Un futuro scomodo e pericoloso per la guida alpina

Un futuro scomodo e pericoloso per la guida alpina
di Hanspeter Eisendle

Quella che segue è la trascrizione fedele dell’intervento di Hanspeter Eisendle nell’ambito della serata alpinistica Guide alpine e clienti sulle grandi classiche, 58° Filmfestival di Trento, 7 maggio 2010. Per gentile concessione del Trentofilmfestival.

 

Quando mi trovo su un palco mi viene sempre in mente come un riflesso una frase: Tutto è già stato detto, ma non da ognuno.
Io sono una guida alpina di Vipiteno, vivo lì, e voglio spiegarvi in breve il concetto del mio lavoro e della mia passione.

Hanspeter Eisendle in un ritratto di Roberto Carnevali
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Innanzitutto vorrei dire che faccio la guida per necessità, non per vocazione e neanche per hobby o per passione: perché la mia passione è l’alpinismo (e l’arrampicata) e il mio primo compito a questo mondo è quello di nutrire spiritualmente e materialmente la mia famiglia. In cambio, questa famiglia mi concede degli spazi e dei tempi per la mia passione, l’alpinismo.

In questi spazi ho avuto la grande fortuna di andare in montagna e arrampicare con alcuni alpinisti tra i migliori del mondo, come per esempio con Manolo sui grandi giganti di granito della California, oppure con Reinhold Messner sulla montagna del suo destino, il Nanga Parbat, lungo una via nuova; ma anche con Chris Bonington, con Piero Dal Pra, con Heinz Mariacher, solo per citarne alcuni.

Questa fortuna mi ha fatto riconoscere che sì, sono abbastanza bravo, ma non faccio parte dei migliori del mondo. Mi ha fatto uscire dalle nebbie dell’incertezza di quando ero più giovane e mi ha fatto trovare una strada abbastanza personale per la mia vita sulle montagne.

Secondo me la pubblicazione di imprese alpinistiche, le conferenze stampa, le serate, le proiezioni sono riservate ai migliori tra noi alpinisti; ma purtroppo ci sono occasioni pubbliche in cui diventano protagonisti anche i non meritevoli. Dei primi non faccio parte, dei secondi non voglio far parte (Applausi, NdR).

Così ho imparato a ricavarmi uno spazio tra i cento lavori che ho con la società e l’alpinismo estremo. In questi spazi ho scoperto i miei talenti e trovato sfide per continui miglioramenti che ancora oggi cerco di perseguire.

Vivendo su questo vago crinale tra le regole della società moderna e quelle della natura selvaggia, è molto importante farsi un concetto di vita, creare una base per la cordata cliente-guida. Penso che la guida ha la capacità di capire il funzionamento di certe leggi, più di altri. Sono leggi che non sono fatte dalla società, cambiano di minuto in minuto. E’ molto importante la reazione istantanea agli eventi. Questo è un primo punto.

Un pensieroso Hanspeter
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Un secondo punto è la riflessione secondo cui la guida alpina forse non deve pubblicizzarsi tanto. Secondo me la vita della guida alpina deve essere un po’ come l’arrampicata quando è perfetta, leggera e silenziosa. Io vedo la guida alpina come un rifugio, o come un maso di montagna, una specie di agenzia che riesce a creare un’atmosfera perfetta e un pasto memorabile. In questo senso ritengo che la guida non debba stare troppo sul palcoscenico.

Il terzo punto riguarda la bravura tecnica sulla montagna. Ho fatto la via del Pesce in Marmolada due volte con clienti e ritengo davvero che le capacità tecniche siano le prime risorse che abbiamo a disposizione. Sarebbe controproducente la specializzazione. Nessuna guida alpina potrebbe esercitare solo con l’arrampicata, o con il solo scialpinismo: la guida deve sapersi muovere su tutti i terreni della montagna.

Esposti questi tre punti, arriviamo al nodo più delicato e importante nel rapporto tra cliente e guida. Questa dev’essere sempre molto sincera e cordiale. Ma entrambi devono portare la propria percentuale di responsabilità, quella che si è capaci di portare. Nessuna guida può addossarsi il 100% di responsabilità, anche il cliente deve prendersene un po’.

In questo senso penso che la cordata più efficace sia quella classica che cresce pian piano negli anni e che aumenta le pretese con la crescita dell’amicizia.

E’ un sistema che si deve formare, e per questo abbiamo a disposizione tre “pilastri”.

Il primo pilastro è la passione, perché senza di questa non si arriva in fondo alle cose. Senza passione uno non riesce a superare i momenti duri e insoddisfacenti.

Il secondo pilastro è la responsabilità, perché ogni passione rimane senza senso se non c’è la responsabilità.

E il terzo pilastro è la misura d’occhio. E’ questa che ci fa sopravvivere. E’ inutile credere in quella società che vorrebbe tutto regolato. Sappiamo che le leggi s’immischiano nelle questioni che riguardano la montagna. Sappiamo che l’Unione Europea detta la lunghezza delle banane che s’importano dall’Africa, perciò non è un buon segno che si cerchi di regolamentare anche l’alpinismo.

Anche il cosiddetto bollettino delle valanghe, che all’inizio era un aiuto per le decisioni da prendere, è diventato più che altro un metodo per farsi pregiudizi o per dare giudizi se qualcosa va male.

In conclusione a queste considerazioni, sarebbe da dare un messaggio alle giovani guide: che non si lascino prendere troppo dalle regole del mercato, che non prendano mai degli impegni che non fanno parte delle loro passioni, perché non avrebbero mai successo. E che non si perdano troppo in lavori secondari per la guida alpina, sto pensando agli svaghi funambolici dei parchi avventura o ai lavori per la messa in sicurezza di strade o cantieri. Sarebbe una perdita di tempo, rubato al vagabondaggio sulle montagne.

Questo per essere degni del titolo che certifica che sei bravo su ogni terreno.

Il futuro delle guide alpine rimane quello scomodo, pericoloso e lontano dagli ancoraggi della società. E sono convinto che soltanto dove è pericoloso e scomodo possiamo e dobbiamo essere dei veri maestri nell’unica arte che esiste in montagna, quella di sopravvivere assieme ai nostri compagni, i clienti.

Questa è la mia convinzione dopo trent’anni di esercizio della professione a tempo pieno. Grazie dell’attenzione.

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Biografia (da www.scarpa.net)
Hanspeter Eisendle è nato l’8 novembre 1956 a Vipiteno (Sterzing), BZ.

Guida Alpina dal 1980. Nel 1982, dopo la partecipazione ad una spedizione di Messner, che tentava la prima salita invernale di un ottomila (Cho Oyu 8200 m) attraverso la pericolosa parete sud, si decide per la professione di guida alpina come lavoro principale. Ripetizione di tutte le vie importanti in Dolomiti (ca. 1000), alcune sulle Alpi Occidentali (tra le altre: Cresta Peuterey al Monte Bianco, parete est del Monte Rosa, Brenva al Monte Bianco) e 26 prime salite su roccia e ghiaccio.

Dopo una fallita spedizione al Dhaulagiri 8167 m, Eisendle si concentra ancora di più sull’arrampicata su roccia, una disciplina che proprio in questi anni cerca nuovi orizzonti. Nell’arrampicata sportiva riesce su vie fino al X grado e sulle vie avventurose alpinisticamente (senza chiodi a pressione) su vie fino all’VIII+.

Ogni tanto organizza come guida alpina con gruppi piccolissimi viaggi verso le montagne dell’Himalaya (escursioni con cime facili fino a 6000 m, non ‘spedizioni’).

Il suo interesse più recente punta anche per le grandi vie solitarie sul terreno misto (roccia/ghiaccio) in inverno e naturalmente allo scialpinismo, che segue come un filo rosso tutta la sua ‘carriera’ alpinistica (100-120 escursioni per inverno). Nel 2000, viaggio al Nanga Parbat 8125 m, per il quale è stato invitato da Reinhold Messner, e dove sono riusciti a salire in prima assoluta il versante Diama, senza però arrivare sulla vetta principale. Questo viaggio, come quello nell’Oman del 2002, esprime la sua passione per l’alpinismo classico ‘antiquato’ e ‘by fear means’, dove l’esperienza dell’esporrsi ai pericoli della montagna è decisamente più importante che l’esperienza della prestazione.

Se guardo verso il passato, ma anche verso ciò che verrà in futuro, la motivazione principale di quello che faccio in montagna è la sensazione dell’esposizione. Per vivere questa sensazione non ho bisogno di un certo grado di difficoltà o di montagne alla moda. Si tratta molto di più delle domande che mi pongono ogni montagna e ogni via, e delle risposte che il mio corpo e il mio spirito cercano di trovare. In questa zona di conflitto sperimento una dimensione anarchica che altrimenti sarebbe molto ridotta nell’insieme delle regole della vita normale. Le esperienze che colleziono così sono inoltre vitali per il mio mestiere, quello della guida alpina.”

  • Doping (8b) in Valle S.Nicolò
  • Menhir (8b) sulle Torri di Meisules
  • Pirzigogl (8b) a Castelpietra
  • Muro giallo (Glowacz-Albert), on sight, (IX-), Tre Cime Lavaredo
  • Telefono azzurro, on sight, Cinque Torri (IX+)
  • Vogelfrei  (IX-), rotpunkt come guida con cliente, Torri di Meisules
  • Via attraverso il pesce (VIII+), rotpunkt come guida con cliente, Marmolada sud
  • Il canto del cigno (VIII+), rotpunkt come guida con cliente, Piramide Armani
  • Hasse-Brandler“ (VIII+), rotpunkt come guida con cliente, Cima Grande di Lavaredo
  • El Capitan (1986, Nose in 11 ore no-stop)
  • Concatenamento parete nord del Ortles con la parete nord della Cima Grande di Lavaredo (Via Comici) entro 24 ore – trasferimento in bicicletta.

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Un futuro scomodo e pericoloso per la guida alpina ultima modifica: 2015-09-04T06:00:18+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Un futuro scomodo e pericoloso per la guida alpina”

  1. 12

    Forse sono stato un poco frainteso. Marco Furlani ha tutta la mia stima e considerazione, solo che quella sera a Trento, la sua vena comica ha portato il discorso fuori tema. Come professionisti avevamo un’occasione preziosa per parlare a un pubblico notevole -quello del Filmfestival- e secondo me ce la siamo persa tra le risate. Solo questo. Nessuna polemica o critica negativa. Ridevo anch’io, ma mi sarebbe piaciuto che venissero fuori altri argomenti, magari più seri e noiosi (Hanspeter di certo non è stato tanto gioviale…), ma sicuramente utili a far capire alla gente certe cose sulle guide.

  2. 11
    lorenzo ventura says:

    dopo 36 anni di alpinismo penso di poter esprimere qualche giudizio sulle guide alpine ed in particolare su Marco Furlani con il quale ho condiviso da cliente , ma sopratutto da amico, 20 anni di arrampicate in dolomiti. Confermo parola per parola quello che Marco afferma con assoluta convinzione e non per spirito di parte. In particolare la sua vena di “comicità” fa parte della sua persona e sul palco è la sua maniera di esprimersi …come dice Cominetti potrà essere criticabile ma sicuramente attira l’attenzione , sa essere personaggio e non fa dormire … poi qualcuno potrà certamente dissentire dalla sua modalità di espressione … Trovo comunque poco edificanti queste sottili polemiche fra grandi.
    So che a Marco devo molto, anche la vita, ma questo non credo mi impedisca di vedere le cose con obiettività

  3. 10

    L’articolo di Hanspeter è veramente centrato da applaudire lungamente, quello dei tre pilastri è un cocetto che ho sempre avuto bene in mente anch’io mentre facevo la guida.
    Concordo pienamente che il peso della responsabilita deve essere diviso e portato equamente nello zaino della Guide e dell’amico cliente specialmente se si fa attivita impegnativa.

  4. 9

    Caro Marcello mi spiace che tu pensi che facevo il comico fuoriluogo io sono così ed ho sempre vissuto la vita in maniera allegra, il mio modo di andare in montagna e di fare la guida è sempre stato allegro.
    Io ho cercato di trasmettere quello che sono dentro, ad Hans Peter come a tutto il pubblico era piaciuto molto se non ricordo male.
    ciao un abbraccio.

  5. 8

    Concordo pienamente anche perché quella sera a Trento c’ero anch’io, forse immeritatamente, mah, su quel palco.
    C’erano anche il povero Loretan e Marco Furlani che faceva il comico, secondo me un po’ fuori luogo, ma fa lo stesso.
    Quello che non capisco è il concetto di Futuro Scomodo e Pericoloso per la Guida Alpina.
    Caro Hanspeter, non essere così pessimista. Alla luce di quello che hai detto a me sembra che il futuro si prospetti positivamente. Una guida con le tue convinzioni (che sono in gran parte anche le mie) può solo guardare al futuro con speranza e ottimismo, proprio perché ha una giusta percezione di quello che fa da oltre trent’anni.
    Poi per stare su un palco, secondo me, serve solo qualcosa di buono da raccontare.
    Ho assistito a serate di fortissimi alpinisti e mi sono addormentato dalla noia. Tanti nostri colleghi famosi appartengono a questa “elite”. Uno può dire qualcosa di buono e intelligente anche parlando di sentieri, ti assicuro, perché vado spesso anche a serate degli altri. Di solito chi sta su un palco si parla addosso e si fa bello, ma questo è scontato e noiosissimo.
    Dante non era il diavolo eppure il suo inferno non era poi così mal descritto, dai…
    E buone scalate! Ciao. Marcello

  6. 7
    valter says:

    Hans Peter ha ragione quando dice che anche il cliente deve prendere un po’ di responsabilità: da cliente dico che la mia prima responsabilità deve essere capire quale salita è alla mia portata pur essendo con la Guida Alpina, perché non è che con la Guida posso pretendere di andare dovunque (“tanto c’è la Guida”). Se scoppio sulla Est del Rosa, o se non passo sul Pesce, la Guida non mi tira su né mi porta in spalla, semplicemente perché non può, ed anzi farebbe bene a considerarmi un incosciente perché ho messo a repentaglio anche la sua vita, magari mentendo sulle mie effettive capacità. Quante volte ho chiesto alla Guida “secondo te ce la faccio a venire là ?”.
    Un’altra responsabilità dev’essere quella di imparare dalle Guide, non per nulla si chiamano Maestri d’alpinismo: è inutile prendere la Guida 100 volte e non saper fare l’otto nell’imbrago.
    Non dimentichiamo che l’interpretazione del bollettino meteo o di un pendio nevoso sono, forse, come quelle di un rx o un’ecografia: non c’è nulla di facile o scontato, il buon senso ci può aiutare, ma solo aiutare, non ci garantisce nulla, come la Guida non garantisce la sicurezza assoluta, impossibile da raggiungere.
    Ed infine basta con nuovi impianti di risalita: quelli che ci sono bastano ed avanzano. Bisogerebbe cominciare a pensare che se ci serve l’impianto per salire, forse dovremmo accontentarci di andare su una cima più bassa.

  7. 6
    Blitz says:

    penso ci sia poco da commentare a questo articolo, standing ovation

  8. 5
    Stefano Michelazzi says:

    Non credo serva specificare punto per punto qualunque cosa… basta leggere attentamente, osservare anche il curriculum e le risposte arrivano da sole…

  9. 4
    Alberto Conserva says:

    Riflessioni interessanti e mature, non entra però nel punto più delicato. La guida alpina facilita l’accesso di alpinisti meno esperti alle difficoltà della montagna, oppure è la montagna che deve essere facilitata con modifiche dell’ambiente o con l’accesso di mezzi meccanizzati in modo che la guida alpina abbia più possibilità di lavoro?
    Alberto Conserva, da facebook

  10. 3
    Nicolini franco says:

    Bravo

  11. 2
    adriano campardo says:

    Bravo Hans Peter, cosi dove essere una vera guida alpina!

  12. 1

    Mi alzai in piedi ed applaudii sentitamente questo intervento di Hans Peter allora, e lo farei di nuovo oggi, così come leggo volentieri le sue parole su questo articolo.
    In pochi brevi passi è riuscito ad incarnare ciò a cui l’evoluzione della nostra figura dovrebbe giungere e ciò che invece rende instabile il suo futuro.

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