Una vita d’alpinismo – 48 – Annapurna 1973 – 1

Annapurna 1973 – 1 (1-3) (AG 1973-002)

La vetta, quale fu amata, vista, anzi creata dalla forza di un cuore solitario, non avrà avuto che un sol giorno di vita. In questo, essa sarà fanciulla gaudiosa: dopo, per gli epigoni, piccolissimi, non esisterà che un pallido simulacro di essa, a guisa di imbellettata cortigiana, che diverrà putrefatto cadavere per le legioni dei quadrumani che si addenseranno e ammasseranno nei certissimi domani dell’alpinismo demagogico (Franco Grottanelli, Se questa è stata la vita).

Un’infinità di volte ho pensato che un fallimento sarebbe tristissimo; ho sempre puntato però sul fatto che il comun denominatore di tutti i componenti fosse di raggiungere la vetta a qualunque costo (Guido Machetto, Annapurna).

Quale spedizione?
Siamo al Blue Star Hotel, a Kathmandu: Miller, Leo ed io nella stessa stanza. La partenza per Pokhara nei pullmini è prevista per il giorno dopo, molto presto.

Ricordo di aver scommesso con loro tre birre: si trattava di definire dove un oggetto si trovava, non ricordo neppure più quale. Ma poi mi viene in mente che forse l’oggetto della disputa si trovava dove dicevano loro e non dove avevo sostenuto io. Disdico la scommessa, prima della verifica ed entrambi mi danno del disonesto.

Febbraio 1973, formazione originaria della spedizione all’Annapurna. Courmayeur. Da sinistra, Alessandro Gogna, Cosimo Zappelli, Guido Machetto, Carmelo Di Pietro, Giorgio Bertone e (davanti) Gianni Calcagno, Carlo Zonta, Miller Rava.

– Se mi è venuto in mente un nuovo particolare, è giusto che mi regoli di conseguenza – mi difendo. – Anzi, se avessi nel frattempo avuto maggiori certezze sull’avere ragione io, avrei potuto raddoppiare la posta!

– Sei tortuoso – mi accusano. – Tu avresti dovuto avere il nostro consenso prima di poter raddoppiare la posta. Perciò è giusto che tu abbia il nostro consenso prima di eliminare la scommessa!

– Ragazzi, questa volta mi avete fregato.

L’argomento poi scivola sulle tensioni che si erano sviluppate tra il nostro gruppetto e gli altri. E non eravamo neppure ancora partiti… Questa conversazione tra Miller, Leo e me è la fedele trascrizione di un nastro registrato.

Pisa, agosto 1973, Zonta, Machetto, Calcagno, Pomodoro, Gogna (di spalle)

M – Domattina si parte senza colazione?
A – Basta che non ci sia qualcuno che non parta senza volerlo…
M – Già. Basta che qualcuno abbia voglia di mangiare.
A – Basta volerlo tutti.
M – E’ importante che chi vuole fare colazione non sia uno di noi. Meglio sia un altro a esprimere il desiderio. Perché di questi tempi è meglio appoggiare le idee altrui piuttosto che averne delle proprie…
A – Questo l’ho capito 2-3 giorni fa. Così ho deciso di seguire la mia strada.
M – Cioè?
A – A questo punto non mi interessa più un cazzo di nulla. Mi interessa solo di arrivare in vetta.
M – Incredibile. Incredibile le volte che pensiamo la stessa cosa.
L – È incredibile però quanto traspaia: sei disimpegnato, distratto. Mai visto l’Alessandro così sereno e olimpico.
A – Questa doveva essere la spedizione di tutti noi e invece se continua così…
M – A proposito di “spedizione di tutti” – interrompe Miller – qualche mese fa il “leader” mi disse: questa spedizione siamo noi sei. Un mese fa, con me presente, dice: questa spedizione siamo noi quattro, cioè lui, Gianni, Carmelo e te. Ho il vago timore che la prossima volta riduca a tre…
L – Noi due…
M – Noi tre, ha detto.
L – No, Carmelo non conta…
A – Ma a quel punto andremo in maggioranza!
M – Sì, la maggioranza silenziosa.
A – Tanto silenziosa, no. Comunque non siamo la maggioranza perché c’è gente inerte… Vero o no?
L – Sì, certo.
A – Inerte… più che altro che non conta da un punto di vista decisionale.

Annapurna, spedizione italiana 1973 a Pisa. Da sinistra: Vasco Taldo, Gianni Calcagno, Carlo Zonta, Miller Rava, Carmelo Di Pietro, Guido Machetto, Angelo Nerli, Lorenzo Pomodoro, Alessandro Gogna, Rino Prina, Leo Cerruti.

L – Io non riesco a capire il perché di questa metamorfosi. Nei miei confronti è un discorso vecchio e annoso e ormai ci ho fatto il callo. Mi sorprende per voi due.

M – Ma per me si capisce, io non ho avuto alcun ruolo di prim’ordine in questa spedizione. Diciamo che l’unico merito che ho è di aver creduto fin dal primo momento in questa spedizione, senza neppure sapere ancora dove si andava: ecco perché Guido Machetto non mi manda apertamente affanculo. In più Guido un giorno la pensa in un modo e un giorno in un altro.

L – L’ho trovato molto bene Guido. Mi sembra equilibrato, cosa che non è mai successa. Però nei tuoi confronti…

A – Non lo so, ma questo mi ha costretto a cambiare atteggiamento. Sembra che gli rompo il cazzo qualunque cosa chiedo. L’unica cosa che mi hanno chiesto di fare è di dare leccate ai francobolli. Cristo! Adesso la spedizione è in mano loro, sanno cosa c’è in quel bagaglio e cosa non c’è, tutti i segreti e le carte li hanno loro. Posso capire di essere rimasto un po’ escluso. Ma questo non basta a giustificare quella spocchia!

4 agosto 1973, Milano Linate, in partenza per Kathmandu. Da sinistra, Taldo, Pomodoro, Zonta, Cerruti, Gogna, Rava, Prina.

L – Scostante. Ingiustificato. Con manifesti tentativi di alleanze. Trattano bene gli altri, dicono ogni cosa agli altri, a noi non dicono un cazzo. Solo all’ultimo minuto, quando non ne possono fare a meno. Ma io devo prendermela? Tanto siamo in avvio. Quando saremo in azione si vedrà chi ha la testa più dura. E quanto a testa dura, vorrei solo vedere…

A – E per cominciare mi rifiuto di dormire con chi mi viene imposto dall’alto. Per esempio, se devo dormire con Vasco Taldo, benissimo. Ma non perché mi è imposto, specie con questo clima.
M – A meno che non sia la Dominique…
L – Ah, beh!

M – Guido ha messo giù delle tabelle… Pensa, io dovrei essere con lui perché ritiene che io possa divertirlo raccontandogli le barzellette…
L – Il giullare!
M – Ci deve essere comunicazione. Cosa m’importa che Guido mi gratifichi dall’alto con le sue auguste risate?

Kathmandu, agosto 1973. Foto: Leo Cerruti

A – Non solo. Poi gli devi fare i favori. So io cosa è nei bivacchi… Oh, non muove mai un dito. Tanto bravo, però non muove mai il cazzo d’un dito.

M – Poi l’idea di stare in tenda sempre con lui… Allora preferisco come capita capita. Si va al C2, m’infilo in tenda e chi s’infila dopo di me ben venga. Le preferenze le vedremo.

L – Però va bene che le cose si siano già un po’ sistemate. Per esempio, Pomodoro, Zonta e Prina vanno benissimo assieme.
M – Sì, ma in tenda i posti sono solo due.
L – Quello è un po’ un casino.
A – Non è un problema.

L – A me basta che non mi mettano con Lorenzo Pomodoro. Io con chi dovrei dormire, per esempio?
M – Tu dovresti essere con Rino Prina.
A – Perché, con Rino non ci dorme Guido?

M – Io gli dirò che se ci deve essere uno che diverte, voglio essere io il divertito. No? O che diverta anche me. Visto che me lo ha detto chiaramente…

L – Ma perché uno non può scegliere liberamente? Io non sapevo nulla di questo. Voi lo sapevate e io a volte non chiedo per non rompere i coglioni. Tu, Alessandro, a volte non parli per appianare le questioni, ma mi ha molto disturbato non sapere con chi ero. Lorenzo lo strozzo dopo una settimana… e se mi mettono con Zonta… ma perché, Cristo, con uno che non parla mai, non ti dice mai un cazzo…
M – Russa…

Agosto 1973, Kathmandu. Rava e Cerruti con alcune turiste.

L – Ma io preferisco stare da solo. Io sono principalmente amico tuo, Alessandro. Perché non ci mettono insieme? Certo, non vorrei turbare i progetti di cordate di punta…
M – Ma quali cordate di punta? Quelle che si definiscono nelle tende al campo base?
A – Che io sappia non si è mai parlato di cordata di punta. Forse era meglio farlo.
M – Ma tu e Gianni, no?
A – Io e Gianni! Sarà mica questo il modo migliore per fare una cordata di punta! Quasi non mi saluta! In fin dei conti il permesso l’ho comprato io.

L – Quello che è toccante è Carmelo.
M – Sì, padronale… il padrone delle ferriere. Una putrella nel culo.
A – Io sono sicuro che tutto va a posto quando si comincia a tirare la lingua fuori.

M – Due anni fa, platealmente in Karakorum con Guido e gli altri ci fu una discussione plateale, perché c’era poco tempo a disposizione, solo per una cordata. Poi invece ci siamo andati in sette…

Tra Kathmandu e Pokhara

A – Qui però non è possibile. E bisogna fare lavoro d’equipe, anche. Lo ripeto: se le cose rimangono così, penserò solo ad andare in vetta. Spero che cambi e di accorgermene subito. Da quando siamo qui ho il più totale disinteresse. Sarà sbagliato, ma è quasi obbligatorio.

L – Capisco. Però dovresti essere un pelo più saggio, perché forse facendo così tu esasperi una situazione che forse con un po’ di buona volontà… e con meno orgoglio…

A – Giusto, ma assolutamente inaccettabile! Mi sembra il discorso di mia moglie. Perché, dovrei essere sempre io a fare il primo passo?
M – E’ stato detto prima che non conviene mai fare il primo passo per non avere critiche.
A – O abbiamo del tutto ragione oppure del tutto torto.
M – Una cosa tira l’altra. Siamo a metà.

La cartolina della Spedizione

L – Io sono convinto di non avere torto. Sono sceso dall’aereo tutto preso, voglioso di sbattermi. Non mi hanno detto di fare un cazzo. Non solo, sembrava anche che Carmelo mi dicesse solo le cose che potevano andare male, negativo. Come dire, tu non pensare a niente, mangia e bevi che al resto pensiamo noi.
A – E poi te lo faranno cadere dall’alto.

L – Quindi, dove abbiamo sbagliato? Nell’essere stati un po’ frivoli e menefreghisti? Ma anche questa è stata una reazione a un comportamento offensivo.
A – Io, arrivato qui, avevo intenzione di correre per uffici.
L – Ma anch’io, non sono mica venuto a fare la belina qui a Kathmandu, non scherziamo! Da parte loro non c’è stato alcun accenno a dire: toh, fate questo. Anzi, l’esatto contrario.
M – Mah, per me ciò che entra di qua esce di là.

A – L’ultima è quella dell’assicurazione. Guido mi aveva detto ieri: mi sa che dovrai fermarti qui qualche giorno per pagare l’assicurazione per i portatori e aspettare l’ufficiale di collegamento che venerdì non sarà ancora pronto. Va bene, dico io. Oggi vengo a sapere, non direttamente, che si fermerà Gianni. A me va anche bene, perché continuare le pratiche che hanno incominciato loro non è una buona soluzione. Però, perché non dirmelo? Bastava conservare un po’ di forma, dire i motivi. Cristo, che cerchino di conservare un po’ di calore umano, se no gli spacco la faccia! Vado su, mi acclimato e poi vedremo.

Il retro della cartolina della Spedizione, firmata dagli 11 membri.

L – Guarda la storia delle radio. Io non volevo mica portarle per parlare con mia moglie. Se si può bene, se no pazienza. E invece sono loro a dirmi che IO le volevo, per dirmi in pratica che io come alpinista non ho i coglioni. Nel caso Pomodoro potrei essere più tollerante. Ma io a Gianni cosa ho fatto? Mi saluta appena…
A – Io non saluto più nessuno per primo.

L – Tanto per dare un’idea, una volta Gianni mi diceva “Ciao, ridicolo”, e io rispondevo più o meno per le rime. Era come un rituale. Cosa avrò fatto mai? Se ritengono che io qui non sia al mio posto, che mi rimandino a casa. Perché o servo o non servo.
A – Loro vogliono farti pensare che sono bravi.
L – Ma chi lo nega? Siete bravissimi!
A – Se gli lecchi un po’ il culo…
M – Finché c’è gente più adusa alle lusinghe che all’amicizia…

Nepal, Pokhara, Annapurna e Machapuchare

A – Di Carmelo, chissenefrega. Non conta. E per la verità ieri con Gianni c’è stato un accenno al dialogo, sempre un po’ in cattedra, ma comunque senza spocchiosità. Io sto migliorando, però. Mi ha detto che avremo 300 portatori e che ora noi abbiamo solo 100 paia di scarpe per loro. Carmelo ieri m’ha detto che di scarpe al mercato non ce n’è. Poi sembra che per andare al campo base bisogna attraversare una foresta di bambù. Figurati i piedi di quei poveretti. Magari però lo sherpa che ha detto questo era passato da un’altra parte. Su nessun libro io ho mai letto di foreste di bambù… Stavo per dirlo, ma ho taciuto. E così mi son trattenuto dal chiedergli perché non era andato dal grossista di scarpe, invece che al mercato. Se avessi parlato, avrei peggiorato le cose, sia per i rapporti che per il mio nervoso personale.

E senti questa: ieri, avevo con me otto passaporti e anche otto biglietti aerei. Guido, gli ho detto, mancano solo i vostri tre. Cosa facciamo? Io propendevo per lasciarli in custodia a Mark (della Lufthansa): da Mark avrei anche potuto fare il telex in Europa che altrimenti nessuno avrebbe fatto, perché con loro occorre anche capire ciò che faranno di sicuro e ciò che altrettanto per certo NON faranno. Appena Guido lo ha capito, subito ha sentenziato: lasciamoli in albergo. E ancora: occorreva decidere se all’albergo li avrei lasciati in custodia io (che ne avevo già 8 e 8) oppure loro. Nessuna decisione è stata presa e così ho girato tutto il giorno per Kathmandu con i biglietti e i passaporti nello zaino.

Al di fuori dell’albergo il brulichio di gente, biciclette e taxi era ormai in diminuzione. Anche il caldo s’allontanava e i marciapiedi non emanavano più soffocanti vampate di calore. I negozi erano ancora aperti e noi chiacchierando giravamo sen­za meta. In quell’aria vespertina era l’odore di Kathmandu, vi­vace e penetrante. Comprammo qualche dolcetto da un ambu­lante, l’uomo era simpatico e teneva lì accanto una scimmia di compagnia che ci faceva le boccacce.

Annapurna 1973, Pokhara, Guido Machetto e Gianni Calcagno. Foto: Leo Cerruti

Non capire non basta
19 agosto 1973. Pokhara. Miller Rava leggeva un libro curioso, un’introduzione alla dottrina zen di Daisetsu Teitarō Suzuki, un’opera che subito ci fece ridere, specialmente leggendo dei castighi e delle bastonate che i mae­stri infliggevano agli allievi, ma che in seguito ci prese più di quanto si poteva supporre.

Per scherzo ne citavamo le massime e così quella sera ride­vamo del nostro compagno Carlo Zonta, un tipo abbastanza silenzioso. Anche questa conversazione tra Miller, Leo e me è la fedele trascrizione di un nastro registrato.

M – Zonta. Io so­no un cacciatore di silenzi e quali tesori, scoperti nei silenzi, fi­ducioso, potrò donare? oppure di Carmelo Di Pietro, un tipo refrattario ad ogni problematica: Di Pietro, ovvero la dottrina del vuoto mentale.

E sentite il significato del sutra di Win Men Nan Lang: “Non vi è morte, non vi è nascita, non vi è sentiero!”.

A – ‘Sto dialogo è bestiale: “Ken Lan si recò da Sin Tu e gli chiese: qual è l’idea del Dhar­ma che è venuta dall’Ovest? Sin Tu: chiedilo a quel palo lag­giù! Ken Lan: non capisco! Sin Tu: neppure io!”.

M – Dicendo che è un bluff ti metti in posizione di «non pensiero» e quindi dovresti essere in pie­no accordo con lo zen!

L – E’ tutta una montatura. Come è venuta di moda la macrobiotica, anche le filosofie orientali sono nient’altro che «consumo» sapientemente proposto dagli edi­tori per mezzo di riesumazioni di cose così antiche che magari aveva­no anche un senso, ma solo nel contesto del loro tempo e della loro civiltà.

M – Questo testo sarà davvero la traduzione letterale di qualche vecchia dottrina?

Annapurna 1973, Pokhara, Di Pietro, Machetto, Calcagno. Foto: Leo Cerruti

L – Io non dico che questo è un bluff. Non ho letto il libro e se lo leggessi non ci capirei niente. Ma ci può anche essere malafede. Vicino a casa mia hanno aperto un locale macrobiotico. Vedessi come ruminano bene…! E questo qui è Yin e questo è Yang! Voi ci capite qualcosa?

A – No, qui bisogna vedere le cose con un’altra chiave! La logica non serve a nulla. Se si usa una chiave diversa, capisci tutto.
L – Il più è trovarla.
A – Ma non c’è un’introduzione su quel libro?
M – Sì, e questi sono esempi.
A – Altro che macrobiotica… questo è stato scritto circa nel 900 d.C.
L – Può darsi che l’editore l’abbia riesumato per via della moda.
M – Ci può essere una differenza di livelli di comprensione.

A – “Il Maestro mandò il suo servo a chiamare Jitz Sung. Quando questi arrivò il Maestro gli disse: ho appena mandato a cercare Jitz Sung, ossia Wetz Teng. Quando questi arrivò, il Maestro disse ‘A cosa serve che tu sia venuto?’. Jitz Sung non replicò”.

L – Appunto, dico. O io sono “abbelinato” (a Leo piaceva adoperare colorite le espressioni genovesi che di solito usavo io), oppure…

A – No, è un altro tipo di pensiero. Ammetti che su questa terra ci possa essere qualche altro essere vivente con procedimenti mentali diversi dai tuoi? Se vi parlate, la comprensione reciproca sarà nulla. Come due lingue diverse.Tu, Miller, non hai letto nulla di più chiaro al riguardo? E guarda che se non m’illumini “ti colpisco con trenta nerbate”!

Annapurna 1973, Pokhara. L’ingaggio dei portatori. Foto: Leo Cerruti

L – Tra l’altro, pare che qui a far domande ti prendi solo delle bastonate perché vuol dire che non hai ancora capito niente.
A – E se taci?

M – “Vedendo avvicinarsi un monaco, Te Tsang chiuse il portone. Il monaco raggiunse il portone e bussò. Il Maestro disse: ‘Chi sei?’. ‘Sono un leone’. Il Maestro aprì il portone e il monaco s’inchinò fino a terra. Vedendo questo il Maestro gli montò a cavalcioni sul collo e disse: ‘Oh, animale, perché vai gironzolando qui, ossia nel Monastero?’”.
A – Eppure c’è una chiave…

M – Questo dice già qualcosa: “Lung Hian domandò: ‘Se minacciassi di tagliarti la testa con la spada più affilata del mondo cosa faresti?’. Il Maestro rientrò la testa nelle spalle. Lung Hian disse: ‘La tua testa è staccata’. Il Maestro sorrise. In seguito Lung Hian andò da Tung San e gli narrò questo episodio. Tung San chiese: ‘Cosa disse Teng San?’. Lung Hian: ‘Non disse nulla’. Tung San: ‘Non dire ch’egli non disse nulla, mostrami la testa che hai tagliato’. Lung Hian riconobbe il proprio errore e si scusò. Qualcuno riferì questa storia a Teng San, che osservò: ‘Il vecchio Tung San non ha giudizio: quell’uomo, Lung Hian, è già morto da tempo e a cosa serve cercare di salvarlo?’”.

Angelo Nerli e Miller Rava a Pokhara. Annapurna 1973.

M – “Un monaco chiese: ‘Cos’è il Bodhi, l’Illuminazione?’. Il Maestro rispose: ‘Non spargere qui la tua sporcizia!’. Un altro monaco domandò a Wei Huan: ‘Dov’è il Tao?’. ‘Proprio davanti a noi’. ‘Perché non lo vedo?’. ‘Non puoi vederlo a causa del tuo egoi­smo’. ‘Se non posso vederlo a causa del mio egoismo, può vederlo la Tua reverenza?’. ‘Finché vi è un lo e un Tu la situazione si com­plica e non si può vedere il Tao’. ‘Ma quando non vi è né lo né Tu, lo si vede?’. ‘Quando non vi è né lo né Tu, chi cerca di ve­derlo?’”.

Miller conclude che occorre arrivare al vuoto mentale, quando si arriva alla perfezione del pensiero, è inutile pensare. Sappiamo che il fine dell’arrampicata è la non-arrampicata. Dissi: “Quando rido di quello che leggo è perché non ho capito ancora nulla. E lo stesso se piango, mentre leggo”.

Le nostre discussioni sullo zen non sarebbero finite lì, ricordo che ci sforzavamo di essere zen enunciando le massime che sembravano più insulse o più dementi. La tragica spedizione era appena cominciata, anche se quelli erano ancora giorni senza pensieri.

Annapurna 1973: Il medico Angelo Nerli visita uno sherpa assistito da Leo Cerruti

Annapurna 1, sperone nord-ovest
Spedizione dei CAI di Busto Arsizio del 1973. Capo-spedizione: Guido Machetto. Vice-capo: Carmelo di Pietro. Medico: Angelo Nerli. Altri componenti: Gianni Calcagno, Leo Cerruti, Alessandro Gogna, Lo­renzo Pomodoro, Rino Prina Cerai, Miller Rava, Vasco Taldo, Carlo Zonta.

Il 4 agosto 1973 Guido, Gianni e Carmelo lasciano in volo Milano per Katmandu: precedono gli altri del gruppo per seguire lo sdoganamento dei materiali e svolgere le pratiche della burocrazia nepalese.

Annapurna, spedizione italiana 1973, Alessandro Gogna (in primo piano) e Miller Rava a Pokhara.

Il 13 agosto, assieme a Carlo, Leo, Miller, Lorenzo, Rino e Vasco decolliamo da Milano alla volta del Nepal. Il professor Nerli partirà pochi giorni dopo.

La spedizione era nata giovane e originale. La sezione del CAI di una cittadina lombarda, Busto Arsizio, aveva pensato per il suo cinquantenario nel 1973 di promuovere qualcosa di bello: Car­melo di Pietro pensò al nostro gruppo e così nacque l’idea di un Ottomila. Le sei persone che inizialmente formarono il pro­getto si diedero da fare tutte insieme per la realizzazione. Con ciò rifiutando lo spirito burocratico, politico e a volte milita­resco con il quale fino ad allora erano state organizzate le spe­dizioni, specialmente in Italia. La forza che ci animava in que­sto senso era già un successo: dopo sei mesi di lavoro intenso partimmo pieni di belle speranze.

Durante la marcia di avvicinamento dormivo sempre in ten­da con Leo Cerruti e Miller Rava e parlavamo. All’inizio consideravamo questo gruppo di persone che voleva scalare l’Annapur­na per una via nuova come undici individualità, ma teoricamente unite dallo stesso desiderio e dall’amicizia, che sarebbero arri­vate solo dopo molti giorni allo stesso punto comune, a prezzo di undici esperienze mentali diverse. A questo adattamento oc­correva assoggettarsi di buona volontà: volevamo evitare la vittoria a tutti i costi, ci interessava una vittoria comunitaria. Che fosse solo un’utopia, una produzione cerebrale nostra che non avrebbe mai trovato riscontro nella realtà, fu chiaro ancora prima di partire. Rimaneva valido il rilancio sulla ribalta internazionale degli scalatori italiani incapaci, ormai dal 1959, di vincere e dire una parola importante sulle grandi montagne asiatiche.

Annapurna 1973: in marcia verso la Kali Gandaki. Da sinistra, Cerruti, Prina, Gogna.

Giunti a Pokhara il 17 agosto sera, dopo tre giorni pieni di preparativi ne ripartiamo, finalmente a piedi, il 21 agosto 1973; undici alpinisti, dieci sherpa, due corridori postali, un capo sherpa (il sirdar Ang Norbu), un ufficiale di collegamento, trecentodue coolies. I quali si sono ormai organizzati. Ogni cinquanta portatori, un capo responsabile della disciplina, ma anche del rispetto di certi patti, stabiliti prima ma suscettibili di varianti… La paga di dieci rupie al giorno, seicento lire. Sulla carta. In realtà quindici rupie.

La sera del 21 agosto siamo a Hiengio, il 22 a Kamre, il 23 a Tirkedinga, il 24 a Ghorepani, il 25 a Tatopani, il 26 a Ghasa 1998 m e il 27 a Choya 2310 m.

Dopo sette giorni di marcia, avversati da acqua e freddo, a Choya, all’imbocco della valle del Kali Gandaki, un giorno di sosta e di trattative allo Shepard Camp 3265 m. Siccome il percorso da domani sarà ben più duro, sconnesso, anche pericoloso per chi ha un carico di trenta chili fissato da una cinghia alla fronte, la paga sale a venticinque rupie. Con nove tonnellate di materiale, contiamo e paghiamo.

Siamo alle porte del regno del Mustang, al di là c’è il Tibet. Non c’è molto da discutere. Dobbiamo accettare anche una clausola nuovissima, inaugurando una “svolta” storica dei portatori: se ne muore uno, dovremo pagare trentamila rupie alla famiglia, cioè un milione e ottocentomila lire. Il Nepal si trasforma rapidamente e alza giustamente i prezzi. Il portatore, ormai, non è più una “cosa”.

Il 29 agosto ripartiamo, la traccia è davvero fatiscente, pericolosa. Alcuni portatori si ammalano e tornano indietro. Altri fanno invece il tragitto giornaliero due volte, facendo la spola, sempre sotto la pioggia battente. Guido, Vasco, Miller sono andati avanti per affrettare il raggiungimento del campo base.

Annapurna 1973, Kaure

Noi la sera siamo al Tholo Bugin Pass (il campo francese del “27 aprile”), il 30 al campo Nilgiri, il 31 al campo Miristi Khola.
Il primo settembre l’avanguardia della lunghissima fila arriva sulla morena del campo base, a quota 4400 m. Mentre cerchiamo di organizzare un campo base il più confortevole possibile, i primi tre il 4 settembre fissano il campo I, sul ghiacciaio, a 5100 m.

Con un bel carico, il 5 settembre salgo al C1 con Leo, Gianni e Guido. Questi sembra perfettamente acclimatato e mentre mi vede sbanfare per raggiungerlo al C1, seduto su un sasso a fumare, mi dice: “Hai provato a fumarti una bella gitane?”. La sera sono di nuovo al CB.

Stessa cosa il giorno dopo, ancora salgo al C1 con Guido e Carlo. Il 7 settembre siamo tutti al CB a riposare. Il materiale è ormai arrivato tutto. I portatori definitivamente congedati ed è dal 3 che non piove più tutto il giorno ma solo al pomeriggio. Sarà così fino al 10. Dal 10 al 15 settembre ancora neve insistente. Il 9 ottobre passano in cielo migliaia di gru, provenienti dal Tibet in direzione Nord-Sud, ad annunciare la fine del monsone e il bello stabile.

L’8 settembre si sale per pernottare al C1 per poi il giorno dopo fissare il Campo 2, a 5750 m, che fungerà da campo base avanzato. E sarà il luogo della tragedia. Lo raggiungo con Leo, Mukia e Nima Putar. Altri due sherpa erano venuti con noi al C1: li ritroviamo la sera. Il 10 ancora al C2 con Leo e Lorenzo. La sera tutti al CB, dove staremo tutti fino al mattino del 15 settembre ad attendere che finisca di nevicare.

Annapurna 1973: si lascia la Kali Gandaki per affrontare il percorso della Miristi Khola.

La carne di pecora, fresca, e le spezie del cuoco nepalese provocano dissenteria. Ne soffrono più o meno tutti, i recuperi sono difficili, per la quota e il disagio della vita. Ciò malgrado si è lavorato su e giù a portar carichi al campo 1 e al campo 2.

Il 15 si riparte verso il campo 1, nella neve fresca, un lavoro sfibrante. Il campo 2 è seppellito da ottanta centimetri di neve, le tende sinistrate. Ci arrivo con Lorenzo, Carmelo e Rino, dopo aver pernottato al C1. Mi stupisco della forza di Pomodoro, che compirà sedici volte il percorso dal campo base al C2. Uno spettacolo di potenza. Nessuno si sottrae ai compiti di corvée.

Dopo aver dormito al C2, con gli stessi compagni raggiungo due volte il sito del Campo 3, ormai su itinerario nuovo, non più la via dei francesi fin qui seguita.

Annapurna 1973: verso la Miristi Khola

Ben lungi dai miei timori di Kathmandu, tra noi regna un affiatamento totale, si realizza l’amicizia che è stata la prima e principale spinta a venire quassù, a cimentarsi sull’Annapurna con una spedizione italiana di queste ambizioni e organizzata in proprio, pezzo dopo pezzo, da tutti e undici i componenti.

Anche Miller Rava e Leo Cerruti sono molto sollevati e finalmente allegri portano carichi su e giù al C2. A ore fisse i collegamenti radio. Tutti e undici si parlano e si ascoltano, si scambiano impressioni.

Siamo ormai sullo sperone nord-ovest, raggiunto dal fianco per l’eccesso di seracchi e cavolfiori che caratterizzano la prima parte.

Le difficoltà sono paragonabili allo sperone della Brenva al Monte Bianco, via Moore, 45 gradi di pendenza, salti di ghiaccio vivo, neve consistente.

Il 19 settembre arriviamo al C3, a 6300 m, assieme a Gianni, Lorenzo, Rino, Vasco, Guido e Carmelo. Ma solo io e quest’ultimo ci fermiamo a dormire. Con il quale, il mattino del 20, proseguiamo e sistemiamo altre corde fisse fino a 6600 metri su un uniforme pendio di neve e ghiaccio. Il 21 ancora avanti fino a poco prima del luogo in cui verrà sistemato il C4, a 6900 metri. Poi scendiamo al C2, mentre Gianni, Lorenzo, Rino e Guido dormono al C3. Il 22 riescono a piazzare il C4. “Chiamarlo campo è un po’ esagerato perché si tratta di un ripiano di un metro e mezzo di larghezza per quattro di lunghezza scavato sotto a uno strapiombo roccioso (Annapurna, Gianfranco Bini e Guido Machetto)”. Però è sicuro e riparato dal vento. Possono starci due tende quadrate Karrimor. Gianni e Guido si fermano, Rino e Lorenzo riscendono al C3 con l’intenzione di salire il giorno dopo. Nella stessa giornata del 22, anche Carmelo ed io, dal C2, riscendiamo al CB.
Con solo 200 metri di corda da fissare, il 23 settembre Gianni e Guido non si alzano prestissimo e concludono il loro lavoro a 7050 m. Rino e Lorenzo conludono la loro spola, per poi scendere diretti al campo base. Gianni e Guido si fermano per la seconda notte al C4.

Prina, Pomodoro e due sherpa sono al campo III; Miller Rava e Leo al campo 2; Nerli al campo 1 con altri sherpa. Vasco Taldo è al campo base con uno strascico di dissenteria; Carlo Zonta è bloccato a sua volta da un attacco di appendicite. Io e Carmelo a riposo. Il tempo si guasta.

Lo strapiombo che ripara il campo quarto ci ha impedito di capire il tempo durante la notte. Quando ho fatto la comunicazione radio delle otto ci siamo accorti di essere gli unici rimasti sulla montagna; al campo tre avevano già sloggiato da due ore. Infatti nevicava; non si poteva dire quanta ne era scesa perché lassù è troppo ripido per fermarsi, ma le valanghe cominciavano a farsi sentire. Ci siamo preparati e ci siamo calati per le corde fisse sul descendeur, affondando in certi punti fino alla coscia e ramponando sul ghiaccio vivo nei canaloni spazzati dalle valanghe. La discesa è stata molto pericolosa ma come vuole la consuetudine dei momenti pericolosi non è successo niente.

Il  gruppo al completo si è ritrovato riunito al campo secondo. lo, Gianni, Rino e Lorenzo abbiamo deciso di proseguire per il base; Leo e Miller sono restati al secondo per evitare che la neve si accumulasse troppo intorno alle tende e aspettare una schiarita per dare il cambio in quota. Con l’allenamento che abbiamo, dal
secondo campo al base si impiegano due ore, possono quindi cambiare idea quando vogliono e raggiungerci
(Annapurna, Gianfranco Bini e Guido Machetto)”.

E’ molto strano che il libro Annapurna riporti quote dei vari campo decisamente sottostimate, in contrasto con la versione da noi stessi data all’American Alpine Journal e con le quote “storiche” riportate in letteratura, dal 1950 in poi.

Il 24 settembre dunque c’è l’abbandono generale dei campi. Scendono tutti per la neve insistente e la visibilità zero. Solo Miller Rava e Leo Cerruti decidono di rimanere al campo 2. Prina e Pomodoro avrebbero la stessa intenzione, ma il capo spedizione si preoccupa che non vengano consumati i viveri trasportati lassù a prezzo di enorme fatica; meglio ridurre il consumo, la strada per la vetta a 8091 m è ancora lunga… Miller e Leo sono tranquilli. Stanno bene. Non esistono pericoli “logici”. Il loro compito è di scrollare a intervalli di due ore la neve che si accumula sulle quattro tende piccole e sulla confortevole grande. Per evitare crolli e danni, una normale prassi.

Tra la parete nord, con i paurosi seracchi della Falce, e il campo 2 c’è più di un chilometro di pianura, un grande plateau nevoso, solcato da profondi crepacci, circa un’ora e mezza di cammino… Il campo 2 si raggiunge in otto ore di salita, per scendere ne bastano tre. Fossero stati male, o stanchi, sarebbe stato fin troppo logico scendere al campo base.

Annapurna 1973: portatore nella Miristi Khola

Al C2 ci sono due tonnellate di rifornimenti, soprattutto viveri. Un avamposto prezioso. La coda del monsone sarebbe alfine scomparsa, il sole sarebbe ritornato. Insomma, situazione normale, decisione logica. E poi Miller e Leo avevano confessato di preferire la propria minestra, cucinare da sé, anziché sottostare alla dura legge del cuoco nepalese, simpatico ma troppo originale nella preparazione del cibo…

Il 25 settembre nevica ancora. I collegamenti radio sono alle 8, alle 14 e alle 18. Poi a dormire. 26 settembre, neve, collegamenti regolari. Miller e Leo sono allegri, trascorrono il tempo mangiando e dormendo. Alle nove di sera, al campo base, un gran “soffio”, una folata di vento improvvisa, giù dallo stretto “corridoio”. Ma nessuno vi bada, è già successo altre volte.

Il campo 2 era davvero garantito dal pericolo di valanga? Come possono essere garantiti tutti i campi alti in Himalaya.

Annapurna 1973: campo in Miristi Khola

27 settembre alle otto, collegamento radio: silenzio. Alle 14: silenzio. Alle 18: silenzio. Nevica, visibilità zero. Al campo base l’allarme è scattato, i presentimenti sono oscuri.

Il 28 mattina partono due sherpa, velocissimi si arrampicano, salgono, seguiti da me, Calcagno, Di Pietro, Nerli. Tutti raggiungiamo il campo 1, mentre gli sherpa sono già sul luogo del campo 2. Il 29 anche Machetto e Prina giungono al campo 2, almeno dove ricordavano che dovesse trovarsi. La neve è altissima. La scena è allucinante. È mutato il panorama. Il cocuzzolo su cui sorgevano le tende è diventato una conca invasa da blocchi glaciali. Cosa è successo?

Trovano un lembo di tenda e una tavoletta di cioccolato. Scavare? Dove, come? Gli uomini, alfine, si sentono piccoli e indifesi, di fronte al gigante che ha colpito con ferocia. Ritornano giù.

Per due giorni vaghiamo inebetiti per il campo, gli sherpa se ne stanno in disparte, cantano a bassa voce le nenie della montagna cattiva. La spedizione ha subito un colpo terribile, deve “discutere” se stessa, deve ritrovare lo spirito con cui è partita. Qual era questo spirito?

Le opinioni si dividono: il gruppo disserta animatamente di ideali, di patti, di sponsor che pagano, di brutte figure con gli amici in Italia, di onore, di rispetto di se stessi… Le amicizie si incrinano. Il ritorno separati, è squallido.

Dimostrare che si poteva fare dell’alpinismo estremo in Himalaya senza pagare un prezzo umano, senza disumanizzarsi era difficile: ma volevamo realizzare quell’obiettivo, almeno la maggioranza di noi; trasmettere un messaggio diverso, da lassù, lanciare la parola di un alpinismo nuovo, fuori dalle leggende e dal misticismo del sacrificio, della vetta come feticcio, della vittoria ad ogni costo…

Annapurna 1973: Angelo Nerli in un campo della Miristi Khola.

Eravamo “pronti” ai due morti?
Qualcuno di noi, forse, ma la spedizione, così com’era stata a concepita, certamente no.

Forse l’Himalaya non “accetta” questo spirito! Difficile “smitizzare” ciò che non è mito, come le valanghe, ma dura realtà.

Costernazione
28 settembre. Hanno chiamato gli sherpa e con loro parla il sirdar. Non riesco a respirare bene, se parlano gli sherpa vuol dire che sono soli… Possono essere al Campo 3, però; il discor­so si prolunga, sembrano piuttosto concitati. Vasco Taldo, Ri­no Prina, Carlo Zonta sono con me in tenda. Guido Machetto è alla radio, con Lorenzo Pomodoro a quindici metri. Ore 13.45. Il rumore di una cascata mi fa da sfondo alla voglia di vomita­re. Rino si fa il caffè, Vasco fuma, Carlo ha la testa abbassata: non sappiamo ancora se sono arrivati al Campo 2.

I miei due amici… Vorrei bestemmiare, vorrei pregare, men­tre il dialogo si intreccia fitto. Non capisco, non so, ma non ci sono, è chiaro che non ci sono. Ma dove sono? Aspetto con terrore il momento in cui Guido tornerà alla tenda gran­de. Ti prego Guido, cerca di dirmi qualsiasi cosa tu debba dirmi senza che io debba soffrire. Vasco dice che forse non sono ancora arrivati al Campo 2. Il sirdar e Guido entrano: «Il Cam­po 2 è sotterrato, sono sicuramente sotto. Stanno cercando, ma non si vede niente. Tra mezz’ora si saprà».

Guido mi dice: – Ho parlato con Gianni.
– Cosa ti ha detto?
– Ghiaccio, frana di ghiaccio. N è stata una valanga, ma una fra­na. Ora tornano al Campo 1 e, se se la sentiranno, domani, torna­no su; non so se fossero stanchi o che cosa.

Pausa.
– Certo che è duro, crudele, non così… Così è una vigliaccata, se è così, ‘sta montagna, può andare affanculo. Mi chiedo se è tutto sbagliato. Capisco durante la lotta, le dita, un piede, una valanga…
– Ma così…
– Di notte, come topi. Non ci sono preparato a questo.

Pausa, pianto.
– Ah, come sarebbe stato meglio se non mi fossi impun­tato quella sera…
– Al ristorante? Eh, se cominciamo a pensare a quello, ci si sente colpevoli di tutto.
– E lo credevo giusto…
– Sì, lavorare sei mesi perché due muoiano così… ma come faccio a non pensarci.

Annapurna 1973: Alessandro Gogna in Kali Gandaki

Pausa. Pianto. Sigaretta. Whisky.
– Non lo crederai, ma non sai quanto mi dispiace per quei due. Più che per altri. È… è diverso. Mi dispiace, non si può sopportare.
– Vedi, il Miller era un caro amico, ma…
– Ma sì, la Cipriana ha vent’anni, si può fare un’altra vita…
– Non capisco perché debba essere colpito chi alla vita teneva di più, per motivi più importanti.
– È una beffa, è un’ironia.

Pausa.
Guido: – È troppo presto o hai pensato a cosa fare?
– Ma cosa vuoi che pensi!
– Un telex è brutale. Meglio aspettare un giorno o due a decidere.
– Guarda che io non voglio essere di impaccio a nessuno.
– Perché d’impaccio?
– Io, se c’è da fare qualcosa lo faccio, se non c’è da fare niente è lo stesso. Spero che qui ci sia qualcuno in grado di decidere meglio di me.

29 settembre. Paolo e Michele. Come se fossero miei figli. Se Marina vorrà, se Nella vorrà, ci si potrebbe stabilire insieme. Ma forse io come padre non valgo niente, a meno che non ne faccia uno anch’io. Due. Vorrei tanto essere a casa per non pen­sare da solo. Ma anche se Marina avrà la forza di fare tutto da sola, saranno lo stesso come miei figli e li porterò in giro un giorno come avrebbe fatto Leo, come è scritto nel suo diario. Non li vedrà più, non potrà più farli crescere come voleva lui, ma non devono essere orfani del tutto. Non mi spaventa l’impegno che mi assumo, chissà quanto mi importerà della libertà e della montagna tra due mesi o tra due anni. Io non devo morire in montagna, devo prendere in mano la situazione chec­ché ne dica chissà chi. Ma voglio parlare con Nella e con Ma­rina. Chiarire, chiarire. Non credo che sia un desiderio momen­taneo. Quella salma sapeva quello che voleva e lo devo sapere anch’io, che sono responsabile indirettamente della sua fine. Altrimenti sarò sempre un fallito, con dei ricordi insopprimi­bili e che non perdonano. Forse ho fatto tanti errori dal pun­to di vista umano, ma sento che è arrivato il momento in cui Messner e la sua supremazia non mi interessano più. Diventare padre, dover assolutamente cercare di fare qualcosa per quei due bambini; basta vivere alla giornata. Marina, povero donnino, volitivo, dolce, che sciagura si è abbattuta sulle tue spalle un po’ curve! Ti sarò vicino, te lo giuro, anche se è possibile che mi odierai per tutta la vita.

Meglio aspettare qualche ora, qualche giorno, sentire cosa dicono i miei compagni che ora sono muti. Io non parlo, pian­go e basta, il sirdar ci guarda come un bambino. Poveri idioti che siamo! Cerco di pensare che la nostra amicizia durerà tanto, ma quale aiuto io potrò dare loro, come potranno e quanto vor­ranno aiutare me gli altri? La vita è di memoria corta e Leo e Miller continueranno a giacere dove sono, sotto la montagna che ha ucciso otto uomini in quattro anni.

Alessandro Gogna al CB dell’Annapurna, settembre 1973

L’imprevedibile in preventivo
(novembre 1973)
La tragedia dell’Annapurna, oltre ad aver fermato una gran­de spedizione italiana, si presta ad alcune considerazioni sul pericolo e sull’imprevedibile nelle imprese extraeuropee.

La successione dei campi oltre il campo base è determi­nata dalle distanze e dislivelli tra gli uni e gli altri e soprattut­to da criteri di sicurezza. Come ben si sa i grandi Ottomila, contornati sempre da cime di poco inferiori, hanno strutture architettoniche assai complesse che perciò alternano zone pericolosissime per la caduta di seracchi di ghiaccio e valanghe di neve, a zone relativamente più protette (cioè non esposte alle cadute suddette). Il Campo 2 dell’Annapurna può essere classificato uno dei più sicuri se pa­ragonato ad altri campi, anche di altre montagne. Il grande pianoro ghiacciato che dalla base della parete nord dell’Anna­purna, più o meno a quota 5800, si estende per un chilometro verso nord: il campo è stato fissato esattamente dove l’avevano messo i giapponesi nel maggio 1973, gli inglesi della spedizione militare nel 1970, e naturalmente i francesi della prima, storica vittoria nel 1950.

Per l’esattezza i francesi dapprima posero il Campo 2 quasi sotto la parete, quindi in posizione pericolosa, poi, sfiorati da una valanga, lo spostarono nella posizione attuale, più lontana e più sco­moda e cioè al limite estremo del pianoro, ad un chilometro dalla parete. Sotto il pianoro si estende il ghiacciaio, fino al Campo 1. La no­stra spedizione ha ritrovato ancora in autunno materiale abban­donato dai giapponesi; ciò significa che durante tutta la sta­gione monsonica il luogo non è mai stato colpito da valanghe. Mai, in venti giorni, avevamo osservato un pericolo incombente: le valanghe ca­devano dalla parete, sfioravano il pianoro nel suo lato est e venivano dirottate nel ghiacciaio.

Lo spettacolo agghiacciante apparso il 28, la ricostruzione dell’in­cidente devono far trarre necessariamente la conclusione che la montagna himalayana, oltre ad essere sinistramente crudele (lo sapevamo già) è cinicamente imprevedibile. Un conto è pas­sare sotto seracchi di ghiaccio, sapendo che stanno per cadere: la morte può essere prevista e, volendo, affrontata. Altro di­scorso è perdere la vita per un’imprevedibile massa omicida che attendeva da centinaia di secoli di cadere in quel momen­to. Con amarezza mi sto chiedendo: dopo questa esperienza e altre del passato, l’alpinismo oltre i 6000 metri dovrà aggiun­gere e giustificare nel preventivo perdite umane? Un interroga­tivo per la cui risposta non credo basti la semplice distinzio­ne tra coraggio e paura: più probabilmente è una questione di coscienza.

(continua in https://www.gognablog.com/una-vita-dalpinismo-50-annapurna-1973-2/)

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Una vita d’alpinismo – 48 – Annapurna 1973 – 1 ultima modifica: 2020-06-05T05:17:17+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 48 – Annapurna 1973 – 1”

  1. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Questa è storia dell’alpinismo, raccontata assieme a fatti personali, che non tutti si sognerebbero di mettere in piazza come ha fatto Alessandro, e come ha fatto in altre occasioni.
    Grazie per avere condiviso queste emozioni con noi

  2. 1
    Salvatore Bragantini says:

    Post di eccezionale valore, storico e umano. Grazie, Alessandro

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