Una campagna in Dolomiti

Il 3 luglio 1966 perdeva la vita sul canalone nord-est del Mont Blanc du Tacul, Gianni Ribaldone, con i compagni Domenico Navone ed Enzo Bosco. Aveva soltanto 24 anni ma già aveva realizzato una serie eccezionale di ascensioni di grande levatura su tutto l’arco alpino.

Come speleologo aveva — tra l’altro — raggiunto nel 1963 quota -875 che era, allora, la seconda profondità massima raggiunta nel mondo. Era stato decorato — il 2 giugno 1966 — di medaglia d’oro al valor civile per l’opera di soccorso svolta nella primavera dello stesso anno nella grotta di Roncobello.

Per ricordarLo Scàndere pubblica un Suo diario, scritto durante una «campagna» in Dolomiti nel 1963; sono semplici appunti che forse avrebbe sviluppato o forse aveva scritti solo per sé; ma nell’incalzante succedersi di date e di ascensioni c’è qualcosa di Lui, di quella Sua sete insaziabile di ore belle, grandi, di prove difficili. La Sua esemplare serietà, la capacità e la tenacia che Lo distinguevano sono documentate da un elenco delle Sue ascensioni più significative. La Sua generosità appare dalla motivazione della medaglia d’oro al valor civile conferitaGli.

La sua spiritualità ed elevatezza di sentimenti che non furono inferiori alla capacità tecnica emergono in alcuni Suoi scritti fra i quali ricordiamo Carnevale sul Campanile Basso, pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI n. 7 del 1964.

Ringraziamo sentitamente la Sua Famiglia per aver messo a disposizione il prezioso materiale che pubblichiamo (la Redazione di Scandere).

Ogni dettaglio su Gianni Ribaldone: https://www.gognablog.com/gianni-ribaldone/

Una campagna in Dolomiti
di Gianni Ribaldone

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Terminati gli esami, in quattro ci ritroviamo ai Resinelli, in Grigna, pronti a spiccare il volo per le Dolomiti. Sono con me Alberto Marchionni di Torino, che da anni ormai mi è compagno di salite, Elio Cafasso pure di Torino, una delle ultime promesse uscita dalla «Gervasutti», di cui ha frequentato con successo il I corso, e infine Alberto Calonaci di Milano. Primo nostro obiettivo è il Gruppo di Brenta.

20 luglio 1963. E’ l’alba quando lasciamo il rifugio SEM ai Resinelli, ma i nostri mezzi di locomozione (una moto e una 500 stracariche) esigono numerose soste ed è solo verso sera che raggiungiamo Madonna di Campiglio. Dopo gli ultimi acquisti ci spostiamo in Vallesinella, da dove parte il sentiero per il rifugio Brentei.

A questo punto iniziano le dolenti note: abbiamo deciso di fermarci almeno una settimana al rifugio del Brentei e per risparmiare i soldi del pernottamento ci carichiamo sulle spalle una pesante tenda da 4 persone che la Sezione di Torino ci ha gentilmente imprestato e inoltre chiodi, corde, moschettoni, viveri,  ecc.: insomma quando i sacchi sono pronti il loro peso oscillerà fra i 40 e i 50 kg.

Quando ci avviamo con il nostro carico su per i tornanti del sentiero, il sole è da poco tramontato e fortunatamente la notte cala un pietoso velo su di noi impedendo, al resto dell’umanità, di contemplare lo spettacolo della nostra penosa salita. Ma per ogni cosa c’è una fine e per noi la fine del calvario sarà verso le 22 di sera, dopo poco più di 3 ore di marcia con quel po’ po’ di roba sulle spalle.

Appena giunti al rifugio Brentei in breve alziamo la tenda e ci rifocilliamo un po’ prima di concederci un meritato riposo. Alle 23 siamo a letto.

21 luglio. Salita la via delle Guide al Crozzon di Brenta.
Sveglia alle 5 con tempo incerto, se non quasi brutto. Decidiamo però di recarci ugualmente verso la parete prescelta per la giornata. Si tratta della parete nord-est del Crozzon di Brenta: sì! E” proprio la famosa via delle Guide. Certo, come inizio di campagna, non c’è male.

Alle 7 siamo all’attacco. Un raggio di sole ci decide e attacchiamo. Il primo tratto della parete non è particolarmente impegnativo: è più faticoso che difficile; ma quando arriviamo alla prima cengia lo spettacolo che si offre è tutt’altro che accogliente.

Sopra di noi si intravede una parete verticale con numerosi strapiombi: insomma ha un’aria davvero poco invitante. Si comincia per una fessura verticale fin sotto un pronunciato strapiombo che si supera in arrampicata libera dominando un gran vuoto.

Man mano che si sale si ritrova la fiducia che l’imponenza della parete aveva un po’ allontanato e finalmente si gode completamente la bellezza dell’arrampicata: una successione di passaggi stupendi su una roccia meravigliosamente compatta.

Crozzon di Brenta con il tracciato della Via delle Guide

E le difficoltà continuano. E’ legato con me Elio che è alla prima salita di un certo impegno. La tecnica imparata alla «Gervasutti» viene qui sottoposta ad un duro esame e, dove manca la tecnica, supplisce la volontà del buon Elio che non risparmia certo energie pur di salire.

Diedri, strapiombi e vuoto, tanto vuoto. La regola è sempre «arrampicata libera». I chiodi sono pochi: due o tre per ogni lunghezza di corda, il minimo per salire con una certa tranquillità. Raggiungo finalmente la traversata sotto il grande strapiombo.

Mi fermo, mi assicuro ed Elio comincia a salire. La corda scorre sulla mia spalla, poi, ad un tratto, uno strappo. «Che c’è?». «Niente, tira! tira!». Ancora qualche minuto e poi ecco Elio sbucare dal vuoto. «Scusa, ho perso l’equilibrio». Riparto. Ho davanti il passaggio più duro di tutta la salita. Uno strapiombo bagnato e senza chiodi davvero impegnativo seguito da un diedro verticale. In cima, sotto uno strapiombo dall’aspetto più abbordabile, mi fermo appollaiandomi in una nicchia con i piedi penzoloni su un vuoto di 500 metri. Riparte Elio. Arriva sotto lo strapiombo, vedo spuntare il suo casco rosso, poi, di colpo, scompare in basso e di nuovo le corde si tendono. Ma la grinta e la volontà del mio compagno hanno presto la meglio sullo strapiombo. «Cribbio che passaggio!» mi dice quando arriva alla nicchia. E quando riparto mi sento felice: felice di essere qui, di sentirmi sicuro su queste difficoltà, felice per la fiducia che leggo negli occhi di Elio.

L’arrampicata del tratto seguente resterà per me come uno dei più bei momenti di vita alpina. Solo verso le 16, dopo aver superato 700 metri di parete, sbuchiamo sulla grande cengia sotto la vetta.

Qui le difficoltà sono finite e si sa che l’uscita dalle difficoltà resta sempre per ognuno e su ogni salita il momento più bello e più desiderato. Un’ora dopo cavalcavamo gli ultimi resti di neve sul piano di vetta. Restava di quegli attimi una grande stanchezza e il desiderio di tante cose buone che, per risparmiare fatica, non avevamo nel sacco. Orgoglio, stanchezza, felicità, fame: tutto questo era in noi nella notte che passammo nel bivacco fisso in cima al Crozzon.

22 luglio. Salito lo spigolo Fox al Campanile Basso.
All’alba ci avviamo verso la Tosa lungo la facile ma accidentata cresta da cui si gode una splendida vista su tutto il Gruppo di Brenta. Dalla Brenta Alta, al Campanile Basso, alla Torre di Brenta. Il paesaggio ha qualcosa di lunare se non fosse per i verdi prati e i grandi boschi che ravvivano la monotonia dei ghiaioni.

Cima Tosa, rifugio Pedrotti: davanti a un bicchiere di birra decidiamo di andare al Campanil Basso per lo spigolo Fox. Verranno con me i due Alberti: Elio non se la sente: è ancora stanco per le 10 ore di arrampicata di ieri. La sorte, opportunamente interrogata con tre pagliuzze, decide che sarò io a condurre la cordata nel tratto più duro della salita.

Sono circa le 14 quando dopo una breve, ma dura arrampicata, sbuchiamo in vetta al Campanile Basso: il famoso torrione, certo uno dei più celebri delle Dolomiti legato a tante avventure e a tanti nomi celebri. Certo l’eleganza delle sue pareti merita la fama che si è acquisito.

Con una entusiasmante serie di corde doppie raggiungiamo prima lo stradone provinciale (cioè la cengia orizzontale che circonda quasi completamente il Basso alla base del dado sommitale), poi il colletto sul sentiero per il Brentei e presto raggiungiamo la nostra tenda dove abbiamo tutto il tempo per un meritato banchetto.

La via Fehrmann allo Spallone del Campanile Basso

23 luglio. Salita allo spallone del Campanil Basso per la via Fehrmann.
A sera si erano fatti molti progetti, ma alle 4.30, quando ci alziamo, il tempo è minaccioso e ci accontentiamo di tornare sul Basso per la Fehrmann. La via segue una successione di diedri e camini in corrispondenza delle fessure che separano il corpo dello Spallone dal Campanile vero e proprio: infatti a chi guarda il Basso da est, questo appare in una forma insolita e cioè verso sud presenta un possente contrafforte (il così detto spallone) grosso modo pianeggiante in vetta, che precipita da ogni lato per circa 400 metri verso i ghiaioni di base; verso nord lo spallone si salda al Campanile che sovrasta lo spallone stesso di circa 150 m con un ultimo caratteristico dado dall’aspetto ostile. Le difficoltà della via Fehrmann sono continue, ma mai superiori al quarto grado. Durante la salita ci troviamo presto sotto un bel temporale che cesserà solo all’uscita in cima allo spallone, dopo 4 ore di splendida arrampicata.

Sullo stradone provinciale ci concediamo un po’ di sosta, ma quando parliamo di riprendere la salita il buon Elio prima prega, poi supplica e infine deciso rifiuta di raggiungere la vetta del Basso: per lui lo Spallone è già di troppo. Tutte le più sottili arti della seduzione e le più terribili minacce non possono nulla contro la ferrea volontà di Elio, e quindi decidiamo di scendere. Qualche «doppia» e poi giù per il canalone del Basso.

Poco dopo ricalcavamo il sentiero del Brentei dove, non c’è bisogno di dirlo, il più allegro era proprio Elio che, coi piedi su un comodo sentiero si sentiva più sicuro che non attaccato agli strapiombi. Alla tenda troviamo un nuovo ospite: Giuseppe Lafranconi venuto a rimpiazzare un po’ Elio che, essendo alle prime armi, è già saturo di salite.

Dopo un modesto banchetto decidiamo di concederci un bicchiere di vino nel rifugio e, seduti a un tavolo in compagnia di Bruno Detassis, facciamo progetti per l’indomani. E’ con noi un’altra vecchia conoscenza dei Resinelli: il forte e buon Gigi Alippi. Domani lui andrà con un cliente sul Crozzon per lo spigolo nord. Noi, su consiglio di Detassis, ci metteremo sulla Graffer-Detassis al pilastro della Tosa: a giudizio di Bruno è la via con i passaggi in arrampicata libera più duri di tutto il Gruppo; e se lo dice Bruno, c’è da pensare a qualcosa che farà drizzare i capelli: basta dire che è una via ad un quarto d’ora dal rifugio Pedrotti, aperta 25 anni fa, che conta, a tutt’oggi, solo 8 ripetizioni. La nona sarà la nostra.

Pilastro della Tosa, via Graffer-Detassis

24 luglio. IX ripetizione della Graffer-Detassis al Pilastro della Tosa.
Alle 5 sveglia e, dopo la solita magra colazione (è già il quinto giorno che siamo qui e le scorte si vanno assottigliando, ma il buon Elio, felice di non essere costretto ad arrampicare, si è già offerto di fare un salto a valle a far provviste), dicevo dopo una magra colazione, ci avviamo verso il rifugio Pedrotti dal quale in circa 20 minuti arriviamo sotto il nostro pilastro: è davvero splendido, visto da sotto.

Saliamo il facile zoccolo e dopo circa 50 metri arriviamo sotto a una parete gialla leggermente strapiombante: l’attacco. Un chiodo arrugginito occhieggia in alto a circa 10 metri dalla cengia su cui ci troviamo. Giuseppe si lega con Marchionni e attacca. Con molti sforzi e con l’aiuto di due chiodi raggiunge il chiodo arrugginito e passa oltre: conoscendo Giuseppe e visti i suoi sforzi, non c’è da stare allegri. Giuseppe intanto continua a salire, sempre su un terreno estremamente difficile, su una parete gialla e strapiombante e sempre in arrampicata libera! Appena finisce i primi 40 metri parte Alberto. Si alza di due metri, ma la parete è davvero repulsiva e gli appigli minimi: Alberto si stacca improvvisamente e dopo un ampio pendolo riatterra sulla cengia vicino a noi. Riparte e, più attento, supera il durissimo passaggio d’attacco.

Io allora mi lego con Calonaci e parto a mia volta. Non tardo a trovarmi anch’io in piena difficoltà, ma me la cavo discretamente con l’aiuto dei chiodi di Giuseppe e in breve i primi 40 metri sono sotto di me. Quando Calonaci mi raggiunge posso ripartire. Intanto Bruno Detassis, passando alla base del Pilastro, ci saluta congratulandosi con noi per il tratto superato che, a suo giudizio, è il più duro di tutta la salita.

Proseguo nell’arrampicata sempre molto dura: la regola è ancora in arrampicata libera. Uno o due chiodi per ogni lunghezza di corda danno un po’ di sicurezza al procedere. Effettivamente Bruno ha ragione: mai ho fatto passaggi in arrampicata libera tanto duri.

Ma finalmente la verticalità diminuisce. Era ora perché, nel frattempo, il cielo, così terso e sereno all’alba, si è rannuvolato e un grosso acquazzone è su di noi. Proprio quando siamo all’ultima lunghezza di corda il temporale si scatena ma fortunatamente dura poco e in vetta ritroveremo il sole. Sulla «normale» della Tosa incontriamo Alippi che arriva dal Crozzon e ci uniamo a lui nella discesa.

Quando arriviamo alla tenda è giusto l’ora di metterci attorno ai fornelli; mentre consumiamo la nostra cena, oggi più lauta grazie alla sgambata di Elio, viene a trovarci Bruno Detassis per congratularsi per la salita del pilastro il che per noi è un motivo più che buono per concludere in allegra compagnia la giornata, davanti ad una bottiglia di vino, in rifugio. Domani io e Giuseppe andremo a studiare una via nuova che Bruno ci ha indicato. Gli altri si riposeranno con una puntatina verso le gioie del fondovalle.

Lella Cesarin e Gianni Mazzenga

25 luglio. Nuova via alla Cima Molveno.
Sveglia alle 5, ma il tempo è brutto. Partiamo ugualmente, ma anziché alla via nuova indicataci da Bruno andremo ad un’altra parete che io ho adocchiato lo scorso anno con Romano Merendi sulla Cima Molveno. Si tratta di una via corta che, col tempo così instabile, sembra ideale per riempire la giornata.

Alle 7 attacchiamo. I primi 40 metri sono arrampicabili in salita libera: uno splendido quarto grado che, dopo il sesto di ieri, mi fa l’effetto di un dono meraviglioso. Giuseppe mi raggiunge e riparte, ma la fessura strapiomba troppo per consentire il passaggio in arrampicata libera e perciò il mio compagno comincia a chiodare a sinistra fin sotto un tetto dove, traversando a sinistra, ritorna nella fessura che sale, sempre con chiodi e staffe.

Arriva così sotto il gran tetto al centro della parete. Proprio di qui passa la via, perché dal basso avevo visto che il tetto presenta un grosso buco attraverso cui si può forzare lo strapiombo e raggiungere la parte superiore della parete.

Raggiungo Giuseppe e riparto, ma dal mio buco cola un abbondante stillicidio di modo che, dopo dieci minuti, quando con due chiodi ho forzato il passaggio, mi ritrovo al di sopra completamente bagnato.

Intanto si mette a piovere. Appena finisco i miei 40 metri, sento dei richiami dal basso. E’ Alippi che torna dal sentiero delle Bocchette. Le difficoltà continuano ancora per poco e, durante una breve schiarita arriviamo in vetta.

La facile via normale ci consente una rapida discesa e quando raggiungiamo i sacchi alla base della parete il temporale scoppia in tutta la sua violenza. Ci ripariamo sotto uno strapiombo a dar fondo alle nostre provviste. Sono da poco passate le 14.

Dopo un po’ la pioggia cessa e ci avviamo verso il rifugio dei Brentei. Ma non facciamo a tempo ad arrivare sotto i Gemelli che ricomincia a piovere e quando arriviamo al rifugio siamo completamente inzuppati. Per di più l’acqua ha anche allagato la tenda.

Campanile Basso, via Graffer allo Spallone

Comunque la via nuova è fatta ed è con un certo orgoglio che ne scriviamo la relazione sul libro delle salite di Bruno: ci sono nomi come Aste, Stenico, Oggioni, Graffer e via dicendo.

Giuseppe domani partirà. D’altra parte io e miei amici riteniamo di aver già fatto una buona conoscenza con il Gruppo del Brenta, ma prima di partire vorremmo ancora salire la Brenta Alta per la via Detassis, così la campagna sarebbe completa.

Dalla Nord-est della Cima Tosa sono intanto tornati con le pive nel sacco due padovani che non sono riusciti a trovare la via che lo scorso anno i fratelli Detassis hanno aperto: sono Gianni Mazzenga e la ben nota Lella Cesarin di Padova che conta numerose prime femminili d’alto livello: la «Cassin» alla Ovest di Lavaredo, diedro Oggioni e Detassis alla Brenta Alta ed altre ancora. In breve tempo fraternizziamo e decidiamo di partire insieme fra due giorni.

26 luglio. Salita la via Graffer allo Spallone del Campanile Basso.
Quando ci svegliamo il tempo è incerto e di metterci sulla Brenta Alta non se ne parla nemmeno. Alle 6 riesco a convincere Marchionni a seguirmi sulla «Graffer» allo Spallone.

Alle 8 attacchiamo, ma alle 9 siamo già fermi perché ha cominciato a piovere: siamo a 100 metri dalla base e possiamo ben aspettare, dal momento che c’è un ottimo strapiombo per ripararci. Dal basso, sul sentiero due puntini (Elio e Calonaci) ci chiamano, ma noi abbiamo deciso di aspettare. Verso le dieci smette di piovere e riprendiamo la salita.

Velocissimi superiamo la fessura della lama staccata è il gran diedro che costituisce la più forte difficoltà della salita, ma verso le 12.30 ricomincia a piovere: siamo proprio in cima al gran diedro; 100 metri ci separano dalla vetta.

Due piccoli buchi ci offrono però un riposo decente dove attendere che smetta la pioggia o almeno che cessino i lampi. Passano circa 3 ore prima che spiova; finalmente la nebbia si dirada e riappare il sole. Sono circa le 15.30 quando riprendiamo a salire e, alle 16.30, arriviamo in vetta bagnati e infreddoliti ma felici per la bella salita.

Il tempo promette un nuovo acquazzone perciò scendiamo rapidamente con «rappel» al Colletto del Basso. Alle 18 siamo alle tende. La decisione della comunità è di partire il giorno dopo per le Cime di Lavaredo. Come già stabilito verranno con noi Gianni e Lella. E il giorno dopo…

27 luglio.
Smontate le tende, con sacchi sempre terribilmente pesanti, scendiamo a valle. A mezzogiorno siamo alla tavola di un ristorante: era quasi ora; mangiare nei piatti, con posate, bere in bicchieri ci par quasi un ritorno alla vita. Alle due del pomeriggio partiamo, e al tramonto drizziamo le tende al Passo di Sella. Durante la notte si scatena un furioso temporale.

28 luglio. Salito lo spigolo nord-ovest della II Torre di Sella.
Al mattino il tempo è ancora incerto e per riempire la giornata decidiamo di salire la II Torre per lo spigolo nord-ovest. In numerosa brigata (almeno 7 od 8 cordate) saliamo lo spigolo prescelto. Sono con noi numerose nuove conoscenze di Milano, Varese e Padova. Nel pomeriggio il tempo è splendido e per domani è deciso: andremo sulla via  Comici al Salame. Verranno con noi Gianni e Lella.

Salame del Sassolungo, via Comici-Casara

29 luglio. Salame, via Comici.
Alle 7 siamo al Monte Pana da dove una comoda seggiovia ci deposita sugli ultimi pascoli sotto il versante nord del Sassolungo. In breve raggiungiamo la base del canalone e in poco meno di un’ora siamo all’attacco della via Comici-Casara.

Si inizia con un’esposta traversata che permette di raggiungere il centro della parete; di qui si prosegue diritti seguendo una serie di fessure che attraversano la parete in tutta la sua altezza.

Gianni e Lella si sentono poco allenati e decidono di non seguirci. Io, alternandomi con Alberto al comando della cordata, supero rapidamente le più grosse difficoltà della parete e in poco più di 4 ore raggiungo la vetta dopo una delle più belle ed eleganti vie che abbia mai salito.

L’aggettivo più calzante di questa salita è «entusiasmante»: basta pensare che si superano diversi strapiombi anche molto aggettanti, semplicemente usando i chiodi (molto pochi) per assicurazione: tutto in arrampicata libera, su un vuoto enorme. La discesa dal Salame avviene al cospetto di uno dei più suggestivi ambienti dolomitici.

A sera, dopo aver fatto provviste a Santa Cristina, arriviamo alle tende. Al campo, seduta generale per decidere circa i prossimi giorni. Marchionni ed Elio devono partire per Torino, Calonaci è stufo di essere in giro e decide di andarsene a Cavalese dai suoi amici degli anni scorsi. Io resterò in giro con Gianni.

30 luglio. Salita la via Rossi della I Torre di Sella.
Con Gianni, nella mattinata e nel primo pomeriggio, salgo la breve ma durissima via Rossi alla I Torre e a sera ci spostiamo in moto al passo di Costalunga da dove, a piedi, raggiungiamo alle 22 il rifugio Paolina. Domani saliremo la Roda di Vael per la Parete Rossa e per la via più difficile: la «Brandler-Hasse» (dedicata a Hermann Buhl, NdR). Finalmente saremo su una grande via. La fama e le difficoltà di quanto ci aspetta non ci impediscono però di trascorrere un’ottima notte.

31 luglio. Roda di Vaelvia Buhl (Brandler-Hasse).
Alle 7 siamo all’attacco. Inizia a salire Gianni, per una fessura chiodata che in 40 metri lo porta sotto una zona di gradini. Lo raggiungo e proseguo per un tratto facile. Siamo all’inizio delle difficoltà. Una corta lunghezza e Gianni raggiunge la base della grande fessura strapiombante che percorre metà parete e che seguiremo per lungo tratto. L’arrampicata è dura, faticosa, ma nello stesso tempo splendida su un vuoto che si fa sempre più grande.

Questa parete, alta circa 450 metri, è certo una delle più singolari delle Dolomiti: in tutta la sua altezza si presenta monotona, uniforme, senza grandi strapiombi, senza cenge, senza zoccolo. Si innalza con una verticalità che non ha l’eguale, con una continuità che mozza il respiro. Vista da lontano si direbbe assolutamente impossibile: è solo arrampicando che ci si accorge di essere più forti della parete.

Le lunghezze si succedono, sempre impegnative, alcune molto chiodate, altre con lunghi tratti molto difficili e il ghiaione si fa sempre più lontano. Il tempo però vuole farci il solito regalino di un bel temporale e, quando arriviamo sotto la vetta, ecco che una bella grandinata ci saluta. Fortunatamente il temporale sparisce dietro la Roda, verso la val di Fassa e possiamo uscire dalla via al sicuro dai fulmini: alle 17 calchiamo il prato di vetta.

La Parete Rossa è sotto di noi. Singolare la parete, eccezionale l’uscita: l’ultimo chiodo è a un metro dal ciglio sommitale e con l’ultimo passaggio, di un buon quinto grado, si arriva sulla cresta sommitale quasi di colpo; improvvisamente dal regno delle dimensioni «au de là de la verticale» si arriva nel regno dell’orizzontale. Due ore dopo eravamo al rifugio Paolina dove Lella era ad attenderci. La cena si svolse in piena allegria.

1° agosto.
Nella tarda mattinata scendiamo a Vigo di Fassa dove parenti di Gianni ci offrono un lauto pranzo. Nel pomeriggio partiamo per Cencenighe: a sera arriviamo al rifugio Vazzoler.

Torre Trieste, via Carlesso-Sandri

2 agosto. Tentativo alla Torre Trieste.
Il programma era di salire la Torre Trieste per la via Carlesso. Ma le cose dovevano andare diversamente.

Alle 6 attacchiamo. Gianni è in cima alla prima lunghezza, quando arrivano due tedeschi diretti allo spigolo Cassin: per alcune lunghezze, cioè per circa 150 metri, la loro via è in comune con la nostra.

Per un buon tratto procedono dietro a noi. Poi, a un certo punto, dato che Gianni non riesce a forzare una placca friabile e da 20 minuti è quasi fermo allo stesso punto, ci troviamo, io e i due tedeschi, riuniti su uno stretto terrazzino. I due, con quel poco di italiano che sanno, mi elencano le loro salite e i loro orari davvero eccezionali sulle vie più impegnative del gruppo: dal diedro Philipp al Diedro della Su Alto (e poi dicono della riservatezza dei nordici).

Gianni intanto, non riuscendo a passare, si cala fino a noi per lasciare il passo agli intraprendenti tedeschi che stanno letteralmente friggendo per la perdita di tempo causata dal mio compagno.

Tornato Gianni riparte il più piccolo dei due e si innalza velocemente fino a superare, con una traversata sui chiodi, che Gianni non aveva visto, il tratto più duro. Si innalza ancora, ma improvvisamente si stacca dalla parete: il masso su cui posava i piedi è venuto via, e il tedesco lo ha seguito. Corde che si tendono, tre chiodi saltano via, ma alla fine uno tiene: il piccolo Klaus è fermo a qualche metro sotto di noi con un braccio insanguinato e la testa salva grazie al casco di fibra che si è invece incrinato.

La salita va così a farsi benedire. Non ci resta che scendere aiutando l’infortunato. Prima risalgo a staccare le corde e i moschettoni dai chiodi e poi inizia la discesa. Con poche corde doppie siamo all’attacco e di qui facilmente raggiungiamo il sentiero. Il tedesco infortunato, rimessosi dallo shock, può ora camminare, il braccio glielo ha fasciato alla meglio il suo amico, con quanto si era portato come pronto soccorso.

All’una siamo di nuovo al Vazzoler dove i due tedeschi riconoscenti ci offrono da bere: che significato ha, certe volte, un bicchiere di vino! Il mio compagno però è rimasto un po’ scosso per l’incidente e quindi cambiamo obiettivo. Andremo alla Su Alto: via «Livanos-Gabriel». Domani ci sposteremo al rifugio Tissi portando però già il sacco dei viveri e il materiale fin in cima allo zoccolo della parete.

Come programma non c’è male, no? Ci aspetta una fra le più difficili vie delle Alpi, una salita che solo qualche anno fa, mi avrebbe fatto accapponare la pelle (e a leggere la relazione di Livanos e dei primi ripetitori ce n’è ben donde). Ora invece sono tranquillo e felice. E «Come il principe di Condé…», dopo una frugale cena, mi godo in pace il meraviglioso tramonto.

3 agosto.
All’alba ci incamminiamo verso la Su Alto. Passando sotto la Venezia ci raggiunge il primo sole, ma sul versante nord proseguiamo in ombra. Vista di sotto e nell’ombra la Nord-ovest della Su Alto è semplicemente terribile. Appare formata da due parti distinte: una in basso è evidentemente facile e abbordabile, ma il resto strapiomba in modo minaccioso e opprimente.

Eppure passeremo di lì! L’allenamento ci dà sicurezza e fiducia. Ad ogni modo per preoccuparsi c’è sempre tempo: oggi saliremo solo lo zoccolo. Alle 10 iniziamo a salire e, per non stancarci, decidiamo di far le cose con molta calma: così in poco meno di tre ore arriviamo in cima allo zoccolo proprio dove cominciano le difficoltà; una fessura di roccia friabile e strapiombante con in cima un bel chiodo ad anello. Scendendo costruiamo, numerosi ometti che serviranno domani per non perdere la strada tornando all’assalto finale.

Alle 15 siamo al rifugio Tissi: un frugale pasto e poi un po’ di riposo. A sera il tempo è brutto e al mattino il Civetta è nella nebbia. Saliamo ugualmente all’attacco, ma appena arriviamo sotto lo strapiombo dove c’è il nostro materiale, la nebbia si dirada e sopra di noi appaiono nuvoloni densi e gravidi di pioggia. Non ci resta che scendere. Quando arriviamo alla base incomincia a piovere. Di corsa raggiungiamo il rifugio sotto un vero acquazzone.

Dopo un po’ spiove e allora scendiamo ad Alleghe per far provviste. Come fosse niente! Sono 1200 metri di dislivello e far provviste ci costerà un po’ più di una semplice passeggiata. Dato che il tempo è sempre brutto, facciamo le cose con calma, e a notte fonda, sotto un violento acquazzone, raggiungiamo il rifugio Coldai attraverso la Forcella Staulanza. L’indomani, con tempo sempre incerto, da tranquilli turisti ci spostiamo dal Coldai al Tissi. Verso sera il tempo migliora: era ora!

Su Alto, Gran Diedro Livanos-Gabriel

6 agosto. Cima Su Altovia Livanos-Gabriel.
Alle 5 usciamo dal Tissi e alle 7 attacchiamo le difficoltà. Salgo la prima fessura e raggiungo il chiodo ad anello intravisto tre giorni prima: mi sento perfettamente bene e l’arrampicata, anche se particolarmente dura, mi diverte.

Dopo 40 metri mi fermo presso una nicchia: sono al primo bivacco dei francesi. Quando Gianni mi raggiunge, mi prega di continuare in testa perché per lui la roccia è un po’ troppo friabile e non se la sente di andare in testa senza impiegare troppo tempo. Riparto tosto e in poche lunghezze di corda raggiungo il diedro vero e proprio che caratterizza l’intera parete.

La roccia, che fin qui era piuttosto discontinua come solidità, accenna ad un netto miglioramento e i chiodi tengono decisamente bene: per lunghi tratti si può procedere in arrampicata libera con ampie spaccate usando i chiodi solo per assicurazione; con ciò si guadagna molto tempo e, quasi senza accorgermene, molto dislivello tanto che, quando arrivo al grande soffitto di due metri che avevo adocchiato dal basso, sono stupito di esserci arrivato così in fretta.

Superare il soffitto è cosa più faticosa che difficile: due staffe remano nel vuoto, un piede trova un appoggio sull’orlo superiore del soffitto, l’altro si apre in una grande spaccata e, oplà! il gioco è fatto: eccomi di nuovo nel diedro su un vuoto semplicemente enorme.

Proseguo lungo il diedro, ma presto devo fermarmi perché le corde sono di nuovo finite. Quando riparto, cedendo a Gianni due staffe per sedersi, mi trovo subito impegnato su un difficile tratto senza chiodi. Due strapiombi successivi vengono addomesticati con qualche buon chiodo, ma dopo, quello che mi trovo sopra la testa ha un aspetto molto, molto balordo. Chiodi non ce ne sono, né si vede traccia di chiodatura.

Dall’ultimo chiodo, mentre mi sporgo in fuori per studiare la situazione, posso con vero piacere scorgere alla mia destra una cengia piana, comoda, quasi insperata da cui mi separa una corta ma esposta traversata. In breve sono alla cengia e finalmente i piedi poggiano di nuovo su terreno orizzontale.

«Gianni siamo al secondo bivacco ed è solo mezzogiorno: se continuiamo così, per l’ora del tè siamo al Vazzoler!» (e pensare che a me il tè non piace).
Anche se è presto, anche se abbiamo fame, anche se il posto è comodo (e sappiamo che è l’unico di tutta la parete) la tensione è tale da imporci di proseguire senza indugi.

Lungo una fessura che raggiungo salendo sulle spalle di Gianni, mi innalzo con vari chiodi aggirando così il tratto balordo, insormontabile direttamente. Quando raggiungo il diedro questo è ormai diventato un camino stretto, strapiombante e friabile. Per diverse lunghezze lo seguiamo superando in parete, ora a destra, ora a sinistra, vari tratti strapiombanti e finalmente siamo al punto dove il camino ridiventa fessura: ormai siamo vicini alla vetta. Dopo l’ultimo strapiombo mi si presenta davanti una fessura con vari chiodi lungo cui mi posso innalzare rapidamente.

Più sopra, i chiodi diminuiscono, la roccia si fa più friabile e l’arrampicata estremamente difficile. Raggiungo un chiodo dopo un durissimo passaggio in libera e il chiodo mi resta in mano; un metro più su, un cuneo fa la stessa fine: morale, sono 7 metri buoni sopra l’ultimo chiodo e mi trovo appeso mani e piedi a scagliette di roccia friabili e inconsistenti. Il guardare in giù fa accapponare la pelle: sono 700 metri di vuoto. In qualche modo devo uscire da questa situazione. Un capocordata non deve «volare» — mi dico — ma intanto non combino un bel niente.

Il versante settentrionale di Cima De Gasperi, Su Alto e Cima della Terranova dopo le frane degli anni scorsi. Il pilastro della Su Alto è crollato completamente portando con sé la via Piussi-Anghileri, mentre la via del gran diedro Livanos-Gabriel è in gran parte cancellata perchè non c’è più lo spigolo che delineava il diedro.

Anche Tita Piaz l’ha detto: «volare è un lusso che un capocordata non deve mai permettersi», ma gli appigli non nascono: ci sono oppure no! Eppure, tre metri sopra di me c’è un chiodo: qualcuno è passato di qui. Solo con un grande sforzo di trazione laterale di una mano riesco a lavorare col martello cioè posso staccare l’altra per lavorare: pochi colpi, poi devo riposarmi. Alla fine, dopo aver ripulito la roccia da tutte le scaglie mobili, trovo un appoggio decente; la punta di tre dita lo tiene benissimo. Ora posso lavorare meglio col martello alla ricerca di una fessura buona. Ma per ogni cosa c’è una fine e dieci minuti dopo, il chiodo tanto agognato è raggiunto e il «mauvais pas», sotto di me.

Altre due durissime lunghezze di corda e alle 17.30 raggiungevo il terrazzo sotto la vetta. Alle 18 anche Gianni mi aveva raggiunto e al tramonto, superato l’ultimo strapiombo, calcavo la vetta della Su Alto. La «via dei francesi» era sotto di noi. Una stretta di mano, una foto al sole tramontante e poi, riordinata un po’ la nostra roba, ci avviamo lentamente verso valle.

Purtroppo con noi si abbassano, e più velocemente, le tenebre; presto dobbiamo fermarci se non vogliamo scegliere una strada troppo rapida, ma che difficilmente ci porterebbe al rifugio. Su una bella cengia pianeggiante ci installiamo con un morbido cuscino di ghiaia: il tempo è bello, il cielo completamente stellato; la salita ormai è fatta, per noi non occorre altro a renderci felici. Con voluttà consumiamo le provviste che ci siamo portate dal basso per tutta la salita e poco dopo, nonostante la nostra scarsa attrezzatura da bivacco, ci addormentiamo saporitamente.

 E’ da poco passata la mezzanotte quando delle gocce d’acqua ci svegliano: piove! Per coprirci non abbiamo altro che una giacca a vento stracciata: pazienza. Se così è deciso, così sia. La pioggia continua ininterrotta fino al mattino, ci segue per tutta la discesa e cessa solo quando, fradici, gelati e stanchi mettiamo piede al rifugio Vazzoler. Anche questa avventura è finita: è tempo di pensare a qualche altra salita!

Il Pilastro della Tofana di Rozes con il tracciato della via Costantini-Apollonio

Settembre. Salita del Pilastro della Tofana, via Costantini-Apollonio.
Dopo le avventure della Su Alto, un po’ di riposo era necessario e quindi siamo tornati per qualche giorno a casa ripromettendoci per settembre qualche nuova salita. Sulle Alpi occidentali è nevicato molto, perciò non ci resta, per questi ultimi giorni di vacanza, che provare ancora in Dolomiti.

E’ notte fonda quando con Gianni e la sua moto arrivo al rifugio Dibona: per domani è in programma la via Costantini-Apollonio alla Tofana (o meglio al Pilastro della Tofana di Rozes).

Alle 8 attacchiamo e dalla seconda lunghezza iniziano le forti difficoltà: si tratta di una arrampicata molto rude e in libera, su una roccia splendida. Alle 11 attacchiamo la sovrastante parete gialla, vera chiave della salita, dopo aver lasciato il grande buco verticale ricordato da tutti i salitori di questa via. Sopra, placche verticali e strapiombi. Siamo sul tratto più duro e le 5 lunghezze di corda che seguono sono davvero molto impegnative. Più su la verticalità diminuisce e dei camini permettono un’arrampicata poco esposta anche se molto impegnativa fin sotto la vetta, che raggiungiamo alle 17.

Il giorno dopo ci spostiamo in Lavaredo, ma il tempo non è buono: piove e nevica per tre giorni di seguito e con Gianni riesco solo a salire la corta e durissima via Zeller alla Nord del Paterno. Poi il mio compagno deve tornare a casa. Io mi fermerò ancora qualche giorno per arrampicare con un amico di Bologna cui avevo promesso una bella salita. In un pomeriggio piovoso saliamo la via Mazzorana al Mulo: una via di tutto riposo, ma bella e divertente: sono 300 metri di quarto grado continuo.

Il giorno dopo finalmente potevo mantenere la promessa e con l’amico di Bologna potevo salire la celebre via Cassin alla Cima Piccolissima di Lavaredo. Sono 200 metri di arrampicata: 200 metri di difficoltà più che rispettabili. Quando, dopo 4 ore e mezza di salita, esco sulla cima, il mio giudizio sulle qualità di Cassin è confermato: sapeva certo il fatto suo. Ma l’indomani si torna a casa. Le vacanze in Dolomiti sono finite: ci attende la vita di sempre.

 

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Una campagna in Dolomiti ultima modifica: 2018-11-26T05:28:14+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Una campagna in Dolomiti”

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    Ugo Manera says:

    Uno dei personaggi più straordinari che ho conosciuto, siamo stati istruttori insieme alla “Gervasutti” per sole 2 stagioni (purtroppo). In montagna era una forza della natura, sia per prestanza fisica che per determinazione. Sarebbe stato l’uomo nuovo dell’alpinismo torinese, chissà cosa avrebbe realizzato se fosse vissuto.

    E’ stato la dimostrazione che è  possibile essere grandi alpinisti ed emergere nello stesso tempo nella vita “normale”. A 24 anni era Ingegnere.

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