori, viene rafforzata nella proporzione in cui la maggioranza degli arrampicatori riesce a compiere maggiori prestazioni, e con questa coscienza vengono ormai fatte delle performancesla cui possibilità si sarebbe posta in dubbio dal principio ancora pochi anni fa, e che anzi forse non si sarebbe tentata neppure”.

Rileviamo anzitutto che il Solleder concorda esattamente col Rossi nel riconoscere che il lato tecnico dell’arrampicamento non ha più fatto nessun passo innanzi dopo Dülfer. Ben a ragione dunque parlammo sempre di Dülfer come del massimo maestro della tecnica d’arrampicata.

Le considerazioni di Solleder concordano con quelle di Rossi anche nello stabilire la spiccata superiorità della scalata della parete sud-est della Fleischbank, e così della diretta parete nord-ovest della Civetta, sulle più difficili arrampicate di Dülfer. Il Rossi, attraverso la continuità dei punti difficili, ha notato il contenuto oggettivo di questa superiorità, il Solleder quello soggettivo.

Questa superiorità resta sì sostanzialmente stabilita, ma non ancora valutata. Per arrivare a ciò è necessario anzitutto premettere un’ulteriore analisi delle difficoltà d’arrampicamento, spingendo innanzi e precisando l’applicazione dei criteri generali esposti nel nostro primo studio introduttivo.

La relatività della difficoltà dei singoli punti
L’espressione difficoltà di un punto viene spesso adoperata impropriamente, poiché in realtà si intende per lo più esprimere con essa la difficoltà di un certo tratto, la cui lunghezza rimane quasi sempre imprecisata, ma può variare praticamente da qualche metro a tutta una lunghezza di corda, cioè al tratto che può percorrere un capocordata prima di doversi arrestare e attendere il proprio compagno di cordata. Questo tratto arriva tutt’al più ad una quarantina di metri circa, ma nella maggioranza dei casi ci si riferisce a tratti di lunghezza molto minore.

Ciò specificato, è del tutto ovvio che la qualificazione di difficoltà di determinati punti, come usualmente si trova nelle descrizioni e relazioni tecniche di arrampicate, può avere un valore essenzialmente diverso da un caso all’altro.

Facciamo un esempio. La ben nota traversata di fessura che si incontra al principio della via Solleder-Lettenbauer sulla parete nord-ovest della Civetta è stata concordemente designata come un punto di estrema difficoltà. Questo punto effettivamente è un tratto di almeno una ventina di metri, con roccia dapprima friabilissima, poi compatta e levigata e spessissimo bagnata, con uno strapiombo finale al quale corrisponde il maggior sforzo atletico. Il tutto esige l’applicazione di una tecnica varia e complessa e può richiedere a una cordata anche una e perfino due ore di lavoro.

Se si considera che spesso si indicano come punti estremamente difficili, una semplice spaccata, una elevazione a braccia su uno strapiombo, cioè spostamenti di un paio di metri appena ed effettuabili in pochi minuti, l’uguale designazione di difficoltà appare pressoché assurda. Ciò risalta specialmente nelle valutazioni relative a molte brevi scalate moderne, che si riducono talvolta a una o due lunghezze di corda in tutto, e che vengono esaltate oltre il loro intrinseco valore mentre spesso non si elevano sopra la dignità di esercitazioni.

Alla difficoltà di un singolo punto, che a tutto rigore sarebbe un’astrazione, non si può concretamente attribuire che un solo preciso significato: quello di difficoltà inerente allo spostamento elementare dell’arrampicatore da una posizione ad un’altra, ossia, nel caso più comune, al passaggio da una certa posizione di contatto delle mani e dei piedi con la roccia, alla posizione dell’immediatamente prossimo, diverso contatto dei quattro arti.

In realtà le possibili posizioni di un arrampicatore in roccia sono oltremodo numerose e così i relativi spostamenti, ma la possibilità della loro effettuazione dipende sempre dal rapporto in cui viene a trovarsi la conformazione della roccia, che nel campo dell’arrampicamento in ogni punto resta invariabile, rispetto alla capacità dello scalatore. Rapporto che come sappiamo costituisce la difficoltà del punto considerato.

Così, dando un esempio elementarmente semplificato ma evidente: se si considera un passaggio da superarsi con una spaccata, il rapporto tra la distanza alla quale stanno i due punti di appoggio sui quali devono poggiarsi i piedi, e la capacità di aprire le gambe posseduta dallo scalatore è ciò che rappresenta la difficoltà della spaccata in se stessa. Più grande è la distanza tra i due punti di appoggio tanto maggiore è la difficoltà; più aumenta la capacità di aprire le gambe e tanto più diminuisce il valore del rapporto esprimente la difficoltà della spaccata. Naturalmente questo caso è molto semplice, in realtà si hanno casi ben più complicati, ed anche in una spaccata può esser necessario considerare altri coefficienti, come il genere degli appoggi, ecc. Ma anche i casi complicati sono composti di elementi semplici per ciascuno dei quali vale sempre il rapporto che esprime la difficoltà analogamente all’esempio specificato. Possiamo ripetere che più gli appoggi sono piccoli, scomodi, più cresce la difficoltà; più abile è un arrampicatore nel servirsi della punta del piede e più diminuisce la difficoltà. E così via. Mai si deve dimenticare che la difficoltà non è né la struttura della montagna, né il valore dell’individuo, ma bensì la relazione tra l’una e l’altro. Come le strutture di roccia sono infinitamente varie pur avendo una sostanziale omogeneità, così la capacità di un arrampicatore è un complesso nel quale possiamo distinguere infiniti stati di rendimento pur rimanendo nell’ambito di una fondamentale omogeneità di azione e di natura. Lo scalatore perfettamente allenato e preparato ha conoscenza delle proprie forze e della necessità di commisurarle conformemente al prolungamento dello sforzo fino al termine delle difficoltà. Principio questo essenziale in tutte le esplicazioni atletiche.

Ma la capacità di un arrampicatore è una funzione delle sue forze fisiche e psichiche, perché lo stato di queste forze in ciascun punto darà anche la misura delle effettive capacità, caso per caso. Vale a dire: l’effettiva capacità di un arrampicatore in un determinato punto dipende da ciò che ha preceduto tale punto, avendo ciò in parte consumato dette forze, come pure da ciò che segue il punto stesso, necessitando conservare una riserva di forze tale da poter proseguire negli spostamenti successivi almeno fino ad un punto di sosta o fino a poter piantare un chiodo, per assicurarsi, ovvero per garantirsi la ritirata.

Cosicché, mentre il rapporto tra la natura della montagna e la capacità dell’individuo dà, per quella tale salita e per tale individuo, la misura assoluta della difficoltà, lo stesso rapporto applicato ad un singolo punto da una misura assoluta soltanto se quel punto è isolato. Se invece quel singolo punto viene considerato come appartenente ad una serie di altri punti, avremo una misura della difficoltà diversa a seconda della composizione di detta serie, variabile col variare della serie.

Un tratto offre certamente una molto minore relatività di valutazioni, ma anche per esso, considerato come parte di un’arrampicata, si può ripetere il ragionamento fatto rispetto ad un singolo punto. Pertanto, si conferma ancora che è unicamente sul complesso di una salita che può fondarsi l’apprezzamento definitivo dei valori. La relatività della difficoltà dei singoli punti è proprio ciò che differenzia le difficoltà dell’arrampicamento da tutte le specie di sforzi ginnastici ed acrobatici.

Così il conseguente valore di ogni arrampicata è essenzialmente nella sua totalità e ciò che fa di ogni scalata una ben definita performance, un tutto unico distinto e caratteristico, per cui lo sport dell’arrampicamento si contraddistingue da tutti gli altri, emergendo con una finitezza atletica e una nobiltà spirituale inconfondibili.

Questa relatività della difficoltà dei singoli punti non è però vaga indeterminatezza, il suo campo di variazioni è rigorosamente unilaterale. Il fatto che un punto è seguito e preceduto da altri punti provoca soltanto aumenti di difficoltà rispetto alla difficoltà del punto stesso considerato isolatamente, la quale rappresenta la difficoltà minima ad esso corrispondente.

Rimane così stabilita la seguente legge della relatività oggettiva della difficoltà dei singoli punti:
Per ciascun individuo il valore della difficoltà di un singolo punto considerato isolatamente, aumenta considerando questo punto come un elemento di una serie, a seconda degli elementi della serie stessa”.

Va poi notato che la difficoltà di un singolo punto considerato isolatamente può variare non solo per il diverso grado di capacità esistente tra gli arrampicatori, cioè assumere il valore che corrisponde caso per caso all’abilità dello scalatore, ma oscilla anche per differenze non di grado, di quantità, di capacità, bensì per differenze qualitative, organiche, come la statura, la lunghezza degli arti. Cosicché si ha evidentemente anche la legge della relatività soggettiva della difficoltà dei singoli punti:
Il valore della difficoltà di un singolo punto considerato isolatamente varia da un arrampicatore all’altro in relazione a speciali caratteristiche fisiche anche indipendentemente da tutti i fattori di capacità”.

Come abbiamo di sfuggita accennato nel nostro primo studio introduttivo, le oscillazioni dei valori della difficoltà dei singoli punti, corrispondenti a questa legge, si compensano già notevolmente su brevi percorsi e finiscono col neutralizzarsi del tutto nel grande numero e varietà di singoli punti che presenta necessariamente un’arrampicata vera e propria. Sui grandi percorsi i punti nei quali l’alta statura è un vantaggio possono compensarsi con quelli in cui è vantaggiosa una media statura. La tecnica e il procedere in cordata perfezionano questa compensazione.

Anche questa legge della relatività oggettiva, dimostra che la precisione delle valutazioni trova la sua completezza nelle grandi arrampicate unitariamente intese. Rammentiamo tuttavia che praticamente la valutazione di tratti di vari metri subisce oscillazioni già molto più ristrette dei singoli punti.

Là distinzione oggettiva e soggettiva della relatività, espressa nelle due leggi, va interpretata semplicemente come un’accentuazione del loro significato particolare.

Il limite del possibile nei singoli punti
Poiché le forze possedute da ogni individuo hanno sempre dei limiti concreti e limitate sono le possibili differenze fisiche tra scalatore e scalatore,alle capacità naturali di procedere in roccia sono posti dei limiti finiti.

Il limite del possibile corrispondente ad un singolo punto è assolutamente raggiunto quando l’ulteriore spostamento dell’arrampicatore nel punto stesso, provoca la caduta dell’arrampicatore.

Ciò avviene talvolta e senza conseguenze in allenamento, nelle piccole scuole di roccia, nelle esercitazioni dei Klettergarten; tipico e famoso quello di Monaco, frequentato da tutte le categorie di scalatori, dove sovente i ragazzini della città riescono a ripetere i più difficili passaggi effettuati dagli Assi della roccia.

Scuole di roccia particolarmente degne di nota in Italia: la Val Rosandra presso Trieste e i Bindesi presso Trento, delle quali parleremo altrove. Le Piccole Dolomiti presso Vicenza e la Grigna meridionale nelle Prealpi lombarde. Il grosso masso adiacente al Rifugio Coldai, nel Gruppo della Civetta, è un Klettergarten ideale, sul quale hanno lavorato buona parte dei migliori Assi attuali.

In una successione di punti, anche solo di una decina di metri, la caduta costituisce un pericolo che agisce come una resistenza psichica, assai prima di raggiungere il limite del possibile.

Nella realtà, alla caduta si cerca di non arrivare mai e ben raramente vengono estrinsecate tutte le forze in un brevissimo tratto, non solo, ma la stessa piccolezza degli appigli impedisce spesso di poter svolgere uno sforzo massimo e già prima della caduta si ricorre al chiodo aiutatore.

La tecnica di assicurazione in generale, e quella moderna con l’uso dei chiodi in particolar modo, riducendo la resistenza psichica dovuta al pericolo ha permesso agli arrampicatori, in molti casi, di esplicare al massimo grado le proprie forze, cioè fino all’estremo limite delle loro possibilità. Così gli individui più capaci hanno potuto realizzare il superamento di punti pressoché al limite del possibile. Tuttavia la precisazione di ciò non può essere assoluta poiché la difficoltà dei singoli punti è sempre sottoposta alle due leggi di relatività specificate, e così anche per brevissimi tratti, cioè per punti secondo il significato comune della parola, tale precisazione nemmeno può essere assolutamente rigorosa. Essa riesce però sufficiente.

Emil Gretschmann – del quale già parlammo come d’uno dei più valenti arrampicatori del dopo guerra e che è altresì uno dei più distinti studiosi della tecnica di roccia – affermò che se punti di grande difficoltà, sia in camino che in parete, potevano essere stati superati anche precedentemente a Dülfer, traversate però come quelle di Dülfer prima di lui non erano state certamente fatte.

Noi possiamo anzi precisare che singoli punti e brevissimi tratti richiedenti sforzi elevati pari a quelli contenuti nelle più difficili vie di Dülfer, erano già stati superati dalla famosa guida Angelo Dibona di Cortina d’Ampezzo, dal grande Preuss e da altri campioni ancora. Ad esempio: sulla via Dibona-Mayer-Rizzi al Croz dell’Altissimo, nella parte superiore dello spigolo si incontra un breve tratto che, considerato isolatamente, può equivalere in difficoltà a qualcuno dei tratti più difficili della via Solleder-Lettenbauer sulla parete nord-ovest della Civetta, considerato anch’esso isolatamente. Eppure questa via è sicuramente superiore a tutte le vie Dülfer.

La superiorità di Dülfer è stata stilistica, tecnica e psicologica nello stesso tempo. Le sue traversate costituirono una genialissima combinazione dell’uso della corda, dei chiodi e della abilità pura in roccia. Il lucido e freddo acciaio della sua volontà superò tutti nel vincere anche da solo le resistenze psichiche. Ma non sarebbe esatto vedere nella sua opera un progresso essenziale di sforzi nel superamento di singoli punti considerati isolatamente.

Tita Piaz, forte di un trentennio di mirabile esperienza ed efficienza, ci dichiarò che il puro arrampicamento, e quindi il naturale rendimento dell’individuo nella difficoltà dei singoli punti, non ha fatto nessun progresso dal tempo di Preuss, né da alcuni anni prima di Preuss.

In ogni caso è ben certo che al di là dalle massime difficoltà dei punti superati dai Piaz, dai Preuss, dai Dibona, interviene decisamente il chiodo di assicurazione, e, pochissimo più innanzi, subentra necessariamente il lavoro tecnico di chiodi e di martello, o il ritorno.

L’aiuto dei chiodi in un’arrampicata è tanto legittimo quanto l’uso della piccozza nell’alpinismo ordinario. Questo aiuto pone tuttavia un termine all’aumento dei valori della difficoltà nei punti con tale aiuto superati, anche consentendo ed esigendo sovente l’esplicazione di notevoli sforzi atletici, come, ad esempio, nel famoso strapiombo Rossi della parete sud-est della Fleischbank che viene superato con una successione di chiodi.

L’impiego di uno o più chiodi, come appigli o come appoggi, in un singolo punto non permette affatto il superamento di un punto più difficile ma bensì rende possibile un punto impossibile, e poiché il chiodo è tanto un buon appiglio che un buon appoggio il punto non potrà assolutamente considerarsi di difficoltà superiore ai punti estremamente difficili superati naturalmente.

Quanto abbiamo detto è dunque una precisazione sufficiente di ciò che effettivamente può essere il limite del possibile nei singoli punti. Insistere ancora sarebbe inutile, che l’arrampicamento è una successione di vari sforzi e non l’esaurirsi di uno sforzo isolato in un semplice spostamento. Possiamo quindi procedere oltre nella nostra indagine, con chiarezza e sicurezza di criteri.

Il limite reale del possibile in roccia
Come ogni scalata è una serie di spostamenti da punto a punto, così è proprio nel susseguirsi dì singole difficoltà che essenzialmente consiste la difficoltà di un’arrampicata. Il persistere di punti difficili è di per sé una vera intrinseca difficoltà. L’elevarsi dei valori dell’arrampicamento dai tempi di Preuss ad ora fu il superamento di complessi più intimamente continui di difficoltà.

Né poteva avvenire altrimenti. Il singolo punto può cedere al chiodo. La continuità delle difficoltà esige il lavoro di roccia, ed è in tale lavoro che sta il valore di una scalata. Più vengono adoperati i chiodi e più si riduce questo valore. Precisamente, se tutti i punti di una serie di difficoltà vengono superati con chiodi non si fa un’arrampicata di grande valore, anche se altrimenti la conformazione della roccia è insuperabile, e, in ogni caso, il procedere su vie chiodate non presenta mai le difficoltà dell’estremo procedere naturale in roccia. Ciò è ben chiaro se si tiene presente quanto abbiamo esposto nel nostro studio introduttivo sullo sport dell’arrampicamento. Avviene talvolta in pratica che certe vie chiodate sono giudicate inesattamente dai primi salitori perché questi commettono il grave errore di valutare come difficoltà di arrampicata il lavoro di piantamento dei chiodi, mentre sappiamo che questi vanno considerati come infissi. Anzi, è appunto specialissima superiorità dello sport dell’arrampicamento l’usufruire dei mezzi artificiali per ridurre l’eccessivo pericolo e nello stesso tempo il poter riferire i valori esclusivamente ai meriti personali, alle pure energie atletiche e morali dell’individuo.

Riuscito già con Preuss, con Dibona e con altri, il lavoro naturale in roccia su tratti di estrema difficoltà, raggiunta con Dülfer la perfezione dello stile e la completezza della tecnica strumentale, pervenuti alfine con Rossi e con Solleder ad una continuità di sforzi che conclude asintoticamente tutta la progressione delle imprese dopo Dülfer, si deve ammettere che il livello di difficoltà complessiva stabilito dalla scalata della parete sud-est della Fleischbank e da quella della diretta parete nord-ovest della Civetta costituisce effettivamente l’estrema categoria dei valori dell’arrampicamento, cioè l’espressione concreta dell’immediatezza del limite reale del possibile in roccia. I veramente competenti si resero chiaramente conto del concludersi della progressione dell’arrampicamento. Cosicché nel 1926 vediamo il noto alpinista Adolf Deye di Monaco affermare: “La conclusione della capacità tecnica alpinistica è ormai raggiunta in misura proprio assoluta; gli arrampicatori attualmente alla testa sono tutti perfettamente d’accordo che gli ultimi possibili gradi di difficoltà sono raggiunti ed a questo riguardo la tecnica alpinistica è completata e chiusa. Col completamento della tecnica d’arrampicata venne posta finalmente una solida nozione della difficoltà: il massimo raggiungibile in roccia, cioè l’estremoumanamente possibile, e per questo concetto si adatta finalmente la molto controversa designazione di estremamente difficile. Dando uno sguardo retrospettivo sul punto di contesa nella discussione del problema della difficoltà, ricordo che proprio il concetto di estremamente difficileera venuto instabile; poiché ciò che per un minor sviluppo della tecnica d’arrampicamento nelle guide e nell’opinione alpinistica valeva come estremamente difficilevenne più volte superato per lo sviluppo successivo, fino a che, in conclusione, con Preuss, Dülfer ed altri venne quasi raggiunto quel limite massimo che essenzialmente non poteva più venir sorpassato”.

Il Welzenbach di Monaco, uno dei maggiori e più completi esponenti dell’alpinismo attuale, dichiarò esplicitamente che in generale con i successi del dopo guerra il più alto limite cui può arrivare un uomo è già pressoché raggiunto.

Tutti i maggiori arrampicatori che hanno estesa la loro esperienza delle massime difficoltà ad una serie completa di confronti, e di essi prossimamente parleremo, hanno constatato il restringersi della progressione dei valori.

Il fatto che la scalata della parete sud-est della Fleischbank e quella della diretta parete nord-ovest della Civetta, sono, come abbiamo detto, l’espressione concreta della immediatezza del limite reale dell’arrampicamento in roccia, risulta da una constatazione del tutto positiva, così sicura come il riconoscere in diversi sport atletici che il graduale abbassamento dei record restringendosi sempre più, finisce con lo spostarsi di quantità minime, nonostante gli sforzi, la tecnica, l’allenamento e le selezioni individuali. Tanto minime che certi record mondiali sentono, si può dire, l’immediatezza del limite reale del possibile nella rispettiva specialità.

Ciò è rigorosamente conseguenza della limitatezza dell’organismo dell’uomo e della relativa costanza del tipo nella specie umana.

Se le minime frazioni della fase terminale del progresso possono, negli sport atletici, per il carattere dinamico più elementare di questi, venir meglio osservate e misurate con strumenti, e presentare un notevole interesse, nello sport dell’arrampicamento invece, dinamicamente e psicologicamente molto più complesso e più completo, in questo senso l’unico in realtà completo, interessano soltanto categorie di valori praticamente differenziabili e sperimentabili. Nella incomparabile ricchezza di elementi di valore che compongono la realizzazione di una scalata, le minime frazioni elementari dinamiche non possono riconoscersi, tanto più che lo sport dell’arrampicamento nella sua essenza unitaria riunisce nello stesso individuo l’esecuzione e la valutazione, in una sintesi il cui significato di responsabilità, di moralità e di nobiltà appartiene evidentemente ad un ordine assai elevato.

Il livello di valori stabilito dalla scalata della parete sud-est della Fleischbank e da quella della diretta parete nord-ovest della Civetta potrà venir superato da altre scalate, ma la progressione è ormai così strettamente asintotica che ogni avanzamento sarà così limitato da non determinare alcun distacco di categoria. Anche non escludendo che possano apparire arrampicatori meglio dotati di tutti quelli finora noti, e tali da costituire una cordata con una eccellente preparazione, non si potranno realizzare che delle nuove imprese in cui la continuità delle difficoltà è spinta alquanto più innanzi, ma, permanendo nel campo del puro arrampicamento, imprese pur sempre praticamente esprimibili nella medesima categoria dell’estremamente difficile che abbiamo specificata.

E’ però fondamentalissimo che si permanga nel campo del puro arrampicamento, i principi fondamentali del quale abbiamo esposti nel nostro primo studio introduttivo, poiché i risultati ottenuti in qualsiasi sport hanno senso soltanto se riferiti a delle norme fisse che caratterizzano e differenziano ogni sport.

Nessun sportivo cadrà mai nell’assurdità di confondere, ad esempio, i valori ottenuti nel salto con i soli mezzi naturali da quelli ottenuti nel salto con l’asta. Sono tutti salti ma sono cose ben distinte. In alpinismo invece, assurdità di questo genere si vedono sovente.

Cioè non vengono ancora differenziate le varie specie di salite, il vario impiego di strumenti come: i ramponi, la piccozza, i chiodi, ecc. Lo sport dell’arrampicamento è l’aspirazione e la esigenza alla pratica della montagna con la massima purità di stile, con precisi criteri valutativi, nuda espressione atletica e spirituale dell’uomo.

Va altresì fatto presente che nelle considerazioni qui esposte abbiamo ritenuto la cordata, forma normale del procedere in roccia. Non solo l’accordo tecnico di due arrampicatori apporta grandissimi vantaggi rispetto all’arrampicatore isolato, ma anche l’accordo spirituale che può stabilirsi tra i componenti di una cordata ha una influenza molto favorevole sul rendimento, per l’effettuazione delle più difficili arrampicate. E questo vale – ci dichiarò lo stesso Solleder – anche indipendentemente dalla possibilità di alternare il comando della cordata.

L’arrampicatore solitario deve maggiormente lottare con le varie resistenze psichiche, onde l’ignoto, l’esposizione e la fatica si traducono come pericolo, perché egli nel lavoro d’assicurazione si trova sempre in condizioni di inferiorità rispetto ad una cordata.

Già assai notevole è quindi la scalata della parete nord-est della Punta Emma compiuta da Tita Piaz nel 1900; e più notevole ancora la conquista della parete est del Campanil Basso di Brenta effettuata nel 1911 da Paul Preuss, senza chiodi e da solo. Sopra tutte le imprese di arrampicatori solitari sovrasta però la scalata della famosa fessura sud-orientale della Fleischbank compiuta dal Dülfer nel 1913 della quale parlammo addietro. Diciassette anni sono ormai trascorsi da questa memorabile impresa, e la fessura Dülfer della Fleischbank venne già ripetuta una trentina di volte. Ma furono sempre delle cordate e mai arrampicatori isolati. Perfino scalatori che avevano ripetuto tutte le più difficili arrampicate del Kaisergebirge, compresa la parete sud-est della Fleischbank, non osarono ripetere da soli il Dülferriss, pur provandovisi anche dopo averlo già scalato come capicordata .

Questi fatti dimostrano appunto quanto strettamente asintotica è stata la moderna progressione dell’arrampicamento. Le massime imprese recenti, come la parete sud-est della Fleischbank, esprimono quell’estremo impegno delle forze umane che la tecnica di assicurazione ha reso possibile con la riduzione delle resistenze psichiche aumentando il rendimento fisico fino a far sentire l’immediatezza del limite reale del possibile. E’ ben chiaro però che la grandezza di Dülfer resta sempre assai vicina al nostro tempo e non teme i giudizi futuri.

E specifichiamo poi ancora essere estraneo all’arrampicamento tutto ciò che è derivabile dall’introduzione di nuovi mezzi artificiali, non solo, ma nessun spostamento del limite reale del possibile poter risultare ulteriormente impiegando gli stessi mezzi propri all’arrampicamento, poiché, quanto in tale impiego oltre superare delle resistenze psichiche, è trasformazione delle condizioni fisiche del percorso, nell’apprezzamento dei valori va riferito alle condizioni già trasformate.

L’arrampicamento attuale: dal 1926 al 1930
Con le considerazioni svolte possiamo finalmente interpretare le esperienze del periodo più recente dell’arrampicamento.

Anzitutto i criteri di relatività della difficoltà dei singoli punti permettono di rendersi conto della secondaria importanza di certe indicazioni di difficoltà ristrette a semplici passaggi, a piccole scalate e varianti.

Poi, nella effettuazione di confronti tra nuove arrampicate compiute per la prima volta e ripetizioni di altre scalate, pur presupponendo la normale costanza delle condizioni della roccia e quel perfetto allenamento che garantisce l’uniformità del rendimento individuale e ne da la coscienza, a parità di impressione generale, la ripetizione va giudicata assai più difficile. Appunto perché una nuova scalata, e ciò specialmente nelle arrampicate moderne più difficili nelle quali c’è sempre un certo uso di chiodi, l’impressione generale risulta sempre sovraccaricata dal lavoro di chiodatura e di scoperta, sovraccarico tecnico, fisico, che viene ancora notevolmente aggravato dalle maggiori resistenze psichiche provocate dal senso dell’ignoto.

Così l’annuncio che un’attuale nuova scalata è risultata ai primi salitori difficile quanto, ad esempio, quella della parete sud-est della Fleischbank o della diretta parete nord-ovest della Civetta, siccome il riferimento a queste due salite non può consistere che nella loro ripetizione, esso annuncio non proverebbe altro che la nuova salita in questione è sensibilmente inferiore alle due predette. E ciò indipendentemente dal restringersi asintotico ormai inerente agli eventuali ulteriori progressi delle arrampicate moderne.

I primi salitori devono sottrarre dalla loro impressione generale tutto il lavoro di chiodatura e di scoperta, riduzione che richiede una coscienza tecnica perfetta, e possibile quindi soltanto ai più competenti. I più sicuri confronti riescono perciò tra ripetizioni e ripetizioni. Con tale precisione e completezza di criteri valutativi, con la conoscenza dei molti confronti presentemente fatti, il periodo attuale consente un esame sicuro e conclusivo.

Diciamo subito espressamente che lo studio e la comparazione delle imprese effettuate nel periodo 1926-1930 provano che non è stata compiuta nessuna nuova arrampicata essenzialmente superiore a quella della parete sud-est della Fleischbank e della diretta parete nord-ovest della Civetta, pur essendo state realizzate conquiste veramente grandiose, come ad esempio: la diretta parete nord della Lalider, la diretta parete nord della Dreizinkenspitze, la direttissima alla Cima della Busazza dalla Val dei Cantoni ed altre che studieremo.

La nostra esposizione storica della progressione dell’arrampicamento dovrebbe dunque ora essere, se non assolutamente finita, almeno sospesa. Sarà tuttavia utile e interessante vedere in sintesi lo svolgimento dell’attività arrampicatoria più elevata durante il tempo attuale, poiché, pur non risultando alcun avanzamento dei massimi valori, il propagarsi negli scalatori di una tensione sempre più acuta di sforzi e di volontà, quale intima aspirazione a sentire l’immediatezza del limite reale del possibile, attesta, anche presso di noi, un senso di vitalità e di potenza di cui lo sport dell’arrampicamento più che ogni altro è rivelatore.

Rimandando al prossimo studio l’esposizione del predetto svolgimento con la presentazione delle scalate e degli scalatori più salienti dell’epoca attuale e quindi pure con la giustificazione del risultato comparativo or ora accennato, consideriamo adesso soltanto la fisionomia generale del presente periodo.

Oggi ancora, alla fine del 1930, possiamo dire che nell’insieme, per valore e per importanza, predomina sopra tutti l’arrampicamento tedesco, sempre guidato dalla scuola di Monaco.

A dimostrare questa prevalenza stanno dei fatti così significativi che devono essere rilevati e che dovrebbero venir profondamente meditati.

Le ripetizioni del magnifico e straordinariamente difficile itinerario con cui Dülfer nel 1912 – come altrove precisammo – conquistò la liscia e impressionante muraglia orientale della Fleischbank, aprono ora il quarto centinaio! Mentre non esiste un itinerario della medesima difficoltà, cioè pari alle estreme scalate dolomitiche di anteguerra, del quale si arrivi a contare mezza dozzina di ripetizioni italiane.

La diretta via Dülfer sulla parete ovest del Totenkirchl conta adesso circa centocinquanta ripetizioni! Orbene, un itinerario parimenti difficile, cioè, riferendoci alle Dolomiti, della stessa difficoltà della via Rossi-Simon sulla diretta parete nord del Pelmo come venne giudicata dal Rossi, con più di un paio di ripetizioni italiane non c’è ancora.

Il Dülferriss della Fleischbank, abbiamo detto, è stato ripetuto una trentina di volte. E passando alle imprese estreme, troviamo che le ripetizioni della via Schüle-Diem alla Cima Nord del Predigtstuhl s’avvicinano alla trentina, quelle della via Fiechtl-Weinberger alla stessa cima raggiungono la ventina, e, pure a una ventina circa salgono quelle della parete sud-est della Fleischbank. Cifre che sono un’attestazione veramente meravigliosa dello sviluppo e dell’altezza dell’arrampicamento nel Kaisergebirge. Ed altri splendidi risultati potremmo aggiungere per altri campi d’azione della scuola di Monaco.

I percorsi italiani di vie estreme si possono contare complessivamente sulle dita, ma tutto ciò che è stato fatto è proprio opera del periodo attuale, puro intimo fervore di elevazione che si è vittoriosamente liberato dalle deficienze di una tradizione debole.

Soltanto una limitatissima avanguardia italiana è pervenuta ai valori estremi, ma vi è arrivata. E’ sola, ma è una avanguardia.

L’arrampicamento francese, così quello inglese e altri, sono ormai di gran lunga sorpassati dall’arrampicamento italiano.

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Storia dell’arrampicamento – 07 ultima modifica: 2019-05-18T05:45:19+01:00 da GognaBlog

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