Tis-sa-ack

Introduzione a Tis-sa-ack (GPM 063)
di Gian Piero Motti
(pubblicata su Scandere 1979)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Lo scritto che proponiamo ai lettori, unanimemente è riconosciuto come il migliore di Robbins ed uno dei più significativi ed interessanti di tutta la letteratura alpinistica mondiale. Ad un esame superficiale esso potrebbe sembrare il normale racconto di una prima salita.

E infatti lo è. Si tratta dell’apertura di una nuova via diretta sulla fantastica parete nord-ovest dell’Half Dome, nella ben nota Yosemite Valley in California. Primo tentativo nel 1968 di Robbins, Hennek e Pratt. Completamento successivo dello stesso Robbins con Don Peterson nell’ottobre 1969.

Ma vi è un particolare essenziale, da non trascurare. Robbins, il cui potere di introspezione psicologica è ben noto negli ambienti californiani, tanto da autodefinirsi l’uomo del 5.10 psichico, entra nel cervello dei suoi amici e parla al loro posto, cercando con una fine analisi di mettere a nudo i loro pensieri durante le fasi della salita. Durante lo scritto intervengono Hennek, Pratt, Peterson, ma è sempre Robbins che scrive ed è così abile da saper rendere un’immagine del tutto credibile dei suoi compagni. In sostanza nello scritto Robbins presenta due realtà diverse: una quella della salita vista dall’esterno e l’altra quella del mondo inconscio dei suoi compagni durante la salita, che lui cerca di rendere conscio valendosi della sua capacità analitica e della perfetta conoscenza che ha dei loro caratteri. Certo l’analisi di Robbins è spietata. Ne nasce uno scritto forse un po’ crudo, privo di quella poesia che si vorrebbe quando si scrive d’alpinismo. Ma ciascuno pensi alle considerazioni fatte durante le salite (e mai comunicate), pensi alle imprecazioni soffocate, ciascuno si interroghi onestamente e poi rifletta sulla famosa frase: «chi è senza peccato…»

Dal punto di vista tecnico, la via aperta da Robbins e Peterson, si svolge esattamente al centro della parete, e segue alcune immense righe nere prodotte dall’acqua, che in primavera cola lungo le placche di granito per il disgelo. Robbins si ricollegò alla leggenda indiana che vedeva in quelle striature nere il segno delle lacrime di una fanciulla, chiamata appunto Tis-sa-ack, abbandonata dal suo amante. La via tecnicamente è complessa, quasi totalmente in artificiale, ma non mancano tratti in libera molto severi (5.10). Furono infissi più di 110 chiodi ad espansione. Cosa insolita per Robbins, se si pensa a lui come al difensore del purismo nella Yosemite Valley. Una contraddizione? Forse. Vi è un fatto su cui è interessante soffermare la nostra attenzione. A quell’epoca nella valle dominavano due figure: Robbins da un lato, rigoroso, un po’ codino, certamente di estrema intelligenza, strenuo difensore del purismo; dall’altro lato Warren Harding, insofferente di ogni costrizione, bevitore incallito, anarchico, altrettanto intelligente, strenuo difensore dell’arrampicata come gioco e della massima libertà d’azione in montagna. Nel novembre 1970 Harding con Dean Caldwell apre una nuova via sul Capitan (Wall of the Early Morning Light) restando per 27 giorni filati in parete e ricorrendo ad un massiccio impiego di mezzi artificiali (necessari), tra cui qualcosa come 300 chiodi ad espansione! La salita venne ripresa dalla televisione e fu sfruttata da Harding a fini commerciali. Ma ciò non toglie alcun merito ai due, che dettero una stupefacente dimostrazione di resistenza fisica e morale. Va anche ricordato che durante questa salita Harding sperimentò artifici un po’ agghiaccianti, per risparmiare tempo e fatica. Usò infatti i rivet, chiodi ad espansione cortissimi in alluminio e ricorse alla tecnica dei bat-hook. Per intenderci si tratta di fare un buco non profondo nella roccia con il perforatore, quanto basta per agganciarvi un piccolo uncino d’acciaio (clìff-hanger) che regga la staffa e il peso dello scalatore…

Half Dome, Yosemite Valley

Pare che Harding sia ricorso anche nove volte di fila a quest’artificio su parete verticale e strapiombante! Indubbiamente un buon self-control, più anglosassone che californiano. L’impresa naturalmente fa scandalo e subito gli anatemi di Robbins si scagliano contro gli autori del sacrilegio. Tanto che Robbins, preso da sacro furore purista, si erge a giustiziere divino e attacca la via con l’intento di ripulirla da capo a fondo; e infatti così fa per il primo terzo di parete, fracassando i primi cento chiodi ad espansione che trova infissi. Ma poi, a mano a mano che sale, s’accorge che la via è bella, anzi splendida, un vero capolavoro di intuito e di realizzazione in artificiale. Forse si pente, lascia stare i chiodi e prosegue fino in vetta. In uno scritto successivo confessa anche un certo pentimento per l’accaduto e (forse a malincuore) deve ammettere che Harding ha aperto una via grandiosa. Dal canto suo Harding non sembra che abbia molto digerito l’operato di Robbins e non perse occasione per mettere in rilievo, anche con pungente sarcasmo, l’intolleranza puritana dell’amico-rivale, che egli nel suo splendido libro Downward bound – Fun and anarchy definisce come il «Doctor Freud», riservando per se stesso il ruolo forse più simpatico di Satana, del quale ricorda anche la comune versione iconografica che generalmente gli viene attribuita.

Harding scrive: «Sinceramente il mio più grande interesse sarebbe quello di capire se esiste una qualche possibilità clinica per analizzare con sufficiente chiarezza gli oscuri labirinti mentali del cervello di R.R.
Forse R.R. fa una certa confusione tra l’etica arrampicatoria e argomentazioni sottili (oscure?) di moralità, prostituzione… come, ad esempio, una salita realizzata con 100 chiodi ad espansione (leggi Tis-sa-ack) ossia una fanciulla che costa 100 dollari la notte, va bene, è cosa giusta. Ma una via aperta con 300 chiodi ad espansione, ossia una fanciulla da 300 dollari la notte, allora no, non va più bene, è immorale, scandaloso, riprovevole…
Molti anni or sono, quando cominciai ad arrampicare, mi parve che tutto ciò fosse un gioco… Forse mi piacerebbe ancora giocare a indiani e cowboys. Nessun dubbio, comunque: sarei sicuramente dalla parte degli indiani (Warren Harding – Reflections of a broken down climberAscent 1971)».

Ritornando a Tis-sa-ack si noti con quanta finezza psicologica viene messo a fuoco il difficile rapporto tra Robbins, «re» della Yosemite Valley, già anziano, al quale si dovrebbe rispetto e riverenza e il giovane Peterson, dissacratore irrispettoso, conscio del suo valore e delle proprie capacità, quindi per nulla intimorito dalla fama del compagno di cordata, il quale invece si vede costretto a difendere il suo prestigio messo in discussione.

Il linguaggio è secco, diretto, del tutto parlato. Difficile la traduzione in italiano, dato il ricorso frequentissimo allo slang arrampicatorio. Nessuno quindi si scandalizzi. Piuttosto ciascuno rifletta e ricordi il linguaggio usato nell’azione e quello che invece poi si trasferisce negli scritti successivi. Ancora una volta «chi è senza peccato …»

Tis-sa-ack
di Royal Robbins
(pubblicato su Ascent 1970 e su Scandere 1979)
traduzione dall’inglese di Gian Piero Motti

Hennek – In gran parte fu un’idea di Robbins. Era lì nel mucchio di progetti che si eran fatti tra amici. E c’era rimasta per un bel po’ di tempo. Anch’io ci avevo fatto su un pensierino. Quando gli prestai il mio telescopio me lo immaginai mentre stava sbirciando attento la parete. Quella via interessava a lui come a nessun altro. Aveva già aperto due vie sulla parete e certo non avrebbe digerito che qualcun’altro gli soffiasse quest’ultima. Desiderava ridurre l’Half Dome ad un suo dominio privato.

Robbins – Nel pomeriggio il Maresciallo – lo chiamo il Maresciallo perché è Roper che ha cominciato a chiamarlo così. Roper ha il brutto vizio di dare soprannomi agli altri, e così… Così mi chiama Roy, perché detesta il tono pretenzioso del mio nome di battesimo, io non posso farci nulla. Comunque gli va di chiamare Pratt «il Maresciallo» e a me non resta che adeguarmi all’uso per un po’ – il Maresciallo, dunque, condusse da primo per una lunghezza di corda divertente, fino a raggiungere l’inizio di un enorme diedro inclinato e biancastro, striato da colate di lichene nere: la Zebra. La leggenda indiana racconta che le striature nere sono il segno lasciato sulla roccia dalle lacrime di una fanciulla pellerossa, Tis-sa-ack, cui mi sono ispirato per dar nome alla via.

Pratt – Mi fermai su staffe alla fine del primo tiro di corda, che in verità non era troppo malvagio, eccetto l’inizio, dove ti trovi a dieci metri da terra senza niente di sotto e devi cominciare l’artificiale su due schifosissimi chiodi accoppiati. A Royal piaceva il tiro successivo, perché era marcio e gli offriva quindi l’occasione buona per menarcela un po’ con quei dannatissimi nut, cercando di convincerci della loro eccellente tenuta, cosa di cui io dubito parecchio. Ma sì, è vero, io sono molto conservatore. Dopo scendemmo giù all’attacco lasciando le corde fisse e bivaccammo su una cengia spaziosa che chiamammo «il Dormitorio».

Half Dome, parete nord-ovest. Foto: Ed Cooper

Hennek – Sulla Zebra tutto avrebbe potuto filar via liscio, ma non avevamo chiodi grandi a sufficienza, sebbene avessimo portato due serie complete di chiodi e di cunei. Ci occorrevano circa dieci chiodi da due pollici e dodici da un pollice e mezzo. Il motivo per cui avevamo portato due serie complete di chiodi è che così il capocordata è sempre indipendente e può arrampicare da primo mentre il terzo di sotto schioda. Condussi in testa fino al termine della Zebra, poi Pratt mi raggiunse e cominciò a salire aggirando lo strapiombo sommitale, mentre Robbins ripuliva la lunghezza precedente.

Robbins – Dalla fermata su staffe di Hennek la fessura si allargava fino a cinque pollici. Il Maresciallo prese un bong da quattro pollici, il più grande che avevamo, e lo incastrò di traverso nella fessura. Numero allucinante, vedere quel bong incastrato per largo. Poi riuscì a piazzare due chiodi decenti, infine infilò un paio di nut dietro una lama staccata dall’aspetto agghiacciante. Sicuramente la chiodatura l’avrebbe fatta partire. Il disgusto del Maresciallo era evidente. Il Maresciallo odia i nut. Stava dicendo che, appena caricato, il nut si era mosso, bloccandosi poi proprio al bordo della lama, dove aveva trovato una sistemazione. Penso che il suo desiderio più grande fosse quello che il nut partisse, così mi avrebbe potuto dire: «Robbins, t’avevo detto che non tengono!». Ma invece il nut resse a sufficienza per dargli il tempo di piazzare un chiodo ad espansione, non molto buono in verità, in quanto il Maresciallo dimostrava una gran fretta di togliersi da quel nut, prima che il nut facesse partire la lama staccata.

Hennek – Non riuscivamo.a vedere Chuck mentre forava sopra lo strapiombo, ma Glen Denny, che stava fotografando di fianco alla parete, sparò qualche bella foto di noi appesi come salami e di Pratt che si dava da fare sopra lo strapiombo. Nell’oscurità imminente mollai Royal nel vuoto, affinché salisse su con le jumars, poi cominciai a ripulire il tiro di corda.

Robbins – Quando arrivai in fermata, vidi che il Maresciallo aveva massacrato la roccia, cercando di piantare a forza tre chiodi in altrettanti aborti di fessure. Proprio niente di buono a cui appendersi. Quando mi immaginai noi tre appesi per tutta la notte a quei tre chiodi, immediatamente tirai fuori il perforatore. Il Maresciallo non passa per un fanatico purista nemico dei chiodi ad espansione – sì, è vero ciò che si racconta su quella faccenda allo Shiprock, ma è soprattutto Roper il responsabile – non passa dunque per un fanatico, ma in verità non conosco uno più lento a bucare del Maresciallo Pratt. Piazzai un buon chiodo ad espansione e poi ci sistemammo per bivaccare in parete.

Dennis Hennek

Hennek – Royal dice ci sistemammo, ma lui non riuscì a sistemarsi tanto presto. Si girava e rigirava in continuazione, imprecando e bestemmiando nelle tenebre. Poi udii lo strappo. Royal aveva caricato troppo un terminale dell’amaca, proprio lui che le dovrebbe conoscere un po’ meglio, in quanto ne ha progettato i modelli. E allora fu un’esplosione di urla, di improperi, in un lurido linguaggio, così osceno che non avresti creduto capace di tanto nemmeno lo stesso Steve Roper. Pensai come tutto ciò fosse estremamente ridicolo. Le raffiche andavano e venivano. Folgori nella notte. Ero stupito che egli avesse perso così completamente il controllo di se stesso: tutti lo consideravano come una specie di iceberg.

Robbins – Il giorno successivo ebbi modo di vivere un’esperienza unica nel suo genere: piantare sedici chiodi ad espansione uno dietro l’altro. La parete era maledettamente liscia e attorno non vi era alcuna possibilità di salita. Ma la via era ben degna di ricorrere ai chiodi ad espansione. Dopo un po’ cominciai a provare una gioia quasi perversa nel forare la roccia o almeno la sensazione di aver compiuto un buon lavoro. Li piantai per tutta la lunghezza della parete, in modo che fossero chiodi ad espansione eccellenti e degni della massima fiducia, ma li piantai anche il più lontano possibile l’uno dall’altro, tanto che penso che al mondo intero un operaio non avrebbe potuto fare un lavoro migliore di quella scala che io fabbricai con quei chiodi ad espansione.

Tuttavia, fui veramente felice di raggiugere, aiutandomi con un’ancoretta d’acciaio, l’inizio di una fessura che discendeva da un terrazzino posto 15 metri più in alto. Mentre veniva su, il Maresciallo cominciò a dare in escandescenze. Durante tutto il tiro di corda fu in delirio. Il Maresciallo è noto come un delirante cronico. Il suo delirio si manifestava con urla selvagge, ai limiti della sua capacità polmonare, degne di un Otello in calore.

«Perché, perché, perché», sbraitava, «perché non ho fatto carriera? Cristo, avrei potuto essere un sergente con sicurezza economica e rispetto da parte di tutti. Perché ho cominciato a mettere l’alpinismo al primo posto nella mia vita? Merda! Ora potrei essere un fisico, con un grande ufficio e con tanto di segretaria, sì, proprio una segretaria!», ripeteva illuminandosi in viso, con nello sguardo un’espressione maligna. «Ma no, no, non avrei mai potuto fare tutto ciò. Ho dovuto lasciare il college. Perché io…» e il tono della voce saliva in crescendo, «io, come Christian Bonington, ho scelto per l’alpinismo». Mi spanciavo dalle risa. Stavamo passando un buon quarto d’ora. Nessun contrasto tra di noi. Nessuno di noi chiuso in se stesso. Ma eravamo a corto di chiodi ad espansione ed eravamo anche scarsi d’acqua. Avremmo sicuramente dovuto scendere il giorno successivo. Era pomerìggio inoltrato…

Hennek – Prenderò la parola io a questo punto, per salvarvi da un’altra di quelle stucchevoli descrizioni di tramonti di cui il Royal è specialista. Dopo una notte trascorsa sul terrazzino – e una notte d’ottobre è già lunga a sufficienza -cominciammo la discesa a corda doppia, sistemando gli ancoraggi su chiodi ad espansione e filando giù nel vuoto da un punto d’ancoraggio al successivo. In noi tutti era vivo il desiderio di ritornare. La via stava diventando veramente bella, lasciammo un sacco di materiale alla base della parete, risparmiando così di portarcelo a spalla la volta successiva.

Chuck Pratt

Pratt – Ma quando venne la stagione successiva, in giugno, il nevaio sommitale ancora non era fuso del tutto, e l’acqua colava giù lungo la parete. Era stato un inverno duro. Così rimandammo il progetto all’autunno, io andai nei Tetons, Robbins se ne andò in Alaska a menar colpi con la sua piccozza e Dennis andò ad arrampicare per puro divertimento nei Tuolumne Meadows, ma prese una botta dura su una vecchia distorsione e così fu fuori corsa per tutto l’anno. In ottobre ricevetti una cartolina da Robbins, il quale mi diceva che sarebbe tornato nel giro di pochi giorni per fare il Dome. Ma quando non arrivò cominciai ad innervosirmi un poco e quando alcuni giorni più tardi ancora non si fece vivo, allora dissi «Vaffanculo, Royal» e mi misi d’accordo con Tom Bauman per andare al Capitan. Cristo, quando Robbins non si faceva vedere, tutti erano lì ad aspettare sua maestà, lui solo per andare su all’Half Dome. Quando poi finalmente arrivò, con parecchi giorni di ritardo, il suo modo di fare mi fece incazzare definitivamente. Era freddo e teso. Disse di non poter aspettare fino a quando io e Tom non avessimo finito la nostra salita al Cap. Stava prendendo il Dome troppo sul serio: così decisi di non andare.

Robbins – Quando Chuck mi disse che non sarebbe venuto mi sentii quasi sollevato. Almeno ora non mi avrebbe più fatto sentire come un immerdatore dei sacri calzoni dell’alpinismo americano. Mi sento colpevole con la macchina fotografica quando Pratt sta arrampicando. È come chiedere ad un Navajo di mettersi in posa, cosa che non farei mai. Il Maresciallo odia le macchine fotografiche così come odia le mie elucubrazioni e i miei 5.10 psichici. Non vuole che nulla si intrometta tra lui e l’esperienza che egli realizza in arrampicata. Mi suggerì di chiedere a Don Peterson. Peterson aveva fatto la via del Diedro al Capitan e bruciava dalla voglia di fare qualcosa di altrettanto lungo e difficile. Sebbene non avesse mai preso in considerazione la parete, non ci volle molto a convincerlo.

Peterson – In mattinata ci mettemmo d’accordo per la salita. Robbins sembrava posseduto dal demonio. L’idea di andare a fare il Dome lo aveva completamente suonato. Aveva un appuntamento per una conferenza poco dopo e dovette spremerla in pochissimo tempo. Quella notte venne giù tutta l’acqua dell’inferno e al mattino il tempo sembrava tirare decisamente al brutto. Ma Robbins era convinto di poter partire, poiché, a parer suo, non ci sarebbe stato l’uragano. La cosa non mi piacque affatto, ma non dissi nulla e così cominciammo a camminare, aspettandoci da un momento all’altro l’inizio del bombardamento.

Don Peterson in arrampicata su Tis-sa-ack. Foto: Royal Robbins

Robbins – I nostri carichi erano micidiali. Ci fermammo dove cominciano le grandi placche e guardammo in su. «Non sai, eh, quel che ti aspetta lassù?» gli chiesi in tono scherzoso. «Bene, replicò Don, non sarà certamente più duro delle cose che ho già fatto nella valle». Tornai completamente al frigido. Il tono degli otto giorni successivi fu sempre di questo tipo.

Peterson – Ciò che non riuscivo a mandar giù era il suo tono di superiorità. Per lui non c’era discussione: lui era Royal Robbins, lui era il capo. Non mi andava giù. Cristo, avevo fatto nella valle salite dure come quelle che aveva fatto lui, e poi avevo realizzato il tempo più veloce sulla via del Diedro. Poi, quando arrivammo alla base della parete, mi mandò a prendere l’acqua. Era troppo. Non potevo digerire quest’offesa.

Robbins – Mentre salivamo all’attacco Don mi chiese se sulla North America Wall vi era qualcosa di più secco del terzo tiro di corda. «No, gli risposi, altrettanto duro sì, ma non più duro». «Bene allora, rispose, sicuramente non avremmo avuto alcun problema con il resto della via. Mead Hargis ed io avevamo già fatto il terzo tiro e non ci era sembrato poi così terribile». «Eh già, risposi, lo credo. Credo proprio che ora sia un po’ facilino, dato che Hennek e Lauria hanno messo un chiodo ad espansione». «Oh no!, disse Peterson, noi l’abbiamo rotto». Riprendemmo a salire verso l’attacco.

In poche ore fummo al Dormitorio. Era strano arrampicare con Don. Come tutti i giovani arrampicatori era frenetico e impaziente. Era abituato ad essere velocissimo e a salire sempre. La velocità va bene al posto giusto. Non è certo la dote migliore in un arrampicatore, ma attira molti. Ma ancora non mi aspettavo di sentire le scariche di impazienza di Don correre lungo la corda fino a me come un flusso continuo di corrente elettrica. E neanche mi aspettavo una frattura tra le due generazioni, ma in realtà ci fu. Per otto giorni ci saremmo chiusi in un conflitto serrato, ciascuno troppo orgoglioso per comprendere le debolezze dell’altro.

Peterson – Durante il secondo giorno raggiungemmo la sommità della Zebra. Royal era in fermata su staffe, mentre io salivo da primo verso lo strapiombo. Mi trovai a tu per tu con una fessura larga. Robbins mi disse che lì Pratt aveva incastrato di traverso un bong da quattro pollici in una fessura da cinque pollici. Mi ripiegai un po’ su me stesso, meravigliandomi perché mai questa volta non avesse portato un bong più grosso. Non mi andava di ripetere quel numero, così presi tre bong e li incastrai uno dentro l’altro e li piantai nella fessura. Tutto era okay, ma mio Dio, quant’era allucinante! Tuttavia pensai di aver compiuto un piccolo capolavoro di ingegneria.

Royal Robbins e Chuck Pratt sulla Zebra di Tis-sa-ack, Half Dome. Foto: Dennis Hennek

Robbins – Dopo lo strano numero dei bong, Don raggiunse la lama staccata dove il Maresciallo aveva passato il suo brutto quarto d’ora alle prese con quei piccolissimi nut. «È da un bel po’ di tempo che non uso dei nut così piccoli», disse Don per mettere le mani avanti su ogni critica che io avrei potuto fare sulla sua abilità di incastrare i nut. Appena egli caricò con il suo peso il secondo nut, esso saltò via e strappò anche quello di sotto: volò di cinque metri. A Peterson non piacque affatto e questa volta piantò due chiodi al posto del primo nut. Ma non avrebbe potuto piantare un altro chiodo più in alto, la lama era troppo balorda; così si vide costretto a mettere un nut e a caricarlo. Sembrava buono, così cominciò a tirarsi sulla corda e mentre stava per raggiungere il chiodo ad espansione di Pratt, il nut venne fuori e Peterson venne da basso, strappando i chiodi e volando per sei metri questa volta. Temevo che si fosse fatto male, ma subito si tirò su per la corda, rimise il nut più alto e lo caricò, poi con uno scatto rabbioso si alzò quasi strappandomi la corda dalle mani e questa volta raggiunse il chiodo ad espansione. Spirito combattente, pensai. Pensai anche che Don era un giocatore di rugby e mi chiesi se caricava la linea avversaria con la stessa rabbia con cui aveva affrontato quei passaggi.

Peterson – Robbins era alquanto orgoglioso della sua scala di chiodi ad espansione e si vantava parecchio mentre si innalzava lungo di essa. Oltrepassai il suo punto di fermata su staffe e condussi fino al punto più alto che essi avevano raggiunto, chiamato da Robbins il Terrazzo del Crepuscolo. Durante la mattinata impiegò un tempo enorme per aggirare alcuni tetti sovrapposti, lo stavo diventando sempre più nervoso, aspettando che lui finisse. Cristo, sarebbe stata tutta una solfa di quel genere?

Robbins – Sopra di noi iniziava una fessura molto balorda, larga cinque pollici. Don andò su a vedere, ma mi disse: «Vuoi provare tu?» «Non mi farà per niente schifo provare! anzi…» gli risposi, ma quando cominciai a salire confesso che mi sarebbe piaciuto mettere un chiodo ad espansione. Ma non avevamo chiodi da sprecare. Così per circa un’ora trafficai con bong piantati per largo e con bong di quattro pollici spessorati da un chiodo angolare da un pollice piantato di lato. Era disgustoso come lo può essere l’inferno. Se uno solo di quei bong avesse mollato, sicuramente sarei piombato giù in braccio a Don. Tremavo tutto, più per la paura che per la fatica, quando finalmente riuscii a portarmi in salvo afferrandomi al Terrazzo del Tramonto. Quando Don venne su, fui abbastanza goduto nel sentirlo dire che forse lui non sarebbe stato capace di far la fessura. Forse ora la tensione tra di noi avrebbe potuto allentarsi. Probabilmente lui si aspettava che io gli dicessi: «Ma va, ce l’avresti fatta di sicuro!», ma io non volli rinunciare all’unico punto di vantaggio che avevo guadagnato.

Peterson – Era una buona cengia. Eravamo circa a metà via o forse anche più. Toccava a me condurre ma Royal era molto più esperto di me a bucare e quindi prese il comando.
Piazzò una fila di chiodi ad espansione diagonalmente in una parete liscia. Durante la mattinata terminai il lavoro di bucatura, poi cominciai a chiodare una grande lama staccata molto brutta, infine piazzai un chiodo ad espansione e mi fermai su staffe. Quando Royal venne su, tre o quattro chiodi che avevo piantato vennero fuori come burro.

Robbins – La prima cosa che feci, fu mettere un altro chiodo ad espansione, perché sopra il punto di fermata di Don iniziava un’altra di quelle porche fessure da cinque pollici, troppo larga per i nostri bong e troppo stretta per cacciarvisi dentro. Mi lanciai in una terribile arrampicata in incastro, strisciando e contorcendomi disperatamente nella fessura leggermente strapiombante, che buttava fuori inesorabilmente. Quattro mesi dopo portavo ancora le cicatrici sul corpo. La parte finale della fessura era come un muro di sassi senza calcina, ma riuscii ad attraversare lungo di esso, piazzai alcuni chiodi ad espansione e poi chiodai una sottile lama orizzontale. Piantai sette chiodi lungo la lama, ma quattro uscirono prima che io avessi terminato. Con due bei chiodi ad espansione come punto di sosta e come ancoraggio per bivaccare appesi, mi ritrovai salvo e felice, con null’altro nella mia testa che i seguenti 250 metri di parete.

Don voleva provare la fessura ad incastro, perché io gli avevo detto che probabilmente era il passaggio in arrampicata libera più duro che avessi mai fatto su una grande parete, ma io gli dissi: «Non c’è tempo, amico», ed infatti tempo non ce n’era. Mi sentii molto sollevato, perché temevo che Don potesse superare la fessura facilmente e temevo anche che poi andasse giù in valle a sputtanarmi con gli amici, dicendo che io avevo trovato eterno, ma che in realtà non era poi così duro come io gli avevo detto. All’inferno, in ogni caso la verifica sarebbe giunta con la prima ripetizione. Lasciai allora che il passaggio conservasse la sua reputazione per un anno intero.

Peterson – All’incirca a questo punto cominciai a sentirmi non troppo tranquillo. Robbins aveva impiegato quasi un giorno intero per fare un tiro di corda. Non riuscivo proprio a capire come avremmo fatto ad uscire a quell’andatura. Sapevo che Royal doveva piantare un sacco di chiodi ad espansione, ma lo starmene lì sulle staffe ad aspettare che lui finisse, mi faceva incazzare in modo feroce. Probabilmente io sarei stato più veloce. Stavamo usando troppi chiodi ad espansione, quando sopra di noi si alzava ancora un’immensa parete liscia e verticale. Cosa sarebbe accaduto se i chiodi non fossero bastati? Ma la sola cosa che Robbins sapeva dire, era: «Possiamo sempre tornare indietro, oppure ci possono tirare fuori dall’alto». No, non pensavo proprio che si sarebbe giunti a tal punto. In tutta la mia vita mai mi era capitato di arrampicare così adagio durante una grande salita.

Robbins – Detestavo piantare quei chiodi ad espansione. Avevamo portato delle punte lunghe, le uniche che eravamo riusciti a racimolare all’ultimo minuto, ed anche il pianta-spit che avevamo era troppo lungo, con il risultato che dovevo tirarmi troppo indietro con la schiena per picchiare con il martello. E bucare di per se stesso è già sufficientemente duro senza quest’aggiunta, io ero su a picchiare e in continuazione mi giungeva dal basso il flusso costante di imprecazioni e di bestemmie, fino a giungere all’eiaculazione finale: «È tutto una merda!» Da allora in poi dovetti combattere contro due forze avverse: la parete e Peterson. Ormai avevo imparato ad aspettarmi un grugnito di rimprovero al mio minimo errore, come non mandare su il chiodo giusto («Che Dio ti fulmini, di tutti i tipi me ne mandi, meno quello che mi serve!») o come dimenticare per un attimo di tenere la corda tirata. Cominciavo a sentirmi un incapace. Le cose non stavano proprio come Don diceva, ma per me era importante il fatto che lui le dicesse. Era un’esperienza unica, totalmente nuova, arrampicare con uno che liberava tutte le sue emozioni in assoluta libertà d’espressione. Ero come scioccato e leggermente terrificato dalle esplosioni di collera che Don liberava senza inibizione alcuna. Probabilmente sarebbe stato più salutare rispondergli a tono, avergli urlato: «Peterson, vai a dar via il culo!» ogni volta che mi ero sentito insultato e sputtanato, concretamente o solo per mia immaginazione, durante la salita. Certo anch’io non mancavo di espressioni del genere. Le cose che avrei detto a Don erano sicuramente ben peggiori di quelle che lui disse a me, direttamente o implicitamente. Ma quando io le dissi, tenni la bocca chiusa.

Peterson – Durante il mattino del quinto giorno dovetti ancora usare tre chiodi ad espansione più del previsto, perché c’era un’altra di quelle fessure da cinque pollici. Finalmente riuscii ad incastrarmi dentro e tirai via in libera per una trentina di metri, completamente all’interno di una lastra gigantesca, semistaccata dalla parete per metà della sua altezza. Poi andammo su diritti per tre lunghezze, prima che un tratto vinto con chiodi ad espansione ci portasse ad una grande cengia, dove una rampa inclinata conduceva ai piedi dell’enorme parete liscia posta sotto gli strapiombi terminali. Quella notte l’acqua gelò nelle borracce. Durante il mattino successivo condussi lungo la rampa fino a raggiungere una stretta alcova naturale. Il tratto liscio cominciava 10 metri più in alto. Guardai quanto fosse grande.

Royal Robbins e Don Peterson in vetta all’Half Dome. Foto: Glen Denny

Robbins – Appena raggiunsi l’inizio della placca, mi resi subito conto di quanto sarebbe stato duro con i nostri trenta chiodi ad espansione che ci erano rimasti. Avremmo dovuto piantarli solo a metà della loro lunghezza, in modo da poterli recuperare per poi ripiantarli più in alto. Ormai avevamo traversato troppo per poter scendere in doppia. Quei perforatori lunghi erano la morte. Avevo anche tre punte Rawl e un altro pianta-spit, che usavo per cominciare i buchi. Erano punte estremamente fragili, ma presto imparai che una punta Rawl rotta lavorava bene lo stesso e che se la rottura non avveniva per bene, avrei dovuto io stesso rifinirla col martello. Volevo risparmiare le tre punte Star corte per il tratto finale. Quel giorno non andai lontano. Procedere era una pena. Usai una punta sette volte prima di cambiarla. Don passò la notte rannicchiato nella sua tana mentre io dormii nell’amaca appeso ai chiodi. Il tempo, che era stato minaccioso, ora volgeva decisamente al bello. Il giorno successivo fu come un giudizio di Dio. Qualche volta impiegai quasi un’ora per fare un buco. Quando non ce la facevo più a picchiare col martello, appoggiavo la testa alla roccia in un misto di disperazione e commiserazione di me stesso. E sempre quelle scariche elettriche lungo la corda, quella crescente sensazione che Peterson stesse diventando matto. Povero Peterson, ma povero me, anche.

Oltre la durezza bestiale del lavoro, c’era quella strana sensazione di oppressione mentale che si prova quando ci si trova nel mezzo di un’immensa parete rocciosa completamente liscia. Ero un po’ rammaricato di aver disdegnato i bat-hook, convinto che se devi fare un buco nella roccia, tanto vale farlo lungo a sufficienza e riempirlo poi con un buon chiodo ad espansione. Ero giunto ad un punto tale, per cui qualunque cosa fosse accaduta, andava bene comunque. L’unico mio desiderio era di uscire. Ma per ora non vi era null’altro da fare che ciò che stavamo facendo. Quando Don raggiunse il mio punto di fermata su staffe, la prima cosa che disse, fu: «Sono rimasto seduto là sotto per ventiquattr’ore filate». Ehi… che forza questa gioventù! Don, dunque, aveva sofferto a rimaner seduto quanto avevo sofferto io a bucare… Quel pomeriggio Don piazzò pochi chiodi ad espansione, più velocemente di me e certo non con maggior entusiasmo. Il giorno successivo ripresi a bucare, lavorando inesorabilmente per raggiungere il bordo più basso, appena visibile, del diedro che portava agli strapiombi sommitali. Quell’orlo di roccia fu la nostra calamita, ci attirava come un polo magnetico.

Peterson – Robbins aveva previsto di far la via in sei giorni, ma questo era l’ottavo. Ormai l’unico desiderio era quello di uscire e pensai che sarebbe stato possibile. Il lavoro di bucatura divenne un po’ più rapido, ora che Royal usava le punte corte e metteva i chiodi più vicini. Ne metteva uno buono, poi due cattivi e poi ancora uno buono; poi scendeva a ricuperare i due cattivi e li ripiantava più in alto, poi ancora uno buono, e così via. Fece questo numero almeno venti volte. Raramente Robbins dice qualcosa mentre sta lavorando su una lunghezza di corda. È come un castoro che lavora per costruire la sua diga, lento e metodico. Qualche volta mi parve di scoppiare, là seduto sulle staffe senza poter far nulla. Mi piace arrampicare. Ma questo non era arrampicare, era soltanto un lavoro da carpentieri in parete. Però dovetti riconoscere il self-control di Robbins. Aveva emozioni incontrollabili come può averne un calcolatore IBM.

Robbins – Raggiungemmo il nostro polo magnetico nello stesso istante in cui il sole ci venne a toccare. Don, sempre impaziente, furiosamente prese il comando e cominciò a salire in artificiale dall’ultimo chiodo ad espansione. Era una chiodatura molto fine, troppo fine. Tirandosi al massimo su una lametta appena piantata, riuscì a infilare un chiodo a lama di coltello dietro alla più schifosa lama staccata che si possa immaginare. Mi sembrava impossibile che avrebbe potuto tenere. Non avrei scommesso neanche due lire con Peterson sulla tenuta del chiodo, ma invece tenne. Gli dissi: «Questo sì vuol dire saper arrampicare!» Sarei stato bastardo a non volerlo ammettere, era troppo palese. Ora eravamo su un terrazzino, sotto gli strapiombi terminali. Su, sul bordo della vetta, una forma mostruosa, gangliforme, dondolandosi verso il vuoto, ruotava nel sole nella brezza del pomeriggio, dolcemente, con un effetto quasi grottesco, in cui comparivano prima gambe e braccia, poi la testa del profeta con la sua barba rossiccia e i lunghi capelli con i riccioli dorati. Era l’artista, Glen Denny. Lui e la roccia intorno a lui avevano già preso una tinta dorata, mentre io mi gettavo in un tremendo sforzo finale per raggiungere la vetta prima del buio.

Ormai l’oscurità era vicina, ma l’uso di due lamette proprio all’inizio del tiro di corda, fu un gran brutto presagio. Salii il più rapidamente possibile, ma non così rapido da sfuggire alle incalzanti sollecitazioni di Peterson ad andare ancor più veloce. Le placche sommitali formavano come delle onde rocciose sovrapposte le une alle altre, onde che divenivano sempre più alte, come in un mare a forza nove. Diverse volte, raggiungere la fessura di separazione tra una piega rocciosa e l’altra, fu appena possibile. Una volta un gancio piazzato sul cavetto di un nut, fece risparmiare un chiodo ad espansione. Poi tutto accadde all’improvviso, proprio al momento di raggiungere la vetta. Le fessure divennero cieche, la luce se ne andò, aver corda per salire fu come far del tiro alla fune, i chiodi cominciarono ad esaurirsi. Avevo piantato un chiodo, mi ci ero appena agganciato e quello su cui ero prima venne fuori di colpo. Così, mentre caricavo il successivo, anche quello di sotto uscì di colpo ed allora mi ritrovai senza chiodi su una placca liscia ed inclinata in piena oscurità, con la netta sensazione di venir di sotto da un momento all’altro e già immaginandomi la caduta, i chiodi strappati dalla roccia ed io che dondolo nel vuoto sopra la testa di Don. Ritornai giù e mi risistemaì sulle staffe, tirai via l’ultimo chiodo con uno strattone e ricominciai a chiodare in traversata. Glen Denny mi stava osservando silenzioso, mentre io cominciavo a sentirmi rotto in due.

Ma mi accorgo che sto diventando un po’ melodrammatico e capisco la mia situazione leggendola negli occhi di Glen, nel suo sguardo mi vedo completamente obiettivamente e così torno calmo, indifferente, nell’oscurità tasto con le dita le fessure picchio alla cieca con il martello massacrandomi le mani e i chiodi non tengono ed io mi lamento nel buio riempiendo di angoscia il cuore del mio compagno ed io gli chiedo di mandarmi su i suoi chiodi e le staffe per poter uscire ma lui si rifiuta ed io dico a Glen: «E tutta la via che è così, tutta la via è sempre stato così».

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Tis-sa-ack ultima modifica: 2019-03-24T05:20:00+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Tis-sa-ack”

  1. 2
    Alberto Benassi says:

    Probabilmente lui si aspettava che io gli dicessi: «Ma va, ce l’avresti fatta di sicuro!», ma io non volli rinunciare all’unico punto di vantaggio che avevo guadagnato.

    quando si parla di amicizia della cordata.

  2. 1
    Carlo Crovella says:

    Un classico, ma è sempre em9zionante rileggerlo!

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