Una bestia vera e propria

Il North Twin Peak nelle Montagne Rocciose Canadesi ospita alcune tra le più difficili vie alpinistiche del mondo. Lo scalatore sloveno Marko Prezelj quando vide per la prima volta la sua cupa parete nord lo definì “una bestia vera e propria”. Ancora non sapeva, però, che razza di mostro sarebbe diventato. Il suo compagno, l’alpinista americano Steve House descrive l’avventura che portò al limite le capacità di sopravvivenza di ambedue. La loro fu la terza ascensione della parete, per un nuovo itinerario tra le leggendarie e irripetute vie Lowe/Jones (1974) e Blanchard/Cheesmond (1985), primi di aprile 2004.

Una bestia vera e propria
di Steve House
Traduzione © Luca Calvi
(pubblicato da www.climbmagazine.com, per gentile concessione)

Giorno 3. Marko è partito dalla sosta più di due ore fa, salendo dritto e poi a destra, per poi scomparire dietro ad uno spigolo. Mi capita di sentire ogni tanto il tintinnio metallico quando batte per piantare un chiodo. La corda si prende qualche centimetro ogni due o tre minuti. Vengo assalito da brividi di freddo improvvisi e per riuscire a scaldarmi faccio flessioni tenendomi contro la roccia. Lassù, da qualche parte, Marko continua a progredire di qualche centimetro, poi l’aria, così silenziosa, viene tagliata dalla voce di Marko: “Molla tutto!”.

Sollevato, mi metto il sacco sulla spalla, tolgo l’attrezzatura dall’ancoraggio e aspetto che la corda si tenda. Un altro urlo da parte sua. “Vieni!”, Gli rispondo con un “okay” davvero lungo e tolgo l’ultimo moschettone.

Inizio a scalare che ho ancora addosso la giacca a vento. Giro attorno allo spigolo e vedo che le corde tirano dritte lungo un sistema di piccole cenge orizzontali. La pancia di roccia sopra le cenge è lucida come uno specchio. Con ben poco cui appigliarmi, inizio a muovermi in equilibrio sui piedi e mi sposto in avanti facendo in modo che il peso del sacco da parete rimanga quanto più possibile contro la roccia. Poi, finalmente, arrivo nel punto in cui le corde schizzano verso l’alto, lungo la roccia più che verticale. Qui c’è una esilissima fessurina che divide in due uno strapiombino grande forse quindici centimetri e poi diventa appena più ampia. Giusto sopra quel tettino, appena appena a portata di mano, quella fessurina si apre quel tanto che è poi bastato ad accettare l’inserimento del più piccolo dei nostri chiodi. Piazzo la becca della piccozza nel buco del chiodo, ci accoppio sopra la punta dell’altro attrezzo e mi isso di forza.

“Bel lavoro, Marko!” – gli dico, ansimando.

“Era l’unica possibilità, non trovi?”

Marko Prezelj da capocordata sulla parete nord del North Twin Peak, secondo giorno
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Ha ragione, non c’erano altre possibilità se non quella di scalare quella fessurina così simile ad una cucitura. La spaccatura prosegue poi sopra la sosta di Marko verso un tetto triangolare con fessure profonde e all’apparenza buone, che portano alla sinistra del tetto verso un’altra grande parete verticale. Questa dovrebbe portare a quella che io spero tanto sia una cengia. E’ ormai mezzogiorno passato e l’oscurità ci coglierà mentre saremo lì, se non anche prima.

“Questa è tutta per te!” – dice Marko passandomi il materiale ben organizzato. Mi sistemo la ferraglia in fretta e parto, con i ramponi che grattano alla ricerca di presa mentre salgo verso il tetto triangolare. C’è un masso, alto circa un metro e venti e largo un paio di metri, in bilico sotto al tetto. Sembra essere cementato alla parete grazie ai residui di neve che le tempeste invernali hanno spinto fin dentro le fessure della parete.

Piazzo una protezione circa trenta centimetri al di sotto. Vedo chiaramente che se per caso quel masso dovesse staccarsi e cadere andrebbe a finire dritto sulle corde, e di sicuro le trancerebbe prima di atterrare dritto sulla sosta dove c’è Marko dodici metri di sotto. Legato alla parete verticale, l’unica cosa che potrebbe muovere per evitare quel missile sarebbe un piede, da un lato o dall’altro. Mi alzo in opposizione, con grande cautela, puntando gli scarponi ramponati ad ambo i lati del masso. Raggiunto l’orlo del tetto mi muovo verso sinistra, lontano da quel masso omicida.

“Cinque metri!” – mi urla Marko. Salgo ancora un paio di metri e mi fermo ad attrezzare una sosta. Vedo un chiodo piantato all’incirca tre metri sotto di me, il che conferma che stiamo ancora seguendo la linea della via Lowe-Jones. Assicuro Marko che sale passando cautamente lungo il blocco sotto al tetto. Una volta superatolo prova a dargli un calcetto, tanto per vedere. Il blocco suona vuoto. Marko ritrae il piede per prendere forza ed assestargli un colpetto un po’ più forte ed il blocco parte sibilando nell’aria, lungo la placca, dritto verso il posto dove prima avevamo fatto sosta. Da lì, poi, parte in volo, roteando e sibilando, quindi, con un botto fragoroso, va ad infrangersi sul pendio in basso, a poca distanza dal luogo in cui avevamo bivaccato la notte prima. “Oh-oh” è il commento di Marko mentre considera quel che sarebbe potuto capitare.

E’ quasi buio e sottili linee bianche di neve rivelano le minuscole cengette sulla roccia nera, i veri appoggi risolutori per i piedi. Continuo a salire, sperando in una salvezza sotto forma di una cengia larga abbastanza da poterci dormire sopra. “Non si passa” – urlo a Marko e inizia a calarmi verso la fessura quasi due metri sotto i miei piedi. Non sono riuscito a trovare un posto da bivacco che potesse essere migliore della piccola cengia sulla quale Marko sta facendo sosta cinquanta metri sotto. Piazzo cinque protezioni, fisso una corda e scendo così a quella minima sosta preparata da Marko.

Mentre inizio la discesa lungo la corda sento il rumore fastidioso fatto da Marko che continua a spaccare pezzetti di ghiaccio col piccozzino. Alla luce gialla della frontale vedo che la cengia che si sta sforzando di rendere liscia e piatta è triangolare e sarà larga al massimo novanta centimetri. Una sola persona potrebbero starci comodamente, rimanendo con la schiena contro la parete e tenendo i piedi in uno zaino steso al di sotto per fare da supporto.

“Non è un gran che” – dico, indicando con gli occhi la cengia che sarà larga al massimo tre chiappe.

“Ma sì, dai, andrà bene” – mi risponde Marko. “Sopravvivremo”.

Marko è un tipo imperturbabile. Osservando la cengia penso che abbia ragione. Starci in due sarà difficile, ma potremo sopravvivere, anche se nessuno dei due dormirà. Cuciniamo metà delle rimanenti patate disidratate insaporite con il più grande dei due pezzi in cui abbiamo diviso l’ultima delle tavolette di burro avanzate. Marko, su mia sollecitazione, finisce anche gli anacardi. Metto il fornelletto ed il pentolino in un sacco appeso mentre Marko provvede a fissare i materassini agli ancoraggi. Qualsiasi cosa dovesse cadere da questo posto sarebbe perduta, inghiottita dall’oscurità.

Estraggo l’unico capo di vestiario aggiuntivo che ci siamo permessi, ovvero i calzini asciutti. I calzini asciutti ci permettono di poter dormire con le dita dei piedi asciutte e se si infilano quelli bagnati vicini agli strati di vestiario interni per l’indomani mattina saranno pronti, belli asciutti.

Seduto sul materassino in schiuma mi slaccio lo scafo esterno dello scarpone. Indosso scarponi doppi composti da una scarpetta interna isolante in schiuma e da uno scafo esterno protettivo e di sostegno. Per un momento mi chiedo se sia il caso di moschettonarlo: ho applicato a tale scopo sulla parte posteriore dello scafo un pezzetto di cordino blu, ma vedo che c’è una piccola tacca, un pezzettino tagliato dal rampone mentre stavo scalando. Lo tengo premuto tra schiena e parete. Marko si alza e con molta attenzione inizia a ricomporre il fornello.

Dopo essermi tolto la scarpetta interna posso muovere le dita dei piedi nei calzettoni asciutti e sentire attraverso il tessuto in capilene il rinfrescante effetto dell’aria notturna. Allargo i lacci della scarpetta interna e ci faccio entrare il piede. Poi vado a tentoni dietro di me alla ricerca dello scafo. Non avendo di meglio per afferrarli infilo l’indice nell’asoletta danneggiata che avevo predisposto dietro allo scafo. Infilando nello scafo la scarpetta, partendo dalle dita, inizio a tirare lo scafo per far entrare il piede, tirando l’asola fatta col cordino.

Il pezzetto di cordino improvvisamente mi si sfila dal dito, lo scarpone parte e tranquillo fluttua per un attimo alla luce della frontale prima di sprofondare nel buio e sparire nel nulla.

Silenzio. L’unica cosa che riesco a vedere è il debole fascio di luce che illumina davanti a me lo spazio su cui, fino a pochi istanti fa, stava il mio scarpone. E’ andato e non c’è modo di recuperarlo. Anche se avessimo abbastanza materiale per calarci in doppia fino alla base non riusciremmo comunque mai a trovarlo.

E’ un effetto a cascata: non possiamo scendere, quindi dobbiamo salire. Non ho lo scarpone quindi non posso infilare uno dei due ramponi. Senza rampone non posso scalare e senza scarpone non posso sciare. Senza sci sarà davvero dura riuscire a venirne fuori: siamo a venti miglia in linea d’aria dalla strada più vicina e la maggior parte di queste miglia è coperta da calotte e piccoli ghiacciai crepacciati, oppure da pareti verticali. A guardare il calendario siamo ad inizio primavera, ma l’ambiente in cui ci troviamo è ancora nel pieno dell’inverno: la massima giornaliera non sale mai al di sopra dei 7°C e la notte la minima arriva facilmente a -18°C. Abbiamo meno di un etto di patate disidratate, mezza tavoletta di burro, sei gel energetici, quattro barrette energetiche e un po’ di caffè liofilizzato. Abbiamo trecentocinquanta grammi di combustibile, quel che basta per poter produrre circa otto litri d’acqua fredda. Il tempo è stato buono per due giorni, ma di sicuro cambierà presto. Non abbiamo con noi radio o altri sistemi di comunicazione di qualsiasi tipo. Non saremo segnalati come dispersi prima di tre giorni. Tutto ciò viene calcolato nel giro di un istante.

“Argh!” – lascio uscire un urlo di terrore animalesco, ma non mi soddisfa per nulla. “Cazzo!” non serve a migliorare. Volgo lo sguardo verso Marko che mi guarda a bocca aperta, incredulo. “Ma cos’è successo?” . mi chiede. Gli mostro il pezzo di cordino strappato che tengo in mano attorno al dito e poi lo getto dietro allo scarpone perduto. “Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Sono uno stupido!”. Anche così non riesco a sentirmi meglio. Faccio alcuni respiri molto profondi, poi cambio il calzettone al piede sinistro. Tengo lo scarpone ben moschettonato a lacci puntigliosamente controllati.

Una volta terminato Marko mi passa il fornello e mi dice: “Mi sa che mi tengo i calzettoni ai piedi”. Mi arriva in faccia della neve che mi dà la sveglia. La tiro via con il guanto, ricordandomi all’improvviso dove mi trovo. Sto per scivolare giù dalla cengia, per cui accorcio un po’ il cordino che mi lega alla sosta. Mi sposto in avanti per cambiare il punto di pressione sulla gamba destra, ormai intorpidita e per permettere a Marko di avvicinarsi alla parete in quella sua lotta continua per restare sulla cengia.

Marko Prezelj subito sopra al secondo bivacco
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Guardo l’orologio e vedo che è mezzanotte e ventidue. Marko ha dormito a tratti nell’ultima ora, con la testa sulla mia spalla. Brutto segno, penso: anche se il cielo nella notte è pulito il soffiare del vento vicino alla vetta indica che il bel tempo si sta avvicinando alla fine.

Marko si sveglia borbottando e subito si mette a sedere con la schiena dritta contro la parete. Io accendo la frontale, tiro fuori dallo zaino il piede semi-scarponato e mi alzo. Provo a chiudere lo spiraglio che c’è tra il sacco da bivacco e la parete, quello che fa entrare la neve che poi ci arriva addosso. Riporto il sacco da bivacco sopra le nostre teste e, un po’ intontito, mi metto a riflettere sulla nostra situazione. Improvvisamente mi rendo conto di quanto io e Marko abbiamo bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere. Dobbiamo venir fuori da questa scalata e poi attraversare il Ghiacciaio Columbia per arrivare ad una strada. Il futuro di ognuno di noi dipende dall’altro.

Un’ora dopo l’alba sono già appeso ad una sosta, assetato, mentre Marko sta portando a termine un grande traverso. Non siamo riusciti ad accendere il fornelletto a causa della neve che ormai cade costantemente e questo vuol dire che per oggi non avremo acqua. Da una sosta posta cinquanta metri alla mia sinistra e circa tre metri più in alto Marko si prende un breve riposo per predisporre una buona sosta prima di urlarmi “Molla tutto!”.

Smonto nervosamente la sosta alla quale sono attaccato, sapendo che quello sarà un traverso difficile da fare. Al mattino, prima di partire, ho scandagliato il nostro piccolo sacco rifiuti ed ho recuperato tra sporte di plastica, per intenderci di quelle che si usano dal droghiere per metterci dentro le mele. Li ho piazzati tutti e tre, assieme ad un sacchetto zip lock da tre litri, resistente, sopra il piede coperto dal calzettone prima di infilare la scarpa interna. Poi ho avvolto la scarpetta interna con del nastro da atletica, l’unico componente del nostro kit da pronto soccorso e da riparazione. La mia speranza è che la plastica mantenga asciutto il piede e che il nastro vada a rinforzare il fragile tessuto della scarpetta interna.

Caricatomi il sacco con la attrezzatura da bivacco parto per il traverso con molta cautela. La scarpetta interna funziona sorprendentemente bene sulle piccole cenge da tre centimetri. Non sono riuscito a legare il rampone alla scarpetta interna, ma riesco a sentire benissimo la struttura della roccia sotto il piede, quasi come se stessi indossando scarpette da arrampicata.

Man mano che vado avanti gli appigli si fanno sempre più esigui e ben presto mi trovo in equilibrio su minuscole sporgenze. La mia punta anteriore sinistra è ben piazzata su una buona struttura, ma il piede destro, privo di scarponi, cerca disperatamente qualcosa sulla placca praticamente liscia. Portandomi a destra raggiungo una piccola cengia sulla quale riesco ad arrivare col tallone per mettermi in equilibrio. Non potendo fare altro mi isso a forza sulle picche da ghiaccio, delicatamente poggiate su sporgenze minime. All’improvviso parto, lo stomaco mi arriva in gola mentre sto volando lungo la parete. Il piccolo nut d’acciaio infilato nella fessura sopra di me all’inizio tiene la mia caduta, poi però fuoriesce a causa del pendolo ed io riparto giù lungo la parete. Il pendolo mi fa girare su me stesso e sbattere contro la roccia col caschetto e con la spalla, che si ammacca per bene. Quando riesco a fermarmi faccio un rapido inventario: mi sono tenuto sulle piccozze e mi pare di non essere ferito.

“Per fortuna è capitato a me” – dico a me stesso prendendo a prestito un vecchio mantra da uomini duri – “qualcun altro magari poteva farsi male”. “Stai bene?” – mi chiede Marko. Alzo gli occhi per rispondergli e noto un taglio in una delle due corde da scalata tre metri più in alto. Mi muovo rapidamente per tornare sulla roccia e allentare il mio peso sulla corda danneggiata. Riesco a scorgerne l’anima bianca attraverso la camicia esterna. La corda è recisa quasi per metà del suo diametro. Guardo in basso verso il ghiacciaio, mille metri verticali sotto di me. Poi guardo verso l’alto e rispondo “Sto bene!”. Non c’è tempo per star lì a dar spiegazioni, Marko saprà tutto non appena arrivo in sosta. Io, comunque, per assicurarmi ho ancora la seconda corda.

“Cazzo!” – dice lui mentre sto salendo gli ultimi passi del tiro – “La corda è tagliata!”:

“Lo so” – Gli rispondo.

“Fanculo, come cazzo hai fatto?”. Rimango in silenzio e gli lascio immaginare la scena mentre io salgo e vado a moschettonarmi in sosta. Posso supporre che durante la mia caduta la corda sia stata danneggiata da uno spuntoncino affilato.

“Dovremo tirare da primi solo con questi capi”. Mi indica i capi ai quali è legato. Uno dei miei capi, invece, essendo praticamente tagliato, non è più robusto a sufficienza per tenere la caduta del primo di cordata.

“Sì” – gli dico – “Adesso dove si va? Un pendolo fino a quel ghiaccio?”.

“Sì, dovrebbe essere quella l’uscita”.

“Lo spero tanto”.

La notte scaviamo una trincea contro la parte posteriore della cornice sommitale. E’ larga un metro e mezzo e lunga due. Io e Marko tiriamo il sacco da bivacco per farlo aderire sopra la trincea, ma l’abbiamo scavata troppo larga e da una parte lascia entrare il vento. Una folata, con una bella sferzata di neve gelida, arriva a battezzare la nostra trincea, dal lugubre aspetto tombale. Salgo con le ginocchia su uno dei materassini di schiuma e srotolo il secondo materassino per Marko. Siamo la terza cordata che riesce a scalare la parete ed abbiamo aperto una variante alla via del ’74, ma non c’è spazio per stare a congratularsi in questo bivacco così duro. Marko ha gli occhi che brillano nella luce riflessa della fiammella mentre sta chino a cuocere l’ultima parte di cibo rimastaci.

Marko Prezelj sulla lingua di ghiaccio che segna l’uscita dalla parete
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Momenti rubati di sonno simile alla morte si allungano fino a diventare minuti prima che la mia carne, in lento congelamento, mi costringa a riprendere coscienza. Ho i piedi che si intorpidiscono e così faccio qualche flessione, mentre Marko se ne rimane con la schiena girata perché ad ogni ripetizione faccio entrare aria fredda nell’unico sacco a pelo che condividiamo, tenendocelo sopra come fosse una coperta. Riprendo sonno e nel sogno rivedo decine di volte la scena della corda che si taglia.

Alle prime luci mi metto seduto. Scrollo via la neve dal sacco che protegge il fornello ed inizio la preparazione di una tazza di caffè dolce e caldo. Mentre il fornello borbotta tiro fuori la mappa. Mi metto a contare i millimetri cercando di essere il più attento possibile pur essendo affamato, disidrata e semiassiderata. Calcolo le coordinate del reticolo UTM per i punti che ho tracciato per la nostra fuga attraverso il ghiacciaio Columbia. Senza uno scarpone non se ne parla nemmeno di tornare ai piedi della parete dove abbiamo lasciato gli sci. L’unica opzione che ci resta è attraversare il ghiacciaio Columbia fino all’autostrada Banff-Jasper.

Sul fondo della tazza si formano piccole bollicine ed il fornelletto scoppietta per poi spegnersi del tutto. Ci rimane un’ultima bomboletta da duecentocinquanta grammi nel caso dovesse esserci ancora un altro bivacco. Mescolo l’ultimo caffè liofilizzato con lo zucchero e passo la tazza a Marko, che si puntella sul gomito, facendo un cenno col capo mentre riceve la tazza e beve con soddisfazione il liquido caldo. Dopo aver tirato fuori l’apparecchio GPS dal taschino interno dove lo tengo al caldo, inserisco le stringhe di numeri da dieci cifre. Due di queste stringhe numeriche delineano un waypoint. Quando arrivo ad avere inserito otto waypoint il GPS mi mostra la distanza in linea d’aria pari a circa 28 chilometri.

In mezzo al bianco accecante batto traccia tenendo la faccia attaccata al GPS giallo e nero cercando di stare attento con la coda dell’occhio alle depressioni che rivelano i crepacci nascosti. Voglio ripagare Marko per aver tirato tutte e 14 le lunghezze di corda sopra al bivacco dove ho perso lo scarpone. Parecchie di quelle lunghezze erano anche piuttosto dure con un potenziale di caduta davvero serio. Senza usare parole ambedue siamo d’accordo che sarò io a battere traccia grazie alla mia familiarità con la navigazione GPS. Il dispositivo conta ogni singolo metro.

Mi abbasso e mi ficco in bocca un po’ di neve, per succhiare un minimo di acqua. Cammino tenendo le mani davanti per avere un punto di riferimento. Ho un rampone sul piede sinistro mentre il piede destro può flettersi liberamente protetto dalla scarpetta interna. Avevo provato a legarci un rampone con un po’ di cordino, ma dopo un’ora e circa una mezza dozzina di pause per riallacciarlo ho deciso di lasciar stare. In compenso le dita dei piedi sono asciutte, i sacchetti di plastica hanno fatto il loro lavoro. Ho dolori alla schiena perché senza gli scarponi una delle gambe è di cinque centimetri più corta dell’altra, un piccolo prezzo da pagare per essere ancora in vita. Cerco di rimanere concentrato e di non staccare gli occhi dal GPS giallo e nero.

Dopo parecchie miglia lunghe e piene di ansia, nel tardo pomeriggio e con le gambe pesanti, scendiamo dalla spalla dello Snow Dome. Dobbiamo trovare il vicino passo dove il ghiacciaio Athabasca si incunea tra lo Snow Dome ed il Monte Andromeda, ma le indicazioni del GPS ci stanno portando verso una zona con crepacci sempre più larghi. Non mi resta altra scelta che portarmi a destra, fuori dal ghiacciaio Athabasca. Devio rispetto alle indicazioni del GPS e ci troviamo a perdere rapidamente quota. Controllo l’altimetro che dice 3160 metri: mancare il passo a quota 3030 significherebbe dover aggiungere altri quindici chilometri ad una giornata già lunga di suo.

Man mano che cammino, però, l’effetto di bianco accecante va diminuendo e la superficie della neve si fa sempre più nitida. Piccole ombre iniziano a rivelare piccole creste nevose battute dal vento. Abbassando la mano che regge il GPS per la prima volta oggi riesco a scorgere un orizzonte. Pochi passi e riesco a vedere il passo a un centinaio di metri alla nostra sinistra. Lancio un urlo e mi volto verso Marko, che alza la testa e si ferma.

Nella parte alta della parete, Steve House ha perso lo scafo di uno dei suoi scarponi, perciò improvvisa allo scopo di indossare comunque il rampone
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“Eccolo!” – urlo. Mi pare di vederlo sorridere sotto il cappuccio rosso del parka.

Scendendo a salti dalla seraccata inferiore del ghiacciaio Athabasca individuiamo un gruppetto di persone che sta risalendo il ghiacciaio verso di noi. Marko, che è davanti, gira verso di loro per andare e sfruttare la traccia che stanno battendo. Quando arriviamo vicini si fermano e si radunano sul ghiacciaio liscio e piatto.

Quando arriva ad una distanza di sei o sette metri uno di loro gli chiede: “E voi da dove arrivate?”. Il tono sembra piuttosto incredulo. Un vento forte sta sferzando la valle e porta fiocchi di neve grossi e gonfi che ci esplodono contro le giacche ed i volti.

“North Twin” – risponde Marko, continuando a camminare.

“Dove?”

“North Twin” – dice Marko, stavolta con aria spazientita per essere stato fermato.

“E gli sci dove li avete?”

Si gira verso il gruppo e risponde: “Li abbiamo lasciati lì”. Si gira di poco e indica con la punta della piccozza le nuvole scure dalle quali siamo scesi poco fa.

“Abbiamo scalato la parete Nord”. Marko non ha smesso di camminare e ormai li ha passati, per andare a prendere le tracce dei loro sci. Quelli lo seguono girando la testa proprio mentre sto sopraggiungendo io. Sentendomi in dovere di aggiungere qualche dettaglio, rallento il passo. “Abbiamo scalato la parete Nord del North Twin e siamo dovuti scendere attraverso il ghiacciaio. Ci abbiamo messo cinque giorni” – dico.

Il gruppo di gira verso di me. Rimango impressionato da quanto pulito sia il loro aspetto e da come sembrino vistosamente troppo vestiti. “Non abbiamo mangiato nulla per tutto il giorno e vogliamo arrivare alla strada prima che faccia buio”.

Non rispondono nulla e parlano tra loro, quindi riparto a pieno ritmo. In quel momento uno di loro mi dice a voce alta: “La parete nord del North Twin?”. Fa una pausa e poi si volta verso di me: “Ehi, ragazzi, ma voi chi siete?”.

“Nessuno” – gli rispondo – “Solo due ragazzi!!”.

Il libro di Steve House Beyond the mountain è uscito anche in edizione italiana Priuli&Verlucca, Collana CampoQuattro, 2010)
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Una bestia vera e propria ultima modifica: 2016-05-31T05:19:06+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Una bestia vera e propria”

  1. 5
    Lusa says:

    Proprio un bellissimo racconto! Grandi!

  2. 4
    Ermanno says:

    Grandissimi Marko e Steve!
    Grazie di quanto ci insegnate.

  3. 3
    Andrea Parmeggiani says:

    Veramente bello!!
    Non sono riuscito a staccarmi dal racconto fino alla fine!!

  4. 2
    Vinicio Vatteroni says:

    E’ ancora possibile l’avventura e alpinismo di autentico “alto” livello.

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    Bellissimo racconto di pura avventura e grande alpinismo.

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