Toni Rizzi

Il 5 dicembre 2017, esattamente due anni fa, mancava la grande guida alpina fassana Toni (Tone) Rizzi. Lo ricorda qui l’amico Giorgio Cavagna. Riportiamo pure il brano di Dante Colli che racconta la più famosa impresa di Toni Rizzi.

Toni Rizzi
(23 agosto 1931-5 dicembre 2017)
di Giorgio Cavagna

Toni ha sempre avuto un rapporto empatico con le persone che incontrava. Un sorriso aperto, un volto sempre in atteggiamento di ascolto. Tutto ciò nascondeva una forza fisica non comune.

Iniziato all’alpinismo dal fratello Giovanni bruciò le tappe dell’apprendistato tanto che a 18 anni, con il suddetto fratello vinse la parete ovest di Cima Undici passando ad alcune decine di metri dallo spigolo della Torre Vallaccia. Negli anni a seguire passerà ancora nelle vicinanze di quella enorme prua aggettante nel vuoto.

La sua attività alpinistica non fu mai continua in quanto prevalente era la responsabilità verso i familiari.

Alla fine della guerra, contemporaneamente alle scalate, a Vigo nacque fra alcuni rocciatori il desiderio di dare un nome ed uno statuto a quella attività alpinistica che già era presente. È così che il 27 settembre 1949 venne alla luce la Lia Krepes Vajolet . Naturalmente Toni e suo fratello Giovanni presentavano le credenziali per essere i trascinatori del gruppo: Toni con le sue ascensioni sempre più impegnative e Giovanni organizzando momenti di incontro culturale.

Aprì quarantadue vie nuove. Dodici delle quali sulle pareti di Cima Dodici, complesso roccioso che è ben visibile dalla finestra della sua vecchia stanza ritagliata nella antica casa di famiglia (ciasa da soldà) a San Giovanni di Fassa.

All’inizio del 1960 spuntò in Toni il desiderio di lasciare il segno con una impresa importante. Era cosciente che tutto l’ambiente ne avrebbe giovato. Secondo la mentalità del tempo l’ascensione doveva essere una direttissima a ”goccia d’acqua”.

La parete sud-ovest della Roda di Vael presentava tutte le caratteristiche menzionate. Toni Rizzi e Toni Gross, una fidata guida di Pozza, iniziarono la salita i primissimi giorni di giugno del 1960 e in poco tempo arrivarono al tetto che ben si nota scolpito sulla liscia Parete Rossa.

Impegni familiari impedirono la prosecuzione e decisero di tornare a stagione avanzata lasciando la parete chiodata fino al tetto. Pochi giorni dopo furono altri a guadagnare la vetta.

Toni Rizzi supera il diedro iniziale della Torre dell’Aquila, 23 agosto 1960. Foto Cavagna.

Restava Cima Undici con il suo spigolo già pensato e sognato negli anni cinquanta. Il primo agosto 1961 alcuni amici fra i quali Carletto Costazza di Pozza e il sottoscritto portarono parte del materiale necessario alla base della via.

Di quelle poche ore passate alla base ricorderò sempre la litania ritmica dei due fassani in parete, “tira la biencia, mola la rossa – mola la rossa tira la biencia”, alternata al suono del martello.

Per questa impresa servirono 260 chiodi, cento a espansione, e alcuni cunei di legno. Quelli ad espansione erano simili a quelli di Otto Eisenstecken ma non uguali poiché Toni aveva modificato l’estremità distale. Nessuna logistica particolare fu organizzata alla base.

Dopo tre giorni ero felice di vedere spuntare i due Toni dalla cima della Torre: lo spigolo era alle loro spalle ed io potevo scendere per i prati di Cima Undici verso Pozza.

Dopo il completo articolo di Toni Gross sulla Rivista Mensile del CAI che ridefiniva chiaramente molti particolari dell’impresa, tutto perse interesse.

Nel settembre del 2018 Bruno Pederiva, guida fassana, e Tom Ballard ripercorsero quella via in arrampicata libera impiegando sette ore. La tecnologia moderna aveva permesso imprese impensabili solo pochi anni prima. Le riprese fatte da un drone durante la salita mostrano molto bene le difficoltà incontrate .

L’attività alpinistica di Toni durerà ancora un decennio ma quasi esclusivamente con i clienti più affezionati, sempre più fedele al suo motto “Un cliente, una giornata”.

Dal Sessanta in poi potenziò l’attività del Soccorso Alpino e ne diventò responsabile. Si impose vincendo numerose resistenze, per avere l’aiuto dell’elisoccorso. Coltivò la passione per la fotografia tanto da essere richiesto da alcuni giornali e riviste per i suoi servizi fotografici. Seguì con due telecamere la discesa di Toni Valeruz dalla parete nord del Gran Vernel. In questo caso la bravura dell’alpinista si unì alla perfetta conoscenza della tecnica fotografica. Il filmato di due minuti fu trasmesso dal TG Rai delle 20.30 e raggiunse il picco di ascolto della trasmissione.

Il suo impegno civile non fu da meno. Con determinazione riuscì in pochi mesi a ottenere dal Ministero della Pubblica Istruzione l’apertura di un liceo a Cavalese. C’è da precisare che il ministro suddetto chiese a Toni cosa personalmente avrebbe desiderato come riconoscimento per il salvataggio del figlio caduto in un crepaccio in Marmolada.

Con altrettanta decisione riuscì poco dopo a ottenere da Roma l’installazione di una linea telefonica a Punta Penia riservata al pronto intervento del Soccorso alpino.

Da ultimo la sua passione per la mineralogia lo spinse a raccogliere, catalogare ed esporre ordinatamente centinaia di minerali raccolti sui Monzoni e per valli limitrofe alla val di Fassa. Il Museo divenne presto un Centro di richiamo per l’attività didattica delle scolaresche.

Parole di encomio sono giunte anche dall’Università di Monaco di Baviera e dalla Facoltà di Mineralogia di Ferrara. Toni era solito regalare ad ogni bambino un piccolo minerale con le precise spiegazioni sulle caratteristiche dello stesso… e la passione passava così di generazione in generazione.

Quanto all’alpinismo moderno e le moderne tecniche di arrampicata era molto aperto e disponibile: diceva che ogni epoca ha il suo marchio e la sua visibilità.

Il ricordo ultimo captato a pochi mesi dalla sua morte è la sua risposta alla mia impacciata domanda. Toni come va? “Quando sai cosa hai, quando sai che tutto il possibile è stato fatto, non si può che essere sereni”.

Toni è stato tutto questo e tanto altro. Sempre vicino a lui la serenità decisa e continua di Mimma.

Altre notizie e maggiori dettagli sulla vita di Toni Rizzi si possono leggere su Storia dell’alpinismo fassano di Dante Colli (Tamari, 1999). Recentemente è uscito il più completo Le stagioni di Tone, di Diego Andreatta (Vita trentina, 2018).

Due sullo Spigolo
di Dante Colli
(da Storia dell’alpinismo fassano)

Toni Rizzi e Toni Gross vincono lo spigolo nord-ovest della Torre della Vallaccia dall’1 al 4 agosto 1961 con 260 chiodi comuni, 100 chiodi ad espansione e cunei di legno con legaccio in filo d’acciaio di varie misure. La realizzazione ha tutta l’impronta delle grandi salite del tempo e viene dedicata all’Ordine del Cardo. Anche Toni Gross è guida e ha lasciato una bella relazione su quei quattro grandi giorni (Toni Gross, Sullo Spigolo della Torre della Vallaccia, Rivista Mensile del CAI, 1962, n. 11-12) in cui traspare sia il lungo periodo di incubazione richiesto perché la decisione maturi, sia l’intensità dello sforzo prodotto.

Di Rizzi, Gross ricorda le qualità umane «…l’ho visto impegnato sulla direttissima del Catinaccio, sulla direttissima e sulla sud-ovest della Marmolada nelle più impressionanti opere di soccorso; e ho ammirato la sua audacia, tenacia e bontà in epica lotta con gli elementi avversi. Sono fiero di essergli stato accanto nell’ultimo di questi tre soccorsi citati, anche se toccò a noi due assumere il trasporto di pesanti attrezzature».

Riporto questo passo perché è da ricordare che Toni Rizzi fu per lunghissimi anni capo del Soccorso Alpino del Centro Fassa, impegno non di poco rilievo. Interessante anche il fatto che Gross citi il Rizzi come «un promotore della tecnica dei chiodi ad espansione nella zona, avendoli già in dotazione nel 1949, dietro uno spunto avuto da Eisenstecken che li usò nel 1946 sulla Est della Winkler e della Torre Finestra, e ciò forse in contrasto con le affermazioni di alcuni».

Anche Toni Gross è il degno compagno di Rizzi: maestro d’arte, dotato di forza e resistenza eccezionali, spalle quadrate e mani talmente dure da essere capace di ottenere da una materia tenera come il legno volti di Madonne e di bimbi di tenerissima espressione. Ma seguiamoli lungo lo Spigolo, questo gigantesco rostro che Gross vede per la prima volta a nove anni, finita la fienagione, sporgendosi dal pianoro della malga paterna che termina bruscamente sul versante boschivo.

Scrive: «L’impressione di quel giorno, i molti riflessi ammirati nelle più svariate stagioni; quel magnifico plastico, visto ancora nelle notti di luna che basta dal mio letto girare gli occhi a sinistra per contemplarlo, mi spronò a sognare anche di giorno». Iniziano il 1° agosto di buonora, aiutati da amici a trasportare all’attacco il materiale necessario, e dopo i primi 70 metri si caricano: «al completo, oltre 30 chili ciascuno. Lenti ma sicuri, pian piano ci alziamo su difficoltà crescenti». Bivaccano circa a metà parete. Continua Gross: «Dopo un secondo bivacco, con la testa sotto i piedi del compagno incastrato in una fessura, di buon mattino possiamo ammirare l’impressionante spigolo in tutta la sua lunghezza». Il secondo giorno, una pioggerella pomeridiana li ritarda e bivaccano oltre una placca strapiombante e un facile diedro che obliqua a destra.

L’evidente spigolo del Sasso delle Undici (Torre Vallaccia), Monzoni

«Ma ciò che ci sollevava la sera dalla nostra fatica erano gli amici che dal basso ci salutavano e ci incoraggiavano, mentre noi si gridava loro di avvisare le mogli come tutto proseguiva bene. Poi ancora nel buio ormai profondo una schiera di macchine, dal punto più vicino possibile, puntate verso noi, ci segnalavano con luci e suoni di clacson la loro presenza; rispondevo con la fioca luce di due cerini per volta, accesi tra le palme delle mani. Il giorno seguente le difficoltà si fanno sempre più estreme e l’esposizione maggiore della celebre via Cassin della Ovest di Lavaredo».

Proseguono per 200 metri circa per strapiombi e placche levigatissime e in qualche piccolo buco a nicchia di tre centimetri applicano dei cunei che sembrano turaccioli, secondo l’espressione di un giornalista di Reggio Emilia, mentre alternano numerosi chiodi ad espansione. «Il lavoro è impegnativo e deve essere curato alla perfezione da Rizzi anche se il suo peso si aggira sui 100 chili per i quali non può azzardarsi molto in arrampicata libera». In questa giornata Gross perde il martello e non può più recuperare i chiodi.

Dopo il terzo bivacco non in amaca, come usava, ma con un semplice sacco gommato, stretti in una piccola nicchia a 130 metri dalla vetta, ormai alla quarta giornata vengono a mancare i chiodi sufficienti per una buona assicurazione. Alcuni amici intanto salgono in vetta con parecchie ore di ritardo rispetto ai tempi previsti non conoscendo il percorso e Bruno Fanton cala «con una corda 3 chiodi per fare una sicurezza efficiente; con quella stessa corda ci fanno sicurezza fino in vetta su difficoltà di quarto grado. Gentilmente ci avevano anche portato una borraccia; la sete non mancava, causa il gran sole e il tè si era esaurito già al mattino con un sorso ciascuno».

La scalata era fatta, come dire, alla montanara, non attivando cioè l’organizzazione abituale all’epoca fatta di squadre di sostegno e quant’altro. Il giorno dopo Gross sale due volte una Torre del Vajolet con clienti. In discesa dalla seconda ascensione riporta alla base tre ragazzini che si erano avventurati senza guida, né corda, poi con Rizzi partecipa a un soccorso sul Catinaccio e si domanda: «Eravamo proprio stanchi?… I 650 metri della Torre Vallaccia di Cima Undici non ci pesano più… perché è diventata la nostra via». Ogni polemica o osservazione è del tutto inutile. Infine, conclude Gross «ma pure un bel regalo l’ho avuto dieci giorni dopo, quando mia moglie mi diede il primo figlio».

Il grande problema della Vallaccia è stato risolto. Quel grande uncino resta a testimoniare la capacità dell’alpinismo fassano a muoversi secondo la cultura dei tempi, e ancora oggi, dopo un’invernale e qualche ripetizione, trasmette l’impressione di un artiglio adunco e minaccioso, di una granfia forte e robusta; di un segaccio ad archetto, di un unico dente affilato che non concede alcuna discrezione e sufficienza.

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Toni Rizzi ultima modifica: 2019-12-05T05:12:59+01:00 da GognaBlog

15 pensieri su “Toni Rizzi”

  1. 15
    Roberto Pasini says:

    Vizi e sport. Consiglio la lettura del recentissimo libro: Che peccato. I 7 vizi capitali in 8 storie di sport. A cura del collettivo Banfield. I vizi capitali sono stati per alcuni causa del crollo, per atri la molla del successo. 
     
     

  2. 14
    Roberto Pasini says:

    Caro Riva, io penso che si nasca esseri viventi e diventare uomini sia un compito che dura tutta la vita, fino alla fine, non è un processo scontato. Poi c’è uomo e uomo e su un altro piano ci sono le prestazioni nei diversi campi specializzati. Nel mondo che conosco meglio, la vita aziendale, ho visto omuncoli ottenere risultati specifici eccezionali, ad esempio sul piano finanziario e commerciale. Oppure grandi uomini ottenere risultati assolutamente normali sul piano del business. Qualche volta capita il caso fortunato che unisce le due cose e questo vale anche in montagna, grande metafora della vita.

  3. 13
    Riva Guido says:

    Uomini si nasce, fenomeni si diventa.

  4. 12
    Roberto Pasini says:

    Non ho conosciuto la persona e non so dire. È interessante il tema sottostante. Spesso porta fuori strada confondere la prestazione con le qualità umane. La storia è piena di persone che hanno fatto grandi cose ma umanamente erano seriamente difettose. Anzi, spesso la prestazione eccezionale è pagata a caro prezzo sul piano umano. Non sempre troviamo un grande uomo dietro un grande risultato. A volte si ma a volte no. La storia dell’’alpinismo è piena di depressi, sociopatici, narcisisti patologici che hanno fatto cose fenomenali. Per questo certi libri biografici sono di una banalità sconcertante. Siamo noi che cerchiamo l’eroe dove a volte c’è solo un individuo con capacità specifiche particolari. Questo bisogno di eroi a 360^ su cui proiettare i nostri ideali è un bisogno molto umano, ma spesso mal posto, con le conseguenti gravi delusioni e il senso di tradimento che ne deriva. Questo ovviamente non ha nulla a che fare con la persona in questione.

  5. 11
    GIORGIO CAVAGNA says:

    Definire Toni “spavaldo” (Dizionario Nuovo Zingarelli: ” sfrontato”) non corrisponde alla realta’. Penso che certe definizioni appartengono a coloro che non l’hanno conosciuto bene.La sua generosita’ verso coloro che erano in difficolta’  e’ nota a tutti . Buon testimone ne e’ Toni Gross.
     
     
     
     

  6. 10
    Salvatore Bragantini says:

    Se Luca Visentini dice che il Toni impose un’inutile ferrata, avrà ragione, d’altronde ai tempi il ferro andava forte. Che fosse albergatore è vero, ma la sua pensione Maria costava poco e ti trattava bene. Era sì spavaldo ma di una bontà leggendaria.
    E sorvegliava i primi passi sulla roccia miei e di mio fratello Renzo; così quando gli annunciammo che volevamo fare una salita allora ritenuta molto difficile, volle che salissimo davanti a lui una via alle Torri del Sella per assicurarsi che fossimo all’altezza.
    Qualche anno prima, mentre i due Toni salivano lo spigolo della Vallaccia li seguivo dal basso; sentii così l’urlo ripetuto di cui racconta Dante Colli: “Bruno, ciodi!”, rivolto a Bruno Fanton. Qualche tempo dopo questa salita, forse nel ’62, accompagnai Toni Gross su uno o due tiri del camino in basso, per recuperare del materiale che avevano lasciato lì nella prima ascensione.
     

  7. 9
    Alberto Benassi says:

    Io non mi riferivo  a Toni Rizzi che non conosco per quel poco che ho letto, ma alla potente  bellezza di quello  spigolo che fa da sentinella al vallone.

  8. 8
    Luca Visentini says:

    Vabbé, ritorno ogni tanto, proprio perché ci sono casi emblematici in cui non mi va che si propugni la solita retorica, specie da parte di un Gognablog.
    Io non ho tutto questo bel ricordo di Toni Rizzi. Sarà stato anche forte, un mito per molti, su per quelle vie. Ma lo ricordo anche albergatore e spavaldo, lì a Vich.
    E impose l’inutile ferrata del Masarè e di Vaél.
     

  9. 7
    Paolo Gallese says:

    Ci sono giovani che leggono il Gognablog?
    Perché i vostri commenti spesso sono chicche che arricchiscono gli articoli e ne ampliano le storie.
    Spero ci siano giovani qui, che possa essere interessante trovare testimonianze e impressioni di tanti tipi, da parte di chi ha salito i luoghi che si descrivono.

  10. 6
    alberto dorigatti says:

    Ho avuto la fortuna di ripetere lo spigolo nel 76 con Marino Stenico allora sessantenne.
    La sera al rientro al Soldanella i primi salitori ci aspettavano per congratularsi con l’indomabile Marino. Un bel ricordo.
     

  11. 5

    Ho salito lo spigolo anni fa e l’ho trovato molto impegnativo, oltre che espostissimo. Non l’ho arrampicato naturalmente tutto in libera, ma le difficoltà non si sono rivelate più contenute per questo! Non so adesso, ma la chiodatura non era proprio il massimo ed anche i tratti in artificiale, su chiodi a pressione, spesso risultavano precari. Alcuni erano da strozzare con sottili cordini. Grande prova dei primi salitori! Ed anche di un Armando Aste, primo solitario, ormai 53enne!

  12. 4
    Platter carlo. says:

    Devo citare la prima invernale da parte di Silvio Riz, Carlo Platter, Luciano Ploner e Gino Battisti…

  13. 3
    Alberto Benassi says:

    altrettanto bella la ripetizione in  solitaria di questa via da parte di un non più giovanissimo ma sempre determinato  Armando Aste.

  14. 2
    Alberto Benassi says:

    lo spigolo N.O. della Torre della Vallaccia è la struttura più potente dell’ intero arco di pareti che circonda il vallone.
    Quando si sale al bivacco Rizzi non si può fare a meno di fermarci ad osservarlo.
    E farci anche un pensierino…

  15. 1
    Paolo Gallese says:

    Che bella storia. Davvero!

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