Una vita d’alpinismo – 22 – CAR e Amore – 1

Una vita d’alpinismo – 22 – CAR e Amore – 1 (1-2)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Quel servizio militare che avevo rimandato di seguito per quattro anni mi perseguitava. Non bastava più la finta iscrizione alla facoltà di giurisprudenza. All’inizio del 1970 non potevo più impedire che mi arrivasse la cartolina. A dispetto della mia attività alpinistica presentata ad Aosta per gli Alpini, siccome mio padre era granatiere, eccomi destinato alla fanteria dei granatieri! Ritenevo che quin­dici mesi rubati ai miei anni più produttivi mi danneggiassero in gran misura; non ero l’impiegato che quando torna ha il posto assicurato, purtroppo la mia posizione era ben diversa. Feci domanda alla Scuola Alpina di P.S. a Moena: mi accet­tarono, ma non riuscii ad evitare la partenza per il CAR di Or­vieto. Quei due mesi mi pesarono, non tanto perché i miei amici nel frattempo attaccavano in marzo la parete sud del Cervino, ma soprattutto perché ero distante da Nella e mi sen­tivo le gambe spezzate da un evento più forte di me.

La partenza della sera del 24 febbraio per il CAR (Centro Addestramento Reclute) di Orvieto fu impietosa, non avevo neppure ancora in mano la sicurezza che la mia domanda presso la Scuola Alpina di Moena fosse accettata. Il ten. colonnello Lorenzo Cappello, comandante a Moena, mi rispose solo il 3 marzo con una lettera che io ricevetti ben dopo. Molto umano, cercava di consolarmi dicendo che comprendeva il mio stato d’animo ma che presto avrei assorbito le nuove condizioni. Mi confermava di aver avviato la pratica con il Ministero della Difesa per il mio arruolamento e che di sicuro il 22 o 23 aprile avrei sarei stato chiamato a Roma per la visita e l’esame psico-tecnico. Trionfalmente concludeva annunciandomi che il 27 o 28 aprile sarei partito assieme agli altri per Moena. Continuava negando la possibilità di un mio matrimonio, in quanto nessuno poteva contrarre vincolo matrimoniale prima del 28° anno di età. Infine mi rassicurava sulla possibilità che avrei avuto di svolgere una buona attività alpinistica assieme al gruppo di scalatori già presente a Moena. In un’altra lettera del 13 marzo mi esortava a non perdere la mia “forma” a Orvieto, così da poter immediatamente produrre belle cose non appena in Valle di Fassa.

Cappello aveva capito con quanta amarezza stavo accettando il mio destino. In effetti avevo scritto un po’ di lettere agli amici, esternando la mia costernazione. Chi più chi meno comprensivo, tutti mi risposero. Tra questi anche una lettera di Vittorio Pescia che conservo con amore. Mi scriveva: «Genova, 14 aprile 1970. Caro Sandro, finalmente una lettera come non avrei sperato di ricevere da te, dal contenuto semplice, umano (per dirla con una frase più consona al Titomanlio), una lettera scritta da un amico per un amico. Non che ciò mi meravigli, poiché nonostante il tuo smalto… da “duro”, penso di conoscerti abbastanza bene, ma perché ritenevo (a torto devo ammetterlo), piuttosto chiuso in te stesso e poco incline alle confidenze.
Chiusa questa premessa psico-polemica, avrai capito con quanto piacere abbia letto le ultime notizie della tua vita militare, è naturale che non ci si possa adattare con facilità all'”inutilità” di giornate passate senza poter prendere alcuna iniziativa, specialmente per un tipo come te, abituato ad agire e a farlo spesso contro ogni regola dell’esistenza comune. Ad ogni modo visto che presto te ne andrai a Moena, le cose cambieranno senz’altro in meglio…[…].
Come saprai, ho visto tuo papà in ospedale e poi ci siamo telefonati, non gli ho detto della tua lettera a me, poiché temevo che non gli avessi ancora scritto.
Cerca di dargli sovente tue notizie, forse non sai veramente quanto ti sia attac­cato, in ospedale aveva nel cassetto del comodino articoli che parlavano di te e fotografie che faceva leggere e guardare a tutti.
Quanto dici a proposito della tua famiglia, purtroppo è una legge di natura alla quale nessuno può sfuggire, quello che possiamo fare è di essere altruisti verso le persone che ci sono care e rinunciare qualche volta a ciò che ci preme per dedicarci a loro, questo probabilmente è quanto hai trascurato in questi ultimi anni e che penso ti procuri qualche piccolo rimorso passeggero.
Della tua Nella sento, dal modo di esprimerti, che sei innamorato e ciò mi fa veramente piacere, anche perché mi dimostra che, nonostante tutto, i tempi di oggi sono uguali ai miei, tientela vicino e ricordati che gli amici passano e cambiano, ma una donna, se ti vuole veramente bene, resta la sola cosa cara, il solo appoggio veramente valido che ti rimane, non anteporre la montagna anche a lei! …[…]».

Ovviamente ero anche preoccupato che, nell’anno sotto naja, non avrei potuto liberamente scrivere sui giornali e sulle riviste. Il comandante Cappello, con biglietto dell’8 aprile, mi diceva che “per i servizi giornalistici occorre il placet del ministero, ma sono certo che otterremo l’autorizzazione”. Nello stesso biglietto precisava che la convocazione non era a Roma bensì a Nettuno, il 19 aprile, e che le domande presentate erano oltre le 110.

La caserma di Orvieto, oggi dismessa

Quelli che seguono sono tutti brani delle lettere che ci scambiammo Nella e io, a parte due cartoline di Reinhold Messner. Ovviamente ho stralciato le questioni relative alle mie conferenze, alle mie attività giornalistiche, alle piccole cose di tutti i giorni, insistendo più sulla mia vita militare che sulla sua.

Orvieto, 25 febbraio 1970, ore 18.45. Cara Nella, […] il viaggio è stato per lo meno tragico e insonne. Sceso alla stazione di Orvieto in perfetto orario la mattina di ieri, mentre mi aspettavo almeno il plotone d’esecuzione per diserzione e tradimento della Patria, trovo invece una camionetta che m’imbarca su assieme a due capelloni che tremano di freddo (la camionetta è tutta aperta). Di Orvieto non ho visto assolutamente nulla, e con la desolante sensazione di non avere la più pallida idea di dove si trovi il Nord entro in caserma. Il mio fare duro e severo sconforta i primi risolini delle reclute più anziane di me di ben 19 giorni (infatti, essendo arrivato il 25, mi calcolano lo stesso come fossi arrivato il 6, con i primi. Bene, 19 giorni in meno. Ma forse i risolini erano più diretti ai capelloni. Con le loro capigliature imbottiranno senz’altro i nostri cuscini. La prima giornata si risolverà in un’attesa unica di non si sa bene cosa. Anche in questo momento sto aspettando il mio indirizzo esatto e le coperte per il primo “bivacco”. Non credevo proprio di avere una capacità di sopportazione così elevata, adattamento alle condizioni più snervanti. I cessi sono aperti a intervalli, e quando li aprono sono a valanghe quelli che si precipitano. Quanto a condizioni non sono orrendi, ugualmente però mi fa schifo toccare le maniglie. Le attese sono sempre nei corridoi, freddi e ventilati. Questi esperimenti di ipotermia prolungata non mi hanno dato particolare fastidio, ma ti assicuro che c’era e c’è un freddo bestiale. Il pranzo di mezzogiorno è stato assolutamente immangiabile, comunque ho consumato la mia razione senza sprechi, come una purga. Quello di stasera ancora peggio, per non parlare della pulizia. Se non tornerò infetto sarà miracoloso. E pensare a questo continuamente è davvero una rottura di cazzo! Il livello generale dei tipi con i quali mi hanno accompagnato per fortuna non è così basso. Ci sono persone anche decenti. C’è anche un certo Gianni, di Bassano, giornalista e medio alpinista, con il quale ho chiacchierato un po’. Lui mi ha riconosciuto subito. Finora ho ancora capelli e barba, ma non m’importa di quando dovrò tagliare. Qui l’attesa si prolunga e ho i piedi gelati. Vanno con una lentezza esasperante, quasi studiata, direi, se non fossi sicuro che purtroppo non è così. Qui stanno scrivendo tutti a casa, mi hanno fatto vedere foto di fidanzate e di alcune mogli. Ti chiedono tutti da dove vieni, specie quelli che erano già qui. E la via dove abiti, e se conosci il tale, e che tempo faceva quando sei partito. Domande molto semplici che io avrei difficoltà a fare qui sono normali. Se io sono abituato a spostarmi da una parte all’altra dell’Italia, qui l’80 per cento è pesce fuor d’acqua. In maggioranza sono dell’Italia Centrale, seguono in pari quantità e minor misura i settentrionali e i meridionali. […]. Sono passate poche ore, eppure il bisogno di stare con te è già fortissimo. Qui tutti sono sicuri che le loro donne li aspetteranno, poarete, nessun accenno, neppure per scherzo, a eventuali corna. Tutto questo mi ha dato una fiducia forte in te e in me, bella da provare… […].

La caserma di Orvieto

Orvieto 26 febbraio 1970, ore 18.45. Cara Nella, ti scrivo questa sera da una posizione scomodissima, appoggiato al davanzale di un finestrone, perché nella camerata le luci sono spente, gli scrittoi e le sedie occupate. Oggi ho atteso tutto il giorno, in particolare la divisa. Alle 17.30 è finalmente arrivata, ma solo la tuta mimetica, che per fortuna mi va abbastanza bene. Così posso circolare macchiato di verde, marrone e bigio e ho meno freddo di ieri sera. Non abbiamo trascorso una brutta notte, sveglia alle 6.15, ma noi che eravamo ancora in borghese siamo rimasti stravaccati ancora fino alle 7.30. Domani o dopo comincerò a parlare con il comandante di compagnia per essere messo nella SMEF (Scuola Militare Educazione Fisica). Almeno lì si sta tutto il giorno in tuta sul campo sportivo e non si fanno marce. Mentre sto scrivendo i caporali continuano a rompere i coglioni sbraitando che le sedie che non appartengono a questa sala devono essere trasportate nell’altra, che non si può fumare, che la bustina bisogna toglierla dalla testa (io me ne frego, tanto non me l’hanno ancora data). Rancio di oggi uguale a ieri, forse più schifoso ancora, per questo ho mangiato meno. Alla sera c’era il riso avanzato del mezzogiorno e un bollito di brodaglia nauseante, “delizioso”. Quando ci vedremo rimpiangerai i miei ritorni da Genova, almeno lì l’aglio era migliore! Cominciano a nausearmi le camerate, i corridoi, i cortili, tutto e tutti. Per ora non posso ancora telefonarti, ma nei giorni prossimi sì. […] Non vedo l’ora di ricevere tue notizie, anche le meno importanti […]. Quante telefonate e relativi inviti hai già ricevuto? Non ti ho neppure chiesto ieri sera se ti era passata la febbre… Dal canto mio qui è come in prigione. Stamattina, rizzandomi in punta di piedi, ho potuto vedere il campanile di una chiesa e poi solo il muro interno e rossastro della caserma. Oggi invece, guardando dalla finestra della camerata, ho visto la valle sotto il rilievo di Orvieto. In fondo c’è l’autostrada del Sole. Vedo i sorpassi, le marche delle auto: e soprattutto le vetture che vanno e il treno accanto, libere. Ho sentito in pieno d’essere in carcere. Potrò uscire solo tra quindici giorni!, ma cosa vuoi che m’interessi vagolare per due ore scarse in giro per Orvieto? Per cacciarmi in un bar, tanto vale che stia qui a scriverti. Se ho voglia di una ciambella o di una fetta di crostata, basta andare in quelle ore al nostro spaccio. Una ciambella, tipo krapfen, 30 lire. Una crostata, 50. Una pizza, 30. Mezzo litro di latte, 70 lire. Finora non ho ancora fumato, ma ti assicuro che è snervante stare a far niente di niente. Spero che tu, ora che io sono assente, non ti metta a fumare le tue 20 al giorno, se non di più. Tanto m’incazzerei anche se fossero solo 5 o 6. Qui c’è solo da spettare, ora si attende di andare a dormire, almeno dormendo il tempo passa prima. A vedere il treno che passava diretto al Nord, ho pensato a te, in quel momento non sapevo cosa tu stessi facendo e volevo averti vicina. Devo scrivertelo, come di certo sta facendo il mio vicino. Qui si diventa lacrimevoli per forza. Preferisco i giorni dei litigi più tremendi tra noi che quest’inutile separazione, lunga e fastidiosa. Pensa se fossi venuto qui l’anno scorso, senza conoscerti. Sarei sicuramente impazzito. Almeno ora so che ci sei tu ad aspettarmi e che la mia attesa è per qualcuno. Qui ci sono insopportabili scritte del tipo “difendendo la Patria proteggi tua Madre” che ho continuamente sotto gli occhi. Sei poi andata dal parrucchiere? Ho hai fatto “capellicure” da sola? Hai messo ordine in camera tua? […] Due giorni che non mi lavo nulla, neppure le mani, entrare nei cessi mi fa schifo, e tiro a campare. Meno ci vado, meglio è. Forse almeno le mani però sarebbe meglio pulirle, scrostarle e sgrassarle. Qui tutti fumano e tossiscono in maniera oscena. Non ho sentito russare perché ho dormito sodo. Vorrei tanto baciarti.

La caserma di Orvieto

«Milano, 25 febbraio 1970, sera. Piove, piove, piove! Ciao, sono a letto febbricitante, cl naso che cola e i bollori, la bottiglia d’acqua minerale e il disco dei Beatles e sono triste anche se piove (segue una serie di piccole notizie che tralascio)».

Orvieto, 27 febbraio 1970, ore 18.35. Cara Nella, questa mattina ho atteso dalle 8 alle 11.30 per fare la famosa puntura nel petto. Già di primo mattino si vedeva gente svenire, portati a spalle dagli altri in infermeria. Quando sono entrato io, c’erano tre svenuti sulle brandine. Nell’immaginazione e nelle chiacchiere l’ago era ormai arrivato a 20 cm di lunghezza… La realtà è stata ben diversa. Poi il rancio, pestifero. L’unica cosa buona è il pane. Al che siamo tutti saliti in camerata perché, dopo la puntura, avevamo diritto a tre giorni di riposo. Il pomeriggio l’ho passato sdraiato con una coperta sulle gambe. Meglio così che in piedi nei corridoi gelidi. Non ho mai così tanto meritato il nomignolo affibbiatomi dalla cara nonnina la quale, vedendomi sdraiato sul letto senza studiare, perché meditavo e pensavo alla Nord-est del Badile, mi chiamava in ligure brandâ, che vuole dire brandaio, amante dei letti e brande in genere. Verso le 17.30 il capitano della compagnia, mentre andavo a mangiare, mi ha chiamato per la barba, ma siccome non sono ancora in divisa mi ha detto solo che me la dovrò tagliare. Visto che non è poi così cattivo come sembra gli ho detto che volevo parlargli e così, dopo che lui “ha prestato attenzione” alle mie richieste per lo SMEF, mi ha detto che il mio nome non gli era nuovo e che comunque ne avremmo senz’altro riparlato allorché avrò la divisa. In compenso qui in camerata (ci posso stare perché siamo a riposo) l’allegria comincia a fare la sua comparsa, cominciamo a conoscerci per nome, ci si scambia il panino con il salame, la gruviera tirata fuori da chissà dove. Sono con un gruppetto abbastanza su di cultura, massimo una decina. Pensa che il 50% della Settima Compagnia è tutto di analfabeti, almeno 100 ragazzi che non sanno né leggere né scrivere… Almeno, la voce che gira è questa. Ieri sera, dopo aver imbucato la lettera per te, sono entrato dentro lo spaccio, dove la cosa più interessante è il juke-box. Comincio a sentire mancanza di libri e riviste. Tutte le riviste di questa settimana, da Epoca a Tempo, a L’Europeo e alla Domenica del Corriere le ho lette, come anche parecchia letteratura del terrore e gialla. Ma qui non gira altro. Se mi vuoi mandare qualcosa, non troppo voluminoso, mi farai senz’altro piacere, altrimenti qui tra un po’ potrò dare l’esame su Diabolik e soci. Ieri sera alle 23 una serie di urla strazianti in un’altra camerata. C’era uno che si voleva gettare dalla finestra, lo tenevano a forza e questo strillava come un pazzo. L’hanno portato via con mani e piedi legati. Non si capiva niente di quello che diceva.
Qui si mangia tutto quello che capita a portata. Adesso ho appena finito di sgranocchiare una mela gentilmente offertami. Tra un po’ scenderò giù allo spaccio, comprerò il latte e poi salirò su a farmi il letto. Occorre sistemare il pagliericcio sulla tela che è agganciata ai ganci delle spalliere metalliche. Bisogna agganciarli uno per uno perché il mattino dopo bisogna disfare tutta la prima metà e ribaltare sull’altra. Una menata a non finire, specie per me che, come ben sai, sono inetto in queste cose. Se al mattino ti trovano il letto malfatto sono grane a non finire. I più fessi qui li mandano per punizione a spalare merda nei cessi e a lavare le marmitte. Là io sicuramente sverrò se me lo faranno fare. Poi finalmente potrò rintanarmi nella cuccia e potrò pensare a te in silenzio e tranquillità. Alla Peutérey non ci penso quasi, ho già rinunciato, non credo mi diano alcuna licenza. Proprio perché non mi arrabbio, mi rode molto e in cuor mio odio l’esercito. Spero che vadano almeno loro tre, e pazienza.
Spero tanto che per quella faccenda che ci preoccupa vada tutto bene. In caso contrario sai come la penso (qui mi riferisco a un ritardo del ciclo di Nella e alle mie idee antiabortiste, NdA). Ho paura che tu in caso di pasticci ti regolerai come credi, magari senza neppure dirmi niente… è solo un pensiero di passaggio, grigio come questo posto. In realtà so che non potresti mai agire in quel modo. Vorrei tanto tu fossi qui per carezzarti i capelli e sentirmi più sicuro del tuo amore. Sotto di me c’è uno di Latina che si sposa a 19 anni, tra poco, perché pare che la ragazza sia incinta. Poi però ci ha confidato di aver scopato con lei solo sabato scorso! […].

Nella sua piuttosto cupa e piagnosa del 27 febbraio, tra tante notizie varie, Nella mi scrive: “Penso già che la vita militare ti abbia fatto riassaporare la libertà sentimentale e che tornerai con tutt’altre intenzioni di quando sei partito […] Mi sento tanto sola e inutile… […] Poi ha scritto Cassin per comunicarti variazioni sul listino prezzi, per cui penso sia bene informarlo che per il momento stai servendo la Patria (lo avevo già fatto, ed eravamo d’accordo che mi avrebbe sostituito Gian Piero Motti, NdA)”.

Orvieto 28 febbraio 1970, ore 19.20. Cara Nella, mi dispiace molto di non aver ancora ricevuto nulla da parte tua. La colpa è di certo del lentissimo servizio smistamento. E ancora non posso telefonarti. Oggi poi è sabato, dunque fino a lunedì non aspetto neppure. Nella generale apatia, ho riscosso la prima paga. Esattamente lire 632 per quattro giorni, cioè lire 158 al dì. La divisa me la consegnano lunedì. Oggi c’è stata pure una rappresentazione teatrale: aparte che non avrei potuto presenziare per via della divisa (bisognava uscire dalla caserma), non mi interessava neppure, si trattava di lanciatori di coltelli e ballerine. Per farti comprendere come qui l’intelligenza regni sovrana, eccoti un quadro della situazione. Sono uscito dalle incasinatissime camerate per scriverti, non rispettando la consegna per la quale i “punturati” devono restare là. Sono sceso nella sala scrittura, ma è andata via la luce. Anche lo spaccio è al buio. E il bello è che non posso tornare in camerata perché fino alle 23 c’è il Festival di San Remo: o dormi o guardi la tele. Roba da pazzi. Ti sto scrivendo dal cortile, con le dita fredde per la temperatura pungente. I piedi sono ghiacciati. In più sento freddo alla testa perché questa mattina, per spezzare la noia, sono andato dal barbiere, che mi ha dato una ripulita convincente. Mi sono lasciato solo i baffi. Vedessi come sono ridicolo. Con i baffi sembro ancora più bambino di quando sono completamente rasato. Ieri sera, per la prima volta, sono andato al cesso, vincendo lo schifo e mi sono perfino lavato le mani con il sapone.
Ora ho cambiato posizione. Sono sul vetro di un flipper alla luce degli altri flipper. La luce non c’è, ma i flipper vanno… Ci vedo assai poco, in compenso qui fa più caldo. Prima tutti mi chiamavano “barba”, ora “baffo”. Somiglio molto a Ettore (Pagani, NdA). A proposito, mi hai già messo le corna oppure sei incerta nella scelta degli spasimanti?

Qui c’è gente che si arrangia a scrivere come può. C’è uno che ha la pila e si è sdraiato per terra. C’è uno che si è sdraiato per terra con la pila. A me farebbe schifo toccare il pavimento con un dito. Se penso che le stesse suole che lo calpestano frequentano anche i cessi e le cucine… Ti ricordi quel buco spaventoso dove ci lavavamo a Bogliasco? Qui è molto peggio e tu non ci sei a incitarmi al lavaggio. Dopo mangiato dobbiamo prendere il nostro vassoio metallico in cui abbiamo consumato l’orrido pasto e portarlo all’uscita. Lì prima si consegna il bicchiere poi, calpestando liquidi e rifiuti indefiniti, devo sbattere in un bidone il vassoio per liberarlo dei piccoli avanzi. E naturalmente ti schizza sempre addosso qualche avanzo dell’analfabeta che sbatte prima di te. Poi infilare il vassoio in un bidone pieno d’acqua calda. E anche lì sono schizzi a non finire, bestemmie e parolacce. Quando esco provo un senso di liberazione. Ieri sera ho comprato il latte che poi ho finito questa mattina. Quello almeno nutre ed è sterilizzato, anche se mangio tutto quello che ci propinano. Questa sera c’era un riso scotto e nauseabondo di cui non ho lasciato neppure un chicco. E’ seguita una stomachevole frittata. Eppure mi adatto, non credevo fosse possibile. C’è qualcuno che mangia solo il pane e la mela, poi si nutre con biscotti, pizze, latte e crostate comprate allo spaccio. Quelli che possono concederselo non vedono l’ora di poter uscire a fare lauti pranzi in giro per Orvieto. Con terrore penso che così non sarà per me, visto che di “lira” ne ho proprio poca. In camerata cominciamo i primi discorsi sulle rispettive donne, cui finora non ho praticamente partecipato, e relativo innalzamento della discussione ai valori più generali dell’Amore come sentimento umano. Il discorso più frequente è però sull’inutilità della naja e sulle speranze di ciascuno di essere trasferito più vicino a casa. Tutti vogliono andare all’Ospedale Militare, chi inventa mali uno dietro l’altro, unghie incarnate, coliche renali, tonsille, soffi al cuore, allergie, ecc. Forse ti tedio con queste relazioni che ti raccontano questa vita da cani. E’ difficile da sopportare di aver avuto prima una vita autonoma che spartivo con te, che ci organizzavamo a piacimento, e ora invece qui valgo zero. Le costrizioni dei genitori sono nulla… Appena torno ci sposiamo. Mi sconforta pensare a quando dovrò pulire l’ufficio del sig. Capitano e mi attanaglia l’immagine di me che pulisco i cessi o anche che ne fa il “piantone”. Spero sono nel colonnello Cappello, spero vada bene almeno quella, e al più presto. Oggi si diceva che qui è peggio che in carcere. Chi va in prigione lo deve fare perché ha commesso qualcosa. E non vale la consolazione che anche i carcerati hanno prestato il servizio militare…

«Milano, 28 febbraio 1970… (dopo alcuni neppure troppo dolci rimproveri per l’ordine nel quale avevo lasciato la stanza e dopo avermi informato che l’operazione a mio padre era andata bene e che mia nonna si lamenta di stomaco e fegato, NdA) Gli umori non sono male, ma sono insofferente e non ne posso più di vivere qui. Mi porterai con te? E se non ottieni il trasferimento che programmi hai prima della fine dell’inverno? […] Sono brutta, in disordine, con i capelli da lavare e la paura di dover stare un intero anno senza di te. Vorrei ricordarti che pur di stare con te sono disposta a piantare tutto e tutti, cambiare vita. Te lo ricorderai? Ho paura invece che le cose cambino per te, che quando esci da quella prigione tu sia talmente carico di energie represse, di inattività forzata, che non penserai ad altro che a scatenarti, cercare di reinserirti nel giro, sfogarti insomma e non ti resterà tempo per me. Ti voglio bene».

Orvieto 1 marzo 1970, ore 20. Cara Nella, ieri sera ho incontrato un “intellettuale”. Nato a Gorizia, vissuto a Udine, Ancona, Lucca, Bari, oraabita a Taranto. Sottobraccio aveva un libro di Eugène Ionesco e Sulla strada di Jack Kerouac. Dice che lui scrive e vorrebbe fare lo scrittore e il giornalista. Predilige quelli della beat-generation e i pazzi in generale. Gli ho subito chiesto in prestito dei libri e domani sera cominciando le letture darò un addio definitivo a gialli e Tex. Mi ha confessato di aver scritto le cose migliori da alticcio. Poi le rivedeva il mattino dopo e le aggiustava. Alcol e Rolling Stones, Animals, Jimi Hendrix e via dicendo. Dice d’essere assai instabile e d’aver ormai accettato d’essere interessato solo alle cose che lo prendono in quei giorni, anche a costo di rifiutarle poi negli altri. Il suo ideale è anarchico e vorrebbe nella pratica un governo degli individui. Cioè ognino deve essere portato a regolarsi da solo, con l’educazione o altri metodi stimolanti. Alla mia domanda se rispettasse o meno i valori tradizionali ha dato risposte vaghe. E’ più giovane di me, credo che si fidi troppo degli stimoli e degli istinti. Nessun senso di una ragione o di una volontà responsabili. E mentre cominciavo a parlare io, mi sono dimenticato d’essere in una porca caserma in un sabato insensato. Mi sono dimenticato di parlare con uno del quale non conosco neppure il nome. Dapprima mi sembrava di parlare per me stesso, poi mi sono accorto che parlavo a te… Il ricordo di quella sera di febbraio dell’anno scorso passata con te in macchina in piazza Mirabello mi assaliva e mi esaltava, mi faceva parlare con più forza e convinzione. Un anno mi ha dato ragione su quello che ti dicevo, anche se tante cose sono andate storte. Uno dei valori tradizionale e fondamentali in cui credevo e credo ancora oggi è l’amore fisico inteso come inscindibile dall’affetto. Credere fermamente in questo non può farti cadere nella noia. Sarà per me sempre un rinnovato piacere avvicinarmi e sentirti vicina, toccarti, baciarti, parlarti perché in ogni momento sarò sicuro che tu la pensi come me e non mi troverai mai noioso. Un gioco sempre nuovo, un amore identico che la consuetudine non farà altro che arricchire di nuove esperienze comuni, delle quali saremo perfettamente appagati solo se ben condivise. Essere sicuri che sia la gioia che il dolore dell’uno siano anche così per l’altro dà forza sempre più nuova e coerente. Mi dispiace solo che con me tu comunque abbia dovuto condividere un po’ di rogne. Gli esempi che ci stanno intorno di matrimoni falliti, di corna più o meno sbandierate non mi toccano minimamente. Sono debole in tutto ma non in quello che ritengo sia il mio equilibrio. So che anche tu ne sei provvista: cercheremo di conservarlo e arricchirlo. L’equilibrio è l’altro valore che ti dicevo e di cui ho parlato ieri sera col tarantino. Non è bello pensare che sarà difficile cedere a determinate occasioni, piacevoli o tristi? Nel primo caso, e siano per esempio le corna, è difficile cedere perché spezzeresti un patto, quello più importante della tua vita, quello per cui ti senti forte e perché sarebbe un grosso dispiacere per il consorte (per usare un’espressione tradizionale). Nel secondo, per esempio militare o disagi economici, se si è soli ci si lascia andare: in due non puoi, perché in definitiva l’altro c’è e ti aiuta. Da un punto di vista narcisistico poi apprezzo l’idea di riservarmi intero a una sola persona, di non essere disponibile per alcun altro. Questo è l’equilibrio, la volontà di un individuo, tesa finalmente ad un ideale che non è utopia.
In questo momento i camerati stanno parlando di merda. C’è un bolognese che non è andato al cesso da una settimana. L’altro ribatte che in sette giorni c’è andato solo una volta e spiega come abbia tentato almeno cinque o sei volte e come e qualmente non sia riuscito. Un altro è scoppiato a ridere: “Pura tecnica… ars cagandi”. E io ho aggiunto: “di Publio Ovidio Cagone. E giù tutti a ridere… […].

Nella lettera del 1° marzo Nella mi ragguaglia sulla sua graduale “ricostruzione” post influenza, sul suo stare a casa a vedere a spizzichi e bocconi il festival di San Remo, ascoltando canzoni “tutte schifose” e facendo il tifo per Celentano perché le piace molto la teoria che “chi non lavora non fa l’amore”. Non ha avuto inviti, solo una telefonata di Claudio, il fratello di Leo Cerruti, che ridendo le ha detto “vedrai che ti torna raddrizzato, ho l’impressione che ne avesse proprio bisogno”. Si lamenta che i suoi cerchino casa senza neanche interpellarla e che diano per scontato che di matrimonio non se ne parli fino al mio congedo: “Se riusciamo a fare quello che vogliamo sarà una bella lotta dirlo. Penso che la mamma venga a leggere le tue lettere e la cosa mi secca molto, anche se non c’è niente da nascondere. Ha sempre avuto questo vizio…”.

«Milano, 2 marzo 1970, ore 21. Che gioia sentire la tua voce questa sera! Proprio non me l’aspettavo. Ho tanta paura che la lontananza ci faccia perdere l’entusiasmo che abbiamo avuto fino ad ora, malgrado le contrarietà.E’ una cosa che non dobbiamo assolutamente perdere, che dobbiamo mantenere viva seguendoci reciprocamente giorno per giorno […]. Mi ha telefonato Ettore (Pagani, NdA). Non arrabbiarti, ti prego e abbi fiducia in me, che un po’ me la merito… […] Domani sera vado a cena con lui e varia altra gente in casa Nessi […]. Ti prego Alessandro non abbrutirti troppo, comperati uno spazzolino da denti, dentifricio tuo, sapone tuo e cerca di lavarti almeno il minimo indispensabile, è una questione di dignità (e poi se non ti lavi ti vengono i pidocchi… e ti marciscono i denti). Se ti ricordi le docce di Bogliasco… […] Quello che mi dà forza a tirare avanti è la speranza che prima dell’estate possiamo essere insieme. Altrimenti non so cosa farei. Ho troppo la sensazione del tempo che mi sfugge tra le dita e un anno mi sembra un’eternità. Ti adoro e ti desidero, lo sento proprio».

Orvieto, 3 marzo 1970, ore 15.45. Ieri sera mi ha fatto molta emozione sentire la tua voce. Ho potuto uscire perché un sottotenente ci ha accompagnati a fare la fotografia da mettere sul tesserino. L’abbiamo convinto a star fuori fino alle 21.30 per poter mangiare decentemente in una trattoria. Il pranzo è iniziato dopo la telefonata a te: due piatti di lasagne, una bistecca alla pizzaiola, acqua minerale, vino a volontà, come pure frutta e pane, con la sambuca finale. Lire 1.200 a testa. Sono uscito che ero pieno, dopo una settimana di fame. Stamattina però mi sono svegliato con un po’ di raffreddore, che oggi mi sta passando. Qui è un casino, tossiscono tutti, convulsamente. Febbre e tonsille a pezzi e altro. Tu pensa che per marcare visita devi prima scendere alle sette del mattino, con un freddo bestiale, sul piazzale per l’alzabandiera, poi vai in infermeria. Se non eri morto prima, quella sosta di un quarto d’ora al freddo umido ti sistema. Poi stamattina la grande notizia: mi arriva all’orecchio che mi cercano per una licenza. Vado in fureria e mi dicono che ha telefonato lì il Comando del Battaglione (cioè il comando della Caserma) per disporre una licenza per me per motivi “alpinistici”. Per fortuna è risultato subito chiaro che era per quei motivi, altrimenti avrei potuto pensare a motivi “familiari” (quando ho letto la tua alle 13). Dopo notevoli casini per far capire che la licenza doveva essere di almeno quindici giorni, altrimenti era inutile, ora sono in attesa. Dicono che mi arriverà tra uno-due giorni, ma ho paura che non sarò accontentato sui 15 gg, quindi saranno altri casini… […].

Verso i primi di marzo ricevo una cartolina da Reinhold Messner:
«26 febbraio 1970. Caro Alessandro, per il Nanga Parbat non è possibile che vieni. Il nostro capo si è già deciso per un altro. Peccato che non era possibile. Alla cresta siete andati (si riferisce all’Integrale di Peutérey, NdA). Philipp: data dal 18 al 21 marzo… se non nevica più ha senso andare. Altrimenti è impossibile fare. Comunque ti informerò (fra il 12 e il 18) sulle condizioni esatte. Arrivederci, Reinhold».

«Milano, 3 marzo 1970, ore 24. […] Oggi a mezzogiorno alla Cascina Gobba, con Leo e il Pallino si è parlato della Giampiera, da loro incontrata a Limone Piemonte, della sua simpatia e della voglia che entrambi avevano di scoparsela. Già questo mi ha dato molto fastidio, perché non ammetto queste posizioni ibride, false, da gallo latino in persone che poi criticano o per lo meno disapprovano il comportamento altrui. Allora piuttosto preferisco e capisco di più la posizione, le idee e il comportamento di persone tipo Ettore Pagani e compagnia, almeno loro sono coerenti. Poi con Pallino (al secolo Lucio Marimonti, un ex fidanzato di Nella, NdA), mentre mi riaccompagnava in ufficio è venuto fuori, riallacciato a un altro discorso, il fatto che gli è stato riferito qualcosa delle scene successe la famosa sera al Cantinone, quando “tu guardavi la Giampiera con degli occhi grandi COSI’ (parole sue)”. Per cui, oltre al riaccendersi in me tutto il fastidio provato allora, ho avuto la netta sensazione che tutto quello che sto vivendo ora sia perfettamente inutile, che ciò che mi hai scritto nell’ultima lettera, avuta oggi, sia molto bello in teoria, ma in pratica non esista. L’ambizione di noi tutti è troppo forte, la tentazione di certi momenti cancella tutto e sono convinta che alla prossima occasione, alla prossima Giampiera, ti comporterai alla stessa maniera e andrai oltre, perché sarai più sicuro di te stesso e avrai meno inibizioni a frenarti. Adesso mi vuoi bene perché sei in prigione ed è bello sapere che fuori c’è qualcuno che ti aspetta, che ti scrive, che si occupa delle tue quattro cose. Ma dopo? […]
Se tu mi volessi veramente bene, fino in fondo, non ti saresti lasciato andare per così poco, avresti se non altro rispettato la mia presenza, per di più in mezzo a tutta quella gente… il fatto è che anche tu sei un gallo latino e non posso certo credere che tu sia diverso dagli altri… […] (leggere questa lettera mi fece gelare il sangue, in quanto a insaputa di Nella avevo già avuto modo, e ripetutamente, di stare con Giampiera: per me è stato il primo caso di sesto senso femminile, davvero evidente, NdA)».

Orvieto, 6 marzo 1970, ore 18.45. Cara Nella, a Genova ho visto mio padre, che ormai sta meglio ed è stato sorpreso di vedermi non sapendo nulla del mio arrivo. Forse la nonna non ha fatto a tempo ad avvertirlo. Non ho potuto far timbrare la licenza perché al Distretto era già chiuso l’ufficio quando sono arrivato io, e i Carabinieri non timbrano se nel comune c’è il Distretto. Così sono tornato a Orvieto con una certa strizza. Ho scoperto il mattino dopo che per le licenze brevi non è necessario il timbro. Poi ho scoperto che potevo benissimo rientrare per le otto di mattina, in quanto prima non viene fatto alcun appello. Sicché invece di partire da Genova alle 13.54 e arrivare a Orvieto alle 21.17 avrei potuto partire più tardi e stare un po’ di più con papà. Questa mattina mi ha chiamato un maresciallo. Voleva sapere se avevo ancora intenzione di passare alla PS, era per il nullaosta. Dunque ora sono sicuro di andare a Moena, perché all’Esercito non fanno difficoltà. Mi ha scritto Cappello dicendo che è in contatto con Genova per l’istruttoria, cosa ormai superata, in quanto la pratica è arrivata fino a qui. A Genova i carabinieri sono già stati a casa mia per le informazioni, e anche quella è andata. Cappello mi ha scritto anche che, avendogli io manifestato le intenzioni matrimoniali, non posso sposarmi fino al 28° anno di età. Sono anche andato a controllare sul regolamento: è proprio così. Avrei dovuto accorgermene nel fare la domanda, sono rimasto un po’ perplesso. Ma poi ho pensato: “Echissenefrega! Meglio!!!”. Se tu mi segui a Moena (il 28 aprile), cerchiamo una stanza o un piccolo appartamentino e stiamo insieme. Così, trasferendo armi e bagagli, te ne vai di casa. Certo non potremo stare insieme tutte le notti (al riguardo non ho informazioni precise) però è già meglio che se fossi andato a Roma. Mentre ero sul treno ho saputo che, dopo aver fatto i mesi equivalenti al servizio militare, è permesso, a dispetto della firma, dare le dimissioni, basta addurre un motivo valido, che può essere un nuovo lavoro, o il matrimonio o altro. Per i primi sei mesi becco 9.000 lire al mese, poi firmo e me ne becco 106.000. Direi quindi che trasferendoci a Moena i conti dovrebbero tornare, con quello che abbiamo da parte e con ciò che nel frattempo arriverà (il tuo lavoro a Milano fino ad aprile, le mie gratifiche e balle varie a Moena, le eventuali conferenze che certamente potrò fare con il permesso del colonnello, ecc.). Quindi, cara Nella, questa sera sono quasi contento. Per te soprattutto. Questa volta staremo davvero assieme. Come tempo fa sei stata in Germania da sola, potrai pure venire a Moena con me, no? Questo per i tuoi. Aspetto impaziente la tua risposta.

«Ferrara, 6 marzo 1970, ore 22.30 (Nella scrive di temere che, dopo la mezza giornata passata assieme e la mia successiva partenza per Genova, io sia finito in carcere per via del ritardo, NdA) […] Questa mattina sono partita alle 7 da Milano e sono stata tutta la giornata in un gelido padiglione della fiera in mezzo a gente che trasportava mobili, allestitori, elettricisti: le porte tutte aperte e un freddo becco. Domani comincerà la sinfonia. Spero solo in una temperatura più mite. Comunque, appena arrivata a Ferrara, intirizzita e ancora viola, mi sono infilata in una boutique… e ho comprato ben due golf. Non ti dico cosa ho speso. Mi sono rimasti solo i soldi per fare qualche telefonata. Aspetto solo la tua licenza di Pasqua, ti abbraccio forte».

Orvieto, 7 marzo 1970, ore 18.50. […] Ieri sera ero talmente preso dai progetti con te (per i quali spero tu sia completamente d’accordo) che non ti ho detto neppure che stavo per essere ricoverato in infermeria. Ti ricordi quel mal di gola di cui ti dicevo? Ieri era veramente potente, specie al mattino, con un raffreddore bestiale e un mal di testa battente. A sera mi sono deciso a marcare visita. Mai l’avessi fatto! Mi hanno fatto trasportare (con l’aiuto del piantone) la mia branda in infermeria, poi ho dormito in corridoio. L’infermeria è strapiena. Appena ho potuto sdraiarmi mi sono addormentato. A mezzanotte mi svegliano. Stavo già meglio, il mal di gola assai diminuito. Mi fanno una penicillina da due milioni di unità. Sì, hai letto bene, due milioni per 37,2 di febbre! Sono pazzi! Poi stamattina un’altra da un milione. Meno male che oggi pomeriggio non mi hanno più bucato. Mi hanno trasferito in un letto decente e mi hanno dato delle supposte, che naturalmente ho gettato via! Non voglio mica cagare, io! E passo al vitto: è uguale a quello normale, forse è più freddo perché ci vuole tempo per trasportarlo. Non ho le posate perché le ho lasciate assieme al resto della mia dotazione, così mangio con l’aiuto dei pezzi di pane. Gli infermieri più che essere tali somigliano a inservienti da riformatorio o ad apprendisti macellai. Uno solo ha un po’ di umanità. Non ti darebbero neppure un fazzoletto. Comunque conto di essere fuori da questo schifo domani. Ho cominciato a leggere Il compromesso di Elia Kazan, che naturalmente non mi piace. Lo trovo americano, disgustoso, volgare e infantile a ogni riga, sempre con quella psicanalisi che si mettono anche nella minestra. Non sono capaci di mettere in campo un ragionamento senza tirare in ballo il subconscio, le colpe non sono tali, sono solo debolezze dovute a traumi passati e incerti. Comunque visto che non c’è altro, andrò fino in fondo.
Oggi quando non leggevo ripensavo alla faccenda di Moena. Se non ti sarà possibile alloggiare in paese (ma è pieno di appartamenti e camere di tutti i prezzi) potremo sempre cercare a Soraga, a 2 km. Ci potremmo anche comprare a Trento una 500 usata… Non so quante ore avrò libere, specialmente nei primi tempi, ma mi hanno detto che di tempo libero ne avrò parecchio. Anche se non trovi un lavoro subito, potremmo sempre darci da fare con gli scritti miei: voglio finire quel libro una volta per tutte. E poi, chissà che veramente ci sia bisogno che tu lavori? Cara Nella, questa sera il futuro lo vedo un po’ più chiaro. Ma ci pensi? Fuori da Milano tu dovresti stare veramente bene. Non vedo l’ora che arrivi questo nulla osta. Anche se non mi mollano prima del 20 aprile, il 15 mi devono mollare per le elezioni. Saranno due giorni, credo. Il 19 ho il giuramento e i familiari sono invitati. Però, se è per farti vedere quanto siamo belli tutti assieme, preferisco tu non venga. Piuttosto, se dopo ci lasciano un po’ assieme, allora sì che vorrei tu venissi… So che mi capisci quando ti dico così… […]
Poi eccoti dieci comandamenti:
1) Non avrai altro uomo all’infuori di me
2) Nominami spesso quando sei con altri
3) Onora (nel limite del possibile) il padre e la madre
4) Festeggia i weekend nel modo consentito
5) Vietato suicidarti per la mia mancanza
6) Non commettere atti impuri
7) Non fumare (questo spero sia l’unico che tu trasgredirai)
8) Non ritardare le vere testimonianze
9) Non desiderare l’uomo d’altre
10) Non farti consolare da non disinteressati accompagnatori.

Orvieto, 9 marzo 1970, ore 18.15. Cara Nella, un altro giorno è passato. Stasera non posso uscire perché ho finalmente portato il cappotto verde militare dal sarto perché lo stiri. Meglio comunque, per la gola. Non va meglio, è solo stabile. Ho paura che siano le tonsille. Strano, dalle tonsille non h mai avuto alcun problema. C’è da dire che le tonsille stanno ai lati, quando il male che ho io è sul davanti e sul retro. Una “larin-faring-tracheite” che, invece che alla tomba, non dispero possa condurmi alla tanto sospirata convalescenza a casa. Oggi da qui se ne è partito un altro, perché suo padre sta molto male. Siamo davvero pochi ora in camerata e io domani sarò ancora a riposo. Certo che la vita militare mi sta “temprando” assai. Oggi dalla finestra vedevo le bombe lanciate da quelli della sesta Compagnia. Uno dei miei obiettivi sarebbe quello di non andare mai al poligono, sarebbe una bella vittoria uscire dal CAR senza mai aver tirato un solo colpo. A parte gli scherzi, prima o poi andrò anche io, e in un giorno dovrò imparare tutto quanto.
Oggi mi sono notevolmente incavolato nel leggere la tua lettera. I casi sono due: o scherzavi, e allora se ho imparato a capire quando scherzi e sfotti a voce o per telefono, evidentemente non è ancora così per iscritto. Oppure scherzavi con serio sottofondo di cosa vera e sentita e allora da un po’ di giorni, e precisamente da quando ne hai accennato pubblicamente a Claudio, ti stai trascinando la convinzione che io non sia più quello di una volta. Forse è il tuo istinto pessimistico che vuole vedere in me un cambiamento a tutti i costi, se non nei sentimenti almeno a letto, pur tuttavia non desiderando tu la cosa. Quello che mi dà un po’ fastidio è che l’osservazione si sta ripetendo, e sempre ai danni miei. Posto che sia vero (e magari è vero), non è questa la maniera migliore per far tornare le cose come prima. Come tu non hai mai dato pubblicità alle mie performance passate, non voglio assolutamente che tu la dia alle presenti, soprattutto senza minimamente menzionare le tue di performance. Insomma, per concludere, se la vuoi prendere sul serio, allora considera seriamente anche le tue possibilità, che sono strettamente collegate alle mie e quasi le condizionano. Infine, un’ultima osservazione: non mi sembra per niente che l’ultimo pomeriggio sia stato nulla in confronto a quelli di un anno fa. In fin dei conti abbiamo raggiunto risultati che un anno fa ci saremmo sognati, in giorni tuoi come quello. Insomma, sono incavolato e voglio delle spiegazioni. Non mi va di essere trattato come un torello da monta del quale si tenga il grafico. Scusami per lo sfogo…

«Ferrara, 9 marzo 1970, ore 22.30. Ciao baffo! Vuol dire che ti voglio proprio molto bene se trovo ancora la forza di scriverti nello stato comatoso in cui mi trovo. Sono a letto e sono esausta: ieri e oggi due giornate bestiali. Esco dall’albergo alle otto di mattina e rientro alle dieci di sera. Alla fiera si fa orario continuato e il pasto a mezzogiorno si salta perché ci sono le code dappertutto, anche per fare pipì. Sabato pomeriggio è arrivata la capa svizzera e se ne è andata oggi. E’ molto simpatica e mi ha parlato entusiasta del suo lavoro. Fa una vita veramente invidiabile, con programmi di trasferimento a Londra o in Australia. Sposata da dieci anni, è contraria all’istituzione matrimoniale. Sostiene che due persone vivrebbero molto meglio assieme senza il vincolo legale, farebbero di più per tenere vivo e acceso quel rapporto che deve sempre essere nuovo e rinnovato dalle due parti, che nel matrimonio diventa invece abitudine, una cosa scontata alla quale non si bada. Ci si lascia andare, per discutere invece di cose banali… […]
Non so bene di cosa avrei bisogno per essere un po’ più serena… c’è di buono che in fiera non c’è tempo per pensare a nulla!».

Orvieto, 10 marzo 1970, ore 18.20. Oggi non ho ricevuto posta tua. Mi spiace, ma so che è dovuto alla trasferta ferrarese. Forse sei troppo stanca per scrivermi, o forse sei troppo occupata. Facile, per un disoccupato come me, scriverti una volta al giorno! Ma per te, donna ormai presissima dal giro di affari… Giri per caso in tailleur-pantalone e hai il cartellino da executive? Quante sigarette fumi al giorno nel tuo stand? Eh? Quando staremo assieme scordati pure di come è fatta una sigaretta, a Moena per te i tabacchi non esisteranno, l’unica tua droga si chiamerà Alessandro.
Quanto alle invernali: se quei “belini” di Leo, Gianni e Guido potessero almeno fare la Sud del Cervino sarebbe già un bel successo, per quest’anno.
Oggi mia terza giornata di riposo. Domattina, se si va in aula bene, se no marco visita. E’ tutto oggi che non sento i sapori del cibo, anche del dentifricio. A proposito di questo, qui cominciano i primi scherzi (per fortuna solo ai danni dei rompiballe). Mettono il grasso nei capelli, il lucido da scarpe nelle lenzuola e il dentifricio nelle scarpe. Ho fatto il bucato… due fazzoletti e un paio di mutande. Poi però non sapevo dove stenderli. Come fanno tutti, li ho messi sotto al materasso. Oggi hanno lanciato le bombe. C’è uno che l’ha lanciata a ben 250 cm. Poi s’è gettato a terra mentre il capitano si metteva le mani nei capelli. Ho avuto meno mal di gola di ieri e Il compromesso si sta rivelando più interessante, anche se sempre molto infantile. Qui le consegne, le punizioni, i CPR fioccano ai più fessi. Quelli che lasciano il fucile carico, quelli che si palleggiano le bombe senza sicura, quelli che mandano affanculo i tenenti. C’è un certo Pistarà che per 3.000 lire sostituisce tutti quelli che devono fare i lavori più sporchi. Ti sto scrivendo quasi al buio. Pistarà qui si trova bene. Mangia quattro volte al giorno, per il doppio. In tutta la compagnia ci saranno già quattro o cinque chitarre, c’è uno che suona proprio bene. Mi dà molta pena non sapere niente di te da venerdì sera. Sapessi come desidero avere tue notizie quando osservo l’autostrada del Sole che va verso Milano. Nei momenti di silenzio sento anche i clacson. Ti sembrerà strano che io pensi all’autostrada e non alle montagne, ma è così. L’autostrada porta a Milano. Poi mi son divertito a pensare al trasloco Milano-Moena. Subito andiamo là con niente, solo in seguito lo stretto indispensabile. Dimmi la tua opinione sulla 500 targata TN. Un mondo solo di uomini è schifoso, o da caserma o da club inglese. Non vedo l’ora di rivederti, sai. Potresti venir giù domenica? Puoi venire alle 9.30, ho libera uscita fino alle 17.30. Possiamo perfino mangiare fuori. Ma forse se vai a sciare ti diverti di più. E poi c’è il problema del viaggio. Ma in ogni caso, cerca di venire, vorrei vederti. Ovviamente cominciano a spuntarmi i primi brufoli sul mento: il bromuro lo mettono nel latte, sicuro. Non prenderò più latte al mattino. Se vieni giù domenica, andiamo per campagne o visitiamo la città? Io preferirei le campagne. Se poi posso disporre di abiti in borghese (che non posso portare dalla caserma), allora possiamo fare anche dell’altro. Vorrei tanto averti vicina, sentire il tuo profumo moderato e inconfondibile. Ti voglio tanto bene e ti desidero. Chissà dove sei adesso… E’ brutto non poterti pensare in una località ben precisa, con coordinate sicure.

Orvieto, 11 marzo 1970, ore 15. […] Dopo la delusione per la mancanza di tue notizie, ho avuto tempo di immergermi nell’interessante lettura di Quattroruote, con i listini-prezzo, rendimenti, consumi e caratteristiche dei vari modelli di auto. Poi mi sono stufato, ho letto una pagina di Kazan, mi ha nauseato anche lui e ho di nuovo pensato a te che te la spassi in fiera. ma magari ora sei già tornata a Milano. Non stancarti troppo, tanto quel lavoro lo terrai ancora per poco…Almeno spero, perché al momento nulla so del tuo venire a Moena o meno. Anzi, ho paura… che tu prima o poi ti scelga uno meglio di me.
Non ho più mal di gola. In compenso ancora non sento il sapore del cibo. Oggi i miei “camerati” sono andati al self service (leggi pulire i cessi e le marmitte della cucina, se non peggio). Io no. Non so bene perché il mio nome non fosse nella lista. Chissà che non tiri aria di nulla-osta e di congedo provvisorio? La speranza c’è, anche se tiepida. Oggi sono “imboscato” in pieno, tanto non c’è il caporale e posso ancora sfruttare il riposo concessomi fino a ieri. Se potrò, non sparerò mai un colpo di fucile, e non farò mai niente. Farò solo se ci sarò costretto, vale a dire tra qualche giorno quando senza dubbio tireranno le redini, visto l’andazzo attuale. Ieri sera, dalle 22 alle 24, ho piantonato 4 fucili scalcagnati e una brancata di dormienti tossicolosi. Pausa.
Sono andato a ritirare la cospicua paga di lire 1.080 per 10 giorni (esclusi of course i giorni di licenza e di infermeria). Attesa di ore 1.30. Poi in sartoria a prendermi il cappotto, fatto stirare per lire 200. Stasera esco, e se sentirò i sapori andrò a mangiare come un porco. Questa mattina mi guardavo le cosce, non per compiacermi segretamente della mia bellezza, ma per constatare di quanto sia dimagrito. I miei sertori (che sono quei muscoli lunghi nella parte anteriore della coscia), che ho sempre avuto molto sviluppati, stamattina erano quasi scoperti, quando sollevavo le gambe. Due cordoni sotto i quali s’indovinano le ossa. Senza andare nei record (qui c’è gente che è diminuita in dieci giorni anche di otto kg, e non pesi massimi, gente come me), sono dimagrito parecchio. Anche oggi, per esempio, ho mangiato mezzo panino, una mela, un boccone di carne trita, vino e insalata di cavoli. Di bene in meglio. Spero che almeno tu sia trattata meglio… Non troppo, perché lo sai che a Moena saremo sempre al ristorante, lo so già… […] Quando saremo a Moena dovrò battere a tappeto tutta la zona del Veneto per conferenze, non credo che si salverà neppure una sezione del CAI. Mi viene in mente la casa che tu avevi a Madonna di Campiglio e provo molta tristezza, non so perché. Ricordo quando quel giorno me l’hai indicata. Penso che a Moena ci procureremo una qualunque stamberga purché abbia servizi come si deve. Non vedo l’ora che siano le 18 per vedere se ci sei anche tu tra le lettere. Ormai comincio ad essere impaziente, ti prego di non farmi più mancare tue notizie. Per me sono importanti. Finché scrivi, posso capire umori e sentimenti. Se non scrivi nulla mi sento perso in mezzo alle immaginazioni pessimiste. Non sto esagerando. Non voglio perderti per colpa dell’Esercito, mi sei troppo cara. Mi guardo le mani e mi vengono in mente le tue, mi guardo allo specchio e sento come è brutto essere lontani, io così buffo e ridicolo con questi baffi. Il bromuro forse l’hanno diminuito, spesso provo quel tuffo allo stomaco se ti penso, se ti vedo assieme a me. Peccato duri poco, perché è una sensazione piacevole ed è quasi un ricordo tangibile di te… […] Un altro ricordo di particolare intensità è quando in casa del Claudio ti stringevi a me con una forza che hai usato poche volte e che non so proprio dove tu possa trovare, quasi mi soffocavi, però non lo scorderò. Non hai di come ti desidero, e il bello è che desidero proprio te, capisci? Qualsiasi pensiero io abbia è sempre riferito alla tua figura, al tuo corpo, a ciò che puoi provare tu. E basta, non mi interessa altro. Farò di tutto per renderti felice il più possibile perché tu, a parte le crisette momentanee, possa sempre essere fondamentalmente felice di essere con me e perché tu possa sentirti indispensabile a me, come in effetti sei, non immagini quanto. Per crisette intendo roba tipo la tua accoglienza telefonica di una settimana fa, che mi sembra di poter in breve tempo e con facilità smussare, attutire, svuotare di contenuti, per sostituirvi una completa felicità… (Magari… comunque ho riflettuto molto sul come affrontare i tuoi musi più o meno giustificati, e ho capito tante cose, o per lo meno mi sono ripromesso di agire in maniera diversa da come ho fatto finora. Tu comunque non dirmi verità ritardate. Voglio sapere tutto in anticipo. Ti abbraccio forte.

«11 marzo 1970, ore 13. Stanotte ho sognato che mi avevi lasciata. Eri via, e quando sei tornato eri con un’altra, senza dirmi niente. Tutti lo sapevano meno io. E non sapevo capacitarmi di come tu potessi fare una cosa del genere dopo tutto quello che c’era stato tra di noi. Ho proprio sofferto tanto, ero disperata. Poi ho sognato il solito orribile ragno, poi per fortuna è suonata la sveglia e così anche per questa notte la sofferenza è finita. E pensare che dormo in un meraviglioso letto matrimoniale!
Oggi in fiera c’è molta calma, poca gente e tanto freddo; nevica, e qui dentro si gela. Per fortuna è l’ultimo giorno, perché sono proprio stufa. Adesso, quando torno a Milano, avrò molto lavoro, perché abbiamo molti nuovi clienti. Farò ore in più, quindi soldi! Spero sempre che riusciremo a utilizzarli assieme. Il mio padrone mi ha raccontato che aveva un amico a Moena, un certo D’Incal che, se è ancora lì, dovrebbe essere maggiore o comunque abbastanza su di grado (scoprirò in seguito cheil maggiore D’incal in effetti era ancora a Moena ed era il responsabile del gruppo sportivo, NdA). Si è offerto di scrivergli e chiedergli se può fare qualcosa per te.
E’ passata solo una settimana da quando siamo stati assieme e mi sembra un mese. Scrivimi tanto. Ti abbraccio».

Orvieto, 12 marzo 1970, ore 17.45. […] A proposito, per Moena portiamo su l’ormai collaudato letto Marimonti, nel caso disperato che non troviamo una decente camera ammobiliata […] Le donne hanno tutte il brutto vizio di fare sogni e di crederci come fossero realtà, cose vissute. E una volta esposto il sogno, aspettano anche che i “colpevoli” (cioè noi) ci giustifichiamo. Tu fai poca eccezione… ed è anche una cosa simpatica. Per esempio, io non ricordo mai un sogno fatto nella notte. Non ricordo assolutamente niente. Ora spero che risponderai decentemente alla valanga di lettere che ti troverai a casa, coì saprò finalmente come la pensi. Vieni domenica? Oggi siamo andati al poligono con marcia di 6 + 6 km, fucile (4,5 kg), borraccia, elmo, tuta mimetica, scarponi anfibi. A tirare due bombe. Siamo tornati coperti di fango e naturalmente dobbiamo ripulirci. Questa mattina abbiamo fatto le prime prove del giuramento e ora esco per la libera uscita. Ci passano in rivista, ci chiedono chi è il capitano, il comandante di plotone, ci chiedono i fazzoletti, che devono essere nella tasca sinistra piegati a triangolo, e così via dicendo. Vado a mangiare perché mi è tornato il gusto e ho una fame tremenda.
Ora sono appena tornato dalla cena. Finalmente! Ci voleva. Tu sai che non soffro particolarmente in assenza di cibo, però ero arrivato al limite. Ho appena finito di fare il letto al buio e, appena riaccese le luci, ho ripreso a scrivere.
Per poco questa sera non uscivo, in quanto secondo il tenente avevo i capelli lunghi… Figurati! Sono uscito all’ultimo momento con trucchi vari e con un altro tenente. Ho provato a telefonarti ma la linea era sempre occupata. Lo rifarò domani sera o dopodomani da un altro telefono, perché nella trattoria dove siamo stati questa sera non ci siamo trovati bene. Non vedo l’ora di sapere che cosa potrai fare per domenica… […] Mi rendo conto che dovevo mantenere una promessa, cioè riferirti cosa avevo pensato i giorni scorsi al riguardo delle tue crisette momentanee […] ma questa sera non è assolutamente possibile. Stanno spegnendo le luci.

«Milano, 12 marzo 1970, sera. Sono arrivata oggi pomeriggio e ho trovato le tue lettere […] Sei un po’ fessacchiotto perché io non parlavo di performance puramente fisiche, ma unicamente di voglia di quella “voglia matta” di cui l’anno scorso certo non mancavamo. Per il resto, no comment, e chiudo l’argomento. […] Leo e soci sono andati alla Sud del Cervino, ma stasera hanno telefonato da Cervinia dicendo che erano tornati indietro, non so perché. Per quanto riguarda Moena ne parleremo, stasera non ne ho voglia».

Orvieto, 13 marzo 1970, ore 17.45. […] Oggi qui è stato abbastanza massacrante, abbiamo fatto delle estenuanti prove per il giuramento, ripeterle alla nausea per la perfezione. Mi fanno molto male i piedi. Abbiamo finto la cerimonia delle 11 di mattina del giorno 19: ci daranno libera uscita fino alle 21.30. E’ un’occasione speciale, perché negli altri festivi dobbiamo rientrare per le 17, per poi poter riuscire alle 18.30. Quindi se tu non puoi o non vuoi venire domenica prossima 15, il giorno del giuramento (san Giuseppe) ho più libertà. Qui hanno sospeso la possibilità di fare telefonate (non di riceverle) perché il centralino si trasferisce nei locali nuovi. E non so se stasera potrò telefonarti, perché ovviamente, con la consueta efficienza, i locali nuovi non funzionano ancora. Ieri sera per uscire ho fatto dei numeri speciali, in quanto secondo il sottotenente che ci passava in rivista ho i capelli troppo lunghi. Quindi ci ha mandati via, poi però sono riuscito a evitarlo e a scappare lo stesso. Altra mangiata, ma in tempo brevissimo, abbiamo appena fatto a tempo a ordinare e consumare nel locale più vicino alla caserma. Forse sono riuscito a interrompere il processo di dimagrimento con queste mangiate regolari. Però questa sera non uscirò, quindi la cura subisce un momentaneo arresto. Ho ricevuto oggi una lettera molto breve di mio padre. Tra tre o quattro giorni, dice, torna a casa. Mi ha raccomandato di scrivere a lui e alla nonna, domani che è sabato lo farò senz’altro. Sono andato alla mensa e mi sono fatto una panciata di tonno in scatola, almeno quello è in scatola, appunto. Ora proverò a telefonarti, non so se è aperto. […] Mi fa uno strano effetto scriverti quasi sempre al buoi. Mi concentro di più, mi sforzo di più per te. E’ chiaro che se non fossi tu la destinataria delle mie lettere, non mi metterei a scrivere al buio. Mi sento in qualche modo più assieme a te, al buoi. Oggi figurati che hanno chiesto se c’era qualcuno disposto a fare il corso per caporali e si sono meravigliati che nel nostro plotone non ci fosse nessuno. E lo credo! Ma anche negli altri plotoni di sicuro non ci sono grandi adesioni. Ogni volta che l’altoparlante gracchia, tendo le orecchie nella speranza di udire il mio nome “per comunicazioni che lo riguardano”. E invece finora niente, il buio più nero sull’immediato avvenire. Se vieni al giuramento, avvertimi o per espresso o per telefono, lo devo sapere, altrimenti aspetto nel cortile per nulla. Questa mattina mi sono alzato con la netta sensazione di una spaventosa inutilità, per questo forse non ho fatto tante scene e mi sono rizzato in piedi subito, con tutto chiaro in testa. Una volta verticale, preoccupandomi di non appoggiare troppo i piedi sul pavimento per non sporcarmi le calze, mi sono allacciato la cintura dei pantaloni stringendo forte, quindi arricciando la stoffa alla faccia dell’estetica. E poi giù in cortile, sempre con la sensazione di non servire e di dover compiere una serie di atti per i quali non trovo la minima giustificazione. Se dovessi pensare di stare qui dentro un minuto di più di quanto penso di starci, mi sgretolerei. […] Non sento la minima stanchezza fisica, dunque significa che non ne posso più.

Orvieto, 14 marzo 1970, ore 12.35. Ho ricevuto poco fa la tua lettera di giovedì sera: dovevi essere un po’ incavolatina… Non ne ho mai lette di tue così secche e concise. Invidio gli altri, che hanno lettere dense, lunghe. Mi consolo pensando che magari sono sempre le stesse cose che si posso dire con meno parole. In tutta la lettera non c’è neppure accenno al bene che dovresti volermi. Neanche io mi riferivo alle performance fisiche. Tutto il discorso era valido nel solo caso che fosse quello il tuo significato, come del resto mi sembrava.
Ore 16.30. Ci hanno fatto uno scherzo divertente (per loro). L’altoparlante dice: “DSei reclute munite di patente si presentino in fureria, ripeto…”. Subito senti un precipitarsi, uno scalpiccio tramestato, dieci, venti, trenta che corrono nell’ufficio, tra i quali io, pensando vogliano fare una prova di guida per condurre gli automezzi. Ne prendono solo sei, tra cui me: scrivono i nomi e poi ci portano in armeria, ci chiudono dentro e ci ordinano di pulire tutti i fucili, pena il self-service per 5 giorni! Non c’era nulla da fare, e allora giù con i bastoncini d’acciaio e le pezzuole introdotti nelle canne. L’hanno fatto perché se avessero chiesto sei volontari per pulire i fucili nessuno si sarebbe presentato. L’armiere mi ha chiesto se volevo fermarmi a “tenere” le armi. Praticamente è un modo per imboscarsi. Niente più sveglia alle 6 ma un po’ più tardi, niente più adunata ogni ora. Sono sempre in tempo a rifiutare e andare invece a sparare. Ieri sera Leo (Cerruti, NdA) ha voluto essere gentile con me: ha detto che se fossi stato con loro alla Sud del Cervino avrei convinto Guido (Machetto, NdR) a non scendere. “Come, perché proprio io?”, gli ho chiesto, non capendo bene perché avrei dovuto essere il portabandiera dell’andare avanti. “Ma perché tu riesci a parlare alzando la voce, cosa di cui noi (io e Gianni Calcagno) non siamo capaci”. Si riferiva scherzando all’episodio delle due di mattina della notte in cui dal Traforo del Bianco avremmo dovuto partire per la Peuterey mentre nevicava. Il Guido era incazzato, io pure, Gianni e Leo erano dalla mia parte, ma chi urlava ero io, e alla fine si è convinto a cambiarsi. Poi il maltempo è peggiorato e così siamo tornati e andati a dormire. Evidentemente al Cervino c’era bisogno di un’altra scrollata. Mannaggia! Poi parlando con te di Moena mi rendevo conto che tu non ti potevi esprimere liberamente, però io forse desidero da te, molto egoisticamente, un sì incondizionato, che superi tutte le pastoie pratiche. Un sì che equivalga alle parole che mi hai scritto giorni fa, testualmente “pur di stare con te sono disposta a piantare tutti, tutti, a cambiare vita”, te lo ricorderai… La faccenda del matrimonio che non si può fare è per me un dispiacere enorme, e lo sai. La mia paura è che tu pensi che io mi sia tolto un bel pensiero, che abbia preso tempo. Invece io ti voglio come prima e la nostra vita sarà uguale al previsto. Ti ricordi come stavamo bene a Fiera di Primiero? Poi dopo un po’ ci si abitua, si fanno delle conoscenze. La vita è economicamente possibile, su questo non ci sono dubbi, e, porca miseria, se sei andata in Germania puoi anche venire a Moena. Non ho alcuna intenzione di stare lontano da te, e non voglio che tu mi rimandi la risposta come hai fatto in quest’ultima lettera. Capisco che sei stanca, però potevi rispondermi anche meno seccamente. Dimmelo, se sei titubante. Ma dimmi anche perché, di che morte devo crepare, se non hai più voglia di stare con me, se non ti va più l’avventura. Scusa lo sfogo.

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Una vita d’alpinismo – 22 – CAR e Amore – 1 ultima modifica: 2019-09-08T05:54:33+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 22 – CAR e Amore – 1”

  1. 7
    Paolo Panzeri says:

    Per me quell’anno è stato una grande perdita di tempo utile al lavoro, ero in fanteria, servente al cannone senza rinculo, che per altro non ho mai visto

    Però ho imparato due cose:

    – la nullità di ogni individuo se non viene usato

    – il coacervo di identità e culture italiane poco compatibili

     

    Al car il capitano mi aveva fatto caposquadra (unico nordico) e mi facevano scherzi (gavettoni) di continuo, ma quasi subito ho trovato un orologio in bagno e l’ho portato in camerata.

    Da quel giorno per i napoletani ero “il capo” e i calabresi erano le mie guardie (armate), i siciliani tacevano sempre ombrosi.

  2. 6
    Enrico Defilippi says:

    Anch’io ritengo fosse meglio…

  3. 5
    Riva Guido says:

    L’unica frase sensata che ho sentito pronunciare in 13 mesi di naia fu quella del Maggiore comandante del BAR Reggio (Battaglione Addestramento Reclute) di Palermo: Voi siete i nostri datori di lavoro. Resta comunque un’esperienza non trascurabile.

     

  4. 4
    Carlo Crovella says:

    Al tempo di WhatsApp non si riecse più a comprendere come si potesse vivere allora. Io sostengo che fosse meglio. Come le invernali. Quelle di allora erano mitiche.

  5. 3
    Enrico Defilippi says:

    Lettere, attese interminabili, rare telefonate, timori, pensieri, gioie, tutto in tempi dilatati, oggi difficilmente comprensibili, la vita a passo d’uomo, come in una lunga salita di montagna…era meglio allora?

  6. 2
    Luca Visentini says:

    Anch’io sotto naja ero lontano dai monti e dall’amore. Peggio ancora, avevo vicino il fascismo.

  7. 1

    Non sento la minima stanchezza fisica, dunque significa che non ne posso più.

     

    E’ detto: complesso del bue. Malattia bellissima di cui, se non si soffre, si ingrassa annoiati o ci si dedica alla politica. Aspettando che la morte arrivi.

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