Una vita d’alpinismo – 31 – La casa di Borgomaro

La casa di Borgomaro (AG 1971-003)

Dopo l’infelice tentativo alla Cresta Integrale di Peutérey vi furono antipatiche polemiche: non avremmo dovuto servirci dell’elicottero di salvataggio co­me «taxi della montagna». Alcuni giornalisti, guide, e altri male informati presero a pretesto il nostro insuccesso per gridare al­lo scandalo, all’alpinismo come professione. Ne uscii faticosa­mente: alla rabbia e al dispiacere per la fallita impresa, alla rilevante perdita economica, si erano aggiunte le diatribe, i sus­surri e le accuse. Persi la pazienza. Alla fine mi convinsi che dagli altri non ci si poteva aspettare mai niente di buono e bi­sognava fidarsi solo degli amici.

Protoselfie a San Valentino Mutta, aprile 1971

Il servizio militare è agli sgoccioli. Ai primi di aprile 1971 sono mandato di servizio sulle piste di San Valentino Mutta, in alta val Venosta, quasi al Passo di Resia. Il 2 aprile, con l’auto carica del campionario Cassin, inizio il trasferimento da Moena verso la val Venosta. A metà strada tra Moena e Predazzo mi accorgo di aver dimenticato sci e bastoncini! Questo la dice lunga su quanto gradissi perdere il mio tempo sulle piste. Giunto a Bolzano, alla Berg il titolare non c’è, chiedo quando arriva, rispondono lunedì mattina, oppure lunedì pomeriggio a Laives (fabbrica). Esco ed entro dal Kutschtacher, il quale è contento di vedermi, me la conta un po’ su e dice di tornare dopo le 16 (quando sarà arrivata la “donna”), perché vorrebbe vedere zaini e altre robe. Allora corro dal Niedermaier, in via del Macello faccio confusione perché non ricordo bene dove è la “Clinica dello Sci”, poi la trovo, entro. Il padrone mi riconosce, ma mi dice che sta correndo in banca altrimenti gli danno un milione di multa. Da varie espressioni capisco che ordinerebbe qualcosa, ma nell’attesa corro dal Ruedl. Grandi feste. Ma è impegnato con il rappresentante della Brixia, poi si libera. Parliamo un po’, gli dico che cerco altre rappresentanze. So che lui importa sci Kästle e scarponi Kastinger. “Ostia… se lo sapevo!” – esclama – a settembre non sapevo proprio a chi dare Piemonte e Liguria… poi mi son messo d’accordo con uno che non sapeva neppure cosa fosse uno sci… ma pare funzioni bene.

E’ sinceramente dispiaciuto, perché secondo lui “io sono in gamba”! Aggiunge che terrà le orecchie tese e che in caso mi contatterà. Poi andiamo a prendere un caffè; mentre lui si sbarba, io rimango mezz’ora in auto a scrivere per la guida che sto ultimando. La mia attesa è premiata da un bell’ordine di 26 pantaloni e altra roba, per un totale di 270-280.000 lire. Appena finito, salgo in auto e dirigo verso Curon, dove arrivo alle 20. La casermetta non è male, i colleghi più o meno cordiali. La mattina dopo non vengo chiamato per il servizio… tanta fretta per mandarmi a Curon e poi… qui a fare niente. E io devo ancora girare tutto il Piemonte per Cassin! Speriamo che mi diano qualche permesso.

Scialpinismo sulla Cima delle Dieci, San Valentino alla Mutta, val Venosta

Dormo a Curon e sto tutto il giorno con il collega Hochkofler in un gabbiotto, ed entrambi siamo pronti a intervenire nel caso qualche sciatore si faccia male. In quindici giorni per fortuna siamo chiamati solo due volte. In entrambe non c’è nulla di grave, ma lo stesso usiamo la slitta per portare l’infortunato alla base della pista dove già attende l’ambulanza. L’11 aprile, in una nebbiosa giornata di permesso, saliamo assieme e con gli sci la Cima delle Dieci, proprio sopra a San Valentino. Riesco anche a portarmi da lavorare sulla guida nel gabbiotto. La giornata tipo è sveglia alle 8, alle 8.45 a San Valentino, poi in corriera alle piste. Dalle 9.30 in poi salgo senza fare code perché sono in divisa, ogni tanto faccio qualche discesa e ogni tanto prendo il sole. La neve è una pappa immonda. A mezzogiorno si mangia sempre in ristorante, bene e gratis. Parlano tutti crucco, ma non cerco d’imparare perché ho paura sia dialetto… Mi viene anche in mente un sistema per fare qualche soldo: fare le foto ritratto agli sciatori (800 lire l’una) per poi spedirgliele al loro indirizzo in Germania, Austria, ecc. Poi realizzo che sono in divisa, quindi la cosa è del tutto improponibile.

Scialpinismo sulla Cima delle Dieci, San Valentino alla Mutta, val Venosta

Nel maggio 1971 sono definitivamente prosciolto dal servizio, quindi dopo i regolari 15 mesi di militare; torno a Milano con Nella, cerchiamo una casa e un lavoro. Sto rientrando nella norma, desidero sposarmi. Troviamo casa in via Volta 10, nell’appartamento che era stato di Paolo Armando e Silvana Bellini. Quest’ultima, ormai sola, ha maturato la decisione di trasferirsi in California, così cercava qualche amico che la sostituisse nel contratto di affitto.

Non è che abbiamo poca roba da portare da Moena a Milano. Nel periodo di trasloco (iniziato già il 19 aprile), per consolarmi il 10 maggio vado al Passo Sella e salgo da solo lo spigolo Steger della Prima Torre di Sella. Si vede che ci prendo gusto, perché il 12 maggio torno ancora alla Prima Torre e salgo, sempre da solo, la via Trenker.

Nel frattempo cerco di tessere le fila per recuperare un po’ di compagni. Così, da due salite solitarie, passo allo spigolo sud della Pala del Rifugio (Pale di San Martino) con ben quattro compagni: Aldo Leviti, Alberto Dorigatti, Giampietro Scalet e Samuele Scalet. E’ il 16 maggio. In cinque ore apriamo la via del Pentagramma, un itinerario non difficilissimo, ma così bello da diventare in breve una delle vie più percorse della Val Canali. Ingiustamente verrà da tutti chiamato Spigolo Gogna.

Pala del Rifugio, via del Pentagramma

Nel frattempo ci sono sempre i grandi pascoli da esplorare: le pareti di San Lucano sono lì ad attendere che qualcuno oltre a me si ricordi di loro. Nel febbraio di questo stesso anno 1971, con bel tempo e buone condizioni, Berto Lagunàz e Giuseppe Costantini avevano compiuto la prima ripetizione e la prima invernale dello spigolo sud-est della Terza Pala, la famosa via di Tissi. Il tutto senza bivacco!

Il 29 maggio 1971, Alberto Dorigatti, Aldo Leviti ed io attacchiamo ancora la parete sud della Quarta Pala, riprendendo il tentativo da me fatto l’anno prima con Ugo Nassutti. E anche stavolta, dopo 750 m di zoccolo, ci prende un forte temporale. Bivacchiamo in una piccola grotta, per poi il mattino dopo scendere sotto una pioggia insistente. Bagnato fradicio assieme ai miei amici mi consolo pensando che almeno, questa volta, stiamo scendendo sull’itinerario conosciuto e non alla cieca come la volta precedente, sotto i fulmini.

Quarta Pala di San Lucano, con il suo zoccolo di 700 metri

Il 6 giugno con Leo Cerruti salgo le prime lunghezze della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey allo scopo di recuperare i 150 m di corda fissa usata nell’inverno. Purtroppo non riusciamo completamente nell’intento: dopo aver staccato la metà superiore siamo costretti a scappare sotto la pioggia.

Samuele Scalet in arrampicata sulla parete nord della Pala del Rifugio (val Canali), 1a ascensione, 13 giugno 1971

Il 13 giugno invece mi trovo ancora con Samuele Scalet per salire un notevole problema ancora irrisolto: la parete nord della Pala del Rifugio. Siamo entrambi allenati e ben affiatati. In cordata alternata saliamo in nove ore su roccia sempre fantastica questa parete tetra che purtroppo in un futuro non così lontano sarà teatro dell’incidente mortale all’amica Tiziana Weiss. I 550 metri di dislivello ci hanno richiesto 15 chiodi, con difficoltà massime di VI- e qualche passo di A1. La via sarà ripetuta qualche giorno dopo, il 29 giugno, da Ludovico Cappellari e Vittorio Lotto.

Samuele Scalet sulla parete nord della Pala del Rifugio, 1a ascensione, 13 giugno 1971

In questi andirivieni tra Occidentali e Orientali continua metodico il lavoro per sistemarci nella nostra nuova casa. Mobili, libri cominciano ad avere una collocazione un poco più definitiva.

In primavera mia nonna Clelia era deceduta nella solitudine di un ospedale di Imperia. Già al funerale era maturata in me la decisione di vendere la casa di Borgomaro, la stessa casa dove avevo vissuto tanti mesi felici della mia infanzia. Nessuno dei parenti e amici del paese cerca di impedirmelo, facendo leva sul mio residuo buon senso. In realtà non ho alcun bisogno di vendere quell’immobile, diciamo che i soldi mi servirebbero per l’acquisto di una macchina nuova. Francamente sono un po’ stufo di girare con quel catorcio di vecchio maggiolino Volskwagen che il fratello di Leo, Claudio, mi aveva venduto. Di un’auto ho certo bisogno, ma quando mi metto a scegliere la mia preferenza cade su una BMW 1602 rosso fuoco. L’errore di barattare un grande valore (nonché un grande ricordo) con un bene di consumo così sfacciato mi perseguiterà tutta la vita, ma ancora non lo so e cedo quindi alla tentazione senza esitare. Neppure mio padre, neppure Nella provano a farmi cambiare idea. E così la mia casa va al fornaio del paese.

Una BMW 1602 rossa

La casa di Borgomaro tornerà nei miei sogni più volte, mi pentirò di questa scelta già pochi mesi dopo. Ma è inutile piangere sul latte versato. Questo è forse l’esempio più lampante di una mia eventuale stupidità.

Borgomaro, via Paolo Merano (il Caruggio), oggi. Il Canto de Mazzo (Cantone di Maggio) è in corrispondenza delle due persone. La mia casa era il secondo piano dell’edificio di sinistra, proprio sul Canto de Mazzo.

Con la mia BMW nuova fiammante il 3 luglio mi avvio verso la val Malenco fino a Chiareggio. Da qui salgo al rifugio Porro. Sono solo, non so neppure bene perché sono qui. Il giorno dopo con un compagno trovato per caso, Vittorio Faiello, salgo la parete nord del Pizzo Cassandra, allora una parete di neve di un certo rispetto.

Non è un periodo felicissimo della mia vita, ho molti ricordi sfocati. Dai miei appunti leggo che l’8 luglio salgo al rifugio Borelli-Pivano per una “solitaria”. Non ho alcun ricordo in questo momento di quell’episodio. Solitaria di che? La Sud della Noire? O magari la solitaria della Cresta Integrale di Peutérey? Non credo tanto… e mi stupisco dell’assoluto buio che circonda le righe annotate allora. Pochi giorni dopo parto con Nella e la bellissima BMW 1602 alla volta del Gargano: una settimana al mare, distante dalla montagna. Verso il 12 luglio decidiamo di andare a piedi verso la Baia dei Gabbiani, lasciando incustodita l’auto in un solitario posteggio dell’entroterra, a circa tre quarti d’ora di cammino dal mare dove passiamo la notte sotto le stelle. Al nostro ritorno abbiamo la sgradita sorpresa di vedere un vetro rotto e di dover contare ciò che ci hanno rubato. Interrompiamo la vacanza immediatamente.

Il 14 luglio 1971 scrivo un’importante lettera ad Aldo Leviti:
«Caro Aldo, ricevo ora la tua lettera. Sbrigati a scrivere a Cassin, se non l’hai ancora fatto. Ricordati anche della guida della Val Gardena; l’importante è che tu scriva gli itinerari. Il resto non conta, tranne gli schizzi che richiederanno un po’ di tempo.
Mi congratulo con voi per le belle salite! Beati voi che potete andare in montagna. Per fortuna adesso anch’io potrò andare un po’ dalle parti di Courmayeur, dopo il casino di giorni che ho dovuto stare a Milano. L’unica cosa di “bello” è che sono stato un po’ di giorni al mare: precisamente sulle coste del Gargano, assieme a Nella.
Se il giorno 21 sarete al Vazzoler per i fatti vostri, andateci pure: io purtroppo non posso fino al giorno 30 luglio. Il 29 ho una conferenza ad Auronzo. Pertanto il 30 sono libero, anzi il 30 mattina alle 5.30 possiamo attaccare la Terranova, se voi sarete già sul posto assieme ad Heini Holzer. Avvertilo (il suo indirizzo è: H.H., Scenna, Merano) di trovarsi il 29 sera insieme a voi al Vazzoler. Io vi raggiungerò alle 3 di notte. Non ti sembrino strani tutti questi casini, non ci sono poi molte complicazioni e poi ci sono abituato. Però ho bisogno di una conferma da parte vostra che tutto vada così: scrivimi subito, così io, tornando da Courmayeur, leggerò la tua lettera e saprò se fare il viaggio notturno Auronzo-rifugio Vazzoler. Ricordati che per me deve essere assolutamente il 30 e non dopo, perché ho altre conferenze e poi devo partire per il Canada. Il 30 è venerdì, quindi penso che sarete avvantaggiati per il permesso. E con questo, chiuso l’argomento.
Ora io vorrei parlarti di un’altra cosa, solo accennartene perché bisogna parlarne soprattutto a voce.
Nel caso che tu lavorassi per Cassin quest’inverno (quindi con molto tempo libero, in fin dei conti), avrei da farti una proposta.
a) Verresti con me a rischiare di congelarti qualcosina sulla Peutérey?
b) Saresti disposto (e qui è il punto importante) a stabilirti un mese (che vada bene) a Courmayeur, all’Albergo Panei (trattamento di speciale favore), per spiare le condizioni? L’ho praticamente già fatto io quest’anno (ci sono stato dal 15 gennaio al 9 febbraio, il 10 abbiamo attaccato), ma l’anno prossimo assolutamente non potrò perdere tutto quel tempo perché sarò impegnato con la Lange, per cui la “spedizione” ha bisogno di una persona che stia attenta alle condizioni (occorrono almeno 6-7 giorni di bel tempo perché le condizioni si possano dire buone). Tu avresti anche gratuiti gli impianti sciistici del Checrouit per guardare bene con i binocoli la Sud della Noire e per sciare gratis tutto il santo giorno. Inoltre per la spesa all’Albergo Panei (che sarebbe di 2000 lire al giorno, vitto e alloggio compresi) contribuirei io con 1000 lire al giorno. Mi sembra che ci puoi stare, no?
Io te ne scrivo già adesso perché bisogna pensarci già ora, ma poi comunque ne riparleremo. Per gli altri due necessari alla “spedizione”, non so chi potrà venire, ma la rosa dei pretendenti è scarsissima. Vedremo cosa diranno Machetto, Calcagno, Allemand. Penso che forse uno solo di questi potrà venire, comunque vedremo.
Scrivi a Cassin subito in modo che lui ti possa rispondere prima del 29. Così leggo anch’io quel che ti risponde. Tanti cari saluti, anche ad Alberto, da parte mia e di Nella».

La risposta di Aldo non si fece attendere, ed era piena di positività.

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Una vita d’alpinismo – 31 – La casa di Borgomaro ultima modifica: 2019-12-10T05:43:03+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 31 – La casa di Borgomaro”

  1. 11

    Matteo ti sbagli. Dietro Prinz e BMW c’erano studi al fine di migliorarsi, mentre la Duna ( come l”Arna) erano modi per imbrogliare l’acquirente propinandogli prodotti scadenti e tecnicamente pessimi. Questa, secondo me la differenza. Ciao

  2. 10
    Matteo says:

    Bé, certo che la Prinz aveva carattere…pessimo: per derapare bastava accendere il motore un po’ troppo violentemente. Bisogna però dire che talvolta poi si riusciva anche a farla muovere. 
    La BMW aveva il medesimo look e la stessa tenuta di strada.
     
    Personalmente ho sempre pensato che fossero tra le auto più brutte mai costruite: la Fiat ci ha messo anni di studi per fare qualcosa di peggio con la Duna

  3. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    La NSU Prinz? Ma è la mitica “vasca da bagno” dei miei vent’anni!
     
    Freschi di patente, andavamo a “derapare” di sera per strade deserte. Una volta cappottammo con la Prinz, facendo tre quarti di giro, e uscimmo dal lunotto. Facemmo tutto da soli, in quattro, da perfetti imbecilli. Il mio amico, di fronte alla carcassa dell’auto del padre, mormorò sconsolato: “Basta derapate… Basta derapate…”.
    Che tempi!

  4. 8

    Matteo, non toccarmi la NSU Prinz!!! Mia madre aveva la 1000 C, quella con i fanali posteriori a triplo tronco di cono multicolore simil-razzetti di coda.
    Un mio zio aveva allo stesso tempo una 1200 TPY, roba da sogno e qualche anno dopo un mio amico appassionato di motori ne acquistò una usata modello TT! Quella con la bandierina a scacchi che ancor oggi sfoggia la blasonata Audi TT.Erano auto con carattere che non si lasciavano guidare facilmente. Con la NSU Prinz TT sulla Doria-Creto demmo del filo da torcere a un bullo su Porsche Targa con biondona annessa, che ancora oggi se lo ricorda. 

  5. 7
    Roberto Pasini says:

    Un peccato generazionale molto veniale. Suvvia. E poi espiato. Visto che parliamo di quell’epoca, come ricordato da Carlo Castellano (dirigente Ansaldo gambizzato dalle BR) in quegli anni a Genova furono uccise dal terrorismo dodici persone (tra cui Rossa) e feriti circa quaranta tra quadri e dirigenti. I ragazzi di oggi avranno molti difetti ma almeno non sparano, anche se qualche motivo per incazzarsi lo avrebbero. Ricordiamoci dunque sempre il buio che abbiamo attraversato. Anche se si tratta di cose davvero piccole rispetto a certi orrori, mi è sembrata encomiabile la sincerità di Alessandro e il suo non presentarsi con questo aneddoto come un eroe senza macchia e senza paura. Pure la carne dei grandi alpinisti è debole.
    ”La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina” Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere.

  6. 6

    Negli anni “70 ! Genova i macellai avevano un sacco di lavoro e di conseguenza erano benestanti. La mia allora fidanzata era figlia di uno di loro. Tutti i macellai avevano una BMW amaranto. Era la regola. Detestavo il padre della mia ragazza perché era un ignorante che si vantava della sua BMW. Ancora oggi per me le BMW sono macchine da macellai e da sfigati prepotenti. Vendere la casa per una BMW è stata proprio una gran cazzata.

  7. 5
    Paolo Gallese says:

    Quanti rimpianti, grandi e piccoli, può vantare ognuno di noi? Chi dice di non averne secondo me un po’ mente.
    E comunque ce ne accorgiamo dopo una certa età. Ma tant’é.
    La montagna è sempre là, a consolari.

  8. 4
    Matteo says:

    Che poi la BMW 1602 era veramente brutta: a me è sempre sembrata una NSU Prinz estrogenata!

  9. 3
    Alberto Benassi says:

    effettivamente vendere la casa della nonna, con tutto quello che rappresentava e ricordava  per una  macchina anche se una rossa fiammante BMW, non è stato proprio il massimo. Non lo dico solo da un punto di vista economico, ma anche affettivo e di ricordi.
    Forse con il furto e il vetro rotto della BMW la nonna, un pò arrabbiata,  ha lanciato un messaggio.
     

  10. 2
    Roberto Pasini says:

    Dopo questo outing di Alessandro, se qualcuno critica i giovani di oggi dicendo che sono consumisti e distratti gli tiriamo le orecchie. Il nostro guru a venticinque anni, già bel maturo per gli standard dell’epoca e alla vigilia del matrimonio, si vende la casa della nonna per passare dal politicamente corretto maggiolino usato ad una politicamente scorrettissima e tamarra BMV rossa nuova fiammante, nel clima del 1971 poi ed essendo per di più genovese. Caro Alessandro ti sono vicino, come penso altri lettori, ma sono preoccupato per te: malgrado il pentimento non so se gli austeri neo-valdesi sabaudi ti perdoneranno mai questo peccato di gioventù, sebbene tu abbia espiato con le tue imprese montane parte della colpa🤪Un monito per tutti dunque: prima di criticare rinvanghiamo un po’ la memoria e che la generosità nel giudicare chi è venuto dopo ci renda il purgatorio più corto e  lieve😇

  11. 1
    Alberto Benassi says:

    la via del Pentagramma alla Pala del Rifugio l’ho salita anche io concatenandola con lo spigolo Wiessner al Sass d’ Ortiga.

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