Storia dell’arrampicata romana – 4

Storia dell’arrampicata romana – 4 (4-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 14
Primi di ottobre 1985. La scoperta della libertà.
Non è facile da descrivere. Ti arriva addosso come una tempesta, la libertà. Oppure come un vento leggero, quasi impercettibile. La scopri all’alba. Oppure in piena notte. Una bella notte scura di ottobre, col cielo limpido e tante stelle, mentre nel buio ascoltiamo i Level 42.
La macchina di Andrea risale le curve di una strada vicino Finale Ligure, dopo un ricco piatto di trenette al pesto in trattoria ce ne torniamo alla nostra locanda, ai nostri sacchi a pelo. Accanto ad Andrea, che guida costantemente con una sola mano sul volante, c’è Laleh. Dietro, messi un po’ stretti, io e i due Roberti. Prima di dormire ripensiamo alla giornata di oggi, parliamo ancora un po’ di vie e di passaggi, e già sogniamo, mentre gli occhi si stanno per chiudere, l’indomani.
Ma facciamo un piccolo passo indietro. Una settimana prima.
“Papà, volevo dirti che tra qualche giorno parto. Vado ad arrampicare in Francia con degli amici. In un posto in Provenza che si chiama Gole del Verdon. E’ un posto molto famoso, bellissimo…”.

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“No Luca, non sono d’accordo. Ma cos’è ora questa storia? Ma come ti è venuto in mente? Siamo a settembre, le vacanze sono finite. E mi sembra che quest’anno ne hai fatte abbastanza. Tra non molto partiranno i corsi all’università. Forse è il caso che cominci a entrare nell’ordine di idee… E poi è autunno, fa freddo. Ma dove vai!”
“Ma papà, proprio perché i corsi iniziano ai primi di novembre… ora non ho niente da fare. Il mio amico Andrea, che è più grande e già ci è stato, mi ha invitato ad andare con lui. Siamo in cinque. C’è anche Medioverme, cioè Roberto, quel ragazzo che è un forte alpinista, e si è iscritto come me a Geologia… E’ un’occasione unica. Si sa che le vacanze dopo la maturità sono le più lunghe in assoluto”.
“Hai diciotto anni, no? Quasi diciannove. Sei maggiorenne, fai come vuoi. Tua madre è d’accordo immagino. Fai come vuoi. Comunque sappi che non hai il mio assenso”.
Ah, sai che m’importa se non è d’accordo. Ma come potrebbe capire questa cosa, del resto? Non l’ha mai vista, lui, una foto del Verdon. Luna bong, Dingomaniaque, Pichenibule, Fenrir, Chrysalis: questi nomi per lui non significano niente. Ma per me sì. Conosco a memoria le foto del libro di Edlinger. Il Verdon è in questo momento, molto semplicemente, il mito. Sta sul gradino più alto nella scala dei miei desideri.
Tutti i miei sogni più astratti e inafferabili, tutte le mie ambizioni, la mia voglia di vivere, convergono simbolicamente nell’arrampicata. E tutta l’arrampicata tende a sintetizzarsi, a trasfigurarsi, in quest’unico punto, quest’unico nome, Verdon. Vedo più erotismo in una scarpetta di Edlinger che gratta su quel calcare magicamente grigio, che in qualsiasi minigonna delle mie coetanee.
Nell’ultimo anno di liceo si sono fatte avanti, con modi diversi, oltre a Valeria, un’arrembante Patrizia, una timida Laura. E io? Niente. Sogno forse un angelo, la donna ideale. Ma intanto guardo le immagini di quelle dita scorticate e fasciate di cerotti, quegli spit messi in fila sopra 300 metri di vuoto. Quell’ubriacatura di placche strapiombanti, di fessure, di gocce.
Io voglio il Verdon. E questa occasione non la perderò.
Partiamo da Roma con la 127 azzurrina di Andrea Dibba. Gomme quasi lisce: poco dopo Genova buchiamo e ne cambiamo una. Quella di scorta è ancora più liscia. Per spezzare il viaggio facciamo tappa a Finale. Andrea saluta alcuni amici. Facciamo una giornata di arrampicata a Monte Cucco, e ripartiamo la mattina dopo.
Arriviamo nel pomeriggio a La Palud. Il campeggio di sotto, quello più bello e “turistico”, è chiuso. E’ aperto soltanto quello sopra, più piccolo. Pieno di arrampicatori di ogni angolo di Europa. Tantissimi spagnoli, che hanno fatto una specie di campo a sé. Ma poi tedeschi, olandesi, inglesi.
Il campeggio è davvero piccolo, le tende stanno l’una accanto all’altra, e il clima è a dir poco umido. I bagni sono in condizioni tali da suscitare qualche vibrante protesta di Laleh nei confronti di Andrea. Io mi sento afferrato da una sorta di energia elettrica, di frenesia, un continuo batticuore, come quando da piccolo vai al Luna Park e stai per salire sulle montagne russe.
“Dai, sbrigatevi a piantà ‘sta tenda – sbotta Andrea – che dopo, visto che c’è luce, vi porto a vedere il Canyon. Domani andiamo a fare una bella cosa per cominciare: Pichenibule“.
L’arrivo alla sommità della Falaise de l’Escalès è davvero impressionante. Si segue una strada che in apparenza è uguale a tante altre strade di campagna. Colline di qua e di là, campi di lavanda, profumo di Provenza. Poi così, all’improvviso, un tornante. “Ecco – dice Andrea – scendiamo qui a dare un’occhiata. Qui siamo sopra Mescalito. Un po’ più avanti, all’altro tornante, ci sono le doppie di Luna Bong… Vedrete mo che roba!”.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo al muretto in pietra alternato a robuste doppie sbarre di ferro. Aria fresca sul viso, umidità, un leggero rumore di torrente. E poi lo sguardo che letteralmente vola giù nel vuoto, nel vortice di quei 300 metri di nulla che costeggia la roccia. La parete sembra scomparire sotto di noi. Si fa fatica a seguirla con gli occhi.
Mi sembra impossibile che uno venga in questo posto per arrampicare. L’idea di fare una doppia e calarmi lungo quel muro così ripido, sospeso sopra quel fiumicello esile e azzurrino, mi sembra totalmente insensata: una cosa innaturale, che cozza contro ogni razionale buon senso. Il mio istinto mi dice di tirarmi indietro da quel belvedere. Ho le vertigini, vorrei ripensarci, vorrei non essere qui.
Eppure. Il paradosso. Sono venuto qui per questo. Sono venuto qui per farlo. Per sprofondarmi nella vertigine. Sono qui con il mio imbraco e le mie scarpette, con questi amici, per giocare con quella roccia a strapiombo.
Domani ci caleremo giù, e risaliremo per Pichenibule. Andrea così ha decretato. Ci ha anche rassicurato: tutto 6a, con un paio di brevi tratti di 6c.
“Porca troia, che vuoto!”
Risaliamo svelti in macchina. Cento metri, un altro tornante. Tutti di nuovo fuori ad affacciarsi, a guardare giù verso il fiume, a sentire quel freddo che ti vibra nel corpo. Come in un rito esorcizzante. Siamo sovreccitati. E poi di nuovo in macchina, fino al belvedere più famoso, La Carelle, dove c’è la mitica Papy on sight, il 7c+ liberato da Jerry Moffatt…
Improvvisamente Andrea si volta verso di me. “Luca, dov’è la scatola con le cassette?!”
Le cassette musicali. Le cassette che Andrea s’è registrato una per una, con i suoi gruppi preferiti, con i Level 42 e Jackson Brown, il rock e il blues, ecc. Su ogni cassetta c’è il titolo dell’album, e all’interno tutti i titoli dei brani. Si vede che alle sue cassette Andrea ci tiene molto. Le tiene così, belle ordinate, in una grande scatola da scarpe che sta in macchina. Cioè. Dovrebbe stare in macchina. Ma ora dov’è?
“Cazzo Andrea… Avevo la scatola qui sulle mie ginocchia. Quando siamo arrivati al primo belvedere siamo saltati giù, e credo di aver appoggiato la scatola sul tetto della macchina. Poi siamo ripartiti così in fretta…”.
Altro che brividi. Adesso ho il sangue congelato, di paura e di vergogna. Andrea non dice nulla. Mi guarda dritto negli occhi con un’espressione di ghiaccio. Neanche gli altri osano dire nulla. Risaliamo in macchina e torniamo indietro al primo tornante. Il panico. Le cassette sparse per tutta la strada, aperte, mezze rotte, insomma un gran casino. Un paio non si trovano più…
Questa non so se Andrea me l’ha mai perdonata.
Torniamo al campeggio. La sera andiamo al bar, il bar della piazza di La Palud. Si mangia lì. C’è una botola sul pavimento, e dal seminterrato salgono fumi e pietanze calde: uova, carne, patatine fritte.
Il giorno dopo andiamo a fare queste benedette doppie su Pichenibule. La partenza non fa paura. Una placca appoggiata, che però diventa sempre più ripida. Uso il vecchio trucco di chi va in montagna e soffre di vertigini: non guardo il fondo del canyon, dove gli alberi sembrano ridicoli puntini verdi. Arrivo al massimo al terrazzino venti metri sotto. E poi guardo continuamente il discensore. Guardo gli altri: mi sembrano tutti un po’ più tranquilli di me.
Non ci caliamo fino in fondo, ma fino a un “jardin” intermedio. Dovremo fare così solo 5 tiri. Si comincia ad arrampicare, e va tutto bene. Andiamo in obliquo verso sinistra, sul bordo di grandi strapiombi gialli. Qui la ritirata (con le doppie) è impossibile. Bisogna per forza uscire. Il tiro di 6c di Pichenibule tocca al Ciato, che se la cava egregiamente. Da secondi anche io e Roberto saliamo bene (Andrea fa cordata con Laleh).

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Arriviamo sotto la pancia strapiombante del tiro di artificiale (o in alternativa di 7b+!, grado da cui siamo lontani anni luce…). Davvero impressionante. Non riesco quasi a guardarlo per quanto mi incute timore. Mi sorge un profondo rispetto interiore, ancor maggiore di prima, per gente come Edlinger o Berhault che di lì è passata in libera. Noi si era già deciso che saremmo usciti a destra per Ctuluh, fantastico tiro di 6c+ a buchetti, tecnico. Una placca verticale che tocca in sorte al Medio. Non la fa proprio on-sight (ricordo bene?), però va su, il che non è poco, vi assicuro. Un tiro che mette paura anche da secondi: qui siamo quasi in cima, e l’esposizione è davvero incredibile!
Il giorno dopo è la volta di Surveiller et punir, primi due tiri + uscita per Frimes et chatiments. Il che tradotto vuol dire: 6b+, 6c, 6c+ (o AO), 6a+, 5c. Facciamo cordata io e Medio. (Per la cronaca devo ricordare che a quel momento la difficoltà massima che ho salito in libera è 6b; a vista 6a+…).
Stavolta stabiliamo che il tiro di 6b+ lo fa Roberto, mentre il 6c toccherà a me! Sono abbastanza gasato. Su qualche 6c nostrano (La mistica giraffa, Rank Xerox) mi ero più o meno mosso bene. Sul primo tiro, con la corda davanti, salgo senza fare resting. Lascio Medio in sosta e parto così per una placca grigia strapiombante. Mi fa pensare un po’ a Sperlonga, una roba tipo Prondo prondo, però come tiro è molto più lungo, molto più continuo. Due, tre, quattro spit. “Medio blocca!!!”. Provo a riposarmi un po’, ma gli avambracci sono duri duri.
“Robbe’, non ce la faccio. C’è uno spit lontano e sono stanco. Forse è meglio che vai tu…”.
“Non stare a rompere! Dai, riposati e poi vai, che ce la fai benissimo!”.
Ok. Riprovo. Cazzo che viaggio arrivare a quello spit… Vabbé, ‘sto buco è buono, piede lì, questa tacca la tengo, e su, ancora, ancora, dai, uffa! Mi sto stancando. Aspetta. E ora che faccio, torno indietro? No, sono sfinito. Però sono un metro sopra lo spit, ho paura a dire “blocca”. Dai che ce la faccio ad arrivare. Ancora un poco, no, non ce la faccio. Le mani si stanno aprendo, si stanno aprendo.
E poi un urlo tremendo (di chi precipita e sta per morire) echeggia nelle Gorges du Verdon
“AAAAAAHHHHHHHH!”.
Vedo il cielo, e poi un istante dopo vedo il fiume. Sono a testa in giù, la corda mi è passata non so come sotto l’ascella, ustionandomi vicino al tricipite. Però sono vivo! E stranamente mi trovo appeso quasi giusto sopra la testa di Roberto.
“A Robbe’, mortacci tua… Adesso ti sei convinto che è meglio che vai tu?”.
Sorridiamo. “Sei proprio una pippa!” mi fa. Con la pazienza del vecchio alpinista, neanche ventenne però, col Diedro Philipp nel suo curriculum, Medio si fa passare i rinvii e parte. Qualche breve resting e va su, finché non supera il tratto strapiombante e scompare dal mio sguardo. Parto da secondo, ma sono davvero sfinito, così mi appendo. Da sopra mi arrivano delle urla disumane: “Porco***, puoi evitare di appenderti? Fatti un’autosicura e ti blocchi sugli spit!”.
Quando arrivo in sosta capisco tutto. A Sperlonga siamo abituati a dei tiri di massimo 7-8 spit. Ma qui ce n’erano almeno 11-12. Roberto ha finito i rinvii. L’ultimo moschettone lo ha utilizzato per assicurarsi alla sosta, e mi ha fatto sicura a spalla stando a cavalcioni su di un albero che sbuca in mezzo all’oceano di calcare.
Al Medio gli tocca ripartire, e sta già un po’ avanti quando sotto di me vedo arrivare bel bello, ma anche lui un po’ acciaiato, l’altro Roberto…

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Nei pochi giorni seguenti, abbiamo abbassato un po’ il tiro. Anzi no. Andrea ha voluto farsi un giro top-rope su Papy on sight. Commento: “La pinzata fa davvero schifo, però sono riuscito comunque a fare il lancio!”
Anche Medio si farà calare per andare a toccare quella mitica pinzata (dai e dai, diventerà una delle prese più unte del Verdon!). Io mi astengo invece, per una volta, da un gesto che mi sembrerebbe davvero presuntuoso: mettere le mani su un 7c+…
Mi godo il resto della vacanza. La full-immersion in quel popolo di barbari che sono gli arrampicatori del profondo Nord, specie dopo qualche giorno di tenda… Gli spagnoli che si fanno canne in continuazione… I due francesi a cui Andrea e Ciato danno una bella lezione di biliardino (ce n’è uno al bar), riuscendo a batterli nonostante quelli facciano girella e usino fare – eresia! – il passetto!
Insomma. Proprio una bella vacanza. E la convinzione, oramai sperimentata direttamente, che il Verdon è un luogo F-A-N-T-A-S-T-I-C-O.

Capitolo 15
Dialoghi metropolitani (Inverno 1985/86)
Villa Paganini è un parco abbastanza grande di Roma, vicino via Nomentana (e alla più famosa Villa Torlonia).
C’è una piazzetta dove la sera, dopo cena, ci vediamo con qualche amico. Ci facciamo qualche canna in attesa di decidere cosa fare più tardi. Oppure in attesa che passino le guardie…
Gli occhi vanno spesso verso la strada. Ma per fumare entriamo qualche passo più dentro, protetti dall’oscurità. Seduti sulle panchine.

Voci:
“Dai passa ‘sta canna. Ma che l’hai parcheggiata? Nun se move più…”.
“Oh! e ciaraggione, cià! E dalla, no?”.
“State calmini. (pausa) Sto a fuma’”.

“Oh, io ne giro un’altra…”.
“Dai aspetta, finiamo questa. (pausa) Rega’ io sto tramato.”
“Io ancora devo fuma’!”.
Silenzio.

Andrea Di Bari in azione
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“Ma Paolo s’è visto?”.
“Dice che stasera c’è un concerto al Forte” (Forte Prenestino, centro sociale, ndr).
“Oh ma chi di voi sta’ a veni?”.
Silenzio.
“Rega’, io mi sa che v’accanno. Sono già le 11. Domani vado ad arrampicare”.
“Ah, ti pareva, ‘l’uomo-roccia’… Ma pure gli amici tuoi so’ così, tutti ‘uomini-roccia’ siete? Andate a dormi’ presto… Ve svejate presto… Avete i muscoli…”.
“Chissà se ci stanno pure le ‘donne-roccia’…”.
“Vabbé ma voi, che lo state a prende’ per culo, che ne sapete? A me mi pare fica ‘sta cosa della roccia. Anzi una volta mi ci porti, vero Luca? Oh, l’hai promesso… Non domani, però. Domani proprio non ce la faccio ad alzarmi”.
“Ma a che ora partite?”.
“Boh, di solito ci vediamo alle 9 all’Eur”.
“Alle 9 all’Eur? Questo vuole dire sveglia alle 8… Anzi. Fammi pensare. Sveglia pure alle sette e mezzo, no?”.
“E di domenica…”.
“Tessei matto”.
“Se partivate più tardi, tipo 10, 11, venivo pur’io. Almeno a vede’…”.
“No. Alle 11 devi stare giù a Sperlonga. Sennò alle 5 fa buio e non scali un cazzo”.
“Me sarebbe piaciuto vedevve”.
Silenzio.
“Ma famme capi’ una cosa. Tu sei legato alla corda, no? Da vero ‘uomo-roccia’. Però la corda su in cima chi ce l’ha portata?!”.
“Oh, ma tu non hai detto che stavi a fa’ ‘na canna?”.
Silenzio.
“Guarda un po’ quei fari? So le guardie?”.
“No, è ‘er maranga’”.
“Certo! ‘er maranga’… Co’ quella cazzo di Alfa. Ogni volta è ‘na smartita…”.
“Ciao ragazzi io vado…”.
“Vabbé ciao, ‘uomo-roccia’…”.

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Bar sovrastante la fermata metro Eur Marconi. Domenica mattina, ore 9.10.
“Oh, ciao Massimo! come stai?”.
“Scusate ragazzi, ho fatto un po’ tardi…”.
“Ma andiamo con la tua?”.
“E’ regular. E’ diesel… Avete fatto colazione?”.
“Sì sì. Ma Ignazio veniva? L’hai sentito ieri?”.
“Sì, veniva. Gli ho detto alle nove all’Eur”.
“Oh, che palle, sono quasi le nove e un quarto…”.
“Vai, allora scatta la telefonata. Chi ha una piotta?”.
“A ‘sto giro lo accanniamo… Se sta ancora a casa, ce ne andiamo!”.
“Eh certo, vorrei vede’!”.
“Pronto signora… Mi scusi, è in casa Ignazio? Ah, è uscito… E, ehm, mi scusi, ma da quanto è uscito? Da dieci minuti? Ah, va bene, grazie tante”.

Caffé, sigarette, discorsi su qualche passaggio di Ciampino.
Una sagoma sbuca veloce dalle scalette della metro.
“Oh riga’…” (fiatone). “Vi giuro ho perso la metro. M’è passata davanti agli occhi. Ho provato pure a strillare, ma quello gnente! E poi prima so’ dovuto risalire a casa perché m’ero scordato i soldi, e poi so’ dovuto pure anda’ al bagno…”.
“Vabbé dai, abbiamo telefonato a tua madre. Ha detto che eri uscito da poco… Almeno hai preso i soldi?”.
Risate.
“Sì!”.
“Quanto hai?”.
“Cinquemila lire…”.
“In tutto? Ma solo di benzina saranno quattro-cinquemila lire a testa!”.
“Eh no, eh! C’è Massimo che ha il diesel. Quanto verrà per uno col diesel, duemila? tremila?”.
“Dai su, andiamo che sono le nove e mezza!”.
“Oh ma il Dibba ci stava?”.
“Sì sì, è partito. Alle nove so’ partiti. A quest’ora staranno quasi a Terracina…”.
“Dai vabbé, andiamo”.
“Oh, ma tu ce l’hai la corda?…”.
“A Igna’, ma ti vuoi compra’ sta corda?”.
“Quella vecchia l’ho dovuta buttare perché era un canapo. Su Luca, non sta’ a rompe. Dai che oggi vi ho portato il regalino…” (occhi furbi e ammiccanti)
La Ritmo bianca gira attorno al Palazzo dello sport e prende la direzione della via Pontina.

Capitolo 16
Prima che il Grande Spettacolo finisca, prima che le luci si spengano e tutto rientri nel silenzio, vorremmo saper rispondere a una semplice domanda.
Vale qualcosa quel poco, quel tanto, che ho fatto?
Papà ti piace il mio disegno? Mamma guarda come so saltar giù al volo dall’altalena! Signora maestra, è giusto il mio esercizio? Ho fatto errori nel dettato?
Che voto ho preso? Quanto sono stato bravo?
“Luca dimmi una cosa, una cosa soltanto: sono stata almeno qualche volta una buona mamma?”.

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E poi qualche stupido si meraviglia che un altro stupido dia importanza al grado di una via. Che ci si impunti, che si imbamboli, che ci si ostini, anche a giorni o mesi di distanza per capire se tanto sudore, tanta volontà e tante energie così male indirizzate valgano un sei bi o un sei bi più. Un sette, o un otto, o un quattro meno meno.
Sono arrivato alla sufficienza?
Dove posso ritirare la mia pagella?
E così, dopo che sei stato un bambino come tanti. Dopo non aver vinto nessuna medaglia se non quelle “di partecipazione”. Dopo che a scuola ti sei confuso con altri cento che erano un po’ meglio e un po’ peggio di te. Dopo aver visto che al parco, giocando a pallone, non riesci quasi mai a fare gol e spesso ti mettono in porta. Dopo che hai deciso, alla corsa campestre della terza media, di procurarti almeno qualche minuto di gloria, e sei scattato al via come un forsennato, passando in testa al primo dei cinque giri previsti, ma crollando poco dopo in seconda, terza, decima posizione, fingendo platealmente che sia stata una brutta storta a fermarti, quand’era l’affanno infinito, e del tutto calcolato, di due gambe e un cuore senza particolari virtù.

Dopo che ti sei tenuto dentro, così a lungo, tutta l’ambizione e la passione non ricambiata del più banale terreno simbolico di un ragazzino, lo sport, perché mai sei riuscito a fare quel gradino in più: nel minibasket, dove passavi sempre la palla perché sapevi che nel canestro non sarebbe entrata; nel nuoto, dove nuotavi mediocremente nella media; nel baseball, dove giocavi riserva oppure (nei momenti supremi!) esterno; nella pallavolo, dove ti eri inventato che saresti stato “alzatore”.
Dopo tutto questo.
Ti svegli una mattina a diciannove anni, e pensi che la partita forse non è ancora persa. Pensi: in questa cosa riesco.
Finalmente una cosa, un’unica cosa, in cui riesco.
Forse è perché ‘sto sport lo facciamo in dieci o in venti in tutta Roma. Forse perché tra questi venti, io sono tra i quattro o cinque che l’hanno presa più sul serio.
Forse perché, mi accorgo confrontandomi agli altri, ho le mani piccole: e le mie dita corte riescono ad arcuare e tenere le tacchette, si infilano nei buchetti…
La bilancia dice che peso 60 chili per un metro e settancinque. “Eh! Si vede che hai le ossa leggere!”.
Allora comincio a fare qualche calcolo, per vedere se riesco in extremis, all’ultima fermata della mia infanzia, a guadagnarmi una pagella che sia – per una volta – la prova inconfutabile di un qualche oscuro talento.
Vediamo un po’. Kajagoogoo. Il primo 7a del centro Italia. Ci sono tre salite. Tre almeno quelle dei romani (quelli del nord, Gallo, ecc., non contano: mi sto apparecchiando in testa un piccolo campionato regionale). Primo Stefano, secondo Andrea, terzo Sandro. E poi?
C’è lotta aperta per il quarto posto. Ignazio è quello che sembra esserci più vicino. Siamo fuori dalla zona “medaglie”, è vero. Ma ti rendi conto cosa vorrebbe dire arrivare dopo quei tre? Riuscire a liberare un 7a? (Scala UIAA = VIII grado). Una cosa da sentirsi davvero importanti. Un sogno.
Una domenica, a Sperlonga, guardo con attenzione Andrea mentre sale. Nei tre metri che precedono il passaggio chiave, lo vedo sfruttare dei verticali sulla sinistra. Studio tutto meticolosamente, e registro nella memoria visiva. Guardo dove mette i piedi nel momento in cui deve bloccare sul famigerato monodito (la goccia!). Poi, quando ci incontriamo, gli chiedo ulteriori dettagli.
La settimana dopo ci provo: finalmente quel che mi sembrava impossibile comincia ad apparirmi più umano.
Faccio vari resting, però mi vengono tutti i movimenti, compreso l’ultimo, il più difficile. Ogni alzata di piede, ogni moschettonaggio, ha un suo come e quando. La parete è tempestata di puntini bianchi di magnesia per individuare in fretta i piccolissimi appoggi per i piedi.
Siamo nel novembre 1985.

Sperlonga, 1985
StoriaArrampicataRomana4-7
Ignazio – dicevo – è in vantaggio, e infatti sarà il quarto romano a liberare Kajagoogoo.
Io intanto, su suggerimento di Stefano, sono andato a provare anche Blues per Allah: un tiro a metà del paretone, che supera un breve strapiombo. Valutazione proposta da Stefano: 7a+. Come sempre, due le ripetizioni fino a quel momento: Andrea e Jolly.
Stefano mi ha consigliato davvero bene. Il passaggio mi viene: è un boulder. La settimana dopo (8 dicembre 1985) riesco a farlo in libera. Torno giù dal Mozzarellaro, e lì ha luogo la prima “svalutazione ufficiale ad personam” della storia dell’arrampicata sportiva romana: Andrea mi chiede: “Quanto sarà?”. Non ho il tempo di muovere le labbra e lui prosegue: “7a, vero?”. Certo Andrea, come dirti di no. E’ la prima via che faccio di quel grado. Dimmi pure che è 7a. Io sono felice, e sono il quarto in assoluto ad esserci passato.
Trascorrono altri sei giorni e riesco a liberare Kajagoogoo, in un’indimenticabile giornata in cui scalo col Medioverme.
Finalmente la mia pagella risplende. Due setteà!!!
Finalmente una cosa in cui riesco.
No, mi rendo conto, non è più la partita dell’infanzia che mi sto giocando. Quella ormai è chiusa, è andata così.
E’ soltanto un modo per continuare a giocare: giocare nella mia testa ad esser bravo, a riuscire in qualcosa. E giocare con i miei amici, ogni domenica, a chi riesce a passare per primo (o per secondo, o per terzo…) su un passaggio. Giocare a sfotterci l’un l’altro. A farci sicura. A dirci i passaggi. A discutere sui gradi. A fare i “chioppi”. A spaccarci la pelle su appigli taglienti.
Un gioco e nulla più. Innocente, simbolico, spietato e condiviso insieme.
E in quei momenti, sulle rocce di Sperlonga, le luci del Grande Spettacolo brillano come non mai.

Capitolo 17
Un giorno, sotto alla fascia superiore di Sperlonga, mentre sto per partire sul Garage di Giorgio, Ignazio mi guarda e mi fa: “Oh, senti un po’, Bibolacqua…”. E dopo qualche secondo, essendosi già scordato cosa mi doveva dire, “Sì, ecco come ti chiamerò. Bibo, che in latino vuol dire bere. Del resto ti chiami Bevilacqua, giusto?”.
Così è nato Bibo. Che a Roma si pronuncia Bibbo.
Bibbo, Gamberoni, e lo stesso Stefanino, e qualche altro giovane più o meno glorioso. Tutti lì ad uncinare le dolorose gocce di Sperlonga, tutti i santi week-end, e a volte anche in mezzo alla settimana. Ma le ragazze?
Non ci sono quasi ragazze. L’unica carina è Laleh. Le altre si affacciano e spariscono. Nessuna entra a far parte del giro.
Così, nell’autunno 1985, a cavallo tra il Verdon e Blues per Allah, ci facciamo allettare da una proposta che viene dalla Scuola “Paolo Consiglio”. Entrare tutti nella Scuola, per portare forze fresche! Stefano, Jolly, Massimo, Pierluigi, io (e forse qualcun altro?).
Scuola uguale corsi. Corsi uguale pubblico variegato. Pubblico variegato uguale – lo dice la statistica – qualche ragazza!
“Eh sì! Scusa se è poco, bella! Sono appena un Allievo-Istruttore, è vero. Ma guarda che canotta, guarda i miei pantacollant e il sacchetto della magnesite. Salgo sui 6b pure bendato. So fare i lanci e non ho paura del volo. Chi nel CAI potrebbe offrirti di più? E poi, non ti sembra meravigliosamente bello arrampicare? Con me potrai farlo a volontà. Anche tutta la vita. Ti porterò in Verdon e a Yosemite, a Ciampino e pure al Morra. Stai con me bella. Ci divertiremo”.
Così partono le fantasie della sera prima.
E poi la lotta, la prima domenica del corso, per accaparrarsi le fanciulle più avvenenti.
Cristo Santo, ho quasi vent’anni, e ancora non sono stato con una ragazza!
Ma soltanto Stefano riuscirà, alla fine del corso, a scalare e poi mettersi insieme con la sua allieva preferita. Una biondina di nome Paola: intelligente e simpatica, oltre che carina… A me invece piaceva, fin dall’inizio, Isabella, diciassette anni. Ovviamente non le mandavo nessun segnale. Dissimulazione assoluta.

StoriaArrampicataRomana4-8
Ostentata monomania per le placche grigie e lisce.
E sempre pronto a cogliere uno sguardo volto altrove da parte di lei come la prova tangibile, senza appello, del fatto che non le piacevo. Anzi, forse si era accorta del mio interesse (cavolo, mi sono fatto scoprire!), e questo la annoiava e irritava.
Non riuscii a far altro che introdurla, per qualche tempo, in quel pessimo ambiente da caserma che era il giro degli sperlonghiani. Andrea, il sommo Andrea, capì tutto: i miei sentimenti e la relativa delusione. Non fece mancare lo sfottò, chiosando perfidamente l’esuberanza, appena celata da una fruit bianca, del seno di Isabella.
Alla fine le dedicò il nome di una via tra le più dure del momento: Isabella nel paese del peccato, 7b+.
La Scuola, come espediente per rimorchiare, non aveva funzionato. (Ricordo invece che un giorno, a Leano, arrampicai con un ragazzino che sembrava molto portato: Sebastiano Labozzetta. Al corso era iscritta anche sua sorella Silvia…).
Con Massimo decidemmo che era il caso di sfruttare la Scuola per fare ciò che una Scuola deve fare. Così progettammo, e realizzammo qualche tempo dopo, con l’appoggio incondizionato di Marco Geri e Gianni Battimelli, uno dei primi corsi di arrampicata sportiva in Italia.
Però il problema della mancanza cronica di ragazze persisteva.
Rimane storico un episodio, un sabato pomeriggio da Guido (il Mozzarellaro). Saranno state le sei o le sette. Eravamo alla ventesima partita di biliardino. Avevamo ridiscusso per la centesima volta di qualche passaggio di qualche via, e del relativo grado di difficoltà. Girava timidamente qualche canna (“Tanto Guido da mò che ha capito!”). Il juke-box mandava una canzone dei Tears for fears.
Vicino ai bagni c’era una putrella d’acciaio dove si svolgevano gare di trazioni e vari test di forza pura.
Le solite battute grevi, il solito clima da vitelloni. Aspettando le sette e mezza per andare in pizzeria a Gaeta.
A un certo punto entrano dal Mozzarellaro due ragazze. Anzi no, sono tre. Attento, oh! Sono quattro, cinque, sei…
Corri a chiamare il Tantaillo che sta al cesso!
Una decina di ragazze. Tutte con la tuta da ginnastica dello stesso colore. Una squadra di pallavolo.
Avranno sedici-diciotto anni. Ormai sono entrate, hanno ordinato e si sono sedute, quando si accorgono della nostra buffa, insolita presenza. Noi siamo una dozzina, forse quindici. Brutti (?), spettinati, mani spellate e ancora sporche di bianco. Vestiti forse non proprio di “stracci”, ma poco ci manca. Si saranno chieste: ma questi chi sono?
Inevitabile scatenarsi di risatine. Sguardi incrociati fra i tavoli. Giochi rapidissimi ed effimeri di seduzione.
La leggenda vuole che sulla tovaglia di carta, prima di andar via, avessero pure lasciato un messaggio d’amore. Per Jolly. O per Maurizio Tacchi. Chi potrà mai saperlo?

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Storia dell’arrampicata romana – 4 ultima modifica: 2017-01-30T05:39:48+01:00 da GognaBlog

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