The day we sent Logical Progression – 2

Il 7 ottobre 2017 il 27enne alpinista statunitense Hayden Kennedy e la sua fidanzata, la fortissima climber 23enne Inge Perkins, stavano sciando a Imp Peak in Montana, USA, quando la Perkins è stata travolta e ha perso la vita sotto una valanga. A nulla sono valsi gli sforzi del compagno per salvarla. Tragedia dopo tragedia: Kennedy, sconvolto, si è tolto la vita il giorno dopo. Per una panoramica abbastanza completa dell’attività di Hayden Kennedy, figlio di Michael, altro grande alpinista degli anni ’80, vedi http://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/addio-a-hayden-kennedy-e-inga-perkins.html. Qui sotto un articolo di Hayden Kennedy, pubblicato solo qualche giorno prima delle tragedie.

The day we sent Logical Progression – 2 (2-2)
di Hayden Kennedy

continua da https://www.gognablog.com/the-day-we-sent-logical-progression-1/

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Quattro giorni dopo c’eravamo abituati al clima tropicale e avevamo acquistato viveri per una settimana. Ora siamo nella giungla, sballottati nel retro di un pickup Chevrolet rosso rubino del 1987. Dopo circa due ore la strada finisce in una foresta fittissima, senza neppure l’ombra di una parete o di un canyon in vista.

L’amico Andrew Burr ci aveva disegnato su un tovagliolo una mappa del complesso approccio, una discesa dal bordo del canyon per canaloni ingombri di vegetazione, fino alla base della parete. Kyle gira la mappa più volte, nel tentativo di dare un orientamento alla nostra posizione.
– Non ci serve questa cazzata – esclama gettando via il tovagliolo – più che chiarirci le idee ce le confonde!

Inge Perkins e Hayden Kennedy

Incontrai la prima volta Kyle in cima a El Capitan in Yosemite nella primavera del 2009. Era appena arrivato in cima in solitaria per una grandiosa via in artificiale e sembrava proprio una spugna rinsecchita. Dalle cuffie si diffondeva il suono dei Wolfmother, che pulsava di energia. Il torace pronunciato di Kyle lo faceva assomigliare a qualcosa di non umano, o almeno a tutto meno che a un climber. Cominciai a chiamarlo “il Gorilla”, non solo per la sua forza , anche per l’atteggiamento. Il gorilla maschio cammina indipendente e silenzioso.

Kyle Dempster

Kyle parlava spesso della forza della solitudine, dell’importanza della fiducia in se stessi, dell’impatto provocato da viaggi nel terzo mondo e della significatività dei Black Sabbath.

Ci raccontava cose da far rizzare i capelli di un viaggio in Pakistan, dove per poco non gli era riuscito di salire in solitaria la parete ovest del Tahu Rutum. Aveva passato più di venti giorni in parete, solo, prima di ritirarsi nella bufera. Kyle ed io scalammo un po’ nello Yosemite, ma anche nelle sue montagne di casa, i Wasatch, giusto fuori Salt Lake City. Il nostro primo giretto all’estero fu quello del 2011, nella pakistana Charakusa Valley, dove tentammo l’inviolata parete est del K7. Tornammo l’anno dopo con il fuoriclasse sloveno Urban Novak, per finire ciò che avevamo incominciato. La nostra via sulla parete est del K7 offriva tutto quello che si vuole o ci si aspetta da una grande salita alpinistica, dal nuotare nella neve fresca fino alla cintola a passaggi su granito appena rugoso e improteggibile, da imbuti ghiacciati che scaricavano ai continui spindrift (leggere ma continue scariche di neve fresca, NdT), dal mal di pancia per disidratazione a lunghissime ore senza dormire e senza riposare. Era bello solo il legame che nasce tra i partner che affrontano terreni del genere. Fu una cosa bellissima essere legati assieme dal K7 e, se mi guardo indietro, è vero che questa salita esprime al massimo quello che mi aspetto da un’impresa. Fu un successo che andò al di là della via stessa, e Kyle ne era stato il maggior artefice.

Urban Novak, Hayden Kennedy e Kyle Dempster in vetta al K7

Arrotolo il mio sottile materassino, adagiato sugli aghi di pino. Mi pulsa la testa per i postumi di una sbornia da birra Tecate. Justin è già sveglio, sta facendo del caffè e strapazza delle uova.

– Questa ti tira un po’ su – mi dice porgendomi una tazza di caffè – Se sarai muto, meglio esser duro (citazione da Roger Alan Wade, If you are gonna be dumb, you better be tough, NdR).

Ingoiamo litri di caffè per cercare di debellare il mal di testa o almeno contenerlo. Avevamo un piano molto semplice: Kyle e Justin avrebbero arrampicato assieme, partendo un giorno prima di me e Kalous.

Kyle e Justin stanno facendo un bagaglio alla rinfusa, praticamente riempiendo il saccone da recupero senza avere idea di quello di cui avranno bisogno. Justin è un maestro dei piani tipo “andiamo senza un piano”.

Justin Griffin

Kyle mi aveva presentato a Justin nel 2011, in una giornata particolarmente fredda, scalando sul ghiaccio dello Hyalite Canyon, giusto fuori Bozeman (Montana). Da piccoletto, invidiai subito la sua struttura alta e dinoccolata.

Poi venne ancora più freddo, ma noi ridemmo anche di più. Quella sera le birre sottolinearono sempre di più la sua parlata meridionale. Justin aveva la leggerezza dalla sua parte, modi calmi e un gioviale sorriso che riempiva la stanza.

Justin Griffin

Nel 2013, Kyle, Justin ed io aprimmo sull’Haystack Peak (nella zona del Deep Lake area, nei Wind Rivers) una variante nuova su una vecchia via di artificiale di Jeff Lowe. Passammo dieci giorni a vivere nelle montagne, mangiando bacon direttamente dalla padella di ghisa e sbevazzando whisky tra verità e bugie. Eravamo fuori di testa. La via che alla fine facemmo, la Lowe-Spark, aveva diverse lunghezze tecniche di 5.13 e un mucchio di 5.12. Ma, più di tutto, ci aveva affascinato la nostra complicità spirituale.

Justin Griffin

Il giorno dopo della partenza di Kyle e Justin, Chris ed io ci ritroviamo a caracollare giù per dei canalacci complicati, pieni di passi d’arrampicata e ingombri di vegetazione. Scopriamo che alla base della parete c’è una piccola crescita spontanea di marijuana. Mentre ci avviciniamo con cautela alle pianticelle, osservo Kalous che, vestito di pantaloni grigio-verdi, di una t-shirt nera a maniche lunghe e sotto a uno sporco berretto da camionista, sembra un agente della DEA.

Chris Kaloun verso l’attacco di El Gigante

– Cazzone… ma lo sai che vestito così potrebbero prenderci a fucilate? – gli dico scherzando mentre ci sbattiamo per raggiungere la base della muraglia. Il piano è per due notti in parete. Kalous aveva fatto il saccone con la stessa attenzione di una mamma che accompagna il primogenito al primo giorno di scuola. Era tutto in ordine, anche le croste erano state staccate dai sandwich.

Chris Kaloun

Kalous è un rinascimentale moderno. Il suo repertorio di capacità, passioni e lavori include laurea in economia, rifacimento motori d’auto, far musica, insegnamento all’università, fare da guida nell’Estes Park, ridipingere case e arrampicare su ogni genere di roccia, in tutti gli stili. E’ uno dei più bravi fessuristi ch’io abbia mai visto.

Ho cominciato a conoscere davvero Kalous ascoltando con lui Aretha Franklin, Dusty Springfield, the Temptations, Herbie Hancock, Soulive e Miles Davis. Avevo probabilmente tredici anni quando cominciai ad andare nel doposcuola a suonare nella sua Blues/R&B band. Suonavo il sassofono come un ossesso. Il nostro gruppetto si prendeva due giorni alla settimana per le prove: vincemmo perfino, e per qualche anno di seguito, i concorsi per gruppi musicali.

Kalous ci parlava come fossimo degli adulti, l’unico modo per superare il fossato che c’è tra studenti e insegnanti. Al di fuori di queste sessioni musicali, Kalous divenne ben presto uno dei miei primi compagni nella mia nascente passione per l’alpinismo. Le nostre puntate di allora a Indian Creek erano per me un’apertura mentale, mentre lo guardavo divorare tiro su tiro come un coltello taglia il burro.

Lui di recente si è aggiunto un’altra capacità: essere genitore (è l’orgoglioso papà di suo figlio Miles).

Hayden Kennedy sui primi tiri di Logical Progression

Sui primi tiri di Logical Progression ci sentiamo un po’ impacciati. Ci serve prendere il ritmo con la parete. Una delle più attraenti caratteristiche di questa via è che non c’è bisogno di nessun tipo di attrezzatura tradizionale per tutti i mille metri: solo una corda da 60 m, 20 rinvii e qualche fettuccia bastano. Le prime nove lunghezze sono passabilmente facili, ci sono delle sezioni di 5.11+, ma per lo più è 5.10, fino ad arrivare al bivacco della “Tower of Power”, alla fine del nono tiro.

Mi avvio su per il decimo tiro, il primo difficile. Un ripido diedro e qualche scaglia aggiungono sapore ai passi chiave di 5.12+. Sento le dita forti, ora sono a mio agio e viaggio sciolto su quelle piccole prese. El Gigante getta un’ombra immensa allorché si avvicina l’ora del crepuscolo. Kalous mi segue recuperando i rinvii.

Chris Kaloun su Logical Progression

Sotto all’undicesimo tiro, tiro un bel respirone prima di affrontare la prima lunghezza di 5.13 della via. Mi sento le braccia un pochino stanche, perciò vado via veloce. La riolite a blocchetti ricorda il cubo di Rubik, ma i movimenti sono perfetti. Mi lascio andare a un urlo quando supero il passo chiave, saltando l’aggancio allo spit. Guardo giù e vedo la corda che ondeggia in tanto vuoto, poi raggiungo la sosta, mi ci attacco e mi lascio andare di peso. Scendiamo in doppia al bivacco della Tower of Power lasciando la corda fissa.

Arriva giorno troppo presto, con un vento freddo che ci riscuote. Al lavoro! Mi piace “lavorare” in parete. Alternandoci al comando e con manovre ben collaudate, riusciamo a essere rilassati e goderci l’esposizione. Ciascuna lunghezza è più bella della precedente!

Spesso ritroviamo le tracce di magnesite di Kyle e Justin. Mi domando che genere di esperienza stiano facendo assieme. Raggiungiamo una breve fascia friabile, un tiro dato di 5.12. Lascio la sosta nel mood “troppo figo per questa scuola”, ma presto vengo messo “a posto” dal tiro, una “bastonata” unica con voli e voletti.

– Non sei Chris Sharma, ciccio! – commenta Kalous. Finalmente riesco a chiudere pulito questo tiro. Però so una cosa: “non puoi vendere sabbia agli arabi” ma so anche che “non puoi venirmi a raccontare che quel tiro è solo 5.12, cazzo”.

Raggiungiamo la sosta della lunghezza 18 quando il sole va giù. Cerchiamo di accomodarci per la notte in questo maledetto “Critter Bivy”.
Perfino l’aprire una lattina di birra mi fa male alle punte delle dita, ma il lusso di qualche birretta in parete è ineguagliabile. Ascoltiamo un album dei Daft Punk nella notte stellata. Ogni tanto ci parliamo, ma la musica continua fino a che ci addormentiamo con la testa in avanti.

Chris Kaloun bivacca al Critter Bivy

Mi sveglio alle sei, e vedo subito un ragno grande come la mano di un bambino che passeggia sul mio saccopiuma. Forse sono un po’ aracnofobo, ma provo a stare calmo mentre cerco di spingere via la bestiaccia a otto zampe.

Forse è un segno infausto mandato dai Tarahumara (la popolazione indigena di questa regione, quelli che attraverso vari libri e articoli sono diventati una leggenda come corridori instancabili).

Con il giochino di mano del sasso-carta-forbici stabiliamo chi farà il primo tiro della giornata, uno stupefacente 5.12 su roccia immacolata. Ogni lunghezza di questa via sarebbe a cinque stelle in qualunque falesia. Ci scaldiamo per bene tiro dopo tiro, Kalous arrampica meglio del giorno prima.

Quando raggiungiamo l’ultimo tiro della via, quasi mispiace che questo viaggio magnifico sia finito. C’è un senso di invincibilità in questo genere di scalate, la sensazione certa che tu potresti continuare così per il resto della vita. Sopra di noi si sentono le risate degli amici che ci hanno preceduto, nella brezza del tardo pomeriggio.

Di ritorno da Logical Progression

Justin deve tornare in fretta a Bozeman, dai suoi, per lavorare. Anche Kalous ha dei doveri di “vita reale” in Colorado. Kyle sarebbe stato occupato a programmare un’estate piena di montagna avventurosa: e ha anche da mandare avanti il suo bar Higher Ground a Salt Lake City.

Per ciò che mi riguarda, continuai a viaggiare verso nord, pensando alla prossima salita, alla prossima avventura, la prossima meta. Spingendo sempre di più, ma potendo contare solo nella squallida posa delle luminarie natalizie per poter contenere il rosso in banca.

Ho visto troppi amici con la testa nelle montagne senza chiedersi nulla, solo perché era quello che gli piaceva e hanno sempre saputo fare. Anch’io sono stato così e mi sento un po’ in colpa. Perché alcuni ce la fanno a sopravvivere e altri no?

Mi guardo indietro, vedo El Gigante, e ritrovo ricordi, emozioni che mi sembrano sepolti nell’oscurità del Copper Canyon, così distanti dal mio modo di sentire di oggi. Kyle e Justin non ci sono più, Kalous fa il padre a tempo pieno e io sto ancora cercando di trovare il mio percorso con decisione ed equilibrio. Ci sono un po’ più vicino di quanto fossi allora, ma molto è dovuto al dolore per la perdita dei miei amici. Così tanto di loro mi è rimasto dentro, e lo vedo mentre scrivo questo racconto. Penso all’abilità di Kyle di rapportarsi con le persone più diverse e di restare calmo anche nelle situazioni più difficili. Penso all’umorismo di Justin, discreto, e a volte perfino ovvio. Certe battute mi fanno ancora scompisciare dal ridere, un bel modo di godersi la vita.

Kalous aveva corso il rischio di diventare uno scalatore vecchio, scontroso e acido: ma è diventato padre. E da allora è dolce e frizzante. Si è ri-creato in quest’appassionante nuovo ruolo.

Risento la dipartita dei miei amici, e nello stesso tempo odio avere sentimenti di questo tipo. Non voglio essere quello che giudica o riprova i suoi amici per le loro scelte in montagna, anche perché so bene cosa vuole dire essere giudicati per le proprie azioni in montagna. In qualche modo la morte rende imprescindibile questo modo di sentire.

I clichés del tipo “stavano solo inseguendo la loro passione” sono ciò che diciamo al momento della perdita e della tragedia. Ma purtoppo sono solo stronzate.

C’è una doppia natura di significato sublime e totale assurdità nello scalare le montagne. Realizzare o “chiudere” vie sempre più difficili, grandiose e cazzute non vi renderà esseri umani migliori, più umili, gentili o felici… continueremo a scalare così come possiamo.

Non c’è gloria, né risposte reali nel “chiudere” e in vetta, anche se ancora organizziamo la nostra vita nel mito che esse esistano.

Hayden Kennedy

D’altra parte, è vero che la montagna ci denuda, ci riconduce al nostro vero essere. Vediamo chi siamo, vediamo chi sono realmente i nostri compagni e loro pure. Kyle era uno di quelli che sono riuscito a vedere. Questa è roba che non potrete mai vedere su Instagram. E’ il motivo di quella grande complessità che l’alpinismo cela al di là della vetta.

Scalare può essere un incredibile catalizzatore della nostra crescita. Ma sto cominciando a realizzare che c’è un certo pericolo nel fare della scalata il focus della propria vita: perché alla fine diventa un limite alle opportunità di crescita e di riflessione, almeno se non ti fermi mai a respirare, riposare, riflettere.

El Gigante rimane parte importante della mia vita, non per il fatto di esserci riuscito sopra, ma per la complicità che noi quattro vi abbiamo trovato. Non riesco a vedere l’importanza della via in se stessa.    

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The day we sent Logical Progression – 2 ultima modifica: 2017-10-27T05:44:41+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “The day we sent Logical Progression – 2”

  1. 4
    piero says:

    Grazie dell’articolo, mi permetto un commento: la traduzione va bene e restituisce il senso del discorso, tuttavia dopo aver letto l’originale in inglese posso affermare che alcune sfumature sono andate perdute.

  2. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Ciò che conoscevo di Hayden derivava solamente da quanto ne era stato scritto dopo la schiodatura della Via del Compressore sul Cerro Torre.
    Voi sapete che, in massima parte, i commenti su internet sono stati pessimi, anche per quanto concerne i due schiodatori, descritti come se fossero due arroganti sbruffoncelli del settimo grado tra i bagordi della Patagonia.
    Della schiodatura in sé non voglio qui pronunciarmi, perché sarebbe fuori luogo. Però la personalità dei due ragazzi era stata delineata in modo davvero negativo. Quel giudizio aveva poi contribuito a formare anche il mio.

    Da ciò si comprende anche che le informazioni di seconda mano – tutte le informazioni, di qualsiasi argomento – influenzano in modo determinante chi legge e chi ascolta.

    Ho scoperto l’acqua calda…

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    “Nella mia ignoranza avevo presunto che fosse soltanto un superficiale edonista delle alte quote, e niente di piú. Come ci si sbaglia con i pregiudizi! ”

     

    spesso e volentieri si sparano giudizi senza conoscere veramente le persone.

    Avere pregiudizi è una brutta cosa.

  4. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Il suicidio di quel povero ragazzo mi ha davvero rattristato. Ci ho riflettuto molto e ancora una volta – come se ce ne fosse stato bisogno – ho avuto conferma che siamo proprio come una foglia che d’autunno ondeggia precaria su un ramo. Aveva tutto (l’amore e la felicità) e in un attimo ha perduto tutto.

    Nella mia ignoranza avevo presunto che fosse soltanto un superficiale edonista delle alte quote, e niente di piú. Come ci si sbaglia con i pregiudizi!

    Il suo suicidio, per amore e per dolore, mi ha fatto cambiare completamente il giudizio: Hayden era una brava persona, e sapeva bene ciò che conta nella vita di un essere umano. Ce l’ha fatto capire proprio dandosi la morte.
    Se io fossi credente – e non infelice agnostico quale sono – gli augurerei di cuore di ritrovare lassú la sua amata Inge.
     

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