Una vita d’alpinismo – 07 – Tentativo al Naso di Zmutt

Una vita d’alpinismo – 07 – Tentativo al Naso di Zmutt (AG 1968-007)
(scritto nel novembre 1969)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(3)

L’estate alpinistica era appena incominciata e anzi io pen­savo sempre di più al progetto che mi avvinceva da tempo: il Naso di Zmutt al Cervino… Gianni Calcagno poteva muoversi solo con le ferie: fu un’idea errata quella di scegliere una data fissa, ma non si poteva fare altrimenti; oltretutto Paolo Arman­do era in servizio militare (Per le note vicende sentimentali comunque mai in quel momento mi sarei legato con Paolo…, NdA). Per questa impresa però volevo esse­re aiutato dalla Domenica del Corriere.

In un articolo di Carlo Graffigna sulla pagina dei giovani del Corriere della Sera ero stato definito «Alpinista dell’anno»; a Genova mi avevano consegnato la «Caravella d’oro» assieme a cantanti, attori e attrici, nello svolgimento di una serata me­morabile in cui andai a letto alle quattro di mattina dopo aver sentito e visto l’esibizione psichedelica dell’Equipe 84, i mono­loghi di Paolo Villaggio ed Enrico Simonetti. Cosa c’entravo io con le mie Grandes Jorasses lo sapevano solo gli organizza­tori. È vero che giorni prima era uscita su Il Giorno una fotografia dell’“Alpinista” appeso con le sole dita e a squadra sul trampolino dei Bagni Lido di Genova; e siccome la premia­zione si svolgeva appunto nel giardino dei Bagni stessi forse la cosa si poteva anche spiegare.

E’ evidente che tutto questo favoriva solo il mio orgoglio, che chiedeva solo di essere solleticato un po’ per esplodere. Pieno di ottimismo e di buone speranze mi rivolsi dunque alla Domenica del Corriere.

1 agosto 1968. Gianni Calcagno e Alessandro Gogna in avvicinamento a Zermatt. Foto: Evaristo Fusar

Il Naso di Zmutt
4 agosto 1968. Nel cuore della notte ricevo uno scossone violento. «Dài, dài, alzatevi; ci sono le stelle!». Se il ritorno alla vita attiva per me è abbastanza facile, è un po’ più difficile per Gianni Calcagno, che evidentemente si trova molto più di me immer­so nel mondo dei sogni. Mentre raccomando a Evaristo Fu­sar di non correre il rischio, per una persona sola, di svegliare tutto il rifugio, mi adopero anch’io al faticoso compito. Final­mente Gianni apre un occhio, poi l’altro, ma per esperienza so che non siamo neppure alla metà dell’opera, quindi procedo, togliendo, senza la minima pietà, coperte e guanciale. Stiamo già pensando al solletico ai piedi, quando finalmente un mugo­lio, tra l’infastidito e il lamentoso ci avverte che siamo a buon punto. Ancora qualche energico spintone ed eccolo giù dal letto, in piedi.
– Che ora è?
– Le quattro.

1 agosto 1968. Gianni Calcagno e Alessandro Gogna a Zermatt. Foto: Evaristo Fusar

Non è molto presto, anzi, avremmo dovuto partire prima, però il tempo sembra promettere bene e quindi non stiamo a preoccuparci troppo dell’ora tarda. La vestizione è assai com­plicata e lunga, tale da portarci via molto tempo prezioso, ed è soltanto alle cinque che usciamo dal rifugio Hörnli. Il custo­de si è alzato e ci prepara il tè. Mentre calziamo i ramponi, il Fusar ci fotografa in ogni maniera con e senza flash. Mi sembra di essere un astronauta, sia pure senza conteggio alla rovescia e partenza con accelerazione vertiginosa. Al contrario mentre ci incamminiamo, ci sentiamo assai goffi e impaccia­ti. Dietro di noi, anche lui abbastanza ridicolo con tutto il suo armamentario, il fotografo ci segue. Che simpatico compagno! Fino ad ora ha mantenuto un suo caratteristico riserbo, se vo­gliamo un po’ professionale. Ne avrà ben viste di cotte e di crude, nella sua lunga carriera; chissà quante fotografie avrà fat­te, in quali posti strani e situazioni terribili. Fino ad ora ci aveva accompagnati, ci aveva visti sudare sotto i pesi, scalpita­re per due giorni interi di completa inattività. Secondo me è sem­pre vissuto ed ha sempre operato con uomini e fatti diversi dal comune, ma mai così distanti dalla realtà. Sa bene cosa è la follia, cosa può significare un progetto pazzo, ma solo se ha idea del progetto stesso. Solo se concepisce un perché, un come. E finora non ha ancora visto il Cervino, non è capace di adattare ciò che sa (alto 4500 metri, parete di 1200, diffi­coltà estreme) a nulla di ciò che può immaginare, con colori, forma, impressioni.

Ma ora, mentre cammina su questa morena, l’alba tinge di rosa la neve, davanti a lui camminano due ragazzi con il com­pleto rosso, appesantiti dai loro carichi. E sopra, il Cervino. Co­me ciò che non si è mai visto e neppure immaginato, la Mon­tagna gli sta entrando nel cuore, lo ha conquistato e forse ca­pisce che cosa cercano questi due ragazzi che continuano a muo­versi lentamente.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno e Alessandro Gogna alla Hörnlihütte si preparano per la partenza. Foto: Evaristo Fusar

La morena è finita e, dopo una stretta di mano, lo lascia­mo lì. Non glielo confessiamo di certo, ma per un attimo solo ci sembra di congedarci dal mondo intero e forse per sempre. Spero solo che non l’abbia sfiorato lo stesso pensiero, anche se gli si legge negli occhi la commozione. Si dimentica persino di fotografarci! Poi penso che non sono solo, che ho ancora il mio compagno e che neanche Gianni è solo. E questo basta a togliermi i brutti pensieri dalla testa. Coraggio! Il Cervino è sopra di noi, il tempo è bello e ci sentiamo bene. Così aspet­tiamo dunque a tuffarci nell’azione, cosa aspettiamo a entrare in quel meraviglioso regno che è la lotta, la quale è fatta di mi­riadi di piccole vittorie? Ogni passo è una vittoria e la somma di queste porta alla fine. Devo concentrarmi su questi piccoli risultati, cercando di perdere di vista quello finale, così lontano e apparentemente irraggiungibile; pensare a ciò che abbiamo già fatto, senza paragonarlo al futuro e senza ingrandirlo artificiosamente. Ma per quanto faccia e mi sforzi, non posso fare a meno di aver ben presente che anche dopo 1587 piccoli risultati il 1588° può essere impossibile, e magari collocando quello finale al 1600° posto.

Davanti a me, Gianni sta scendendo lungo il pendio di neve e ormai camminiamo verso la crepaccia terminale. Al punto dove iniziano le difficoltà ci leghiamo, con una sola cor­da, delle tre che abbiamo, per non inumidire, o peggio, bagnare le altre due. I nostri zaini purtroppo mantengono quindi quasi inalterato il loro peso, perché avevamo già in mano le piccozze. Parto io primo e il momento non è certo solenne. Non siamo all’attacco vero e proprio. Siamo solo sotto la barriera di se­racchi che sbarrano l’accesso al pianoro, da cui si rizza la parete nord; non vediamo quasi niente, solo le minacciose masse di ghiaccio che ci pencolano sulla testa e che il sole sta già il­luminando, cosa non troppo a noi favorevole. Considerata la situazione decidiamo di far presto. Con foga risalgo il primo deltoide di neve molto dura, verso destra fin sotto i salti verti­cali di ghiaccio, poi ritorno a sinistra. Non mi sembra che i ramponi mordano molto bene, ma senz’altro la colpa è da at­tribuire al peso enorme che porto sulle spalle; mi sembra anzi che si pieghino o per lo meno che le mie caviglie non riescano a sostenere abbastanza rigidamente tutta la mole del mio corpo. Così non termino neppure i quaranta metri a mia disposizione e decido di far fermata. Con la paletta della piccozza scavo un piccolo gradino su cui salgo; poi pianto l’attrezzo profonda­mente nella neve e con esso faccio sicurezza a Gianni.
– Vieni!

4 agosto 1968. Alessandro Gogna alla Hörnlihütte si prepara per la partenza. Foto: Evaristo Fusar.

Anche lui brontola che il peso è troppo; uno sguardo in alto ci convince che è opportuno estrarre dalle nostre «protu­beranze» i martelli e qualche chiodo da ghiaccio. Gianni riparte, cercando di seguire una di quelle esili dorsali nevose che si formano sui pendii battuti dalle scariche di pietre, di neve e di ghiaccio. Dorsali che sono delimitate a destra e a sinistra dalle rispettive «rigole», cioè i canali in cui vengono inghiot­titi tutti i «rifiuti» della parete. Il vantaggio è evidente: sulle dorsali il ghiaccio è più coperto che nelle rigole.

Dopo qualche metro si convince che è troppo rischioso, per la sola voglia di far presto, proseguire senza intagliare gradini. Non gli sembra neanche di avere i ramponi, non si sente sicu­ro; ogni qualvolta alza un piede è costretto a compiere il movi­mento velocissimo, altrimenti l’altro piede scivolerebbe. Così inizia il lento lavoro di scalinatura, e io penso con sollievo che quando dovrò raggiungerlo andrò su abbastanza comodamente. Mentre gli filo con lentezza la corda, mi ricordo della mac­china fotografica. Con un po’ di acrobazie mi tolgo lo zaino e dopo pochi secondi l’apparecchio è a tracolla. Distanza, luce, diaframma e… clic! la foto è fatta. Gianni non se ne è neppure accorto. Quaranta metri più in alto (purtroppo, in dislivello, non più di trenta), sta armeggiando per attrezzarsi alla sosta. Gli ultimi ghiaccioli scalzati via con la piccozza mi volano ac­canto e finalmente il tanto desiderato «vieni!» non tarda a farsi sentire.

Velocissimo lo raggiungo e senza dire una parola proseguo, dapprima in verticale e poi spostandomi un po’ a destra verso l’orlo del grande pianoro. Ho appena il tempo di vedere che Gianni si è prudentemente assicurato a un chiodo a vite. Subito dopo infatti mi accorgo che siamo proprio sul ghiaccio vivo. Ora il sole batte su di noi in pieno e comincio a sudare; ma non posso togliermi il maglione in questa posizione e così piano piano salgo fino al pianoro, da cui, penso, potrò fare una sicurezza meravigliosa. Infatti, sopra il ghiaccio è di nuovo sepolto sotto un notevole strato di neve buona. Questo ultimo tratto è più ripido dell’iniziale, ma è breve.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno e Alessandro Gogna alla Hörnlihütte si preparano per la partenza. Foto: Evaristo Fusar

Siamo sul pianoro, ma ancora la Nord non si vede. Quando feci con Paolo Armando questo piccolo tratto per andare al­l’attacco della via dei fratelli Schmid ricordo che trovammo condizioni alquanto migliori. Di notte, eravamo andati su lega­ti, ma senza farci sicurezza.

Con gli anelli di corda in mano dirigiamo verso ovest e, con un po’ più di ottimismo, rivolgiamo l’attenzione, oltre che agli improvvisi sprofondamenti fino a metà gamba dovuti ad al­trettanto improvvise variazioni dello stato della neve, anche alle spettacolose montagne che da lontano fanno cornice alle nostre fatiche. La Dent Blanche in primo luogo e poi lo Zinal­rothorn. Quindi gli spettacolosi Obergabelhorn e Weissh

orn. I quattromila più famosi del Vallese si offrono al nostro sguardo, tutti bianchi di neve, nell’atmosfera scintillante del mattino. Alle nostre spalle l’intero gruppo dei Mischabel, che non pos­siamo vedere però, perché il sole negli occhi ce lo impedisce.

Oltrepassiamo l’attacco della Nord, poi lentamente sco­priamo la nostra meta. Non abbiamo mai visto da vicino il Naso e ora siamo proprio sotto. L’impressione è di immediata antipatia istintiva verso quel coso, quella protuberanza rocciosa, quel mostro che non ha uguali. Strutturalmente irride a tutte le architetture alpine, è una creazione che non ha nulla a che fare con le altre. Immaginate una parete nerastra e abbastanza uniforme che in alto s’incurva, si avvita direi quasi, presentando strapiombi e tetti stratificati l’uno sull’altro in una diagonale che li rende ancora più sfuggenti verso l’alto, irraggiungibili e insuperabili. Il vento in alto soffia forte e sull’orlo di quei lastroni aggettanti nel vuoto si vedono dei leggeri sbuffi di fumo, neve portata via, mulinata, centrifugata. Lo sguardo, dai quattromila e oltre scende con timore fino ai 3800, dove il mostro ha i suoi piedi. Ma sembra che lo spettacolo non possa finire, perché il piedistallo del Naso è una barriera pazzesca di ghiaccio e roccia, un’accozzaglia disumana di pietroni incastra­ti, di colate di ghiaccio. Colatoi neri, in mezzo a bubboni or­rendi di pietra vetrata. Innumerevoli intarsi della neve, disegni intricati di forme, di colori opachi e discussi. Il «misto» ele­vato all’estremo, il terreno è già classicamente infido, portato alla follia, in un impeto di instabilità e di agghiaccianti misure.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno sullo scivolo di accesso alla parete nord del Cervino

Francamente non ci sentiamo in grado di affrontare la real­tà, proviamo solo un senso di grande instabilità per tutto quel­lo che abbiamo fatto e pensato finora. Capiamo di essere smar­riti, di non essere all’altezza, di avere presunto troppo, eppure andiamo avanti, camminiamo con il capo chino sotto lo sfor­zo: non esiste più Naso, Cervino, Alpi, Europa, Terra. Siamo indecifrabilmente immersi nel mondo sconosciuto di cui stiamo varcando la soglia, come se vi fossimo spinti da qualcosa che è dentro di noi, mentre tutto il resto di noi vorrebbe ribellarsi al sopruso. Non si può chiamare vigliaccheria, ma si deve dire istinto di conservazione, ci insegnano. Non siamo semplice­mente in ricognizione, sappiamo che c’introdurremo a ogni co­sto, che il tornare indietro, possibile all’inizio, diventerà sem­pre più difficile in seguito. Abbiamo dimenticato tutto, eppure siamo fieri di esistere, di rappresentare qualcosa in questo ma­ledetto mondo inanimato che tanto amiamo. La nostra vo­lontà e basta ci ha spinti fin qui e ci spingerà ancora, oltre i confini fino ad ora stabiliti. Il nostro orgoglio, certo. E anche la vanità. No, non ci sentiamo umili e piccini; ne abbiamo forse soltanto l’aspetto esteriore. È dentro che dovete guarda­re, dentro a questi fantocci rossi caracollanti, ridicoli, che però non si sentono miserabili, hanno la faccia tosta di vantarsi di essere lì.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno verso il Naso di Zmutt

Cosa pensate quando siete sotto una parete del genere? Ecco cosa meditiamo: bestemmie alla realtà, amore per noi stessi, equilibrio tra narcisismo e temperata coscienza dei limiti del pro­prio essere. Fantocci, burattini rossi che non siamo altro. Mi guardo le mani: la sinistra, inerte al mio fianco, la destra che segna il passo con la piccozza, le arterie scure, in cui scorre il sangue. Mani non troppo grosse purtroppo, quasi mai eserci­tate in lavori pesanti, ma che finora non mi hanno mai tradito. Mani che tra poco conosceranno, e non sarà la prima volta, il gelo, lo sforzo, il ruvido contatto con la roccia, il delicato assaggio di un appiglio insicuro. Polsi che rintroneranno sotto i colpi della piccozza, unghie che dovranno uncinare le più pic­cole grane delle placche. Non siamo esentati dalla paura, né tanto meno così esercitati all’idea della morte, come un soldato in prima linea sotto le raffiche di mitragliatrice, ma quello che stiamo affrontando lo abbiamo voluto solo noi.

In questo mondo extraterreno e selvaggio siamo i primi esploratori e non pensiamo che forse ci sarà qualcuno che ci seguirà; il fatto è che nessuno ci ha mai preceduti; ogni metro in più significherà, per le leggi che regolano questo mondo, una sempre minore tolleranza della vita. Il margine sarà sempre più esiguo, le necessità cresceranno con il diminuire delle nostre scorte materiali e spirituali. Cosa abbiamo portato noi qui di tutto ciò che usiamo normalmente per continuare la nostra vita? Ben poco. E quanto durerà? Abituati al calorifero, all’au­tomobile, alla compagnia, alla sicurezza, alla protezione, agli af­fetti, quassù abbiamo portato di queste cose solo il ricordo, e questo non è certo una consolazione. Non siamo stufi della vita, non siamo qui per rivalsa, per vendetta, per disadattamento. Det­to tra noi non vediamo l’ora di reinserirci, di convivere nuova­mente con il nostro prossimo, anzi, al momento, con il nostro lontano, più ricchi di prima, però. Se nella vita urbana siamo abituati a non considerare che le persone che ci stanno vicino, e anzi a lottare con gli altri, impegnati a sopraffarli in tutti i modi, quando si vorrebbe quasi che sparissero tutti, qui la vi­sione cambia, i blocchi mentali si rimpastano per riapparire in composizione diversa. Si potrebbe credere di avere più pensieri e nostalgie per le persone che abitualmente vivono vicino a noi, e invece queste si fondono a tutti gli altri. Il macellaio, che normalmente ci vende la carne e con cui si scambia solo ‘ngiorno e ‘sera, l’automobilista a cui normalmente si spiega quale fosse la professione della madre, e tante altre figure più o meno odiose, più o meno a noi indifferenti vengono spostate miracolosamente in un’altra dimensione, quella del ricordo, in cui si fonde tutto.

Impercettibilmente aumenta la pendenza, ormai siamo pro­prio sotto la parete. Il Naso non si vede più, è scomparso die­tro e sopra il bastione ghiacciato che dovremo salire oggi. Sia­mo su una pendenza a 40 gradi e cerchiamo di rimandare il più possibile il momento. A dieci metri dal punto in cui la crepaccia terminale sembra superabile, ci fermiamo e scaviamo un grosso gradino nella neve. Dopo esserci legati con un’altra corda, Gianni attacca decisamente. Le due labbra della crepa sono abbastanza distanti e sono ricoperte di neve fresca in cui i piedi affondano. Allora prende con le mani altra neve e la pesta, poi ancora fino a che non affonda più. Pianta quindi la piccozza sul labbro superiore, sfalda tutta la neve instabile che gli crolla addosso e lo infarina. Poi cerca di sollevarsi con delicatezza, ma proprio allora i piedi gli cedono di nuovo ed è solo con uno scatto che mantiene l’equilibrio e non precipita nel buco. D’accordo che l’avrei tenuto facilmente, ma come inizio sarebbe stato poco rassicurante. Invece, alla seconda ma­novra, il sollevamento riesce e tra spolverii e slavinette, vedo scomparire al di sopra la sagoma del mio compagno. Dopo po­chi metri si ferma e tocca a me farmi tirar su quasi di peso su quella neve instabile. Uno a zero per noi. Sopra, un altro pen­dio, a 55 e poi 60 gradi fino all’inizio della bastionata. Men­tre ci massaggiamo le spalle doloranti per la continua pressione degli spallacci, guardiamo dove potremo passare. La possibilità, peraltro non troppo evidente, che ci si presenta credo sia l’u­nica. Una specie di tragitto obliquo a sinistra per aggirare un rigonfiamento verticale e ghiacciato; poi si dovrebbe poter tor­nare a destra, sulla sommità del rigonfiamento stesso; lassù poi dovremmo essere quasi fuori dall’osso più duro della bastio­nata.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno supera la crepaccia terminale

Due lunghezze di corda su neve durissima ci portano alla prima sospirata roccetta. Ma ci attende una delusione. Le rocce sono mal stratificate, poco fessurate e ricoperte di ghiaccio. Gianni pianta il primo chiodo nella roccia. Non sappiamo ancora che sarà l’unico chiodo buono di tutto il giorno. Con i ramponi appoggiati interamente in pressione sul pendio e con il busto ancorato al chiodo, mi dice di andare pure.

Non so se mi sarà possibile salire questo tratto di parete, perché adesso vediamo veramente da vicino che cosa ci atten­de. Un muro, a 75 gradi di pendenza, ricoperto quasi total­mente da una scorza di ghiaccio. Provo a gradinare, e subito vedo che la piccozza batte sulla roccia. Salgo lo stesso con i ramponi sulle ridicole scalfitture che ho fatto. Le mani acca­rezzano la superficie liscia e ghiacciata; mi sento cadere subito, con un brutto effetto: è lo zaino che mi trascina verso il bas­so. Ma spero ancora di farci l’abitudine. Visto che non si può salire con la tecnica di ghiaccio, cerco di avanzare come in roc­cia, cioè cercandomi gli appigli. Ma la stratificazione me lo im­pedisce. Tutti gli appigli sono rovesci, sovente anche trovo solo pietre incastrate, pronte a fuoriuscire alla minima trazione. Do­po alcuni metri sento il bisogno di un chiodo, se no non vado avanti. Cerco con una certa fretta di scavare nel ghiaccio, di frugare, per vedere una fessura. Niente, è tutto intasato, tutto compresso. Per di più le fessure che trovo sono cieche. Provo a martellare i chiodi, ma questi non entrano, provo con quelli extrapiatti, ma questi si piegano. Allora salgo ancora sperando nel seguito; sono ormai a quindici metri da Gianni. 15 + 15 fanno 30. Urge un chiodo, e finalmente riesco a sistemarne uno, non troppo buono. Poi vado avanti, su difficoltà immutate. Ma forse ora ho un po’ più di confidenza. Dopo altri dieci metri trovo una fessura e lì pianto un chiodo. Mi fermo e raccomando a Gianni che, nel venir su, tenga presente la mia non certo brillante posizione.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno verso la sezione di misto difficile sotto al Naso di Zmutt del Cervino

All’inizio Gianni attacca con foga, pensando alla mia scarsa forma. Poi lo slancio diminuisce, con tendenza alla lentezza. Lo guardo e lo vedo appena, semicoperto da quella massa enor­me che ha sul groppone: ripenso alla prima volta che siamo andati in montagna insieme. Con noi erano anche Vincenzo Bruz­zone e Gianni Pastine, ricordo che pernottammo a Terme di Val­dieri, in un albergo. E prima di andare a dormire, ero rimasto impressionato dalla spaventosa magrezza del suo torace. Credo che gli si potesse persino misurare il diametro delle costole, spe­cie di quelle centrali, le più sporgenti. Allora avevo diciotto anni e lui ventidue o quasi, io ero il novellino e lui uno dei «bra­vi» della Sezione Ligure del CAI, perciò lo osservavo in tutto, per capire se per caso a me mancava qualcosa per diventare come lui. Ripenso a quel torace scheletrico e ancora non comprendo come possa salire. E dovrei saperlo bene, visto che anch’io poco fa ero nella stessa «bratta». La «bratta», in genovese, è il fondo dei caffè, quella specie di rimasuglio nerastro; in gergo è usata proprio per definire quei tratti di parete di non ben de­finite caratteristiche e che comunque hanno ben poco a che fare con la roccia salda e la neve buona. Che schifo = che bratta!

Non fa freddo, anzi, arrampichiamo in camicia. Lui con la sua brava camiciola casalinga di lana, e io con una magnifica camicia da sera di seta. Infatti alla partenza da Genova io ero tutto preoccupato di fare eventuali capatine nei luoghi ove si balla, nel caso che il maltempo ci avesse respinti e nauseati della montagna. Con tutte queste idee mondane e goderecce per la testa avevo assolutamente dimenticato una qualsiasi nor­male camicia di lana, anzi avevo solo quella di seta, bianchis­sima e lucente, di quelle che alla luce dei nights diventano viola. Mi sarei dato dei pugni sulla testa al momento della ve­stizione, ma ormai non c’era più niente da fare. Comunque sulla camicia di seta ormai avevo fatto una bella croce, ben figurandomi come l’avrei ridotta nelle mie peripezie sul Naso di Zmutt.

Con ogni attenzione Gianni mi raggiunge e mi oltrepassa.
– Giovanotto, permette questo shake? – mi fa, con un leggero inchino.

4 agosto 1968. Alessandro Gogna inizia la sezione di misto difficile sotto al Naso di Zmutt del Cervino

Certamente, se fossi stato davvero al Barracuda o al Whisky notte e una graziosa fanciulla mi avesse rivolto un simile gen­tile invito, denso di promesse, non avrei risposto con quelle pa­role così volgari e grossolane con cui invece respingo ora Gian­ni ridacchiante. Il suo ghigno si spegne però ben presto, appena il rampone destro gli scricchiola sinistramente di sotto al piede. Purtroppo anche qui si può parlare di danza, ma il dan­zatore balla sempre da solo e sorvegliato attentamente dalla «tappezzeria». Per di più quassù il tempo è molto lento, credo che nemmeno certe famose marce funebri possano assecondare il ritmo, e forse nemmeno le agghiaccianti colonne sonore degli western all’italiana possono servire allo scopo.

Comunque adesso Gianni è già parecchio alto, senza che ombra di chiodo interrompa piacevolmente l’arco che ormai la corda libera descrive. Poi la traversata a sinistra su un terreno mai visto, che dissacra tutte le nostre conoscenze nel campo del «misto». So bene che anche lui se ne rende conto, ma or­mai sono trenta i metri che gli ho filato. Lo vedo avanzare a pochi millimetri per volta, ma non è questo lo spaventoso; è il muro che gli fa da contorno, su cui lui è appiccicato. Ogni tanto cade qualche pietra, smossa dalle mani o dai ram­poni, e mi sembra che cada giù anche lui. Non si capisce come su una simile pendenza il ghiaccio possa essersi così af­fermato e stabilizzato; non si capisce come la roccia possa es­sere così marcia.

Adesso Gianni è in spaccata, nella stessa posizione da pa­recchi minuti. Si vede che non osa neppure muovere un arto. Dieci metri sopra si vede uno spuntoncino. Ecco, ora si muove, afferra un blocchetto con le dita, si tira su, con la sinistra riesce a scavare un piccolo gradino… non ho mai sofferto così nel vedere una persona arrampicare; ma perché questo non è arram­picare, è strisciare, è giocare d’azzardo, è lavorare spasmodica­mente per non cadere. Con una mano afferra l’orlo dello spun­toncino, che sopra è tutto ghiacciato, cosa del resto facilmente immaginabile. Aiutandosi con le ginocchia esce sullo spuntone e si drizza in piedi, poi si mette a cavalcioni, cerca di piantare un chiodo. Con un brivido guardo i quaranta metri di corda che ci separano e ci uniscono. Sento battere un chiodo, poi un altro ancora. Quindi è la volta del quarto, ma dopo un po’ rinuncia. Evidentemente lassù ci deve essere una sosta meravi­gliosa!

– Guarda che qui ci sono tre chiodi che non valgono una cicca – è il suo incoraggiante viatico per chi come me deve intraprendere il lungo e faticoso cammino di quaranta metri, senza voler per il momento pensare a quello che mi aspetta poi. Infatti, il poi mi si presenta in tutta la sua reale assur­dità. Errare humanum est, sed diabolicum perseverare. Abbiamo sbagliato a venir fin qui, ma, visto che ci siamo divertiti ab­bastanza nell’errore, ora si potrebbe anche tornare indietro per conservare quel giusto equilibrio che in teoria dovrebbe assicu­rare un altrettanto giusto e moderato buon proseguimento della vita ed eventuali eredi (del resto chissà come scombinati anche loro, poveretti, visti i buoni risultati ai quali arrivano cotanti padri). Invece vado avanti. Ma con tutta la mia buona volontà vengo inesorabilmente arrestato da uno svasato caminetto di ghiaccio, alto appena tre o quattro metri. Vedo Gianni un po’ imbambolato, fermo sotto di me, a circa dieci metri. Tra noi due per fortuna son riuscito a sistemare un chiodo, che anche se non è eccelso, mi ispira sufficiente fiducia per un molto even­tuale volo. Con la piccozza scavo piccoli buchetti nel ghiac­cio, lo zaino mi butta indietro, non riesco più a sopportare il peso sui piedi, costretti come sono negli scarponi doppi e nei ramponi. Così, grattando il ghiaccio con le punte, conficcando le mani in questi buchetti, mi isso faticosamente, con i reni che devono mantenere eretto il busto, se no faccio una ca­priola indietro e buona notte ai suonatori, mi apro selvaggia­mente la via verso la fine di questo camino. Quando sono fuori mi esce un grosso sospirone di sollievo. Poi un po’ di metri più facili, quindi passaggi su roccia e ghiaccio fino al termine della diagonale a sinistra. Mi fermo su un chiodo malsicuro. Inizia ora l’altrettanto lungo obliquo a destra su cui non mi sof­fermerò tanto per non tediare nessuno. Dirò soltanto che è lungo ben quattro lunghezze di corda. Le prime due sono del tenore precedentemente illustrato. Le altre ci fanno godere di una pendenza un po’ più attenuata (65° o 70°) e quindi le effet­tuiamo a cuore un po’ più aperto.

4 agosto 1968. Alessandro Gogna sulla prima lunghezza della sezione di misto difficile sotto al Naso di Zmutt del Cervino

Per di più ora siamo fuori dalla bastionata e un lungo pen­dio di ghiaccio ci separa dal Naso, che di qui vediamo benis­simo. Rimandiamo però a domattina l’esplorazione visiva della parete di roccia e per il momento, dato che sono le sette di sera, cerchiamo affannosamente un posto per bivaccare. Il sole è ormai scomparso dietro i Denti di Zmutt e la valle di Zer­matt è già tutta in ombra. Comunque è da quando abbiamo superato la crepaccia terminale che non vediamo più il sole, come è logico su tutte le pareti nord.

Per primo arrivo io nella presumibile zona-bivacco. Sono su un’esile crestina rocciosa, tutta coperta di neve e con la pic­cozza sondo per vedere se c’è qualche posticino orizzontale. Dal basso Gianni mi chiama:
– Non è meglio che venga su anch’io? In due cerchiamo meglio.

Un attimo dopo lo sto assicurando. Alle otto abbiamo ri­stretto i posti possibili a tre, in una distanza di circa quindici metri.
– Vieni qui, ché forse ci si sta abbastanza bene – dico io.
– Ma no, vieni giù tu, qua non è mica male, anzi.

La verità è che ognuno di noi avrebbe voluto che fosse l’al­tro a muoversi. Alla fine vinco io, che ero più in alto. Ci de­dichiamo alacremente alla pulizia. Dopo un po’ di tempo, as­sicurati a due o tre buoni chiodi, possiamo finalmente sederci, alleggerendo finalmente la costrizione dei piedi, i cui dolori ora cominciavano veramente a essere insopportabili. Siamo stan­chissimi e vorremmo addormentarci così. Con precauzione ci togliamo i ramponi, poi gli scarponi, che infiliamo negli zaini, dopo un’attenta pulizia di tutta la neve che vi si era depo­sitata sopra. Quindi ci infiliamo nei sacchi piuma. Da ultimo infiliamo il duvet e il berretto. Stiamo lì, quietamente, per una decina di minuti cercando di rilassarci; pensiamo che in fondo siamo stati abbastanza fortunati a trovare questo posto da bi­vacco, piccolo sì, ma orizzontale, in questo mondo di rocce stratificate in diagonale e a rovescio. Poi ci scuotiamo ed ecco che il fornellino a gas fa sentire il suo tranquillo ronzio. Ad uno ad uno gettiamo nell’acqua bollente i vari liofilizzati che abbiamo. Al Badile, nelle buche di neve, potevamo, con una certa comodità, far sì che non si formassero gli odiosi grumi di polvere liofilizzata, mediante un lavoro di équipe abbastanza ben organizzato. Uno badava al fornello e rimescolava, gli altri in recipienti più piccoli scioglievano le polveri con poco liqui­do, proprio come si fa con il cacao quando si vuol fare una cioccolata. Invece qui sul Cervino la pentola è una sola e lo spazio irrisorio impedisce tutti i movimenti. Così ci adattiamo a ingurgitare un minestrone denso e grumoso. Meno male che dopo abbiamo della pancetta affumicata e del formaggio. Ma non mangiamo molto e anzi cominciamo a pensare di aver portato troppo da mangiare. Chiudiamo il pranzo con i liquidi. Dapprima un’aranciata preparata con le polveri (sempre liofiliz­zate!) e poi il tè, condito con le vitamine e una pastiglietta di Ronicol, un moderato vasodilatatore per favorire la circola­zione alle estremità. Stiamo un po’ lì a chiacchierare, ma non abbiamo molto da dirci perché abbiamo sonno. E questo è bene, così la notte passerà prima. Le prime ore trascorrono in un soffio e quando mi sveglio scopro con piacere che sono già le tre. È ancora buio, ma un’ora passa presto. Dopo poco anche Gianni non dorme più e sento che si agita per scaldarsi i piedi. Gli chiedo come va, se ha freddo e soprattutto se ha voglia di mettersi a scrivere le impressioni sul taccuino. Mi risponde che c’è tempo per la trascrizione.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno in piena sezione di misto difficile sotto al Naso di Zmutt del Cervino

– Con la dormita da ghiro che ti sei fatta, non credo che tu abbia avuto il tempo di pensare – lo giustifico.
– Già, perché tu, scommetto, sei sempre stato sveglio.
– Adesso come farai che non le hai scritto niente, chissà cosa ti dirà…

Ora parliamo normalmente, gli racconto del mio bivacco solitario sulle Grandes Jorasses, riesumiamo le nostre salite di quest’anno, giudichiamo se siamo preparati o no. Il Badile ci ha insegnato. Come era­vamo arrivati a quell’idea dell’invernale sulla Cassin? È stato scritto su di noi che siamo arrivati alle grandi salite scaval­cando tutto quanto precede il sesto grado. Non è vero, non dipende dal metodo, che è sempre stato lo stesso, ma dalla velocità con cui è adottato. Ciò che gli altri possono fare in quattro o cinque anni o anche in uno, noi l’abbiamo fatto in due o tre. La preparazione la si ottiene salendo circa 100 km in arrampicata, leggendo libri, riviste, pubblicazioni; esaurendo­si sui passaggi a pochi metri da terra e affrontando i quattromila; ritenendo a memoria ciò che si legge per averlo poi a portata di mano quando occorra in pratica; con progressiva e sempre meno limitata fiducia nei propri mezzi. Bisogna essere orgogliosi, am­biziosi, senza però dimenticarsi di non essere mai presuntuosi e non fare mai il passo più lungo del concesso; occorre rinun­ciare a tante cose belle con un unico obiettivo. Sono mesi, forse anni di sacrificio, che saranno poi spesi in pochi giorni di lotta.

Ormai il freddo è abbastanza fastidioso. Continuiamo a di­menarci, perché è da otto ore che siamo immobili nella stessa posizione immutata. Con molta attenzione ci alziamo, siste­miamo il materiale negli zaini, facciamo colazione con il latte condensato, i biscotti e la marmellata. Poi siamo pronti per la nuova giornata che si preannuncia bellissima, ma con riserva, perché all’orizzonte ci sono delle strisce poco rassicuranti.

Le possibilità che abbiamo sono due: o andare su diritti su un ripidissimo pendio di neve, per poi traversare a sinistra e rag­giungere le rocce del Naso, oppure traversare subito lungamente su ghiaccio e attaccare più in basso il risalto verticale. A una sommaria occhiata notiamo che, in corrispondenza dell’attacco più alto, dovrebbero esserci delle rocce più rotte, traversando le quali forse ci saremmo collegati alla fessura, che parte invece dall’attacco più basso. Questa soluzione ci lascia prevedere de­gli innegabili vantaggi, esattamente tre: primo, eviteremmo il lungo traverso su ghiaccio, difficile, faticoso e pericoloso per­ché esposto alle eventuali cadute di pietre; secondo, eviterem­mo la prima parte della fessura che ci sembra alquanto repul­siva; terzo, dovrebbe essere garantita una maggiore velocità.

4 agosto 1968. Gianni Calcagno in una delle ultime lunghezze della sezione di misto difficile sotto al Naso di Zmutt del Cervino

Così comincio a salire sulla dorsale nevosa. Dopo quaranta metri di gradinatura, la dorsale termina e lascia il posto al pendio vero e proprio. Ora siamo illuminati dal sole e fa caldo. Mi fermo su un chiodo da ghiaccio. Gianni mi raggiunge e passa subito davanti. La seconda lunghezza della giornata è indub­biamente più difficile. Non perché sia più ripida, ma perché il ghiaccio ha preso il posto della neve. Ma il mio compagno se la cava egregiamente e, con molta pazienza, guadagna altri qua­ranta metri. Quando lo raggiungo sono un po’ demoralizzato e non me la sento di andare avanti. Lo prego di proseguire e per fortuna egli non si fa troppo pregare. Altri quaranta metri, che ci portano sotto un gobbone di rocce intasate di ghiaccio. Finora il pendio è stato sui 60 gradi, ma ora la nuova diffi­coltà ci fa immaginare un bel bis di quelle di ieri. Difatti, dopo pochi metri di battaglia su un ghiaccio spesso come una cro­sta e non gradinabile, ecco Gianni impegnato sul muretto. Sarà che siamo più stanchi di ieri, ma io comincio a non poterne più di queste snervanti attese e acrobazie. Lo assicuro sul solito chiodo da ghiaccio e, come ieri, Gianni è in posizioni assurde, una dopo l’altra, senza un attimo di respiro. Uno, due chiodi entrano nella roccia marcia e ghiacciata, con rumori da cassa da morto. Mi domando cosa succederebbe se gli si dovesse rom­pere una punta dei ramponi. Ma non c’è necessità di pensare a cose così improbabili. Basta immaginare che quei pochi milli­metri di acciaio, per un movimento falso o per un tremolio del piede, potrebbero scivolare. Lo prego di piantare dei chiodi, non importa se son cattivi, ma io così non lo posso vedere. Un al­tro chiodo, su cui Gianni mette anche la staffa, dicendomi in un sussurro di stare molto attento.

Il rischio. Ora so cos’è. Finora nelle mie ascensioni avevo conosciuto le difficoltà, le sofferenze, le solitudini. Ma qui è diverso. Siamo legati al filo del caso, la bravura non basta più, il rischio è evidente, palpabile, ce lo sentiamo addosso come un animale leggero e peloso, che ci svolazza intorno, ci sfiora. Ho nausea, eppure il mio sguardo non si distoglie, neppure per un attimo, da ciò che fa il mio compagno, cui sono legato con due corde. Ha abbandonato la staffa, è sopra, con il peso su un rampone solo. Dopo un po’ la gamba gli trema e io sono solo in attesa, in attesa che succeda qualcosa. Per fortuna Gian­ni stringendo i denti si alza ancora, pianta un chiodo decente. Si sistema su una staffa e mi dice di venire. Io non mi sogno neppure di dirgli che ci sono ancora venti metri di corda di­sponibili. So bene quanto possa essere affezionato a quel chiodo discreto che ha appena sistemato. Se volo, il chiodo su cui è Gianni non regge due persone, penso. E lo zaino, questo stra­maledetto zaino che è sempre pesante come ieri, se potessi gettarlo via! Quando arrivo a mezzo metro da Gianni non oso attaccarmi alla staffa che pende sotto ai suoi piedi. Preferisco continuare a stringere i denti, a cercare di non cadere. Ci guar­diamo un po’ in faccia, ma non c’è bisogno di parlare. Via al più presto di qua, se no il chiodo si stacca. Vado. Devo rag­giungere le rocce del Naso, venti metri a sinistra. Il sole è già da un pezzo scomparso, in compenso il cielo è tutto nuvoloso e fa freddo. Gianni si mette i guanti, io no, altrimenti non potrei salire. Con le mani gelate, vado a sinistra su una strut­tura miserabilmente marcia, sospesa, aleatoria. A forza di cen­timetri, ogni tanto salgo. Dopo quindici metri, quando ormai penso che proprio non ce la faccio più, metto un chiodino in una piccola fessura; mi ci aggrappo convulso, con le mani prendo una staffa e la aggancio. Se esce il chiodo non im­porta, tanto cadrei lo stesso. Gianni, sotto, è pallido come un cencio. Due metri a sinistra, tenuto in trazione dalla corda, si­stemo un altro chiodo, più sicuro. Alla mia sinistra, per arrivare alle rocce, un canale di ghiaccio grigio, sui 75 gradi. Provo a scalinare, sapendo però a priori che ci sarà la solita scorza e basta. Infatti è così, ma mi ostino ugualmente a vellicare il ghiaccio con i miei non certo robusti colpi. Per di più non sono mancino, perciò mi è ancora più difficile. Mi rendo perfet­tamente conto che sto sbagliando; ma cosa posso fare, non posso mica buttarmi a pesce dall’altra parte!

5 agosto 1968. Gianni Calcagno si avvicina al pendolo per raggiungere le rocce del Naso di Zmutt del Cervino

All’improvviso l’idea che salva una situazione criticissima: il pendolo. Mi fac­cio calare da Gianni per sette metri, trovandomi quindi alla sua altezza, distante da lui circa quindici metri, poi puntando i ramponi sul ghiaccio, mi sposto a sinistra, sul colatoio che vedo sfuggire in basso nella nebbia, mentre cadono i primi fiocchi di neve e avverto il soffio della tormenta. Ma ormai ho in mano la roccia, qui non troppo buona, ma pur sempre ver­ticale e piena di appigli e fessure; con i ramponi ai piedi raspo disperatamente, perché ormai tremo. Ancora difficoltà, non trovo fessure per chiodi, le corde non scorrono bene, la neve comin­cia a depositarsi sugli appigli. Dopo mezz’ora allo spasimo ho piantato uno Charlet-Moser e un Cassin a U, buoni. Gianni, che da tre ore è là sotto a tremare di freddo, può raggiunger­mi. Non può arrivare fino a me, ma per questo niente di male. Effettuato il pendolo, sale nel canale di ghiaccio, aiutandosi con le rocce del Naso. Si ferma quattro metri sopra, alla stessa altezza del chiodo che abbiamo lasciato dall’altra parte per la manovra. Ora nevica fitto e pesante; qui se non ci sbrighiamo a trovare un posto da bivacco siamo fregati. Ancora dieci me­tri nel colatoio fino a che termina per dar luogo a un altro pendio di cui non vediamo la fine, ma che ormai non ci in­teressa, in quanto dobbiamo abbandonare ghiaccio e neve e salire sulla roccia. Trenta metri su roccia abbastanza solida, ma infida e scivolosa per la neve fresca, mi portano all’altezza delle “rocce rotte” che vedevamo dal posto di bivacco. Per queste, andando a sinistra, dovremmo raggiungere, con qualche ardita traversata, la fessura, unico punto debole di tutta la parete.

Non siamo in una bufera terribile, perché non c’è vento e non siamo quindi flagellati da neve o cristalli di ghiaccio, però il brutto tempo ci sembra decisamente arrivato alla stabilità. E prima di domani potremmo anche essere seppelliti da un metro di neve fresca. Siamo a quota 3800, ore 13, attaccati entrambi a un unico chiodo. Cerchiamo di andare a sinistra, prima lui, poi io, per cornici sospese su un vuoto senza fine, sotto le prime slavinette, con una visibilità ridottissima, traversando su placche lisce, coperte di neve fresca con i guanti fradici d’ac­qua. Saremo a zero gradi. La neve a contatto dei guanti si scioglie subito, li imbeve come spugne. La ricerca di un sedile si fa frenetica. Provo a piccozzare in un punto apparentemente buono. È nel ghiaccio più duro che scavo, pezzo per pezzo, scheggia per scheggia lo strato è smantellato e mi lascia sperare un posticino orizzontale… invece dopo pochi altri colpi, le prime scintille dell’acciaio sulla roccia. Non c’è niente da fare contro una stratificazione così balorda, che non lascia neppure 30 centimetri quadrati orizzontali. Tutto inclinato, ricurvo, con­torto, obliquo. Puliamo a destra e a sinistra, mentre tutto in­torno a noi è grigio e uniforme; non parliamo, abbiamo solo paura di passare la notte in piedi, che sarebbe un disastro. As­sediati dalla nebbia, sospesi sulle punte dei ramponi, subiamo impotenti i grossi fiocchi di neve che si accumulano uno sul­l’altro; non possiamo illuderci che sia di breve durata. Dietro le ciglia del mio compagno, incrostate di ghiaccio leggo la stessa mia ansietà. Con maggiore forza continuiamo a piccoz­zare; troviamo due piccolissimi posti, vicini e sfuggenti, su cui sarà impossibile riposare. Ma è sempre meglio che stare in piedi. Dopo un po’ alcuni chiodi ci assicurano alla parete. Alla mia destra pianto un Cassin, cui appendo zaino e mazzi di chiodi. Lo stesso fa Gianni dalla sua parte. Stendiamo un po’ di cel­lophane sulla pietra, ma non riusciamo a toglierci le ghette e a srotolare il sacco-piuma senza che già la neve lo abbia coperto. Lo scrolliamo, intanto altra neve si è infilata negli zaini. Fi­nalmente, con ancora gli scarponi calzati, ci infiliamo nei piu­mini e tiriamo su i cappucci. Vorremmo qualcosa, ma non si può cucinare, ogni minuto una slavina che entra dentro al no­stro ricovero, nei nostri vestiti, giù per la schiena, spegnerebbe il fornello se l’accendessimo. Così ci limitiamo a trangugiare un po’ di formaggio, con alcuni biscotti. Per fortuna sentiamo che lo stomaco si rifiuta di funzionare bene e quindi evitiamo la fatica di estrarre altre cibarie dal fondo degli zaini, con l’al­trimenti inevitabile risultato di riempirli di neve.

5 agosto 1968. Gianni Calcagno in sosta

Ci disponiamo a un bivacco molto lungo, diciassette ore di assoluta immo­bilità. È evidente che dovremo tornare indietro. Ma come, per dove? La prima decisione è di aspettare le sette di domattina, così avremo tutta una giornata davanti per la ritirata e magari, chissà, potrebbe darsi che la neve si calmi un po’. Così, nel silenzio più penoso, ci ritiriamo in noi stessi, pensando ai nostri seri guai. Inutile disperarsi, inveire. Sarà solo la forza psicolo­gica e morale che ci farà scendere, perché il fisico non reggerà per tutta la giornata. Mi perseguita il ricordo della terribile tra­gedia del 1961 sul Pilone Centrale del Monte Bianco, in cui morirono di sfinimento Oggioni, Guillaume, Vielle e Kohl­mann, tra incredibili sofferenze quando ormai avevano rinuncia­to. E chi ci garantisce che qui la situazione non precipiti an­cora? Come faremo a scendere quello che abbiamo salito for­tunosamente, ora che per di più le condizioni saranno peggio­rate? O anche obliquare a destra, verso la Cresta di Zmutt, sarà possibile? E le slavine dall’alto? E il distacco di interi pendii di neve appiccicata? Improvvisamente mi riscuoto. Gian­ni si è alzato in piedi, nel suo sacco a forma di mummia, e scrolla la neve che è entrata dentro.

Non oso guardare l’orologio, non siamo neppure a un de­cimo del bivacco. Questa volta ho paura di essere in trappola, come un topo, e dovremo avere bisogno della fortuna per uscire da questo inferno bianco. Cerchiamo invano di dormire, di far passare il tempo, con rassegnazione abulica ci lasciamo coprire dalla neve. Poi non ricordo più, se non il buio, il freddo, la fastidiosa sensazione di bagnato. Devo aver dormito. Dalla parte di Gianni si sente solo il suo respiro, regolare. Vuol dire che dor­me. Meglio, almeno per lui. Lotto un po’ con me stesso per impedirmi di guardare l’ora. Le 20, infatti è ancora chiaro, con l’ora legale. Abbiamo discusso un bel po’ se adottarla oppure no; non perché la salita si svolgeva in Svizzera e quindi per uniformarci all’ora di quel paese, bensì per altre ragioni. Io dicevo di non adottarla perché fino ad allora in montagna non avevo mai spostato le lancette dall’ora astronomica e quindi sarebbe stato per me un disagio. Si sa che alle nove vien buio, quindi alle otto occorre prepararsi a bivaccare, e mi dava fasti­dio fare una qualsiasi ginnastica mentale per una sciocchezza che in fin dei conti interessa solo gli uffici e l’energia elettrica. Gianni e il Fusar invece sostenevano che, per tutte le opera­zioni e appuntamenti, occorreva non fare pasticci con gli oro­logi. Alla fine hanno avuto la meglio.

Ora si sente un lontano ronzio, che insiste, si fa più sensi­bile. È un aeroplano! Sarà mica il nostro fotografo? Ma come fa a volare con questa tormenta? Dopo un po’ di riflessioni concludo che la perturbazione deve avere solo carattere locale. Se fosse estesa a tutta la regione, il Piper non sarebbe partito per la ricognizione. Il ronzio intanto ha raggiunto la massima in­tensità, però il pilota si tiene doverosamente alla larga dalla schiuma di nuvole in cui è seppellito l’intero Cervino.

5 agosto 1968. Gianni Calcagno alla base del Naso di Zmutt e alla ricerca di un posto da bivacco

Il crepuscolo non è neppure sensibile e mi coglie già pre­parato. Per tutto il pomeriggio avevo tenuto gli occhi chiusi, se li aprivo era per vedere una luce scialba, lattiginosa, con la visione della danza della neve. Mille e mille fiocchi che scendevano leggeri, inesorabili; un’impressione di morte silen­ziosa, un movimento che non era più tale, perché sempre ugua­le. Sembrava che seguissero delle rotte fisse. Ciascuno passava dove era passato il precedente. Si vede nelle nevicate che ogni tanto l’inclinazione cambia e a volte con questa anche la dire­zione, senza alcun rumore, senza fruscii. Quassù invece, mi stupisco ad osservare imbambolato l’invariabilità del fenomeno che mi tormenta e mi affascina. Ma ormai non ci vedo più, e an­cora mi scrollo la neve dal cappuccio e dal duvet; ciò basta a distogliermi dal benefico torpore in cui ero poco fa; ora sono cosciente, il movimento non fa più spettacolo televisivo e io chiudo ancora gli occhi e penso. Mi sorprendo a osservare come quassù la ragione non concluda. Forse istintivamente si comprende che è inutile pensare, tanto ciò che avrà l’ultima parola sarà sempre l’armonia delle nostre forze fisiche e morali. Ma questo, a buon senso, può essere valido solo per i progetti pratici, a breve scadenza, solo per i problemi cioè di immediata sopravvivenza, per le scelte da effettuare per l’indomani. Risulta invece incomprensibile l’indeterminatezza di tutti i pensieri, an­che di quelli che concernono cose lontane, nel futuro o nel passato. Si avvertono nitidamente i problemi, si sente più ne­cessaria l’opportunità di risolverli, si esaminano bene le possi­bilità di risoluzione, con tutte le sfumature, le varianti, i se e i però. Non ci si perde nel guazzabuglio delle eventualità, si ar­riva ad avere il quadro completo dei particolari, non sfuggono le visioni d’insieme. Ma quando si tratta di concludere, si sente la tendenza di passare ad altro, di eludere le proprie responsa­bilità realizzative.

Più volte ho cercato di spiegarmi questo singolare fenome­no, ma non credo si riesca; anzi a me capita di non conclu­dere, pur avendo davanti tutti i dati, senza che questi siano mescolati e nascosti. Eppure si legge che l’uomo si rivela a se stesso nelle situazioni tragiche. In quei momenti si intuiscono le grandi verità, cadono i falsi problemi. Si dice. Racconta­no. E forse la spiegazione del fenomeno che ho appena esposto la si deve cercare proprio nella differenza tra la situazione tra­gica e la situazione, diciamo così, di allarme e di assedio in cui ci troviamo noi. La tragedia presume il crollo della ragione, il trionfo degli istinti, buoni e cattivi, bestiali e umani. Di­sperazione, abbandono, rivolta. Noi non stiamo vivendo la paz­zia, siamo semplicemente paurosi di ciò che ci potrà succede­re, ma che non è ancora successo. Quindi la nostra ragione è in piena attività, ci vendica del nostro stato inerte, in cui istinti e sentimenti dominano, perché non c’è niente da fare, solo aspettare. Il mondo esterno è ridotto al nulla, vuoto buio e fiocchi di neve. E allora ecco che ci si costruisce un mondo interno, usando le vecchie impalcature dei ricordi e dei proget­ti, ma rafforzandole con un’azione irresistibile di ordine, pulizia, luce. Ma ciò che l’attività razionale non può cercare è l’occa­sione per cui si riesca a prendere una decisione. Se abbiamo portato fin quassù i vecchi problemi, non si può pretendere che venga l’idea luminosa tale da liquidarli all’istante. E pro­prio perché progetti e problemi quassù sono revisionati al faro di una ragione più attiva, si sente più decisamente la momen­tanea impossibilità a risolverli. E quando ci si accorge di ciò, si soffre. Sfiora il sospetto che la montagna non formi nessun carattere, non faciliti la conoscenza di noi stessi. Perché siamo venuti allora? Perché non ce ne siamo accorti prima? «Ma chi ve lo fa fare?». Già, chi?

E mentre le spirali del dubbio mi assalgono, mi percuotono da ogni parte, mentre cerco di difendermi, di arginare l’emorra­gia dei perché, so che intorno non c’è nulla che mi possa confortare. Gianni dorme. Ma proprio solo io devo sof­frire questi incubi? Perché lui non sente niente e io sto a ma­cerarmi, a distruggere gli ideali in cui ho sempre creduto, per­ché è bello aver qualcosa in cui credere? Istinto di scattare, di destare con soprassalto l’inutile mio compagno, gelosia della sua impassibilità. Che importanza ho per lui, adesso? Cosa gli sembro? Proprio niente gli sembro, se va bene sognerà la sua ragazza, e magari quella chissà cosa sta facendo. Povero Gianni, non dovevi venire qui a fare il cretino. E io cosa ne so di loro, cosa ne so di quello che sogna Gianni. Chi mi dà il diritto di giudicare, di inveire. Forse la mia sofferenza, forse perché io non ho nessuna cui pensare. Sì, dev’essere così; ma in tal caso è meglio che scacci tutto, che non pensi più a niente. Non devo pensare, devo concentrarmi per dormire, ché qui è tutto buio. Non riesco, non sono capace. Il medico mi ha detto che non ha mai visto uno nervoso come me. Cosa ho io di bello, di interessante nella mia storia. Di cosa posso rallegrar­mi, in cosa cercare consolazione. I ricordi. Sono tanti e per nien­te confusi, ma molti sono ancora troppo recenti; meglio scavare nel passato, risalire a cinque, sei anni fa, quando al sabato po­meriggio dicevo in casa che andavo ad allenarmi allo stadio per le gare di marcia e invece prendevo la «S» o la «C» ed andavo alla Pietragrande o alla Pria Meüia a salire e risalire i massi di venti metri, con Roberto Martinelli, con Marco Ghi­glione ed altri, ancora bambini, per tanti versi. Quanta strada da allora, quante salite, quante sofferenze, gioie, avventure. Do­lori, anche. La morte di Gianni Ribaldone, che mi ha colpito per sempre. Tutto sapevo di lui, uno studente di ingegneria che frequentava le lezioni a Torino. Distante da me perché mi co­nosceva poco, niente anzi. Solo un pomeriggio abbiamo pas­sato insieme, tutti e due golosi dei dolci che sua mamma ci aveva portato. La mia massima preoccupazione era farmi apprezzare da lui, se non altro per l’ammirazione che nutrivo per le sue doti, per il suo carattere. Un esempio da seguire, falciato via senza misericordia da un incidente tanto tragico quanto stupido. Poco prima che ci salutassimo, dopo aver parlato ore e ore di montagna e di progetti, vennero dei suoi conoscenti e gli dissero che avevano temuto per la sua sorte durante un’avventura di cui avevano letto sul giornale.
– Oh, non badateci, quelli fanno solo delle grandi chiac­chiere! Sono dei chiacchieroni!

La grandiosità delle sue idee mi ha sempre affascinato, l’e­quilibrio con cui affrontava le imprese più difficili, l’onestà con cui mi diceva che era meglio per me, invece che propormi a lui come secondo di cordata, fare le salite invernali per mio conto onde raggiungere la sua stessa esperienza.

6 agosto 1968. Naso di Zmutt, fuga obliqua ai Denti di Zmutt

Gianni, sei morto, gettando tua madre nella disperazione, lasciando un vuoto incolmabile perfino nelle persone che, come me, conoscevi appena. Un altro che ammiro senza condizioni sta dormendo al mio fianco e non rivede tutto ciò che ha vis­suto con me.

Il buio cede il posto a uno squallido biancore, anche Gian­ni si sveglia, si scrolla la neve, ci guardiamo. Si rinuncia alla colazione, anzi si gettano nel vuoto i viveri, ormai peso inutile. Lasciamo lì un mazzo di cunei, arrotoliamo i piumini fradici, i duvet, le nostre povere robe. Stringiamo i lacci, sistemiamo le cerniere, con gesto impacciato mi carico dello zaino e parto. Destinazione Cresta di Zmutt. Traverso a destra, scendiamo a corda doppia sulle rocce innevate per raggiungere il pendio. Con gioia scopro che non occorre scalinare, che si può salire facil­mente pestando i ramponi nel pendio. Alla fine dei quaranta metri vedo solo la corda che si confonde con nebbia e neve.

– Gianni!
– Sì… – è la risposta lontana e attutita.
– Vieni su, andiamo di conserva.

Saliamo, sempre in diagonale a destra, su un pendio a 55°, su neve che può slavinare. Non si capisce su che tipo di strato siamo, il suo inizio, la fine, la saldatura con il ghiaccio sotto­stante. Non sappiamo niente, vogliamo solo far presto. Su per 150 metri, poi all’improvviso ci troviamo su roccia ghiacciata. Segno che non siamo distanti dalla Cresta di Zmutt. Pianto un chiodo e assicuro Gianni; quando lo vedo spuntare è bianco e incrostato di ghiaccio, i guanti duri, lo sguardo stanco. An­che senza abbozzi di sorrisi o incoraggiamenti, il suo muoversi lento e sicuro infonde fiducia. In fondo, penso, ancora qualche tiro e poi siamo in cresta e di lì si scende. Vado all’attacco del muro di misto, sempre in diagonale. Dopo poco sono già nelle grane; come al solito non riesco a gradinare e neppure a chiodare. Mi smarrisco, ma ricordo che anche ieri abbiamo tribolato su un terreno del genere e quindi oggi passeremo alla stessa maniera. Tolgo i guanti, non vedo più Gianni.

– Ouh! Sta’ attento eh!
– Sì, sì, non ti preoccupare.

Appoggiato su una punta di rampone riesco a mettere due chiodi appaiati in un fessurino che sembrava cieco, con l’aiuto della staffa ne piazzo un altro, poi un altro ancora. Mi sposto lentamente a destra, sperando di scorgere prima o poi la cresta, o di sentire il vento che soffia più forte. Dopo non so quanti metri mi fermo su un chiodo passabile e cercando di star fermo sulle punte, non osando porre il peso sulla staffa, chiamo il compagno, che parte subito ben felice di togliersi dal pendio prima o poi valangoso.

– Vedi la cresta?
– No.

Dopo molti minuti sento il metallo dei ramponi, poi intrav­vedo una forma rossastra esitante.

– Sta’ attento!

Un rampone che scivola, una figura che traballa e che si arresta per pura bravura, mi raggiunge, vado ancora avanti io. Questa traversata sembra non finire più, ma dopo alcuni metri ecco una folata di vento.

– Gianni, il vento! Forse ci siamo.

E invece vado ancora avanti, non sento più vento e alla mia destra sempre roccia e neve e piccole slavine. Segno che sopra di me c’è ancora parete, non cresta. Però le slavine po­trebbero essere provocate proprio dal vento che soffia sulla cresta.

La sicurezza è su quattro chiodi che si possono togliere con le dita, ma questa volta Gianni va regolare. Lontano qual­che metro sento una brezza ben distinta. Dopo mezz’ora sono a poca distanza dalla cresta, mi separa solo un muro liscio e ghiacciato, traverso alla corda a destra e dopo qualche im­precazione con la mano agguanto lo spigolo, qui molto affilato. Ora siamo entrambi nel vento, a quasi quattromila metri, sono già le due del pomeriggio e se non facciamo svelti bivacchia­mo un’altra volta.

Scendiamo in arrampicata, circa 50 metri, su difficoltà sem­plici, stando attenti solo a non scivolare. Seguendo sempre il filo arriviamo a un salto più ripido che scendiamo in corda doppia. Poi ancora in libera, pronti, se uno cade da una parte a gettarsi dall’altra: per questo ci siamo legati a dieci metri. Il primo obbiettivo sono i Denti di Zmutt, tre torrioni che interrompono la cresta. Al di là di questi, dopo un tratto oriz­zontale, lo spartiacque riprende a scendere, esile e non ripida cresta di neve. I Denti hanno dei passaggi che così innevati dareb­bero filo da torcere, senza calcolare la perdita di tempo nei sa­liscendi. Dopo la corda doppia, lungo infidi tratti rocciosi su cui sarebbe stato meglio scendere con la corda, arriviamo a un forcellino che ci sembra essere alla base del primo torrione. Da qui ci caliamo a ovest verso l’orlo del Canalone Penhall, e dopo due discese ci troviamo su un dolce pendio, proprio sotto i Denti. Attraversiamo facilmente la loro base: sotto di noi si intuisce l’orrido canalone, in cui scivolò Guido Lam­mer, uno dei più bei capitoli del suo libro Fontana di giovi­nezza. Non lo vediamo, ma c’è la minacciosa presenza. Dopo cento metri di marcia, siamo sulla crestina orizzontale. Non vediamo il punto esatto in cui dovremo abbandonarla, la visi­bilità non è migliorata. Prepariamo un litro d’aranciata e ci ba­sta appena.

La cresta si rivela interminabile e a volerla seguire inte­gralmente ci si troverebbe prima o poi in fondo valle in cor­rispondenza della capanna Schönbiel. Invece dovremmo tagliare a destra, lungo altri pendii di neve, e ritrovarci così sul gran pianoro nevoso alla base della parete nord. Non abbiamo idea di dove si possa trovare il punto di discesa. Esitiamo prima di un pen­dio che sembra propizio e dopo circa quaranta metri nella neb­bia più vischiosa siamo sul ghiaccio vivo. Alcuni chiodi entra­no nel ghiaccio, poi scalciando furiosamente con i ramponi rag­giungo d’azzardo una roccia. È dopo altre incertezze che Gianni da sotto mi urla concitato che c’è una specie di crepaccia terminale. Superato il buco, che taglia il pendio per lungo tratto in direzione est, ci troviamo sul sospirato pianoro. Sono le 18 e nevica ancora. Sfondando fino al ginocchio avanziamo lentamente dandoci il cambio. Molte volte abbiamo aperto un varco nella neve profonda, con fatica e noia, ma oggi ci serve per finirla, tornare a casa. Nella nebbia la direzione è approssi­mativa, non si distingue l’orlo della seraccata, c’è il timore di fare giri viziosi. Il pianoro termina.

Vigliaccamente scendo io per primo: ho paura di cadere e sono snervato. Dopo 15 metri mi fermo, con un chiodo nel ghiaccio. Sono le 21, non so più da quanto tempo non suc­chiamo neppure una caramella. Anche Gianni è incerto, così propongo di attaccare le due corde al chiodo e di scendere per 80 metri, fregandocene di lasciarle lì. Le riprenderemo domani!

Primo scende Gianni, in fondo si accorge di non essere an­cora arrivato, così annoda pure la terza corda e con i 40 me­tri aggiunti guadagna la base del pendio. Dopo la risalita finale al buio, il quieto accasciarsi su una panca della cucina del ri­fugio.

Ci davano per dispersi, questi Italiener vestiti di rosso. Vino, coca-cola, birra, sidro e poi il potage, il goulasch, che forse non va bene per la sete, ma non hanno altro, perché «carne da fare finito». Poi le cuccette.

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Una vita d’alpinismo – 07 – Tentativo al Naso di Zmutt ultima modifica: 2019-04-08T05:29:08+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 07 – Tentativo al Naso di Zmutt”

  1. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Il “nostro” aveva appena ventidue anni! Ed era reduce dalla prima solitaria dello Sperone Walker.

    Incredibile.

  2. 4
    Andrea says:

    Anche io ho sentito parlare di Alessandro Gogna per la prima volta leggendo il libro di Vaucher “Le più belle salite delle Alpi Pennine”, dove erano riportate un centinaio di salite, in ordine rigorosamente crescente di difficoltà, e questa era l’ultima!!! Grande impresa, non vedo l’ora di leggere il seguito

  3. 3
    Luca Visentini says:

    Avevo 14 anni e sentii parlare di te proprio per questa nuova via. Ho sempre, per prima cosa, associato Gogna al Naso di Zmutt. Che avventura anche in questo tentativo!

  4. 2
    Venturini Giancarlo says:

    Parete Molto Impegnativa…”Naso Di Zmutt” , un assomiglianza incredibile con la Nord dell’ Eiger …! Le belle Foto danno quella sensazione..di difficoltà..!  Il racconto  fantastico…..! Grazie  Un C. Saluto…….G.C,

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    Nella prima foto, l’omino appoggiato al muro, anche lui con tanto di pantaloni alla zuava, vi osserva e magari penserà : “dove andranno questi due con quei mega zaini? Sicuramente roba da grandi imprese.”

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