Sui monti per scelta

Un fenomeno che per il momento non è segnato da grandi numeri. Ma nelle valli alpine italiane pare che negli ultimi anni la tendenza al ripopolamento si sia consolidata. Grazie soprattutto all’insediamento di nuovi abitanti che hanno deciso di trasferirsi in montagna o di ripercorrere in direzione opposta i passi dei propri familiari. Chi sono, e che cosa cercano?

Mucca a Malga Fiorentina

 

Qualcosa si muove anche sul fronte delle Amministrazioni. E’ di questo febbraio 2016 la notizia (pubblicata da Mountcity.it il 18 febbraio 2016) che “L’ERSAF, Ente regionale per i servizi all’agricoltura e foreste, concede 33 alpeggi collocati all’interno delle 20 foreste di Lombardia gestite per conto della Regione secondo quanto previsto dalla delibera n. 174 Aggiornamento dei criteri e delle modalità per la concessione delle malghe e degli alpeggi di proprietà di Regione Lombardia per l’esercizio delle attività di alpeggi approvata dal Consiglio d’amministrazione di ERSAF il 27 novembre 2015. Ai vincitori del bando viene concessa l’area e la struttura annessa per le attività silvo-pastorali. Gli alpeggi si trovano su tutto il territorio lombardo; in particolare due sono in provincia di Sondrio nella Foresta regionale Val Masino; uno è in provincia di Bergamo, nel territorio del comune di Mezzoldo (Foresta Azzaredo Casù) e gli altri sei in provincia di Brescia – cinque nella Foresta ValGrigna, nei comuni di Esine, Berzo, Bienno e Bovegno; uno in comune di Bagolino (Foresta Valle Vaia) e due nella Foresta Gardesana occidentale, nei comuni di Gargnano e di Tremosine. Una significativa novità riguarda i giovani agricoltori (18-30 anni alla data di inizio concessione) per i quali, limitatamente al primo triennio, in relazione all’onerosità degli impegni gestionali, è prevista una sensibile riduzione del canone di affitto. Si tratta di un incentivo forte e concreto ai giovani per lavorare e vivere in montagna, condizione essenziale perché la montagna continui a vivere.
Un’altra opportunità per chi ha meno di 35 anni ed è appassionato di Alpi riguarda la prima edizione di ReStartAlp: un campus residenziale gratuito per giovani aspiranti imprenditori sulle Alpi. Con questa iniziativa, Fondazione Edoardo Garrone e Fondazione Cariplo offrono la concreta opportunità di avviare la propria impresa nelle filiere produttive tipiche del territorio Alpino.Il campus si svolge a Premia (VCO) dal 20 giugno al 30 settembre 2016. L’offerta formativa, gratuita e di alta qualità, si compone di lezioni in aula, laboratori di creazione d’impresa, attività di mentorship, testimonianze e un’escursione di studio. Al termine del percorso formativo, sono previsti incentivi per le migliori start-up, inoltre Fondazione Edoardo Garrone mette in palio premi per un totale di 60.000 euro“.

Sui monti per scelta
I nuovi abitanti delle Alpi
di Maurizio Dematteis
(pubblicato su Alpidoc n° 83-84, aprile 2012)

«Trent’anni fa se ne andavano tutti dalle nostre valli alpine. E restava il “mondo dei vinti”. Case disabitate, terreni incolti e abbandono. Ma noi non volevamo accettarlo. Abbiamo fatto una scelta dura, in controtendenza, con momenti difficili. Ma oggi non siamo più in pochi. E per quanto mi riguarda penso rifarei la stessa cosa».

Aldo Macario, allevatore di pecore e capre con azienda a Chiusa Pesio e alpeggio in Valle Gesso. Foto Nanni Villani.
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Aldo Macario, oggi titolare insieme con la moglie Marilena Giorgis di un’azienda agricola di produzione formaggi con sede a Chiusa Pesio, racconta quella scelta coraggiosa. «Era la fine degli anni Settanta» ricorda Marilena «e Aldo voleva fare una comune con i suoi amici. Una cooperativa con pecore, formaggi e telai. Io li ho raggiunti perché ero appena andata via di casa. Avevo finito il liceo classico e mi ero iscritta a medicina. Ma ho subito capito che quell’ambiente non faceva per me».

A trent’anni di distanza Marilena e Aldo sono rimasti fedeli alla scelta iniziale. Gli amici si sono pian piano “sfilati” perché, ricorda Aldo, «nel frattempo chi è entrato in posta chi in ferrovia. E finiti gli anni Settanta nessuno voleva più fare la cooperativa». Oggi, con i tre figli, allevano 240 pecore, di cui 120 da mungere due volte al giorno, 50 capre, e fanno i formaggi. Hanno una cascina con stalla e caseificio di proprietà a Chiusa Pesio e vanno ogni anno in alpeggio alla Vagliotta, in Valle Gesso.

Timido ripopolamento
La famiglia Macario fa parte delle avanguardie di quel movimento definito da studiosi come Romita e Nùnez (2009) i “nuovi abitanti” delle Alpi, cioè soggetti che scelgono di vivere in modo permanente in un’area rurale cercando una migliore qualità della vita. Un fenomeno nato alla fine degli anni Settanta, in contemporanea alla crescita del movimento hippie, che negli anni Ottanta assume una prospettiva diversa, diventando «una delle tendenze socio-culturali più caratteristiche della postmodernità, fenomeno legato alla crisi dell’urbanesimo occidentale, reazione al degrado ecologico e sociale della città moderna» (Salsa, 2007). E proprio grazie a questi fenomeni, nelle valli alpine del Nord-ovest italiano, e in specifico in quelle cuneesi, pesantemente interessate in passato dal declino demografico, si stanno oggi registrando interessanti cambiamenti. Laddove tra il 1981 e il 2000, come fotografava una delle carte proposte da Werner Batzing (Le Alpi. Una regione unica all’interno dell’Europa, Bollati Boringhieri, 2005), la tendenza allo spopolamento cominciata cento anni prima, seppur attenuandosi, persisteva, tra il 2001 e il 2010 la situazione è poi mutata, come si vede dalla carta realizzata da Alberto Di Gioia, dell’associazione “Dislivelli”. Oggi ci troviamo infatti di fronte a un’inversione di tendenza e generalizzando possiamo dire che lo spopolamento viene sostituito da un “timido ripopolamento” dei territori alpini nel Nord-ovest italiano.

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«Esiste un fenomeno di “nuovi abitanti” della montagna» si legge nella presentazione del volume curato da Giuseppe Dematteis, Montanari per scelta, (Franco Angeli-Dislivelli, 2011) «capace in certe situazioni di rallentare, compensare o addirittura invertire le dinamiche di spopolamento. E’ vero che in Piemonte, se si escludono certi sbocchi vallivi, i numeri sono per ora piccoli (specie se paragonati a quelli delle vicine Alpi francesi), tuttavia è tale da far prevedere una loro crescita nei prossimi anni, specie se sarà accompagnata da interventi che rendano le condizioni di contesto della montagna paragonabili a quelle del resto del territorio regionale».

Una tendenza in rapida espansione, pare. Ma chi sono oggi questi nuovi abitanti? Che cosa cercano nelle valli alpine cuneesi? E soprattutto, quali sono i cambiamenti che possono apportare a una realtà socioeconomica da anni in sofferenza?

Marta Canuto e Giorgio Alifredi, produttori di formaggi di capra in Valle Maira. Foto: Archivio Alpidoc.
SuiMontiScelta--MartaCanuto-GiorgioAlifredi,ValleMaira(fotoArchivioAlpidoc)

 

Capre e formaggi
I nuovi abitanti oggi sono persone come Marta Canuto e Giorgio Alifredi, con i loro cinque figli. Marta e Giorgio hanno lasciato Torino nel 1991, con la precisa idea di andare a vivere in montagna. Marta si era appena laureata in medicina, Giorgio, con una laurea in filosofia, aveva un impiego precario come traduttore di testi dal russo. Si sono trasferiti nel piccolo comune di San Damiano Macra, in Valle Maira. «Lavorando con il computer, potevo farlo tranquillamente anche in montagna» ricorda Giorgio. «Poi pian piano ho smesso e ho cominciato a tenere l’orto, le patate, a fare legna con l’idea un giorno di creare un’azienda agricola».

Nel 1998 la famiglia Alifredi lascia il centro di San Damiano per trasferirsi in borgata Poggio, a pochi chilometri di distanza. E finalmente il sogno di Giorgio si realizza: nasce l’azienda agricola Lo Puy, con un centinaio di capre e un caseificio per produrre formaggi. «A me era sempre piaciuta la pastorizia» racconta Giorgio «e mi piacevano i formaggi di capra francesi. Ci siamo orientati sulle capre perché sono gli animali più accessibili dal punto di vista economico e perché è l’unica bestia che può essere tenuta qui al Podio. Il giudizio all’inizio era che fossi un tipo stravagante o un pazzo mantenuto dalla moglie. Perché le capre sono sempre state considerate gli animali dei poveri, e poi noi arrivavamo dove tutti gli altri avevano mollato, e che cosa credevamo di fare? Oggi alcuni ci ammirano, altri continuano a guardarci con perplessità, altri ancora credono che campiamo di contributi, che in realtà non esistono». Una scelta di vita importante per un dottore in filosofia, abituato a svolgere un lavoro di tipo intellettuale. Perché scegliere le bestie vuoi dire «una sorta di prigione voluta, tutti i giorni della settimana, 365 giorni all’anno. Si crea un legame con le bestie anche più forte che con la famiglia».

Nel frattempo Marta ha continuato a fare il medico fino a settembre del 2004. «Allora avevo già quattro figli e facevo molta fatica a occuparmi anche dei miei pazienti» ricorda. «Un giorno ho pensato: i miei pazienti tutto sommato un altro dottore lo trovano, i miei figli un’altra mamma no. Per cui ho mollato. All’inizio il mio stipendio era fondamentale, ma dal 2003 abbiamo iniziato a ottenere un ritorno significativo dalla vendita dei nostri formaggi. Per cui oggi lavoro anch’io nell’azienda agricola: mi occupo delle vendite, gestione clienti, trasporto formaggi e seguo un po’ il caseificio».

L’azienda agricola Lo Puy è una realtà avviata, pluripremiata, che dà lavoro a due famiglie nella borgata Podio. Le tome di capra sono conosciute e apprezzate non solo localmente, tanto che alcuni distributori acquistano il formaggio del Podio per rivenderlo in negozi di Cuneo, Saluzzo, o per spedirlo addirittura nella City di Londra insieme con altri prodotti alimentari d’eccellenza piemontesi. E per cercare di condividere e trasmettere le esperienze vissute, oggi Giorgio è presidente della neonata associazione “Alte Terre”, una realtà culturale che lavora per rimettere l’uomo “al centro” delle politiche per la montagna. Perché oggi «la crisi che stiamo vivendo non è una crisi contingente» ha spiegato il segretario dell’associazione Mariano Allocco, in occasione della presentazione di “Alte Terre” a San Damiano nel luglio dell’anno scorso «non è come le due degli anni Venti del secolo scorso: questa è la prima crisi strutturale della modernità, non sappiamo dove ci condurrà, ma dobbiamo essere coscienti che saranno messi in discussione dei fondamentali dell’attuale civiltà e qui le alte terre possono dare un loro contributo».

Adriana Bruno e Cristian Unia: vivono a Baracco, in Valle Ellero. Foto: Maurizio Dematteis.
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I pendolari
Talvolta i nuovi abitanti delle valli cuneesi sono giovani coppie che decidono volontariamente di rimanere o di trasferirsi in comuni alpini, anche se svolgono lavori non direttamente legati alla realtà locale, come nel caso di Cristian Unia e Adriana Bruno. Tutt’altro che hippy, per età anagrafica e interessi, i due giovani hanno deciso di prendere la residenza a borgata Baracco di Roccaforte Mondovi, in Valle Ellero, a 840 metri sul livello del mare. «Ci siamo stabiliti a Baracco perché mio marito è di qui» racconta Adriana. «Ma all’inizio avrei voluto mettere le ruote alla casa e spostarla giù a valle, a Roccaforte, dove sono nata e vissuta. Poi poco alla volta mi sono ambientata, e ora non andrei più via». Il marito Cristian in realtà spiega di non aver mai avuto intenzione di scendere a valle. «Anche se a volte penso a quando saremo vecchi, alla paura di non riuscire più a farcela. Poi però mi dico: qui campano tutti fino a novant’anni e non è mai morto nessuno perché non aveva il negozio o la fermata del pullman sotto casa. E poi sono stato chiaro fin dall’inizio con mia moglie: in città mai». Cristian ha cominciato a lavorare come muratore a tredici anni, con un artigiano di Norea. «Una decina di anni fa mi sono messo in proprio e faccio carpenteria e manutenzione. Lavoro ne abbiamo tanto, e fino a oggi ho sempre lavorato senza mai uscire dai confini del comune di Roccaforte». Adriana invece è impiegata in una ditta di Mondovi che vende pavimenti in legno: «Mi occupo della gestione delle vendite per il Nord Italia e la mattina per arrivare in ufficio ci metto appena una ventina di minuti. Siamo vicini e ben collegati». Baracco ha sedici residenti nel nucleo principale, altri quattro nelle case intorno e un certo numero di villeggianti, soprattutto liguri e monregalesi, che trascorrono lunghi periodi di vacanza durante le stagioni estive, primaverili e autunnali. D’estate la borgata arriva a ospitare più di cento persone. Va detto che la famiglia Unia non è l’unica coppia giovane a viverci tutto l’anno.

Gli innovatori
A Tetti Chiappello di Robilante, in Val Vermenagna, a metà degli anni Ottanta Sandro Giordano lascia la fabbrica per tornare all’attività agricola in montagna. Il percorso inverso di molti suoi antenati che lasciarono le case per scendere a valle. «Nel 1984 mio marito non sopportava più il lavoro in fabbrica» racconta la moglie Anna Viale. «Abbiamo detto basta, cambiamo vita. E abbiamo deciso di metterci a coltivare fragole. Ma siccome né io né mio marito sapevamo nulla di campagna, ci siamo rivolti al Centro Sperimentale Orticolo di Boves». Comincia cosi l’impresa dei due coniugi, che dopo più di vent’anni di attività, con l’aiuto dei loro tre figli, sono diventati un punto di riferimento nella coltivazione delle fragole nel Cuneese. Anna, nativa di frazione Sant’Anna di Limone, in alta valle, faceva la barista presso gli impianti nelle stagioni invernali. Sandro, originario di Tetti Chiappello, dopo aver studiato presso una scuola professionale come meccanico si era trasferito a lavorare in una fabbrica del fondovalle. «Ho provato a coltivare un terreno per un anno insieme a mio cugino» ricorda Sandro «e la cosa non mi è dispiaciuta. Così abbiamo deciso di cominciare l’attività, puntando sulla fragola perché anche se si hanno a disposizione solo piccoli appezzamenti, assicura comunque un reddito soddisfacente». E poco per volta hanno aumentato il numero di campi coltivati, ristrutturato la vecchia casa di famiglia di Sandro e costruito un nuovo magazzino. Contribuendo ad arrestare il trend negativo che vedeva spopolarsi la piccola borgata. «C’è stato un momento» sottolinea Anna «in cui non c’era più nessuno che risiedesse a Tetti Chiappello». Ma da quando i Giordano sono tornati, altre famiglie, con figli, hanno seguito le loro tracce.

«Nel 1994 l’alluvione ci ha portato via quasi tutte le piantine di fragole» ricorda Sandro.«In quel momento abbiamo seriamente pensato di smettere. Poi ci è venuto ancora una volta in aiuto il Centro Sperimentale Orticolo di Boves, che ci ha consigliato di piantare le fragole rifiorenti e abbiamo superato il difficile momento». Si tratta di un tipo di pianta di fragola che può produrre anche fuori dal periodo canonico, e che ha permesso all’azienda familiare di non perdere l’intera stagione.

Sandro Giordano e Anna Viale coltivano fragole sopra Robilante, in Valle Vermenagna. Foto: Maurizio Dematteis.
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«La coltivazione delle fragole è una vera e propria passione» conclude Anna. «Ci permette di lavorate insieme e di goderci i nostri figli. Quando erano piccoli ce li portavamo sempre dietro, nei campi come al mercato. Ogni tanto ci penso, e mi rendo conto di aver allevato bene i miei figli. Se lavorassi per esempio in un negozio non potrei vederli tutti i giorni a pranzo. Inoltre gli anni in cui tutto fila per il verso gusto è anche un lavoro in cui si guadagna bene. In fondo siamo partiti senza nulla e adesso, pur non essendo ricchi, la casa e il magazzino li abbiamo messi a posto. Non ci manca niente».

Nuove comunità
I cambiamenti apportati dai nuovi abitanti, talvolta, non sono certo di poco conto. Comuni in crisi da anni, che hanno visto morire lentamente le loro realtà socio-economiche e demografiche, si trovano di colpo a dover affrontare problemi opposti come nuove attività economiche da supportare e nuovi nati da gestire. È il caso del piccolo Comune di Ostana, in Valle Po, situato a 1500 metri sul livello del mare, proprio di fronte al Monviso. A fine Ottocento aveva oltre 1400 residenti, dediti ad attività agricole, zootecniche e artigiane. Investito dal «terremoto dell’industrializzazione» che negli anni Sessanta ha causato «l’esodo che si è trasformato in valanga», per usare le parole di Nuto Revelli (Il mondo dei vinti, Einaudi, 1977), nel 1985 contava solo più cinque persone anziane.

«Abbiamo fatto una lista civica forte e abbiamo vinto le elezioni comunali» spiega il sindaco Giacomo Lombardo. «La domanda che ci siamo posti è stata: quale futuro per un paese come Ostana?» Lombardo racconta del lento lavoro messo in campo per invertire la tendenza dello spopolamento nel suo comune. Che nel 2011 sfonda quota novanta residenti. Di cui sei bambini, a dare un messaggio di speranza per il futuro. «Partivamo da un patrimonio importante», spiega «l’integrità del comune dal punto di vista ambientale e architettonico. E abbiamo deciso di lavorare su quello. È stato un lavoro lungo, ma oggi la gente ci crede. Prima si portavano gli avanzi dell’edilizia cittadina, perché quello che non serviva più giù poteva essere utilizzato qui. Ora se qualcuno lavora male, se non si rispettano gli equilibri architettonici e ambientali la gente viene a lamentarsi in comune».

Grazie all’apporto del Politecnico di Torino, e di altri professionisti profondi conoscitori della realtà alpina, Ostana ha cambiato faccia: un ingresso del paese ridisegnato con materiali a basso impatto architettonico, un rifugio-albergo comunale utilizzato come centro di aggregazione, un agriturismo, una palestra di roccia, due centraline idroelettriche sulle captazioni dell’acquedotto e tanto altro ancora. Una trasformazione realizzata anche grazie all’aiuto di alcune famiglie di nuovi residenti. Un progetto lungimirante partito dal recupero fisico che oggi comincia ad attrarre sempre più persone disposte a spendersi all’interno della comunità: come Roberto, che con moglie e due figli è salito da Revello per piantare quattromila metri quadrati di patate e per aprire un agriturismo. O gli informatici che parteciperanno al recupero di una borgata di Ostana per poi trasferire in quel comune la loro attività. O ancora Giorgio Diritti e Fredo Valla, che con la collaborazione di OffiCine di Milano e Aranciafilm di Bologna, a Ostana hanno organizzato una scuola di cinema. Tante iniziative differenti che hanno concorso a realizzare la rinascita del tessuto socio-economico-culturale di Ostana, vero laboratorio d’innovazione nelle Alpi Occidentali italiane.

Chen Rongyong, diciannovenne cinese che gestisce con la famiglia un laboratorio tessile in Val Pellice. Foto: Maurizio Dematteis.
SuiMontiScelta--ChenRongyong,ValPellice(fotoMaurizioDematteis)

 

Da molto lontano
Un altro fenomeno in forte ascesa tra i nuovi abitanti delle valli cuneesi, come nel resto delle valli alpine italiane, è l’arrivo di persone provenienti da Paesi Orientali, dall’Africa, dal Sud America, dall’Est Europa, impiegati soprattutto in servizi alla persona, nella ristorazione, nell’edilizia, ma anche nel turismo, nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’indotto lattiero-caseario. Intere famiglie trasferite in piccoli comuni di montagna, attirate da affitti più bassi e da un tipo di vita probabilmente più vicino a quello dei paesi di provenienza, nuove identità frutto della mediazione tra cultura d’origine e del luogo eletto a dimora.

Come nel caso della comunità cinese di Barge e Bagnolo Piemonte, dove su una popolazione complessiva di 12.700 abitanti, secondo i dati ufficiali vivono oltre 800 persone di origine cinese. Senza tener conto di pendolari e clandestini.

Persone come il giovane Chen Rongyong, diciannove anni, originario del villaggio di Yuhu, nei pressi di Wenzhou, provincia dello Zijang, che oggi lavora dalle dodici alle quindici ore al giorno nel laboratorio tessile di famiglia, in Val Pellice. Il padre è arrivato a Barge con il fratello maggiore Rongqian nel 1998 per lavorare in una cava di pietra. Dopo tre anni è arrivata la mamma, poi la sorella maggiore e infine, nel 2003, Rongyong. «Sono contento della scelta che ho fatto» spiega il ragazzo. «Qui ho trovato buoni amici, e penso che rimarrò a vivere in Italia».

Anche a Garessio, in Valle Tanaro, a partire dalla metà degli anni Novanta è fortemente cresciuto il numero di stranieri che vivono stabilmente in paese. Sono quasi trecento, su un totale di residenti che non tocca le 3.500 unità.

Particolarmente forte è la comunità moldava, costituita in maggioranza da donne impiegate nei servizi alla persona.

Il Rifugio Galaberna a Ostana. Il piccolo centro dell’alta valle Po è diventato il simbolo della riscossa della montagna. Foto: Nanni Villani.
SuiMontiScelta--RifugioGalaberna(Ostana)(fotoNanniVillani)

 

Fedora Cristiescu, moldava di Leova, racconta la sua storia insieme con l’amica connazionale Maria Roman. «Sono arrivata a Garessio quattro anni fa» spiega «per cercare lavoro. Da noi non manca, ma è pagato pochissimo. Una volta la Moldavia era un paese prospero, vendeva frutta, verdura e vino a tutta la Russia. Oggi invece non rimane che emigrare». Fedora assiste un’anziana di Garessio e ha sposato un italiano. Anche Maria Roman fa la badante: «Ero maestra d’asilo, con casa e terreno di proprietà. Ho dovuto lasciare tutto e sono venuta via perché non riuscivamo più a vivere». Tra i moldavi residenti a Garessio ci sono alcune famiglie con bambini, poi ci sono donne sole che lavorano con gli anziani. «Metà di loro vengono dalla nostra città, Leova» continua Maria. «Con il passaparola. Se vengo a conoscenza che c’è bisogno di una badante telefono immediatamente a casa». Oggi addirittura, una volta ogni tre mesi, un pullman parte dalla piazza centrale del paese, destinazione Leova, carico di ogni sorta di masserizie.

E ancora: a Robilante vive una consistente comunità tunisina, oltre una quarantina di persone su un totale di 162 stranieri, e una popolazione di poco più di 2.000 residenti. «Sono arrivato in Italia, a Cuneo, dalla Tunisia, nell’aprile del 2005» spiega Hassine Walide, giovane tunisino di poco più di trent’anni «perché ho sposato una ragazza italiana, di Boves. Vivo a Robilante e lavoro in una fabbrica che produce vetri per le auto, la Saint Gobain. Sono venuto a Robilante perché qui vivono molti miei connazionali, che mi hanno aiutato a trovare casa e a integrarmi».

Maurizio Dematteis
Giornalista, ricercatore e videomaker, Maurizio Dematteis si occupa di temi sociali e ambientali legati ai territori alpini. Direttore responsabile della rivista web Dislivelli.eu, ha recentemente pubblicato Abbiamo fatto un sogno. 14 coppie raccontano il loro sogno di abitare la montagna e Mamma li turchi. Le comunità straniere si raccontano, sui nuovi abitanti della montagna.
Un anziano con la gerla piena di letame. Foto: Nanni Villani.
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Sui monti per scelta ultima modifica: 2016-04-18T05:28:08+02:00 da GognaBlog

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