Sulle tracce dei fuggitivi

Sulle tracce dei fuggitivi
(scritto nel 1995)

Finalmente si può lavorare con la finestra aperta, ed anche stando al tavolo tra carte e libri finalmente si può annusare l’odore della terra in amore e del letame sui prati“: sono questi i “segnali di primavera” in Uomini, boschi e api di Mario Rigoni Stern. Ed è il momento in cui gli scialpinisti sentono più forte il richiamo della montagna primaverile. Ma cos’è cambiato in que­sti anni? L’argomento del giorno riguarda le competizioni con gli sci in montagna.

Riferendosi ai rally e alle gare, al termine di un suo articolo divulgativo dello scialpinismo apparso nel 1980, Enrico Camanni concludeva che “queste manifestazioni possono avere un significa­to per la prova e la sperimentazione di nuove attrezzature, ma non hanno mai avuto la funzione di un valido incentivo per la co­noscenza e la diffusione dello scialpinismo”. E oggi lo stesso Camanni aggiunge che “comunque alla maggior parte degli appassio­nati le competizioni non interessano molto“.

Alessandro Gogna sotto alla Cima di Rosso, alto Vadrec del Forno, Engadina, Svizzera. Foto: Marco Milani.

L’opinione di Camillo Onesti, della FISI, è diametralmente oppo­sta: “Abbigliamento, attrezzatura, tecnica di salita e di discesa sono in evoluzione grazie alla leggerezza. L’agonismo traina la prassi dei più. Il livello medio è aumentato grazie all’attrezza­tura, che gli stessi negozianti continuano a spingere. Attacchi e scarponi Dynafit hanno tagliato la testa al toro. Di vecchio c’è solo la pelle di foca, ma anche lì vinceranno le paraffine. Sono stato tra i primi a usare lo sci di fondo escursionistico al po­sto dello sci alpinistico, ma ora lo sci di fondo è superato! La doppia classifica nelle gare è diventata inutile. Scendere scian­do è ben diverso dallo scendere a raspa! Prima si facevano 250 metri di dislivello all’ora, chi faceva di più “profanava” la montagna. Oggi la velocità di salita è pazzesca e tutti portano meno roba da mangiare, meno da coprirsi. Per essere veloce devi essere esperto, capace, ben attrezzato e ben allenato. Quindi ve­locità=sicurezza. Da quando esiste la Coppa Europa, l’età media di iscrizione ai rally si è abbassata, è giusto dare motivazioni ai giovani. Nel 1995 ci sono state 60-70 gare, al Trofeo Parravi­cini c’erano un mucchio di spettatori, se ne parlava da sei mesi, è stata una grande festa. L’interesse del pubblico fa appetibili queste manifestazioni anche per gli sponsor. L’ambiente? Ma è peggio l’eliski! Sono contrario a chi ecoterrorizza coloro che poi si chiedono perfino se possono continuare ad andare in monta­gna“.

La proposta ai giovani di nuove allettanti motivazioni è anche una preoccupazione dell’UIAA (Unione Internazionale Associazioni Alpinistiche), che per questo motivo vorrebbe “sorvegliare” le gare e indirizzarle alle Olimpiadi. Le reazioni degli appassiona­ti sono state assai vivaci. Eccone alcune: “Non dobbiamo educare a competere” (Paolo Valoti); “Non vorrei che nel futuro dei no­stri nipoti ci fossero squadre di atleti sfreccianti sotto lo striscione ‘arrivo’ sulla vetta del Cervino o del Campanile Bas­so! (Cesare Bettoni)”; “Mentre l’arrampicata sportiva trova sfogo nelle competizioni indoor, lo scialpinismo dovrebbe essere co­stretto a far gare sulle piste da sci (Fabrizio Miori)”; “I fau­tori delle gare dicono che nella storia dell’alpinismo la compe­tizione è sempre esistita. Indubbio. Ma, permettetemi, anche un bambino noterebbe la differenza che sussiste tra la competizione spontanea e disinteressata volta al raggiungimento della vetta se­condo la via prescelta, e la competizione organizzata, lungo un percorso obbligato, in cui la meta è un traguardo… (Fabio Ba­locco)”. Come in tutte le accese discussioni non mancano i commen­ti moderati: “Un certo agonismo in montagna è fisiologico, non bisogna demonizzarlo anche se può avere degli aspetti poco simpa­tici” è l’opinione di Fosco Maraini; oppure quello di Remo Romei, “Accanto all’alpinismo classico può convivere benissimo l’area delle competizioni”. E visto che Bruno Zannantonio sostiene che “le competizioni possono essere portatrici di un inquinamento am­bientale e culturale in ogni quota”, proviamo a distinguere tra pericoli per individuo e per ambiente.

Da sotto la Cima di Rosso il panorama si apre sui nevosi Passo Sissone e Monte Sissone (al centro). A sin, Pizzo Ventina, Monte Disgrazia (parete nord e M. Pioda racchiudono il Ghiacciaio del Disgrazia); a ds, i tre Pizzi Torrone e l’Ago di Cleopatra sono alla testata del Vadrec del Forno. Foto: Marco Milani.

I maestri e gli educatori hanno un entusiasmo che va trasmesso al singolo allievo. Ma qual è l’oggetto di questo entusiasmo? Nel rapporto uomo-montagna non c’è spazio per estranei. Non può esi­stere la terza persona, cioè l’avversario. Questi mette la monta­gna in secondo piano. Cesare Scurati, educatore, dice: “Si fa no­tare, ormai da diversi anni – ricordo soltanto autori come Po­stman, Elkind, la Winn, Illich – che uno dei problemi più rile­vanti della nostra civiltà educativa è costituito dalla scomparsa di zone di ‘limite’, di ‘rispetto’ e di ‘differenza’, così che lo stesso processo di crescita e di sviluppo della personalità si trova ad essere sempre più inceppato dalle omologazioni cui ci troviamo esposti…“. Fulvio Maleville ritiene che “iniettare il morbo di un qualsiasi interesse nel rapporto tra uomo e natura annienti il vero valore del confronto che c’è tra noi e la monta­gna”. È ovvio che in competizione il ruolo della montagna decre­sce. Se faccio rally o gara ho il cronometro sott’occhio, non so­no in sintonia con la montagna che diventa palcoscenico. L’entu­siasmo dei maestri dev’essere soprattutto rivolto alla quotidia­nità dell’individuo, senza neppure il pensiero delle competizio­ni. La montagna è là, perché accodarsi a manifestazioni che qual­cuno ha pensato per noi? E poi la montagna spesso non perdona di essere messa in disparte: la sicurezza del singolo potrebbe pa­tirne.

Tanto più la manifestazione è grande, tanta più sicurezza è ri­chiesta per atleti e spettatori. E qualcosa va dato agli sponsor. Tutti hanno bisogno di sicurezza. Alla gente che “copre” le vette come al Trofeo Pierra Menta fa eco il rombo degli elicotteri. La sicurezza è “pretesa”. Ci si mette in un giro perverso che porta al non rispetto del teatro-montagna. Questo dev’essere “a norma”, con l’uscita antincendio. Sicurezza e ambiente non vanno bene as­sieme.

E allora? E se le motivazioni i giovani se le trovassero da soli, come è sempre successo? L’UIAA dovrebbe cercare di capire perché non crede più sufficienti le motivazioni che hanno tenuto in pie­di le associazioni alpinistiche per più di 130 anni. Gli atleti che fanno le gare sono certamente più avanti di noi, sono i “fug­gitivi”. Noi seguiamo a rispettosa distanza, sulle tracce. E non vogliamo essere considerati noi i fuggitivi solo perché ci rifiu­tiamo di obbedire.

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Sulle tracce dei fuggitivi ultima modifica: 2019-11-25T05:11:59+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Sulle tracce dei fuggitivi”

  1. 8
    Giandomenico Foresti says:

    382 gare all’anno sembrano anche a me un’esagerazione. Se i numeri sono questi non si può dar torto a Carlo Crovella.

  2. 7
    Carlo Crovella says:

    Non voglio più intervenire prossimamente su questo tema d quindi chiudo così: ci sono due piani paralleli che mi conducono ad un giudizio irreversibilmente negativo sulle gare in montagna (attenzione: non sulle gare in assoluto, ma specificamente sulle gare in montagna, sia estive che innevate). Non confondete questi due piani, anche se si intrecciano. Uno e’ il tema dell’impatto ambientale e fin qui mi pare ci siamo. L’altro riguarda la scala di valori che il mondo delle gare si carica sulla spalle, a mio parere per nobilitarsi ipocritamdnte e legittimarsi. Io sono contrario al principio per cui si abusa della montagna per “fare del bene” ad altri essere umani. Per esempio al fine di schiodarli dal divano e dare loro motivazioni ed entusiasmo. Primo, mi dissocio proprio da questo modo di pensare in assoluto, anche nella vita di tutti i giorni. Secondo, se proprio dovete rimotivazionare delle persone, potete benissimo incanalarle verso altre attività, esempio triathlon o maratona o kate surf…ecc ecc ecc. Se il mondo dei garisti non comprende che deve ridimensionarsi, sarà inevitabile che chi ha una mentalità come la mia si irrigidisca in modo intransigente. Fuori di metafora: o siete disposti a scendere da 382 gare/anno a, ipotesi, 200  gare/anno con plafond di partecipanti oppure è ovvio che, di fronte al rischio di crescita senza limiti del fenomeno, non resta che la… repressione a tutti i costi. Con questa conclusione non interverro’ più su questo tema, non per disinteresse o fastidio, ma perché non farei altro che ripetermi all’infinito. Ciao!

  3. 6
    Roberto Pasini says:

    Io non ho mai fatto gare in vita mia. Ho sviluppato un profilo di personalità molto diverso da quello di chi gareggia, ne’ superiore, ne’ inferiore, solo diverso. Ho sempre utilizzato l’andare più o meno solitario per monti come compensazione ad una vita professionale fortemente esposta alle relazioni. Come altri, tendo forse a dare troppa importanza agli effetti positivi sulle persone delle gare in generale e delle gare in ambiente: valore educativo (disciplina, spirito di sacrificio, ambizione, concentrazione sugli obiettivi..) e valore “contenitivo” (incanalare istanze aggressive latenti che potrebbero esprimersi in forme più pericolose). Poiché ritengo questi effetti molto utili in questa fase attuale della vita sociale, tendo a sottovalutarne gli impatti ambientali. Giusto che qualcuno li ricordi. Penso che questa consapevolezza stia prendendo piede anche nel mondo gare. Vedi documento di Courmayeur citato in un blog precedente. Magari è solo marketing ed effetto Greta, ma cerco di essere ottimista e penso sia un primo passo. Difficile cancellare gli effetti di una vita condotta all’insegna dello slogan “A noi il compito di educare, ad altri quello di reprimere” (rovesciamento dello slogan del commissario interpretato da Gian Maria Volonte’ nel film Cittadino al di sopra di ogni sospetto).

  4. 5
    Carlo Crovella says:

    Forse è bene che io chiarisca un punto ideologico:  non sono contrario in assoluto ai concetti di gare e gareggiare. Nei miei anni del liceo-università ho registrato esperienze di sport praticati con approccio esclusivamente agonistico (pur senza essere un campione), cioè allenamenti sistematici tutto l’anno e gare secondo il calendario. Nella mia fattispecie: nuoto, scherma, canottaggio. Quindi comprendo tutte le sfumature psico-esistenziali dell’agonismo e le condivido anche. Sono però assolutamente contrario al fenomeno specifico delle gare in montagna (intendendo con ciò fuori da specifici “stadi” come accade per le gare di sci alpino o di sci di fondo), sia estive che invernali, perché le gare in montagna  costituiscono un fenomeno che, abbastanza di recente (direi negli ultimi 15-20 anni), è letteralmente esploso in intensità e dimensioni: oggi è fuori controllo. E’ un veicolo in più che porta altra gente in montagna, quando in montagna di gente ce n’è già fin troppa. Ho già detto in altro loco (cioè nei commenti sul Tor) che se vi sapeste regolamentare e autolimitare (in numero gare e numero iscritti a ciascuna gara e addirittura anche sulle zone geografiche dedicate alle gare, come nel caso dell’eliski) potrei anche sopportarvi nell’ottica di un reciproco compromesso. Il guaio è che chi oggi è “innamorato”  delle gare in montagna non vede altro e ritiene che siano un valore positivo in assoluto, dando pennellate di nobiltà al fenomeno perché le gare motivano le persone o le schiodano dal divano o altro… quando invece ci sarebbe solo bisogno di ridurre l’accesso antropico alla montagna e non di esasperarlo ulteriormente.

  5. 4
    Roberto Pasini says:

    Alcuni uomini (non tutti) sono attratti dalla combinazione 1. Gareggiare 2. Gareggiare in contesti pubblici (eventi o solitarie socializzate sui media, non bisogna sottovalutare in proposito oggi il ruolo di “pubblico” virtuale esercitato da social come Strava). Cosa li spinge? Un vino antico che stimola una parte consistente dell’umanità, anche se in ogni epoca viene magari messo in bottiglie diverse e poi venduto da imbottigliatori diversi, che però conoscono bene i gusti del pubblico.Prendo in prestito le parole di uno degli “influencer” odierni più popolare del settore gare in montagna, il numero Uno come diceva Dan Peterson,  Jordan Killian (Correre o morire, 2011) Capitolo 2: L’adrenalina del pettorale. 
    ”Ho visto persone che, pur essendo arrivate quando i primi hanno già avuto il tempo di farsi la doccia e un pisolino, si sentono vincitrici e non cambierebbero ciò che provano per nessun’altra cosa…in fondo non corriamo tutti per lo stesso obiettivo…”
    ”Gareggiare è vincere….Guardare avanti, per sentire come il pubblico mi spinge verso il traguardo dimenticando il dolore, dimenticando il corpo…”
    ”Il sapore della vittoria ti prende come una droga, ti obbliga a ripetere il processo per vivere di nuovo quei secondi…”
    “Vincere non vuol dire arrivare primo. Non vuol dire battere gli altri. Vincere è battere se stessi, superare i propri limiti e le proprie paure, realizzare i propri sogni”.
    1995 – 2019 : il sogno/ bisogno sottostante le gare sportive  non è cambiato nella sostanza (forse nelle dimensioni) e difficilmente cambierà, potremmo dire che sta nel DNA della specie, anche se non in tutti ha la stessa intensità.  E’ cambiata l’offerta (il prodotto gara): si è ampliata (più gare) e diversificata (diversi tipi di gare). E qui sta il problema/opportunita’ ( come si dice oggi) di fronte al quale ci troviamo.

  6. 3
    paolo says:

    Decadenza umana, o scomparsa dell’essere umano ?
    Senza un poco di competizione, di meritocrazia, di selezione, di volontà, di sacrificio, … si finirà così ?
    I leader degli incapaci ci stanno sempre più guidando ?

  7. 2
  8. 1
    Carlo Crovella says:

    Resilienza. E’ la mia parola d’ordine.

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