Trentini sulla Nord dell’Eiger

Trentini sulla Nord dell’Eiger
con la collaborazione di Peter Moser

Allorché nel lontano 1960 cominciai ad avvicinarmi all’alpinismo, uno dei primi nomi che colpì la mia immaginazione di quattordicenne fu quello dell’Eiger, la montagna “assassina” che tanta parte ebbe e doveva ancora avere nell’immaginario collettivo alpinistico.

Venne poi il momento in cui desiderai scalarla, ma non per la via Heckmair: avevo il progetto di salire un settore giallo e strapiombante, quell’arcigna Rote Fluh che torreggiava a destra del lungo svolgimento della via classica Heckmair e della Direttissima John Harlin. Quando nell’agosto 1969 andai a Grindelwald per sbinocolare un po’ la parete, seppi subito che una squadra di alpinisti giapponesi mi aveva preceduto e stava completando la via, in stile spedizione.

La parete Nord dell’Eiger con il tracciato della via classica Heckmair-Kasparek-Voerg-Harrer (1938)
TrentiniEiger-Eiger-Nordwand-mit-Heckmair-Führe

Abbandonai perciò definitivamente il progetto e m’interessai alla parete solo per gli spunti di cronaca che ogni tanto forniva.

Seguii perciò la salita lampo (14 agosto 1974, 10 h) di Reinhold Messner e Peter Habeler e osservai che con lo scorrere del tempo, con il moltiplicarsi delle ripetizioni della via classica e soprattutto con l’apertura delle moltissime vie moderne nel settore destro della parete, quell’alea di mistero e di tragedia che sovrastava l’Eiger Nordwand andava pian piano svanendo nelle decadi. Fino ai record di Ueli Steck.

Questo non significava certo che la salita fosse meno difficile e impegnativa di prima, anzi. Con gli anni ’90 fu chiaro a tutti che una ripetizione estiva della Nord dell’Eiger, visti i cambiamenti climatici e il conseguente innevamento più scarso, stava diventando sempre più pericolosa per le scariche, tanto da consigliare di non insistere, preferendo invece altre stagioni, più fredde e nevose.

Recentemente il CAI di Vezzano (TN) ha avuto la bella idea di invitare a tenere una serata tutti gli alpinisti trentini che nel frattempo avevano salito la parete. Sul palco erano presenti persone in un numero tale da non essere quasi creduto.

Ebbene sì, mai avrei pensato che la Nord dell’Eiger fosse stata salita da ben 20 alpinisti i cui natali sono in provincia di Trento! Mi avessero chiesto di tirare a indovinare, avrei detto tre o quattro… Non perché ritenga che la Nord dell’Eiger non sia alla portata degli alpinisti trentini, anzi! Semplicemente perché non sapevo che la via fosse così ripetuta.

Armando Aste, di Rovereto, ne fece la prima ripetizione italiana (31a salita) con Franco Solina, Andrea Mellano, Romano Perego, Pierlorenzo Canela Acquistapace e Luigi Airoldi, dall’11 al 18 agosto 1962.
Poi registriamo:

1988, 10-12 luglio – Franco Corn con Marco Cantaloni
1988, 14-15 agosto – Angelo Giovanetti con Nazario Ferrari e Renzo Zambaldi
1991, 17 agosto – Roberto Daz con Renzo Corona
1993, 13 agosto – Sergio Valentini con Donato Vinante (15 h)
2008, 26-27 febbraio – John Vaia con Sandro De Zolt
2008, 27-28 febbraio – Paolo Trota Calzà con Demis Lorenzi e il lombardo Antonio Prestini
2011, 4-5 maggio – Peter Moser con i due altoatesini Iwan Canins e Andrea Oberbacher.
2011, 7 maggio – Roberto Pedrotti con Alessandro Lucchi
2011, 7-8 maggio – Giorgio Bertagnolli e Cristian Defant
2011, 7-8 maggio – Patrick Ghezzi con il bresciano Francesco Prati

 

TrentiniEiger-peterMoser

 

Peter Moser racconta la sua salita dell’Eiger

Mi chiamo Peter, sono nato e vivo nel mio Maso in Trentino, sono cresciuto completamente libero tra i boschi e le malghe del Lagorai, ho sempre fatto l’agricoltore con l’unico obiettivo sin da ragazzo di passare il maggior tempo possibile in montagna: sono diventato dapprima guida, molto giovane, e poi mi venne fatta la proposta da parte del centro sportivo dell’esercito di diventare un loro atleta.

Inizialmente non fui in alcun modo interessato ritenendo che questa scelta mi avrebbe reso meno libero e sarebbe stata in conflitto con il mio animo a dir poco anarchico. Dei fatti brutti concentrati in un anno, tra cui un grave incidente alle gambe, mi fecero riflettere e prendere la decisione di accettare la proposta ed entrare a far parte del gruppo. Volevo avere la tranquillità economica e molto tempo per allenarmi, recuperare l’infortunio e tornare ad alto livello come ero sempre stato.

Sin da subito ebbi come previsto un sacco di attriti con il mondo militare, con il loro sistema e i loro modi. Avevo il loro rispetto solo e unicamente per il mio livello tecnico, ma mi bloccavano i tutti i modi con la loro burocrazia e i loro uffici.

In quel periodo passavo più giorni in punizioni varie che un carcerato. Appena arrivato mi fecero tagliare i miei capelli lunghi fino alle spalle e già in quel momento capii che quel mondo non faceva per me. A me non importava null’altro che tornare come prima, avevo bisogno di salire qualcosa che da sempre avevo sognato. Nella mia testa una via cominciò a chiamarmi e incantarmi durante la notte. L’avevo sognata fantasticata sin da bambino, sentivo che quello era il momento di salirla. Era la Nord dell’Eiger. Avevo salito vie sicuramente più impegnative dal punto di vista tecnico ma quella parete per me era decisamente diversa, sarebbe stato un viaggio in me stesso, dovevo ritrovarmi, dovevo tornare selvaggio, ritrovare una parte di me stesso.

Ogni volta che volevo salire una via ero costretto a chiedere anticipatamente il permesso al Centro sportivo e segnalare quindi la mia partenza molti giorni prima. Io al problema avevo trovato la mia soluzione del tutto personale: facendo la salita o la via che a me interessava e solo dopo chiedere il permesso, talvolta neppure segnalando la mia salita.

Per questa ragione c’è una data ufficiale della mia salita dell’Eiger, ma in verità l’avevo già salita molti giorni prima! Una volta conclusa e tornato a casa chiesi il permesso di poter recarmi in Svizzera e affrontare la via, quando il permesso mi venne dato segnalai la salita. Ma come detto, la via l’avevo già salita molti giorni prima.

Quel periodo ero in Croazia per degli allenamenti ma dentro la mia testa il richiamo si faceva così forte da divenire ossessione. Tornai a casa, feci la proposta a due amici davvero fidati e partimmo con l’intenzione di salire in modo molto veloce e leggero la via. Ci misi un po’ a convincere Iwan perché non stava bene, aveva un po’ di febbre e gli stava passando l’influenza.

Arrivammo sotto la parete dell’Eiger e vedendola mi resi conto che era quello che cercavo: corrispondeva perfettamente alla parete letta nei libri, era avvolta nella parte alta da nuvoloni fitti e su tutto il versante si vedevano linee di ghiaccio che solo in seguito scoprimmo erano continue slavine di neve inconsistente che spazzavano in modo continuo la parete, non ghiaccio.

Decidemmo di partire molto leggeri, pochissimo da vestire, una mezza corda, qualche moschettone e alcuni friend, solo mezza borraccia d’acqua e nulla da mangiare. Partimmo verso le 2 di notte sotto una leggera nevicata. Le previsioni mettevano un buco di bel tempo proprio il giorno seguente, fino ad allora infatti il tempo era stato brutto ed erano molti giorni che nessuno saliva la parete. Tracciammo il lungo traverso sotto l’intera Nordwand sprofondando fino al bacino e poi attaccammo i primi nevai sprofondando anche qui fino alle ginocchia. Oltrepassammo le fessure difficili, il tempo non accennava a migliorare, le slavine solcavano la parete e a volte le nebbie rendevano davvero difficile individuare il percorso corretto. Molte volte venivamo investiti da nuvole di neve che scendevano copiose dai vari canali e nevai, una di queste strappò via dal mio zaino l’unica borraccia d’acqua in nostro possesso. Nonostante la situazione ero davvero convinto che ce l’avremo fatta. Trovammo un tratto di corda fissa lungo il traverso che segnalava che eravamo sulla via giusta. In tutta la salita fu uno dei pochissimi punti in cui trovammo qualcosa, tutto il resto era nascosto dalla neve, compreso soste, chiodi e cordoni.

Causa le difficili condizioni della parete succedeva che ci perdevamo ed eravamo costretti ad affrontare dei tratti difficili tecnicamente. Si alzò un vento molto forte e gelido e il tempo sembrava peggiorare, ci parlammo tutti e tre e, considerando anche che l’altimetro segnava che eravamo molto alti (in seguito scoprimmo che eravamo più bassi rispetto ai dati segnalati), decidemmo di andare avanti. La situazione cominciò a essere davvero dura a causa dell’abbassarsi delle temperature e dell’aumentare delle slavine e il vento fortissimo. La nostra unica corda divenne ben presto un bastone gelato e le nostre mani non riuscivano più a stringere nulla. Le mani erano così insensibili che eravamo costretti a legarci i polsi con delle fettucce alle piccozze. Venne notte all’altezza del Ragno, la parete sembrava viva da tanto urlava, il freddo era insopportabile, salivamo lenti sentendo dapprima il boato delle slavine e poi i fischi dei sassi che scendevano dall’alto. Un sasso o un blocco di ghiaccio mi colpì il casco rompendo il mio frontale. Venni immerso nelle tenebre. Le temperature erano così rigide e il vento così forte che si formava uno spesso strato di ghiaccio sui vestiti che solo con un colpo deciso si rompeva prima di partire tra un tiro e l’altro. Iwan da un po’ aveva perso l’uso della parola, non riuscendo più a emettere suoni. Era già un po’ che avevamo smesso di tremare e i crampi per il freddo ci tormentavano, la mente si offuscava facendoci passare veloce il tempo sugli ultimi tiri completamente intasati di neve.

Io mi legai in fondo alla corda immerso nel più totale buio mentre 5-6 metri avanti a me c’era Iwan che per far sicura con il mezzo barcaiolo doveva farsi due spirali di corda attorno al braccio assopendosi dal freddo. A volte passavano momenti interminabili prima che la corda avanzasse anche solo di poco. A un tratto uno strattone secco e netto nella sosta, il vento era così rabbioso che non sentimmo nemmeno l’urlo. Il nostro compagno era caduto. Pensammo al peggio, la corda ricoperta di ghiaccio rimase tesa per molto tempo. Ricordo che cercai di sciogliermi il nodo ma non riuscivo a muovere nemmeno i polsi da tanto non sentivo le mani. Poi all’improvviso la corda si alleggerì e ricominciò a scorrere. Andrea aveva fatto un volo di molti metri e riportò una frattura al malleolo. Salire in quelle condizioni era a dir poco estremo, il freddo aveva reso il nostro corpo inutilizzabile e solo la nostra forza d’animo e la nostra rabbia di vivere ci faceva salire e lottare metro dopo metro. Ricordo che dovevo agganciare qualsiasi cosa sentivo far presa sulle mie becche e completamente al buio trascinarmi verso l’alto. Talvolta vedevo voltarsi la frontale di Iwan che stava alcuni metri avanti impossibilitato a parlare mi indicava che stava per cedere e da lì a poco mi sentii strappare via dalla parete dal suo peso, sbattere sulle rocce per poi ricominciare a lottare. Eravamo davvero nella bocca dell’Orco e volevamo vivere.

Io ho affrontato molti bivacchi e passato molte notti in montagna e so quanto solitamente sia lungo aspettare l’alba. Questa volta invece fu un attimo il tempo aveva perso la sua misura e a tutti parve cortissima la notte. Divenne così giorno e ci ritrovammo finalmente al termine dei camini terminali che avevamo dovuto letteralmente liberare dalla neve centimetro dopo centimetro. Eravamo stremati e salimmo i pendii terminali, il cielo era perfettamente sereno, il vento si placò e la giornata era bellissima. Arrivati in cima sorridemmo, nessuno parlava, eravamo vivi!

La beffa aveva voluto che la finestra di bel tempo si presentò un giorno in ritardo e l’intera salita era stata fatta con condizioni a dir poco estreme. Arrivammo in cima alle 9 del mattino, erano 31 ore che lottavamo senza mai fermarci, senza mangiare né bere. Scendemmo un passo dopo l’altro veloci verso casa.

Guardavo quella parete scorrere dietro le mie spalle pensando che non ero più la stessa persona rispetto a quando ero partito. Mi aveva fatto andar oltre, mi aveva scavato dentro, costretto a tirar fuori tutto e anche oltre per sopravvivere. Ero tornato un animale selvaggio e finalmente avevo ritrovato me stesso. Quella salita la volevo e la desideravo e finalmente l’avevo vissuta.

Salimmo in auto, ma dopo alcune ore di viaggio i miei compagni soprattutto Andrea cominciò ad accusare i primi segni dei congelamenti, la pelle si squagliava e si gonfiava, le mani e i piedi si riempivano di vesciche e di sangue. Venne portato all’ospedale dove fu ricoverato per 2 mesi a causa dei congelamenti riportati.

Questo è il racconto della salita, una volta tornato a casa e passati alcuni giorni chiesi il permesso al centro sportivo di salire la parete nord dell’Eiger e loro avviarono la loro solita snervante prassi…

Passai tre stagioni all’interno del centro sportivo e poi ritornarono finalmente gli anni dei capelli lunghi…

TrentiniEiger-P.Moser-IMG_4245

0
Trentini sulla Nord dell’Eiger ultima modifica: 2015-02-09T07:00:17+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Trentini sulla Nord dell’Eiger”

  1. 8
    adriano says:

    Questo racconto mi ha davvero emozionato,sembra un pò uscito d’altri tempi.Non posso far altro che far tanti complimenti e solo immaginare il coraggio che ci voglia per affrontare una salita in quelle condizioni.MI ha davvero preso la storia emozionale che va pari pari il racconto della salita.Peccato che da quando i giornali son diventati delle pagine di pubblicità queste vicende rimangano ristrette ad internet e vengano lette quasi per caso!.Grazie Gogna per scovare questi alpinisti direi in via di estinzione ormai.

  2. 7
    vale says:

    Tanto di cappello per questa salita… bellissimo il racconto! Credo che dovremmo essere davvero orgogliosi di aver in Italia alpinisti di questo livello. Tra l’altro giovani, invece di guardare sempre le performance di atleti stranieri. I fuoriclasse li abbiamo anche noi… valorizziamoli! Credo che la sua salita vada oltre la semplice salita da come si legge nel racconto… gran livello e grande testa!

  3. 6
    Alberto Benassi says:

    Io non conosco Peter e non metto in dubbio il suo livello tecnico. Per fare la Nord dell’Eiger in quelle condizioni è evidente che ci vuole un livello tecnico, fisico e mentale incredibile. Fuori dal comune.
    Quindi tanto di cappello!! Non metto nemmeno in dubbio la sua enorme passione. Ma nemmeno la mia (passione) è da meno. Mentre il livello è certamente molto ma molto più basso.
    Ma secondo me non è questo il problema. Perché affrontare una salita già di per se “dura, difficile, pericolosa” in condizioni meteo e ambientali pessime?
    Forse perché era l’unico modo per farla? visto che è un militare e gli creano problemi?

  4. 5
    Anonimo says:

    E io chiedo Peter di arrampicare in palestra e lui pure mi dice di si 😉 😉

  5. 4
    Marco.S. (milano) says:

    Ho avuto l’onore di conoscere Peter ingaggiandolo come guida e facendomi accompagnare su una bellissima via in Dolomiti chiamata “Moulin rouge” un paio di stagioni fa. Sono rimasto a dir poco impressionato dal suo livello tecnico e dal suo curriculum, ma soprattutto dal suo modo di vivere molto distante da chiunque avessi conosciuto prima. E’ un tipo estremo in tutto ciò che fa non solo nell’arrampicata, ed è palesemente chiaro che fa parte di quegli alpinisti che vivono per arrampicare. A me è parso davvero facesse parte di quelle montagne e non della società moderna. Di sicuro è uno che vive al massimo la vita, lo si vede chiaramente nei sui occhi. Credo che per interpretare l’alpinismo come lo vive lui ci voglia un livello fisico e tecnico altissimo e poi sì, anche un pò di fortuna. Ma il risultato sono sicuramente delle bellissime storie da raccontare. Quel giorno grazie a lui ho realizzato un bellissimo sogno e grazie a lui ho continuato a sognare…
    Grazie ancora Peter!! speriamo di rilegarci presto assieme!
    Marco.

  6. 3
    Barry says:

    Conosco Peter da dieci anni e abbiamo salito molte vie dure assieme. Sono felice per le scelte che ha preso, perché posso dire di conoscerlo abbastanza bene da poter motivare queste sue decisioni che lo identificano. E’ degno di lui. Quando ho letto il suo sms di rientro in patria anche a me son venuti i brividi perché lo sento come un fratello e mai lo rimprovererei. Forse, e dico forse, ritengo che ognuno è libero di fare il suo alpinismo. Tanto non esiste un alpinismo leggero e un alpinismo estremo. L’alpinismo è estremo (specialmente sull’Eiger, ma come anche sul Cimon di Palantina), altrimenti non può chiamarsi alpinismo.

  7. 2
    Alberto Benassi says:

    giudicare da fuori è sempre molto delicato e a volte ingiusto. Quindi complimenti per la tenacia e la grande forza di volontà e di sopravvivenza dimostrata ma mi permetto di dire che forse viste le brutte condizioni meteo e le bruttissime condizioni della parete, forse dico forse….non era il caso di attaccare questa salita e aspettare.
    L’avventura e la base dell’alpinismo. Senza avventura non c’è alpinismo. Così però mi sembra un pò giocare alla roulette russa.
    Il messaggio che lancia questo racconto non mi sembra positivo.

  8. 1
    cristian says:

    Davvero impressionante!!…leggendo avevo i brividi!.complimenti per chi interpreta ancora l’alpinismo in questo modo.Fin che ci sono questi alpinisti a dir poco avventurieri l’alpinismo vivrà ! Queste storie e questi personaggi meriterebbero di essere più conosciuti…davvero bellissimo l’articolo!complimenti!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.