Un ricordo di Gian Carlo Grassi

Un ricordo di Gian Carlo Grassi
di Ugo Manera

Ricordare un personaggio a 25 anni dalla scomparsa non è semplice, vari sentimenti si incrociano e spesso si scivola, magari involontariamente, nella celebrazione retorica elencando enfaticamente meriti e qualità di chi non c’è più. Terribile poi io trovo il modo, abbastanza in uso, di rivolgersi in prima persona con discorso diretto a chi non c’è più.

Gian Carlo Grassi
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Considero doveroso e utile ricordare e diffondere la conoscenza delle persone che hanno fatto la storia delle attività che ci interessano ma credo lo si debba fare ricostruendo e raccontando i fatti nel modo più veritiero possibile evidenziando in modo non celebrativo, qualità e successi, e senza tacere gli insuccessi.

Gian Carlo è stato un grande personaggio dell’alpinismo della seconda metà del ‘900 e non solo a livello regionale o nazionale ma in senso assoluto, molto più grande e importante di come emerge dai documenti storici dell’alpinismo di quegli anni. Il nome di Grassi ci fa venire in mente l’inventore dei più fantasiosi itinerari su cascate di ghiaccio e couloir fantasma nei luoghi più remoti, il salitore delle paurose seraccate di ghiaccio, l’instancabile ricercatore di nuovi problemi ovunque esisteva un pezzo di roccia inesplorato, lo scopritore tra i primi, della pari dignità tra tutte le avventure di scalata, dai massi della valle di Susa, alle rocce della Valle dell’Orco fino sulle più lontane pareti del Monte Bianco.

Gian Carlo Grassi su cascata
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Io più che quel personaggio noto voglio raccontare, attraverso i miei ricordi, il Grassi più lontano, quello degli inizi e il suo passaggio dal timido Calimero al Maestro apprezzato e seguito dai giovani suoi discepoli del dopo 1972.

Prima di immergermi nei ricordi voglio evidenziare un aspetto del personaggio Grassi: io ho conosciuto innumerevoli scalatori, celebri e meno celebri, di varie generazioni, ma non ricordo di aver rilevato in nessuno una passione così grande e incondizionata per l’alpinismo e la montagna come in Gian Carlo. Un amore totale e sereno, sempre positivo, in lui non traspare mai una visione drammatica anche nelle situazioni più estreme, egli vive l’avventura alpina alla Rebuffat, sempre positiva, lontana dagli aspetti a volte tragici che traspaiono dai racconti di Bonatti e a volte anche di Messner.

Gianni Comino in apertura alla Cascata del Moulinet, via Bernardi-Comino-Grassi
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Era il 1963 e mi trovavo al rifugio Bozano per salire il Corno Stella, arrivò un amico: Ezio Comba in compagnia di un ragazzo molto giovane, sembrava un bambino. Era incantato dalla cerchia di montagne che ci circondava, Ezio ce lo presentò come: Gian Carlo, parlò pochissimo e nelle sue azioni traspariva una grande timidezza, mi è rimasto impresso un particolare: non aveva con sé null’altro da mangiare che una scatola di latta di minestrone pronto. Così conobbi Gian Carlo Grassi.

Quale era l’ambiente alpinistico torinese di quegli anni? Stava esaurendosi la spinta del gruppo che aveva caratterizzato il dopo Gervasutti: a differenza dei protagonisti dell’alpinismo di punta dell’ante guerra, espressi in massima parte dalla borghesia illuminata e colta, questi giovani, disinibiti e determinati, provenivano prevalentemente dal mondo proletario dell’officina. Tra di essi emersero: Piero Fornelli, Corradino Rabbi, Guido Rossa, Andrea Mellano, Franco Ribetti. Un giovanissimo nuovo protagonista stava emergendo con una bella serie di imprese: Gianni Ribaldone, ma cadde con due allievi della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti sul Mont Blanc du Tacul nel 1966.

Gian Carlo Grassi sulla Parete del Camoscio Cieco
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Attraverso la Gerva arrivarono i protagonisti degli anni a seguire: nel 1965 venni invitato come istruttore nella scuola, contemporaneamente entrò nell’organico istruttori Gian Piero Motti, proveniente dai corsi di alpinismo, superati in modo brillante. Motti era molto determinato e subito affrontò, in modo che ad alcuni parve spavaldo, scalate di grande difficoltà. Egli proveniva da una famiglia benestante, aveva tempo per allenarsi, il suo materiale di scalata era sempre della migliore qualità e tra i giovanissimi fu il primo ad avere un’auto propria. Allora era ancora in uso il coniare dei sopranomi che derivavano dal modo di presentarsi o da impressioni caratteriali, così a Gian Piero venne affibbiato il titolo di Principe.

Gian Carlo Grassi, il Maestro
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Grassi comparve nella scuola come allievo e nel 1968 entrò nell’organico istruttori. Non vi rimase per molto, il clima di ordine e disciplina voluto da Giuseppe Dionisi si scontrava con il suo desiderio di sfuggire proprio a quei vincoli. Allora era molto timido e non si imponeva all’attenzione, era chiara ed evidente in lui una enorme passione per l’alpinismo, avrebbe voluto dedicare tutto il suo tempo alla scalata invece era costretto a un lavoro che odiava e di questo si lamentava spesso, non partecipava molto alle animate discussioni sull’etica e sugli orizzonti dell’alpinismo, allora in voga tra di noi, animate spesso dai temi suggeriti da Motti. Questo suo atteggiamento da pulcino un po’ sfigato gli valse da parte di qualcheduno (non ricordo più chi) l’appellativo di Calimero: personaggio reso celebre della pubblicità di un detersivo, perseguitato dalla sfortuna.

Motti aveva necessità di compagni che lo seguissero nella rincorsa delle tante idee che aveva in testa, così presto coinvolse e trascinò Gian Carlo nella realizzazione dei suoi progetti; si formò la cordata Principe – Calimero e per un po’ la collaborazione prese l’aspetto che si evince dai sopranomi: Gian Piero era esuberante nell’arrampicata, amava guidare la danza e poco spazio lasciava al compagno per esprimersi da capo cordata.

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Malgrado qualche episodio sfortunato, come la frattura di una gamba nel tentativo di applicare il metodo De Francesch nella chiodatura a “pressione”, l’attività di Gian Carlo decollò e divenne cospicua, nell’inverno ’68-‘69 effettuammo insieme un paio di prime invernali con qualche incidente che non aiutava a scollargli di dosso l’appellativo di Calimero: una notte partimmo da Crissolo, egli aveva degli sci di fortuna e non era assolutamente capace a sciare, dopo meno di un’ora i suoi attacchi si sfasciarono e io dovetti applicare tutta la mia abilità di meccanico per una riparazione di fortuna che gli consentì di arrivare al rifugio sotto la Punta Udine alle 2 di notte.

Nell’estate successiva salimmo insieme il Pilier Gervasutti al Tacul, al ritorno era stremato ma due giorni dopo, attingendo energie non so da dove, partiva per lo sperone Walker alle Grandes Jorasses.

Proprio la sera dopo il Pilier Gervasutti ci trovammo in buona compagnia in una tenda al campeggio Grandes Jorasses; oltre a noi due vi erano: Guido Machetto, Gianni Calcagno, Paolo Armando. Guido, che doveva avere poi un ruolo importante nel futuro di Gian Carlo, voleva convincere il nostro a seguirlo in una spedizione al K6 in Karakorum organizzata da una sezione CAI dell’Italia Centrale, per vincere le sue titubanze gli diceva: “Tu vieni con me a conoscere gli organizzatori, non devi però presentarti come Calimero, nascondendoti sotto il tavolo per la timidezza, devi dire con il petto in fuori, e in modo aggressivo, io sono Gian Carlo Grassi, campione dell’alpinismo torinese ed ho scalato questo, questo e quest’altro”. Il progetto, almeno per Gian Carlo, non ebbe poi seguito.

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All’inizio del 1972 gli fu diagnosticata una malattia polmonare, venne ricoverato in sanatorio e vi rimase per oltre due mesi, andavamo a trovarlo ed eravamo preoccupati molto per lui. Non si perse d’animo però e continuò a fare progetti, quando uscì aveva maturato il diritto a un sussidio di 60.000 lire al mese per 6 mesi, fu la svolta della sua vita, smise di lavorare e si dedicò alla montagna a tempo pieno. Guido Machetto, guida e maestro di sci, gli procurò un lavoro stagionale agli impianti di sci a Limone Piemonte. Si iscrisse al corso guide e, avuto il brevetto, cominciò a cercare clienti da portare in montagna. Per facilitarsi il compito si stabilì a Courmayeur nella stagione estiva. Abitava in un buco che aveva trovato a poco prezzo. Una notte qualcuno male intenzionato, in sua assenza, gli rubò tutto il materiale alpinistico; non aveva soldi per rifarsi l’attrezzatura e noi amici raccogliemmo tutto quello che gli serviva per non perdere la sua ancora incerta stagione di lavoro.

Conobbe dei francesi e li portò a scoprire la Valle dell’Orco, con essi si instaurò un legame di amicizia. Erano dei viticultori e Gian Carlo, nella stagione della vendemmia, andò a lavorare per loro per alcuni anni. In una di queste spedizioni conobbe la ragazza che divenne sua moglie.

Quando Gian Carlo uscì dal Sanatorio qualche cosa era cambiato, anche nei rapporti con gli amici di antica data, era probabilmente maturata in lui la necessità di una maggiore indipendenza decisionale e di sentirsi di più protagonista in prima persona. Pur mantenendo i legami che aveva con me, Gian Piero e altri del vecchio gruppo, poco a poco si creò un nuovo cerchio di amici, in prevalenza giovani emergenti che presto individuarono in lui il loro punto di riferimento. Tra questi ragazzi, portati ad andare contro corrente e con qualche tendenza trasgressiva, Grassi divenne il Maestro. Tramontava così l’era Calimero.

Danilo Galante apre la Fessura della Disperazione al Sergent
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Il più rappresentativo dei “discepoli” del Maestro fu Danilo Galante, anche lui allievo della Gerva, scalatore forte e determinato, uno dei trascinatori del nuovo gruppo entro al quale divenne il Mago. Gian Carlo era portato a legarsi di amicizia profonda con i compagni di scalata con i quali entrava in sintonia, l’amicizia con Danilo fu molto forte ma venne stroncata presto, nel 1975 quando, in cima alla Chartreuse, dopo una scalata, sorpresi dalla notte e da una bufera di neve, Galante morì di sfinimento malgrado l’assistenza prodigatagli da Gian Carlo.

Eravamo tutti amici e scalavamo insieme ma tra il nuovo gruppo di Gian Carlo e noi più antichi sorse una forma di benevola competizione così quando Gian Piero e io scoprimmo una parete che rappresentava un nuovo orizzonte e che io battezzai Caporal, Gian Carlo, subito ne trovò un’altra poco discosta e, quasi a rivendicare un titolo di supremazia, la chiamò Sergent.

L’affermazione di Grassi come professionista dell’alpinismo proseguì tra molte difficoltà ma sorretta sempre da grande volontà e infinita passione, il suo nome era ormai noto e la sua immagine venne usata come veicolo pubblicitario di prodotti per alpinismo e qualche volta la sua buona fede venne tradita da operatori senza scrupoli che non gli pagarono quanto dovuto.

L’attività professionistica, necessaria per vivere, non limitò mai la sua spinta amatoriale verso la scoperta e l’invenzione del nuovo. Note a tutti sono le sue campagne di ricerca, prima dei massi erratici della bassa valle di Susa, poi, capitolo infinito, delle cascate di ghiaccio nei luoghi più remoti, infine, spesso in competizione con me, la caccia alle pareti dimenticate nelle valli torinesi, nel Gran Paradiso e nel Bianco.

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Ripensando oggi a Gian Carlo mi torna alla mente un periodo della nostra storia alpinistica quando si sviluppò il dibattito su una visione intellettual- filosofica dell’alpinismo: venne di moda leggere Il Monte Analogo di René Daumal, la montagna simbolica che unisce il Cielo alla Terra. Si affermarono gli scritti di Bernard Amy come il celebre Il più Grande Scalatore del Mondo (Tronc Feuillu)”. In Francia comparve la rivista Passage con titoli del tipo Dal Settimo Grado al Settimo Cielo. Si ragionava e disquisiva su una visione esoterica dell’alpinismo, proiettato a volte in una dimensione trascendente.

Io ero totalmente fuori da questi problemi, un amico aveva scritto che il mio motto era: ‘n tuca fe ‘d salite, Gian Piero mi prendeva in giro chiamandomi Manera Pan e Pera, e io, in modo pragmatico, restavo fedele a questi stereotipi, definivo “seghe mentali” quelle elucubrazioni filosofiche.

Gian Carlo invece, tra tutti, fu l’unico che effettivamente scalando entrò in una dimensione trascendente, viveva l’ascensione come un sogno visionario nel suo “Giardino di Cristallo”. Un giorno mi confidò che non usava più il casco per scalare perché si sentiva talmente integrato nell’ambiente di ghiaccio e roccia che nulla poteva succedergli.

Qualche traccia dell’antico Calimero rimase in lui anche nella maturità: temeva ciò che gli appariva come atteggiamento critico nei suoi confronti, il dubbio lo rendeva permaloso e causò la rottura di importanti amicizie. Così se nella sua attività agì come ricercatore instancabile e innovatore, rimase conservatore il suo atteggiamento nei confronti di alcuni nuovi fenomeni come le gare di arrampicata e il nascere di vie attrezzate con ancoraggi fissi, salvo poi adeguarsi e fare propria quest’ultima realtà.

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Un ricordo di Gian Carlo Grassi ultima modifica: 2016-12-27T05:29:47+02:00 da GognaBlog

18 pensieri su “Un ricordo di Gian Carlo Grassi”

  1. 18
    Giancarlo Venturini says:

    Storie..belle di Alpinisti ,che anno segnato, un’ epoca non molto lontana , che fa immenso piacere conoscere…e leggere..!  Grazie……e Saluti..

  2. 17
    Alberto Benassi says:

    Il 6 di gennaio del 1985 sul monte Fiocca in Apuane aprimmo una via su ghiaccio e misto . Il tiro chiave è una bellissima cascata di ghiaccio. In quei giorni nevicò fin sulla spiaggia di Viareggio . Durante la salita la temperatura scese fino a -20. Il nome che demmo alla via oltre che dal gran freddo e dall’impegno che ci richiese,  fu ispirato da G.C. Grassi, che poco tempo prima , su nostro invito,  era  venuto a Pietrasanta  a fare una serata. Pochi giorni dopo la salita,  leggendo  una sua guida di arrampicate sui massi della Val di Susa, casualmente trovai questo nome: DOCCIA FREDDA.  Ci sembrò perfetto!

  3. 16
    Alberto Benassi says:

    Grassi come anche Calcagno, per noi amanti dell’alpinismo invernale apuano,  sono stati dei maestri ispiratori.

  4. 15
    Marcello Cominetti says:

    Si, sono storia, e storia bella e avvincente. Io, quegli alpinisti li paragono ai Beatles.
    E Giancarlo Grassi, con cui ebbi il privilegio di scalare una volta a Cogne, mi piace vederlo come il George Harrison di quell’epoca: inizialmente timido, spiritualmente illuminato durante il cammino e infine sublime quanto a capacità, passione e profondità d’azione a tutto campo. Doti che solo i grandi possiedono. Se voglio associarlo a una canzone, infatti questa è: My sweet lord.

  5. 14
    Fabio Bertoncelli says:
    Fabio Bertoncelli says:

    Io apprezzo molto questi scritti che riguardano personaggi del passato. Descrivono episodi grandi e piccoli di cui non si sapeva nulla. Servono per capire l’uomo, oltre che l’alpinista. Riportano la mente a un’epoca che non esiste piú. Sono memorie di chi conobbe le persone di cui parla e perciò hanno il valore della testimonianza. Sono storia, la storia di tutti noi.

    Spero di leggerne molti altri.

  6. 13
    Arrosto says:

    Gian Carlo lo incontravo abbastanza spesso in allenamento sui massi erratici della bassa Valsusa verso la fine dei ’70.Io facevo jogging ma mi fermavo per ammirarlo su per strapiombi di 3 metri di 6c.Il sassismo in Italia , come allora era stato chiamato , aveva trovato un mentore per le Alpi Occidentali e poco dopo anche un divulgatore.

  7. 12
    marco maria pirrami says:

    ho preparato una targa per ricordare giancarlo grassi proprio sui quei monti che l’hanno visto nella sua ultima scalata. Purtroppo il terremoto mi ha impedito di portare a termine il mio progetto. Confido di scoprire la targa nella prossima estate, alla forcella della neve presso il monte bove
    Se qualcuno vorrà partecipare questa la mia email: gusgoose_it@libero.it

  8. 11
    Dante Alpe says:

    Essendo compaesano di Giancarlo ho avuto la fortuna di essergli amico e di scalare spese volte con lui durante gli anni 80. La cosa incredibile di Giancarlo era la sua continua ricerca di nuovi itinerari sia su roccia che su ghiaccio. Non si fermava mai ! Al mattino si scalava su cascata e al pomeriggio si andava a Caprie a finire qualche via su roccia. Era praticamente in attività 350 giorni all’anno ! Era un entusiasta della montagna per cui aveva sempre bisogno di compagni di cordata per portare a termine le sue imprese e a volte quindi si accontentava di scalare anche con il sottoscritto. Era un periodo bellissimo perchè ogni volta che si usciva alla ricerca di una nuova cascata si era sicuri di vivere una avventura sia nell’avvicinamento che nella scalata vera e propria. Non parliamo poi di certe discese e ritorni all’auto piuttosto rocamboleschi . Giancarlo è stato sicuramente un grande alpinista a torto sottovalutato anche perchè essendo sempre in azione non aveva molto tempo per curare la propria immagine. Grazie “Maestro” per il tempo passato assieme !

  9. 10
    Federico Oggioni says:

    Bellissimo racconto fuori dai soliti schemi preconfezionati.

  10. 9
  11. 8
    Andrea Rossi says:

    Val Varaita un inverno poco nevoso, ero andato con amici a passare là alcuni dei pochissimi gg di ferie che posso permettermi durante l’anno, Rif non ricordo il nome forse Savigliano, ma ricordo benissimo l’emozione di aver incontrato colui che per noi dilettanti di alpinismo era il mito del momento, a quei tempi la piolet traction sulle cascate era stata portata ai media dalle sue imprese. di Giancarlo Grassi mito del ghiaccio sottile si parlava in continuazione, e quella sera era proprio li vicino a noi, una stretta di mano doverosa, complimenti ai quali però sembrava refrattario e un gran bel sorriso, alcune info per il giorno seguente, tra i presenti ricordo Angelo Siri, e forse qualche altro del gruppo selvaggio, poi tutti a nanna per la salita del giorno seguente.
    Fu quella l’unica volta che lo vidi, quando arrivò la notizia dal monte Vettore, compresi quanto la vita ci renda unici ma al tempo stesso ci cancella inesorabilmente, non fosse per il fatto che ognuno lascia dietro al proprio passaggio traccie importanti, quelle di GianCarlo in Alpinismo sono tuttora indelebili.

  12. 7
    Alberto Benassi says:

    Di Giancarlo Grassi conservo ancora, come una reliquia, la sua guida GHIACCIO DELL’OVEST, autografata una sera al rifugio Savigliano in Val Varaita.

  13. 6

    Visto che mi trovo a El Chaltén, leggo sulla guida Patagonia Vertical di R.Garibotti e D.Pietron- ultima edizione- a pag. 368 di una via Grassi-Pe-Rossi sulla Aguja St. Exupéry dal nome di Jugo de Hielo (=succo di ghiaccio) che viene commentata dall’autore (di cui conosco bene lo spirito estremamente critico) come:
    “Fu una delle 4 vie che questa cordata aprì in un mese di permanenza. A metà degli anni ’80, quando gli scalatori guardavano solo il Cerro Torre e il Fitz Roy, questa ricerca di linee sulle cime minori fu un chiaro passo avanti.”
    Quindi il buon Grassi lasciò il segno anche qui, aprì una strada nuova, e che strada!
    Io che sono cresciuto alpinisticamente con Stefano De Benedetti, ricordo che quando lui mi parlava della cordata Grassi-Comino era come se aprisse la porta a un altro mondo. Poi conobbi Giancarlo scoprendo la sua umiltà e il suo entusiasmo anche verso i giovani come me. Un impulso significativo tra i pochi che mi cambiarono la vita. Come non ricordarlo!? Grazie a Manera per la dovizia e la chiarezza.

  14. 5
    Alberto Benassi says:

    il 6 di gennaio 1985 sul monte Fiocca in Apuane. Salimmo il canale ovest lungo una serie di colate, in particolare una grande cascata, che si erano formate per il grande freddo di quei giorni. Questa prima, lungo un couloir fantasma, come Grassi li chiamava, fu una una bella novità per l’alpinismo invernale delle nostre montagne.
    Leggendo la sua guida arrampicate in val di Susa trovai un nome che, visto il grande freddo che prendemmo quel giorno, mi sembrò più che azzeccato per questa nostra prima: DOCCIA FREDDA.

  15. 4
    Herman says:

    a proposito del suo spirito di “ricercatore instancabile e innovatore” credo di poter dare un piccolo contributo poco conosciuto. In un numero che non ricordo della Rivista della Montagna dei primi anni 90, Gian Carlo scrisse un articolo sulle sue scalate nella regione sconosciuta ai più, dei “dome” di granito alti fino a 500m della regione di Savandurga, vicino a Bangalore nel sud dell’India. Ricordo che era sera, quando gli telefonai e lui molto gentilmente mi diede le informazioni che cercavo, per scalare da quelle parti. Quando mi trovai sul posto ebbi modo di arrampicare con dei forti o forse folli ragazzi indiani (visto che non usavano praticamente niente per assicurarsi) e volli sapere se avevano conosciuto Gian Carlo, dalle loro testimonianze, capii il grande rispetto che avevano per quello “straniero” che era arrivato e aveva risolto senza tante storie, una via impegnativa che incuteva terrore ai locali, dove i più bravi del posto erano rimasti incrodati per alcuni giorni prima che tutte le corde della regione fossero state reperite per essere annodate creando una lunghissima corda fissa che era servita per recuperarli. Chapeu!

  16. 3
    Dario Bonafini says:

    Un Grande Alpinista Italiano fra i più longevi ebbe a dire che l’Alpinista che riesce a invecchiare è oltre che bravo anche molto fortunato..
    (Penso sia chiaro a tutti di chi parlo)

  17. 2
    Alessandro vichi says:

    Sono stato 2 sole volte in valle dell’Orco ma la prima volta in un bar sentii subito parlare di Giancarlo come di un grande personaggio capace di fare cose in anticipo sui tempi e la cosa mi incuriosì a tal punto che cominciai a recuperare info in internet e dal leggere all’azione il passo fu breve ed andai a ripetere una sua via in fessura dove il carattere e la mentalità ne uscivano alla grande. Mi ha ricordato un po Casarotto.
    Penso sempre che i grandi alpinisti siano quelli che arrivano vecchi a raccontare le proprie avventure e che il limite in quanto tale vada superato solo nella mente e non in ambiente dove gli errori non sono perdonati.

  18. 1
    Dario Bonafini says:

    Questo racconto mi ha ricordando persone che per me sono stati dei Miti, quando ho iniziato a scalare Leggendo le riviste del periodo seguivo le loro imprese, Grassi e Calcagno in particolare mi sono rimasti nel cuore.
    Grazie a Manera per il suo articolo che svela alcuni aspetti intimi del grande G. C. Grassi.

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