Su Marittime, Liguri e Appennino

Su Marittime, Liguri e Appennino (AG 1964-024)
(dal mio diario, 1964)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

12 settembre 1964. Giovanni Guderzo non è stato certo uno dei massimi arrampicatori del dopo-guerra, ma il fatto che il suo nome sia così poco conosciuto a me dispiace. Certo, è la prova che lui non ha mai peccato d’orgoglio. Però è un peccato, perché quello che lui ha fatto nelle Marittime è degno di un grande alpinista. Socio della Sezione Ligure del CAI, ha dimostrato il suo amore per le Alpi Marittime in tanti modi. Era l’ispettore sezionale dei rifugi, forse il più scrupoloso che sia mai esistito, perché ci teneva davvero che i rifugi delle sue Alpi fossero sempre ordinati e puliti. Ha salito un grande numero di cime per pareti ancora vergini, contribuendo così all’inserimento di queste montagne nell’ambiente alpinistico nazionale. Di alcune salire diede relazione, di altre no. Gianni Pàstine, terminata la sua guida Gruppo Argentera-Nasta, ha intenzione di iniziare un’opera lunga e faticosa: la guida delle Alpi Marittime. E di questa c’è veramente bisogno, dato che la guida (Monti d’Italia) Alpi Marittime di Attilio Sabbadini risale al 1934, e quella di Vincent Paschetta è in francese. Ma Pàstine non può fare da solo: ha bisogno di collaboratori e ogni tanto coglie delle occasioni. Il 13 settembre si doveva effettuare la gita sociale alpinistica al rifugio Questa, con ascensioni nei dintorni. Ebbene, in qualità di capo-gita, Gianni vuole mandare una cordata a vedere come è la parete est della Punta Maria: sceglie me e Gianni Calcagno. Guderzo salì questa parete nel 1953 (o 1954) e la definì la più difficile da lui fatta un prima ascensione, con parecchio V grado.

Partiamo da Genova alle 13.30. Siamo Gianni Pàstine con sua moglie, Antonello Muratori e io. Antonello è simpaticissimo e arriviamo in allegria a Terme di Valdieri. Da lì, sempre in auto, fino alla Real Casa di Caccia del Pian Valasco. Ora però piove. Intanto arrivano anche altre auto di partecipanti alla gita sociale. Ci avviamo verso il rifugio Questa 2388 m, sono con Lorenzo Morchio, uno che ha fatto il corso di alpinismo con me questa primavera. Sotto la pioggia siamo raggiunti da Giorgio Vassallo e io proseguo con lui. Tutti pian piano arrivano al rifugio. Dentro siamo stipati quanto mai, perché c’è anche altra gente. Io passo la notte sul tavolo e altri peggio di me.

13 settembre 1964. Alle 4.30 io e Gianni Calcagno ci alziamo, poi però dobbiamo aspettare gli altri. Alla fine partiamo alle 6.05, assieme a Giorgio Vassallo e Stefano Revello, detto Marno, un tipo che descriverò in seguito perché di lui si potrebbe scrivere un poema in chiave eroi-comica. Loro andranna sulla via Ravajoni-Cavalieri alla Est della Punta Umberto, altra punta della Cresta Savoia. Partiamo assieme, ma solo Gianni ed io prendiamo la strada giusta. Così arriviamo sotto la parete est di Punta Umberto un quarto d’ora prima di loro. Gli descriviamo sommariamente la via, ma loro decidono di venire dietro a noi. Così proseguiamo fino alla base della nostra parete. La Cresta Savoia è una successione di punte di ottimo granito, lunga circa 500 m, orientata da sud a nord, che si diparte dalla cresta nord del Caire di Prefouns. Nell’ordine, da sud a nord, contiamo le punte Maria, Giovanna, Mafalda, Umberto e Jolanda. Tutte e cinque presentano a est belle pareti, dai 200 ai 250 metri di altezza, verticali, con belle vie, alcune poco note. Solo la Est di Punta Maria ha solo un itinerario, quello di Guderzo, e questo non è mai stato ripetuto. Non esiste relazione. Alla base della parete, la osserviamo attentamente per capire da dove passare. Marno discute con noi mentre si sta liberando la pancia, una scenetta sua tipica. E’ senza dubbio il più sboccato di tutti quelli che ho conosciuto. Naturalmente, quando attacca a protestare e smoccolare, tutti ridono perché ha un repertorio vastissimo. Prese alcune decisioni, ci dirigiamo verso il cengione basale e da lì, dopo i preparativi preliminari, attacco. Gianni ed io sempre in testa, a comando alternato. Giorgio e Marno non si dimostreranno all’altezza della situazione, specialmente il secondo, che si farà tirare su come un sacco di patate. Nessun incidente nella salita con Gianni, sempre al limite-volo quella di Giorgio e Marno. Gianni è stato davanti nel 2°, 4°, 6° e 8° tiro di corda, io ho concluso con il 9°. Segue relazione tecnica (che qui ometto, mi limito a riportare la valutazione generale TD, le 4.30 ore impiegate, i 16 chiodi piantati, NdA).

In vetta, Gianni e io aspettiamo circa un’ora e mezza i due compagni, poi scendiamo per la facile via comune nel Vallone delle Portette. Piove. Correndo, arriviamo al rifugio dove sono tutti gli amici che hanno fatto la cresta del Caire di Prefouns e che sono già tornati. Dicono che hanno sentito le urla di Marno! E la distanza non è poca… ce lo vengono a dire a noi che abbiamo dovuto sorbircele per tutta la salita!

Comunque ormai è finita, e io sono felicissimo per due ragioni: a) ho concluso una bellissima salita in cordata alternata, forse la più difficile che ho mai fatto; b) ormai sono considerato qualcosa nel CAI, da tutti, anche dai migliori.

E questa sarà ambizione, sarà orgoglio, però io sono felice, soprattutto per un’altra ragione. Io non sono nessuno in nessun campo, neppure in famiglia posso dire di essere a mio agio. Le sole persone che frequento volentieri sono i miei amici del CAI e il fatto di essere trattato alla pari dei migliori mi colma di fiducia in me stesso, cosa che spero di riversare a profitto non solo nella mia attività alpinistica, ma anche in quella scolastica. Perché da lungo tempo non avevo troppa fiducia in me stesso, solo nell’estate del 1964 mi sono risollevato, e una gran parte di ciò è successo sulla Est di Punta Maria.

20 settembre 1964. Con Giampietro Guglieri e mio cugino Vincenzo Gandolfo, con due moto partiamo da Borgomaro alle 5.40 e arriviamo e arriviamo al bivio Carnino-Upega alle 7.45. Questa volta non vogliamo strapazzare i mezzi, così li lasciamo lì e c’incamminiamo per Carnino. Il tempo è abbastanza buono esaliamo in fretta. In un attimo siamo a Carnino Superiore e da lì, con il sentiero 101, filiamo verso il Pian Ciucchea, prima della Gola delle Chiusette. Dal piano saliamo veloci verso il Passo delle Mastrelle 2000 m c. per la traccia di sentiero 106. Dopo un breve riposo ripartiamo e, attraversando tutta la Conca di Piaggiabella, arriviamo alla Colla del Pas 2342 m. Il tempo è sempre buono. Scendiamo al Lago Rataira e da lì, imboccando un canalone erboso, arriviamo alla Porta Marguareis 2300 m c. Qui si dischiude la meravigliosa visione sulle pareti nord del Marguareis. Fatte alcune foto, scendiamo nel fondo del vallone (it. 1 dello schizzo), tra giganteschi massi morenici, e da lì andiamo fino alla base del Canalone dei Savonesi, del tutto privo di neve. Anche nel Canalone dei Torinesi la neve si è sciolta. Saliamo per il ghiaione (it. 8 dello schizzo), oltrepassiamo la cengia della Cima Bozano che porta al Colle Bisté, e prendiamo la seconda grande cengia (it. 9 dello schizzo), mediante la quale traversiamo tutta la selvaggia parete nord. A un certo punto vediamo due alpinisti, impegnati nel settore sinistro della parete. Sembrano su una via nuova. Parliamo un poco e riesco a sapere che finora hanno incontrato difficoltà di IV, V e V+ (it. 11 dello schizzo). (Sulla ben successiva guida Monti d’Italia Alpi Liguri, di Euro Montagna e Lorenzo Montaldo, 1979, non risulta una via descritta in quel settore di parete, NdA). Proseguendo, arriviamo al termine del cengione. Seguendo un canale e poi lo spigolo est arriviamo alla vetta della Cima Bozano 2564 m. La via appena seguita è molto facile (I grado), ma assai panoramica. Poi però in cima siamo avvolti dalle nebbie e così scendiamo subito verso la Colla Palù 2520 m c., da cui saliamo alla Cima Palù 2538 m per il fianco nord (I-). Nella nebbia a sud, ci smarriamo un poco ma alla fine arriviamo in fondo, passando in prossimità del rifugio Selle di Carnino. Vincenzo e Giampietro sono stanchi morti. Io, con l’allenamento che ho, sono fresco come stamattina.

27 settembre 1964. Ancora con Giampietro, alle 7.45 siamo già a Pian Ciucchea: ma avvolti in un sudario di nebbia. Camminando più velocemente dell’altra volta (dato che Vincenzo oggi non c’è), arriviamo in un attimo al Passo delle Mastrelle. E qui c’è il sole! La nebbia è tutta sotto di noi.

Le Rocche Bisté con la loro bella parete sud si ergono lontano, a sinistra della Colla del Pas. Sono costituite da: Cresta Bisté, Punta Carmelina, Cresta Ernesta, Punta Emma (elencate da est a ovest). Il Colle Bisté (o dei Sanremesi) interrompe la serie di piccole punte iniziata alla Porta Marguareis. Ci vogliono 30 minuti dal Passo delle Mastrelle per raggiungere la Colla del Pas. Ora è nuvolo e tira un forte vento. Per declivi saliamo alla Quota 2430 m c. della Cresta Bisté e da qui ci appare in un fantasmagorico grigiore tutta la cresta, irta di punte e attanagliata tra due baratri. Giampietro, che è la prima volta che si cimenta con la roccia, ha fifa. Ma io lo convinco a seguirmi, e superiamo così la Quota 2465 m c., la Punta Carmelina (II grado), la Cresta Ernesta (II+), arrivando così all’ultimo spuntone della Cresta Ernesta, sopra il Colletto Est di Bisté. Qui devo tirare fuori una specie di corda dallo zaino di Giampietro: lo assicuro dall’alto mentre scende fino al colletto. Nebbia da tutte le parti. In due lunghezze di corda (II e I grado) siamo in cima alla Punta Emma 2527 m, e da lì velocemente scendiamo al Colle Bisté 2500 m c. Lasciamo la cresta per scendere ora a sud verso la Conca di Piaggiabella. Ed è sotto una noiosa acquerugiola che raggiungiamo il Passo delle Mastrette e poi Carnino.

4 ottobre 1964. Ormai la stagione è quasi finita e, prevedendo brutto tempo nelle Marittime, decidiamo di andare al Monte Penna 1735 m (Appennino Piacentino/Genovese) per fare la Cresta dei Campaniletti, con difficoltà di III e IV grado. La montagna, caratterizzata da una specie di appuntita anticima (il Pennino) è costituita quasi interamente da diabase, una roccia effusiva di colore grigio-verde, spesso ricoperta da muschio e licheni, scivolosissima se umida. Ora è assai friabile, ora è molto compatta, sempre molto difficile da chiodare.

In auto, siamo io, Gianni Pàstine e signora, Gianni e Lino Calcagno (quest’ultimo in licenza da servizio militare). Nell’altra macchina di Giorgio Devoto, ex-allievo del corso di alpinismo, è la sua fidanzata Liliana Calura, ma anche Piergiorgio Ravajoni e Gianluigi Vaccari. Ci sarà anche Giorgio Vassallo, con un suo amico. Arrivati alla Casa Forestale del Penna, aspettiamo gli altri. Il tempo è cattivo, con nebbia fitta e densa. In poco tempo, senza che piova, siamo bagnati. Comunque partiamo. Le due donne se ne guardano bene e rimangono nelle macchine. Ravajoni e Vaccari sono muniti dell’occorrente per grandi salite. Vogliono infatti completare la loro salita alla parete ovest del Pennino. Infatti Euro Montagna, nella sua guida, dà quella parete come non ancora salita. Così tempo fa Piergiorgio e Gianluigi, con Augusto Martini, avevano tentato. Ne avevano fatta metà con difficoltà estreme, poi si erano calati in doppia. Ora Piergiorgio e Gianluigi intendono portarsi per una cengia al punto raggiunto l’altra volta e da lì proseguire verso la cima. Non se la sentono di rifare quello che avevano salito l’altra volta su roccia completamente marcia. I cunei entravano e i chiodi anche, ma bastava scuotere la corda perché si togliessero. Al limite volo ogni momento.

Noi invece, più prudentemente, date le condizioni spaventose della roccia, ci dirigiamo verso la cresta nord-nord-est che, dalla Forcella del Penna, va in cima con una successione di salti. La roccia è davvero invasa dai licheni, con quest’umido è praticamente impossibile l’aderenza. Mi lego con Gianni Calcagno e Giorgio Devoto, Gianni Pàstine con Camillo (Lino) mentre Giorgio Vassallo va su con il suo amico per il sentiero.

Mi dirigo verso il primo saltino, che supero molto male, con un chiodo. Naturalmente non seguo la logica del facile, cerco anzi le difficoltà per divertirmi di più. Infatti Gianni Pàstine è già sopra di noi, avendo aggirato il risalto. Non si sente affatto sicuro, pur avendo fissati agli scarponi degli aggeggi simili ai ramponi, detti tricuni, che in teoria dovrebbero facilitare la roccia bagnata. Visto l’andazzo, ora Pàstine non si sente di affrontare da primo il secondo risalto, così chiede a me di legarmi con lui. Camillo prende invece il mio posto. Con sicurezza inizio a scalare sul risalto, veloce. Pianto un chiodo “da erba” lungo 25 cm, e continuo, sempre cercando di collegare i punti più difficili. La scivolosità raggiunge valori quasi insostenibili. Faccio venire Gianni, poi ancora un salto, non troppo difficile, ci porta sotto all’ultimo salto.

Voglio prendere a sinistra, per una traversata liscia, senza appigli, che richiede l’aderenza che non c’è. Mi allontano una dozzina di metri da Gianni Pàstine, ora se cado faccio un voletto di 8 metri circa. Nella luce irreale di questo scenario, con la mia bustina militare in testa e con la mia sicurezza, a Gianni sembro un tedesco. E mi interpella: – Ehi, Deutschland, meglio che torni indietro! E poi agli altri, che intanto lo hanno raggiunto: – Ma come fa a stare là sopra, io non capisco. Lui fa aderenza anche dove è impossibile farla…

Il Pennino, la Forcella del Penna e il Monte Penna, da nord e in condizioni invernali

Nel frattempo, contrariamente alle apparenze, io sono in posizione abbastanza precaria: e vedo che è impossibile continuare senza rischiare. Tra l’altro poi, nel seguirmi, Gianni volerebbe di certo: quindi meglio tornare. L’impresa della ritirata è compiuta sotto gli occhi ammirati dei compagni, ma non aspetto alcun commento per attaccare subito da un’altra parte.

– Ma… mia cum’u sa’ta… nu ghe capisciu ninte!

Intanto io pianto un chiodo su un salto di V grado e proseguo veloce su uno spigolo, senza appigli. Sono in cima. Gianni, imprecando contro la roccia, mi segue. In cima non stiamo un gran che, preferiamo scendere alla Forcella del Penna. Gianni attacca le roccette ed esce in vetta al Pennino. Proprio nello stesso momento in cui escono anche Piergiorgio e Gianluigi. Non contenti, tutti e sette scendiamo e attacchiamo lo spigolo sud-est del Pennino. Con due lunghezze, cercando i punti più difficili, ne abbiamo ragione (con tre chiodi). Seguono gli altri. Gianluigi e Piergiorgio scendono, noi ci attardiamo ancora a superare uno strapiombo sulla cresta sud-sud-ovest che la guida di Euro dà di A1 e IV. Quindi bisognerebbe usare una staffa. Ma Gianni Calcagno, alto di statura, era riuscito un’altra volta a superarlo senza. Una sfida, per me: Con questa roccia fradicia, parto. Procedo per due metri e sono tutto in fuori. Racconto solo che per superarlo ho dovuto fare una spaccata con le ginocchia, perché con i piedi non si poteva. Le mani su quella roccia viscida e sfuggente non tenevano nulla. E’ stata una scena fantastica. Nessuno dei miei quattro spettatori pensava che ce l’avrei fatta. E il muto commento mi fa capire di aver colpito duro. Dopo un po’ Gianni: – Quello passa dappertutto!

Anche Camillo tenta, ma desiste. E’ l’ora di tornare alle auto.

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Su Marittime, Liguri e Appennino ultima modifica: 2017-12-22T05:05:51+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Su Marittime, Liguri e Appennino”

  1. 3
    Maria Antonietta Porfirione Todaro says:

    Carissimo, grazie per questi scritti che mi ricordano momenti indimenticabili e felici. Eri già un grande scrittore capace di mirabolanti analisi. Mi ha commosso la tua citazione di passaggio a Borgomaro verso le tue scorribande alpinistiche. È il paese di origine di mio padre dove rimane ancora un pezzetto del mio cuore. Come rimangono nel mio cuore i tanti amici cari che non ci sono più. Un grande abbraccio natalizio a te e famiglia.
    da facebook 25 dicembre 2017

  2. 2
    Giancarlo Venturini says:

    Grazie..”Alessandro ” ancora per queste letture , e Foto .

    Colgo l’occasione per Augurarti..”Serene Festività “..!  Con Aff. e Stima..G.Carlo

  3. 1
    Luca Visentini says:

    Siccome di là si stanno accanendo sull’Islam e l’Occidente, ti dico almeno che in questi disegni e in questi schizzi topografici (del 1964!), mi ci ritrovo. E queste foto in bianco e nero appaiono più intense e naturali di quello oggi patinate e a colori.

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