Tor des Géants 2019

Il Tor des Géants ha festeggiato 10 anni
di Carlo Crovella

E’ nota la mia personale idiosincrasia verso l’approccio “sportivo” alla montagna. Con ciò non indico esclusivamente il risvolto atletico/agonistico, ma la concezione per cui l’andare in montagna è approcciato come un qualsiasi altro sport, con tutto quello che ne discende.

Certo è che l’aspetto agonistico esaspera a dismisura la concezione sportiva della montagna. Correre, correre, correre, macinare dislivelli, ansimare, non vedere nulla intorno e poi classifiche, confusione, altoparlanti, elicotteri, telecamere, interviste, rifiuti, puzza di benzina.

Questo è il mondo dei trail, che sta espandendosi a macchia d’olio. Anche in versione innevata, con le cosiddette gare di scialpinismo, prossimamente ammesse anche alle Olimpiadi. L’altro giorno ho carpito una conversazione per strada di due sconosciuti che si compiacevano di tale novità perché “gli italiani nello scialpinismo sono forti e quindi vinceremo tante medaglie”.

Fra gare innevate ed estive il calendario è ormai fitto fitto, con inevitabili risvolti negativi.

Per questioni affettive ho un occhio di riguardo solo verso due competizioni che si svolgono su terreni alpini: il Trofeo Mezzalama, per motivi storici, e la Chaberton Marathon, perché si svolge in alta Val Susa, che frequento da molto tempo. Praticamente ho visto nascere questa gara quando si chiamava Trofeo Chaberton: mi ricordo ancora le primissime edizioni quando si correva a coppie con le scarpette da atletica. Non lo nascondo: una lacrimuccia di affetto la provo per queste due iniziative, anche se, osservandone gli sviluppi più recenti, mi sono scoperto sempre più distaccato e disturbato.

Per il resto sono contrario a questo modo di strumentalizzare la montagna. Se ciò che conta è correre, tanto vale correre lontano dalla montagna e lasciarla in pace. Questa concezione “machista” (che coinvolge sempre più spesso anche le esponenti del genere femminile) strumentalizza la montagna, nel senso che le persone coinvolte sono esclusivamente interessate alle proprie performance atletico/agonistiche. Potrebbero realizzarle ovunque, non è rilevante la specifica localizzazione.

E’ inutile che si lancino in affermazioni tipo “la pianura non è il mio forte”: di montagna, nel loro modo di fare, c’è ben poco.

Abbiamo già focalizzato che il mondo dei trail sta crescendo a velocità forsennata. Aumentano le persone coinvolte, aumentano le gare e quelle esistenti si moltiplicano, poiché affiancano alla gara tradizionale (in genere ad anello), altre iniziative come il “doppio km verticale” (2000 metri sparati in salita), varianti varie, più corte, più lunghe, più avventurose. Più avventurose?

Il cronometro uccide l’avventura. Eppure in questo particolare mondo ci si riempie la bocca con il termine “avventura”.

C’è un paradossale equivoco di fondo: si spaccia per “avventura” il proprio obiettivo di spingersi al limite fisico (quanto meno atletico). Il ragionamento è semplice: ho fatto tanto dislivello e l’ho fatto riducendo i tempi (quindi sono andato più veloce), per cui mi sono divertito un casino. Questa è, per loro, l’avventura.

L’obiettivo in sé è assolutamente legittimo, ma non ha nulla a che fare con l’avventura e potrebbe non coinvolgere la montagna, lasciandola tranquilla. Lo stress peggiore infatti è quello che devono sopportare le zone dove si svolgono le gare, specie quelle più importanti e frequentate.

Basta leggere con attenzione alcuni articoli di presentazione del Tor des Géants, il celebre trail valdostano giunto quest’anno alla decina edizione.

Non sono in polemica specifica con i giornalisti che hanno semplicemente scritto dei testi come piace al mondo cui quei testi erano destinati. Però già dai titoli si coglie al volo la mentalità dominante. Ne cito due a caso: “Una corsa ancora più massacrante” (La Stampa del 1 settembre 2019). “Dieci anni dopo il Tor des Géants sarà una gara ancora più dura” (Repubblica, Torino Cronaca del 26 agosto 2019)

Quindi non basta che il Tor sia già stato definito “la gara più dura al mondo”: 24000 metri di dislivello e 330 km di spostamento fra “le vette più alte d’Europa”. Per inciso le vette più alte si vedono con il binocolo, poiché l’itinerario non le raggiunge (per fortuna!). Inoltre vorrei capire cosa vedono dell’ambiente i vari concorrenti, concentrati sostanzialmente sulla loro performance atletica.

Per celebrare i 10 anni le gare del Tor da una sono diventate quattro, tanto per alleggerire il “peso” sulle montagne.

Il Tor des Géants propriamente detto è partito da Cour­mayeur per tornare a Courmayeur, percorrendo l’anello for­mato dalle Alte Vie 1 e 2. I mille iscritti hanno iniziato la corsa alle 12 di domenica 8 settembre 2019, con l’obiettivo di tagliare il traguardo en­tro 150 ore (le 18 del sabato suc­cessivo).

I migliori erano attesi già per mercoledì 11: il vincitore, Oliviero Bosatelli, ha tagliato il traguardo in 72 ore, 37 minuti e 13 secondi.

Chi viaggia su quei ritmi, oltre ad avere un’eccezio­nale preparazione fisica, riesce a limitare al massimo i ri­posi: è quello l’elemento chiave. Tutti gli altri hanno potuto contare sui tanti punti di ristoro e ri­fugi lungo sul percorso e soprattutto sulle sei basi-vita (a Valgri­senche, Cogne, Donnas, Gresso­ney-St-Jean, Valtournenche e Ollomont) dove potersi ferma­re a mangiare cibi caldi, farsi una doccia e dormire qualche ora su una branda.

Per festeggiare i 10 anni, gli organizzatori hanno inventato una gara ancora più dura: il Tor des Glacier.

Non si calpestano i ghiacciai (per fortuna, visti i problemi che i ghiacciai devono affrontare per il cambiamento climatico), ma in alcuni tratti ci si passa proprio a fianco. Che brivido!, mi viene da pensare.

E’ la grande novità. Si tratta di un anello anco­ra più largo e a quote maggiori (diversi colli sono a oltre 3.000 metri), disegnato dove erano state ipotizzate (ma poi non realizzate) le Alte Vie 3 e 4. I chilometri sono 450, il dislivel­lo 32 mila metri.

Sono stati ammessi solo 100 concorrenti, cioè quelli che nel curriculum potevano vantare almeno un Tor des Géants concluso sotto le 130 ore.
Qui di ore ne avevano a di­sposizione 190, dalle 20 di venerdì 6 settembre alle 18 di sabato 14, sempre a Courmayeur”.

Meno basi-vita e ristori lungo il cammino, dove però si incontrano 23 rifugi: “tracciati più impegnativi e alcuni tratti dove il sentiero manca ed era necessario il gps. Un’avventura nell’avventura”

Le altre gare
Il Tot Dret («tutto dritto» in pa­tois) era alla terza edizione e que­st’anno è stato ribattezzato Tor 130, che sono i chilometri da percorrere da Gressoney-St-Jean a Courmayeur: un’i­deale linea retta con 12 mila me­tri di dislivello. Il via per i 500 iscritti alle 21 di martedì 10 settembre 2019: avevano a disposizione 44 ore di tempo (arrivo entro le 17 di giovedì 12).

L’altra novità del de­cennale è stato il Passage du Malatrà: un trail di 30 chilometri, e 2300 metri di dislivello, sull’ultimo tratto del Tor des Géants, pas­sando da quello che è diventato il simbolo della gara: il Colle del Malatrà. In 500 sono partiti da St-Rhémy-en-Bosses sabato 14 settembre 2019 alle 10 per arrivare a Cour­mayeur entro 8 ore.

Dal mio punto di vista il massimo della parodia è nel commento riferito al Tor des Galcier: in alcuni tratti – udite udite! – non c’è sentiero e quindi era indispensabile il gps. Un’avventura nell’avventura.

E poi mi dicono che sono acido: beh, se le cercano e io non riesco a trattenermi.

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Tor des Géants 2019 ultima modifica: 2019-11-11T05:26:06+01:00 da GognaBlog

115 pensieri su “Tor des Géants 2019”

  1. 115
    Roberto Pasini says:

    È come per la santa Nutella: se Ferrero ci mettesse meno zucchero e grassi ne basterebbe un cucchiaino e poi ti stuferesti ma il fatturato, l’occupazione, l’eccellenza italiana…ne risentirebbero. Non riuscirai mai ad imporglielo: ti arriverebbe contro un TIR di interessi diversi, compresi gli appassionati come Nanni Moretti (vedi campagna sui biscotti di questi giorni, i media campano di pubblicità e zucchero e grassi creano sensazioni piacevoli e dipendenza) Non bisogna però scoraggiarsi e continuare, ognuno come può, a sensibilizzare consumatori e produttori all’equilibrio tra golosità, salute ed interessi economici.

  2. 114
    Riccardo says:

    E con buona pace di tutti, i VDA Trailers hanno appena annunciato che anche nel 2020 nel contesto del Tor des Geants le gare in programma a settembre saranno 4. Esattamente come quest’anno…

  3. 113
    Matteo says:

    Secondo me la discriminante è, o dovrebbe essere, se si va in montagna lo si fa by fair means. Anche se si fanno le corse (o i concerti, peraltro)
    Quindi ti porti quello che ti serve sulle spalle.
    Se c’è un rifugio (e ce ne sono anche troppi) mangi o dormi; altrimenti scendi alla prima strada, dove eventualmente l’organizzazione può allestire un punto vita.
    Se ci sono passaggi esposti o pericolosi, sei capace di farli; altrimenti passi da un’altra parte.
    Se ti fai male, speri in un soccorso, non lo pretendi.
    Solo dopo pensi al cronometro
    Così anche la competizione diventerebbe significativa, altrimenti finisce in una, o molte, Parigi-Dakar

  4. 112
    Carlo Crovella says:

    Mi sa che non leggete con attenzione. Un primo ragionamento di accordo (fra le due curve di tifoseria) è costituito dalle due proposte contenute nel commento 106. Se entrate nella logica di plafonare le gare come numero delle stesse e come partecipanti ad ogni singola competizione, si può ragionare. Altrimenti è chiaro che, di fronte all’ipotesi di aumento incontrollato, non resta che irrigidire le posizioni di difesa. Ciao!

  5. 111
    Roberto Pasini says:

    No, cari amici. Così non si va da nessuna parte. È inutile continuare a sventolare le bandiere dalla curva sud e dalla curva nord. Bisogna rimboccarsi le maniche, trovare anche piccole soluzioni che nel loro insieme possano far convivere bisogni diversi e poi ognuno con le sue possibilità fare pressione sui decisori, con lettere, articoli, incontri, prese di posizione. Crovella propone una forte limitazione nel numero delle gare e dei partecipanti. Va bene.  Io non so se sia una soluzione realistica ma si potrebbe sicuramente proporre agli organizzatori del TOR una riflessione: ancora quattro gare in una settimana? Non pensate che sia eccessivo? E poi non sarebbe il caso in alcune zone di ridurre l’accesso di auto e camper di accompagnatori e potenziare i servizi di navetta, perché non usare segnaletica cancellabile, in alcune zone c’è un dedalo di frecce e freccione colorate su strade, sassi, muri veramente brutte da vedere, perché non chiedere ai vari sponsor e ai comuni interessati di devolvere una parte dei fondi per mettere a posto sentieri e aree di accesso, cosa che in parte viene già fatto, ma potrebbe essere potenziato, perché non coinvolgere anche prima e dopo i volontari come me in attività di miglioramento sul percorso, che poi è quello dell’Alta via 1 e 2. (In gran parte), perché non essere più rigidi sul regolamento per partecipanti e accompagnatori su alcune regole ambientali e così via…questa secondo me è la strada, un approccio realista, riformista e rispettoso di tutti. Purtroppo funziona poco da noi e non solo sui temi della montagna. Tanti tuttavia non desistono nel sostenerlo e applicarlo nelle loro possibilità, allenati dalla montagna alla resistenza. In attesa di un mondo migliore, incomincia a pulire davanti a casa tua, si diceva una volta. Amen e buona notte.

  6. 110
    enri says:

    Quindi tutti quelli che qui scrivono di impedire ai “cazzoni” e ai ” non contemplativi” e ai ” non sinceramente appassionati” di frequentare la montagna, concretamente come pensano di farlo? Mi piacerebbe leggere soluzioni, proposte concrete. nel frattempo che scrivete di impedire, fuori c’e’ gente che si allena, fatica, vuole migliorarsi. E, scusate, se ne infischia di chi vorrebbe impedirglielo.
    se comunque preferira parlare di impedire certi fenomeni quando fuori la gente scala sul 9a, fa Utmb in 19 ore o soltanto frequenta la montagna ad un livello inimmaginabile ai piu’, fate pure, mi sembra un po’ come parlare del gettone e cabina telefonica in tempi di I Phone 11… ( battuta di proprieta’ di un ex presidente del consiglio). Forse vi state perdendo che nel frattempo sono passate altre due se non tre generazioni che vivono la montagna in modo diverso da quarant’anni fa. Quindi la prima cosa sensata da fare, ammesso che questi interventi abbiano velleita’ concrete, sarebbe andare a parlare con costoro. Non pretendere di giudicare soltanto sul sentito dire, senza aver mai nemmeno lontanamente provato.

  7. 109
    Riva Guido says:

    Cominetti il problema è proprio questo: un cazzone è meglio che vada allo stadio o altrove perchè altrimenti farà anche della montagna una cazzata, e in montagna c’è pieno di cazzoni, in tutte le salse e la montagna sta diventando una gran cazzata.

  8. 108

    Il contemplare, quindi, sarebbe l’unico genere ammesso dai “guelfi” di turno. E chi invece passa di corsa (o lentamente perché sciupá) e non è interessato alla contemplazione: stia a casa! Mi sembra un po’ discriminante. Le montagne non sono un tempio religioso. Sono territorio poco accessibile, ma non sono chiese o moschee. 
    Se un cazzone decide di andare in montagna si farà più bene che se andasse allo stadio. O no?

  9. 107
    Roberto Pasini says:

    Caro Crovella, la tua proposta di autoriduzione del numero di gare e di partecipanti può essere una soluzione da discutere. Anche nel mondo trail c’è in atto una riflessione sulle gare. Tieni conto che non tutti partecipano alle gare o perché non vogliono o perché non possono. Ci sono anche i tapascioni come me, più o meno “diversamente” giovani che alternano altre attività montane con la corsa da soli, o con pochi compagni, corsa si fa per dire la nostra visti i tempi dei vari Bosatelli. Ho segnalato in un intervento precedente un esempio in merito in ambito UK. Altri li ho segnalati al gestore del sito e probabilmente verrano pubblicati prossimamente. Si tratta di proposte che riguardano la limitazione delle aree o una serie di azioni sui fattori di impatto ambientale. Più dura da affrontare l’autoriduzione, anche per le implicazioni economiche sull’indotto ma si può discutere. Ognuno fa quello che può. Ho mandato il tuo articolo alla direzione del Tor e alla direzione di Spirito Trail, la rivista più prestigiosa del settore. Spirito Trail ha in cantiere un numero proprio sul tema della eco-compatibilità. Fattore Greta? Comunque significa che ci si pensa. Credo che la maggioranza di noi frequentatori di questo blog vorrebbe conciliare libertà individuale, qualita’ dell’ ambiente per gli umani e gli altri abitanti della montagna, benessere e lavoro per chi lavora dove noi ci divertiamo. Trovare soluzioni equilibrate sarebbe un compito difficile anche per l’amato Tex Willer, che, detto tra parentesi, risolveva i problema in modo più sbrigativo. Noi amanti della montagna dovremmo dare il buon esempio e non ricalcare i modelli peggiori di altri campi. Altrimenti cosa ci ha insegnato la montagna? Non ci insegna forse umiltà, solidarietà ed equilibrio ? Con un po’ di buona volontà e frequentando ogni tanto gli Alcolisti Anonimi dell’Ego, come dice l’amico Trabucchi, possiamo dare il nostro piccolo contributo. Buon Monday Morning a tutti.

  10. 106
    Carlo Crovella says:

    In un uggioso pomeriggio dove fuori imperversa la pioggia e, dentro l’anima, una certa noia in attesa della ripresa professionale del lunedì mattina, torno dopo molto tempo su un articolo che per me è ormai “preistoria”, considerato quanto ho scritto di altri dal momento dell’inizio di questo ampio dibattito.
    ——-
    Innanzi tutto ringrazio chi mi riconosce il “merito” di introdurre temi sui quali c’è molta sensibilità, nei due sensi. In effetti, come prima annotazione, segnali che e un piacere dibattere con alcuni di voi  anche se magari le opinioni sono diametralmente opposte. Viceversa altri commentatori sono indisponente per principio e,  almeno ai miei occhi  si macchiano di quelle “nefandezze” (in sintesi atteggiamenti salviniani e dittatoriali) che rinfacciano a me. Chi sparge tentativi di cassare aprioristicamente, in nome di suoi principi chd considera “benedetti” dalla verità oggettiva, si rivela ben più autoritario di chi esprime la sua opinione e la difende perché ne è convinto in buona fede.
    ——–
    Per quanto riguarda il tema specifico delle gare in montagna (che siano ultratrial, gare di un giorno  estive o sulla neve), visto che vi aspettate delle proposte operstive, ne avanza una di massima. Premetto che, se dipendesse solo da me, le cancellerie tutte senza esclusione. Tuttavia nella ricerca di un compromesso, io faccio questa riflessione. Qualcuno di voi (scusate, non ricordi chi) ha segnalato che risultano 382 gare totali in un anno. Sono troppe: più di una al giorno, ipotizzando di correre 365 g/anno. Probabilmente si concentrano nei weekend  con ulteriore concentrazione nei mesi della bella stagione (maggio-settembre). Ciò significa che in certi weekend estivi ci saranno anche 8-10 gare in contemporanea. Troppe. Perché non ipotizzare due cose: 1) Ridurre/dimezzare le gare in assoluto; 2) Metterd un limite alle iscrizioni (per es per il Tor 300 anziché 1000). In conclusione, se non si interviene ld gare annue, che oggi sono circa 400  potrebbero diventare 500 e poi 600 e poi… Una gramigna che va arginata/ridotta altrimenti le montagne diventeranno uno stadio chd non avrà più nulla a che fare con la montagna e i valori storici dell’andare in montagna. Augh, ho detto (vi ricordate di Tex Willer?). Ciao e chd torni presto il sole!

  11. 105
    luciano regattin says:

    Intervengo solo in risposta a Paolo, così sfatiamo un mito: non c’è nessun premio per chi vince il TOR, solo un ricordo per tutti i finisher; generalmente in tutti i trail i primi classificati ricevono un premio in natura, non ci sono premi in denaro, perciò, prima di trarre conclusioni avventate, sarebbe opportuno informarsi.
    Ed in ogni caso, se vuoi mettterla su questo piano, da ex-alpinista e trail runner ti posso garantire che gli alpinisti sono molto più competitivi dei secondi, e sai benissimo che non si tratta di una competitività genuina, di chi vive l’evento sportivo fine a se stesso. Molti alpinisti si sono rovinati l’esistenza a causa di questa competitività, quindi di che parliamo?

  12. 104
    Roberto Pasini says:

    Imitando il nostro iniziatore  (bisogna dargli atto che i suoi interventi, condivisibili o meno, ma sempre stimolanti e quindi utili, portano oltre il numero 100 e quindi vuol dire che toccano temi “sensibili”)
    #piu’concretezzaper tutti
    Ecco un piccolo esempio proveniente da uno dei due schieramenti: in altri contesti sia i guelfi e ghibellini cercano di incontrarsi sugli obbiettivi comuni invece di posizionarsi in attacco o in difesa.
    https://www.trailrunningmag.co.uk/news/articles/leave-no-trace
     

  13. 103
    paolo says:

    Forse nella società moderna c’è bisogno di tante gare e tanti premi (di entrami ce ne sono un’infinità e per ogni gusto) perché, ripeto forse, l’uomo comune ha perso la fiducia nelle proprie capacità,  la stima delle proprie possibilità e ha bisogno che qualcun’altro le riconosca per poter un poco credere in se stesso.
    Ma così è sempre più manipolabile. 🙂 

  14. 102
    agh says:

    Mi unisco volentieri, indegnamente, al coro di illustri vecchi barbogi (Gogna, Crovella e altri) che deplora un certo modo di andare in montagna, in particolare la sportivizzazione imperante. Ormai ci sono gare dappertutto, tutti i giorni, estate e inverno. L’uomo moderno è spinto alla competizione non solo sul lavoro, ma anche nel tempo libero. La contemplazione in montagna, non è, appunto, contemplata. Tuttavia occorre riconoscere che si tratta di categorie mentali, dove una minoranza (solitamente ahimè di anziani) ritiene di dover stabilire come è giusto o sbagliato andare in montagna. Personalmente, penso che ciascuno debba essere libero di andare in montagna come meglio crede, se non lede la libertà altrui. Non ho la pretesa di imporre il mio punto di vista, anche se ovviamente lo difendo.
    Il punto vero però forse andrebbe spostato sulla questione ambientale: tutti questi eventi con migliaia di persone sono sostenibili senza snaturare la montagna? Ma anche qui si cade nella categoria mentale… qualcuno potrebbe obiettare: perché no? Non se ne esce, temo…  

  15. 101
    Riva Guido says:

    L’umanità è divisa in quattro categorie: le femmine e i maschi, le donne e gli uomini. Si nasce tutti femmine o maschi poi alcune diventano donne e alcuni diventano uomini. Con l’avvento dei social le quattro categorie si sono divise in altre due categorie: striscianti e non striscianti. Per il bene di tutti è opportuno che ognuno si rapporti esclusivamente con i propri simili.

  16. 100
    nebulamaior says:

    c e n t o

  17. 99
    nebulamaior says:

    A S S I S T

  18. 98
    lorenzo merlo says:

    E già, nella verità si annida il dogma.
    E siamo daccapo.

  19. 97
    Roberto Pasini says:

    Crovella, Crovella dove sei? Un grido accorato si levò dalla folla. Da un lato i trail runner, con pantaloncino corto aderente Salomon Lab, testati da Killian Jordan, dall’altro gli alpinisti/greppisti, in pantalone lungo pura lana pizzichina, modello anni 70 Gino Trabaldo, Biella, comprati nelle valli del cuneese ma prodotti in Cina. Vox clamantis in deserto. Mi raccomando cari amici. Il numero 100 spetta a lui di diritto.

  20. 96
    Paolo Panzeri says:

    Ieri ero in ospedale per i miei soliti esami e leggevo un libretto dove ho trovato:
    “Chi persegue la libertà non cerca la verità, perché la verità obbliga, comanda”.
     
    Ci sto pensando e tante cose che accadono nella nostra società mi si chiariscono.
    Anche quella dei 48 milioni 🙂 

  21. 95
    Roberto Pasini says:

    95 !!! Siamo vicini al traguardo. Abbiamo passato il colle della Malatrà ! Adesso è tutta discesa o quasi ( se potessimo scendere direttamente al Bonatti e poi andar via in piano fino al Bertone, ma non possiamo perché disturberemmo la sacra e redditizia transumanza internazionale degli escursionisti che fanno il giro del Bianco e quindi ci tocca fare una risalita.Va bene, sono figli di Dio anche loro e portano lavoro. Tegn dur, diceva un famoso politico lombardo) Sul primo punto: Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 1964; Giorgio Gaber, Destra e Sinistra 1994. Le dicotomie sono intriganti, ma la realtà è oggi più articolata, come dimostra anche questo blog. Ci sono forme ibride e scambi tra categorie. Siamo nell’epoca del metrosexual, come dicono i sociologi e i markettari. Per questo la convivenza è più difficile, anche in mezzo ai monti e non solo tra noi umani, perché ci sono anche tanti altri abitanti dei monti di cui ci dimentichiamo. Loro c’erano prima di noi e forse ci saranno anche dopo. Dobbiamo essere tolleranti, aperti, pazienti e concreti nel trovare soluzioni realistiche. Sul secondo punto spero, caro Paolo, tu stia scherzando. In ogni caso ricordiamo le tre leve di governo delle masse secondo i Borbone: Farina, Feste e Forca. Visto che il blog è frequentato da maschi, dovremmo aggiungere un’altra F , proposta da un altro politico lombardo contemporaneo ma lasciamo perdere. Nel tuo schema le gare si inseriscono nel secondo punto. Posso essere d’accordo. Ma in questa categoria rientrano anche le attività che tu chiami creative. Non si sfugge. Lo sa bene l’industria della ricreazione outdoor che si inventa prodotti per questa fascia di mercato come i rilevatori interattivi di posizione e di allarme, le tende superleggere monoposto e così via. Consiglio di rivedere nel Diavolo veste Prada la scena in cui la “cattiva” spiega alla “buona” da dove viene il suo maglioncino  alternativo. Un climber famoso della mia generazione ha proposto in assoluta buona fede, ne sono sicuro perché lo conosco, su questo blog la creazione di una linea di rifugi “vintage” destinati ad alpinisti che vogliono stare in silenzio, non lavarsi e mangiare male. Una fantastica intuizione di marketing che potrebbe essere adottata da qualche organizzazione turistica alternativa, magari sponsorizzata daPatagonia.  Non è epoca per santi ed eroi ma per persone normali che cercano di convivere in comunità aperte, articolate e iperconnesse. Bisogna farsene una ragione. E siamo a 95 e ancora non si vedono donne….che tristezza.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  22. 94
    paolo says:

    Penso che la diatriba sorga perché la maggioranza delle persone vuole che la società risponda ai quasi tutti suoi bisogni con organizzazioni, informazioni, servizi, sicurezza e quant’altro, questi sono quelli definiti i “sociali” (l’ambiente delle gare) e una minoranza vuole muoversi senza avere tutte le risposte già preconfezionate, di solito sono i cosiddetti “creativi” (l’ambiente degli alpinisti).
    E poi l’80% delle persone è stupida (Cipolla) e non può conquistarsi da vivere, perciò deve avere le cose pronte…. siamo in 60 milioni, vorrebbe dire che 48.000.000 di italiani sono stupidi e bisogna trovare qualcosa per tenerli occupati altrimenti chissà cosa combinano. 🙂 

  23. 93
    Roberto Pasini says:

    “Voglio una donna” urlava in cima ad una pianta Ciccio Ingrassia in Amarcord. Possibile che tutti i 96 interventi siano di maschietti?Avanti comunque! Visto che noi maschietti siamo competitivi cerchiamo di battere il record e di arrivare a 100, un numero credo mai raggiunto nel blog. Ecco manifestarsi anche qui contemporaneamente quella spinta alla resilience e alla competizione che spiega il diffondersi delle gare di trail running.
    Dei gusti e dei colori non bisogna disputare dicevano gli antichi romani. Verissimo. È la santa libertà individuale che va protetta e difesa. Se tuttavia proponiamo azioni che riguardano non solo casa nostra ma anche il condominio in cui abitiamo dobbiamo rifarci a motivazioni più generali che non il gusto e allora dobbiamo “dare i numeri”, altrimenti la vita del condominio diventa un piccolo inferno, come effettivamente accade, inducendo molti a sognare la casetta monofamiliarie, ma poi anche lì non si sfugge alle interazioni di quartiere e alla necessità di mediazione tra i gusti personali.

  24. 92
    Riccardo says:

    Rimango basito leggendo alcuni commenti. Sembra che la categoria “trailer” sia colpevole dei peggiori misfatti che accadono in montagna. Capisco che ad alcuni possano dare fastidio, ma mi sembra che demonizzare i trail, di fronte ai problemi veri che affliggono le montagne, sia un po’ come voler mettere la testa sotto la sabbia a mo’ di struzzo. Ripeterò quanto già scritto da altri, ma provate un po’ a vedere quanti sentieri sono stati rimessi a posto perchè sopra ci passa una corsa, quante piccole strutture di media o bassa montagna traggono vantaggio dai trail per la loro economia. Le cartacce o le lattine sui sentieri non le lasciano i trailers!!!

  25. 91
    Antonio Massettini says:

    Ma perché non è possibile avere una semplice opinione? Dove sta scritto che bisogna fornire dimostrazioni scientifiche a sostegno? I gusti sono gusti. Guardate che sono tantissimi le persone che disprezzano il mondo delle gare. Non ne avete idea quante siano. I miei amici la pensano tutti così. Solo che chi ama starsene per i fatti suoi in genere non si ficca nelle polemiche e quindi sembra che non esistano. Infatti apprezzo l’articolo perché è la prima volta che uno osa dire le cose pubblicamente. Quanto alle “giustificazioni” sono citate anche nell’articolo: bordello, confusione, organizzazione, altoparlanti, falsa felicità che sia bello fare una cosa in tanti tutti    insieme… potrei continuare per ore. Tutte cose che a voi piacciono, ma che non sono cose belle in assoluto. Infatti un sacco di gente le detesta. Prendetene atto e contenetevi

  26. 90
    luciano regattin says:

    Sì Antonio, a te e Crovella danno fastidio le gare, lo abbiamo capito, ma mentre Ettore ha argomentato in modo, a mio avviso, piuttosto circostanziato le sue motivazioni (che peraltro condivido in pieno), tu insisti a dire che la gare non vanno fatte, senza aggiungere null’altro. Spiegaci il perchè, altrimenti rimane una tua opinione, legittima ma non utile alla discussione.

  27. 89
    paolo says:

    Tutte le gare devono svolgersi in ambienti conosciuti e organizzati, altrimenti non si può riuscire a controllare e valutare la prestazione fisica o mentale.
    L’uomo ha bisogno di gareggiare con i suoi simili, altrimenti non capisce cosa lui sia.
    L’alpinismo va un poco oltre.
    La natura penso non si interessi alle gare degli uomini, anche se spesso esagerano e cadono nel ridicolo.

  28. 88
    Antonio Massettini says:

    L’ultimo commento fa il processo alle intenzioni sull’autore. Che ne sappiamo di cosa ha letto e cosa no, di cosa ha deliberatamente scartato e da quali fonti ha attinto? Da lettore io non lo so e non mi importa, perché non mi interessa l’autore, ma il fenomeno. L’ho già detto in precedenti commenti: le gare rompono e sono un fenomeno brutto. Meglio ridurle. Voi non riuscite a immaginare che ci siano esseri umani che trovano spiacevole una cosa di cui voi siete quasi innamorati. Vi da fastidio soltanto che qualcuno esprima un’opinione opposta alla vostra. Da dove deriva questa vostra certezza che la verità sia solo dalla vostra parte? Magari dei risvolti negativi in queste meraviglie di gare ci sono, no? Prendete spunto per riflettere

  29. 87
    ettore pettinaroli says:

    Premetto che ho un sacco di difetti. Vado in montagna da quasi 60 anni. Da giovane, fine anni ‘70 ho disputato un sacco di gare sui sentieri. Allora non si chiamavano trail, erano molto più corte, ma c’erano eccome. Da grande mi sono innamorato di un’idea speciale: il Tor  e nel 2012 era al via di Courmayeur. Forse lo correrò ancora, forse no. Però lo bazzico parecchio e lo conosco bene.   Soprattutto lo vedo, lo vivo. Infine, lavoro nella comunicazione. Con tutto quello che ne consegue.
    L’articolo di cui sopra è particolarmente infido. A fronte di dati snocciolati con profusione e correttamente dando l’impressione di serietà e autorevolezza, ci sono un sacco di omissis. Cose che l’autore documentandosi ha visto ma che ha scelto deliberatamente di ignorare per sostenere meglio la sua legittima tesi.Mi riferisco al TOR ovviamente.  Non credo che quelle persone siano così devastanti. Dopo due colli la fila è sgranatissima, si cammina per ore da soli. Quando il primo arriva, l’ultimo è 160/170 km più indietro. Lo stesso accade per il Tot Dret e a maggior ragione per il Tor des Glaciers. Inoltre considerando che i finisher sono intorno al 50% (meno ancora per il Tot Dret e il Tor des Glaciers), le persone che camminano su quei sentieri sono molto meno.Impattano?  Certamente di notte le frontali possono infastidire la fauna, ma il “danno” è  considerato irrilevante anche dalla direzione dei Parchi attraversati. Rimangono rifiuti in giro? No, perché dopo le scope ufficiali che tolgono cartelli e bandierine appena passa l’ultimo concorrente, passano le ECOscope che raccolgono tutto ciò che trovano, anche se si tratta di una lattina arrugginita, in loco da decenni e quindi non legata alla gara. Inoltre nei ristori e nelle basi vita vengono utilizzati solo stoviglie biodegradabili, per esempio.
    Impattano? Certo. Tifosi  e assistenti girano in auto per la VDA e attendono gli amici al prossimo rifugio, al successivo paese. Consumano benzina ma anche soldi a vantaggio delle piccole realtà commerciali della vallate valdostane, in settembre deserte. Poi magari il piccolo B&B, il bar, il negozietto di alimentari, o il rifugio dove ci si ferma in attesa del concorrente accendono il riscaldamento e illuminano i locali. Uno sfacelo. Attendo una proposta di legge volta a impedire il rinnovo delle licenze commerciali sopra i 1.000 metri di quota. Poi una ricetta per ricollocare tutti quelli che campano di queste cose orribili la si trova.
    Cosa vedono i concorrenti? Viste le velocità a cui procede il 95% di loro (meno di 3kmh di media), direi che vedono proprio tutto.
    AH, il Tor des Glaciers è una gara NON balisata, da fare tutta con il gps, è scritto in tutti i modi nel regolamento. Il virgolettato preso  ad esempio, non proviene dagli organizzatori ma probabilmente da un concorrente o tifoso. Però l’autore non lo specifica. Strano.

  30. 86
    Riva Guido says:

    Ci sono quelli che inquinano solo l’aria, anche per pochi secondi, e quelli che invece inquinano anche i cervelli, in modo irreversibile.

  31. 85
    Enri says:

    Io credo che ognuno possa scrivere e dire quello che gli pare. Se pero’ vogliamo fare proposte concrete, temo che gli 80 e passa messaggi dimostrino che non ve ne e’ una che minimaente abbia senso. Forse perche’ abbiamo fatto tante chiacchiere e la’ fuori il mondo va avanti lo stesso. Non ho letto molti messaggi su come limitare le auto, per esempio. Prendersela con le corse in montagna e’ prova di non aver capito dove stia il problema. Domanda secca: sono piu’ nocive tutte le auto che attraversano la Val Ferret oppure i corridori del Tor e del UTMB  che ogni tanto la attraversano? E allora, di cosa stiamo parlando, se si vuole fare la morale ecologica la si faccia su cio’ che veramente inquina e da’ fastidio. 

  32. 84
    Roberto Pasini says:

    Capisco il criterio del danno ambientale ma se usiamo quello del fastidio percepito per regolare non il nostro comportamento individuale, cosa assolutamente legittima, ma anche quello di altri renderemmo la vita sociale un inferno. I reciproci e opposti fastidi si scontrerebbero in continuazione impedendoci di fare molte cose. Ad esempio a me danno fastidio i puzzoni e non penso che un vero alpinista debba puzzare, per questo sono favorevole a rendere possibile nei rifugi la doccia o almeno il bidet, senza fare danni ambientali ovviamente. Ma non ho mai pensato di proporre al CAI di imporre un lavaggio obbligatorio o di non servire a cena fagioli. Quando incontro un gruppo di puzzoni o di scorregioni svizzeri, categoria molto diffusa nei rifugi che frequento io nei Grigioni o nel Vallese, vista la birra e il cibo, o mi unisco a loro partecipando alla loro gioia o cambio camerata o uso appositi tappini. Quindi se vogliamo proporre azioni sensate lasciamo da parte il criterio del fastidio e usiamo criteri più ampi, come fa correttamente dal suo  punto di vista Crovella anche se molti di noi non condividono la sottostante valutazione😊😁

  33. 83
    Antonio Massettini says:

    Non credo necessarie le statistiche per dimostrare il fastidio che danno le gare, io ne ho incontrate per caso e sono scappato dal bordello che sono. Mamma mia! Mi riconosco nell’articolo, penso descriva bene il fastidio di chi non le approva: dovete capire chi non la pensa come voi

  34. 82
    Roberto Pasini says:

    Come contributo al merito della questione “Gare di Corsa in montagna: valore o disvalore del fenomeno e caratteristiche dei praticanti” segnalo per chi fosse interessato a comprendere prima di giudicare le opere di alcuni “influencer”del settore, come si direbbe oggi. È pur vero che tra le parole e i comportamenti può  esserci un divario, ma questi personaggi, come accade nell’alpinismo, rappresentano un “modello di ruolo” per i praticanti e veicolano con il loro esempio modelli, valori e schemi mentali. Non sono riuscito finora a trovare ricerche meno aneddotiche sul tema ma non desisto.
    Bruno Brunod, Skyrunner, il corridore del cielo, 17 €
    Marco Olmo, Il corridore, storia di una vita riscattata dallo sport, 11 €
    Killian Jornet, Correre o morire, con Prefazione di Simone Moro, 16 €
    Visto che questo sport è praticato anche dalle donne, anche se in misura minore, segnalo:
    Emelie Forsberg, Correre e vivere, 21 €
    Lisa Borzani, atleta di casa nostra, non ha per ora scritto libri, ma in rete si trovano sue diverse interviste.
    PS. Avrete sicuramente notato che sul blog non intervengono mai donne eppure in montagna se ne incontrano sempre di più, cordate miste ma nella mia esperienza anche molte di sole donne. Perché non intervengono mai? Siamo un blog di soli maschi age’ che si azzuffano tra di loro?  Che tristezza!
    Buone letture e buona domenica di pioggia

  35. 81
    Simone Di Natale says:

    Effettivamente Regattin, Crovella vantando continuamente i propri titoli e la propria autorevolezza sembra spesso dire “Io so io e voi no siete…”. Tipico atteggiamento di chi non altri argomenti per sostenere le proprie wtai.
    Vedo Crovella ben iquadrato nella categoria degli alpinisti descritta nell’articolo sui greppisti.

  36. 80
    luciano regattin says:

    Per Regattin: per confermaree mie tesi basta la foto iniziale dell’articolo, quella della partenza del Tor. Autoesplicativa. Un’orda famelica.
    No Crovella, questa foto non spiega nulla della domanda che ti ho posto, continui a dribblare le domande, oltretutto risulti anche, come già rilevato, oltremodo offensivo.
    Forse sei tu che non riesci a cogliere quello che io scrivo: ho ripetuto le mie tesi a iosa e spesso mi hanno criticato per le ripetizioni.
    Invece colgo perfettamente perchè si tratta esattamente di ciò che ho scritto nel commento precedente: non rispondi alle domande e continui con le tue litanie.
    Egli sostiene che, siccome ci sono molte obiezioni alle mie tesi, io dovrei rinnegarle…
    Tu vaneggi, non ho mai scritto qualcosa del genere, ho scritto che eviti di rispondere alle obiezioni.
     
    Altra cosa ancora: da che è iniziato questo specifico scambio di opinioni, una settimana scarsa, io ho già scritto una dozzina di altei articoli, molti in ambito professionale altri per hobby. Quindi sono già proiettato verso altre tematiche e il tema del Tor è gia’ agli atti, nella mia mente.”
    Ma chi è, il marchese del grillo?
     
     
     
     

  37. 79
    Fabio Bertoncelli says:

    A proposito di odio…
    A proposito di istigazione all’odio… (commento 76). 
     
    P.S. Grazie, Roberto, per le tue parole.

  38. 78
    Roberto Pasini says:

    Per carità Matteo. Evitiamo gli insulti. Mi sono già scusato con Bertoncelli. Volevo solo fare un po’ di colore prendendo spunto da ricordi autobiografici di Crovella sulle discussioni liceali e aggiungendovi i miei ma ho usato espressioni inappropriate. Di solito non intervengo mai sui blog ma questa volta mi sono sentito coinvolto in prima persona. Mi sono sentito un nemico dell’ambiente per aver fatto le notti (gratis e a mie spese) nelle basi vita del TOR. Questo modo di comunicare, senza vederci in faccia e capire chi siamo e cosa davvero vogliamo dire è fonte di grandi fraintendimenti. Almeno ci fossero le foto capiremmo di più. Bisogna stare molto attenti con le parole per non sollevare inutili vespai. Questa è la lezione che ho imparato.

  39. 77
    Antonio Massettini says:

    Anche io mi sono convinto da qualche tempo che le gare sono negative. Necessario contenerle o ridurle e limitare il numero degli iscritti.

  40. 76
    Matteo says:

    In effetti la dizione “lupi padani” è assolutamente fuori luogo riferita ai leghisti, essendo il lupo un nobile animale, utile e importante.
    Si potrebbe parlare di iene, animali secondo la vulgata subdoli, ladri e vigliacchi, quindi in ciò decisamente più in linea con i leghisti nostrani (43 mil€, se non sbaglio: roba che i socialisti erano degli accattoni!); in realtà la iena è ritenuta dai locali l’animale più intelligente e ammirabile del creato e hanno probabilmente ragione loro (anche se sono negri)
    Non sono d’accordo con Pasini su Expo o le olimpiadi, ma la frase “contenere la decadenza e i lupi padani che ci circondano, visto che presto rimarremo uno degli ultimi baluardi della decenza” non è certo antidemocratica.
    A meno di avere la convinzione che democrazia significhi che chi ha la maggioranza ha ragione, può tutto e non deve essere criticato, pena l’offesa capitale. E questa si che è decadenza!

  41. 75
    Carlo Crovella says:

    Per Regattin: per confermaree mie tesi basta la foto iniziale dell’articolo, quella della partenza del Tor. Autoesplicativa. Un’orda famelica. Invece dovresti riflettere su quest’altro tema parallelo. Forse sei tu che non riesci a cogliere quello che io scrivo: ho ripetuto le mie tesi a iosa e spesso mi hanno criticato per le ripetizioni. Ma c’è sempre qualcuno che non coglie il significato…
    ——–
    PoPoun’altra osservazione: il ragionamento astratto di Regattin (già avanzato in altre occasioni) è del tutto privo di fondatezza logica e giuridica. Egli sostiene che, siccome ci sono molte obiezioni alle mie tesi, io dovrei rinnegarle… Ma scusa se io fossi così poco convinto delle mie idee (a tal punto che le rinnego sui due piedi solo perché non c’e’ l’applsuso incondizionato della platea), io stesso sarei così poco convinto delle mie stesse idee…beh ma allora mica perdo tempo a scrivere, prendere posizioni, fare proselitismo… Lascerei perdere fin dall’inizio, tanto sarei io per primo a considerare poco fondate le mie idee. Siccome, invece, le considero fondate (anzi: molto fondate), il fatto che ci siano obiezioni e critiche non mi fa fare neanche una piega. È un concetto che ti ho già espresso altre occasioni, fattene una ragione, mi auguro che non ci torniamo più.
    ‐——-
    Altra cosa ancora: da che è iniziato questo specifico scambio di opinioni, una settimana scarsa, io ho già scritto una dozzina di altei articoli, molti in ambito professionale altri per hobby. Quindi sono già proiettato verso altre tematiche e il tema del Tor è gia’ agli atti, nella mia mente. Pertanto non interpretate mie mancate risposte future su questo tema come sintomo che ho rinnegato le mie tesi sulla gare. Mantengo inalterate le posizioni, con buona pace di Regattin, ma sono già proiettato oltre. Buona domenica a tutti!

  42. 74
    Luciano Regattin says:

    L’estensore dell’articolo continua ad infischiarsene delle numerose obiezioni espresse da diversi  interlocutori: non una sola risposta nel merito, egli continua con le sue litanie e con la citazione dell’articolo 21 della Costituzione.
    Non un’analisi che sia una a sostegno della sua (come qualcuno ha già rilevato) inutile reprimenda.
    Mi piacerebbe ad esempio leggere da parte sua (cosa che non ha ancora fatto, nonostante i diversi rilievi) di quali evidenze è in possesso per dimostrare la “devastazione ambientale” (cit.) a seguito delle gare di trail. Analisi, numeri, foto, interviste, tutto quello che vuole. Ma non opinioni. Attendo speranzoso.

  43. 73
    Roberto Pasini says:

    Mi dispiace molto non volevo offendere nessuno ne parlare in modo improprio di politica in un luogo non adatto. Volevo solo difendere un approccio pragmatico e realista ai problemi rispetto ad un approccio rigoroso ma che rischia di trascurare i bisogni di grandi masse popolari e di essere minoritario. L’espressione “lupi padani “ voleva essere ironica ma forse era inopportuna. Sono assolutamente convinto che dietro certi mutamenti nella società ci sono bisogni forti e legittimi. Mi scuso per l’equivoco e torniamo ai monti anche se anche parlando di loro si finisce inevitabilmente a parlare della polis.

  44. 72
    Fabio Bertoncelli says:

    Pasini, coloro che chiami “lupi padani” sono il popolo italiano, che si esprime tramite elezioni e che tu stai oltraggiando.
    Si chiama democrazia e vale persino quando il popolo vota in modo differente da te.
     
    In quanto al “grande ed eroico partito di massa”, posso solo presumere a che cosa tu ti riferisca. Comunque il verdetto è già stato emesso dalla storia. Si tratta solo di studiarla: si incomincia dai fatti oggettivi, poi si sentono le varie campane e infine – parte piú ostica – si riflette. È cosí che ci si forma la propria coscienza storica, con lo studio e col cervello, non con gli slogan di partito né con l’obbedienza pronta, cieca e assoluta di memoria fascista (e pure di altri…).
     
    P.S.  Considerando i commenti politici, che qui c’entrano come i cavoli a merenda, mi sono sentito in dovere e in diritto di rispondere, anche se fuori tema.
    La democrazia è sacra, anche quando sono gli avversari politici a vincere le elezioni. La libertà di parola è sacra, anche quella degli avversari politici. La Costituzione vale sempre e per tutti, non solo quando fa comodo per il proprio tornaconto politico.
     

  45. 71
    Carlo Crovella says:

    Tirato per i capelli, divago brevemente dalla stretto tema gare. Allegato al 24 Ore di ieri c’era l’inserto Nord Ovest, il cui titolo principale era “Tutti i piani per rilanciare la montagna”. Poi apri le pagine e scopri che il rilancio è ipotizzato su più villaggi resort, più impianti e addirittuta diffusione di terme e spa. Beh… se questo è lo sviluppo incontrollato, non esito a dire che preferisco il deserto. Non per me, io me lo cerco senza problemi, per la salute della montagna. Buona domenica.

  46. 70
    Roberto Pasini says:

    Caro Crovella, una nota di colore prima di andare a correre alla montagnetta di San Siro,  visto che in montagna piove. Si era capito fin dall’inizio la sua ispirazione più che legittima. Io sono un po’ più vecchio e da quando militavo in un grande ed eroico partito di massa ho visto la contrapposizione tra riformismo milanese e rigorismo torinese. Ai posteri l’ardua sentenza. Per ora ci teniamo il nostro pragmatismo riformista meneghino, l’Expo e le Olimpiadi invernali,  con tutti i loro rischi,  ma anche con il lavoro per molti,  cercando di contenere la decadenza e i lupi padani che ci circondano, visto che presto rimarremo (forse) uno degli ultimi baluardi della decenza. 

  47. 69
    Carlo Crovella says:

    In effetti io sono un sostenitore (in generale) della decrescita felice (quanto meno controllata, in antitesi allo sviluppo incontrastato), perché ne sono intimamente convinto, e applico questa visione all’analisi dei vari aspetti dell’esistenza, per cui arrivo anche alla montagna.
    ————
    Voi trovate deprecabile il concetto di decrescita felice (e vi irritate a leggerlo qui) come io trovo deprecabile il “buontuttismo” con cui si spennellano di nobiltà etica e umanitaria le iniziative come il Tor o, per fare un altro esempio a caso, le mega gite sociali. Voi trovate deprecabile l’utilizzo di concetti come selezionare ecc, io trovo deprecabile che il concetto di libertà di spostamento (in prima battuta al di sopra di ogni sospetto) arrivi ad essere un sopruso sulla Natura e, in particolare, sulla montagna.
    Se voi pretendete il diritto di potervi irritare di fronte alle mie idee, io rivendico il diritto di poterle liberamente esprimere ed anche ribadire (art 21 Costituzione).
    —————
    Per quanto riguarda il fatto che sono anni che ho iniziato a parlare dell’eccesso di folla in montagna, mi riferisco al problema in generale (cioè accesso antropico alla montagna). Sulle gare è da meno tempo che ho preso un esplicita posizione  di negatività, sarà un paio di anni circa (cioè quando ho focalizzato che le ritengo un fattore negativo). E’ chiaro che per il momento il trend in atto è in aumento, ma sto già registrando l’emersione di segnali di perplessità/fastidio fra gli appassionati della montagna. Sono attivo e faccio proselitismo in tal senso: attività assolutamente legittima. Le mie sono prese di posizioni “politiche” (attenzione: politiche e non partitiche. C’è un’enorme differenza: polis, vita comune, diciamo così), così come su altri temi (che non c’entrano per niente con la montagna e quindi qui non li tocco neppure) sono abituato da decenni a prendere esplicite posizioni. Fin dai tempi del liceo, parlo quindi di 40 e passa anni fa (erano gli anni di piombo), non ho mai avuto remore a partecipare ad assemblee, collettivi, riunioni e non sono mai stato zitto. Ho sempre scritto articoli di opinione, dal giornalino del liceo al bollettino della società sportiva. Ognuno, legittimamente, porta acqua al suo mulino ideologico.
    ————–
    Una nota di colore e poi torno a  scrivere il mio quotidiano articolo per altre testate: più che Di Battista (cui qualcuno di voi mi ha paragonato), il mio modello di riferimento è il giornalista Marco Travaglio (tra l’altro torinese come me). Buona domenica!!!

  48. 68
    Roberto Pasini says:

    Calendario gare ultra trail, wintertrail, skyrunning 2019. Così chi non vuole evita di andarci.
    https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=17&ved=2ahUKEwicxOv7pO7lAhXM-qQKHfusBOM4ChAWMAZ6BAgHEAI&url=http%3A%2F%2Ffederationservice.com%2Fimages%2Fnews%2F2019_calendario_gare.pdf&usg=AOvVaw0VH4gnjsVZwIlKx8hLC3qY
    Il sito di nonsolorunning.it riporta complessivamente 383 eventi, comprese le gare corte.
    In ogni caso si finisce sempre lì: la decrescita felice. Qualcuno (tanti perdono il lavoro e non si sa bene come campano), altri (pochi) possono godere la pace dei monti di altri tempi, magari in modo austero, senza lavarsi nei rifugi, cambiando poco scarpe e attrezzatura, portandosi il cibo da casa, così anche l’anima sarà salva al momento della chiamata. Poi ci meravigliamo che alcuni soggetti governino tutto il Nord e presto anche l’Italia intera.Ma questo è un discorso da fare in altre sedi e non in un blog alpino, anche se poi tutto è connesso.
    Evidentemente condividiamo gli obiettivi ma non le soluzioni, ma va bene così: è il bello delle discussioni tra persone libere e appassionate.
     

  49. 67
    enri says:

    Mi scusi Crovella, io non sono contro di lei ne’ dico che lei non possa esprimersi. Pero’, anche io, che da chi mi conosce sono considerato un integralista della montagna, un paio di cose chiare le voglio dire. Innanzitutto noto che molto spesso nei suoi articoli compaiono i verbi selezionare, vietare, impedire. Ecco gia’ qui ricordo che chi in passato ha applicato a fenomeni di massa questi verbi ha portato a disastri di cui la storia e’ testimone, per cui poi non si stupisca se qualcuno si infastidisce ( e vorrei ben vedere…), lo prenda almeno come un consiglio su cui riflettere. Nel merito, se lei dice che sono anni che predica queste cose, si e’ mai chiesto perche’ invece questi fenomeni sono nati o proseguono a fiorire? Evidentemente con le selezioni, i divieti e le limitazioni non si va da nessuna parte. L’uomo, se mai, va persuaso, non obbligato.
    detto questo, se posso essere d’accordo con lei che irifugi dovrebbero mantenere un tono piu spartano non solo per motivi diciamo etico alpinistici ma anche perche’ io credo che la gente alla fine li preferisca tali, lei non puo’ mettere sullo stesso piano le gare in montagna siano di corsa sci o altro. Ma ben venga la cultura della fatica, dello sport. O e’ meglio che i ragazzi a vent’anni in montagna ci vadano solo in moto? Scusate ma quando io vedo gente che corre per due giorni di fila faccio solo una cosa: giu’ il cappello. Dopodiche’ sono invece assolutamente convinto che chi corre in montagna lo fa perche’ e’ in montagna. Conosco tantissimi di questi che non farebbero una maratona nemmeno morti mentre traggono motivazione voglia e passione dal fatto di correre sotto i 4000 delle alpi, per esempio. E qui arriviamo al secondo errore che lei fa ( dopo il primo e cioe’ desiderio di selezionare ed impedire): lei pensa di sapere cosa c’e’ nell’animo della gente e questo, oltre ad essere un pericoloso convincimento, e’ assolutamente inutile ad aiutare la soluzione del problema, se problema esiste. Dopo Il Tor la natura e’ esattamente la stessa. Piuttosto avrei da dire con la gestione delle strade interpoderali, degli skilift e delle funivie. Ma non prendiamocela  con chi corre in montagna. Siamo tutti dentro questo fenomeno. Siamo la gente che va in montagna, ognuno di noi. Perche’ tutti hanno il diritto di andarci. Se vogliamo preservare l’ambiente dobbiamo fare informazione, cultura, testimonianza. La gente ( che poi siamo noi) non e’ cretina del tutto: se si propone qualcosa di sensato, la gente segue. Se la proposta e’ vietiamo gare ecc. la gente non segue, perche’ e’ un’insensatezza. Ribadisco quello che ho gia’ avuto modo di scrivere alcune volte: di fronte a questi fenomeni partiamo innanzitutto da noi stessi. Voglio stare solo in montagna? Non e’ che mi mancano le capacita’ per vivere un’altra montagna? Ce la prendiamo con chi affolla la normale al Bianco, perche’ non saliamo per un’altra via? Io stesso questa estate ho detto che desiderei nessuna prenotazione sulla Cresta del Leone  ma se alla fine il problema e’ quello uno salira’ direttamente da Orionde o fara’ la De Amicis o la Zmutt. Senza fare tante parole il tema del sovraffollamento in montagna e’ si vero ma e’ limitato a molti posti. Ognuno di noi, se vuole, migliora le proprie capacita’ e trova la montagna meno frequentata. E, infine, quando parliamo di sovraffollamento, non dimentichiamoci cle le auto in fondovalle sono anche le nostre, non solo degli altri o mi dite che a cervinia, courmajeur, cogne ecc ecc ci arrivate tutti a piedi dalla pianura? Saluti a tutti.

  50. 66
    Carlo Crovella says:

    Stay focussed: l’articolo si è concentrato esclusivamente sul tema gare (gare e non solo trail: ci sono altri tipi di gare in montagna e poi ci sono quelle sulla neve con gli sci. Altro che 140 annue! Ho visto un calendario – non l’ho più per le mani – in cui per una estate c’erano circa 100 gare solo in Piemonte: moltiplicatelo per l’intero arco alpino… Aggiungeteci poi le gare sulla neve…). Il mondo delle gare nel suo complesso abbraccia un universo molto maggiore di quello citato. in generale io sono contrario alla totalità della montagna antropizzata: predico da anni di non aumentare gli impianti di sci (l’ottimo sarebbe sdradicarli tutti, ma iniziamo a non  metterne di nuovi), auspico rifugi vintage e vorrei vietare i rifugi-hotel, via le mega uscite sociali (trovo inquinanti quelle di 200 persone, figuriamo 1000 tutte insieme, come al Tor). Insomma ho già scritto un intervento che spiega il tutto (“Più montagna per pochi”), a cui rimando. Per le gare c’è una differenza con le altre discipline: che per “correre” non è necessario essere in montagna, lo si può fare nei parchi cittadini o alle varie Maratone, ecc. Le gare “occupano” terreni senza un eccessivo bisogno di essere proprio lì. per questo ho un’opinione estremamente negativa delle stesse (di tutto il loro mondo, non solo del Tor). Io sono convinto che il mondo delle gare sia un fattore inquinante, sia in termini di specifico impatto ambientale sia come veicolo immateriale per la diffusione di valori che io giudico invece dei disvalori. Non sono in polemica in modo stringente con nessun individuo né sono mosso da desiderio di offendere Caio o Sempronio. Ho le mie idee, non solo su questo tema, e le esprimo liberamente. Buon week end a tutti!

  51. 65
    Roberto Pasini says:

    Qualche numero, come stimolo alla discussione sulle priorità e sugli ordini di grandezza dei fenomeni di cui stiamo parlando. Quattro milioni circa di persone praticano sport invernali in montagna. Ogni anno gli impianti di risalita a fune totalizzano 500 milioni di passaggi(beeps). Il settore degli impianti a fune allargato (compresi ristori e attivita’ varie) occupa circa 20.000 persone (due ILVA). Il settore delle aziende che lavorano in Italia nel campo delle attrezzature per gli sport della montagna fattura 6 miliardi e occupa 9 mila persone. Vibram da sola produce 40 milioni di suole all’anno. L’Italia è il secondo esportatore mondiale di scarpe per la montagna. Circa 230.000 persone praticano l’arrampicata sportiva. Il numero di coloro che praticano il trail running è stimato in circa 30.000 persone e si svolgono 140 gare all’anno. Non siamo nei primi anni 50. Il bellissimo film di Rebuffat è del 1954. In quegli anni io ero bambino e andavo dai miei nonni in montagna in Val d’Ossola. Facevano una vita di sopravvivenza. Lo sport era per i signori o per pochi valligiani che ci ricavavano da vivere. Il problema da affrontare è oggi “ la frequentazione delle montagne nell’epoca dello sport di massa”. Ci vogliono proposte realistiche che promuovano la sostenibilita’ senza danneggiare settori economici che ci vedono eccellenti e in un momento di stallo del nostro paese. In questo quadro le 140 gare di trail running non mi sembrano davvero una priorità, al di là di come possiamo pensarla su coloro che praticano quest’area largamente minoritaria di sport alpini e questo rende un po’ fatua tutta la nostra discussione in proposito, a meno che vogliamo  solo sfogarci e questa va anche bene, essendo uno degli usi possibili dei blog. 
     

  52. 64
    Alberto Benassi says:

    Pensa a Gaston Rébuffat!

    Stelle e tempeste
    L’apprenti montagnard

  53. 63
    Fabio Bertoncelli says:

    Cauboi, so bene che pure gli alpinisti sono responsabili del degrado ambientale in montagna. Lo sono quando salgono in funivia a Punta Helbronner, quando si affollano al Rifugio Gnifetti e sulla via normale della Punta Gnifetti, quando pretendono di salire in fuoristrada lungo strade forestali e carrarecce, quando imbrattano i sentieri di troppi segnavia, quando organizzano corsi con cento partecipanti, ecc.
     
    Per quanto mi riguarda, e per quanto possibile, evito di servirmi degli impianti di risalita.
    Che cosa significa “per quanto possibile”? Significa salire a piedi da Stafal al Rifugio Mantova lungo il selvaggio vallone della Salza, senza vedere anima viva né cavi. Però ciò non è possibile nel caso del Rifugio Torino: non si può pretendere che qualcuno salga duemila metri di dislivello con i cavi sulla testa per ore e ore. In tali condizioni rinuncio e vado altrove (ma in passato salivo in funivia).
    … … …
    In quanto al friend che ondeggia dieci metri al di sotto, pensa che incominciai ad arrampicare quando non erano ancora stati inventati e i chiodi erano la metà della metà. Immagina il rischio…
    La prima cosa che mi insegnarono al corso roccia fu: “Il capocordata non deve cadere” (altrimenti muore una volta su quattro e si ferisce una volta su due).
    La contemplazione – anch’essa tra le motivazioni dell’andar per monti – era ammessa solo in cima. Anzi, neppure lí, perché rimaneva il problema della discesa. In vetta ho sempre rifiutato di stringere la mano al mio compagno, per ricordare a me stesso e a lui di non allentare la concentrazione indispensabile per la discesa. Si festeggiava solo al rifugio, al sicuro.
    Tuttavia mi dedicavo alla contemplazione lungo il sentiero, al ritorno; ma non lungo il sentiero all’andata, perché sapevo bene che mi attendeva una ascensione da affrontare con la massima concentrazione, senza distrazioni.
    Però la contemplazione, nei momenti opportuni, è ben presente tra i desideri dell’alpinista. Pensa a Gaston Rébuffat!
    … … …
    In conclusione, ritengo che in montagna ciascuno, con senso di responsabilità (non siamo al parco giochi), debba essere libero di fare ciò che piú gli piace (e che, beninteso, sia in grado di fare): alpinisti, escursionisti, scialpinisti, ciclisti, gitanti, deltaplanisti, cori alpini, famiglie con bimbi, ecc. ecc.
    Ciò che non tollero è la folla, la folla amorfa; ciò che detesto sono le devastazioni ambientali per avidità di denaro (vedi per esempio lo sci di pista in Val di Fassa).
    E su questo ultimo punto credo che quasi tutti noi possiamo concordare, perfino quel (buon) diavolo di Crovella, che voi vi ostinate a criticare avendolo clamorosamente scambiato per un fascistone anni Trenta.

  54. 62
    Cauboi says:

    Ah, se non l hai mai letto compra confessioni di un serial climber di Twight.. Poi mi dici cosa cercano il 99% degli alpinisti 😉 

  55. 61
    Roberto Pasini says:

    Faccio solo presente, frequentando entrambi i mondi, che chi intende partecipare ad una gara come il TOR, se è responsabile e vuole cercare di arrivare alla fine, si allena almeno per un anno: spesso da solo, di giorno e di notte con la frontale, in luoghi montani difficili che simulano i colli del percorso e impara a cavarsela con le sue risorse.  Sarebbe comunque interessante disporre di dati quantitativi sul profilo delle persone che partecipano a questi eventi. L’articolo di Trabucchi cita studi fatti sugli aspetti fisico/prestazionali ma che io sappia non ci sono grandi ricerche su motivazioni e caratteristiche sociali e psicologiche. Sto scandagliando la rete in proposito e se qualcuno ha informazioni (non opinioni) in merito sarebbe interessante le socializzasse.

  56. 60
    Cauboi says:

    Caro Fabio, 10mt sopra un friend c’è ben poco di quello che tu hai elencato…  Soprattutto la contemplazione… Tutti i restanti fattori da te elencati ci sono anche nell’ultratrail dove difatti per la maggior parte dei concorrenti quello che conta è terminare la gara e non la  posizione in classifica. Bada bene io non voglio assolutamente difendere i trailers ma mi sembra veramente “ipocrita” mettere la categoria alpinista sopra un piedistallo…. Ha avuto fin ora un danno ambientale molto più grosso l’alpinismo sulla montagna che non tutte le manifestazioni di corsa!

  57. 59
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Cauboi (Gion Wein? Clin Istuud? Ciarls Broson?), tra le motivazioni che da adolescente mi spinsero all’alpinismo – e che tuttora mi spingono – ci sono l’avventura, il rischio (consapevole), la contemplazione, il silenzio, la solitudine. E cosí è ed è sempre stato per il 99% degli alpinisti (o forse il 99,9%).
     
    Tu credi che i podisti di gara ricerchino il silenzio, la solitudine, l’avventura, il rischio, la contemplazione? Io invece ho visto un asino volare: ci credi?

  58. 58
    Riva Guido says:

    ” . . . Possiamo indagare sulla motivazione che spinge a affrontare queste discipline ma, raschiando il fondo, potremmo scoprire che è qualcosa di molto vicino alla spinta che muove gli alpinisti per il dispiacere di tanti che qui scrivono.” Questa le batte tutte. Di Cauboi al 56.

  59. 57
    Ringo Starr says:

    Non siamo mica gli americani
    che loro possono sparare agli indiani
    Fuoco agli indiani!
    VR

  60. 56
    Cauboi says:

    Tralasciando l’inutile presa di posizione scritta in maniera approssimativa e mediocre da Crovella ci tengo solo a ricordare che è proprio grazie al passaggio di queste gare che in tante zone d’Italia i sentieri vengono tenuti sistemati e puliti. 1000 persone che corrono a piedi su un sentiero non lasciano nessun danno a livello ambientale considerando che lo fa vi in un determinato luogo una sola volta all’anno. Possiamo indagare sulla motivazione che spinge a affrontare queste discipline ma, raschiando il fondo, potremmo scoprire che è qualcosa di molto vicino alla spinta che muove gli alpinisti per il dispiacere di tanti che qui scrivono.. M

  61. 55
    Carlo Crovella says:

    ti ringrazio del suggerimento esistenziale ma non sono un ragazzino che guarda disorientato la vita perché non sa dove dirigersi. ho 58 anni e durante il liceo (cioè circa 40 anni fa) ho scelto, con lucidità e freddezza razionale,  di preferire le “cose” alle “persone”. sono passati 40 anni e non mi pento assolutamente di questa scelta esistenziale: ho avuto una vita pienissima e tuttora avrei bisogno di giornate di 48 ore per fare tutto quello che mi piace (i miei interessi spaziano ben oltre la montagna, che resta cmq un pilastro nel vero senso della parola). Parallelamente ho avuto un’esistenza piena anche sotto il profilo dei rapporti personali: sono sposato da 30 anni senza problemi e ho un ottimo rapporto con i figli, che ovviamente abbiamo educato in questa maniera. eventi di massa come il Tor ecc  mi infastidiscono, non tanto direttamente (mi guardo bene dall’andare in quei luoghi durante lo svolgimento), ma proprio per il  sottosapore di ipocrita umanità che ci caricate. Non ho assolutamente obiettivi offensivi, ma quando leggo (non ricordo se in un tuo intervento o di qualche altro commentatore) che avete assistito a “commoventi” episodi di solidarietà fra concorrenti, magari perché uno disinfettava i piedi sanguinanti dell’altro,….beh….”mi viene il latte alle ginocchia” (tipica espressione del nostro lessico famigliare). Non sono valori che mi interessano e viceversa sono assolutamente convinto che siano negativi e che inquinino i ragionamenti sulla montagna. 

  62. 54
    Roberto Pasini says:

    Me ne faccio carico sicuramente ma non voglio occupare lo spazio del blog su cose personali. Ps. Non per fare marketing ma per sincero interesse ti segnalo che presto uscirà un altro libro dell’amico Paolo Paci sull’Eiger con lo stesso taglio. Altro grande mito umano che è ha prodotto tante gioie ma anche tanti dolori. Se mi posso permettere : le rocce sono meravigliose ma non cercare da loro quello che non possono dare: nel mondo dell’alpinismo molti lo hanno fatto ma spesso non ha dato buoni risultati, Vedi articolo su Gian Piero Motti. Nessuna roccia è paragonabile alla gioia e alla felicità che può dare un umano, anche se il rischio è alto. Amen e adesso mi taccio.

  63. 53
    Carlo Crovella says:

    Colgo lo spunto, anzi il doppio spunto che fornisci e ti ringrazio davvero per averlo fatto: leggerò con curiosità il libro 4810, che non conosco (anche se per mentalità io sono più interessato alle rocce in quanto tali che agli essere umani, ma in ogni caso la tua descrizione del libro è accattivante e i trend socio-culturali mi interessano molto – in quanto fenomeni statistico-culturali, non per gli individui e i risvolti “umani” che li compongono) e inoltre spedirò con piacere il mio articolo agli organizzatori del Tor. A tal proposito, visto che sei cmq nel giro, mi agevoleresti la ricerca, segnalandomi cortesemente un indirizzo mail o un recapito cui potermi rivolgere? Grazie mille!

  64. 52
    Roberto Pasini says:

    Caro Crovella, bisognerebbe sentire gli organizzatori del TOR. Io non c’entro nulla. Faccio solo il volontario perché mi piace capire dall’interno senza pregiudizi le tendenze sociali, per interesse ex-professionale e per rendermi conto di cosa succede nel mondo della montagna che frequento da una vita.  O meglio nel mondo delle proiezioni umane sulla montagna. In proposito consiglio la lettura del libro del mio amico Paci “4810” non sul Monte Bianco, che è un ammasso di rocce e ghiaccio che se ne fotte di noi,  ma sugli uomini e il monte Bianco. Ricostruisce bene come nel tempo siano cambiati comportamenti individuali e collettivi, schemi mentali, sogni e bi-sogni. Magari tra qualche anno anche la corsa in montagna non interesserà più e la borghesia urbana tornerà a giocare a tennis o a bridge e queste nostre discussioni saranno pure curiosità archeologiche. In ogni caso potresti mandare il tuo articolo agli organizzatori del TOR,  può darsi che anche qualcuno di loro si stia ponendo delle domande dopo alcuni eccessi innegabili del decennale.

  65. 51
    Carlo Crovella says:

    Il punto è proprio in quel “gestire il diverso”: su questo punto c’è una chiusura totale da parte del mondo degli appassionati di gare.
    Chiarisco: in prima battuta io propenderei per vietare tout court eventi come il Tor, perché sono fermamente convinto che siano oggettivamente dannosi per la montagna ed anche sul piano dei “valori” (propagandano valori che io considero dannosi). Però, parlando provocatoriamente, potrei entrare nell’ottica di una transazione: accetto il Tor se voi vi impegnate a limitare le iscrizioni a 250-300 partecipanti, anziché 1000 (e tagliate le altre 3 gare collaterali).
    Più in generale: anziché avere 100 o 200 gare lungo tutto l’arco alpino ogni weekend dell’anno, si facciano solo 2 gare a week end, con iscrizione plafonate. Tutto più snello e meno invasivo sulla montagna. E’ un compromesso che potrebbe stare in piedi.
    Siete disposti a venire incontro su proposte come queste?
    Mi pare proprio di no. C’è una contraddizione insanabile fra il vostro richiamo alla libertà e la negazione dei diritti di chi è diverso da voi.

  66. 50
    Roberto Pasini says:

    Il tema della difesa della montagna mi ricorda molto quello dell’immigrazione. La storia e la pratica ci dimostrano che le strategie basate prevalentemente su muri e divieti sono poco efficaci quando ci sono in atto nelle società tendenze di enorme portata.  I muri si possono aggirare e i divieti possono essere violati. Sembrerebbero più efficaci, o almeno così mi sembra, strategie articolate fatte di diverse azioni, che possono comprendere anche qualche muro o muretto, ma devono puntare su diverse leve per incidere sui comportamenti collettivi. Girando molto per la Svizzera per scopi alpinistici ho visto esempi di questo genere in alcune cantoni, anche se poi anche gli svizzeri più sensibili ai temi ambientali sbracano quando entrano in gioco gli amati franchi. Il tema è dunque quello della maggiore efficacia delle azioni e qui solo la sperimentazione e la ricerca possono dare risposte. Sarebbe interessante se sul blog venissero pubblicati più articoli in proposito e meno opinioni.  In ogni caso, come per l’immigrazione, la ricerca di “buone pratiche” richiede a monte che il diverso non sia considerato solo un invasore ma un portatore di bisogni ed esigenze a volte non condivisibili o contradditorie  ma comunque da gestire, anche perché l’alternativa di chiudersi in piccoli spazi protetti può funzionare per i singoli e per brevi periodi, ma non è efficace sui grandi numeri e in una prospettiva più strategica.

  67. 49
    Carlo Crovella says:

    Chiedo scusa se mi ripeto, ma il sottostante intervento lo richiede.
    Ho sempre sostenuto che una montagna più scabra e severa negli accessi e nella logistica (rifugi spartani, pochi impianti, accessi più lunghi, ecc) comporterebbe inevitabilmente un meccanismo di selezione di tutti coloro che, al giorno d’oggi la frequentano, compresi gli “alpinisti”, anzi li metto in prima fila. Quanti andrebbero a far vie sui Satelliti del Tacul che non ci fosse la funivia e occorressero 3-4 ore per salire al Torino? Qualcuno ci sarà ben ancora, ma molto molto meno dell’orda che si incontra oggi su quelle vie.
    Mi mette senza esitazioni nel novero di coloro che potrebbero essere coinvolti da questo fenomeno: infatti non ho mai detto che mi considero esentato per motivi elitari. Però, da sempre, io seguo una filosofia di approccio alla montagna coerente con il desiderio che sia più spartana, per cui ci vorrebbe un bel po’ (in questo trend) prima di arrivare ad eliminarmi. Quando accadrà quest’ultima cosa, sarà fisiologicamente giusto con le leggi della Natura.
    Ma stay focussed, come ha suggerito qualcuno. Qui il tema non riguarda gli alpinisti e il loro numero: il tema è lo specifico peso antropico sulla montagna conseguente ad eventi che coinvolgono individui il cui interesse è principalmente indirizzato al fatto di “correre” e non indirizzato alla montagna in quanto tale.
    In passato sono stato per curiosità ad assistere a gare sia con gli sci (Mezzalama) sia a piedi (una volta anche al Tor, ero ospite di amici in Valle): al posto assistenza ho chiacchierato con diversi individui, sia dell’organizzazione che garisti, e non ho certo sentito i discorsi che fanno gli alpinisti. Sono due mondi diversi. Ci saranno anche individui che appartengono sia all’uno che all’altro mondo, ma la maggior parte di chi fa gare, anche solo con obiettivi amatoriali, ha in testa la gara, non tutto quello che tradizionalmente fa parte del concetto di andare in montagna.
    Allora succede che: già ci sono fin troppi alpinisti, poi si aggiungono i troppi scialpinisti, escursionisti ed arrampicatori (cioè individui che svolgono attività più strettamente collegate alla montagna), infine si aggiungono anche quelli che svolgono attività aggiuntive (corsa, eliski, parapendio, carovana del Giro d’Italia, ecc ecc ecc) e la montagna sta impazzendo. La montagna non ne può più! Non è Crovella che non ne può più: è la montagna che non ne può più!
    In aggiunta, eventi di massa come il Tor o il Mezzalama (cui storicamente ero affezionato, ma ora lo vedo in un’ottica negativa per la piega che ha preso) registrano migliaia di partecipanti tutti insieme… Tutti insieme!!!
    Guardate la foto della partenza, allegata all’articolo: ma come si può sostenere che siano eventi positivi per la montagna???

  68. 48
    Simone Di Natale says:

    Fondamentalmente io non capisco quale sia la ricetta proposta da Crovella.
    Il problema è l’ eccessivo affollamento della montagna e lo scarso rispetto che si ha di essa.
    No corridori perchè non se la meritano, vanno si solo per soddisfare la loro sede di agonismo ed edonismo.
    No a chi va con bici perchè usura i sentieri.
    No a gite sovraffollate che fanno ragion d’ essere al proliferare di rifugi albergo.
    Ammesso e non concesso che tutto ciò sia condivisibile, allora diciamo no anche agli alpinisti.
    In montagna si va solo camminando e con cibo e tenda in spalla, passando da.dove la natura ci concede senza.l’ ausilio di strumento alcuno, perchè anche i chiodi violentano l’ ambiente.
    Perchè l’ alpinista deve essere migliore.degli altri, perchè Crovella si eleva ad un livello superiore?
    Da analista qual’ è dovrebbe affrontare l’ argomento col giusto distacco ed includersi nella lista di coloro che contribuiscono al deterioramento dell’ ambiente, oltre che al suo affollamento.
    La sua lotta non è disinteressata e il suo punto di vista mi sembra decisamente parziale. 

  69. 47
    Mauro Vilfredi says:

    Ho letto l’articolo indicato in un commento. Concetti encomiabili, come schiodare gente dal divano, ma non sono strettamente legati alla montagna, si possono applicare ovunque, meglio quindi lasciare tranquille le montagne, patiscono gia’ abbastanza.

  70. 46

    Premetto di non avere la soluzione ai problemi sollevati da Crovella, ma leggendo anche i commenti, sento che ci troviamo nell’eterno dilemma della montagna vista come un sacro tempio da chi ci va alla ricerca di varie cose e vive in città. Diverso è per chi ci vive e lavora. Con ciò non intendo dire che i valligiani abbiano il diritto di distruggerla a loro uso e consumo, ma come sempre, forse la via di mezzo è quella giusta. 
    Le gare a piedi o in sci in montagna non credo rappresentino un’alta forma di inquinamento se paragonate alle piste da sci e agli impianti di risalita in genere estivi e invernali. Certo è che per preservare un luogo bisognerebbe non andarci affatto, ma neppure questa sarebbe una soluzione. Nel mio piccolo ho fatto qualche gara (corsa e scialpinismo) anch’io e posso assicurare che chi corre si guarda intorno. Non è vero che importa solo il cronometro, ma questo noto che importa anche al caiano medio che ci tiene a dire che lui ci ha messo tot ore per la tale gita… o che è contento se arriva prima dei suoi compagni. Chi accampa la solita scusa “vado piano così mi godo il panorama” è quello che non va e mette subito le mani avanti verso chi potrebbe essere più veloce di lui, ma… che palle, mi viene da dire. Tutte queste smanie trovano il loro lecito campo d’applicazione nelle gare, appunto, e non ci vedo niente di male.  Sulle Alpi tutte c’è ad esempio il problema dei motociclisti che fanno rumore e inquinano l’aria. Questo è un problema enorme che però crea business, anche perché il centauro magna e beve come pochi e spende per la moto, la tuta, ecc.
    Per questo è difficile da sradicare, ma questa massa motorizzata fa diventare nullo il numero di chi fa le gare “muscolari”, per il grado di inquinamento ambientale che produce.
    Il fatto che si generi business in assoluto a me non da fastidio a patto che a farne le spese non sia chi si vede la propria libertà invasa, e sinceramente quando so che c’è una gara in un posto cerco di non andarci per evitare la calca. Sono stato responsabile di un’associazione non a fini di lucro, che organizzava una gara di sci e ricordo che le spese organizzative e di sicurezza erano altissime e quando abbiamo chiuso ci abbiamo rimesso di tasca nostra qualche migliaio di euro per saldare i debiti. Se gli organizzatori del Tor ci guadagnano pure, ben per loro, perché di solo volontariato si crepa.
    Quanto alle proibizioni che Crovella vede come prossime (Carabinieri all’inizio dei sentieri, e cose così) io auspicherei  semmai una patente per fare i figli, perché ci sono troppi idioti a piede libero, non solo in montagna.

  71. 45
    Roberto Pasini says:

    Se volete avere un punto di vista sui dieci anni di TOR diverso da quello di Crovella vi consiglio di leggere questo articolo pubblicato su Correre di Pietro Trabucchi, alpinista, ricercatore e scrittore, uno dei quattro tester che fecero l’edizione O e che quest’anno ha portato a termine per la quinta volta il percorso.
     
    https://www.pietrotrabucchi.it/paginab.asp?ID=40

  72. 44
    DinoM says:

    Bisogna capire a che tipo di affollamento ci si riferisce. Da noi la montagna in generale soffre proprio del problema opposto cioè dell’abbandono. La gente se ne va dalla montagna, i giovani emigrano. I nostri paesi sono pieni di case chiuse che vengono aperte pochi giorni all’anno da quelli della prima generazione di abbandono, poi nemmeno quello. Io penso perciò che iniziative che non lascino “tracce” sul terreno come le gare di corsa siano positive perchè occasione di lavoro per chi in montagna ci abita. Capisco che a chi ama l’avventura selvaggia, piaccia il “selvaggio”. Per chi in montagna ci abita l’avventura è avere bisogno di un ospedale, di un medico, mandare i figli a scuola o all’asilo o più semplicemente comprare il pane. Questi problemi sono più gravi man mano ci si allontana da zone turistiche; ciò conferma che il turismo aiuta ( si badi bene solo aiuta) a mantenere un minimo di vivibilità e cura del territorio. 

  73. 43
    Roberto Pasini says:

    Come dicono gli anglosassoni: stay focused. I blog tendono a spostare l’attenzione dai problemi alle relazioni facendo emergere elementi latenti di aggressività. Esempio caratteristico il dialogo emerso da un precedente blog sull’inganno della sostenibilità. Questa tendenza allontana le persone che possono dare contributi nel merito e lascia spazio a eccessi di soggettività. Il tema qui non è il caro Crovella. La vera questione è quale siano le soluzioni più efficaci per proteggere l’ambiente montano: valore che accomuna tutti noi che usiamo questo sito. Le tesi “restrittive” , semplifico per intenderci, sono un’ipotesi che si può condividere o meno, devono essere discusse nel merito. Parte di questa discussione di merito è l’interpretazione di fenomeni come la diffusione di massa delle corse in montagna tipo TOR. A me è sembrato che l’interpretazione del fenomeno da parte di Crovella fosse eccessivamente semplificatrice, pur mettendo in evidenza i lati di puro marketing & business e contenesse un giudizio severo e negativo verso i partecipanti a questi eventi che non condivido. Avendolo sperimentato di persona, penso che sotto questi eventi ci sia un bisogno di massa di ritrovare un rapporto con l’ambiente  e con se stessi e gli altri in una comunità solidale al quale si deve dare una risposta. Che poi questo bisogno venga usato e distorto a fini commerciali, accade anche in altri campi. Ma qui è la vera sfida….a mio parere le ipotesi “restrittive” non sono molto efficaci in proposito, ma questo aprirebbe una nuova discussione. Lasciamo da parte i cascami della soggettività, i giudizi affrettati, rimaniamo umili nei confronti dei problemi che dobbiamo affrontare e concentriamoci su ciò che ci unisce e non su ciò che ci divide ( cosa che accade, ve lo posso assicurare, per molti nei pochi giorni di eventi come il TOR). Amen.

  74. 42
    Paolo Panzeri says:

    Non penso che l’andazzo cambierà: ecco l’ultima che ho incontrato.
    Leggo di una ricerca fondi da 4000€ per “ferrare” la via Vertigine con 1000 fix più le soste su 1200 metri compreso lo zoccolo. 
    Sembra che la nuova frontiera sia “ferrare” integralmente le vie in artificiale per renderle facilmente percorribili e “poter gustare l’emozione del vuoto in sicurezza”.
    Tanto buco più buco meno son sempre buchi.
    Qualcuno ha scritto una canzone: trapano lì, trapano là.
    (render sicuro il vuoto del cervello?)
    Proprio non capisco.

  75. 41
    Carlo Crovella says:

    Guardate che io i miei spazi solitari in montagna me li so trovare e li frequento assiduamente. Nel giorno di ferragosto 2019 ho fatto una lunga gita (escursionistica) in alta Val Susa, senza incontrare nessun essere umano, se non tre tedeschi in vetta, saliti (e poi scesi) dal versante opposto. Due chiacchiere in vetta, piacevoli e poi ognuno nel suo vallone solitario.
    Le mie considerazioni non riguardano la difesa di un mio maggior o minor piacere, ma la tutela delle montagne. Le montagne stanno soffrendo, da almeno una ventina d’anni in modo esplicito, per l’accesso antropico: chi davvero vuole bene alle montagne cerca di alleviare questa loro sofferenza.
    La differenza fra la mia posizione di 30 anni fa e quella di oggi è che allora esprimevo un timore sul futuro, invitando a evitarlo, oggi constato – purtroppo – una realtà oggettiva e ritengo necessario intervenire per alleviare la sofferenza delle montagne. Circa 7-8 anni fa ho preso la decisione di impegnarmi in una campagna di sensibilizzazione a tal fine: scritti, libri, interventi, conferenze.
    So benissimo che i miei discorsi infastidiscono perché vanno a toccare interessi diffusi, ma vedrete che, piano piano, cambierà il sentiment generale. Buona giornata!

  76. 40
    Simone Di Natale says:

    Secondo me…e dico secondo me perchè non dispenso veritá assolute…Crovella dovrebbe mettere a frutto i suoi annosi studi ed elaborare la enorme mole di dati che la sua vasta esperienza gli ha messo a disposizione,per capire che in una societá democratica quale noi siamo, il verdetto è stato emesso. È lui che deve lasciare le montagne e frequentare la mezza collina o altri luoghi desolati. La montagna non fa per lui, è lui ormai l’ anacronistico intruso. I numeri lo dimostrano. Perchè per fare star bene pochi eremiti si dovrebbe negare ai più di godere la montagna in numerosa compagnia?
    Mi dispiace Crovella ma anche chi possiede veritá assolute deve rassegnarsi al fatto che la montagna come qualsiasi altro spazio non sia una sua proprietá esclusiva.
    Non ti resta a che cercare o tuoi spazi tollerando anche l’ altrui modo di vivere.

  77. 39
    Carlo Crovella says:

    Bella idea: fate una colletta e regalatemi bandana, t-shirt e fuseaux elasticizzati. Verde pisello, che dite?😀
    PS: l’altro giorno mi è capitato fra le mani un mio articolo del 1990 circa, mese più mese meno, e già allora, 30 anni fa, lamentavo i pericoli di un aumento incontrollato degli alpinisti sul terreno. In tempi non sospetti già suggerivo meccanismi di selezione fisiologica. Indicavo le scuole del CAI come elemento di selezione ideologica dei frequentatori. Come dire che ho sempre pensato così, non mi sono “inventato” queste posizioni per farvi specifico dispetto. Questa è la mia concezione (“più montagna per pochi”) e lo è sempre stata  da chd ho memoria in merito. Nella libertà di opinioni, garantita dall’art 21 della Costituzione, ho tutto il diritto di esprimerla e anche di ribadirla. Diverso sarebbe se mi mettessi all’inizio di un sentiero con l’obiettivo di impedirvi fisicamente il cammino. Ma non me ne dolgo: fra qualche tempo ci penseranno i gendarmi o i carabinieri o le ordinanze comunali o le leggi regionali e poi magari nazionali o addirittura comunitarie. Ricordatevi di ciò  quando capiterà. Buona serata a tutti!

  78. 38
    Paolo Panzeri says:

    Premetto che non capisco perché molta gente si dedichi solo a correre in montagna in varie maniere: a piedi, con gli sci e arrampicando.
    L’altro giorno parlavo con un giovane, che non fa parte della massa.
    Mi è sembrato che in confronto ad altri corridori (ciclisti, fondisti, garisti vari, ma ora anche persone dotate di handicap) gli ultratrailers bravi si sottopongano ad allenamenti durissimi e intensissimi e non possano permettersi l’assunzione di sostanze dopanti.
    Questo penso sia una bella differenza e li rispetto anche se come dicevo non li capisco; penso sia una scuola di impegno e di sacrificio per molti giovani.
    Chissà cosa succederà alle olimpiadi di arrampicata con l’antidoping 🙂  

  79. 37
    Fabio Bertoncelli says:

    Ragazzi, ogni tanto dobbiamo scherzare tra di noi. Senza sorrisi il blog è grigio e la vita è grigia.
    … …  …
    Fate a modo e non strapazzatemi troppo il buon Crovella.
    Nel suo petto batte un cuore di pura passione per i monti. Come pure nel vostro.

  80. 36
    Roberto Pasini says:

    Anche senza bandana sarebbe interessante nel 2020 fare un turno di notte insieme in una base Vita o al punto di soccorso del colle della Malatra’ dove ho visto adulti italiani e stranieri piangere di gioia, di stupore e per alcuni anche di sofferenza appena superata la forcella di fronte alla vista di notte o all’alba della catena del Bianco. Anche Crovella si commuoverebbe e rivaluterebbe gli uomini e le donne del cronometro: la maggior parte dei quali in quel momento vede la Madonna, pensa ai suoi piedi e a a come bella e’ la vita e manco ricorda di avere un orologio.

  81. 35
    Enri says:

    Se ci guardiamo un attimo dietro, molti degli ultimi articoli sono stati scritti per portarci a riflettere sul tema del sovraffollamento in montagna. E spesso è accaduto che alcuni sostengano che per diminuire questo problema è necessario catalogare coloro che la frequentano, stilando poi una sorta di classifica (basata su grado di passione, comprensione e rispetto dell’ambiente circostante ecc.) in base a cui decidere a chi dare o a chi non dare accesso ai monti. Mi sembra un approccio sbagliato oltrechè, si in questo caso, vagamente dittatoriale. In montagna ognuno deve essere libero di andare, nei limiti della libertà individuale che obbliga al rispetto della natura e degli altri. Il resto dei pensieri qui sparsi non è utilizzabile per fare selezione: a voi non va bene che ci siano i trailers, i boulderisti, i falesisti, agli altri non va bene che ci sia la gita sociale CAI (solitamente piuttosto vistosa….) agli altri ancora non va bene che sulla gran balconata della val ferret ad agosto ci sia la processione. Senza però accorgersi che chi si lamenta della processione ne è parte costituente.
    Bene, evidentemente, grazie a livello fisico più alto (forse?) grazie ad accessi più agevoli in montagna vanno più persone. Di qui dobbiamo partire, se vogliamo fare un ragionamento serio. Se per rispondere al tema del sovraffollamento in montagna cominciamo a dire che chi fa trail, chi scala in falesia, chi corre sui ghiacciai non è degno di stare in montagna, commettiamo un errore madornale: perchè ci arroghiamo la pretesa di sapere quali motivazioni spingono costoro a quello che fanno, perchè ci arroghiamo il diritto di classificare e decidere (se mai potessimo) per gli altri e non ci accorgiamo che noi stessi siamo parte integrante del fenomeno.
    Unica soluzione a diminuire l’affollamento è rendere meno agibili gli accessi, intesi sia come strade, come aiuti sui sentieri e sulle vie, intesi come funivie ed impianti di risalita. Mi sembra un buon proposito, dobbiamo anche chiederci se è ragionevolmente raggiungibile: ce la facciamo a ridurre le funivie del Plateau, la Skyway? Forse vale la pena discutere di questo, non di selezioni utopiche e scorrette in partenza.
    Personalmente ritengo anzi che una manifestazione come quella del Tor sia esattamente in controtendenza con l’affollamento in montagna intanto perchè dà l’idea che ci si possa spostare a piedi per lunghi tratti (cosa non cosi scontata) poi perchè a parte i punti di ristoro non vedo cosa inquini o rovini. Rispetto allo sci di pista in stagione invernale vogliamo fare paragoni?
    Forse è utile discutere di questo, non scrivere articoli che denigrano questo o qul modo di andare in montagna.
    Parare di sovraffollamento in montagna e prendersa con chi fa il TOR mi sembra come parlare di sovraffollamento a Camogli e prendersela con quelli che una volta all’anno fanno il miglio marino fino a Punta Chiappa.
    I problemi sono altrove.
     

  82. 34
    Fabio Bertoncelli says:

    Vogliamo Crovella al Tor des Géants 2020. Con pettorale, bandana e tuta aderente da fighetto + elicottero al seguito. 😂😂😂

  83. 33
    Giuseppe Penotti says:

    Concordo quasi totalmente con gli interventi di Enri, Piedenero e Roberto Pasini.
    Aggiungo che, al solito, Carlo Crovella parte da un presupposto, in parte reale e degno di attenzione, salvo poi nell’estendere le sue opinione o forse meglio elucubrazioni lo fa con prosopea assolutista. Avviene così il contrario dello scopo del suo intervento.
    Per inciso. Ammesso e non concesso che i 1.000 partecipanti al Tor de Geants magicamente quintuplichino la presenza come asserito (Crovella ma anche basta numeri dati a caso e a sentimento, se vuoi essere oggettivo come invochi, cerca prima dati oggettivi) parliamo di persone sparpagliate su un percorso di 330 chilometri. Da Torino a Padova per intenderci.  Non ritengo proprio che la supposta “devastazione ambientale” sia questa. In tema di valutazione oggettiva posso dire di essere passato in maniera del tutto casuale subito dopo il Tor del 2017 in un piccolo tratto del percorso e di non aver trovato per terra nemmeno un fazzoletto di carta.  Forse 10 chilometri prima o dopo c’era la devastazione più totale, ma quello hanno visto i miei occhi.
    Insomma, Crovella. Si ripresenti alla prossima sessione con argomenti più congrui ed applichi con maggior rigore l’esercizio del dubbio. Lei espone una tesi ed alle molti voci dissenzienti risponde bacchettando ed intimando di leggere con maggior attenzione. Pratica che mi sento di raccomandare anche a Lei.
     
     
     
     
     

  84. 32
    GognaBlog says:

    Caro Roberto Pasini, mi fa assai piacere il tuo richiamo “manteniamo un po’ di leggerezza”. Ora che mi hai “stanato”, mi suggerisci di “richiamare talvolta i valori della tolleranza e della comprensione prima di un giudizio”. Senza entrare nel merito dell’articolo di Crovella, mi viene da pensare che la prima garanzia di tolleranza e di apertura è proprio quella “leggerezza” che invochi tu. Leggerezza che va applicata non solo da parte di chi scrive ma anche di chi legge e commenta. Chi si sente a disagio nel leggere qualcosa dovrebbe prima di tutto applicare a se stesso l’invocazione alla leggerezza.
    E per ciò che riguarda l’uso (anche solo) “leggermente” guidato di un blog, ti assicuro che ci ho riflettuto abbastanza. Nessuna guida, nessuna censura, solo approvazione o non approvazione in base a quanto genuina appare la ricerca che ha fatto l’autore. E questo vale ovviamente anche per i commenti.
     

  85. 31
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Alessandro, qui c’è assoluta libertà di parola. Grazie.
    A volte si eccede nei toni, ma va bene lo stesso.
     
    Caro Roberto, il tuo commento è saggio.
    Invochi piú controllo da parte dell’amministratore? Forse è giusto o forse no. In ogni caso credo che vada bene lo stesso.
     
    Qui si parla liberamente: è questo che conta. 

  86. 30
    Roberto Pasini says:

    Caro Gogna, ho coinvolto te perché per quelli della mia generazione tu rimani l “Elevato” e Crovella il Di Battista in versione sabauda….si parva licet componere magnis ovviamente e senza offendere nessuno. Manteniamo un po’ di leggerezza. In fondo parliamo di giochi per adulti benestanti (prevalentemente maschi), in tempo di pace. La montagna ha visto ben altro e va avanti per la sua strada. Volevo stanare l’amministratore  del sito. Va  bene lasciare spazio a tutte le voci ma qualche volta il richiamo ai valori della tolleranza e della comprensione prima del giudizio non guasterebbe. L’articolo di Crovella rappresenta un punto di vista assolutamente legittimo e condivido le sue preoccupazioni sulla tutela dell’ambiente montano. Contiene tuttavia delle valutazioni un po’ sprezzanti e semplificatrici su chi partecipa ad eventi come il TOR che mi hanno creato disagio avendo conoscenze dirette del settore. Quindi libertà assoluta nell’uso dei blog, niente censure ma anche qualche richiamo al rispetto e all’apertura mentale. Sono consapevole che non tutti condividono un uso leggermente guidato dei siti e dei blog, ma forse è il caso di rifletterci per non ripetere nel nostro mondo le esperienze di altri ambienti. 

  87. 29
    Carlo Crovella says:

    Non cogliete il punto essenziale: il Tor ha mille iscritti, cui si aggiungono quelli delle altre tre gare collaterali, i parenti/amici/accompagnatori, i volontari e l’organizzazione. Poi gli spettatori lungo il percorso. Quanti saranno stati gli individui che in quei giorni hanno pesato sulle valli aostane? Cinquemila? Diecimila? Troppe persone concentrate in montagna in uno stesso frangente.
    Non ve ne accorgete? Le montagne non ce la fanno più! Non sopportano più di essere assalite in questo modo!
    Le altre gare disseminate lungo l’arco alpino e durante tutto l’anno, singolarmente considerate hanno numeri più piccoli,  ma sommate tutte insieme stanno sottoponendo le montagne a una pressione antropica inaccettabile. Vale per tutti gli aspetti dell’andare in montagna, non solo per le gare, ma qui ci siamo focalizzati in modo particolare sulle gare. Personalmente ritengo che, complessivamente valutato, il mondo dei garisti sia più interessato alla performance sportiva (anche solo in termini personali, cioè di limare qualche secondo al tempo dell’anno scorso…) che all’andare in montagna nel senso più ampio. Se correre al Tor o correre alla Maratona di New York è, per la massa dei garisti, pressoché indifferente, bhe… allora tanto vale che vadano a correre a New York, alleggerendo la pressione sulle montagne.
    Io sostengo che se non si arriva ad una autoscrematura dei frequentatori totali della montagna, un bel giorno  a bloccare l’accesso ai monti vi troverete non un Crovella, ma un carabiniere, un poliziotto, un gendarme, un’ordinanza del sindaco o una legge… Il fenomeno di St. Gervais (normale francese del Bianco) sarà destinato a estendersi a macchia d’olio. Quindi è molto più intelligente autoregolamentarsi, iniziando a ridurre/cancellare eventi faraonici come il Tor e i suoi simili.

  88. 28
    GognaBlog says:

    Caro Roberto Pasini, il fatto che un articolo sia pubblicato su questo quotidiano non significa, come invece succede con la maggioranza degli altri organi d’informazione, che i contenuti siano allineati a una precisa filosofia o a chissà quali direttive dall’alto. E’ sempre stata la pluralità delle voci a interessarci, e soprattutto l’ascolto di coloro che non hanno più quasi voce per il troppo urlare nel deserto.

    Pertanto, mentre ti ringrazio per ciò che di sensato scrivi con il cuore, ti ricordo che non avresti dovuto rivolgerti a me, bensì all’autore. Grazie della collaborazione.

  89. 27
    PIEDENERO says:

    Crovella, non ci siamo assolutamente.
    pratico il trail running o meglio dire la corsa in montagna da quasi due anni, dopo 26 anni di modesta attività arrampicatoria e trovo che non descrivi con attenzione, conoscenza e obiettività il mondo del trail.
    prima di praticarlo probabilmente la pensavo come te, ma non mi sarei permesso di scrivere un articolo come questo.
    non puoi capire un mondo che non conosci leggendo articoli di repubblica e la stampa che altro non sono che fuffa mediatica e marketing.
    anche io sorrido quando leggo come vengono promosse certe gare trail ma questo non rispecchia la realtà.
    sono molto critico su alcune gare in certi luoghi per es, Kima, But e quella che avviene nel gran paradiso royal Marathon mi pare ma queste gare non rappresentano il mondo trail, ne sono parte e sono d’accordo che si dovrebbero limitare/modificare.
    vi sono numerose gare, se vogliamo parlare solo di gare e non di tutto quello che non è gara ma attività di trail, che avvengono in culo ai lupi con al massimo un centinaio di partecipanti. Percorrono sentieri e stradine abbandonate in zone remote  dell’appennino per  esempio.
    ti posso dire che mi sono fatto delle “corse” in luoghi stupendi in completa solitudine per ore e ore senza incontrare umani. che mi sono perso, cagato sotto più di una volta per situazioni imprevedibili. Non saranno avventure con la A maiuscola ma, credimi sono state esperienze molto intime.
    e poi dimmi, francamente, quando sei in equilibrio precario con la gambetta tremante per riuscire a piazzare l’unico friend rimasto o sei su una placca  spietata a 10m dall’ ultimo chiodo, anzi no, fix (hahaha) stai nel frattempo contemplando il panorama?
    Ah, quanti alpinistoni ho cosciotto che parlavano solo di, grado, avere i coglioni, averlo più lungo e mai di fare quella tal via solo perché magari è in un bel posto.
     
     
     

  90. 26
    Roberto Pasini says:

    Caro Gogna, sono un alpinista della tua generazione. Quando ero giovane tenevo Cento Nuovi mattini sul comodino come una bibbia e cercavo di fare tutte le vie descritte da te. Ti ricordi cosa dicevano i vecchi del Cai di noi che invece di lottare virilmente con l’alpe andavamo alla ricerca del Nuovo Mattino su strane pareti? Attenzione : siamo adesso noi i vecchi e non facciamo lo stesso errore. Cerchiamo di capire prima di giudicare. Il trail running è diventato un fatto di massa (come l’arrampicata indoor) e per cercare di capirlo mi sono letto i libri di Trabucchi e faccio da qualche anno  il Volontario al Tor (oltre a cercare di corrichiare anch’io da vecchio tapascione). Il fenomeno è complesso. Certamente c’è un retroterra affaristico e di business, ma è sempre così quando i numeri diventano importanti. Nel caso del Tor si sommano anche una certa avidità valdostana e l’aggressività markettara della parte milanese dell’organizzazione. C’è poi l’aspetto competitivo che riguarda però il 10 / 15 %dei partecipanti. C’è anche una dimensione quasi patologica di correre compulsivo o di imitazione delle sofferenze di Cristo, ma anche qui niente di nuovo. C’è poi la dimensione della moda e dell’imitazione con tutto il connesso merchandising. Poi c’è la dimensione sociale e di comunità rappresentata da partecipanti “normali” più le famiglie e noi volontari. Ti assicuro che ho assistito a scene commoventi dì solidarietà, anche se qui la sofferenza è cercata e non imposta dalla vita. Alla fine c’è per molti la ricerca di un’esperienza, di un viaggio interiore alla ricerca della propria capacità di resistere alle avversità. Una sorta di pellegrinaggio  assistito. Questa è la parte più interessante: in un’epoca di incertezza molti vanno alla ricerca della capacità di resistere (non più l’armonia o la lotta con la montagna…ogni epoca ha i suoi sogni). Come sempre le cose che riguardano noi umani sono complesse e stratificate. I giudizi talebani non servono: ci vuole curiosità, apertura mentale, comprensione e , perche’ no, anche un po’ di “compassione”.

  91. 25
    Enri says:

    Il fastidio a leggere certi articoli o commenti nasce dal fatto che e’ l’articolo stesso ad essere scritto per infastidire e quindi non bisogna stupirsene dopo. Cercando di allargare la vusuale, quindi per molti di voi Profit, Berault, Escoffier ( solo per fare tre nomi anni 80) erano solo poveri “sportivi” che nulla vedevano del paesaggio che avevano intorno o comunque dei falsi appassionati perche’, almeno ogni tanto, hanno guardato l’orologio? Non so, ditemi voi…. 

  92. 24
    Giorgio Zatterari says:

    Le gare sono diventate fastidiose. Troppe e troppo invadenti. Ormai bisogna procurarsi il calendario per evitare di trovasele fra i piedi. Vero che è eccessivo il peso che scaricano sulla montagna. Se ci sono ancora piccoli spazi poco battuti, questo non significa che il problema  sia oggettivo dove pesano le gare. Bene che si incominci a parlarene. Occorre limitarle.

  93. 23

    “eventi grandi come il Tor, poi, sono poi una vera devastazione ambientale”: sono perplesso, giro per i sentieri del Tor des Géants e per quelli dell’UTMB (Ultra Trail du Mont Blanc), quest’ultimo ben più affollato del TdG, e non ho mai rilevato questi effetti: in entrambi i casi gli organizzatori fanno pulizia di nastri e bandierine e non si sognano certo di usare la vernice come certa gente. Quanto poi al fastidio per l’idea della montagna vissuta e praticata come sport non ci trovo proprio nulla di male. Questione di gusti, il mondo è bello perché è vario. La storia delle orde e dell’affollamento è vera ma solo per certi posti in certi momenti. Mi spiego: oggi a Plateau Rosa che pure si raggiunge comodamente in funivia c’erano forse 50 persone. In agosto a Chamonix ci sono magari 500 persone in coda per la funivia dell’Aiguille du Midi ma se salgo a piedi a Plan de l’Aiguille sul sentiero ne vedo forse 10. Così, se per fare un giro con le pelli evito il passo del Sempione e le scuole con i famosi 200 iscritti a botta e vado nella Rossbodental o nella Laggintal trovo i soliti quattro gatti. Tornando al TdG non capisco come si possa affermare con sicumera “vorrei capire cosa vedono dell’ambente i vari concorrenti”: basta andare sul percorso e guardarli negli occhi per capire la passione per la montagna che si portano dietro. Invito Crovella a fare visita alla mia compaesana Lisa Borzani (vincitrice del Tor 2016 e 2017) per capire qualcosa di più della faccenda.

  94. 22
    Carlo Crovella says:

    Utilizzo il commento 18 per ribadire la mia posizione nei confronti di molti di voi, “arrabbiati” con me. Caro Regattin, continuo a non comprendere il tuo astio specifico e preconcetto nei miei confronti. Non che la cosa mi scombussola, ma posizioni aggrevvise del genere non portano contributi positivi al dibattito.
    Ho già detto che io faccio analisi di fenomeni socio-alpinistici, non ho nessun obiettivo di infliggere danni a questo o a quell’individuo. Quindi non ho nessun  particolare conto da regolare con te. Conduco le mie analisi cercando di essere il più obiettivo possibile e, a latere, ci metto la mia faccia ed esprimo le mie opinioni sui vari fenomeni. Non mi pare che sia una colpa, anzi. L’art. 21 della Costituzione garantisce la piena libertà di opinione. Viceversa certe opinioni scandalizzate, che vorrebbero cassarmi, come se loro fossero l’Inquisizione Spagnola, sono in aperto contrasto con l’art 21. Su questo vi invito a riflettere. Sui toni e sui contenuti di molti vostri interventi.
    Sul fatto di specie, mi pare di non essere l’unico a esprimere perplessità e anche contrarietà nei confronti del modello gare. Eventi “grandi” come il Tor, poi, sono una vera devastazione ambientale per numero di iscritti, organizzazione pesante, business che ci gira intorno, ecc ecc ecc. Molti partecipanti sono sicuramente genuini e in buona fede, ma questo non compensa la negatività del fenomeno in assoluto.
    Come dire: non tutti gli italiani sono evasori fiscali, anzi. Ma il fenomeno dell’evasione fiscale esiste in assoluto. Così capita per certi fenomeni che si sviluppano in montagna.

  95. 21
    Matteo says:

    A tutti è capitato di correre in montagna qualche volta, in su o in giù, per gioia, sfida o impulso momentaneo.
    Come a tutti è capitato qualche volta di fare una “sveltina” (citando mi pare Cominetti).
    E probabilmente ci si è pure divertiti in entrambe le attività.
    Però non si può confondere la velocità copulatoria con l’Ars Amandi così come non si può confondere la velocità (o la devastazione fisica) con l’avventura.
    E allenarsi avendo come obbiettivo la prestazione di un coniglio mi pare da fessi!

  96. 20
    Alberto Benassi says:

    . L’unico modo è migliorare le proprie capacità fisiche, mentali e andare in posti dove la media delle persone normali non arriva. Poche parole, molto allenamento, fatica del corpo e della mente.

    non credo che sia l’unico dei modi. O comunque è una forma  rassegnazione.
    Nel senso che accetto che l’orda pianifichi tutto, che la montagna venga resa accessibile e turistica  a tutti e per allontanarmi da questo, rassegno ad isolarmi sempre di più rilegato in una riserva.
    Anche perchè l’orda è vorace a senza fondo, è sempre affamata, non si accontenta e una volta che ha raggiunto un traguardo ne vuole subito un’altro, e via , e via.
    Un pò come hanno fatto i nascenti USA con le popolazioni dei pellereossa: un pezzetto alla volta alla fine li hanno rinchiusi nelle riserve privaldoli della libertà. O ti adegui o scompari.
    Credo invece  che ci dovrebbe essere spazio per tutti, ma questo presuppone che tutti!!  si pongano dei limiti di rispetto. Io arrivo fin li perchè ho già anche troppo spazio e oltre è terreno di altri che la pensano diversamente da noi.
    Rispetto per gli altri e non da meno per l’ambiente.

  97. 19
    Sebastiano Motta says:

    Non me ne vogliano gli amici trail runner, ma un conto è la frequentazione libera della montagna, alla velocità e nel modo che ognuno ritiene opportuno.
    Un altro è la partecipazione ad eventi a scopo di lucro  che “usano” la montagna come fondale.

  98. 18
    luciano regattin says:

    “ho chiacchierato con le persone che incontravo (a volte vincitori, a volte illustri sconosciuti) e una certa idea di come ragionano me la sono fatta direttamente. Quindi ritengo di parlare con una certa cognizione di causa, non solo a tavolino.In genere la montagna in quanto tale per tutti questi appassionati non c’entra proprio nulla, nel senso che a loro importa la performance atletica.”
    Che profondità di analisi!
    Crovella stai sereno (cit.), non interverrò più nei tuoi sproloqui, è peggio che  parlare al muro, almeno quelli si possono abbattere.
     
     
     

  99. 17
    Giorgio Zatterari says:

    Gare così sono negative: dentro c’è di tutto, persone diversissime, alcune educate altre no, ma il risultato complessivo che ne viene fuori è negativo. Bene che si inizi a esprimere questo concetto.

  100. 16
    Riccardo says:

    Ero uno dei mille partecipanti al Tor X in partenza da Courmayeur domenica 8 settembre. Sono uno di quelli che corre in montagna, ebbene sì! Anche se “correre” nel mio caso è una parola grossa. Ho 58 anni, e frequento la montagna da quando ne avevo 5. Il mio rapporto con lei si è modificato con il passare degli anni: da sciatore in pista a scialpinista, da arrampicatore (roccia e ghiaccio) a trailer. Io la montagna la guardo, la respiro, la vivo, con educazione e rispetto.  Guardo il cronometro durante un trail? Certo, è una gara, ma è prima di tutto una competizione con me stesso.  Se non ce la faccio, torno indietro. Non butto cartacce, se incontro qualcuno lo saluto, non raccolgo fiori, non sporco le sorgenti. Accetto punti di vista diversi dal mio, non accetto di essere colpevolizzato. 

  101. 15
    Riva Guido says:

    Sono convinto che se tutti i produttori di attrezzature e strutture che in un modo o nell’altro hanno a che fare con la lotta con l’Alpe e il divertimento in montagna costruissero una catena di 14 montagne alte 9000 metri usando la merda, una diversa e più puzzolente dell’altra, si scatenerebbe il finimondo per aggiudicarsi la prima salita in tutte le salse di quelle cime, anche senza l’ausilio dell’ossigeno supplementare.

  102. 14
    Carlo Crovella says:

    Chi partecipa a gare di quel tipo, così importanti intendo (Tor, Mezzalama, ecc), con velleità agonistiche (cioè cerca di vincere o di migliorarsi) non ha materialmente possibilità di distrarsi dal suo obiettivo mentale: basta un istante di distrazione e si scivola in classifica di “n” posizioni. Guardate come sono “abbruttiti” i partecipanti al Mezzalama quando vi sfrecciano a fianco…
    Il punto centrale del ragionamento è però un altro: cioè che l’ambiente ideologico che ama cavalcare l’orda dei corridori (che evidentemente portano business, almeno per i gg della gara, con alimentazione di sponsor ecc) tende a spacciare come “avventura” quello che è invece un’altra cosa: spingersi verso il limite del proprio fisico (“gara ancora più massacrante”). Sono due concetti completamente diversi, anzi antitetici, e il gioco delle tre carte della mistificazione la dice lunga sulla falsità del modello.
    Per la cronaca, io non sono volutamente andato nelle valli del Tor, ma mi è capitato di farlo in passato. Sia in quelle occasioni, sia a latere di altre gare in cui sono incappato nel corso degli anni, ho chiacchierato con le persone che incontravo (a volte vincitori, a volte illustri sconosciuti) e una certa idea di come ragionano me la sono fatta direttamente. Quindi ritengo di parlare con una certa cognizione di causa, non solo a tavolino.
    In genere la montagna in quanto tale per tutti questi appassionati non c’entra proprio nulla, nel senso che a loro importa la performance atletica. Potrebbero correre nei deserti, sulle spiagge, alla maratona di New York ecc. Liberissimi di farlo, ma allora perché non vanno a correre in altri contesti, visto che le montagne sono prossime al limite di sopportazione dell’accesso antropico?
    In conclusione vi ricordo che Messner in persona ha detto: “Il cronometro uccide l’avventura”.

  103. 13
    Enri says:

    Certo che si può dire, basta però rendersi conto allo stesso tempo di essere la sesta cordata, l’altro escursionista, un ulteriore scialpinista: tuti noi potenzialmente contribuiamo a formare l’orda.
    a mio avviso non si può dire cosa provi un corridore / climber / boulderista che sia, di fronte al paesaggio, alla difficoltà, alla fatica: avere la pretesa di dire cosano provano costoro questo si mi suona vagamente dittatoriale. Pensiamo se qualcuno lo facese con i nostri sentimenti e cosi capiamo. L’unico modo per non incorrere nell’orda dei milioni di turisti intruppati non è quello di catalogarli e cercare di isolarli o rendere loro l’accesso alla montagna impossibile. L’unico modo è migliorare le proprie capacità fisiche, mentali e andare in posti dove la media delle persone normali non arriva. Poche parole, molto allenamento, fatica del corpo e della mente.
    saluti
     

  104. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Io invece detesto la folla, la massa, il gregge, l’orda. Da chiunque essa sia formata: sciatori di pista stratificati, comitive CAI (compreso il corso di scialpinismo del CAI Torino con duecento partecipanti), corridori intruppati, turisti a milioni, cinque cordate lungo la via, ecc. ecc.
    Si può dire? o fomento l’odio?
     
    E cerco accuratamente di evitare l’orda. Ma quando costruiscono un rifugio o una funivia, io mi inferocisco per due motivi: 1) lo sfregio ambientale; 2) l’orda prossima ventura.
    Si può dire? o sono un becero leghista, fascista, razzista, nazista? Ma per favore!

  105. 11
    Filippo Caon says:

    Questo articolo fa disinformazione ed è scritto da una persona che evidentemente non conosce assolutamente nulla del mondo della corsa in montagna… prima di dire qualcosa forse (forse) sarebbe il caso di fare un salto alle basi vita e parlare un po’ con i concorrenti e con le persone che vivono quel mondo, cosa che evidentemente chi ha scritto l’articolo non ha fatto. È un elenco di luoghi comuni (non si vede il paesaggio e menate simili) scritte da una persona che non sa di cosa parla per il semplice motivo che non ne ha avuto (ne deduco) esperienza (gli sarebbe bastato anche solo sfogliare una rivista di settore per capire che nel trail la velocità e la competizione sono l’ultimo dei problemi). Lo ripeto, questo articolo crea disinformazione, e mi sembra distante dai propositi di questo blog.

  106. 10
    mauro milfredi says:

    invece io condivido quanto scritto. ero in quei giorni in valle per fatti miei e ho trovato l’ambiente umano per nulla attraente. probabilmente ci sono gare e gare. quelle con grandi numeri e di più giorni sono un pugno nell’occhio. basta guardare la prima foto, alla partenza.

  107. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    “Crovella fomenta l’odio verso chi è diverso da lui.”
    Ma, allora, Crovella è un odiatore, un fascista, un razzista, forse financo nazista.
     
    Ah, Carlo, da te non me lo sarei mai aspettato! Un alpinista nazista. Un novello Heinrich Harrer!  😂😂😂

  108. 8
    Enri says:

    Non posso che concordare con il commento n. 6. Mi scusi Crovella ma a lei che male fa questa gente? Considerando anche che all’ambiente manifestazioni di questo tipo inquinano MOLTO meno che non impianti sciisitici ecc.., è mai possibile che in montagna ci possa andare solo Lei o Lei ed i suoi simili? e tutti gli altri sono considerati Sovraffollamento?
    Come già detto in commenti passati, riconfermo poi di essere estereffato dalla capaicità dello scrittore di questo articolo di avere certezza del fatto che tali atleti non lo fanno per passione e soprattutto non guardano minimamente i monti che hanno intorno quando corrono. Evidentemente lo scrittore dell’articolo deve avere poteri eccezionali.
    Articolo inutile, che porta una visione vecchia ed irreale delle cose, che non aiuta a comprendere i fenomeni che nascono.
     
     
    L’articolo in oggetto non solo non riporta nulla di interessante ma chiaramente risulta scritto da chi non ha idea di quello di cui scrive.
    Un testo che risulta una summa di vecchi discorsi

  109. 7
    Sebastiano Motta says:

    Quando qualcuno dice “Siamo in troppi”, a me viene sempre da rispondere “Perché non cominci a stare a casa tu?”.

  110. 6
    Luciano Regattin says:

    Crovella, il Salvini del blog: divide in categorie, fomenta l’odio verso chi è diverso da lui, incita all’esclusione, utilizza, tra mille, solo i due articoli che strizzano l’occhio alla sua causa.
    In definitiva, a mio avviso uno dei peggiori articoli comparsi sul blog, colmo di livore nei confronti di un approccio alla montagna del quale evidentemente Crovella sa meno di nulla, senza traccia di approfondimento, senza un confronto con nessuno di chi questa attività la pratica, senza un minimo di analisi, solo lo sviluppo di un’idea che appartiene solo a lui. Chapeau.
     

  111. 5
    Alo Gups Menegon says:

    Un’articolo che emana tristezza da tutte le sillabe. Ma veramente l’autore crede che chi fa trail faccia solo quello è solo gare? Il 90% fa qualche gara e tutti gli altri giorni liberi li passa a camminare, scalare, pedalare, fare ascensioni, sci alpinismo, ecc. e amen se si sfrutta il pretesto di una gara per visitare magari posti nuovi. E per di più, pensi un po’ lo si fa senza lasciare tracce se non i passi (almeno per me) e pensi: a volte senza neanche fare lunghi avvicinamenti in auto ma facendone una parte in più a piedi… pensi un po’, che brutta gente…

  112. 4
    Carlo Crovella says:

    Di fatti ho già esposto, proprio in questo blog, la tesi per cui c’è troppa gente in montagna, in assoluto (cioè a prescindere dalle gare):
    https://www.gognablog.com/piu-montagna-per-pochi-1/
     
    https://www.gognablog.com/piu-montagna-per-pochi-2/
    Sta di fatto che il mondo delle gare in montagna è un concentrato degli aspetti negativi del sovraffollamento.
     

  113. 3

    I problemi nascono dall’approccio (responsabilità dei singoli) e i dai numeri (responsabilità dell’organizzazione) non dal correre in montagna. Gli animali corrono da sempre e anche per l’uomo è semplicemente normale e naturale muoversi lento/veloce/lento in natura. Tornando alle gare;  ci sono corridori che hanno educazione, consapevolezza e rispetto per l’ambiente e ci sono alpinisti (ah, fare alpinismo è il modo “corretto” per vivere l’avventura in montagna?) che non hanno rispetto per niente, e viceversa, ovviamente. Una gara “addomestica” la montagna, non meno di quanto facciano i rifugi, le ferrate, gli spit e le relazioni. Dei numeri ho già scritto, se è necessario contenerli, bisogna imporre dei limiti alle organizzazioni.  Se vogliamo parlare dell’impatto delle gare, forse dobbiamo rivedere tutti i numeri che riguardano un certo modo commerciale di frequentare la montagna (rifugi/albergo , impianti e sci).
    L’avventura inizia nella propria mente e prende forma anche dietro casa, se necessario. Avventura è immergersi nel mistero, leggere le situazioni, sapersi adeguare, saper aspettare e saper tornare a casa. Avventura è ancora saper andare a vedere che cosa c’è dall’ altra parte, e non solo di un luogo geografico. 
    È sempre pericoloso generalizzare e dividere le cose in categorie, non sempre c’è “giusto e sbagliato”. Non ci sono azioni nobili che sono migliori rispetto ad altre. Ci sono le nostre intenzioni che possono dare valore a quello che facciamo e alla nostra personale avventura.
    Il mio valore non è determinato dall’essere finisher dell’ ultra trail del monte Bianco o nell’aver scalato l’integrale di Peuterey. Quello che fa la differenza è, e sarà sempre, l’attitudine. Se sarò umile, saprò di essere un ospite, qualunque cosa stia facendo, ovunque sia e chiunque io sia.

  114. 2

    L’avventura è incertezza e rischio di non farcela, rischio di morire intendo. Ma è anche relativa. La traversata in autonomia dell’Antartide è avventura assoluta,  che contiene tutti gli ingredienti di cui sopra, ma può essere avventuroso anche un viaggio in treno da Roma a Milano in una giornata di scioperi a singhiozzo. Per qualcuno è avventura percorrere una via di terzo grado di 200m di sviluppo in cordata, mentre per altri questo non presenta avventura neppure se percorsa senza la corda e un compagno/a. L’enfatizzazione delle notizie fanno parte del DNA del giornalismo e fanno sorridere.
    Un’amica che ha la passione per i trail, mi ha detto che ha iniziato perché le piaceva andare in montagna e l’organizzazione delle gare le dava sicurezza. C’è chi si rivolge al Cai in casi simili, ma se hai energie che vuoi spendere perché nella vita sei abituato a correre, forse non è l’ideale.  Sono approcci diversi per persone diverse.

  115. 1
    Paolo Gallese says:

    La montagna come palestra. La sfida fisica competitiva.
    In un mondo dove non c’è più tempo, nel lavoro, nella vita, questo modello di pensiero doveva imporsi anche più in alto. Non c’è tempo, quindi corri, per non impiegarlo, per restringerlo, dominarlo, in un mondo che ha fatto dell’essere rapidi in ogni cosa uno dei suoi valori dominanti.
    L’avventura è un processo, non una performance. L’avventura parte dalla più interiore delle fantasie, per poi crescere e scorrere. La performance ha bisogno di struttura e di tecniche avanzate per esprimerne il potenziale.
    La sfida interiore può non essere dissimile, né meno banale. Ma nella prima c’è quasi sempre una dimensione di ignoto e un processo di conoscenza. Nella seconda tutto è calcolato, preparato, in vista di un confronto fisico con sé stessi, senza distrazioni.
    La prima è un cammino aperto, dalle mille variabili nel confronto con un sistema caotico. La seconda un cammino preciso, dove le variabili devono essere ridotte al minimo in vista del traguardo.
    A volte, la seconda, può diventare un aspetto imprevisto della prima.
    A me è successo un paio di volte. Per salvarmi la vita.

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