Una vita d’alpinismo – 37 – Le piccole polemiche

Le piccole polemiche (AG 1972-002)

Alberto Dorigatti era ancora bloccato al Passo Rolle, assieme all’amico Aldo Leviti. Quest’ultimo era intenzionato a rinnovare la ferma, mentre Alberto voleva riacquistare la sua “libertà”. Nelle nostre lettere parlavamo di Quarta Pala di San Lucano, dello spigolo nord-est della Brenta Alta, di una direttissima sulla Sud della Busazza: ma anche altre vie nuove ci tentavano, come la fessura di melafiro del Piz Serauta, la parete tra la via dell’Ideale e la Conforto; e, ancora sulla Sud della Marmolada, il diedro tra la Canna d’Organo e la via dell’Ideale, come pure la parete tra la via Conforto e la via Pisoni. Insomma, ce n’era da vendere!

Samuele Scalet nel tentativo alla parete sud della Terza Pala di San Lucano

Ho già raccontato la salita alla Terza Pala di San Lucano, ma ora voglio soffermarmi un po’ sulle delicate questioni che possono nascere tra alpinisti al momento di decidersi a partire. Per la Terza Pala Aldo Leviti mi aveva risposto che non se la sentiva in quel periodo, pur “rendendosi conto che la primavera, assieme all’autunno, è l’unico periodo dell’anno in cui quelle pareti sono fattibili senza morire di sete”. Nella stessa lettera (6 aprile 1972) mi avvertiva che Almo Giambisi gli era sembrato “un po’ seccato” che io volessi andare a tutti i costi in quel periodo, quindi mi consigliava di telefonargli. Cosa che feci.

Di quel progetto avevo anche parlato con Samuele Scalet, che ancora sul finire dell’inverno aveva escluso di poter esserci ai primi di maggio. Era stato lui, con Angelo Ursella, a tentare per primo la parete.

Terza e Seconda Pala di San Lucano da Agordo. Dolomiti agordine.

Il 5 maggio mi scrisse la seguente lettera:
«Carissimo Gogna, ho sentito e letto della tua salita con i lecchesi sulla Terza Pala. Congratulazioni. Poiché io insegno in una scuola della provincia di Trento è solo all’ultimo di aprile è stata decretata la vacanza per i giorni dal 7 all’11 maggio, ho telefonato a Milano per la comunicazione di cui ti avrà parlato Leo Cerruti. Pazienza. Le vie sono di chi prende l’iniziativa e inutile è recriminare con i ma e i se, anche se ero convinto che tu saresti tornato il 7 maggio in San Lucano. Sulla Terza Pala io avevo portato 10 superleggeri, 10 chiodi Cassin nuovi e 1 martello a manico lungo. Per ridurre le spese di spedizione, accetto anche 12 superleggeri. Spero tu voglia spedirmeli subito altrimenti sono costretto ad andare in giro con dei vecchi ferracci. Ti saluto in attesa di risentirti».

Spiz di Lagunaz e Terza Pala di San Lucano da Col di Pra. Dolomiti agordine.

Ecco la mia pronta risposta (7 maggio):
«Caro Samuele, come capita spesso a tutti, mi sono sbagliato. Era dalla Cima di Terranova che non facevo più niente in montagna, e già quella non mi aveva completamente soddisfatto. Quindi volevo fare qualcosa di bello. Soprattutto però ero stufo di rincorrere l’uno e l’altro. Le bollette telefoniche che ho pagato a causa delle telefonate fatte agli amici di montagna di Genova, Torino, Parma, Lecco, Trento, Bolzano, Passo Rolle e Passo Pordoi!

Guido Machetto, tentativo alla Palazza, 1972, Case Salet

Da tutti quanti però mai una lettera o una telefonata che io ricevessi. Solo di tanto in tanto un qualcosa, dopo due o tre miei solleciti. A questo punto ho mandato tutti quanti non proprio al diavolo ma a farsi gli affari loro. Non posso seguire i desideri di tutti e soprattutto non voglio più essere sempre il primo a cercarli, mi sono detto. Per la Pala di San Lucano nessuno stava programmando. Ho telefonato a tutti ancora prima di partire per il ponte del 25 aprile. L’unico a darmi una risposta decente sei stato tu, gli altri hanno tirato in ballo l’allenamento o altri impedimenti (ragioni peraltro validissime). Come te, anche io ora ho il tempo contato, non è più come una volta. Il 25 aprile pioveva, quindi niente. Visto che è stato brutto, mi sono detto, qualcuno si farà pur vivo per i prossimi ponti. Nessuno lo ha fatto fino al sabato 29, mattina. Allora sono partito con Piero Ravà e con Aldo Anghileri e Gianluigi Lanfranchi, che si sono aggiunti all’ultimo momento. Ecco, è andata così. Non ho immaginato che tu telefonassi il lunedì 1 maggio, e ho fatto male.
A questo punto è inutile recriminare, come hai detto tu. O tu mi capisci e mi dai il “giusto” torto, oppure mi dai più torto del giusto, e pazienza. In ogni caso, credimi, mi spiace tutto moltissimo. Quanto ai moschettoni te li spedisco a parte».

Guido Machetto, tentativo alla Palazza, 1972, torrente della val dei Salet

Il 21 maggio gli spedii i moschettoni, con allegata la seguente lettera:
«Caro Samuele, nella mia precedente del 7 maggio mi sono dimenticato di dire che tutto il materiale tuo è rimasto alla grotta alla fine dello zoccolo, tranne i moschettoni, che ti sto spedendo (12). Per il resto, chiodi, martello, staffe, cintura e cunei sono ancora su. Il casco rosso l’abbiamo gettato via (si è fermato però 10 metri sotto) perché aveva i legacci sottogola completamente marci. Il martello è molto arrugginito. Corda, chiodi e cintura sono invece ottimi e così anche i cunei e le staffe. Aspettando una tua lettera, ti saluto cordialmente».

Guido Machetto, tentativo alla Palazza, 1972

La risposta di Scalet arrivò ai primi di giugno:
«Caro Alessandro, ho ricevuto i 12 moschettoni e ti ringrazio delle altre notizie. Parlando della vicenda con Almo Giambisi e Alberto Dorigatti, si sono sorpresi: e pare anche a me, la mortificazione di doversi andare a prendere il materiale, a cose fatte, è ben peggiore del non aver fatto la salita a cui tenevano relativamente. Ho sentito che ti prepari a una spedizione: è vero? Ti saluto cordialmente».

Val dei Salet sotto alla Palazza, Monti del Sole, Feruc

Nel frattempo tra queste lettere pervase di acidità (e non era finita, come vedremo tra poco), con Guido Machetto andai sui Monti del Sole, a cercare di risolvere uno dei più evidenti problemi, ben visibile dalle campagne del Bellunese, di Sedico e di Mas. Sto parlando della parete sud della Palazza, che sarà anche ben visibile ma non è per nulla facilmente raggiungibile. Era il 12 maggio quando ci avviammo con Guido per la lunghissima val dei Salet. Non conoscevamo alcun itinerario alternativo. Solo anni dopo scopersi che ce n’era, dopo la pubblicazione (maggio 1991) della bella guida alpinistica Monti del Sole di Veniero Dal Mas. Il sentiero aveva breve durata, ben presto ci ritrovammo a salire il fondo del torrente, con frequenti escursioni ai lati seguendo qualche traccia. Volevamo arrivare all’evidente cengione detritico-mugoso che fascia alla base i 400 metri di parete verticale che costituiscono la sezione significativa della Sud. Ci riuscimmo ma furono necessarie cinque o sei ore di marcia difficile e appesantita dai nostri zaini. Il luogo era davvero selvaggio, impressionante. Non si vedevano altro che dirupi, baratri e pareti verticali. La vecchia guida del Castiglioni non poteva essere d’aiuto in questo luogo dove egli non era mai passato. Arrivammo al cengione nel tardo pomeriggio, appena in tempo perché si scatenasse un acquazzone violento.

Guido Machetto nella valle sotto alla Palazza, Monti del Sole, Feruc. La Palazza si intravede

Trovammo una comodissima grotta con il fondo morbido e ci rilassammo preparandoci da mangiare e discutendo di futuri piani estivi. Per tutta la notte non cessò di piovere. Alle prime luci la scena attorno a noi era apocalittica. C’erano cascate e torrenti d’acqua in ogni valloncello di fronte a noi e tutta quell’acqua si convogliava muggendo nel fondo del vallone che avremmo dovuto ridiscendere. Era chiaro che non potevamo star lì ad aspettare il bel tempo (di cui peraltro non si intuiva alcuna traccia o speranza). Forse se avessimo avuto viveri per tre giorni… Insomma dovevamo tornare, e dovevamo farlo subito, prima che il vallone sotto di noi diventasse impercorribile. Con il netto sospetto lo fosse già, verso mezzogiorno ci avviammo frettolosamente sotto la pioggia battente lungo il cengione, fino ad arrivare dove questo si unisce al fondo della val dei Salet. Qui incominciò un’odissea di cui ho un ricordo spaventoso. Per molti tratti procedemmo legati, facemmo anche delle corde doppie, trovandoci così sotto a cascate che smuovevano sassi che battevano sui nostri caschi e sulle spalle. Per due o tre volte fummo costretti a fare dei pendoli sotto i rovesci d’acqua. Parlare tra di noi era del tutto impossibile, i comandi erano a cenni (se ci si vedeva). Non smetteva di piovere, dunque la portata d’acqua ci costringeva a evitare i tratti di vallone piani, dove in salita si camminava tranquilli. Procedevamo ai lati su rocce infide e franose, aggrappandoci agli arbusti. Ma alla fine riconquistammo quel sentiero che era finito così presto, dunque sapevamo di essere quasi arrivati.

28 maggio 1972, Corna di Medale, via Bianchi, Guido Machetto in arrampicata

La piena
di Guido Machetto
(L’Eco di Biella, 19 giugno 1972)

Martedì mi è capitato di vedere la morte in faccia due volte. E’ stato molto meno veloce che rischiare un incidente stradale, ho avuto tutto il tempo per considerare che venti secondi erano ciò che mi era concesso per reagire o restare affogato. Ho avuto anche il tempo per pensare che non sapevo se bastava una mia reazione, ma che ci voleva molta fortuna, qualcosa che non dipendeva da me ma che potevo benissimo provocare casualmente io.

Lunedì mattina con Alessandro risaliamo una valle, più che una valle una fenditura scavata da un torrente che scende a cascatelle e sinuose condotte tra pareti erbose interrotte da salti di roccia e ricoperte di vegetazione di ogni tipo, dai mughi ai castagni, ai noccioli ai rododendri.

La valle si chiama dei Salet e porta sotto la barriera rocciosa della cima della Palazza nel gruppo dei Feruc.’ E’ verso la parete della Palazza che siamo diretti; nessun alpinista è passato di qua, tutto il sistema non è mai stato preso in considerazione dagli scalatori e credo che pochi viaggiatori si siano intrufolati per queste valli selvagge, forse qualche cacciatore.

Queste pareti alte sette-ottocento metri ci attirano, e sapere che tutto è sconosciuto, la via di accesso, il tipo di roccia, la via di discesa, dà senso al nostro intendimento. Molto carichi risaliamo la valle, una volta ci leghiamo per una traversata, sbagliamo strada e scendiamo in doppia sul torrente; dopo cinque ore il torrente si spezza in molti ruscelli e noi saliamo verso l’attacco della nostra parete.

Il tempo è coperto, lo era già al mattino e comincia a piovere. Troviamo una grotta, tana di camosci, e ci sistemiamo per il bivacco. Nella notte piove, piove fortissimo. Al mattino l’unica via è scendere. Ci spogliamo degli indumenti intimi e ci infiliamo nell’acqua, è mezzogiorno e sembra il crepuscolo.

Come ci affacciamo sulla valle con un certo orrore (ma l’ottimismo è ancora molto alto) scopriamo che il torrente è una massa ruggente che precipita nel catino, mentre cascate prima inesistenti scaricano acqua nella grande crepa. Noi dobbiamo scendere da lì. Passano le ore e si presenta una situazione critica. Lungo la parete a picco sul torrente attraversiamo fino ad un pino; sul pino facciamo la corda doppia e ci fermiamo sette otto metri sopra una cascata. Il torrente va attraversato sopra la cascata, non c’è altro verso. Mi calo in doppia per quei metri, Sandro mi assicura. Sono nell’acqua. A metà cascata uno scoglio: devo raggiungerlo. Sandro mi tiene ma non mi vede né mi sente per il gran rumore della cascata: vado avanti con l’acqua alla pancia che mi tira verso il bordo del salto, raggiungo lo scoglio, mi abbranco e comincia il braccio di ferro tra la mia forza e quella dell’acqua. Mi sembra di farcela poi vengo travolto, l’acqua mi stacca e io me ne vado verso il salto.

Per la prima volta nella mia vita mi trovo a penzoloni su una cascata; assicuro tutti che non è male e che un’eventuale morte sarebbe molto meno fastidiosa e imbarazzante che in un posto silenzioso. Il fragore dell’acqua infatti impedisce di gridare facendo capire che si ha paura, la violenza con cui l’acqua colpisce, poi, non permette rilassamenti né abbandoni. Sarei pazzo se dicessi che è entusiasmante oppure sarebbe una «boutade», ma è certo la fine preferita per un uomo d’azione; lottando selvaggiamente menando colpi da tutte le parti e non solo per sopravvivere ma soprattutto perché fa parte del gioco al quale un giorno ha deciso di abbandonarsi.

Aggrappandomi alla corda con tutta la ferocia di cui dispongo sono riuscito a issarmi sul bordo, rilanciarmi sullo scoglio e issarmi un po’ stravolto su di esso. Raggiunta l’altra sponda e fissata la corda tesa, Sandro, appeso su un moschettone, mi raggiunse e imperturbabile riassunse la situazione: «Hai avuto un bel culo» mi disse. Avevo i brividi per l’emozione e per il freddo, e ci avviammo verso il basso. All’altro guado rimasi impigliato tra uno scoglio e la corda che mi teneva assurdamente dove la corrente era più forte.

Anche questa volta ne esco per il rotto della cuffia. So che, come alpinista, l’acqua, le sue correnti, la pressione, formano un elemento abbastanza estraneo a me, ma ho avuto la percezione, affinata in molti frangenti, di avercela fatta per un pelo.

Con Guido il 14 maggio 1972 salii in 4 ore la via Boga alla Corna di Medale; e ancora sulla stessa parete, il 28 maggio, e con lo stesso compagno, la via Bianchi. Questa via era già allora molto “sporca”, ci vollero 6 ore per venirne a capo.

Il 3 giugno 1972 vado per la prima volta nelle Piccole Dolomiti, praticamente trascinato dall’entusiasmo di Miller Rava che a Schio aveva abitato parecchi anni. La compagnia è eterogenea, perché oltre a lui e a Guido Machetto, sono con noi anche due vecchie conoscenze: i fratelli Eugenio e Gianluigi Vacccari. Non è prestissimo, dunque attacchiamo una via non impegnativa, lo spigolo est del Primo Apostolo, per la via Faccio-Snichelotto. La sera ci impegnamo con scarsa convinzione, vista l’ora, sulla comoda Sisilla, per la via Soldà. Ma è solo un tentativo.

Alpe Campogrosso, Sisilla e Baffelan, Piccole Dolomiti

Il giorno dopo invece, 4 giugno, Miller Rava ci trascina nella salita must, l’allora pochissimo ripetuta via Boschetti-Saltron al Sojo d’Uderle, che saliamo tutti e cinque in 9 ore.

Il 5 giugno 1972 mi scrisse Alberto Dorigatti:
«Caro Sandro, dopo lo spiacevole sviluppo delle cose nella valle di San Lucano, e dopo aver ben meditato, ho deciso di scriverti. Non voglio ricordare quanto è successo, sono convinto che sai prenderti la tua parte di colpa. A me personalmente è spiaciuto soprattutto perché vedo in modo diverso l’alpinismo e, diciamolo pure, anche l’amicizia che si stabilisce tra gli alpinisti. Sono convinto che questo tuo sistema di agire è intrinseco a una personalità leggermente diversa dalla mia, una personalità che, non averne a male, antepone il successo personale all’amicizia. Ho terminato il militare il giorno 27 aprile e ho fatto alcune domande di lavoro tra le quali l’insegnamento alla scuola media. Nella tua ultima lettera parlavi di un buon programma estivo, da parte mia sono sempre disponibile sino a fine giugno. A luglio faccio un salto in Bianco. Poi penso avrò ancora libero agosto in Dolomiti. Con questo voglio dire che se per caso tu fossi senza compagno per qualche salita io potrei essere disponibile. Mi spiace di aver dovuto scriverti cose che ritenevo essenziale fossero chiarite e, se pensi sia opportuno, scrivimi».

Sisilla (Prealpi Venete, Piccole Dolomiti), Alessandro Gogna. Guido Machetto e Miller Rava in un tentativo alla via Soldà. 3 giugno 1972.

L’8 giugno gli risposi:
«Caro Alberto, può darsi che tu abbia ragione totalmente, ma devi ammettere che ti ho scritto e telefonato, e tu volevi rimandare. Ti facevo presente che non avevo molto tempo a disposizione, che dovevo per forza usufruire di quei giorni, altrimenti saremmo andati a finire al 1973. D’altronde, in tutte le altre feste, è sempre stato bruttissimo. Quanto all’allenamento, ci difettava anche a noi…
Mi fa piacere che nonostante ciò che è successo, tu ci voglia passare sopra. Questo non fa che aumentare la stima che ho di te.
Quanto ai programmi verso la fine di giugno, se sei libero potremmo andare alla Ovest della Busazza, come ci eravamo già detti l’anno scorso.

Il Sojo d’Uderle (via Boschetti-Zaltron), (Prealpi Venete, Piccole Dolomiti).

Ti invito anche alla Sud della Busazza che noi andremo a tentare domenica e lunedì 11 e 12 giugno. Però dovresti venire con qualcuno, per esempio con Aldo Leviti, in quanto qui siamo già in sei! All’inizio eravamo io e il Piero Ravà, poi si è scoperto che anche l’Anghileri e il Pomela volevano andarci, assieme al Miller Rava e a Guido Machetto. Perciò ci siamo uniti. Se volete venire (sai che la moltitudine non mi spaventa) potreste trovarvi al rifugio Vazzoler sabato sera. Io arriverei la mattina di domenica. Ma non dire che eri d’accordo con me… Mi farebbe molto piacere che ci fossi anche tu. Se mai porta qualche chiodo.
Per la Ovest della Busazza invece, Piero Ravà non può venire, visto che l’aveva tentata con Armando Aste. E così potremmo andare noi. Ti va?
Comunque, credimi. E’ già un po’ che il successo personale in montagna non mi interessa più. Mi interessa fare vie nuove, vecchio stile. Ma purtroppo non ho molto tempo. Mi telefoni sabato? Così so se vieni. Ti aspetto».

Gianluigi Vaccari sullo Spigolo del Sojo d’Uderle, Piccole Dolomiti

Risposta di Dorigatti (12 giugno 1972):
«Solo oggi ho potuto leggere la tua lettera dato che ero fuori Bolzano da tre giorni. Spero, ma il tempo non era certo propizio, ti sia riuscita la Sud della Busazza. In ogni caso io non potevo venire: sono solo, l’unico compagno (forte) può muoversi solo alla domenica. Infatti ieri sono stato in Bosconero, ma il tempo schifoso ci ha fatti ripiegare per l’ennesima volta. Aldo Leviti è ancora sotto: l’ho visto ieri sera dopo un mese, mi ha detto di avere tempo ma di essere un po’ legato.

Per la Ovest della Busazza sono d’accordo, però sto pensando che il problema sia già stato risolto da Enzo Cozzolino. Mi sto sbagliando? Nell’articolo su Lo Scarpone lui parla infatti degli ultimi chiodi di Aste, ecc. Fammi sapere qualcosa, in ogni caso io sono disponibile dal 20 a circa il 27 giugno. In luglio ho alcuni impegni, vorrei anche fare una scappata in Bianco, sicché se avessi qualche giorno libero ti telefono. In Bianco vado con Samuele Scalet. Ho visto Almo, che ha saputo dei chiodi rimasti sulla Terza Pala. Fammi sapere quanti chiodi ci sono».

Guido Machetto sullo Spigolo del Sojo d’Uderle, 4 giugno 1972

Maggio e giugno, come ampiamente detto in precedenza, li ho passati per lo più a lavorare per la Lange in giro per tutta Italia. Con Guido però avevamo anche intavolato un progetto di scalate in Norvegia. La novità era che ci proponevamo di girare un film. Ci eravamo rivolti alla Commissione Cinematografica del CAI per avere in uso una Paillard H16 e torretta con tre obiettivi (di cui un tele) e due Bell&Howell di tipo Magazine. Chiedemmo anche preventivi a Renato Cepparo, della Recordfilm, per l’acquisto materiale Ektachrome Commercial e per il montaggio. Un filmato di 30’ sarebbe costato lire 1.500.000, mentre quello da 45’ lire 1.750.000. Devo aggiungere che non se ne fece poi nulla?

Nel frattempo mi davo da fare per riuscire a trovare posto in un’altra spedizione alla Sud-ovest dell’Everest, dopo la delusione per quella di Dyrenfurth dell’autunno 1971.

Miller Rava sullo Spigolo del Sojo d’Uderle, 4 giugno 1972

Ero da tempo in contatto con Ken Wilson, l’allora direttore della famosa rivista inglese Mountain. In una lettera (senza data) mi aveva scritto:
«Dear Alessandro, come puoi vedere dall’intestazione di questa lettera, l’Everest Post Monsoon 1972 è una realtà. All’inizio Bonington aveva pensato a qualcosa di leggero, tipo la via normale, ma dopo il fiasco di Herrligkoffer la pressione a tentare la parete sud-ovest si è fatta troppo forte. Sfortunatamente il pubblico britannico è diventato piuttosto scettico sulle spedizioni internazionali, così quest’affare tutto britannico di Bonington sembra riscuotere parecchie simpatie nazionaliste. Peccato, perché sarebbe stato bello avere uno o due tizi di altri paesi. Il team è così composto: Chris Bonington (leader), Dougal Haston, Nick Estcourt, Mick Burke, Doug Scott, Hamish MacInnes, Peter Steele (medico), Kelvin Kent, Mike Thompson e Graham Tiso (gli ultimi quattro sono solo di supporto).

C’è una bella controversia per il fatto che Don Whillans abbia lasciato, ma gli altri pensano che Don sia così teso al proprio successo personale e così dubitoso delle loro qualità e capacità che nessuno di loro lo vorrebbe più assieme. Mi pare che siano più o meno gli stessi motivi per cui René Desmaison non è andato al Makalu. Non c’è dubbio che i vari Mazeaud, Mauri, coniugi Vaucher e Schlommer se la ridano.

Mi dispiace per te. Capisco che tu sia stato preso in considerazione per l’Internazionale e per la spedizione Monzino: devi essere davvero deluso per non poter andare. Io salirò al campo base più o meno a metà spedizione, avrò compiti di reporter».

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Una vita d’alpinismo – 37 – Le piccole polemiche ultima modifica: 2020-02-22T05:39:35+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 37 – Le piccole polemiche”

  1. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Mi sono reso conto che, nel corso di lustri e decenni, il nostro Alessandro ha accumulato un enorme archivio riguardante la sua attività. Ricordo che un altro italiano, nel suo campo, fece lo stesso con i suoi diari: si chiamava Giulio Andreotti.
     
    Sono convinto che, in quanto a completezza dei dettagli, la partita tra i due archivi al momento sia sul seguente punteggio:
    Gogna – Andreotti   2 – 1
    … … …
    In piú, non essendo il nostro Gogna ancora morto (🤟🤟🤟), il suo archivio è tuttora in piena espansione.
    Il risultato finale sarà 3 – 1 (come minimo).
    … … …
    Purtroppo, l’Arbitro Supremo ha stabilito a suo tempo che non sarà possibile alcuna partita di ritorno…  E ciò vale pure per noi spettatori. 😥😥😥
     
    … Mettiamola sul ridere (che è meglio che piangere e fa pure bene alla salute). 😂😂😂
     
    State bene tutti. Non arrabbiamoci sempre per un nonnulla e meditiamo che si vive – purtroppo – una volta sola.
    😥😥😥  (P.S. Oggi sono di umore variabile).
    … … …
    Spero che il buon Crovella ci propini presto una nuova puntata di “Piú montagna per pochi”. Cosí almeno penserò ad altro.
     

  2. 1
    paolo says:

    Per me questo è un racconto di volontà, rispetto e desiderio, di amicizie, conoscenze, mezzi e pareti.. tutto un gran casino da quadrare !!! 
    Lo ritengo il vero alpinismo.
    Mi è piaciuto leggerlo.
    Bello: i gradi di difficoltà non hanno nessuna importanza 🙂 

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