Una vita d’alpinismo – 24 – Il mondo di San Lucano

Una vita d’alpinismo – 24 – Il mondo di San Lucano
(le parti in corsivo sono state scritte all’epoca, la data è in fondo al brano)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Final­mente a fine aprile, dopo l’esame di ammissione, mi trasferii a Moena, dove ini­ziai gli allenamenti per un’estate che si rivelava promettente.

«Heini Holzer: lo chiamano lo “spazzacamino”. Un metro e cinquantadue di statura e sempre vestito di scuro se non di nero, è tra i migliori alpinisti italiani, anche se la sua madre lingua è il tedesco.
25 anni, abita a Merano ed è da pochi anni sposato, con un figlio che, dice, è già più alto di lui!
Non voglio elencare lo stato di servizio straordinario di questo giovane altoatesino. Dirò solo che le sue prime ascensioni e le sue solitarie, nonché le ripetizioni di salite di grande prestigio, lo pongono tra quelli che, come si dice in gergo, “vanno molto forte”.
Come capita spesso all’inizio di stagione ci siamo incontrati un mattino di festa vicino a Trento. Meta, le pareti della Paganella, una palestra di roccia un po’ eccezionale, visto che i suoi dislivelli arrivano fino a 300 metri. Claudio Zeni, il famoso “chimico” di Arrampicare è il mio mestiere, mi aspetta alla funivia. Tutti assieme riusciamo a prendere la prima corsa. Al rifugio Battisti assistiamo alla rapida e vorace consumazione di due pastasciutte al sugo da parte di Heini e compagno. E’ lì che avvengono le presentazioni. Ed è lì che il nostro progetto di salire il Pilastro Luciano va a farsi “benedire”.
Per nostra sfortuna infatti Heini ci convince ad attaccare la via Ilse da lui aperta due o tre anni fa, che conta appena due ripetizioni. Secondo lui “un buon IV e V, con uno o due passi di V+. Nove chiodi su 250 metri”.
La cosa non mi convince del tutto perché in Paganella due ripetizioni sono sinceramente un po’ poche. Ben sapendo poi che nel IV di Holzer non c’è assolutamente da credere, mi avvio diffidente all’attacco. Dietro le lenti del mio compagno leggo: – Per me è marcia e difficile. In più non sono allenato… questa per me è la prima della stagione.
– Ma, senti Heini… che roccia è?
– Oh, per me è buona.
Già, penso tra di me. E qual è la roccia cattiva per lui? I chiodini per appendere i quadri reggono solo i quadri… Ed è inutile appenderci un uomo.
– Voi dove andate?
– Noi sulla Huber, accanto a voi.
Dopo cinque ore ci ritroviamo in cima (1970)». Era il 17 maggio 1970.

Heini Holzer, 1970
Heini era per me un amico sicuro, di quelli che ami e rispetti, ti pensi un po’ sullo stesso suo piano. Non lo vedevo mai, anche perché abitavamo lontano e le sue discese non erano per me. Sulla montagna il suo spirito era tremendamente forte. Come introdurre la velocità nell’alpinismo è stata la sua specialità. Si vantava comprensibilmente di certi suoi exploit, tali anche per via del suo lavoro che non poteva mai abbandonare per più di un certo tempo. Misurava in ore non la permanenza effettiva sulla via, ma il totale con il viaggio in automobile. Nato a Tubre (Val Monastero) nel 1945, prima pastore poi spazzacamino, compagno di Messner, Sepp Mayerl e Renato Reali, poco prima di precipitare dalla parete nord-est del Piz Roseg (in un tentativo di discesa con gli sci) scriveva: “Ho salito 1200 cime per 600 vie di III e IV grado, 327 dal IV al VI e A1, A2, A3, 72 prime ascensioni, 50 arrampicate solitarie, altrettante salite invernali e 71 discese con gli sci da pareti tra 40° e 60°”.

Nel 1973 aveva “scoperto” il gruppo dello Sciliar, dove con alcuni compagni, tra cui l’inseparabile Sieglinde Walzl, aprì alcuni itinerari nuovi che ancora non sono sufficientemente apprezzati. Indicativo è il nome della cima sulla quale abbiamo, una delle poche volte, arrampicato assieme: la Terranova, forse qualcosa in cui credere. Come Dante, dopo aver scritto la Vita Nova, fu obbligato a viaggiare per i Tre Regni, anche noi ci saremmo dimenticati di quella vetta in comune e avremmo proseguito il nostro viaggio per lunghezze diverse.

Il 19 maggio 1970 sono con Carlo Platter, Ludovico Vaia e Almo Giambisi al Passo Rolle e andiamo a ripetere la via General Turrini alla Tognazza, un itinerario dello stesso Platter davvero bello ed elegante su un porfido magnifico. Mi trovo molto bene ad arrampicare con questi nuovi compagni, credo che loro apprezzino molto quanto io li rispetti. Tanto è vero che già il giorno dopo, 20 maggio, attacchiamo assieme una via nuova nel gruppo di Larsec, sulla Crepa de Socorda. E’ una fessura obliqua a destra che taglia tutta la parete. Al posto di Giambisi c’è Ugo Nassutti, il vice-brigadiere di polizia che mi è stato assegnato dal capitano Lorenzo Cernetig come compagno per le mie scorribande e allenamenti. Il povero Nassutti, friulano e dunque di certo assai coriaceo, non ha grande esperienza se non il corso di roccia fatto nelle Guardie di Pubblica Sicurezza: è certamente molto emozionato e quando vede da vicino e da sotto il nostro obiettivo è a un pelo dal rinunciare. Lo convinciamo in tre…

Crepa de Socorda, l’evidente fessura diagonale è la direttiva della via Leandrina

Non se la cava male. Con la bravura di Platter in testa (mi par di ricordare che mi fu concesso di tirare solo una lunghezza davanti alla sua cordata con Vaia), in sei ore e mezza siamo fuori dalla via. Che Platter chiamerà via Leandrina.

Il giorno dopo, 21 maggio, sono con Bruno Tognolli sulla Prima Torre di Sella, precisamente sullo spigolo della via De Francesch. Tognolli è un ottimo compagno, molto dotato, anche lui facente parte della Scuola Alpina, come Nassutti. Peccato che la sua attività sportiva sia quella del pattinatore di velocità, dunque i suoi allenamenti intensivi non gli permetteranno di fare altre scalate con me. In un’ora e mezza siamo fuori da questa via in artificiale.

Naturalmente sono sempre alla caccia di nuovi amici e nuovi compagni con tanto tempo libero e voglia di scalare. Trovo in Samuele Scalet un compagno ideale. La prima uscita che facciamo assieme è un’altra via nuova, questa volta sulla Cima d’Oltro 2397 m, nel gruppo delle Pale di San Martino. E’ il 23 maggio 1970, e l’accesso dal Passo Cereda è veramente lungo. Scaliamo l’inviolata cresta sud-ovest in due ore e mezza, assieme a me e Scalet sono anche Mariano Perini e Aldo Bettega. La via che ne risulta è molto bella e non certo estrema. Peccato che anni dopo un crollo la cancelli quasi completamente…

«Le Dolomiti sono montagne calcaree per eccellenza e per questo le chiamano il paradiso degli arrampi­catori. Pochi però sanno che esistono, sia pure ai margini, delle intere catene di roccia porfirica, e quindi della famiglia vulcanica, che si mescolano alle rocce cal­caree. Sono i famosi gruppi della Catena del Lagorai e di Cima Bocche. Dal Passo Rolle si può andare ad arrampi­care sul Cimon della Pala, sulla Cima Vezzana e sul Mu­laz, ma nello stesso tempo si può dirigersi verso le rocce rossastre del Colbricon e della Tognazza. Su quest’ultima esistono due o tre bellissimi itinerari che assomigliano assai più a certe ascensioni granitiche che non alle più vicine su Dolomia. Dal Passo Rolle si diparte l’intera catena in porfido del Lagorai, mentre dal Passo di San Pellegrino ha origine un’altra importante catena porfidica, tea­tro delle più dure battaglie e della più logorante guerra di trincea del ’15-18: la Catena di Cima Bocche e di Cima Margherita.

Cima di Bocche (Catena di Bocche, Passo San Pellegrino): si vede bene a destra la sezione finale dello sperone nord

Ho avuto la fortuna di poter aprire un nuovo itine­rario sulla parete nord della Cima di Bocche il 27 maggio 1970. Mi avevano sempre attirato quelle lisce placconate porfidiche così diverse dalle rocce calcaree, e l’idea di aprire una nuova via su una parete così ricca di promesse era in me radicata da almeno cinque anni. Finalmente, con il Brigadiere di P. S. Ugo Nassutti, vado all’attacco. C’è ancora molta neve (siamo a nord!), ma le placche dello sperone centrale che abbiamo scelto sono abbastanza ros­sastre per poter sperare di salirvi sopra.

Sul primo tiro di corda, quaranta metri molto duri su cui sono costretto a piantare più chiodi di quello che cre­devo dal basso, fa molto freddo. Poi le difficoltà diminui­scono un poco e procediamo più svelti. È strano come qui si possano alternare tratti lisci e di roccia saldissima con tratti sfasciati. Su questi ultimi devo stare molto attento per non far cadere sassi sulla testa del mio compagno.

Lunghezza su lunghezza la parete, a poco a poco, è tutta sotto di noi. Arrampicata in fessura, in diedro, sulle placche e sugli spigoli; perfino ogni tanto in artificiale. Chi si ricorda più delle mani fredde del mattino e dell’incertezza che ci accompagnava quando i 450 metri della parete erano tutti sopra di noi? Ormai siamo sulla cresta finale, che saliamo a cavalcioni come se fossimo sul Lyskamm o su qualche altro colosso delle Alpi Occiden­tali, aiutandoci ogni tanto con qualche colpo di piccozza. Ora siamo in cima, ci rimangono solo poche ore di luce, ma ci soffermiamo ugualmente a contemplare quanto siano belle queste montagne.

La discesa non è difficile, anzi è molto divertente, per­ché scivoliamo sul fondo della schiena, e ci ritroviamo alla base del versante est. Da qui inizia una lunga marcia nella neve fradicia per tornare in valle. Due camosci passano a un centinaio di metri da noi: anche per loro l’inverno è quasi finito.

L’importanza tecnica di questa nostra salita è da ricer­carsi nell’esperienza dell’arrampicata su porfido. Su tutti i manuali di alpinismo si possono facilmente im­parare i primi rudimenti di come si sale sul calcare e sul granito. Ma non si sa niente di come si deve o di come sia meglio progredire sul serpentino, sul gneiss, sul basalto, sulle filladi, sui micascisti e, perché no, anche sul porfido. Sarebbe quindi interessante una ricerca in questo senso; e non si dica che sarebbe fine a se stessa: basta pensare che lo stesso Cervino non è certo composto né di granito né di calcare. Per quanto riguarda il porfido ho potuto constatare, sulla Cima di Bocche, che è molto conveniente arrampicare nei diedri. Il diedro infatti è la formazione rocciosa che più favorisce lo scalatore: al contrario delle placche, sempre avarissime di appigli, e al contrario delle fessure, piccole e grandi, su cui o si va avanti in artifi­ciale, chiodo dietro chiodo, oppure con la tecnica dell’in­castro, sempre e invariabilmente molto faticosa. Se vo­gliamo poi, sul porfido, l’arrampicata in diedro è anche la più elegante. Comunque è evidente che non basta una sola salita per chiarire i molti dubbi e le incertezze che ancora sussistono sull’argomento. Ci sono ancora tante vie nuove da aprire sulle montagne delle Alpi, e molte sul porfido. Staremo a vedere cosa ci dirà di nuovo la pros­sima esperienza (Escursionismo, lug-set 1970)».

La parete nord della Cima di Bocche 2745 m e, nel tratteggio, la via seguita da Gogna e da Nassutti. La parete presenta diffi­coltà di 5° grado superiore e misura 450 m. La scalata è stata compiuta il 27 maggio 1970 e ha visto i due impegnati per 9 ore.

Crepa de Socorda, 20 maggio 1970, Carlo Platter in apertura della via Leandrina

E così sono pronto per una bella salita che sogno da tempo: la prima sulla parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano. Parto senza dire niente al mio capitano, con un permesso, e dopo tre giorni sul tavolo del colonnello Cappello il giornale parla chiaro: sono proprio io quello che aveva compiuto l’impresa e lui non sapeva niente! Ne risulta uno storico e minaccioso rimprovero.

La nostra salita alla Seconda Pala di San Lucano è il mio ingresso in quel magnifico mondo a parte, una vera e propria realtà separata. Qualche tempo dopo lo rivelo ai lettori della Rivista Mensile del CAI, con un articolo che fa scuola ed epoca.

Crepa de Socorda, 20 maggio 1970, in partenza per la 1a ascensione della via Leandrina: (da sinistra) Ludovico Vaia, Carlo Platter e Ugo Nassutti

Dopo un’esauriente quanto inedita descrizione geografica, passo alla storia alpinistica (quello che segue è un misto di quell’articolo e di un altro apparso su Rassegna alpina mag-giu 1970):
«Tutte le vette sono state sicuramen­te salite per la prima volta dai cacciatori e dai pastori. Fanno eccezione la Terza Pala, lo Spiz e la Torre di Lagunàz, e il Campanile della Besàuzega.
Nei giorni 21 e 22 giugno 1930, Attilio Tissi e Giovanni Andrich compirono la prima ascensione della Terza Pala, ribattezzandola Cima Maria José. Essi preferirono salire lo spigolo sud-est (1500 m di dislivello) piuttosto che traversare tutta la cresta dal Monte S. Lucano.
Attaccarono lo zoccolo e dopo 750 metri, alla sua sommità bivaccarono. Il giorno dopo effettuarono la salita vera e propria, raggiungendo la vetta e scendendo in giornata in fondo valle; nonostante il tempo pessimo, conclu­sero verso mezzanotte.
Il secondo attacco venne portato da Giorgio Brunner e Ovidio Opiglia, con un compagno d’eccezione: Emilio Comici. Il 14 giugno 1931 si portarono alla Forcella della Torre; da lì salirono quindi 170 metri di disli­vello con difficoltà fino al V grado e rag­giunsero la vetta della Torre di Lagunàz, che ribattezzarono Torre Claudio Casa.
L’anno dopo, il 29 giugno 1932, gli stessi Brunner e Comici con Massimina Cernuschi ripercorsero lo stesso itine­rario e, una volta in vetta alla Torre di Lagunàz, si calarono in corda doppia e in arrampicata all’intaglio seguente. Da lì superarono 180 metri di IV grado e raggiunsero la vetta dello Spiz di Lagunàz (ribattezzato Cima Mario Pre­muda).
Erano partiti dalla Malga Gardés alle 4.30; in vetta alla Torre di Lagunàz ore 10; in vetta allo Spiz ore 14.30. Pro­babilmente avrebbero voluto effettuare anche la traversata fino alla Terza Pala di S. Lucano, che non sembrava essere molto difficile, ma l’ora tarda li obbligò a tornare. Infatti bivaccarono qualche ora alla Forcella della Torre, per arrivare poi alle 5.30 di mattina alla Malga Gardés.
Ettore Castiglioni e Bruno Detassis effettuarono una ricognizione nel grup­po in occasione della compilanda guida delle Pale di San Martino. Sicuramente raggiunsero la vetta della Seconda Pala di S. Lucano, il 26 giugno 1934. In quello stesso giorno Detassis salì da solo il Campanile della Besàuzega (30 metri – III grado).

Alessandro Gogna in arrampicata sulla Tognazza, via General Turrini, 19 maggio 1970

La convinzione che nelle Dolomiti vi fossero ancora gruppi di crode non completamente scalate faceva capolino nelle teste pensanti. Esempio tipico furono le Pale di San Lucano. Difficile a tavolino inquadrare le esatte dimensioni di quel massiccio, situato proprio in fronte al più famoso Agnèr, circondato dalla fila dei suoi grandi satelliti. Se la parete nord dell’Agnèr, con il suo spigolo di 1600 metri, è la più alta delle Dolomiti, la parete sud della Terza Pala di San Lucano è con i suoi 1500 metri la seconda, e la terza è la Sud-ovest della Seconda. Osservare dal fondo valle quelle pareti è sentirsi soggiogati da qualcosa di molto più grande di noi. Da Agordo si vede bene l’ingresso della valle, e subito a destra un’altissima montagna: la Seconda Pala, con la parete sud-est. Oltrepassato Taibòn ed entrati nella valle, a poco a poco si schiudono gli immensi tesori che essa racchiude. Dapprima le pareti nord del Gruppo dell’Agnèr (solo la Torre Armena e lo Spiz d’Agnèr rimangono nascosti). Poi la Seconda Pala lascia intravvedere l’enorme spigolo sud-est della Terza, salito da Tissi e Giovanni Andrich. Infine si aprono allo sguardo le gialle pareti meridionali separate da un profondissimo vallone, il Boràl di S. Lucano. Questo è praticamente impercorribile, per la serie di salti strapiombanti e bagnati che lo interrompono più volte, ma anche gli altri due canaloni che delimitano a destra e a sinistra le due Pale, e cioè il Boràl della Besàuzega e del Lagunàz sono molto difficili da percorrere. Con questi giganti che le incombono sopra, la valle da subito al visitatore un’impressione di cupa tristezza e nello stesso tempo di minaccia. Perché dopo Tissi nessuno aveva più salito quelle pareti?

Alessandro Gogna in arrampicata sulla Tognazza, via General Turrini, 19 maggio 1970

Forse perché egli fu costretto a scendere lungo la via di salita (almeno 800 metri di corde doppie)? Forse perché la roccia era ritenuta marcia? O forse semplicemente per il timore che si ha a guardarle? Soltanto attorno al 1960 Armando Da Roit e Georges Livanos avevano attaccato la rossastra parete sud-ovest della Seconda Pala (1400 m di disli­vello), ma si erano spinti troppo in alto nel Boràl di S. Lucano, cercando di gua­dagnare quota. Così furono fermati da grandi strapiombi. Qualche anno dopo era stata la volta di due triestini, sulla parete ovest della Terza Pala, respinti dal brutto tempo. Come pure tornò indietro Claude Barbier dopo aver tentato il diedro sud-est della Seconda Pala. Nel 1970, in maggio, Samuele Scalet e Angelo Ursella attaccano la parete sud della Terza Pala. Si spingono troppo alti sot­to i gialli e a circa 400 metri dalla vetta sono costretti a ritornare. Da notare che Ursella una settimana prima aveva compiuta sulla stessa parete un tentativo solitario, con bivacco.

In vetta alla Tognazza, 19 maggio 1970: da sinistra, Almo Giambisi, Ludovico Vaia, Alessandro Gogna e Carlo Platter

Sovente si parla e si discute sugli ultimi problemi delle Alpi. Ma io non capisco come si faccia a dire che questi sono ormai esauriti, quando intere zone sia delle Alpi Occidentali che Orientali, e anche Centrali sono ancora pressoché inesplo­rate. Temo proprio che la ragione di questo pessimismo sia do­vuta solo alla pigrizia mentale e fisica di taluni, che non solo si rifiutano di toccare con mano la verginità di interi gruppi montuosi, ma addirittura non ammettono neppure teoricamente la loro esistenza. Eppure si forniscono le prove: nomi concreti, pareti ancor più concrete, con il dislivello e le difficoltà pre­sumibili. Specificata anche l’ubicazione, vien logico pensare che questi versanti e queste montagne siano dislocate in luoghi sel­vaggi e solo con fatica raggiungibili.

Il Gruppo delle Pale di San Lucano, nelle Dolomiti agor­dine, fornisce un esempio: quando pareti di 1500 metri si er­gono con una maestosità senza pari sulla strada carrozzabile, ap­pare evidente che i problemi ci sono, eccome!

Seconda Pala di San Lucano, parete sud-ovest, Alessandro Gogna su 48a lunghezza, 2 giugno 1970

È sempre stata poi una delle mie idee fondamentali andare in montagna senza i famosi e tanto discussi chiodi a pressione che, a dir la verità, non ho mai imparato a piantare. La parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano mi offre, dopo alcune attente osservazioni, solo una magra possibilità di superamento; in un solo punto cioè mi sembra possibile salire senza eccessivi mezzi artificiali. Non rimane che provare.

Il 31 maggio 1970 alle 3 del mattino Leo Cerruti ed io lasciamo l’auto alla Chiesetta semidistrutta. Osserviamo le pareti che ci sono attorno e sopra. Dietro di noi il torrente scorre calmo, nel suo letto largo e ciottoloso. Non sembra ricordarsi di aver recato danni e distruzioni, di aver divelto, travolto.

Solo questi tre muri ci fanno pensare che una volta ce n’era un quarto; nella più antica chiesa dell’intero agordino si riunivano a pregare i contadini e la gente di montagna. Ora solo quattro famiglie abitano Col di Pra e la chiesetta è stata portata via. Un castigo? E a chi? Il pavimento lascia capire che una volta era bello e caratteristico, un affresco, coperto malamente da un telo di plastica perde a poco a poco i suoi colori. Tutto in questa valle è di S. Lucano. La strada fa polvere quando passa qual­che rara automobile o gli autocarri che trasportano la ghiaia. Siamo bassi, sui 700 metri. Campagna, da uva prima e poi castagne. Eppure qui gli abeti si spingono molto in basso e non c’è neppure una coltivazione. Chi occupa il quadro è la montagna, che qui ha espresso se stessa nella maniera più grandiosa.

Seconda Pala di San Lucano, parete sud-ovest: l’ultimo terzo di parete

Vorrei salire tutte e due le pareti della Seconda e della Terza: ma per questa sono d’accordo con chi ha tentato prima di me. Rimane la Seconda, 1400 metri di verticale prima grigia e chiazzata d’erba poi gialla come nelle migliori tradizioni dolo­mitiche. Cosicché – penso – il peggio sarà in cima. Ma cos’è questo peggio? In basso è solo paura, in alto diventa una sensa­zione che solo la lotta in montagna può dare. Vedere i tetti, sapere di non poterli superare direttamente, perché non abbiamo tanti chiodi, e sperare di evitarli con studiate traversate, che spesso non sono necessarie perché sui tetti si passa in libera. Ecco cos’è il peggio! Un alternarsi di vittoria momentanea e timore di arresto improvviso, di fronte magari a un muro impossibile.

Attacchiamo alle 4 la Sud-ovest della Seconda Pala. Siamo carichi di un bidoncino da 5 litri d’acqua e Meritene, un alimento concentrato a base pre­valente di proteine, oltre che del normale equipaggiamento e un sacco “matrimoniale”. La bassa quota della montagna e l’esposizione meridionale ne fanno una parete torrida, dove occorre adottare sistemi californiani, anche se da noi nessuno li conosceva ancora. Viveri di altra specie, più “masticabili” non sono compresi, se non in minima parte, nel nostro equi­paggiamento, che prevede al massimo tre giorni di salita.

La sveglia è alle due, nel fienile adiacente alla Baita del Tita. Alle tre e mezzo attacchiamo le rocce, proprio allo sbocco del canalone di San Lucano, il “Boral” tra la Seconda e la Terza Pala.

Un’evidente rampa roccioso-erbosa, ben visibile dalla diroccata chiesetta di fondovalle, ci porta a una striscia di rocce bianche, con passaggi di terzo e quarto grado e con assi­curazioni tramite cordini ad alberi e cespugli. Sulle rocce bian­che si arrampica un po’ più sul pulito, ma con difficoltà mag­giori. Due o tre chiodi per fare in sicurezza qualche passag­gio, ed eccoci in una gran conca, dove camminiamo senza diffi­coltà fino alla base della seconda parte di parete.

Dirò a questo punto che abbiamo superato 450 metri di dislivello, e che non c’è alcuna scappatoia possibile; per tornare indietro dovremmo ripetere lo stesso itinerario di salita. La me­desima impossibilità di scappare la riscontreremo anche su tutta la restante parte di parete, quando anche le frequenti traversate e gli obliqui avrebbero senz’altro aumentato le difficoltà di un’eventuale ritirata.

Il secondo terzo di parete ci presenta una possibilità di salita nella parte sinistra di una gran placconata grigiastra, a sinistra di un enorme (circa 200 metri) strapiombo giallastro a forma di V. C’è infatti una serie di fessure, a volte camini e diedri, che a poco a poco, ci sembra, portano alla sommità di questa porzione di parete, proprio sotto una gran cengia con mughi (l’inizio dell’ultima parte). Questa però ci sembra un osso duro da raggiungere, perché non pare esistere una possibile via di collegamento. Ma per il momento attacchiamo decisi la serie di fessure, con i nostri zaini pesanti, e con il caldo sempre più soffocante. La quota infatti non è molto elevata; la parete, esposta a sud-ovest, ha forma concava e quindi sembra di es­sere in un forno.

Chiesa di san Marco, Milano. Ornella Antonioli al matrimonio di sua sorella Marina con Leo Cerruti, giugno 1970

Altri chiodi di assicurazione, poi, in un camino, due- staffe di cui una su un mugo che sbarra a tetto l’uscita. La roccia è buona: purtroppo c’è molta erba, mughi e zolle di terra. Si ar­rampica sempre in diagonale a sinistra, per cui la lunghezza della parete aumenta e con essa il caldo.

Alle sette di sera arriviamo piuttosto essiccati alla sommità del secondo terzo. Bivacchiamo su un piccolo spiazzo coperto di muschio morbido, con un belvedere di circa 850 metri sotto.

L’indomani scendiamo una decina di metri in un diedro, poi traversiamo un po’ in parete, e siamo così sulla gran cen­gia, alla base del paretone giallo finale di circa 400 m. Il collegamento che ci sembrava tanto difficile, non ha presentato quindi grandi pro­blemi. La parete finale è una Parete Rossa della Roda di Vael. Ci spostiamo un po’ a destra, alla fine della cengia, e di lì at­tacchiamo su rocce grigie, che con splendida arrampicata li­bera ci portano alla base di una fessura diedro. Qui devo pian­tare circa sette od otto chiodi su 40 metri, perché le difficoltà diventano estreme.

Continuiamo a lungo per camini, fessure e pareti, sempre impegnatissimi, e, quando sotto le nostre suole ci sono ormai 1200 metri di vuoto, alle otto di sera ci dobbiamo fermare.

Bi­vacco assai scomodo. L’aranciata è quasi finita e ne serbiamo religiosamente un po’ per l’indomani. Chiacchieriamo tanto, in­vece, anche perché ormai abbiamo capito che potremo uscire dalla parete con il successo in tasca. Leo ed io siamo molto amici. Per noi non è certo difficile ridere, scherzare e parlare dei nostri problemi.

Al mattino questi 1200 metri si sentono tutti, si vedono al completo, la nostra Volkswagen accanto alla Chiesetta è piccolissima, sembra un sasso accanto al nastro della strada. Non si vedono quasi più i puntini umani che ieri e l’altro ieri potevamo seguire nei loro minimi spostamenti. Il vuoto accresciuto dalla Terza Pala con il suo spigolo Tissi, affilato e mai ripetuto. In mezzo alle due un canalone bestialmente profondo, il Boral. Di fronte a noi, le pareti del gruppo dell’Agner, dall’altra parte della Valle. Il tutto forma una specie di stretta conca, un pozzo. Avete mai provato il brutto effetto che fa il guardare dentro il cortile interno di un grande edificio? Mi sembra di ritornare ad Orvieto, tre mesi fa, impegnato nel servizio militare.

Il Pozzo di S. Patrizio mi aveva affascinato, così profondo, abissale. Con la fortuna poi di averlo visitato da solo. Ho provato a urlare, e sembrava che la voce mi tornasse indietro dai secoli. Sulla Pala non abbiamo urlato, ma ugualmente eravamo certi di violare i segreti più antichi della montagna.

Il terzo giorno ci riserva ancora cinque dure lunghezze di cor­da, ma la salita è già vinta, moralmente.

Arrampico, forse sono un po’ distratto. Tocco con una mano un blocco e questo comincia a cadere. Istintivamente lo trattengo, sarà venti chili. Se fosse precipitato avrebbe colpito la corda rossa, che, essendo un po’ obliqua avrebbe opposto resistenza e non avrebbe dato. uno strattone molto forte. Sono su due appoggi piccoli, e i piedi dopo tutte queste ore di arrampicata mi fanno male.

Con attenzione riesco a trattenere il sasso non più con la sinistra ma con la destra. Con la mano liberata cerco di alzare la rossa, ma mi accorgo che il blocco colpirebbe senz’altro la gialla, più sotto appoggiata alla parete. Allora, nello stesso momento, con la mano sinistra do una violenta strap­pata verso l’alto alla rossa, e con la destra spingo con forza il blocco. Subito dopo mi afferro con le mani e mi appiglio per non cadere. Leo mi informa dal basso che la gialla è salva…

In totale sono 50 lunghezze di corda (con corde da 45 m). Usciamo in vetta alle 8.30. Traver­siamo quindi al Monte S. Lu­cano e di lì scendiamo direttamente per il versante nord, innevato ancora, com­mettendo perciò un errore. Ma siamo talmente contenti, che non ci pesa neppure l’interminabile discesa fino a Cencenighe, che raggiungiamo alle 13.45».

Marina Antonioli e Leo Cerruti escono dalla Chiesa di san Marco, Milano, giugno 1970

Nota
Seconda Pala di San Lucano 2342 m, parete sud-ovest m 1400, 1a ascensione, 31 maggio, 1 e 2 giugno 1970 – Alessandro Gogna e Leo Cerruti.

Relazione
Il problema, così risolto, era uno dei più superbi ancora insoluti delle Dolomiti. Con i suoi 1400 metri di dislivello e le sue difficoltà estreme era stato tentato solo una volta, ma sempre considerato di una evidenza fin troppo elementare. La parete può essere divisa in tre parti, che praticamente differiscono solo per la verticalità della roccia. Non esisto­no vie di fuga, per cui la via è molto sostenuta e non si può interrompere. Si attacca in corrispondenza dell’inizio del Boral di S. Lucano, il gran canalone tra la II e la III Pala di S. Lucano, per una rampa erbosa leggermente obliqua a sinistra. Dove questa finisce, arram­picare al limite destro di un colatoio di rocce biancastre (ben visibili dalla Chiesetta di S. Lucano), poi su facili rocce abbattute fino all’inizio della se­conda parte. Metri 450. 17 lunghezze di corda (intervallo da 50 metri). Dif­ficoltà di III e IV con qualche passo di V. L’intero tratto è ricoperto spesso da erba e alberi vari, che a volte facilitano e a volte ostacolano l’arrampicata. La seconda parte è costituita da una grande parete grigia, a sinistra di un evidentissimo strapiombo giallo a forma di triangolo con il vertice più acuto in basso. Detta parete sfocia in una ram­pa obliqua a sinistra, che porta sulla sommità di un gran pilastro sotto le grandi cenge che fanno da base al­l’ultimo salto giallo. Si attacca la se­conda parte mediante una evidente fes­sura camino che taglia quasi vertical­mente la parete grigia. (Quattro lun­ghezze di IV e V grado con nella se­conda passi di A1 e V+). La rampa obliqua è quasi completamente di IV grado con passi di V e V+, ostacolati dall’erba e dai mughi. Per essa alla sommità del gran pilastro (1° bivacco). Scendere al di là di un forcellino 10 metri, traversare 15 m. a sinistra (V) e raccordarsi con le cenge sotto l’ultimo salto di 400 metri.

Traversare le cenge completamente fi­no all’estremo destro (34 lunghezze dal­la base). Attaccare la parete (qui gri­gia) obliquamente a destra per colle­garsi ad una specie di rientramento. Sa­lire per esso fino alla base di un siste­ma di fessure che vanno dritte verso l’alto (III, IV, V grado). (39 lunghezze dalla base).
Si è così su un piccolo terrazzino alla base del sistema di fessure, forse l’uni­co che permetta un’arrampicata quasi totalmente libera.
Con 11 lunghezze di corda si esce in vetta, tenendo presente che due volte si attraversa a sinistra su uno spigolone per evitare delle fessure strapiombanti e fortemente friabili sul fondo del si­stema. Il secondo bivacco è stato ef­fettuato alla fine del 45° tiro di corda. Difficoltà continuate di IV, V e V+, con rari passi in artificiale (A1 e A2), due passi di VI- e due di VI grado. 1400 metri di dislivello.
29 ore di arrampicata effettiva + due bivacchi.

Con Nassutti non poteva durare: il 14 giugno alle 4.30 attacchiamo i 1200 m delllo sperone sud della Cima del Van del Pez, che io avevo ribattezzato Quarta Pala di San Lucano. Raggiunta dopo una sfacchinata pazzesca la grande cengia alla base della parete terminale, alle 16, eccoci investiti da un violentissimo temporale. Alle 17.30 siamo sotto le grandi difficoltà a 300 metri dalla vetta completamente fradici. Discesa a corde doppie, con bivacco penoso, per una linea che non ricalca quella di salita. In seguito a questa avventura, Ugo penserà bene di non speri­mentare oltre le sue possibilità. Inizia così l’affannosa ricerca di un altro compagno, perché non mi lasciano andare con un civile senza la presenza di una «guardia».

Nel trambusto del trasferimento a Moena e con la voglia di scalare che mi ritrovo, in contemporanea con il matrimonio di Leo e Marina, trovo anche il tempo di cercare una casa in cui stare con Ornella. Mi rimane poco tempo da dedicare a ciò che rimane della mia famiglia, dopo la morte di mia madre del settembre dell’anno prima. Come già accennato sia mio padre che mia nonna non stavano certo benissimo, in più lei si era trasferita a Borgomaro alla ricerca dell’aria natia.

A rivedermi in quel periodo (e certo non solo quello) provo solo il gran dispiacere che ti provoca il senso di colpa. Non so se sono l’unico o se i figli sono tutti così come sono stato io: di certo non posso dire di aver ripagato l’amore che avevo ricevuto. Dolersene oggi è inutile, ma tant’è. Leggere a così grande distanza di tempo le poche lettere con i miei familiari mi allevia questa pena.

Marina e Leo al taglio della torta

A metà giugno ricevo una bella lettera di mia cugina Maria Rosa Gogna, una poetessa geniale quanto sfortunata nel suo essere gravemente spastica. Da piccolino erano stati tanti i pomeriggi passati a giocare con lei, di quindici anni più vecchia di me. E ricordo quanto le volessi bene e mi dispiacesse quel suo modo di guardarmi, di parlare, di muoversi.

«17 giugno 1970. Caro Alessandro, certamente ti meraviglierai non poco nel ricevere questa mia lettera. Non ci siamo mai scritti!
Un mio collega e amico svizzero, scrittore e giornalista, è molto appassionato di montagna e quindi è anche un tuo ammiratore e siccome mi scrive spesso mi chiede anche di te. Ora ha pubblicato un nuovo romanzo, naturalmente in francese, che s’intitola appunto La montagne. Io lo sto leggendo adesso e a me piace, oltre tutto è ben scritto naturalmente. Ma i gusti di un giovanotto di 25 anni sono assai diversi da quelli di una donna di quaranta! Non so quindi se ti piacerà oppure no. Comunque l’autore mi ha incaricato di chiederti se ti farebbe piacere averlo poiché lui te lo spedirebbe assai volentieri in omaggio.
Fammi sapere qualche cosa al riguardo. Se ne hai voglia scrivi a me; oppure quando scrivi a tuo padre digli qualcosa in merito e poi lui poi mi telefonerà.
Io penso comunque che faccia sempre piacere conoscere un nuovo autore, si chiama Jean-Claude Fontanet. Potresti, poi, mandargli il tuo libro, ne sarebbe contento.
Hai avuto il mio volume di liriche? Temo che tu non lo abbia neppure letto! o mi sbaglio? Complimenti per il tuo libro, io non sono una “patita” della montagna, ma comunque il tuo libro è bello.
Mi ha detto tuo padre che te la passi assai bene e che sei in borghese. Ne sono lieta.
Ciao, se puoi fammi sapere qualcosa al più presto. Tanti saluti da tutti noi
Maria Rosa Gogna, zia Giovannetta e zio Mario

Nota della zia Giovannetta: abbiamo scritto il cognome per paura… non ci conoscessi… Tanti cari saluti!».

In realtà possiedo ancora oggi tutti i suoi volumetti di poesie: a Maria Rosa dedicai il mio Cento Nuovi Mattini, citando nel frontespizio un suo verso tratto dalla raccolta Ho la memoria di granito: “Nessun’acqua potrà mai rimarginare/una ferita inferta nel granito”.

Mentre ero a marcire a Orvieto, ricevo una lettera della nonna Clelia:
«22 marzo 1970. Caro Alessandro, finalmente posso rispondere alla tua lettera. Pensare che volevo farlo lo stesso giorno in cui l’ho ricevuta, ie poi mi sono sentita tanto male che mi hanno portata al pronto soccorso con l’autoambulanza. Ora, dopo otto giorni, mi sento un po’ meglio, per lo meno i dolori così cattivi mi si sono un po’ calmati. Ma, cosa vuoi, questi giorni sono così, mi stancano. Non so come mi andrà, ma ti assicuro che sei sempre nei miei pensieri. Mi dici che non stai bene, fare il militare è una lamentela per tutti, vedrai che il 2 maggio arriverà presto e spero che tu possa farti forza per sistemarti un po’ meglio.

Credi Alessandro, non ci posso pensare, abbiamo avuto tanto tempo e abbiamo trascurato tutto… così chi ci passa sei tu. Mi raccomando curati, se hai bisogno dimmelo e quando ci vediamo ti rimborso ogni spesa, perché la salute è la cosa più importante. Io di papà non so quasi niente: tutti i giorni deve uscire ma finora è sempre al Galliera (un ospedale di Genova, NdA) e in ufficio hanno tanto lavoro. Mi pare sia una cosa un po’ lunghetta, se mi tirerò fuori poi vedremo dove potrò arrivare. Ci sarà sempre Borgomaro. Non ti spaventare per la tosse, vedrai che l’aria di Moena te la fa passare subito, come pure il raffreddore. Sul treno c’è aria, attento! Da Borgomaro nessuna notizia… […] a presto caro Alessandro, speriamo che il Signore ci faccia ritrovare».

Zester (Soraga di Fassa), agosto 1968: Alberto Gogna, Fiammetta Gogna, A. Gogna, Clelia Merano

Con lei si passa al 9 luglio 1970:
«Caro Alessandro, ho ricevuto la tua cartolina e sento con piacere che stai bene. Domani, giovedì, parto per Genova per una visita di controllo, sono già in ritardo di parecchi giorni. Non so cosa mi diranno, se devo fare delle altre applicazioni o posso aspettare cercando di andare avanti alla meglio. Aspettando il fresco ti farò sapere qualcosa, dato che a Genova mi fermerò parecchi giorni. Cosa vuoi, sono tanto sola e piena di malinconia (nonna Clelia è una madre sopravvissuta alla morte di tutti e tre i suoi figli, Domenico, Bruno e Fiammetta, mia madre, NdA), però devo accontentarmi, è ancora andata bene così. Qui sono tutti indaffarati, fabbricano delle gran case vicino a Cesare. Domani se la Piera è pronta (Piera, il mio primissimo filarino, NdA) finalmente spero di partire, dato che viene anche sua zia Maria dal dottore, per i problemi alla gola. Io qui non ho potuto fare nulla, la casa è ancora come l’hanno lasciata, non si trova nessuno e io posso lavorare poco, bisogna accontentarsi. Quando vuoi venire e hai un po’ di permessi, vieni pure. Ti vedrò sempre molto volentieri, solamente dovrai accontentarti di quello che potrò fare».

Altra lettera del 25 luglio:
«E’ qualche settimana che ti aspetto, mi avevi detto che facevi una scappata fin qui al Borgo e invece non ho più visto nessuno. Io sono un po’ più in gamba ma di poco, e qui fa molto caldo. Non so se questa settimana andrò a Genova, sono senza cure da fare ed è per quello che non mi sento bene. L’andare a Genova mi mette paura per via delle scale (la casa in via Pareto è al quinto piano, NdA), ma pian piano mi aggiusterò. Non so se quando vieni sarai con Nella o da solo. Avvisami per tempo, sono riuscita a mettere la casa un po’ in ordine, ma manca quello che devono fare i falegnami. Io qui, come ti dico, ho poca assistenza, ma quel che posso lo faccio. Di tuo papà nessuna nuova, ha il suo bel daffare a lavorare e a fare somme grosse, a quanto ho potuto constatare, forse quando ne avrà a basta penserà a te. Qui ho dovuto comprare la cucina e ora sono dietro al frigo. C’è da bere solo l’acqua calda. Venite presto, ma scrivimi prima […]. Saluti a Nella».

Alba di Canazei, agosto 1959. Da sinistra, A. Gogna, nonna Clelia, Gian Filippo Dughera, Oreste, sig.ra Dughera

E poi l’ultima, del 20 settembre 1970:
«Caro Alessandro, è da diversi giorni che voglio scriverti ma non ce la faccio, sono sempre molto malata, anche se mi alzo e mi vesto ed esco, ma non mi rimetto. Ora il mio pensiero è concentrato nel rivederti ancora una volta prima di morire e vorrei dirti anche qualche cosa che è meglio che tu sappia.
Ho sentito dire da tuo padre che stai bene e che vi siete divertiti. Io altro non so, perché io non l’ho visto, l’ho saputo per mezzo della zia Angiolina. Io sono qui tutta sola. L’unica anima buona è Maria Brioglio. I nostri discorsi cadono tutti su tua mamma che non possiamo dimenticare. Lei ha i suoi lavori, la bottega e la campagna. Però di notte c’è, è qui vicino e la chiamo se ne ho bisogno. In questi giorni dovrei andare a Genova per la visita di controllo, ma non so cosa fare perché sono così sola e avrei bisogno anche di andare in casa a prendermi un po’ di roba. In tutti i modi se ce la faccio ad andare, riempio una valigia che tu mi potrai portare. Scrivimi qualche cosa di concreto per sapermi regolare. Non so se arrivando a Genova vedrò tuo padre perché dicono che è sempre fuori. In tutti i modi le chiavi le ho. Il parroco di Borgomaro mi ha detto di salutarti e tutti mi domandano. La casa è abitabile e puoi dormire bene. Non so se verrai solo. Gli Amoretti sono molto buoni e gentili con me. Tanti saluti e baci. Saluti a Nella».

Il Signore ha dato un occhio giù e ha fatto in modo che in un giorno d’ottobre io sia andato a trovarla. Povera nonna, non aveva neppure potuto andare a Genova. Se ne è andata qualche mese dopo, sola, in un anonimo ospedale di Imperia.

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Una vita d’alpinismo – 24 – Il mondo di San Lucano ultima modifica: 2019-10-08T05:27:28+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 24 – Il mondo di San Lucano”

  1. 3
    Andrea Parmeggiani says:

    Bellissima storia, e arrampicate epiche, in quel della valle di San Lucano!!

  2. 2
    Gabriele says:

    Dovrebbero proibirti di scrivere questi perché ad una certa età i ricordi anno male! Un grazie ed un abbraccio Gabbriele Iezzi

  3. 1
    Giancarlo Venturini says:

    Come  sempre , una bellissima Storia ” e non solo di Alpinismo , tempi

    e persone uniche , che rimangono nel cuore…!   C. Saluti  Alessandro…e grazie..!

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