Una vita d’alpinismo – 34 – I Territori del Nord-ovest

I Territori del Nord-ovest (AG 1971-006)

Subito dopo la Terranova, Dorigatti ed io andammo a riposarci un po’ al Pordoi dall’Almo Giambisi. Ma già due giorni dopo, il 2 agosto 1971, eravamo attaccati alle rocce dell’evidente spigolo sud-est del Torrione Roma 2800 m c, proprio sopra al passo. Salimmo velocemente cinque lunghezze di corda dello spigolo, mai salite né tentate da nessuno, fino a ricollegarci con la bella e classica via di Tita Piaz, che seguimmo fino in vetta. Una salita di 220 metri di V grado, con qualche passo di artificiale, che risolvemmo in due ore.

Quello che segue è l’articolo, pubblicato sull’allora prestigiosa rivista Atlante, del viaggio che Guido Machetto ed io facemmo alla volta dei Territori del Nord-ovest in Canada. Lo scopo era quello di fare un reportage fotografico-giornalistico su quelle terre che dal Grande Lago degli Schiavi, lungo il fiume Mackenzie, conducono all’Oceano Artico. Non scrissi mai più un articolo così falso: non potevo certo mettere in piazza, sulla rivista che ci aveva pagato il viaggio, il profondo disaccordo in cui Guido ed io a un certo punto ci trovammo.

Inuvik, che in esquimese significa “posto dell’uomo”, è a 90 km a sud dell’Oceano Artico e a circa 190 km a nord del Circolo Polare Artico. La città è situata sul ramo orientale del grande delta del fiume Mackenzie; sul ramo occidentale, a 70 km a ovest di Inuvik, si trova Aklavik, 700 abitanti, quasi tutti esquimesi. Siamo quindi nell’estremo Nord-ovest dei Canadian NorthWest Territories.

Nativo indiano a Yellowknife, Canada

Il Mackenzie, con corso abbastanza regolare, da sud-est a nord-ovest divide i NWT (NorthWest Territories) in due parti: a ovest le Richardson Mountains e le montagne del Mackenzie, al di là delle quali è il famoso bacino dello Yukon; a est la pianura artica dei grandi laghi fino alla Hudson Bay. Questo fiume è l’emissario del Grande Lago degli Schiavi. È difficile dire dove finisca il lago, ma Fort Providence, piccolo villaggio indiano sulla strada tra Hay River e Yellowknife, è considerato l’inizio del fiume. Questo si snoda per quasi 1.900 km fino a che non si divide nei tre rami principali del suo delta, che si estende per altri 140 km. In tutto il suo corso i centri abitati sono rari: oltre a Inuvik e Aklavik ci sono Fort Simpson, notevole villaggio indiano; Fort Norman, vicino al Lago del Grande Orso; Norman Wells, località mineraria e petrolifera, dotata di aeroporto per reattori; Fort Good Hope e Arctic Red River, le cui economie sono legate al legname e alla caccia.

Il Mackenzie è facilmente navigabile, è stato perfino sceso in canoa. Avevamo in programma di scendere il fiume da Fort Providence fino alla foce o quanto meno fino a Inuvik, ma sono insorte difficoltà impreviste. La Northern Transportation ci prometteva viaggi in battello regolati addirittura da un orario. Forse non ci sono stati i turisti previsti, resta il fatto che questi viaggi lungo il fiume non sono stati effettuati. Ci sono dei battelli per le merci (generalmente quelle che non si possono portare in aereo), ma era difficilissimo ottenere i permessi sia dalle compagnie proprietarie sia dalla polizia.

Canada, agosto 1971, Guido Machetto e il Grande Lago degli Schiavi

L’unica soluzione avrebbe potuto essere scendere con un mezzo privato, magari una canoa a motore, ma per questo viaggio oltre ad una guida indiana sarebbero occorsi quindici giorni, sempre che tutto andasse bene. Basti pensare che, per quanto tranquillo, il fiume è paragonabile per lunghezza e portata ai più famosi fiumi del pianeta.

Il 6 agosto 1971 giungemmo regolarmente in aereo a Yellowknife, dopo una terribile notte di bivacco all’aperto vicino all’aeroporto di Edmonton, tormentati da nugoli di zanzare. Ci dedicammo subito a organizzare la prosecuzione del viaggio, bighellonando anche qui e là nei pressi dell’enorme Gran Lago degli Schiavi. Presto capii che sarebbe stato impossibile raggiungere Inuvik con mezzi almeno un poco avventurosi. Per restare nei limiti di tempo che avevamo (il biglietto di ritorno era fissato, se non ricordo male, per il 26 agosto) era necessario andare in aereo a Inuvik e ugualmente in aereo a Tuktoyaktuk. Inoltre c’era da prevedere un giro su un piccolo aereo privato per fotografare come si deve, con le luci giuste, il delta del Mackenzie. Insomma non avevamo il denaro sufficiente per tutte queste spese, dunque decidemmo di fare a pari e dispari su chi sarebbe andato e su chi sarebbe rimasto a Yellowknife “a menarselo”. Persi io.

Mi ero già rassegnato a passare un bel po’ di giorni nella noia mortale che prende chi non può muoversi da un posto troppo grande per lui, quand’ecco che la mattina dopo Guido mi cede il suo diritto. Il suo gesto non era né generosità né eventuale riconoscimento di una mia maggiore capacità di fare un buon reportage. In realtà infatti lui sperava di trovare un qualche passaggio o un qualche compagno d’avventura con cui fare qualcosa di totalmente imprevisto. Tanto il reportage lo avrei fatto io… In queste condizioni è ovvio che il rapporto tra noi si deteriorasse: quando partii fu una liberazione per entrambi.

Nell’articolo che segue si nota che il viaggio a Inuvik e Tuktoyaktuk è raccontato al plurale: ma in realtà Guido è rimasto tutto il tempo a Yellowknife… L’incipit è il mio arrivo all’ufficio del turismo: ero assai preoccupato di quanto avrei dovuto spendere per dormire da qualche parte, ma poi trovai ospitalità gratuita sul nudo pavimento del Research Laboratory, con uso toilet.

Agosto 1971, Alessandro Gogna a Yellowknife.

Territori di Nord-ovest
(pubblicato su Atlante, gennaio o febbraio 1972)

– In otto anni che abito qui non ho mai visto un igloo. Solo d’inverno sulla costa talvolta se ne può incontrare uno, costrui­to dai cacciatori di foche.

Così ci dice con un sorri­so smagliante l’impiegata al Tourist Office di Inuvik. Siamo approdati qua a metà distanza tra New York e Tokyo dopo un con­fortevole viaggio in jet da Montreal, via Edmonton e Yellowknife, nove ore in tutto di volo. È più lungo attraversare il Canada che tutto l’Oceano Atlantico.

Il sole qui si vede raramente, dicono che in questi giorni di agosto in compenso sorga alle 2.30 e tramonti alle 22.45.

Agosto 1971, Guido Machetto a Yellowknife.

Nel quadro della perfetta efficienza totale che si indovina a colpo d’occhio, il viaggiatore è trattato con molta cortesia e comprensione per i problemi che può avere. Il nostro obiettivo era di poter fare molte fotografie alla gente, all’ambiente e a tutto ciò che poteva essere per noi nuovo e interessante: e in questo ci hanno aiutato moltissimo. Tutti ci tengono a mostra­re cosa sono stati capaci di fare, sia pure con le fortissime sovvenzioni governative. Qui è tutto in espansione: è terra di ricerca. In pochi anni ogni cosa è stata creata dal niente. 3.700 abitanti non sono molti per un paese europeo, ma non per una lo­calità artica. Soprattutto ci sono le basi per un futuro vicino quanto prevedibile. La città ha il laboratorio di ricerche scientifiche, l’ospedale attrezzatissimo, radio e televisio­ne con stazione trasmittente propria. Questa è stata la prima comunità artica costruita non solo per esigenze di sviluppo e di amministrazione, ma soprattutto di educazione, assistenza medica e di nuove possibilità per i nuovi “coloni artici”. Ad­dirittura la sua ubicazione è stata decisa da una commissione di ingegneri nel 1954; fu scelta la zona che più rispondeva ai requisiti di facilità di comunicazioni acquatiche e aeree e di relativa solidità dei terreno. Relativa perché anche Inuvik si appoggia al permafrost, il terreno permanentemente gelato a una certa profondità dalla superficie. È curioso vedere come tut­te le abitazioni e le costruzioni siano affidate alle palafit­te di legno. È singolare la rete di “utilidor”, tubi di metal­lo a sezione quadrata che collegano tutte le abitazioni. In es­si vi sono le condutture di gas, di acqua e le fognature. Una “Venezia” non simile all’originale ma con tante particolari esigenze.

Canada, agosto 1971, Alessandro Gogna e il Grande Lago degli Schiavi

Sono quindi molto fieri di ciò che hanno realizzato, in barba al permafrost e all’inverno che qui dura sei mesi con tempera­ture in cui il 30 sotto zero e considerato normale, e infine a dispetto dello distanze. Qui ogni cosa è molto vicina e lon­tana nello stesso tempo. Sembra vicina perché in due ore d’ae­reo si è a 800 miglia, a Yellowknife, la capitale dei Territori del Nord-ovest: ma le distanze si ristabiliscono quando si pensa ai 90 dollari (circa 45.000 lire) lire neces­sari per quel viaggio.

Sono fieri della loro breve storia, i giovani ti raccontano tutto, sia i bianchi che gli esquimesi, persino gli indiani seduti con noi al tavolo dell'”Inn”; raccontano il perché della loro città, come i loro padri siano venuti lì. Il guadagno, certo, il lavoro buono e pieno di speranze. Però abbiamo capi­to che non è stato soltanto per quello. I giovani, specie i bianchi, non sfuggono a una certa infelicità, a quel senso ribelle, tanto più diffuso nel resto del Canada e negli States, negli Stati Uniti. Ed è forse qui che le sofferenze di un gio­vane possono meglio portare a frutti positivi: non trascen­dendo a reazioni esagerate e autodistruttive, di fronte alle continue provocazioni della civiltà delle macchine, si è per forza portati, con l’aiuto dell’orgoglio di essere lassù ai confini del mondo, ad un vero approfondimento dei propri problemi psicologici e morali, con molte probabilità di arrivare ad un risultato positivo.

Inuvik, Northwest Territories, Canada

Eppure si cammina ancora nel fango, in mezzo ai rifiuti, ai bidoni, pezzi di legno, barattoli di Coca Cola. Le case sem­brano baracche di cantieri, forse solo meglio tenute. Eppure ciò nonostante non vi è senso di disordine, ma soltanto di prov­visorietà. A vedere il Research Laboratory vengono in mente le basi artiche e antartiche, scavate nel ghiaccio: è un attrez­zato centro di assistenza per tutte le ricerche scientifiche, dalla geologia ai progetti di strade, dallo studio delle con­dizioni ecologiche ai sondaggi minerari. Ma poi si esce e si vede quel po’ d’erba all’inglese che pochissime case hanno e poi ancora polvere e fango, la gente che cammina e sembra godersi il breve periodo mite che l’estate può dare. Necessariamente il cibo è tutto in scatola o in buste. Perfi­no l’insalata è in scatola. Tutto ha sapore di conservante chi­mico ed è molto disgustoso. Certe confezioni, vendutissime an­che in Europa, pur avendo la stessa etichetta hanno un contenuto profondamente diverso. E’ evidente che se immettessero sul mercato europeo dei prodotti del genere non potrebbero ave­re successo, ma là dove non c’è culto della buona cucina e soprattutto manca la tradizione dei sapori, là è tutto buono, tutto commerciabile. Addirittura alla fine ci eravamo abituati pure noi, con l’aiuto specialmente di certe salse piccanti (an­che loro con relativo sapore chimico!).

A prima vista non si capisce perché si ostinino a voler ingrandire Inuvik, Aklavik e Normann Wells. Niente colture, niente commercio. Ma il programma canadese di sviluppo si prepara a sfruttare le immense possibilità del territorio. Tra dieci anni le foto che ora stiamo scattando potranno essere parte di un loro album di ricordi, non rispecchieranno più niente perché tutto sarà cambiato; saranno un documento storico. E’ bello assistere alla loro crescita furiosa. C’è un clima da epoca di cercatori d’oro. Si organizzano per poter vivere e favorire la crescita del Nord-ovest, con la differenza rispetto al Far West che qui non si cerca solo l’oro e in più ci pensa il Governo. Ma anche aziende private e imprese colossali non perdono tem­po e inviano squadre di geologi e di ingegneri. Non si vive più di pesca ormai: solo qualche esquimese pratica questa at­tività e solo per hobby, mentre ancora una vecchia ballata po­polare canta: andando verso il Nord ti espanderai e sulla barca che rolla remando ti scalderai.

Inuvik, Northwest Territories, Canada,

A Inuvik ci sono le automobili: la maggioranza dei mezzi mec­canici è costituita dagli “Half-ton”, autocarri di media por­tata e da qualche autotreno. Sono stati trasportati da Hay River, sul Gran Lago degli Schiavi, lungo il fiume Mackenzie. I rifornimenti di benzina e nafta sono assicurati da piccole raffinerie locali che ricevono il petrolio grezzo dai pozzi di Norman Wells.

Se ci si allontana di qualche chilometro dal centro abitato ci si ritrova in un’immensa brughiera con tante colline basse e uguali. In lontananza a ovest i Monti Richardson limitano il delta del Mackenzie che di qui non si vede. Dapper­tutto tronchi abbattuti e bruciati con grossi cornacchioni che svolazzano sinistramente. Non si può camminare, il ter­reno cede sotto ai piedi, ogni tanto si sprofonda in un buco d’acqua o di fango. Se ci si imbatte in qualche valloncello, spesso si vede affiorare il ghiaccio nero. I tronchi delle conifere sono sottili e bassi: siamo ben distanti dalle gran­di pinete dell’interno canadese.

Torniamo in città, naturalmente a piedi. Nuvole di polvere si sollevano sulla strada carrozzabile al passaggio di un taxi o di un autocarro. Sembra incredibile, ma le auto sono tante, circa 200, più una cinquantina di Half-ton. Dieci anni fa erano solo 11 i mezzi meccanici. Per fare 300 metri usano il taxi o l’auto, non perché abbiano sempre fretta, ma proprio per abitudine. Al volante si vedono bianchi, esquimesi, india­ni e persino qualche nero.

Canada, Inuvik, Northwest Territories

Nei vari Inn, dai nomi molto convenzionali, tipo Eskimo o Mackenzie, si può bere birra e alcoolici solo nella dining ­room, nella sala da pranzo. Nel locale restaurant invece solo latte, tè, caffè e Coca cola. Alle nostre osservazioni di stupore di fronte a questo particolare tipo di proibizionismo, sorridono e ci rispondono: “This is Canada”, questo è il nostro paese.

Nei bar non c’è generalmente molta gentilezza, ma forse perché hanno troppo lavoro. Negli uffici, negli spacci, nei negozi e per le strade non c’è routine. Tutto è in crescita e in espan­sione e così nessuno si annoia. Poi soprattutto non ci sono ancora i semafori, gli ascensori, le metropolitane e tutte quelle piccole, grandi cose che scandiscono lentamente la vita a noi.

Camminiamo per le strade, sui marciapiedi di legno: le esquimesi si lasciano fotografare e sorridono sempre, specie le giovani; le bianche sono più ritrose, a volte si stiz­ziscono. Sulla riva del fiume incontriamo un esquimese che la­vora i tronchi che vengono trasportati dalla corrente da molto lontano, mi fa cenno, da Fort Good Hope. I tronchi sono già sulla riva, deve sommariamente scortecciarli. Lo aiuta un piccolo indiano Dogrib; l’esquimese è gentile con il bambino e gli parla in inglese. Poi ci porge una fiaschetta, dicendo trattarsi di “Russian water”. Dev’essere una vodka paz­zesca, infatti mezz’ora dopo è completamente ubriaco, ma lui dice che lavora più volentieri, che il legno è più bello, che il fiume luccica di più e che chiunque è suo amico.

Inuvik, Northwest Territories, Canada. Il fiume MacKenzie e suo delta.

Inuvik è il vero punto d’incontro tra tre razze. Queste non si limitano a coesistere come in altre località del Nord, ma la­vorano insieme legati dai dollari e dalla lingua inglese. Vi è un’assoluta mancanza di pretesa eleganza. Nei caffè italia­ni o europei di provincia, nelle piazze, in chiesa, alla dome­nica ci si addobba secondo regole fisse. Qui solo giacconi, maglioni alla norvegese, stivali e blue-jeans. Ciò risponde però ad un’esigenza ben precisa: il fango dopo pochi minuti sporca tutto. Ciò nonostante qui nessuno è sporco, tranne for­se qualche indiano. Quasi tutti così vestiti seguono la S. Mes­sa nella chiesa di Inuvik, una costruzione caratteristica che ricorda l’igloo; è di un’architettura abbastanza ingenua ed è forse la cosa più artisticamente valida che abbiano.

Abbiamo visto infatti anche una mostra di pittura. Tutti disegni molto infantili, dalle forme rozze ma dai bei colori. Han­no bisogno di colori vivaci forse perché vivono al Grande Nord dove tutto è uguale e dove la natura non è certo esuberante, tranne in qualche alba o tramonto. Mona Thrascher è l’artista che va per la maggiore: i suoi dipinti sono i più cari (sui 40­-45 dollari); a me non piace perché è troppo manierato.

I prezzi a Inuvik sono i più alti del Canada. Tutto è traspor­tato in aereo: una volta è successo che in un negozio si vendevano merci trasportate per via fluviale a prezzo normale aereo. La polizia ha subito stroncato quel traffico. Un caffè costa 150 lire ed è veramente cattivo, due uova fritte insieme a una decina di fettine di patate dollari canadesi 2,65, cioè circa 1.600 lire. Non parliamo della birra o del favoloso vino. Stando così seduti al bar è facile urlare con i giovani, si fa presto amicizia. Apprendiamo così da un giovane indiano Louexuo che a Inuvik e nel Territorio gli indiani sono circa il 10 per cento della popolazione divisi in cinque tribù, Lou­exuo, Cree, Dogrib, Slavey, Chipayan, le cui lingue sono a tal punto differenti che tra di loro si comprendono solo in inglese. I giovani indiani capiscono solamente e non parlano quasi il dialetto dei loro padri. Gli indiani sono i soli che cacciano e pescano, per questo le pelli, quassù nel Far North costano così care, più care che altrove. Uno sostiene perfino che gli animali devono essere lasciati vivere, che le pelli e le pellicce sono brutte, che non vale la pena uccidere. Abbiamo avuto una bellissima discussione con un esquimese sull’equilibrio ecologico. Sosteneva e non a torto che la natura vegetale qui è così sensibile ad ogni minimo aumento o ribasso di tempera­tura da far prevedere grossi cambiamenti naturali in tutto il territorio solo con un calorifero in più.

Canada, Northwest Territories. Cani di Tuktoyaktuk.

Un giovanissimo studente di Edmonton, trasferitosi qui per stu­diare e lavorare, ci dice che la droga è arrivata fino a qui e che qualcuno ne fa uso normale. Sostiene che è giusto fare la prova e avere esempi sottomano, ma che è ingiusto farsi distrug­gere nel fisico e nella mente, “But that is this…”. In compenso, parlando di pillola anticoncezionale, abbiamo capito che non ne conosceva neppure l’esistenza!

Questa comunità è un singolare miscuglio di stili e di idee: l’italiano per loro diventa Cagliostro, il Tedesco Von Paulus, il vecchio Caronte, l’inglese Nelson, e si possono sentire discorsi come questo: ma voi in Italia i cinema li avete? No, ma quando abbiamo voglia di vedere un film prendiamo un jet e andiamo a Londra o Parigi – e così via.

Canada, Northwest Territories, Tuktoyaktuk. Festicciola del paese.

– Vedi quello – mi dice un altro esquimese – è ungherese, era pilota di un Mig nel 1951 in Corea; è stato abbattuto e fatto prigioniero dagli americani. L’hanno rieducato, adesso fa il minatore qui…

Salutiamo gli amici, li lasci raccontare del lungo e freddo inverno che sopportano, dei mosquitos e dei repentini cambia­menti di clima e capisci che è solo uno sfogo e se mai ver­ranno via dal Nord-ovest per causa di forza maggiore e impre­vista si porteranno dentro quel paesaggio di niente che li rende orgogliosi e completi…

Canada, Northwest Territories, Tuktoyaktuk. Donne esquimesi giocano a tombola.

Voliamo da Inuvik a Tuktoyaktuk con l’idrovolante. Sotto quasi c’è più acqua che terra: la tundra è “flat”, piatta ed è curioso che in questo delta tutti i promontori delle isole siano smussati, perfettamente curvi. E i canali sono dritti, quasi tracciati da un ingegnere, salvo qualche rara tortuo­sità anch’essa perfettamente geometrica. Il volo dura mezz’o­ra per circa 120 km di distanza; la vegetazione di­minuisce progressivamente fino a scomparire, quasi del tutto, a Tuktoyaktuk sulle rive del mare di Beaufort, Oceano Artico, nella baia di Kugmallit. Le piante ad alto fusto accorciano la loro altezza fino a diventare nane e poi nei pressi dei 69° di latitudine appaiono solo sulle rive dei laghi a ridos­so dei 3 o 4 metri di dislivello tra la superficie del lago e quella della tundra, e sempre e solo nella zona esposta a sud. L’acqua dei laghi è verdastra o azzurrina, a seconda della profondità e fa singolare contrasto con l’oceano di co­lore molto scuro e limaccioso, lo stesso del Mackenzie. Al nostro arrivo a Tuk, come brevemente viene chiamato questo agglomerato, sulla banchina c’è molta gente che aspetta. Più che altro bambini. Per loro è ancora un avvenimento vedere gente. Il prete ci alloggia in una vecchia barca, con tanto di alberi, che serve da hotel. Dentro ci sono brandine, sedie e una bellissima stufa funzionante. Qui non ci sono più auto­mobili e la popolazione e tutta esquimese; accanto alla nostra barca c’è una chiesa, ma sapremo che non è l’unica; ce ne sono altre due, per solo 350 abitanti! E naturalmente di confessio­ni diverse. Veniamo subito a sapere di due cose molto gravi che sono successe. C’è in giro un’epidemia di epatite, per cui ci raccomandano di stare molto attenti; e ieri si è spa­rato un giovane esquimese di 23 anni. La cosa ha suscitato molta emozione, perché a questo popolo il suicidio è qua­si sconosciuto.

Canada, Northwest Territories, Alexandra Falls.

Dovunque si sente abbaiare. I cani saranno almeno 300, e ognu­no di essi vuole un pesce secco al giorno. Due anni fa sono morti 240 cani per mancanza di pesce. Però cominciano anche qui a fare la loro comparsa le slitte a motore.

Passeggiamo a caso fra le case, ci spostiamo ognuno per proprio conto per poter vedere di più. Fa molto freddo e tira vento, il cielo resterà sempre grigio. I bambini giocano sempre, con un gran bel colorito sulle guance, e ti guardano passare sorridendo e ti gridano dietro “Give me a picture” e ti fanno il giro­tondo. Non esiste un’ora per andare a dormire, all’una di notte sono ancora tutti in piedi e corrono alle quattro estre­mità del villaggio. Di sera, quando non c’è il film, c’è il gran­de gioco del “bingo”, cioè la tombola. La maggior parte prende sei cartelle, puntando quindi tre dollari a partita. Però alcuni a volte giocano fino a 20 dollari. Le madri giocano con il bambino col cappuccio. La sala è piccola, piena di fumo e c’è molto chiasso.

Canada, Northwest Territories. Guido Machetto ad Alexandra Falls.

Tuktoyaktuk è su una sottile penisola di ghiaia proiettata nell’Artico. Le sue piccole case sparse sono niente nello scon­finato delta del Mackenzie, le cupole scintillanti della sua stazione radar danno le dimensioni di ciò che l’uomo è riusci­to a fare quassù. Gli uomini lavorano nel pozzo di petrolio, le donne accudiscono ai bambini e intanto la gigantesca pianura del delta si estende a sud.

Quassù comprendiamo veramente il significato di un viaggio in questo territorio, dove l’uomo ha appena introdotto il suo piede. Gli esquimesi hanno vissuto qui per centinaia di anni, e per noi “civili” questa è la vera “land of future”, la terra del futuro.

Al mio ritorno a Yellowknife, fiero del fatto di aver potuto fare il giretto in Piper per fotografare il delta alla luce radente del tramonto, trovai un Guido ancora più cupo di come lo avevo lasciato. Poveretto, deve essersi annoiato a morte! Dieci giorni sono lunghi da passare se si cova tristezza e risentimento. Perché non è riuscito in alcuno dei suoi bellicosi propositi che volevano ricalcare il novello esploratore alla Bonatti.

Canada, Northwest Territories. Bambina di Tuktoyaktuk.

Senza altri indugi iniziamo il viaggio di ritorno, abbiamo solo la possibilità dell’autostop per Edmonton (i biglietti pagati arrivavano e ripartivano da lì). La distanza è davvero enorme. Durante il viaggio, anche grazie al bivacco accanto alle bellissime Alexandra Falls e a una coppia di canadesi che ci ha presi subito dopo sul loro van, il clima divenne più disteso. La nostra mancanza di soldi era tale che ormai avevamo razionato i pasti. Purtroppo il caso volle che arrivammo a Montreal soltanto la sera, quando il volo per l’Europa era previsto solo per le tre del pomeriggio. Non vedevamo l’ora di imbarcarci perché era dalla mattina a Edmonton che non mangiavamo nulla, neppure un caffè: e purtroppo ci si prospettava una sera, una notte e una mattina di totale digiuno, in attesa che le hostess potessero finalmente nutrirci!

Canada, Montreal

A Montreal Guido mi disse bruscamente che era meglio che ci dividessimo: magari singolarmente potevamo sperare in qualche conoscenza occasionale e quindi forse approfittare di ospitalità e cibo… Lui chiaramente sperava di trovare una donna con cui fare amicizia. Io trovavo ciò piuttosto pietoso e mugugnando mi separai da lui dandogli dell’illuso. La sera girai per Montreal, ricordo una specie di locale che orgogliosamente esibiva la sua italian-american-canadian pizza. La vidi servire, faceva davvero schifo, ma a quel punto avrei mangiato qualunque porcata. Decisi di appartarmi sotto a un ponte, ma mi ritrovai assediato dal rumore di una superstrada e da un esercito di mosquitos agguerriti. Allora pensai, ma era già sera ben tarda, di salire un po’ in alto sulla città, c’era un rilievo panoramico: magari lassù c’era più fresco, quindi forse meno zanzare e soprattutto meno rumore. Mentre giravo, più o meno verso le due di notte, su quella specie di parco cittadino sopraelevato, vidi una sagoma sdraiata su una panchina con accanto lo zainone di Guido. Ma quello ERA Guido! Lo lasciai dormire, mi accoccolai anch’io da qualche parte, poi all’alba scesi di nuovo in città per sedermi in qualche chiesa e attendere la mattina. Le ore non passavano mai. Dall’aeroporto eravamo venuti a piedi, e a piedi ci tornammo, ognuno per conto proprio e con una fame nera. Mi ero riempito lo stomaco di acqua di una fontana, ma non era sufficiente… L’appuntamento era all’aeroporto alle 13. Lo vidi là, la faccia stanca e avvilita. Ci stavamo avvicinando alla fine di quella sofferenza.

Molto tempo dopo uscì un articolo di Guido Machetto sull’Eco di Biella, volto a raccontare quello che è stato il suo soggiorno solitario nei pressi di Yellowknife.

Indiani del Nord-ovest
di Guido Machetto
(L’Eco di Biella, 29 giugno 1972)

«… Sono nato mille anni fa in una cultura di archi e frecce. Ma… per arrivare alla metà degli anni della mia vita ho fatto un volo attraverso il tempo alla cultura della bomba atomica. E questo è un volo molto più lungo di un volo sulla luna (Capo Dan George)».

Cercavo un indiano che mi accompagnasse per due o tre giorni in canoa a vedere certe rapide a nord di Yellowknife. «E’ un problema trovare un indiano che non sia tramp adesso; quelli buoni sono tutti a battere fuoco a ovest. Joe Lefferdie è drogato fino agli occhi, fuma tutto quello che trova e prende pastiglie di LSD e NDA, Roy Erasmus è alcolizzato, niente. Provi ad andare da Joe Sangry, è il capo dei Dogrib all’Indian Village, 4 miglia di canoa dall’altra parte della baia e si regoli lei; io non la posso aiutare né mi sento trattandosi di indiani».

Gli indiani sono rimasti indiani e non hanno mai accettato né accetteranno mai di essere inquadrati socialmente. Da molti anni sono stati convertiti dai soliti gesuiti infilatisi in tutti i recessi del mondo, ciò che ha portato una mistica più tranquilla e raffinata che non la loro ai tempi delle tende e delle scorrerie, ma non li ha cambiati minimamente; i gesuiti non hanno intaccato il loro sarcasmo, né il loro disprezzo, né la loro non paura delie istituzioni. Gli indiani sono rimasti nei corpi guizzanti di guerrieri, nello spirito individualistico, nelle leggi primordiali di onore e di valore ma la cattività ha ucciso in alcuni la dignità; la cattività, la birra e il whisky che gli «stores» dei bianchi vendono vicino ai villaggi attirando la parte negli indiani che è piena di rabbia e autodistruzione e così sono diventati «tramp», cioè ubriaconi e vagabondi.

Andai da Sangry. Il villaggio è formato da un gruppo di casupole di legno costruite su antiche rocce che emergono dai prati cespugliosi come dorsi di capodoglio, in un braccio di terra ventoso che si allunga verso il lago. Trovai il capo per via della bandiera davanti alla casa. Fu molto gentile, gli mostrai sul mappamondo impolverato che andò a tirare giù da sopra la credenza, dov’era l’Italia, poi mi invitò ad andare a fotografare dentro le case ed era visibilmente orgoglioso che un signore da tanto lontano gli facesse l’onore di interessarsi della sua gente. Andai negli altri villaggi nei giorni che seguirono e a Fort Rae, una settantina di miglia da Yellowknife parlai con padre Pochat che da 18 anni vive con gli indiani. Fort Rae è il più grande villaggio indiano del Nord-ovest: 1300 persone e 550 cani, e Pochat che è chamoniardo e a suo tempo fece dell’alpinismo mi raccontò del loro sistema di vita. Gli chiesi dì parlarmene da uomo e non da prete, e per questo mi comprese benissimo; si era fatto prete molto tardi, dopo avere avuto contatti con i pellerossa.

La società indiana è distaccata da quella dei bianchi e solo un miracolo potrebbe farle incontrare. Vivono di pesca e di caccia come sono sempre vissuti; sono uomini molto terreni, materialisti, in poche parole vi è un dolce stato di natura come se ne ha il corrispettivo nelle società dell’India con la differenza che qui lo spazio è immenso, gli abitanti pochi e le risorse naturali offrono di che vivere bene anche tenendo conto dei 7 mesi di duro inverno del Nord, senza luce e a 30 o 40 gradi sotto zero. Gli indiani sono molto onesti. «Guardi, ho qui nel mio cassetto quindicimila dollari ed è aperto giorno e notte; loro lo sanno ma non si è mai verificato un caso di ruberia in 18 anni. Non ci sono orfani, non c’è un ospizio, se un genitore si ammala i figli sono subito ospiti di una famiglia; nessuno è senza tetto, il loro equilibrio mentale è molto più saldo di quello dei bianchi e le loro reazioni genuine, si sono perse nella società dei consumi; per questi filosofi c’è ancora Cristo, quello di Celestino V per intenderci, i bianchi adorano solo il dio dollaro».

Gli indiani Dogrib (credo di supporre che il nome derivi dal fatto che allevano molti cani per le slitte. Durante l’estate sono abbandonati su isolette nel lago; ne vidi alcuni andando in canoa, altri li sentii ululare nel bosco) erano pacifici cacciatori e uomini semplici che vivevano sparpagliati in piccole comunità sulle rive della «grande acqua». Essi furono assoggettati dai guerrieri Chippewyeans che dalle praterie in estate portavano verso il Nord le loro scorrerie. Vennero i bianchi con negli occhi l’oro: questi solo di sfuggita lanciavano un pensiero agli indiani che, stupidi, avevano l’oro in casa, non se ne erano accorti e vivevano sotto tende di pelle di caribù. Trovarono l’oro, il petrolio, il rame e gli indiani si ritirarono e rattrappirono sempre più nell’impossibilità di comunicare con quella gente che col baccano che faceva spingeva alci, caribù e bufali sempre più a nord. Il governo creò le riserve e poterono essere indisturbati nell’evoluzione statica dei loro giorni.

Recentemente molti capi di prestigio stanno combattendo pacificamente per i diritti indiani; l’esempio più popolare è il capo Dan, George (del film Il piccolo grande uomo) che tiene conferenze ai giovani nelle università. Alcuni di questi personaggi sono interlocutori argutissimi e di poche parole, come quel capo del Sud che, reclamando la totale restituzione del Canada agli indiani legittimi proprietari, all’uomo politico che lo interpellava su che cosa intendesse fare dei bianchi, rispose «Li metteremo nelle riserve». L’uno per cento o anche meno dei giovani raggiunge l’università e fa poi ritorno al villaggio per insegnare oppure si impegna in associazioni tipo la «Indian Brother» sopportata dal governo, che stampa un giornale e si interessa del passato e del futuro del popolo indiano, che dopo un lungo periodo di involuzione entra adesso in fase di evoluzione, sia demografica che sociologica.

«Vous pensez qu’ils son heureux?» avevo chiesto a padre Pochat mentre me ne stavo andando. Da buon francese mi aveva risposto «et vous?».

8
Una vita d’alpinismo – 34 – I Territori del Nord-ovest ultima modifica: 2020-01-11T05:25:45+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 34 – I Territori del Nord-ovest”

  1. 6
    Alberto Benassi says:

    Gli indiani sono rimasti indiani e non hanno mai accettato né accetteranno mai di essere inquadrati socialmente. Da molti anni sono stati convertiti dai soliti gesuiti infilatisi in tutti i recessi del mondo, ciò che ha portato una mistica più tranquilla e raffinata che non la loro ai tempi delle tende e delle scorrerie, ma non li ha cambiati minimamente; i gesuiti non hanno intaccato il loro sarcasmo, né il loro disprezzo, né la loro non paura delie istituzioni. Gli indiani sono rimasti nei corpi guizzanti di guerrieri, nello spirito individualistico, nelle leggi primordiali di onore e di valore ma la cattività ha ucciso in alcuni la dignità; la cattività, la birra e il whisky che gli «stores» dei bianchi vendono vicino ai villaggi attirando la parte negli indiani che è piena di rabbia e autodistruzione e così sono diventati «tramp», cioè ubriaconi e vagabondi.

    nel 1989 con mia moglie si fece un bellissimo giro nelle terre indiane del Colorado e del Nevada.
    Al di là della bellezza dei luoghi, quello che ci colpì,  fu, putroppo, il marketing e le lattine di coca-cola a cui anche questi fieri uomini rossi dovettero sottomettersi.

  2. 5
    Paolo Gallese says:

    Questi post hanno i suoni della montagna e del vento. Sono toccasana.
    Ma un po’ di rumore ogni tanto non guasta. Ha il suo lato interessante.
    Grazie a te!

  3. 4
    GognaBlog says:

    Caro Paolo Gallese, non te ne crucciare…

    Ciò che sarebbe davvero spiacevole: cambiare rotta di GognaBlog e pubblicare solo ciò che fa molto rumore…

    Grazie della collaborazione.

  4. 3
    Paolo Gallese says:

    Dopo il caos in un noto post successivo a questo, un po’ spiace vedere qui il vuoto. Le possibilità di discussione potevano essere molte…

  5. 2
    Paolo Gallese says:

    Che peccato ci sia stata una divergenza tra voi. Davvero peccato, perché in questi racconti si respira l’aria fredda e tutte le difficoltà del grande Nord.
    Le difficoltà economiche e sociali prima ancora di quelle naturali.
    Tante volte ho pensato: perché non trasferirmi lassù? La vita è certamente migliore di quella possibile in un paese asiatico di alta quota.
    Alla fine, il problema è sempre il solito, le necessità di un’economia che impone di avere lauti mezzi.
    Ma per carità, il mio è un sogno infantile, con buona dose di ingenuità. La mia conoscenza del Nord è limitata alla Norvegia e alla Svezia, dove mi sono infilato tra i ghiacciai, percorso tundre altrettanto piene di zanzare, foreste immense.
    Però, nppure in Nepal ho vissuto un isolamento e una fisicità della Natura come a est di un posto chiamato Storsiet. Lo ricorderò per sempre.
    Lì il trasferimento è ancora più difficoltoso per uno come me.
    Se potessi, andrei a vivere tra gli indiani o gli esquimesi, se mi accettassero, potrei fare il maestro di scuola.
    L’ho sognato tante volte.
    Perdonate, i miei sono solo pensieri in libertà, trascinato da questi racconti.

  6. 1
    alessandra baradel says:

    bellissima esperienza e storia, cerchero’ documento cartaceo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.