Una vita d’alpinismo – 40 – Una grande impresa all’antica

Alle ore 17 del 9 agosto 1972 Guido Machetto ed io attacchiamo il muro verticale di ghiaccio della crepaccia terminale sotto alla parete sud delle Grandes Jorasses. Il mio racconto di questa salita è nel capitolo precedente, Una muraglia infernalmente viva.

Una grande impresa all’antica (AG 1972-005)
di Mario Pozzo
(L’Eco di Biella, 21 agosto 1972)

La prossima volta Machetto farà bene a stare attento che non ci sia Desmaison in azione, prima di partire per qualche grossa impresa sul Bianco. Quando il René pianta le sue mani sulle pietre è meglio girare al largo: c’è il rischio che il polverone che si lascia dietro finisca per coprire ed offuscare il sudore degli altri. E non c’è impresa che tenga. Qualche esempio? Febbraio 1971: Machetto, Gogna, Calcagno e Allemand hanno a portata di mano la prima invernale sull’«integrale»; Desmaison è su una diretta alla Nord delle Jorasses, con Serge Gousseault. Arriva il maltempo e li ferma tutti. Machetto e compagni vengono salvati due giorni dopo dall’elicottero; Desmaison una settimana più tardi dalle guide. Gousseault è morto. La sopravvivenza del francese ha dell’incredibile, la sua avventura copre e impolvera la sua stessa impresa oltre che l’avventura e l’impresa dei quattro italiani. Agosto 1972, tre giorni di bel tempo: Guido e Gogna assaltano e vincono in tre giorni la Sud delle Jorasses, un paretone di 1500 metri che se è rimasto vergine tutto questo tempo non è per niente. Un’impresa grossa, all’antica. Ma negli stessi giorni, sull’altro versante del Bianco, René Desmaison, ancora lui, attacca da solo la grande cresta. Pochi giorni prima un altro francese, la guida Dominique Mollaret, 27 anni, aveva tentato la grande solitaria: l’avevano visto penzolare appeso ad una corda lungo la vertiginosa parete nord dell’Aiguille Noire, morto strangolato, una morte lenta e orribile, durante la discesa a doppie. Solo Desmaison poteva attaccare la stessa via due giorni dopo e portarla a termine felicemente, alla faccia dei 41 anni suonati e del maltempo che l’ha sorpreso nella parte finale. L’impresa, i precedenti e il personaggio giustificano ampiamente il polverone. Nel quale però finiscono per restare nascosti Machetto, Gogna e la loro Sud delle Jorasses.

René Desmaison

E veniamo alla Sud delle Jorasses. La parete è un cono rovesciato che dalla Punta Walker 4208 m si getta a piombo, fra le creste del Pra Sèc e del Tronchey, su un tormentato ghiacciaio pensile, sopra la val Ferret. Le sue dimensioni (1500 metri, quasi una Nord dell’Eiger) e la sua natura la fanno la più alta e una delle più pericolose del Bianco. La sua parte superiore è già stata attraversata e in parte risalita nel 1928 dall’americano Rand Herron con le guide Evariste ed Elisée Croux; un’altra via, aperta nel 1923 da Guido Alberto Rivetti (questi biellesi! li trovi proprio dappertutto) e Francesco Ravelli con lo stesso Evariste Croux, percorre nella parte superiore un costone della parete, ma assai lontano dalla via pressoché diretta che dal basso hanno tracciato Machetto e Gogna. «… muraglia infernalmente viva – la definisce Evariste Croux (in realtà la definizione è di Guido Alberto Rivetti, NdA) – sembra opposta allo sforzo dannato del ghiacciaio che vuole entrarle nel cuore».

Gruppo del Monte Bianco, Grandes Jorasses, parete sud

Si passerà? Quanti giorni occorreranno? In caso di maltempo c’è una via d’uscita? Il coraggio dell’alpinista, in questi casi non si misura solo sulla parete, ma anche e soprattutto sotto, nel momento in cui decide di affrontarla. Il valore dell’impresa di Machetto e Gogna, oggi che il grande alpinismo è sempre meno incline alle grandi incognite, sta proprio nell’aver scelto questo problema, prima ancora che nell’averlo risolto. «Come nascono certe idee è difficile spiegarlo – dice Machetto – Il brutto tempo ci aveva già spediti indietro da altre vie; alla schiarita ci siamo trovati soli, Sandro ed io, ed abbiamo deciso. Da qualche tempo non avevamo più affrontato, noi due soli, qualcosa di veramente impegnativo. Essere in due o in quattro non è la stessa cosa, nel nostro caso essere in due voleva dire rinunciare a una maggiore sicurezza e anche a un po’ di pigrizia. In quattro c’è sempre il giovane bravo e ambizioso che si lancia nel passaggio duro, ti dà il cambio per darti fiato, e poi ci sono quattro zaini da riempire di materiale per ogni evenienza. In due invece si porta il minimo indispensabile e l’incognita cresce, l’alpinismo ritorna avventura nel “, senso più vero. Noi sentivamo appunto il bisogno di lanciarci in una avventura completa, all’antica».

E l’avventura è cominciata mercoledì 9 agosto 1972, con tempo splendido. Dalla val Ferret i due sono saliti fino al piccolo e accidentato ghiacciaio che si aggrappa alla parete, un «aperitivo» che ha già richiesto impegno e tempo. Quindi la parete, che attacca con uno strapiombo. Un sacco grande dietro, uno piccolo davanti, si inizia con le staffe. Il pomeriggio se ne va in quattro tiri di corda. Il primo bivacco, senza tenda, è sotto un cielo perfetto, su una cengia battuta da una pioggia continua di sassi e ghiaccio.

Gruppo del Monte Bianco, Grandes Jorasses, parete sud

Giovedì la cordata attacca la parte centrale, l’esposizione diminuisce, la progressione è continua e sicura. Quarto, quinto, quinto superiore, ogni tanto un chiodo, qualche volta le staffe. Secondo bivacco sotto un cielo di nuovo perfetto, senza sassi e pericoli di valanghe, a circa tre quarti della parete. Venerdì l’assalto alla parte finale. Lì i Croux hanno attraversato, ma Machetto e Gogna non trovano traccia del loro passaggio: la loro via segue evidentemente un itinerario diverso. Alle 14 la vetta è raggiunta. A sera i due sono a Courmayeur. Il «vecchio» René intanto macina chilometri sulla grande cresta…

Mentre io viaggiavo tra Monte Bianco e Dolomiti alla caccia di prime ascensioni, Ornella era stata invitata da Beppe Tenti ad andare alla prima spedizione di Alpinismus International in Afghanistan. Allora né lei né io immaginavamo quanto questo paese sarebbe diventato importante per la nostra vita, quanto ci avrebbe cambiati. Non sapevamo che lei in quell’agosto 1972 avrebbe potuto visitare il Wakhan, uno degli angoli più remoti dell’Afghanistan, ancora al tempo in cui vi regnava re Mohammed Zahir Shah.
Qui di seguito riporto tre sue lettere che ben raccontano cosa voleva dire a quel tempo condurre uno dei primi esempi di spedizioni commerciali ad alta quota.

Lettere di Ornella dal Noshaq

Kabul, 31 luglio 1972 (cartolina)
«Arrivo ottimo, dormito niente, stanca morta. Pomeriggio girato per Kabul un po’ per affari con Beppe e un po’… a spendere. Ti ho comprato un regalino, ma non perché ti ho già perdonato…
Domani Beppe parte per Fayzerabad con 6 persone e io resto qui a sbrigare delle cose con Lufthansa e prenderò il charter dopodomani con gli altri. E’ veramente emozionante ed eccitante vedere tutto questo dal vero, è una cosa che non si può immaginare. Mi manchi molto, malgrado tutto: sarebbe più bello essere qui insieme».

Campo base del Noshaq, 6 agosto 1972
«Caro Alessandro, approfitto del gruppo che parte domani per farti avere qualche notizia. Non so da che parte incominciare perché sono successe tante cose, comunque vediamo di procedere con ordine. La mia giornata a Kabul l’ho praticamente passata con Bernuso (soprannome italiano di Jean-Louis Bernezat, noto esploratore francese delle zone desertiche dell’Africa, NdA) nei vai uffici: Ambasciata d’Italia, Lufthansa, Ariana Airway due volte, per cui non ho potuto girare come avrei voluto. Il mattino dopo alle 4 sveglia (dormito quasi niente), il gruppo va all’aeroporto, io all’ambasciata con il console a prendere soldi per i portatori. Verso le 6.30 è partito il charter per Fayzerabad. Un paio d’ore di volo veramente meravigliose. A Fayzerabad abbiamo trovato due Land Rover e un autocarro. Dopo mezz’ora di sosta a Fayzerabad, un villaggio che è quasi solo un gran mercato, è cominciata la grande corsa in camion. Noi italiani eravamo sull’autocarro aperto, i francesi e gli austriaci sulle Land Rover, chiuse. Purtroppo con Beppe bisogna sempre correre, abbiamo viaggiato quasi due giorni in una vallata meravigliosa, sempre di corsa, senza soste. La notte abbiamo dormito all’aperto, senza cena, solo un po’ di tè caldo. Io sono rimasta senza materassino perché a Kabul quattro stronzi torinesi, che avrebbero dovuto fare un giro turistico in auto, si erano incazzati perché Beppe, già partito, doveva lasciare loro due materassini, ma non lo aveva fatto. Loro i materassini li avevano, ma per una questione di principio volevano anche quelli dell’organizzazione. Dopo aver litigato, gli ho lasciato il mio.

Per ritornare al viaggio in camion, altro che i tornanti per andare al rifugio Contrin! Autisti completamente folli che vanno a una velocità pazzesca centrano dei ponti stretti e traballanti, andando a 5 cm dal ciglio del burrone. Un viaggio davvero da stringiculo. Il risultato di tutta questa corsa è stato che avremmo dovuto arrivare a Qazi Deh alle 14 e invece siamo arrivati alle 10. Giornata di lavaggi (eravamo tutti maschere di polvere) e di riposo. Nel pomeriggio volevo andare un po’ in giro per le case (non c’è niente, non c’è paese, solo la casa del capo della polizia e qualche catapecchia di povera gente) a fare fotografie. Invece siamo state invitate a bere il tè (io, Silvana e Loretta: solo donne, perché gli uomini non possono entrare nelle case) dalle due mogli del capo di Qazi Deh, entrambe in stato interessante. Ci hanno offerto tè, pane, zuccherini e biscotti e non riuscivamo più a venire via, volevano che ci fermassimo a dormire lì. E’ stato molto interessante, comunque ti avverto fin da ora che non ho avuto tempo di fare molte foto.

Afghanistan, i laghi di Band-i-Amir

Il mattino dopo sveglia alle 5. E’ molto sgradevole essere svegliati da Beppe che comincia subito a gridare, cantare, dire spiritosate. Ti puoi immaginare che risultato ha tutto questo sul mio umore mattutino. Gli sherpa (probabilmente il primo esempio di utilizzo di sherpa in terra non nepalese, NdA) hanno preparato la colazione, è stato smontato il campo, sono stati radunati i portatori e finalmente alle 8.30 siamo partiti.
Abbiamo camminato circa 5 ore, poi siamo stati bloccati da un fiume troppo in piena. Bisognava guadarlo l’indomani mattina. Avevo fatto una fatica bestia a fare quelle 5 ore e mi terrorizzava la tappa di 10 ore del giorno dopo. Qazi Deh è a quota 2500 m, tappa a quota 3100 m, campo base a quota 4500 m.

Inoltre avevo il pianto nel cuore, mi sembrava proprio un’assurdità lasciare una valle così fantastica, un Wakhan tutto da scoprire per andare a isolarsi su una pietraia, tra nevi e montagne che per quanto belle a me, senza ambizioni alpinistiche, non dicono niente. Divagazioni a parte, proseguo con il racconto della seconda tappa. Alle 4.45 solita sveglia urlante di Beppe, tè caldo, bagagli, tende, ecc. Alle 6 è cominciato il bello. Tre fiumi da guadare con corde tese e l’acqua fino all’inguine (talvolta fino alla vita). Tutti che gridano, che ti danno ordini, consigli. Beppe che dà ordini in torinese e pretende che gli sherpa e gli afghani lo capiscano. Alle 8.30 il cinema era finalmente finito e io ho cominciato la mia marcia con passo lentissimo. Facevo veramente fatica. Alle 11 sono stata ferma mezz’ora per il pranzo (gli sherpa erano andati avanti per preparare) e per fortuna ho potuto rifilare il mio sacco a un portatore. Sono ripartita subito con ancora in bocca l’ultimo boccone e, fra la digestione e l’altezza che cominciava a farsi sentire, dovevo fermarmi sempre più spesso per riprendere fiato: alla fine sentivo il cuore che mi scoppiava. All’ultima ora purtroppo mi sono ritrovata assieme a Beppe e alla sua donna (ha una “fiamma”, una spagnola di nome Maria Teresa Busto, che vive a Parigi), che stava male e aveva vomitato. Ogni volta che mi fermavo mi faceva fretta, dai, dai che andiamo, perdi solo tempo a fermarti. Lui aveva fretta di arrivare al campo, però non voleva lasciarci sole. A un certo punto gli ho risposto male, allora è stato più gentile. Sono arrivata tra le 17 e le 17.30, ma credevo proprio che non ce l’avrei fatta.

Arrivati al campo base sembra di essere degli ospiti poco graditi (una squadra di altri alpinisti era lì da qualche giorno per ricognizione e manovre preparatorie, NdA) di Babette, Uschi(Messner, NdA), Michel (Parmentier, NdA) e Giusi (Locana, NdA): donne con arie da padrone che girano per il campo con gli occhi pitturati di blu e verde. Nessuno è stato capace di dirti “crepa” all’arrivo, solo i coniugi Medetti e Marziano (Di Maio, NdA) che ci è venuto incontro con lo zucchero. Ad essere sempre veramente simpatici, a posto e senza arie, sono i coniugi Jean_Louis e Odette Bernezat.

Reinhold Messner era su al campo 2, ieri sera hanno parlato due volte per radio (che funzionavano benissimo) e oggi in un’ora è sceso. Per domani ci sarebbe in programma la salita a una vetta di 5700 m, ma non ho molta voglia di andare perché non penso proprio di farcela e mi sento una cacca in mezzo a questi “grandi alpinisti”.

Fisicamente sto bene, mentre molti sono stati male, con mal di testa o vomito. Ha vomitato perfino Bernezat. Mi sono già rotta le balle a stare qui e il pensiero di doverci stare ancora 15 giorni mi spaventa.
Oltre al resto, oggi è anche brutto tempo e stamattina pioveva. Sembra che non abbia alcuna intenzione di rimettersi, con questo scirocco le montagne continuano a scaricare slavine.

Adesso siamo nella tenda-mensa e piove con nevischio. Le coppie sono nelle tende a scopare. Qui sono accampati anche una spedizione polacca e una americana. E’ da marzo che questi americani sono in giro, prima nelle Alpi, poi nel Caucaso, poi al Demavend, ora qui, poi andranno in Nepal. C’è anche una spedizione di norvegesi. Ieri venendo su abbiamo incontrato Lino Andreotti che scendeva accompagnato da altri due perché era conciato molto male. Era arrivato bene fin qui, aveva fatto un giorno di riposo, poi salendo a quella vetta di 5700 m ha cominciato a vomitare, con diarrea. Ha cercato di rimettersi qui al campo-base, ma una notte è stato veramente male e così si è deciso a scendere. Oltre a stare male, era veramente molto demoralizzato. Massimo Mila sta in piedi da solo veramente a fatica. Ha voluto anche lui salire la vetta di 5700, da solo, ed è tornato che era notte. Parecchia altra gente è stata male.

Il gruppo del 13 ritarda due giorni, quindi arriva il 15. Io vorrei tornare prima, ma ho paura che non sarà possibile. Cerca di dare un po’ di notizie ai miei, se riesci. Abbiamo tutti fame! Ciao, Nella».

Campo base del Noshaq, 11 agosto 1972
«Caro Alessandro, altro gruppo che scende fra un paio di giorni, altra lettera. Vorrei arrivare io, al posto della lettera… ma purtroppo non è possibile. Vorrei partire per due ragioni.

Primo, giuro che è l’ultima volta che faccio un viaggio di qualsiasi genere senza di te, vorrei che anche tu sentissi la mia mancanza e che ti proponessi dalla Nuova Guinea in poi di fare tutto assieme a me. Senti, ma perché non mandiamo tutto e tutti a fare in culo e non ce ne andiamo in giro per il mondo io e te? Se non lo facciamo adesso non lo facciamo mai più. Un po’ di soldi ce li abbiamo e tutto sommato un bel viaggio potrebbe essere anche un investimento. Altrimenti, quando saranno finiti i soldi, ricominceremo a lavorare. Girare per questi posti costa veramente niente e l’unico sistema per vedere qualcosa è di andare a piedi. Ti dico sinceramente che sono piuttosta smontata di tutta la faccenda Tenti. E’ un trafficone pressapochista e superficiale. Saltano fuori continuamente grane e sono tutti scontenti, a cominciare dai Messner e dai Bernezat (Jean-Louis mi ha chiaramente detto che ha smesso con Alpinismus International perché non era possibile lavorare con Beppe). Comunque ti racconterò tutti i casini che riesce a combinare.

Ieri sono arrivati in vetta in cinque: Reinhold, Sergio Bigarella, un tedesco, renato Mamini e Claudio Bergamo. Purtroppo Reinhold lassù ha dovuto fermarsi ad aspettare gli altri ed è tornato con un po’ di congelamento al piede destro, quello dove ha le amputazioni. Stamattina è partito Beppe per il campo 1 del Noshaq con il dr. Klaus Kubiena e Ambrogio Leva. Due gruppi con i due Bernezat hanno fatto oggi e faranno domani l’Asp-e-Safed 6607 m, anche quella al confine con il Pakistan. In compenso sono tre giorni che non si sa niente di Massimo Mila e dei relativi quattro sherpa che l’hanno portato giù a spalle. Potrebbero essere tutti annegati nel fiume, nessuno se ne preoccupa. Sono più importanti le vittorie alpinistiche. Qui mancano viveri, mancano sherpa e chi fa le salite si deve portare tutto sulla schiena, mancano materassini e la maggior parte di quelli che ci sono si sgonfiano.

Non ti ho ancora detto la seconda ragione per cui vorrei partire. Anche se l’hai capito, te la dico ugualmente. Ne ho le palle piene di stare qui, primo perché non faccio un cazzo e secondo perché c’è della gente veramente antipatica, prima fra tutte la Giusi, al limite della sopportazione. Perché va in montagna, è brava, non fatica, va in alto, magari arriverà ai 7492 m del Noshaq, tanto di cappello, ma mette giù tanta di quella merda che ormai tutto il campo ne è sommerso.

ore 21.30. Sono nella tenda, per fortuna da sola. Ho fatto toilette, massaggio ai piedi sempre gelati e mi sono infilata nel saccopiuma+pied d’elephant+moffole+sovrapantaloni+duvet e ci credi che di notte ho ancora il coraggio di avere freddo?

I vincitori del Noshaq sono rientrati tutti. Bigarella è un po’ congelato anche lui. Reinhold dovrà stare a letto due giorni. Ha fatto iniezioni e ipodermoclisi.

Il mio cuore non è migliorato, appena muovo quattro passi e faccio dei movimenti bruschi ho delle forti palpitazioni. L’altro giorno sono andata dietro al gruppo che saliva la vetta di 5700 m, dovevo fermarmi in continuazione. Con noi (me e Silvana) c’era Marziano che aveva già fatto la cima ed è venuto tanto per muoversi perché il giorno dopo partiva (ti saluta). E’ stato molto gentile e mi è sempre stato vicino. Sono arrivata a una quota tra i 5300 e i 5400 m, su un gran pianoro. Ma la vetta era ancora lontana, con scendisali da fare. Silvana si è fermata prima perché aveva mal di testa. Anche a me poi è venuto, forse per la stanchezza, ma è durato poco. Ora, se trovo qualcuno che mi porta, mi piacerebbe tentare di arrivare al colle dell’Asp-e-Safed, a quota 6200 m. Si fa in due giorni perché c’è un campo alla fine della morena a quota 5300 m: il secondo campo è al colle. Alla vetta non penso neanche, solo che ormai l’hanno già fatto quasi tutti e ora gli sforzi saranno diretti al Noshaq. Beppe continua a far mandare bollettini al Ministero di Roma comunicando le varie vittorie, indovina per cosa? Per arrivare prima di Barabino. Da qui mi sembra tutto piuttosto triste. Reinhold che si congela le dita per fare arrivare in vetta quattro persone, gli sherpa che tornano al campo stravolti e malandati, Beppe che si arrabatta per una questione pubblicitaria e finanziaria.

No, non è questa la montagna, non è questo il viaggiare; devi cagare qui, dormire là, aspettare il tuo turno per mangiare, il tutto guidato da una persona che non dice mai la verità, che quando ha le spalle al muro fa finta di non capire l’inglese e sta giornate intere chiuso in tenda. Ora ho freddo e mi caccio sotto. Continuo domani.

12 agosto. Oggi il campo è un vero ambulatorio. Tre persone con congelamenti, tutti i reduci dal Noshaq con mal di gola, un ragazzo diciottenne, figlio del Console italiano, molto bravo in montagna, è sceso a valle perché ha la polmonite, un altro che era andato al campo 1 dell’Asp-e-Safed ha dovuto essere trasportato al campo base dagli sherpa perché non poteva più camminare da solo. Mila è sano e salvo a Qazi Deh. Invece non si sa niente di Kubiena, partito da solo dal campo 2 del Noshaq.

Reinhold è molto seccato di questo grande casotto e del menefreghismo di Beppe. E al momento c’è un altro problema: Beppe ha proposto (per radio dal campo 1) alle persone che non fanno montagna di andare a fare un giro in Land Rover, per poi ritrovarsi a Kabul. Però bisogna essere almeno in sette. Qui le persone interessate sono cinque (io compresa) e insistono per andare ugualmente. Fra un’ora parlerò di nuovo alla radio con lui. Il “dritto” ha avuto l’accortezza di lanciare la proposta da lontano per non avere grane e discussioni. Il tutto poi è campato in aria perché non sono stati previsti i portatori per la nostra partenza anticipata, non si sa dove si troverebbe la Land Rover, ecc. Certo che ormai ci ha messo la pulce nell’orecchio e ci terremmo tutti a fare questo giro.

Mi pesa molto non sapere niente di te, e ho nostalgia anche della Skippy. E poi non so niente della faccenda Lange.

Allora ci pensi alla proposta che ti ho fatto di fare un giro tu ed io? La Uschi mi raccontava del mese che ha passato in Pakistan con Reinhold quando sono andati al Nanga Parbat. Andavano a piedi, mangiavano e dormivano nelle case della gente. Ma forse a te queste cose non vanno. Però ti assicuro che in questi posti varrebbe la pena (e tu mi puoi rispondere che giornalisticamente sono già sfruttati). Amen. Resterà un sogno come tanti altri, come quello di passare un bel periodo tranquilli insieme, di fare qualcosa di bello e di non essere nevrastenici.

Ore 17. Altra tragedia. C’è un americano caduto sul Noshaq e gravemente ferito. Adesso Beppe sale dal campo 2 per aiutare a trasportarlo. Lo sai che sulla via ci sono ancora tre bulgari morti sulle corde fisse l’anno scorso e altri due della stessa spedizione erano precipitati sul versante pakistano?

Appena va giù il sole fa un freddo cane e io sono sempre gelata. Stanotte ho avuto i piedi costantemente ghiacciati. La dottoressa mi ha dato delle gocce per la circolazione.

Due righe prima di dormire. Il ferito non è ferito: ha solo mal di montagna e dà i numeri. Passerà la notte al campo 2 con Beppe. Ho parlato alle 20 con lui, e riparlerò domattina alle 9 lontano dal campo per non avere gente che ascolta: queste sono le istruzioni. Non so cosa mi voglia dire.

Per il giro turistico bisogna aspettare un paio di giorni e so già che andrà a monte. Pazienza. Stasera mi ha detto che questa è una buona esperienza per il mio futuro: io in basso e tu in alto… le sue solite macchinazioni che ormai mi attirano poco. Viva la libertà. Ciao, ti bacio, tua Nella».

L’ammissione all’Accademico
Nell’estate del 1972 si cominciò a ventilare una mia possibile candidatura al Club Alpino Accademico Italiano. Con lettera del 14 novembre, l’allora presidente generale conte Ugo di Vallepiana mi comunicò che lui stesso e il socio Giampaolo Guidobono Cavalchini avevano deciso di presentarmi per l’ammissione al Gruppo Centrale. Mi allegava il modulo da compilare in triplice copia.

Questa notizia evidentemente trapelò prima dell’ufficializzazione: mi giunsero voci che qualcuno sosteneva che il mio alpinismo era professionistico e che dunque non potevo essere ammesso. Con di Vallepiana mi accordai di spedirgli una lettera in cui esponevo la mia situazione professionale. Cosa che feci in effetti il 20 dicembre .

«Caro di Vallepiana, come promesso ti mando il mio curriculum lavorativo. Però penso sia utile mandarti anche l’elenco delle mie collaborazioni nel 1972 ai giornali, tecnici e no, remunerate (e fanne l’uso che vuoi: per me puoi anche leggerlo in assemblea). Sono esattamente:
Accredito n.2697, Qui Touring, 8.06.1972, lire 30.000;
Accredito n.3812, Qui Touring, 8.06.1972, lire 17.394;
Accredito n.3245, Qui Touring, 12.07.1972, lire 30.000;
Accredito n.3819, Qui Touring, 12.07.1972, lire 17.394;
Accredito n.3711, Qui Touring, 11.09.1972, lire 30.000;
Accredito n.3827, Qui Touring, 11.09.1972, lire 17.394;
Assegno per ottobre 1972 – Alpinismus, lire 18.000;
Assegno Gazzetta dello Sport (14.12.1972), lire 15.000.

Totale annuale: lire 175.182, quindi un ricavo mensile di lire 14.598.

(Trent’anni prima dell’introduzione dell’euro, il valore della lira era ben superiore a quello del 2002, però tanto per avere un’idea, le lire 14.598 del 1971 sarebbero corrisposte a euro 7,54, NdA)

Questo è il professionismo di cui mi si accusa. Tieni presente che io non do il nome ad alcun articolo sportivo, non faccio Caroselli, ho scritto un libro solo che non ho ancora finito di vendere e soprattutto sostengo che l’alpinismo professionistico non esiste: vedi il numero di settembre 1971 della Rivista Mensile del CAI.

Passiamo alle conferenze (ammesso che queste possano passare dal piano culturale al piano professionistico): nel 1972 ho tenuto esattamente n. 1 conferenze (a Mestre, 14 novembre 1972) con un ricavo di lire 35.000 (detratte spese di viaggio).

Se basta così, d’accordo, altrimenti posso illustrare anche il 1971, 1970, ecc., poi vediamo se qualcuno ha ancoravoglia di saltarmi addosso.

Lavoro mio:
dal 1969 al febbraio 1970, rappresentante di Cassin per Liguria, Piemonte (escluso Torino), Emilia e Alto Adige;
dal febbraio 1970 al maggio 1971, servizio militare alla Scuola Alpina di Moena;
dal giugno 1971 al settembre 1971, disoccupato;
dall’ottobre 1971 al settembre 1972, venditore per tutta l’Italia degli scarponi da sci Lange;
dall’ottobre 1972 al dicembre 1972, disoccupato.

Attività previste:
Devo prendere la rappresentanza di un occhiale da sci, di maglioni da sci e forse di una marca di sci (Rossignol). Per ciò che riguarda la mia attività con Alpinismus International devo precisare che non c’è collaborazione fissa: chi ci lavora come segretaria è mia moglie. Ho comunque accompagnato due viaggi a titolo gratuito (Nuova Guinea indonesiana e Nepal).

Sostengo tutto questo e vorrei solo trovarmi di fronte a chi sostiene idee così sballate sul mio conto. Comunque ti ringrazio moltissimo per la tua fiducia e il tuo interessamento».

In questa lettera mi guardai bene dal passare subito al contrattacco sostenendo per esempio che se io potevo essere definito un professionista, allora uno come Riccardo Cassin, stimato accademico che sulla montagna fece la sua meritata fortuna, come avrebbe dovuto essere chiamato? Per non citare anche parecchi altri nomi. Mi riservai queste osservazioni in caso di ulteriore progresso della diatriba. Ma per fortuna non ce ne fu bisogno, l’assemblea del gennaio 1973 mi accolse nelle fila dell’Accademico senza alcuna discussione.

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Una vita d’alpinismo – 40 – Una grande impresa all’antica ultima modifica: 2020-03-24T05:35:28+01:00 da GognaBlog

19 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 40 – Una grande impresa all’antica”

  1. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    Il sito Sherpa (“sherpa-gate.com”) ha pubblicato un articolo col seguente titolo: «Prima invernale alla direttissima Grassi delle Grandes Jorasses».
    Lo scritto è di Yann Borgnet, uno degli autori della salita. Pure lui scrive: «Direttissima Grassi: 1ª invernale alle Grandes Jorasses».
    … … …
    Pure Borgnet «scrive giusto per schiacciare i tasti»?
    Pure Borgnet «denota una scarsa conoscenza di luoghi e dinamiche che forse ha visto solo da lontano o, piú plausibilmente, per sentito dire»?
    Pure Borgnet «allunga il brodo senza dire nulla»?

  2. 18
    antonio.massettini says:

    leggo a distanza di giorni questo bell’articolo e i relativi commenti. anche a me da fastidio che trovino spazio commentatori maleducati, antipatici e solo provocatori. insozzano il blog, meglio sarebbe che non ci fossero.

  3. 17
    Fabio Bertoncelli says:

    “Gian”, nel mio precedente commento ho cercato di giustificare le tue parole rancorose come effetto di un’incomprensione tra quanto avevo scritto io e quanto avevi capito tu. Speravo cosí di avere risolto la questione. Ma, evidentemente, non era quello il motivo.
    … … …
    Facci un favore: vai sulla sud. E portati dietro le tue paturnie: non si sopportano.
    Ora ti saluto: preferisco affrontare le notizie del coronavirus. Quelli sono problemi veri.
     

  4. 16
    Gian says:

    non ho perso alcun controllo, ho solo trovato inutile e fastidioso parlare di un mostro sacro della storia dell’alpinismo come di un qualcosa che si conosce dimostrando invece di aver preso qua e la qualche nozioncella… imbastendo tre post banali che non dicono nulla.
    la sud delle jorasess va dallo spallone del tour, dove sta il dietro Machetto e un paio di miti dell’arrampicata anni 80/90 come etoiles filante e abyss di Piola,  sin quasi alla cresta di Tronchey;  se proprio vuoi parlare della sud e di grassi  su quella parete ci sono due vie sue , l’hypercoluir, salito da Grassi e Comino nell’epoca pionieristica del ghiaccio difficile, ancora con attrezzi semi tradizionali e la via in ricordo di Comino, che è quella a cui fai riferimento tu, (salita da Grassi; Luzi e Rossi a giugno del 1985, in condizioni stranamente e eccezionalmente invernali – quindi come vedi – la stagione c’entra poco su certe salite e oggi la classificazione del cui anni 70 c’entra ancor meno, se vuoi fare alcune vie classiche devi necessariamente andarci d’inverno o al massimo a inizio stagione, altrimenti non le sali, a riprova del fatto che dimostri di conoscere poco quello su cui pontifichi), e da cui si diparte en Plein Sud, la via  di Sanguineti e soci. LA via in ricordo di Comino  è stata ripetuta solo a gennaio di quest’anno da due francesi, a riprova del fatto che si tratta di un versante assai particolare e che oggi la tradizionale distinzione estiva invernale non significa più nulla e per salire certe vie è solo necessario attendere le condizioni (principio che vale, assai più banalmente, per qualunque salita di ghiaccio, misto o cascata anche assai meno estrema, oggi il clima ha mutato radicalmente le regole di ingaggio).
    mi da semplicemente noia  la banalità e l’approssimazione di chi scrive solo per allungare il brodo senza dire nulla, fenomeno quanto mai diffuso e che mi pare  in espansione anche in questo blog.

  5. 15
    Fabio Bertoncelli says:

    “Gian”, davvero hai perso il controllo solo perché ho specificato “quindi non in inverno”? L’hai interpretato come se fosse una denigrazione? Addirittura?
    E invece – pensa un po’ – l’ho scritto semplicemente per rilevare che il mio ricordo era sbagliato: è stata un’ammissione di errore. Errore mio. Tutto qui.
    … … …
    Un’ammissione di errore è stata intesa come denigrazione: insomma, l’otto per il diciotto.
    Ma anche se fosse stato quel caso, perché usare un tono tanto indisponente?
     

  6. 14
    gian says:

    sono rilassatissimo, caro…
    rilevo solo che ha scritto tre post inutili, che nulla aggiungono al tema, che denotano una scarsa conoscenza  di luoghi e dinamiche che forse hai visto solo da lontano o, più plausibilmente, per sentito dire.
    la salita di Sanguineti e soci è una salita importante, la stagione astronomica conta poco e la sud delle jorasses, come molti altri luoghi, se ne frega di quello che ti ha spiegato il maestro. 
    Ergo la notazione “dunque non d’inverno” lascia il tempo che trova, come buona parte di quello che scrivi.
    Tutto qui.  
     

  7. 13
    Fabio Bertoncelli says:

    Sí, “gian”, io ho nozione che l’inverno astronomico inizia il 21 dicembre e termina il 20 marzo, con lievi variazioni di poche ore da un anno all’altro. Questo mi ha insegnato il maestro in seconda elementare.
    Tu, il giorno della lezione, eri a casa ammalato?
     
    Questo fu pure concordato universalmente negli ambienti alpinistici durante la seconda metà degli anni Settanta, allo scopo di stabilire regole certe ed evitare che ascensioni compiute alla fine di marzo o agli inizi di aprile fossero classificate come invernali. Tu c’eri già allora?
    … … …
    Inoltre ti consiglio vivamente venti gocce di EN alla mattina e altrettante alla sera. Non servono a guarire dalla maleducazione, dall’arroganza, dalla boria, ma forse ti potranno essere utili per trattenere i tuoi scatti di nervi.
    Nervi fragili, vedo.
    … … …
    E poi con chi ho parlato finora? con “gian”? con un fantasma? 

  8. 12
    gian says:

    “il 22 maggio 2010 (quindi non in inverno)”
    hai una vaga idea di cosa stai parlando?
    le categorie inverno ed estate non sono applicabili ad itinerari di tal  genere, che sono salibili solo in presenza di particolari condizioni, che si verificano del tutto occasionalmente e raramente.
    peraltro maggio, sul bianco, a seconda della stagione, può significare inverno avanzato o inizio primavera. quando si scrive giusto per schiacciare i tasti…. 
     

  9. 11
    Fabio Bertoncelli says:

    Una ricerca in Rete di dieci secondi mi ha permesso di sapere tutto.
    Il colatoio di destra della parete sud (Via Plein Sud) è stato superato in prima ascensione da Sergio De Leo, Michel Coranotte, Marcello Sanguineti e Marco Appino, il 22 maggio 2010 (quindi non in inverno). Fonte: PlanetMountain.com.
     

  10. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    Vi riporto il commento della Guide Vallot (di Gino Buscaini e Lucien Devies, volume IV, 1979) sulla voie Gogna-Machetto” (it. 211):
    «Grande et belle escalade de 1100 m de hauteur env., TD avec passages de VI dans les premiers 150 m. La première partie est exposée à de sérieux dangers objectifs.»
     

  11. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Sulla sud si trova una celebre via di Giancarlo Grassi. Il tracciato segue il colatoio di ghiaccio nel settore sinistro della parete; il colatoio fu raggiunto dopo un’espostissima traversata orizzontale per una cengia nevosa visibile in foto. Insomma, un couloir fantasma, alla Grassi.
     
    Nella parte destra si nota un profondo solco, inconfondibile, su cui si sviluppa un altro colatoio di ghiaccio; lo si vede nelle fotografie. Mi pare di aver letto in Rete – ma una verifica sarebbe opportuna – che anch’esso è stato salito, qualche anno fa, durante la stagione invernale. Brrr… (non per il freddo, ma per il resto).
     

  12. 8
    Fabio Bertoncelli says:

    Chissà se la via Gogna-Machetto sulla parete sud delle Grandes Jorasses è mai stata ripetuta?
    C’è da grattarsi in testa: “È una muraglia infernalmente viva”
    😬😬😬

  13. 7
    Grazia says:

    Grazie per la pubblicazione di questo racconto, che ci trasporta nella dimensione del viaggio e delle avventure che vorremmo vivere invece di stare a casa.
    E grazie al quadro offerto da Marcello 2., che mi ha regalato qualche risata! 

  14. 6

    Nel raccontare storie di vita vissuta non ci vedo nessuna caduta di stile, anzi, la schiettezza e la comunicazione diretta le ritengo il migliore degli stili, anche se si (s) parla di qualcuno, quando questo corrisponde alla verità.Tacere, o ancor peggio cancellare, cose scomode (vorrei vedere chi ne parla bene di quello là…ma questo è una altro discorso) fa parte dello stile imperante e quindi accettato dalla massa di chi non si sforza di pensare e di farsi una propria idea. Almeno, così io la penso.
    Alessandro continua così!

  15. 5
    piero says:

    a me invece la pubblicazione di una lettera così personale, che tra l’altro contiene apprezzamenti pesanti su terze persone note, sembra una decisa e significativa caduta di stile 

  16. 4
    Roberto Bozzo says:

    100% avventura! Grazie bel racconto.

  17. 3
    Andrea Parmeggiani says:

    Veramente da leggere il resoconto del viaggio di Ornella!! 
    Bel racconto!

  18. 2

    A parte le meschinerie degli alpinisti messe a nudo coraggiosamente nel racconto, la parte più bella e interessante mi sono sembrate le lettere di Nella con tanto di parolacce. Mi ha fatto tornare alla mente una stagione estiva che passò in Dolomiti (con Ornella Calza e Elena Morlacchi) in cui arrampicammo un po’ dappertutto incontrandoci a singhiozzo, visto che io avevo iniziato a fare la guida.Però devo dire che quello che più mi ha intrigato è stato il pressapochismo organizzativo di Tenti (che manco sarà stato l’unico) perché, avendo avuto un’agenzia di trekking e spedizioni, so benissimo di cosa si tratta. Le imprecazioni dirette agli Sherpa in dialetto sono anche lo specchio del camionista bergamasco grugnante in canottiera durante quella delirante trasmisssione televisiva che era Overland. La mia non è invidia ma solo vergogna di essere italiano e, chiuso il discorso!
    Invece “il guado” è cosa che da sempre ha stimolato i miei studi antropologici personali. Quando facevo l’istruttore ai corsi guida era un esempio che facevo sempre e ancora lo faccio con i clienti quando succede.
    Fateci caso, se un gruppo di trekkers si muove con a capo una guida su terreno selvatico (cioè dove ad es. dove sui corsi d’acqua non ci sono ponti per l’attraversamento), e incontra un torrente da guadare, succederà così:
    1) se la guida è tedesca, svizzera, britannica o austriaca sceglierà quello che gli sembrerà il punto migliore per attraversare  e gli altri lo seguiranno e tutti insieme saranno dall’altra parte velocemente.
    2) se la guida è francese lo seguirà metà del gruppo e l’altra metà seguirà la vice-guida che inconsciamente avrà nominato già dall’inizio perché la guida ufficiale non gli era simpatica.
    3) se la guida è nordamericana metà del gruppo rischierà l’annegamento per fare delle foto e l’altra metà andrà a bagno fino al collo, ma tutto sommato attraverseranno piuttosto velocemente e si rimetteranno in cammino subito senza commenti.
    4) se la guida è italiana o (ancor peggio) spagnola, argentina, brasiliana o comunque latina, succederà che il gruppo osserverà dove attraversa la guida e subito dopo ognuno dei componenti individuerà il punto migliore, secondo ciascuno, per l’attraversamento. Ma non finisce qui. Appena individuato suddetto “punto migliore personale” ogni componente lo urlerà a tutti glia altri dicendo “venite qui che è meglio!”. Risultato: nessuno capirà nulla, vista la contemporaneità delle urla, e l’attraversamento richiederà tantissimo tempo. Una volta ricompattato il gruppo si discuterà su chi aveva ragione prima di ripartire perdendo ulteriore tempo. La prima mezzora di cammino, una volta ripartiti, sarà dedicata a parlare del guado e ognuno continuerà a gridare che dov’è passato lui era comodissimmo e meglio degli altri punti.
    I latini, per la loro individualità spiccata e la disorganizzazione di squadra innata e fortemente radicata in ognuno, praticano costantemente quello che io definisco (dopo decenni di studi, all’Università della Vita Agreste) il “Combattimento dell’errore in seconda battuta”. Mi spiego. Se uno segue un leader lungo un sentiero incerto vedrà cosa fa il capofila. Appena costui manifesta un minimo di lecita esitazione, perché deve esaminare il percorso prima di prendere la decisione su dove sarà meglio passare,  ecco che chi segue inizia a esaminare a sua volta soluzioni diverse escludendo quella incerta che il leader sta per intraprendere, secondo chi segue. Quindi il gruppo si scinde e i leader diventano più d’uno perché il fenomeno si ripete nelle file posteriori. Risultato: per ricompattare il gruppo occorre molto tempo ed energie, perché non è detto che le soluzioni alternative a quelle del leader ufficiale siano state migliori.Succede un po’ come quando si è ammalati e ci si affida a un medico perché si crede in lui. Se si chiedesse un parere a più medici si avrebbero soluzioni (proposte) diverse, quindi a un certo punto bisogna seguire quello che più ci convince. Se il paziente muore, ci sarà sempre chi accuserà le cure del medico “assassino” perché altri proponevano soluzioni migliori…E’ la natura umana che si manifesta e ogni etnia ne ha di diverse (a linee generali ovviamente, ma generalizzare è maledettamente comodo per spiegarsi) che, secondo me costituiscono ricchezza. Nessuno ha ragione.

  19. 1
    Carlo Crovella says:

    Che ambientino al campo base del Noshq! “donne con arie da padrone che girano per il campo con gli occhi pitturati di blu e verde”…
    Ci mancava solo il frustino|
    E che tipaccio Beppe Tenti! pensare che quando l’ho incontrato qui in Italia, Torino ecc, non mi aveva dato quell’idea… è proprio vero che la montagna tira fuori la personalità più profonda di ognuno…
    Curioso anche il particolare che Messner, aspettando altri compagni, abbia avuto problemi di congelamento (seppur al piede già martoriato)… 
    Nelle prossime puntate scopriremo se il sogno di un viaggio a due si concretizzerà o no…
     
     

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