Una salita da Greppisti

Greppisti? Cosa sono i Greppisti? Risposta sul loro sito:
«Quello che facciamo noi greppisti non ha nulla di certo, anzi è l’attività più precaria e più esposta alla variabile ambientale e all’arbitrio personale che esista. Noi saliamo le montagne sfruttando i lati che non hanno sentieri né vie alpinistiche; percorriamo i greppi, i versanti ripidi e scoscesi dove nessun alpinista né escursionista si sognerebbe di andare. Lo facciamo senza attrezzature: se si passa bene, altrimenti si torna indietro. Attività dura e pericolosa che ci porta nella natura più vera, dove possiamo mettere alla prova le nostre capacità ed esprimerci senza condizionamenti».

Una salita da Greppisti
Monte Cornaget 2323 m per cresta ovest
di Giorgio Madinelli
(da Federazione Italiana Greppisti Anomali)

Questa è una via che merita di divenire una classica di greppismo. Non è una via alpinistica, per carità, non confondiamo la merda con la cioccolata!

Il modo più etico di andare in montagna è l’escursionismo se non fosse viziato dalle segnalazioni e dalla soppressione del primo grado attraverso l’uso di corde fisse nei passaggi più arditi. L’escursionismo che si esplica al di fuori dei percorsi preordinati, che affronta i pendii ripidi e scoscesi (il greppo in italiano) è la forma più semplice e quindi più pura e alta di confronto con la montagna.

L’Alpinismo è altra cosa. È la ricerca del sempre più difficile per soddisfare l’istinto dell’uomo che se non emerge dai propri simili sembra che la sua esistenza non abbia scopo. L’Alpinismo si porta dietro questo retaggio culturale creato ad arte tra le due Guerre Mondiali del Novecento dai nazionalismi con la retorica dell’uomo (sempre maschio) forte ed eroico. La creazione di questo super individuo ha dovuto tener conto delle debolezze umane e quindi è stato aiutato dall’attrezzatura artificiale. Pur di eccellere e di superare difficoltà e paure ci si è inventati la progressione in cordata che è stata generatrice dei chiodi a pressione e delle ferrate. Non fa alcuna differenza superare una difficoltà piantando un chiodo o uno spit o attrezzandola di brutto con corde fisse d’acciaio: il concetto di fondo è quello che allo scalatore serve qualcosa per andare oltre ai propri limiti. L’Alpinismo è dunque al di sopra delle righe, irrispettoso dei limiti umani e irriguardoso verso l’ambiente che viene trattato come un campo da gioco dove espletare le funzioni di super uomo ed eleggersi al di sopra della massa.

Paul Preuss che tentò di opporsi a queste tecniche fu aspramente criticato e ancora oggi degno solo di qualche sorrisino irriverente. Invece per chi oggi non vuole essere condizionato dal pensiero imperante trova nella filosofia di Preuss un valido programma di vita.

Noi greppisti non siamo degli scalatori sportivi, non ci interessa la difficoltà fine a se stessa, non ci interessa primeggiare. Crediamo fermamente in una crescita personale attraverso la montagna senza imbrogli e artifici. Sposiamo in pieno il pensiero di Paul Preuss che riporta l’uomo alla sua umanità, con le debolezze e le insicurezze.

Preuss scriveva:
«Oggi le montagne sono vinte con l’aiuto della corda e dei chiodi: un po’ dappertutto si possono vedere persone penzolare da pareti completamente lisce, intere montagne vengono scalate con manovre di corda. Eppure l’esperienza insegna che molti di questi passaggi possono essere superati in arrampicata libera; in caso contrario, tanto vale non intestardirsi in insulsi tentativi. Anche il chiodo da roccia va considerato come un espediente di fortuna e non come un mezzo per conquistare le montagne. Non sarò io a negare che certi scalatori moderni subiscano entro certi limiti il fascino del rischio. Mi sembra però che il pensiero: se cado, resto appeso a tre metri di corda abbia moralmente meno valore dell’altro: una caduta e sei morto!».

Relazione
Il Monte Cornaget 2323 m è una montagna della Catena Chiarescons-Cornaget-Resettum nelle Prealpi Carniche. Dietro la Casèra Settefontane in Val Settimana qualche metro a sinistra dell’ex sentiero CAI 391 che scende al torrente, si imbocca una debole traccia che ripidamente inizia a salire la Costa dei Madras. La traccia si tiene pressappoco sulla cresta prospiciente il torrente Ciol di Sass fino a un pianoro a circa quota 1400 m e da qui si prosegue sul crinale, meno ripido, schivando i numerosi schianti.

In vista delle prime rocce del crinale ci si sposta a destra rimanendo ai piedi delle rocce finché terminano e si può ripidamente tornare sulla cresta (ricoveri sotto roccia). Si prosegue in cresta occupata dai mughi per guadagnare un cimotto collegato alla cresta principale da una selletta che sulla destra ha un precipitoso canalone. Oltre la selletta si sale poco (non salire verso la cresta) traversando fino a uscire su dei prati alla base delle pareti.

Qui parte un’evidente cengia che conduce sulla cresta principale a circa quota 1675 m da dove si ha visuale sulla Forcella Savalòn, Cimòn delle Tempie e Cima Settimana.

Ancora in salita sulla cresta con qualche mugo fino a giungere in un punto dove pare impossibile proseguire: si piega a destra per roccia con un breve passaggio esposto si torna a prendere il filo di cresta. Un successivo salto si evita a destra per una breve trincea tra massi.

Prima di giungere alle pareti soprastanti che paiono insuperabili, un ultimo dente di cresta va aggirato sul lato nord per la parte superiore di una liscia placconata entrando in un breve canale che permette di ritornare sul tavolato di destra alla base di aggettanti pareti giallastre. Salito il tavolato con ghiaie mobili si aggira lo spigolo della parete giallastra imboccando una cengia che porta dentro un colatoio caratterizzato da un masso incastrato bianco.

Si scalano per fessure le rocce a sinistra del masso incastrato bianco per giungere all’altezza di un secondo masso incastrato grigio al quale si deve passare sopra con arrampicata su pareti quasi verticali e saltando un crepaccio. Oltre il masso grigio un breve canale riporta in cresta (fine delle difficoltà): e questa va risalita a lungo fino in vetta.
Ore 5. Difficoltà II+.

La discesa si effettua da Forcella Savalon lungo il Ciol di Savalon stando a sinistra di un colle che divide in due il vallone e poi raggiungendo il canalone scolatore quando quello percorso confluisce su quello che scende rasentando le pareti.

Un breve tratto sulla sinistra del canalone (belle pozze e cascata) fino a entrare a sinistra in un bosco misto di larici e faggi. Giù per il bosco stando sempre vicini alla sponda del canalone fino a entrare nel canalone stesso che da sotto le pareti piega a sud e taglia in due il bosco. Oltrepassato il torrente si sale sulla sponda opposta e si discende il bosco senza via obbligata intercettando in fondo la strada della Val Settimana.
Ore 3.

In questa salita c’è tutto il greppo: ripido bosco iniziale con scarse tracce di animali, cenge sotto roccia, cresta rocciosa affilata, paretine, crepacci da saltare, canaloni da discendere senza finire in salti insuperabili.  C’è anche la filosofia del greppista: cercare la via più semplice e dove non lo è misurarsi con le proprie capacità salendo dove si è in grado anche di scendere.

E, a parte la relazione qui sopra, non c’è un taglio, un ometto e men che meno un segnavia colorato. In modo tale che chiunque ci voglia provare trova il terreno vergine tal quale lo abbiamo trovato noi e possa vivere appieno la sua avventura.

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Una salita da Greppisti ultima modifica: 2019-11-17T05:22:42+01:00 da GognaBlog

21 pensieri su “Una salita da Greppisti”

  1. 21
    Antonio Arioti says:

    Senza alcuna vena polemica ma solo per riflettere su uno dei tanti modi di andare in montagna, consapevole (come tanti) di aver fatto del greppismo (anche se non sapevo si chiamasse cosi’), intravvedo in tale attività un modo sicuramente pulito di muoversi in ambiente ma anche un modo limitante per chi ha certe capacità.
    Cerco di essere pià chiaro e lo faccio con un esempio personale. Se io avessi avuto la stoffa, la voglia o meglio ancora entrambe di fare dell’alpinismo serio, anche munito del tanto detestato trapano, forse l’avrei fatto e non mi sarei fermato a fare dell’escursionismo/greppismo. Tutto ciò in barba a tutta una serie di disquisizioni etiche le quali, mi dispiace per alcuni puristi, lasciano un po’ il tempo che trovano in quanto qualsiasi strumento atto ad agevolare, anche solo psicologicamente, una salita, risulta, per quanto poco, impattante (fatta eccezione per le assicurazioni removibili).
    In buona sostanza, se avessi avuto le capacità e la voglia, penso che molto probabilmente me ne sarei fregato, quantomeno i primi tempi (perchè poi, crescendo, magari si fanno altre valutazioni).
    Quindi quando si ammantano certe attività o certe modalità quasi di misticismo mi domando sempre cosa ci sia realmente dietro. Può darsi che ci sia effettivamente un certo modo di sentire e vivere le cose ma può anche darsi che, magari incosciamente, si cerchi in qualche modo di mascherare un limite.
    Di sicuro credo si possa dire che molta gente (ma veramente tanta) se dovesse inerpicarsi sui monti non dico alla Honnold ma anche solo alla Preuss quasi certamente si fermerebbe al greppismo o al massimo al terzo grado perchè già a confrontarsi col quarto, senza assicurazione alcuna, su paretoni di centinaia di metri la vedo dura.
    Detto ciò auguro lunga vita al greppismo.

  2. 20
    Kala says:

    [Roberto Enrico] …A parte gli scherzi, siamo di fronte a una delle tante manifestazioni della segmentazione dei frequentatori della montagna…

    Mah, disamina forse arguta ma nel complesso poco azzeccata. Del resto anche “greppisti”, come svariate altre etichette, sta stretto. Più semplicemente e serenamente potremmo considerarlo un modo (forse “il”, ma non allarghiamoci) molto naturale e leggero di prendere la cosa. Infilo gli scarponi e vado. Addirittura il volerlo ad ogni costo incasellare può risultare – non me ne voglia l’autore – contro la sua stessa natura. Anche se mi rendo conto che a volte coltivare il silenzio e l’assenza è frustrante e spesso frainteso.

  3. 19
    Roberto Pasini says:

    Nell’articolo si cita Preuss come ispiratore del greppismo con una lunga citazione. Ironia non significa mancanza di rispetto. Anch’io sono andato spesso a ravanare dalle mie parti e mi sono sempre divertito. Volevo solo scherzare un po’ in un giorno di pioggia sulla tendenza a prendersi molto sul serio quando in fondo si tratta di giochi per adulti e fare un po’ di ironia sulla tendenza dell’industria outdoor a trasformare ogni cosa in un’occasione di marketing. L’ironia è uno dei meccanismi di difesa dall’ansia meno dannosi per se e per gli altri: “non esageriamo” dicono in dialetto in Piemonte o come dicono gli inglesi “parliamo con serietà del tempo e con leggerezza delle cose importanti. Molto più pericolosa è la “proiezione”, ogni tanto praticata su questo blog, che consiste nel difendersi dall’ansia proiettando sull’altro la negatività e vedendolo come un profanatore o un nemico. Mi riferisco ad esempio alla discussione sul trail running. Andiamo quindi a greppare felici e contenti senza stare a scomodare grandi principi e confondere “il giovedì grasso con il venerdi santo”.

  4. 18
    luciano regattin says:

    A Roberto: se invece di ironizzare sul termine avessi aperto un qualsiasi vocabolario on-line, avresti scoperto che il termine non è così sconosciuto quanto risulti essere per te, altro che ravanare, ma non voglio toglierti la sorpresa.
    Cos’abbia a che fare Honnold sia con Preuss che con il greppismo poi davvero non è molto chiaro, eppure tanto è bastato per raccogliere ben 95 minuti di applausi.
    Per il resto (e lo dico da “peccatore” in quanto anche ex-alpinista e frequentatore di vie cosiddette plaisir), viva i greppisti e tutti quelli che praticano attività in montagna senza lasciare alcun segno di passaggio.

  5. 17
    Giandomenico Foresti says:

    Concordo su tutto, w il greppismo.

  6. 16
    Roberto Pasini says:

    Caro Paolo, sei molto gentile e ti ringrazio. Il tuo apprezzamento mi stimola a fornire una precisazione ad alcuni amici che me l’hanno chiesta (mi scusino i più austeri: piove, non si può andare per monti e bisogna pur divertirsi). Come potrebbe evolversi la mutanda per greppisti. Sicuramente contenitiva e antiodore. L’attività è rischiosa e stressante e quindi incide sulla peristalsi intestinale, per di più molto greppisti sono puristi e vegani, quindi fanno grande uso di verdure e cereali. L’alpinista in caso di bisogno può contare sulla verticalità delle pareti e sulla forza di gravità. Il greppista si muove su terreni più articolati, con pochi punti di resting, quindi ha meno risorse quando deve esprimere all’esterno la sua intensa vita interiore. Ecco dunque la mutanda contenitiva prodotta in due modelli , da Montura in versione più sfilata e modaiola e da Patagonia in versione eco-sostenibile e riciclabile. Scusatemi tanto….prometto che non lo farò più. Sono po’ esasperato da queste due settimane di pioggia.

  7. 15
    Riva Guido says:

    95 minuti di applausi!!! Chi offre di più? 95 e uno, 95 e due . . .

  8. 14
    Paolo Gallese says:

    Per Roberto: 90 minuti di applausi!!!!

  9. 13
    Roberto Enrico says:

    Non so effettivamente se si tratti di una nuova pratica o di un modo diverso di chiamare cose che alcuni già facevano . A Milano si usava in proposito l’espressione dialettale “ravanare” / “ravanata”. Difficile capire come evolverà: se diventerà una tribù o un “segmento di mercato” con potenziale, come direbbe un markettaro del settore, vedremo presto svilupparsi linee di prodotto specifiche: scarpe per greppisti, magliette, zaini, bastoncini, calze e mutande per greppisti e magari una rivista di settore “Il Greppo” o meglio in inglese “The happy Grepper” oltre ad una serie di libri/biografie di “influencer” del settore, come accaduto per l’invenzione dello “speed hiking” una pratica e uno spazio di mercato inventato per escursionisti veloci e corridori lenti 😂😁 Poi ovviamente si scatenerà il dibattito tra puristi e consumisti. A parte gli scherzi, siamo di fronte a una delle tante manifestazioni della segmentazione dei frequentatori della montagna: siamo passati da un alpinismo “monoteista” dominante (rimpianto da molti che partecipano a questo blog) ad un alpinismo “politeista”,  con le connesse guerre di religione tra la varie confessioni ciascuna delle quali rivendica la sua purezza e superiorità e con lo sviluppo crescente di orientamenti “metrosexual” , come si dice oggi, tra le varie pratiche. È la modernità bellezza. Anche l’andar per monti ne risente, non essendo la montagna degli uomini separata dal resto della società. La montagna vera, quell’ammasso di sassi, ghiaccio e vegetazione, se ne fotte allegramente di noi e dei significati molteplici che le attribuiamo nel corso del tempo.
    Per quanto riguarda Preuss come nume tutelare e ispiratore del “ greppismo”sono un po’ perplesso. Nella palestra che ogni tanto frequento io, quando piove e nascondendomi in aree meno in vista insieme a pochi amici del iurassico, vedo che Preuss, conosciuto peraltro da pochissimi, è considerato dalla popolazione del 7a, ovviamente quasi totalmente giovani , come una sorta di Honnold ante litteram. Quest’ultimo, invece con il suo messaggio di purezza e di coraggio senza compromessi, va fortissimo. Per fortuna e con sollievo di genitori e partner, non lo imitano, almeno per ora. Forse gioca il fatto che nel film sia sottolineato più volte che prima di salire slegato ha fatto la via pezzo per pezzo almeno 40 volte, come l’avviso sulle sigarette o la pubblicità delle auto sportive : attenzione c’è un pilota professionista alla guida. Avvertimento frutto di un atteggiamento responsabile degli autori, ma anche del desiderio di evitare cause legali, come sospetto io, avendo lavorato per molti anni in un’azienda americana.
    PS. Una delle sequenze più carine del film è quella in cui il protagonista dice che si è messo con la sua ragazza perché era piccolina e ci stava nel camper dove lui ha vissuto da solo per anni. Pochi dei miei invidiati giovani amici climber del 7a l’hanno notata.
     

  10. 12
    DinoM says:

    Ho letto l’articolo con tanto interesse e piacere. I luoghi descritti dall’autore mi fanno ricordare Sergio Fradeloni che, prima di lasciarci nel 91 , ha girato e recensito tutti quei posti con la sua piccola guida Caserine e Cornaget.
    A quei tempi era pure possibile fare sci alpinismo in quella zona, pernottando in casere semi diroccate; ora nessuno taglia più prati o bosco e tutto è inselvatichito.
    Se qualcuno vuole solitudine e bellezza …….. quei posti ne sono una miniera.
    Dino Marini

  11. 11
    Michele Comi says:

    Bello assai! L’assenza di sofisticazioni, segnali, orpelli, non può che nobilitare. Non diciamolo troppo in giro che poi vien di moda e poi ci vanno tutti.

  12. 10
    Alberto Benassi says:

    Impariamo invece a rispettare ed accettare la montagna per quello che é.

    Parole SANTE !!

  13. 9
    Matteo says:

    Roberto Bianco: “Bella ed affascinante disciplina talvolta applicata involontariamente ….”
    nel qual caso si chiama Ravange ed è stata ottimamente descritta qui: https://www.gognablog.com/ravanage/
    Una variante di questa attività è studiare carte, mappe e relazioni e cercare passaggi strani per collegare posti più turistici o raggiungere cime o colli desueti.
    Utili le guide Monti d’Italia per trovare e poi perdersi nei versanti più astrusi e improbabili
    P.S.: simpatico l’acronimo, ma poi suona un po’ stonata la reprimenda al “uomo (sempre maschio) forte ed eroico”

  14. 8
    Paolo panzeri says:

    I vagabondi dei monti vanno dove li porta il cuore.
    E vanno.
    Non seguono ciò che tanti altri tracciano e attrezzano per tacitare le paure e le insicurezze che li assillano.
    E scompaiono sconosciuti.
     
    Mi piaceva, ma ora non so più chi lo scrisse

  15. 7
    Paolo Gallese says:

    Non sapevo fosse un modello di pensiero. Io l’ho sempre fatto quando vedevo un luogo solitamente piccolo e solitario ma di grande atmosfera. Ho fatto le “peggio cose” per raggiungere queste personalissime fantasie naturalistiche. Oppure per raggiungere i più nascosti oppida degli Appennini centrali.
    Bei momenti.

  16. 6
    Roberto Bianco says:

    Bella ed affascinante disciplina talvolta applicata involontariamente ….
    Ma per favore non pretendiamo la montagna sicura !  Sarebbe una contraddizione di termini ! Non sarebbe più montagna , ma un luna park senza fascino . Pietre e seracchi cadono quando vogliono loro . Con la pretesa della sicurezza si arriva a situazioni ridicole come attualmente in Val Ferret , dove per sicurezza si blocca la strada per i comuni mortali , però , se hai prenotato in un ristorante o pensione , puoi passare !  Come se eventuali crolli facessero distinzione se hai prenotato o no . Contemporaneamente alcune guide di Montagna Sicura monitorano attentamente la situazione e le sofisticate apparecchiature portate in loco . Non mi stupirei se tra un poco saltasse fuori la proposta di costruire un grande muraglione a protezione dell’abitato di Planpinceux , tanto per dare un po’ di lavoro alle imprese locali che hanno da poco terminato il muraglione di Entrèves.  Magari facciamo anche un muraglione sotto la Brenva , non si sa mai ! Tutto in nome della SICUREZZA Impariamo invece a rispettare ed accettare la montagna per quello che é.
     

  17. 5
    Kala says:

    Ma pensa!, anche io conosco un tipo che ha scritto un articolo simile e che gira postacci analoghi! Non credo però sia la stessa persona perché questo che conosco io, pur essendo piuttosto “sui generis”, ha senz’altro la testa sulle spalle, molto più di tanti altri, e non è per niente “pazzo folgorato”. Gira inoltre spesso sulle Dolomiti di “casa sua” e ne ha scritto libri di spessore dai quali traspare – oltre ad una piacevole ironia – una grande profondità di studi, conoscenza, ed amore per il suo territorio e la sua storia. Questo, poi, dice di fare Alpinismo con la A maiuscola, quello di una volta, prima che si perdesse in una questione da ferramenta. Opinabile, senza dubbio, come spesso gli dico, ma è una persona che sa anche scherzare su se stesso e – in fondo – non ha bisogno (questo lo dico io) di avere grandi conferme o di dimostrare chissà che per divertirsi sui suoi – e nostri – greppi.

  18. 4
    Massimo says:

    Sono un greppista e non lo sapevo…

  19. 3
    Paolo says:

    Io faccio queste salite da una vita e scopro solo ora che non sono il solo amatore, però uno spezzone di corda può risultare utile per scendere un tratto pericoloso. 

  20. 2
    Enrico Bertone says:

    Una concezione di montagna più pura che non necessita di mezzi artificiali. E’ un po’ un ritorno alla purezza delle origini. L’uomo e la montagna… soli. Molto bello. Purché questo non vada a scapito della sicurezza.

  21. 1
    lorenzo merlo says:

    Per me, Oscar alla Bellezza.
    Umana, non alpinistica.

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