Una vita d’alpinismo – 35 – Tra lavoro, matrimonio e tentativi

Tra lavoro, matrimonio e tentativi (AG 1971-007)

Il 1° settembre, dopo il viaggio nel Nord-ovest del Cana­da con Guido Machetto, inviati di Atlante, cominciai a la­vorare per il Calzaturificio Lange. Non ricordo più come fossi venuto in contatto con Giustina Demetz, la famosa ex-campionessa di sci, ma in ogni modo ero riuscito a trovare lavoro a Mollaro, in Val di Non, dopo un colloquio con la Demetz (direttrice vendite) e l’Amministratore, sig. Collini: non avevo che la precedente esperien­za come rappresentante degli articoli da montagna di Cassin, ma mi sarebbe stato affidato il compito di girare per tutta Italia per assistenza e vendita. Prima però occorreva superare molte prove. Intanto rimasi tredici giorni negli uffici di Mollaro, a stretto contatto con la Demetz e due ragazze sudtirolesi stupende, le segretarie Uli ed Emanuelle. Il primo giorno le aiutai a sistemare negli appositi scatolini ganci di ricambio per gli scarponi (circa 14.000…): un lavoro pressoché umiliante, ma ero deciso a ingoiare i rospi. Pensai che il Collini non voleva solo vedere se ero adatto alla vita sotto padrone: voleva capire se un giorno avrebbero potuto o no affidarmi il futuro magazzino a Milano.

Giustina Demetz nel 1966

Il primo vero impegno fu un giro di quattro settimane per i negozi di tutta Italia. Certo non facemmo il giro di tutti i clienti Lange, ma di sicuro fu un’esperienza formativa, perché la Demetz era davvero brava: assai rispettata, e anche amata, riscuoteva il successo che meritava assieme allo scarpone da sci in quel momento sulla cresta dell’onda anche grazie alle vittorie di Gustav Thöni. In pratica le facevo da autista scarrozzandola con la mia mitica BMW 1602 rossa e intanto imparavo le cose da dire, quelle da non dire, insomma il mestiere del vero rappresentante.

Giustina Demetz

Ricordo bene che all’arrivo a Napoli, il titolare del locale negozio si profondeva in gioiose manifestazioni di affetto per lei: dopo la prestigiosa cena, ci accompagnò ad un albergo lussuoso, salutandoci con la raccomandazione di farci trovare puntuali la mattina dopo. Figuriamoci lo spasso: un napoletano che raccomanda a una sudtirolese in carriera e a me d’essere puntuali! Uno stuolo di valletti ci accompagnò alle rispettive camere. Avevo già qualificato uno di questi abbastanza invadente, ma ancora quello non aveva dato il meglio. Indicandomi un armadio mi stava dicendo che “le camere erano comunicanti”. Al mio cenno interlocutorio, si avvicinò all’armadio e accennò a spostarlo per mostrarmi con orgoglio e sguardo furbetto la porta nascosta. Gli feci cenno con imperio di non insistere, che avevo capito. Voglio sperare che la stessa scena non sia avvenuta anche nell’altra stanza…

Gianni Mazzenga in arrampicata sulla via Aste-Navasa al Crozzon di Brenta. 4 settembre 1971.

Il mattino dopo era prevista una gita a Capri in motoscafo. Giustina friggeva, quei temporeggiamenti non erano previsti e ci facevano saltare gli appuntamenti nelle altre città… Di certo io ero assai più elastico, vedevo di buon occhio quella provvidenziale interruzione del nostro ritmo lavorativo. Ma poi anche lei fece buon viso e accettò i pranzi, i vini e le risate di quell’ospitalità che più meridionale non poteva essere.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla parete Ampferer, via normale al Campanile Basso. 5 settembre 1971.

Venerdì 3 settembre 1971, sapendo che al lunedì successivo avrei dovuto di nuovo trovarmi a Mollaro, decisi di fare weekend al rifugio Brentei. Alla sera allacciavo amicizia con un po’ di gente, fino a riuscire a combinare per il giorno dopo la salita della via Aste-Navasa al Crozzon di Brenta. Miei compagni erano Gianni Mazzenga, che era stato grande amico e socio alpinistico di Gianni Ribaldone, e Benedetto Carron. Partimmo dal rifugio alle primissime luci. Impiegammo 10 ore a salire la via in tre, e curiosa fu la nostra discesa perché invece che scendere per la Cima Tosa o per lo spigolo nord scegliemmo un’avventurosa serie di calate sulla parete ovest. Arrivammo al rifugio al buio pesto, in tempo ancora per una minestra e per vedere gli altri amici genovesi che aspettavo. Perciò il giorno dopo, 5 settembre, salii con Gianni Pàstine, Nello Tasso e Alessandro Massa la via normale del Campanile Basso.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla via Bertrand alla parete sud-ovest della Tête Noire (Briançonnais). Foto: Gian Piero Motti.

Per colpa dei giri con Giustina Demetz (lavoravo anche il sabato), non potei riavvicinarmi alla roccia prima del 26 settembre, quando con Luciano Manzoni, Lele Dinoia e un altro compagno ripetei la via del Triangolo Industriale al Nibbio. Ancora giri con la Giustina: confesso che quel lavoro cominciava a piacermi e non mi pesava di non poter andare in montagna.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla via Bertrand alla parete sud-ovest della Tête Noire (Briançonnais). Foto: Gian Piero Motti.

Il 10 ottobre però ci fu una grande eccezione: con Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi e Guido Morello andai in una zona per me del tutto nuova, il massiccio dei Cerces, nel Briançonnais, per salire la via Bertrand alla parete sud-ovest della Tête Noire. Una parete a dir poco dolomitica, in un ambiente da favola. Andammo forte, in cinque ore ne eravamo fuori, a risalire i pendii ghiaiosi verso la vetta.
Nel frattempo Nella ed io diventammo sempre più amici di Piero Ravà e Marina, sentivamo di avere molto in comune. Con Piero e con Luciano Manzoni il 17 ottobre 1971 salimmo la via Brianzi alla Corna di Medale, in ore 6.30 dalla cima dello zoccolo. Allora non c’era ancora la via ferrata, perciò chi voleva salire la mia via, oppure la via Brianzi o anche la via Bonatti doveva sorbirsi interamente il fastidioso zoccolo che è alla base di questi itinerari. Memore della bell’esperienza fatta con i torinesi dalle loro parti, convinsi Piero Ravà, Luciano Manzoni, Gianluigi Quarti e il simpaticissimo Benvenuto Laritti a seguirmi in quella strana trasferta nel Briançonnais. Questa volta Motti ci portò alle eleganti Tenayes de Mont Brison, dove salimmo il magnifico e impegnativo itinerario dello spigolo est (via Renaud). La compagnia era ben numerosa, perché oltre a Gian Piero c’erano pure Gian Carlo Grassi, Ugo Manera e Guido Morello. Fu una giornata stupenda, al sole ottobrino, uno miei più cari ricordi. Non attaccammo molto presto, direi verso le 10. Ricordo che la fessura finale, un incastro faticoso, la superò per primo il Laritti, bofonchiando e gemendo. Noi seguimmo, e gli ultimi erano alla quasi oscurità di quel 24 ottobre 1971.

Tenailles de Montbrison, Brianconnais. Lo spigolo Renaud è quello a sinistra, contro il cielo.

Dopo una ripetizione della via Fratelli Kennedy alla Mongolfiera (in Grignetta), con Leo Cerruti e Piero Ravà (1 novembre), il giorno dopo ci trasferimmo per una bellissima gita nelle mie amate Alpi Marittime. Cominciava a fare un po’ freddo, la notte all’appena inaugurato rifugio Nicola Gandolfo non piacque moltissimo a Ornella e Marina (quest’ultima incinta), ma soprattutto non piacque loro la giornata fredda e nuvolosa trascorsa nel tetro Vallone del Dragonet ad aspettare che Piero ed io salissimo e scendessimo una via impegnativa, la via Salesi diretta alla parete ovest della Cima d’Asta Sottana 2903 m (2a ascensione, 3 novembre 1971). L’itinerario era stato percorso dalla cordata di Bruno Salesi e Giorgio Dominoni, il 20 giugno 1971.

La parete ovest della Cima di Asta Sottana (Alpi Marittime), 3 novembre 1971.

Il 18 novembre 1971 convolai a nozze con Ornella: dopo la cerimonia in municipio, in una giornata assai nebbiosa, ci trasferimmo all’Antico Ristorante Fossati, Canonica al Lambro, individuato da mio suocero tempo prima. Era presente anche mio padre, e fu una giornata serena. Ormai con un lavoro fisso, non mi preoccupavo più tanto di tenere conferenze: in tutto l’anno furono solo 13.

18 novembre 1971.

Milano 13 novembre 1971:
«Caro Heini, ormai sono molto deciso di tornare quest’inverno sulla Peutérey, ma purtroppo i compagni dell’altra volta non sono tutti disponibili: Gianni Calcagno deve lavorare, Bruno Allemand è ancora in Polizia e sicuramente non lo lasceranno venire, Guido Machetto invece forse viene.
Avrei trovato un ottimo alpinista, sicuro e resistente, Piero Ravà, un Ragno di Lecco, con cui sono molto amico, e quello direi che è sicuro che viene. Ma bisogna essere in quattro. Ho provato a chiedere all’Alberto Dorigatti, rna secondo me è troppo giovane e non è abituato ad avere quella resistenza che  invece ci vuole sulla Peutérey, dove non serve molto saper arrampicare molto bene. Ho pensato, come vedi, anche a te. Tu sei l’uomo ideale per queste cose, siamo amici, sicuramente, una volta deciso, non ritornerai più sulla tua decisione, neppure una volta attaccata la salita. Ci vogliono almeno 10 giorni di tempo, in tutto, e io penso che tu li possa avere.
Sarei veramente contento se tu venissi, e spero tanto che la cosa ti piaccia e ti interessi. Solo dovresti rispondermi immediatamente. In modo da sapere qualcosa di preciso.
Spero veramente che tu voglia e possa venire, perché sono convinto che sei veramente la persona adatta.
In attesa di una tua immediata risposta, ti saluto caramente. Saluti anche a tua moglie e a Marcus».

18 novembre 1971. Nino Antonioli e Gabriella Bergmann Antonioli.

Da Heini Holzer ricevetti risposta. Schenna, 17 novembre 1971:
«Caro Alessandro, […] prima di 10 gennaio non ha tempo, dopo io vengo. Scrivemi cosa io adopera, ciodi, corde, moscatone e da mangiare. Sandro, mi da prego qualche diapositiva della Terranova […]».

Milano, 19 novembre 1971:
«Caro Heini, ti scrivo per dirti quanto io sono contento che tu venga. Ora bisogna decidere tutti i particolari.
Per me va bene dopo il 10 gennaio, prima LE GIORNATE SONO TROPPO corte.
Però bisogna che verso il 28, o 29 dicembre andiamo su tutti e quattro a vedere le condizioni e attrezzare almeno 400 metri di cresta (su 7.000!) in modo da poter arrivare durante la prima giornata in cima alla Punta Brendel. In questa maniera si può arri vare in vetta all’Aiguille Noire in 2 giorni. I primi quattrocento metri sono i più innevati, perché esposti totalmente a est. Gli altri compagni sono Piero Ravà e Luciano Manzoni. Per l’equipaggianiento:
chiodi, moschettoni non portare niente, viveri non portare niente; corde:  portane 120 metri da usare per corde fisse; sovrapantaloni: non so se tu li hai, comunque in caso te li procuro io; scarponi doppi: noi abbiamo i GALIBIER HIVERNAL. Se tu riesci a procurartene un paio nuovi da qualche parte, fai pure; altrimenti co lo dici e te li procuriamo noi da Cassin. Però devi misurartele. Sacchi piuma devi procurartene due; il duvet non serve. Magari vedi di procurarti del Sanddorn. Ti mando anche le diapositive che mi hai chiesto. Per il momento non c’è altro. La cosa più importante sono gli scarponi doppi, i sovrapantaloni imbottiti e le corde usate. Rispondimi subito quello che hai e quello che puoi procurare. Intanto allenati!!
Se per te non va bene il 28 o 29 dicembre, dimmelo subito. Purtroppo noi non possiamo fino al 27 dicembre. Dopo siamo liberi, anche Capodanno e i giorni seguenti. In seguito potremmo andare su una o due domeniche ancora. Quando poi, oltrepassato il 10 gennaio, ci sarà bel tempo stabile, attaccheremo».

18 novembre 1971. Davanti al ristorante di Canonica al Lambro. Da sinistra, Vittorio Pescia, Guido Machetto, Alessandro Gogna.

Da Heini Holzer ricevetti altra risposta (22 novembre 1971):
«Caro Alessandro, grazia per la tua lettere, e le diapositive. Grazie! Uno non va per me, il 28-29 dicembre, perche è pisognia lavorare dieci giorni avanti. Scarponi doppe, sovrapantaloni, sacchi piuma ci li ho io. Sanddorn prendo io. Come faremo con le corde? Io credo mandare a posta, una 80 m, una 40. Scrivo mi presto! Grazie e tanti saluti, Heini e Erica. Saluti anche alla moglie Ornella».

18 novembre 1971. Ornella con il papà.

Gli rispondo il 25 novembre:
«Caro Heini, 1) corde, va bene mandale per posta; 2) Sanddorn, devi dirmi quanto ne prendi, quanto pesa, per quanti giorni basta e che cosa è, dolce o salato? Così mi posso regolare per tutto il resto da portare; 3) Devi venire a vedere la Peutérey e attrezzare un po’. Non puoi venire dal 4 all’8 dicembre? O anche solo due-tre giorni di quelli che ho detto? Altrimenti, quando puoi venire? E’ molto importante che tu me lo dica. Se vieni in quei giorni, è inutile che tu spedisca le corde per posta. Cari saluti».

18 novembre 1971. Da sinistra, Renato Gaudioso, Nino Antonioli, Alessandro Gogna, Leo Cerruti, Guido Tirelli, Stefano Vaschetto, Ornella Antonioli Gogna, Nino Bergmann, sig.ra Vaschetto,Marina Antonioli, Gabriella Antonioli, Giuliana Antonioli.

Schenna, 30 novembre 1971:
«Caro Alessandro, io vengo al 11.12 dicembre fino 13 sera, doppo porto anche le corde. Per una persona adopere al giorno 200 grammo di Sanddorn, per tutti al giorno sono 800 grammi. Si prende con il tè e altre bivéte, è dolce poco più meno come miele. Dimmi quanto è pisogna di prendere».

Piero e Marina Ravà sul fiume Niger, Mali, 1981

Il dicembre 1971 mi vide quindi impegnato, nei week-end, in tre ricognizioni all’Aiguille Noire, per seguire le condizioni e per poter attaccare il 21 dicembre la Grande Cresta. La prassi era che andavano al pomeriggio al rifugio Borelli-Pivano, e la mattina dopo ci attaccavamo alla cresta sud dell’Aiguille Noire. Più che altro era anche un banco di prova per i miei nuovi compagni. L’8 dicembre salii con Luciano Manzoni, ma solo fino all’attacco; il 12 dicembre con Heini Holzer, carichi come muli: facemmo qualche lunghezza, fino al primo canale; il 16 dicembre, con Gianluigi Quarti e Luciano Manzoni salimmo fino in vetta alla Punta Bifida.

Val Veny. Louis Audoubert dopo il suo tentativo di 1a invernale della Cresta integrale di Peutérey. 1 gennaio 1972.

Purtroppo non ricordo perché il 21 non attaccammo. Anzi, fummo preceduti dalla cordata di Louis Audoubert, Guy Panozzo e Cosmos che fecero un tentativo alla fine dell’anno. Il 1° di gennaio andai loro incontro in val Veny, avendo saputo dal proprietario della Maison de Filippo che stavano tornando. Fu un incontro abbastanza impacciato.

Il 5 gennaio 1972 scrivevo ancora a Heini, rimanendo con lui d’accordo per il dopo 9 gennaio, ed esponendogli gli ultimi dettagli. Purtroppo arrivò la doccia fredda: il 10 gennaio Heini mi scrisse una lettera, in tedesco, nella quale sostanzialmente si diceva costretto a rinunciare a causa delle sue ristrettezze economiche.

Gli scambi epistolari furono fitti anche con Alberto Dorigatti e di riflesso con Aldo Leviti, ma non si arrivò a concludere. Il povero Bruno Allemand invece aveva grossi problemi economici e non mi sembrava proprio il caso avesse la serenità necessaria per la nostra avventura. Scrissi pure a René Desmaison, ma mi rispose Simone declinando gentilmente l’invito in quanto il marito era tutto preso dal suo progetto di tornare alla sua via nuova sulle Grandes Jorasses.

Andai ancora una volta alla cresta sud dell’Aiguille Noire, questa volta con Piero Ravà. Era il 16 gennaio 1972. Ma per varie ragioni quella fu l’ultima ricognizione e in seguito non concludemmo niente. Il 10 febbraio mi rispose Louis Audoubert con una lettera aperta al dialogo e alla collaborazione. Ma la grande quantità di neve presente nelle Alpi ci scoraggiò definitivamente. Tra l’altro il lavoro si stava rivelando per quello che era e non mi permetteva di giostrarmi a piacimento.

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Una vita d’alpinismo – 35 – Tra lavoro, matrimonio e tentativi ultima modifica: 2020-01-23T05:23:25+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 35 – Tra lavoro, matrimonio e tentativi”

  1. 5
    Davide says:

    Molto bello.
    Una grande testimonianza di un mondo difficile che non esiste più

  2. 4

    Ornella ti ho beccata! So benissimo chi sei. Nei miei collegamenti e ricordi non ho citato Nella perché lo davo per scontato, ma al di là del ricordare persone e episodi legati alla nostra gioventù, penso che abbiamo avuto la grande fortuna di vivere esperienze eccezionali che a noi sembravano normali. 

  3. 3
    Ornella says:

    Che grande emozione rivedere Nella❤️

  4. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Racconto interessante e godibile come al solito… 
    Fa sorridere come hai riportato i testi di Heini Holzer con gli errori di ortografia dovuti ad un altoatesino – soprattutto in quei tempi – poco avvezzo all’italiano. 
     

  5. 1

    Nelle parole si vive la pesante influenza del lavoro propriamente detto sulle necessità dell’alpinismo   che invece è regolato dalla natura. È una situazione che conoscevo bene anch’io e che mi ha portato a frequentare in futuro solo persone disadattate alla vita routinaria. Cosa che è successa anche a te, Alessandro, tanto da farmi pensare ancora oggi che i veri disadattati siano loro. Non dico che l’alternativa a un lavoro normale e sicuro debba essere l’alpinismo,  intendiamoci, ma ho trasmesso ai miei figli il senso dell’incertezza positiva e stimolante della precarietà economica. Il più grande apprezza, gli altri sono ancora giovani, ma spero non finiscano col posto fisso e la fine dei sogni. 
    Poi, Vittorio Pescia  Piero Ravà, Aldo Leviti…. che collegamenti e ricordi! Ciao. Marcello

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