The Moose’s Tooth and The Bird – 2

Moose’s Tooth Revisited: maggio 2001
di Jim Bridwell
Traduzione di Mauro Penasa

Chi scala il monte Fuji una volta nella vita è certamente un uomo saggio… Tuttavia, chi lo scala due volte non può che essere pazzo… (detto popolare giapponese)”.

“Che damine ci fai, tu, quaggiù!?”, chiesi a Spencer Pfinsten, il ragazzo di 23 anni al mio fianco sotto la parete est del Moose’s Tooth. Era il nostro secondo tentativo di aprire la variante diretta a The Dance of the Woo-Li Masters. La prima volta che ero stato qui, con Mugs, Spencer era poco più che un neonato. A 57 anni, non ero poi tanto sicuro di essere ancora in grado di muovermi su di un terreno del genere, ma un giorno di moulinette aveva convinto Spencer che sarei stato un buon primo sui tiri di ghiaccio… “È che sei fortunato”, mi disse.

Pensai a Mugs, che era diventato uno degli scalatori più visionari del nostro periodo, solo per morire in un crepaccio sul Denali. Questa volta avevo chiesto a Peggy di vendere, nel caso, le mie cose ai collezionisti prima che si dimenticassero di me. Ricordavo la neve inconsistente, il ghiaccio sottile e improteggibile, la roccia marcia e priva di fessure che avevamo trovato. Mi augurai, per la salute di Spencer, che la mia fortuna tenesse…

Nevicò per giorni, noi in tenda nei nostri caldi sacchipiuma… Poi un ruggito iniziò a crescere… “Questa è grossa” esclamai balzando a sedere… appena il tempo di sdraiarmi di nuovo, abbracciai le ginocchia mentre la valanga colpiva la tenda… Il nostro campo era stato raso al suolo. Scioccati, il resto della giornata e della seguente lo passammo nella bufera a scavare e riassettare il campo. “La fortuna non viene per caso” dissi a Spencer, sforzandomi di crederci io stesso… Volevo trasmettere 40 anni di esperienza sul restare vivo al mio amico neofita… “Devi coordinare gli elementi per ottenere dei vantaggi… Dopo una bufera aspetti e osservi la caduta di pietre e ghiaccio. Guarda il barometro per farti un’idea di come predire il tempo…”.

Alla fine del primo giorno di scalata, avevamo raggiunto il punto da cui eravamo scesi: il tiro al di sopra ci aveva respinto l’anno precedente. I ricordi della placca compatta a 65° e della neve granulosa che la velava mi terrorizzavano. Mi legai, proprio come mi aveva insegnato Layton [Kor, NdT] quando arrivai in Yosemite, e iniziai a scalare il mio incubo. “Fine corda” mi urlò Spencer dal basso. “Legaci l’altra” gli risposi… ogni pensiero di ritirata era svanito. Mi sentivo di nuovo un ragazzino, che seguiva, con sinuosi movimenti da lucertola, la roccia luccicante, sempre più in alto. Per 60 metri, senza protezioni, avanzai sulla punta dei ramponi lungo la placca innevata, illudendomi una volta di più di possedere la miracolosa abilità del rettile di tenersi alla roccia. Feci sosta con una fettuccia intorno ad un ammasso di neve, mentre valanghe di neve marcia scivolavano lungo la parete verso la solitudine del Buckskin Glacier.

Più in alto Spencer attraversò in discesa verso il camino ghiacciato che avevo salito con Mugs. Le condizioni erano completamente cambiate. Picche e ramponi affondavano in una specie di fanghiglia, grattando la roccia sottostante. Invece dell’ardita scalata su ghiaccio ci trovavamo a salire in artificiale. Avevamo solo qualche Birdbeack, così cominciai a recuperarli dalle sezioni appena scalate. Una caduta avrebbe strappato ogni ancoraggio, così ciò che con Mugs avevamo salito veloci adesso ci richiedeva ore.

“Arghh!” urlò Spencer il mattino seguente. Una roccia lo aveva colpito sul braccio. “Riesco a continuare” mi disse in sosta “ma credo che non potrò più andare davanti…”.

Comunque, se il tempo avesse tenuto, l’indomani avremmo raggiunto la cima. All’alba il cielo si tinse di rosa, annunciando il sopraggiungere di una tempesta. Ma per ora, appena sopra i camini, eravamo nel sole più luminoso. Colate d’acqua scorrevano dal lungo nevaio al di sopra. Dopo 60 metri Spencer attaccò la seconda corda. Non c’era davvero niente su cui fare sosta ed eventualmente allestire una doppia. Se continuavo come avremmo fatto a scendere? Salii verso uno stretto colatoio che sembrava condurre al diedro che avevamo salito con Mugs, alla fine trovai posto per un paio di chiodi e urlai “Corda fissata”. Ci saremmo preoccupati della discesa più tardi.

Controllai l’altimetro. Eravamo quasi al tiro chiave salito da Mugs 20 anni prima. Il solido ghiaccio che avevamo trovato era solo un ricordo. Mi fermai a fumare una sigaretta. Presto avrei dovuto salire in artif una serie di lame marce e sbriciolose, dove non potevo cadere. Ma sapevo anche quanto questo fosse il mio terreno di scalata favorito, dove abilità ed esperienza vengono acuite dalla costante tensione, e l’immaginazione può spaziare verso nuove inconsuete soluzioni. Ciononostante, quando raggiunsi delle buone protezioni mi sentii vecchio e stanco. Lo spirito contagioso di Spencer mi risollevò per un attimo, così mi ritrovai a strisciare verso il successivo sistema di diedri, crampi alle gambe e respiro affannato. Blocchi frammentati e lame di roccia verticale, cementati da croste gelate, lasciarono posto finalmente ad un po’ di buon ghiaccio. Al limite della mia resistenza fui costretto a tirar fuori ogni trucco del vecchio alpinista, sforzandomi di credere nel contempo di avere ancora 25 anni, per infilarmi dietro a un fungo di neve e riemergere al di sopra… Fantastiche forme di roccia e di ghiaccio apparvero ai miei occhi. Non c’era cornice, questa volta, solo una facile breccia verso il pendio sommitale. La lotta era terminata. Assicurando Spencer lo vidi salire, il braccio che si muoveva a fatica, mentre mi lasciavo invadere da un infinito senso di sollievo. “The Beast Pillar” potrebbe essere la via più dura che abbia mai scalato! Davvero!

Ci sono cose che si possono gestire, e altre che sfuggono al nostro controllo. Da qualche parte, nello spazio tra queste due opzioni, si dipana la nostra arte, e la nostra vita.

Jim Bridwell, 1944-2018
a cura di Mauro Penasa

Bridwell comparve in Yosemite all’inizio degli anni ’60, quando il movimento dell’epoca d’oro creato intorno a Robbins, Harding, Pratt, Sacherer, e molti altri, pur avendo ancora notevole forza, stava gradualmente perdendo energia.

The Bird, così è stato sempre conosciuto Jim Bridwell, prese possesso del regno, gettandosi subito in un nuovo gioco, la scalata libera. E il trono gli si adattò bene. Quando arrivò in Yosemite c’era appena un paio di 5.10, ma quando se ne andò, verso il 1980, c’erano così tante vie di quel grado e altrettante infinitamente più dure, che fu costretto a sviluppare un sistema più raffinato, introducendo le lettere da “a” a “d” che consentissero una descrizione più articolata delle difficoltà. Vie importanti tra le sue prime includono Freestone, Wheat Thin (la prima linea chiodata dall’alto in Yosemite, soprattutto per proteggere la sottile lama che la via percorre), Outer Limits, Butterfingers (uno dei primi 5.11).

Quando capì di essere troppo vecchio per stare al vertice della scalata libera, Jim prese in mano i ferri e si gettò sulle più dure pareti al mondo. Il marchio di Bridwell in Yosemite va ben al di là delle sue realizzazioni, egli fu l’anello di congiunzione tra vecchio e nuovo, raccogliendo i giovani, come John Bachar, John Long, Ron Kauk, Dale Bard, John Yablonski, Dean Fidelman, e tanti altri, sotto la sua ala. Di dieci anni più vecchio, era una figura paterna per “i ragazzi di Bridwell”, che più tardi sarebbero diventati gli “Stonemaster”, la ciurma con cui solcò mari di granito in cerca dei suoi tesori. Ci fu la prima salita al Nose in giornata, con Long e Billy Westbay, la salita in libera delle Stovelegs, un sequel di feroci salite in artificiale, da Aquarìan Wall (1971) a Pacific Ocean Wall (1975) a Mirage (1976) e Bushido (1977), al capolavoro Sea of Dreams (1978), a Zenith (1979), Zenyatta Mondatta (1981), The Big Chill (1985), Shadows (1989) per dire solo le principali Big Wall. Più di 100 nuove salite. Nelle sue prime, Bridwell dimostrò a tutti di essere il miglior scalatore del mondo, e continuò a questo livello ben oltre i 50 anni, con l’ultima via nuova su El Cap a 57 anni. “Per la pura produzione di vie – sottolineò Long in un articolo per Mountainè senza rivali“.

Proiettando motivazione come un’eruzione solare, Bridwell portò con sé al Camp 4 capelli lunghi e avversione per il lavoro, diventando uno dei primi scalatori professionisti, in un’epoca in cui essere il miglior scalatore al mondo poteva rendere al massimo una corda gratis. “Non sono mai stato tentato dal denaro – ebbe a dire – se così non fosse le cose sarebbero andate di certo male“. Sulla roccia Bridwell fu un maestro di tecnica, coraggioso ma non avventato. Non gli piaceva scalare in solitaria: “Non ne ho bisogno, ho molti amici“. E rimarcava anche: “Non sono amico degli arrampicatori, sono amico delle persone“. Era un hippy, ma non nel senso tradizionale del termine: pur contrario all’establishment, poteva accettarlo quando necessario.

Nel lungo periodo in Yosemite Bridwell fu tra i fondatori dello YOSAR (il Soccorso Alpino della Valle), nel 1970, insieme a John Dill. Sopravviveva, con l’occasionale rimborso per il recupero di qualche arrampicatore, o raccogliendo bottiglie e lattine vuote per recuperare i pochi soldi di deposito. Non gli serviva molto. Il campeggio era gratis, la palestra all’aperto per allenarsi intorno al Columbia Boulder al Camp 4, anche. Il cibo veniva dagli avanzi dei turisti nella “cafeteria”, il tabacco dai resti di sigaretta. Più tardi, ottenuta un’innegabile notorietà, sarebbe stato sponsorizzato persino dalla “Camel” (confermo per inciso che raccattare porzioni di cibo intatte non è un problema in Yosemite – l’ho fatto più volte anch’io… all’epoca però non fumavo, lo confesso con un certo sollievo). Nonostante Bridwell fosse alla fine molto conosciuto questo non gli consentì mai di arrivare ai livelli di agiatezza di chi ha un buon lavoro fisso, né parve mai lamentarsi di una scelta che aveva privilegiato la sua libertà.

Quando Jim non era in Yosemite, faceva soccorso sulle piste di sci a Squaw Valley, e la guida alpina nei Tetons, mestiere che disprezzava, come un Mozart costretto a dare lezioni di kazoo. Scriveva libri e articoli, teneva proiezioni, e lavorò anche come consulente per le riprese di film di montagna. Il padre, un pilota aeronautico, avrebbe preferito che Jim seguisse la sua strada. Lo fece, per un po’, ma poi cambiò scuola per specializzarsi in psicologia, per la quale comunque non era tagliato: “C’è un mucchio di pazzi in giro, sarebbe stato facile trovare lavoro – se solo avessi sopportato di vivere con i pazzi“.

Con lo scoppio della guerra in Vietnam ogni residua ambizione di carriera in aeronautica fu messa da parte, ma alla fine riuscì a sfuggire alla leva.

Nel ’64, ispirato dalla salita di Maestri al Cerro Torre, Jim, che aveva un approccio alquanto mistico alle cose, decise di dedicare le sue energie ad un sogno, scalare il Torre. Con quell’ambizioso obiettivo Bridwell scalò in Yosemite fino a che lui e Yosemite diventarono sinonimi. Ed effettivamente nel 1979 Bridwell scalò il Torre lungo la via del Compressore, in stile alpino e in appena 36 ore. La sua salita con Steve Brewer lo mise al vertice dell’alpinismo, una prestazione da sottolineare, considerato che all’epoca Bridwell era un alpinista alle prime armi che non aveva quasi mai calzato i ramponi. Neanche la sua figura fu risparmiata da commenti poco lusinghieri. Bridwell ammise sempre di far uso saltuario di stupefacenti, “attrezzatura, necessaria a spiegare i misteri“. Si disse allora che avesse assunto LSD alla base del Torre, costringendo i compagni, John Bachar e Mike Graham, ad abbandonare la salita, fatta poi con Brewer. Bridwell sostenne che la ricostruzione non era accurata, e che, sebbene non si fosse privato del piacere di gustare allucinogeni, non lo aveva fatto quella volta, e comunque mai durante una scalata.

Combinando il suo stile avanzato di scalata su roccia con il nuovo gusto per l’alpinismo, Bridwell fece in fretta nuove salite rivoluzionarie sulla parete nord-ovest del Kichatna Spire (1979), e sulla Est del Moose’s Tooth (1981), entrambe in Alaska. Bradford Washburn aveva indicato la parete est del Moose’s Tooth come “l’ultimo grande problema in Alaska”, ma Bridwell, risolto il rompicapo dei 1500 m della sua via The Dance of the Woo-Li Masters, ritornò nel 1999 al vicino Bear’s Tooth per una nuova linea, The Useless Emotion, e non ancora contento, a 57 anni e a 20 anni dalla sua salita, mise su l’attacco diretto di Woo-Li, The Beast Pillar. Durante la salita al Kichatna si narra che Bridwell abbia bivaccato in un sacco della spazzatura, bucato per poter fumare le sue sigarette. Non a caso dunque John Long sostiene che la grinta di Bridwell, almeno quanto la sua abilità tecnica, gli abbia consentito di superare momenti che avrebbero ridotto in cenere chiunque altro.

Al Camp 4 i racconti delle gesta di Bridwell si sono trasformati in leggenda. Come la storia della traversata del Borneo, un viaggio di 1600 km in 43 giorni con Long e Jim Slade: durante la marcia nella jungla equatoriale Bridwell si fece tatuare da un capo Dayako, si nutrì di lucertole arrostite e si prese un parassita intestinale che al suo ritorno doveva essere ormai grosso come una salsiccia. A rimarcare la rudezza del personaggio, la leggenda, eccessiva come ogni leggenda, narra che quando il verme riuscì a uscire Bridwell se lo sia affettato e grigliato… Fin quasi a 70 anni Bridwell sembrò non invecchiare: del resto anche da giovane aveva un aspetto più sciupato di quanto la sua età potesse suggerire. Anni di sole, privazioni e sforzi sovrumani avevano conferito al suo volto l’aspetto di un campo arato. Si diceva avesse l’età di un settantenne, il corpo di un ragazzo di 25, l’atteggiamento di un bimbo di 11 anni. E questa è senz’altro una benedizione.

The Bird
di Dave Diegelman
Traduzione di Mauro Penasa

Riuscii a vedere The Bird poche settimane prima della sua dipartita all’ospedale di Loma Linda, a un’ora dalla sua casa di Palm Springs. Mentre cercavo parcheggio, la moglie di Jim, Peggy, mi chiamò per dirmi che avevano appena ricevuto la notizia che il trapianto di rene sarebbe stato inutile. Il cancro lo aveva attaccato troppo in profondità. Rimasi pensieroso in silenzio. Non lo potevo accettare. Entrai per visitare quello che era stato un caro amico da 43 anni, tra l’odore di disinfettante e i poster di incoraggiamento appesi alle pareti, cercando parole intelligenti, dopo questa terribile notizia. Mi venne in mente la prima volta che incontrai questo gigante dell’arrampicata. Dalla mia prospettiva di ragazzino ossessionato dalla scalata e dai suoi personaggi mitici, Jim era per me, e per l’intero mondo dell’arrampicata, ciò che Michael Jordan era per il basket. Mi ero appena legato e stavo per partire su New Dimensions, in Yosemite, la mia prima fessura di 5.10, quando Jim apparve dai cespugli e intavolò un’amichevole conversazione. Eccitato dall’incontro affrettai la partenza, ancor più conscio del compito proibitivo che mi attendeva. Mancandomi l’abilità e la forza per piazzare molte protezioni, scelsi di muovermi veloce senza perdere tempo a metter roba in una fessura di mano relativamente sicura. Nel passaggio alla seconda fessura, quasi in sosta, incastrai piede e corda, da vero incompetente, e feci un bel volo di oltre dieci metri. Scoraggiato e umiliato, risalii la fessura per finire il tiro. Jim chiese se poteva fare un giro, e salì da secondo in scarpe da basket, danzando sulla via come in una passeggiata domenicale. Alla sosta mi guardò fermo negli occhi: “Vedi, ragazzo, avresti fatto tutto bene se ti fossi ricordato di non pestare la corda“. Scoppiammo a ridere tutti e due, ci demmo i cinque, e da quel giorno in poi fummo amici.

Non potevo immaginare le avventure che avremmo vissuto insieme: la prima salita di una delle più famose big wall di El Cap (Sea of Dreams), un tentativo alla parete est del Moose’s Tooth, inutili scarpinate tra i fitti cespugli del lago Tahoe alla ricerca di ghiaccio scalabile, una collaborazione nell’organizzazione di una nuova ditta di vestiti, e naturalmente i pericoli giornalieri del vivere nella regione del Tahoe nei primi anni ’80, un’epoca caratterizzata da lunghi capelli ed eccessiva indulgenza. Il lungo cammino nei corridoi dell’ospedale mi riportò alla primavera del 1978, quando, con Augie Klein e Bill Price, stavamo attrezzando le prime lunghezze della Pacific Ocean Wall, per la terza salita. Era il testpiece di Jim ed era allora considerata la più dura big wall al mondo. Avevamo tutti meno di 20 anni, perciò c’era un po’ di animazione al Camp 4. Jim si fece imprestare il telescopio di servizio del Parco e si mise a guardarci il giorno in cui salii il terzo tiro, che in precedenza era quasi costato la vita a Rik Riederon, durante il primo tentativo della via (Jim aveva tentato con numerosi compagni prima di finire la via nel 1975, con Jay Friske, Fred East e Billy Westbay). Jim continuò a monitorare i nostri progressi, chiedendoci le impressioni e dandoci consigli sul materiale. Il giorno prima della nostra partenza per l’assalto finale, mi chiese di dare un’occhiata a una linea potenziale alla destra della P.O. Wall. Devo ammettere che, anche dal nostro punto di osservazione molto vantaggioso, trovare asperità scalabili su quella parete era come cercare un moscerino in un campo da football.

La personalità e la grinta di Jim permeavano l’intera P.O. Wall, i piazzamenti appena sufficienti a sostenere il peso dello scalatore lungo tratti di lunghezza inaudita. Potenziali cadute da 30 metri erano presenti nella maggior parte dei tiri difficili. Sul tiro Nothing Atolls, schiodai dietro a Price una lunga crepa protetta con chiodi a lama appena inseriti, strozzati con cordini. L’ultimo era arrugginito, piegato e parzialmente estratto: da questo ancoraggio il mio compagno si era calato per pendolare verso un’altra crepa, 15 metri più in là. Normalmente per questi scopi si usava almeno un chiodo a pressione, ma The Bird aveva deciso di rendere la cosa piccante anche al secondo, che si trovava a contemplare un pendolo di 30 metri, nel caso di fuoriuscita del chiodo.

Dopo sette giorni, uscimmo in cima, e appena raggiunto il fondovalle, Jim ci venne incontro sul sentiero, mi guardò dritto e chiese: “Che ne pensi?” Istintivamente sapevo che parlava della nuova via e non di quella che avevamo appena salito, e senza esitazioni dissi “Andiamo!”. Due giorni dopo stavamo attrezzando i tiri di quella che sarebbe diventata Sea of Dreams.

Dale Bard fece l’ingresso in squadra pochi giorni dopo, mentre ci stavamo rilassando a un party. Mi faceva proprio comodo una terza persona, così le soste non sarebbero state troppo noiose, lo e Dale avevamo passato buona parte della precedente stagione a scalare a Tuolomne, ed era sicuramente il più qualificato compagno che ci fosse in giro per una rognosa scalata artif. Inoltre, aveva promesso di persuadere Ray Jardine a darci qualche prototipo dei suoi “friend” per la salita. Jim esitò quando gli presentai l’idea: “In tre può essere complicato, specialmente quando si perde la pazienza“. Ma alla fine si rilassò e concordò che Dale avrebbe potuto portare acqua e cibo da aggiungere a quello che avevamo già raccolto ai primi tiri. L’obiettivo era metter su la via più dura che avessimo potuto, dato il periodo. Ed effettivamente ogni tiro divenne uno in più di una sequenza di tiri chiave. Raramente le difficoltà si addolcivano. Appena prima di raggiungere il Continental Shelf, Jim mi chiese di scambiare i tiri, così avrebbe potuto condurre sul grande muro verticale che prosegue in attraversata dalla cengia – una sezione di 30 metri di roccia compatta, unica debolezza la superficie brufolosa come la faccia di un teenager. Pensava che sarebbe stato spettacolare. Sapendo bene che avrebbe facilmente potuto far valere la sua reputazione su di me, protestai con fermezza che avevamo deciso di alternare i tiri, e quello era il mio. Ci pensò su per qualche secondo, poi sorrise: “Ok, è tuo!” Questo era Jim, il suo rispetto per i partner, anche quando si trattava di insolenti ragazzini come me, motivava gesti grandi. Il tiro è oggi conosciuto come Hook or Book. Verso la metà del tiro Jim urlò: “Va bene anche se metti un chiodo, sai?” Ero in una tale trance che feci a malapena caso alle sue parole, e continuai facendo il miglior uso possibile dei 16 ganci della nostra attrezzatura, “migliorando” anziché bucare per un po’ di sicurezza. Anche questa era una caratteristica di Bridwell: perché sbatter dentro un chiodo a pressione quando si poteva procedere più velocemente con un po’ di cesello? Anche se questa abitudine iniziò ad essere discussa nelle seguenti salite, fummo d’accordo che gestire un tiro al massimo delle nostre capacità fosse meglio che usare una scala di chiodi fissi.

Per tutta la salita Jim mostrò la sua straordinaria abilità di ricordare i dettagli di dove avremmo dovuto andare in base al suo studio della linea potenziale fatto attraverso il telescopio, anche quando la sezione su cui si scalava non gli era visibile. Da primi, io e Dale gli descrivevamo il terreno che avevamo davanti e lui ci rispondeva di andare verso una certa lama che portava a una crepa o altre cose di questo tipo. Era come se stesse leggendo una relazione stampata nella sua mente.

L’umorismo di Jim stemperava la tensione di situazioni vicine al limite. Veniva fuori anche nei suoi lavori di consulenza cinematografica. Anni dopo, Jim stava lavorando con Dale Bard su una parete in Canada, per issarci un elicottero che doveva cadere ed esplodere in una scena del film Cliffhanger. In qualche modo i pirotecnici sbagliarono qualcosa, così l’elicottero non esplose ma si schiantò semplicemente in terra. Il direttore di scena, Mike Hoover, finì faccia faccia con Bridwell, urlandogli l’immaginabile sui costi di questo errore. In realtà non era colpa di Jim e Dale, ma invece di difendersi Jim semplicemente disse: “Non saremo bravi, ma siamo pur sempre il meglio che avete!“. Poche parole spontanee, senza calcolo. In effetti Bridwell non si mise mai in posizioni di sottomissione, e chiaramente questo non lo aiutò a mantenere gli sponsor.

Pur avendogli parlato spesso, non lo avevo più visto in faccia da almeno 20 anni. Entrando nella sua camera, il suo sorriso e la luce nei suoi occhi mi colpirono con una marea di ricordi e di affetto. Il suo corpo era poco più di uno spaventapasseri. Ma indossava una cuffia di lana blu che si intonava perfettamente con le lenzuola dell’ospedale. Jim faceva sempre dello stile. Immediatamente iniziammo a ricordare, rinfrescando la memoria di perdite recenti, raccontandoci bugie che erano verità. Era profondamente colpito da tutto l’amore che gli amici gli avevano mostrato in tante visite e telefonate. Significava molto per lui. Parlammo della vita, della famiglia, della fede e dell’amore. Guardammo le foto dei nostri figli. Ci mangiammo due contenitori di gelato alla fragola, contrabbandato all’interno dietro sua richiesta. Non era mai stato uno cui si potesse dire cosa fare e cosa non fare. Ritornai due giorni dopo, e Jim si sentiva molto meglio. Era del tutto sereno all’idea di lasciare questo mondo se le cose avessero dovuto andare così, ma voleva testardamente finire alcuni scritti, soprattutto una sua autobiografia. Indossavo una delle mie camicie fantasia a lui ispirate, che ammirava con occhio compiaciuto. Cercando di incoraggiare il suo ottimismo mi offrii di spedirgliela quando fosse stato dimesso. Purtroppo, le cose peggiorarono presto, e poco tempo dopo venne ricoverato in rianimazione. Jim se ne è andato il 16 febbraio 2018.

La vita di Jim Bridwell si esemplifica nella sua capacità di spostare i confini dei suoi talenti e nell’aiutare gli altri a inseguire i propri limiti. Fu sempre focalizzato sull’orizzonte di cosa avrebbe potuto essere e mai fu interessato al suo stato del momento. Di questo gli sono grato. Mi manca l’amico – anche i suoi sproloqui politici da mezz’ora l’uno, o le sue stravaganti riflessioni sull’umanità. “Those who fail to plan, plan to fail” – “Chi non impara a pianificare, prepara il suo fallimento”, era uno dei suoi detti favoriti, preso da Benjamin Franklin. Anche nei suoi ultimi giorni, Jim era di certo parte del piano.

Mugs Stump 1949-1992
a cura di Mauro Penasa

Mugs Stump è stato uno degli alpinisti più visionari d’America, che ha portato avanti nel corso degli anni ‘70 e ’80 una personale visione della scalata, veloce e leggera, quando sulle grandi pareti l’approccio himalayano era la norma. La sua è stata una forma di espressione artistica, poiché con le sue salite ha sempre cercato la purezza nella semplicità.

Gli esempi includono la prima dell’Emperor Face al Mount Robson, la prima della parete est del Moose’s Tooth, la scalata del Moonflower Buttress al Mount Hunter e la veloce ripetizione in solitaria della Cassin al Denali. Questa visione idealistica, combinata con un’incrollabile determinazione, consentì a Mugs grandi realizzazioni in una carriera purtroppo alquanto breve. Nonostante le notevoli salite in montagna Mugs descrisse la sua vita non tanto come una rincorsa pianificata verso la gloria, quanto come una sorta di vagabondaggio nel sogno. Davvero Mugs Stump attraversò il mondo in cerca di avventure, che portò avanti con superiore purezza di stile e senza tante fanfare, ben personificando gli ideali dell’alpinismo. Giunto ad un passo dal diventare un giocatore di football professionistico, e dopo un serio incidente al ginocchio, Mugs approdò alla scalata relativamente tardi, a 26 anni, nel 1975, ma dimostrando in fretta di che pasta era fatto.

Probabilmente era uno di quegli atleti che sono adatti a quasi qualunque cosa, ma presto avrebbe dimostrato che le sue migliori capacità non erano fisiche bensì mentali. Non si spiegherebbe altrimenti come solo 4 anni dopo, nel 1978, abbia tentato la Hummingbird Ridge integrale al Mount Logan, superando la lunga prima parte mai salita. E che successivamente, in luglio, con Jim Logan (ora Jamie Logan… sì, Jim Logan ha cambiato sesso pochi anni fa, a 60 anni di età… questi ragazzi sono una miniera di sorprese), abbia portato a termine la prima salita della Emperor Face al Mount Robson, Canada, una parete di 2400 metri che era uno degli ultimi problemi del Nord America ed aveva più volte respinto ogni tentativo, tra cui uno dello stesso Logan. Superati velocemente i pendii nevosi inferiori, i due salirono i colatoi ghiacciati sempre più ripidi che tagliano le striature orizzontali della montagna. La parte superiore, verticale e senza ghiaccio, li costrinse a scalare roccia marcia e quasi improteggibile. Dopo il loro terzo bivacco, seduti sul pendio ghiacciato a 70°, con una rischiosa scalata artificiale superarono infine lo strapiombante muro finale, al prezzo di ore di duro lavoro e paura.

Seguì una veloce salita della Supercanaleta al Fitz Roy, nel 1980, mentre l’anno successivo fu la volta della parete est del Moose’s Tooth, Alaska, una repulsiva parete di 1500 metri che aveva registrato almeno 10 tentativi. Stump e Logan avevano provato nel ‘79, per essere respinti dalle continue scariche di sassi e ghiaccio. Con Bridwell scambiarono le temperature miti per condizioni più consolidate, attaccando la montagna in marzo. Mugs ebbe a dire prima della partenza: “Via, saliamo su questa cosa più in alto possibile, prima che ci si renda conto di cosa stiamo facendo“. In parete per 4 giorni, equipaggiamento minimale, viveri da fame, fornello poco efficace: non mancava proprio nulla… “Abbiamo tirato molto la corda… in alcuni momenti siamo stati davvero molto fortunati”. Stump ritornò in Alaska in maggio per salire con Paul Aubrey sul Mount Hunter, lungo il Moonflower Buttress. Questa linea di 1200 metri presentava ghiaccio sottile, verticale e strapiombante, ed una dura scalata, sia artificiale che libera. Dopo cinque giorni i due raggiunsero la cresta superiore ma, essendo saliti molto leggeri, al termine delle difficoltà decisero di scendere, senza arrivare in cima. “È la via di maggior soddisfazione che abbia mai scalato. Una classica, vale davvero la pena di andare fin là“.

Seguirono molte spedizioni, tra cui quella all’enorme parete ovest del Gasherbrum IV, con Michael Kennedy, nel 1983. In meno di quattro giorni raggiunsero i 6900 metri, dove furono bloccati per cinque notti dalla bufera. Fine della storia. Erano ancora tempi in cui non esistevano previsioni affidabili e, una volta partiti in stile alpino, si era davvero in balia dei capricci della montagna. Da ricordare poi il tentativo allo sperone nord-est del Thalay Sagar, (1984), allo Shivling ed al Meru (1986), ancora al Meru (1988), in Gangotri, India.

In Alaska tre furono i tentativi sullo sperone est del Mount Johnson, nella Ruth Gorge, tra il 1986 ed il 1990, i primi due interrotti al decimo tiro, mentre nel 1990 riuscì a salire, con Renny Jackson, per ben 33 lunghezze, prima di scendere a causa della roccia marcia. Ma l’Alaska era dentro di lui, così nel 1989 passò altri otto giorni in portaledge su una nuova via all’Eye Tooth, con Conrad Anker. Ben quattro i viaggi esplorativi in Antartide, dove riuscì in numerose prime salite. In mezzo a queste avventure non poteva non dedicarsi anche alla scalata tecnica e alle Big Wall, in Yosemite, Zion, Black Canyon. Nel 1991 effettuò una veloce ripetizione in solitaria della Cassin al Denali in sole 15 ore da un campo a 4200 metri sullo sperone ovest.

Sceso alla base della via, salì i 3000 metri della Cassin nella bufera, superando molte cordate che bivaccavano e rifiutando di ripararsi con loro, per rientrare al campo dopo 27 ore e mezza. Stump confidò a Kennedy: “La Cassin fu davvero un’esperienza illuminante, che mi mostrò un mare di altre possibilità“.

Il Denali non fu così delicato a lungo. Appena un anno dopo Mugs morì cadendo in un crepaccio mentre scendeva dallo sperone sud.

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The Moose’s Tooth and The Bird – 2 ultima modifica: 2019-12-13T05:57:34+01:00 da GognaBlog

23 pensieri su “The Moose’s Tooth and The Bird – 2”

  1. 23
    Carlo Crovella says:

    Non sentitevi abbandonati solo perché le operazioni di fine anno mi tengono impegnato a tamburo battente e ho poco tempo per contribuire qui. Vi leggo sempre con piacere, a volte concordo con voi, spesso no. Ciao!

  2. 22

    Foresti, questa tua ultima l’incornicio e la mostrerò a mio figlio intellettuale di sinistra col suv. 

  3. 21
    Roberto Pasini says:

    Hai ragione Cominetti. Bisogna essere molto prudenti. Anche qui: “Gira e Rigira …..è la politica che tira”. Però Crovella dovrebbe essere contento, con qualche sbandata tematica abbiamo riempito di commenti anche questo blog sul grande Bridwell. Proporrei tolleranza natalizia per corridori, cannibali  e quelli che tu chiami disadattati🌲 ma poi si incazza l’aspro e severo Massettini, fustigatore di neodemocristiani e radical chic e bastonatore di vecchi alpinisti buonisti rincoglioniti🤪😇

  4. 20
    Giandomenico Foresti says:

    Le equazioni di Marcello sono come quelle di Einstein. Si fa presto presto a dire E=mc2, ma dietro c’è un universo di significato.
    Grande Marce’

  5. 19

    La mia, più che un’equazione, era forse una semplice espressione. Il capitalismo non è mai banale, ma banale può  essere la situazione in cui si deriva, dopo aver predicato ideali originali ed estremi, a volte. 
    Comunque sembra che la politica abbia sempre il sopravvento sull’alpinismo . Io avevo parlare di Bridwell… mannaggia a me quando ho tirato fuori quella stupida “equazione”.

  6. 18
    Roberto Pasini says:

    Sono d’accordo. L’arrampicata, come l’andar per mare o altre attività, nasce dalla Passione o Volonta’ dell’uomo, come avevo detto storpiando il titolo di una famosa opera filosofica. Per molti tutto finisce qui. Però parte dell’uomo è anche la Rappresentazione, cioè il bisogno di dare un significato a quello che fa. Ecco che allora, non tutti ma alcuni, arrampicatori hanno voluto dare un senso più profondo a quello che facevano: sfida, conquista, armonia, gioco …..la letteratura sulla montagna è piena sia di puri racconti d’azione sia di promulgazione di valori/fedi/convinzioni, certamente più sul versante morale o filosofico che su quello strettamente politico. Volonta’ e Rappresentazione sono i due poli del nostro essere e con pesi reciproci diversi si esprimono in tutto quelli che facciamo come individui e specie. Forse l’alce ha un approccio più semplice, ma non lo sappiamo veramente, infatti non abbiamo ancora visto un alce praticare la conquista dell’inutile.

  7. 17
    Fabio Bertoncelli says:

    Ci furono comunisti che, dopo anni di gulag, ne uscirono ancora fieri del comunismo. Ci furono comunisti italiani che, dopo anni di Goli Otok (la famigerata Isola Calva di Tito), rimasero fieramente comunisti.
     
    Moltitudini di comunisti in tutto il mondo credettero nel “Paradiso dei lavoratori”. Tuttora qualcuno ne sente nostalgia e rimpiange perfino Stalin. È un po’ come rimpiangere Adolf Hitler…
     
    Miliardi di comunisti hanno sofferto sotto il comunismo. Cento milioni di persone sono state assassinate dal comunismo.
    … … …
    Io non parlerei propriamente di intelligenza. Anzi…

  8. 16
    Fabio Bertoncelli says:

    Nella stragrande maggioranza dei casi, gli alpinisti fascisti e nazisti scalavano le montagne per pura passione, come del resto anche tutti gli altri: liberali, comunisti, popolari, socialisti, cattolici, atei, miscredenti, agnostici, maschi e femmine, eterosessuali e omosessuali, belli e brutti, alti e bassi, misogini e femministe, Reinhold Messner e Fabio Bertoncelli, ecc. Le eccezioni sono rarissime.
     
    Heinrich Harrer scalò la parete nord dell’Eiger per passione, non certo per dimostrare la superiorità della presunta “razza ariana”. Ciò non toglie il fatto che fosse nazista e nello zaino avesse una bandiera nazista (o un gagliardetto) da sventolare in vetta. Ma sull’Eiger andò spinto dalla sua passione per l’alpinismo, non dalla passione per Hitler.
    Riccardo Cassin ed Emilio Comici erano fascisti, ma pure essi scalavano solo per passione. E, al di là della tessera di partito, furono persone buone e generose! Valutiamo un essere umano nel suo insieme, per ciò che è e per ciò che fa, e non solo per la tessera di partito. Tutt’al piú qualcuno di quegli alpinisti era interessato a godere dei vantaggi del Partito Fascista, ma – beninteso – solo allo scopo di poter scalare più spesso; fu lo stesso Cassin a riconoscerlo lealmente.
     
    Tra i rari casi di “esternazioni politiche” durante una scalata ricordo i cinesi all’Everest nel 1960. Nel giorno di vetta, a oltre ottomila metri, incerti di fronte alle difficoltà tennero un’assemblea di “comitato politico” e chiesero aiuto spirituale al Gran Timoniere. Mao, da Pechino, si fece sentire per via metafisica (allora non esistevano ancora i telefoni satellitari) e fornì le dritte per la vetta: così recita il resoconto ufficiale della spedizione, redatto dal Partito Comunista Cinese. Per la precisione, è tuttora dubbio che i cinesi abbiano raggiunto davvero la vetta.
     
    Ricordo che nell’URSS esistevano il Picco Lenin, il Picco del Comunismo e chi piú ne ha piú ne metta. Durante il Ventennio venne battezzata la Torre GUF (gruppo di Sella) e, se ben rammento, si tentò di cambiare nome al Monte Bianco di Courmayeur: Picco Mussolini!
    Non mi risulta il Picco Hitler. Però ci fu il Picco Stalin, poi chiamato Picco del Comunismo e ora ribattezzato con un altro nome.
     
    In conclusione – lo ribadisco – si va sui monti per passione, e solo per passione. Tranne che in pochissimi casi: disagio psichico.
    Io però non sono matto. Non ancora. 😂😂😂

  9. 15
    Roberto Pasini says:

    Mamma mia Cominetti che ardite equazioni in un venerdi di nevischio: comunista=intelligente; intelligente=banale capitalista. Non ti sembra di generalizzare un po’ troppo in tutte e due le equazioni? Ci sarebbero molti casi che dimostrano l’opposto. Benassi avevo capito il senso del tuo uso del termine, ma anche i protofascisti di Piazza San Sepolcro si definivano rivoluzionari rispetto ad un assetto sociale che ritenevano marcio e decadente. Ti consiglio il libro di Scurati, a me è piaciuto molto per la ricostruzione “in soggettiva” come si dice al cinema di quel movimento.

  10. 14
    Alberto Benassi says:

    più che banali capitalisti, direi dei  moralisti che predicano bene ma razzolano male, a cui piace guidare il gregge dall’alto dei salotti. Insomma sono diventati dei borghesi con la scriapa rosso.
    Perchè come mi dice un mio amico comunista: il popolo va guidato.
     
    Una delusione.

  11. 13
    Alberto Benassi says:

    rivoluzionario non è reazionario.
     
    Quindi per me “ivoluzionario” è colui che va in una “certa” direzione…che non è certo quella di destra.

  12. 12

    Forse mi attirerò il disprezzo di qualcuno ma il povero Jim nei suoi ultimi anni di vita non se la passava bene. La crisi economica l’aveva lasciato senza casa e senza assicurazione sanitaria (negli USA è come ritrovarsi a vivere da trapezista senza rete) e questo l’aveva fatto diventare intollerante, reazionario e razzista. Non era più il figlio dei fiori convinto che era stato da tutta la vita. Era pure trumpista, purtroppo. Resta fuori discussione la sua grandezza di alpinista e soprattutto avventuriero. 
    Collegandomi alla corrente dei commenti mi viene da esporre una mia modesta teoria: i comunisti sono più intelligenti degli altri e quindi, dopo un po’,  passano dalla parte del comando. È inevitabile. E diventano irrimediabilmente dei banali capitalisti. Questo è,  secondo me il motivo per cui il comunismo non funziona.

  13. 11
    Roberto Pasini says:

    Ok. Anche la parola rivoluzionario andrebbe usata con cautela. Di per se’ indica solo un orientamento radicale ma non la sua direzione. Due leader della destra italiana l’hanno infatti usata come slogan: “La rivoluzione del buon senso” e “La rivoluzione del Presepe”. Questo senza alcun giudizio, per carita’,  parlo solo dell’attenzione e della cautela nell’uso delle parole.

  14. 10
    Alberto Benassi says:

    ma io non mi riferivo solo all’arrampicata.
    Non ho fatto l’equazione rivoluzionario=arrampicatore.
    Ci sono arrampicatori che di rivoluzinario non hanno nulla. ANZI!!!

  15. 9
    Roberto Pasini says:

    Appunto. Si tratta di scelte personali e non di leggi della fisica. Non dimentichiamo che l’equazione arrampicata-ribellione è legata ad un periodo particolare. Ci sono stati periodi in cui grandi arrampicatori erano fascisti o nazisti e arrampicavano per dimostrare la superiorità della Heimat o della razza. Per non parlare dei nobili inglesi dell’Ottocento. La montagna in se’ non esiste: e’ Volonta’ e Rappresentazione dell’uomo e quindi risente della storia.

  16. 8
    Alberto Benassi says:

    MESSNER come esempio lascerei perdere.

  17. 7
    Alberto Benassi says:

    Aggiungo anche che la storia del rivoluzionario che diventa poi necessariamente un filisteo è una panzana secondo me

    no non è una panzana.
    Ci sono persone che come affermi te hanno portato avanti nella vita i loro ottimi valori giovanili .
    Altri invece sono diventati dei veri opportunisti e i valori giovanili rivoluzionari sono stati alquanto dimenticati.

  18. 6
    Paolo Gallese says:

    Concordo con Roberto. E penso a Pierre Mazeaud.

  19. 5
    Roberto Pasini says:

    Aggiungo anche che la storia del rivoluzionario che diventa poi necessariamente un filisteo è una panzana secondo me. Conosco persone che da giovani hanno unito arrampicata e ribellione ai valori tradizionali e poi sono diventati padri di famiglia, dirigenti, professionisti e magistrati portando nel loro lavoro quegli stessi valori che li avevano ispirati arrampicando e partecipando ai movimenti sociali della loro gioventù. Non meglio ne’ peggio: scelte libere diverse.

  20. 4
    Roberto Pasini says:

    Vita personale e imprese arrampicatorie sono due cose diverse. Arrampicatori straordinari hanno fatto scelte di vita diverse da quelle di Bridwell. Ad esempio Cassin e Chouinard hanno fondato imprese, creando benessere e lavoro per se stessi e la loro famiglia, altri come Messner e il nostro Gogna si sono impegnati attraverso la creazione di musei o blog nella diffusione dei valori che hanno ispirato le loro imprese, altri si sono impegnati nel sociale. Ognuno di noi poi è libero di ispirarsi ai modelli di ruolo che sente più vicini alla sua natura e ai suoi valori senza assolutismi o moralismi: ribelle, rivoluzionario, anticonformista, riformatore sociale, imprenditore innovatore, animatore culturale e così via.

  21. 3
    Alberto Benassi says:

    certamente non è uno che da giovane ha fatto il rivoluzionario ma poi è diventato direttore di banca o un fuzionario statale.

  22. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Jim Bridwell: checché se ne pensi – bene o male –  bisogna riconoscere comunque che fu una vita anticonformista.

  23. 1
    Alberto Benassi says:

    JIM un grande rivoluzionario di ieri. Lui non è diventato un radical chic.
    I giovani possono solo imparare da uno come Jim. O almeno sapere chi era e averne grande rispetto.

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