Una vita d’alpinismo – 49 – Annapurna 1973 – 2

«Più che di comandare in questa spedizione avevo cercato di organizzare e di scalare, ma quel giorno capii di avere perso, come capo ed anche come uomo. Le convinzioni che mi avevano sorretto fino a quel momento si erano dimostrate sbagliate; io e le mie “comuni” non facevamo più parte della realtà ma solo di un passato al quale avevo creduto e dal quale mi distaccavo con un groppo in gola. Il problema adesso si spostava, da collettivo diventava personale. Era necessario ritrovare se stessi e trarre dalla confusione ciò per cui in fondo si vive, qualcosa in cui credere. Il «superficiale» fine di scalare l’Annapurna aveva creato conflitti che rappresentavano la base di una vita sprecata oppure spesa bene. La scelta toccava a noi (Guido Machetto, Annapurna)».

Annapurna 1973 – 2 (2-3) (AG 1973-003)
Una difficile decisione, 30 settembre 1973

Ormai è accertato, oltre ogni dubbio, che Leo Cerruti e Miller Rava siano spariti, sepolti al campo 2 dall’immane valanga del 26 settembre.
Nel pomeriggio del 30 settembre al campo base si tiene una riunione plenaria, nella quale le tensioni non tardano a manife­starsi. Questa che segue è la fedele trascrizione da nastro registrato.

Gianni: – Il mio parere sarebbe di continuare: una disgrazia potrebbe essere anche sufficiente a farci desistere, però facciamolo per noi, per loro… per gli altri.

Carmelo di Pietro e Leo Cerruti in marcia di avvicinamento

Guido: – I problemi morali sono solo parole se non si prendono in considerazione i mezzi che abbiamo.

Angelo: – Prima vediamo dal punto di vista morale.

Guido: Ah, personalmente!

Gianni: – Per me personalmente è questione di continuare, certo, in relazione al materiale che abbiamo, ai controlli che si faranno.

Guido: – Allora d’accordo. Facciamo a tutti la domanda di ordine morale: continuare, aspettare, ritirarci…

Angelo: – Sì, cosa dovremmo fare secondo l’individuo, non secondo la spedizione.

Rino: – Posso dire che, moralmente, se prima avevo molta voglia e tanta motivazione, dopo quello che è successo… cosa vuoi, vai su di là… e non ti senti più quella voglia e quella grinta che avevi prima. Però io mi sono impegnato e mi adeguo alla soluzione più logica.

Guido: – Tu devi dare un parere, non adeguarti!

Rino: – Moralmente, ora, di andare indietro per questa valle così mi è pesante… ma nello stesso tempo non ho gran voglia di andare su.

Guido: – Sì, mi sembra possa essere un parere.

Rino: – Poi verrà condizionato da tutto il resto, condizioni, situazioni…

Guido: – E’ uno stato d’animo. Vasco?

Vasco: – Difficile dare un parere. Io vorrei sapere come si avvisa a casa…

Guido: – E’ una questione tecnica, la valuteremo dopo. Volevo sapere se hai voglia di fuggire, se vuoi restare a pensare, se…

Vasco: – Certo che pensare di tornare lassù, far tutto da capo (perché oltre al campo 1 siamo da capo, avendo ancora la possibilità che succedano altre disgrazie…

Guido: – Guarda che questa è una cosa personale, lo sapevamo già venendo da casa che ci poteva essere una fatalità. Dobbiamo prescindere da questo, credo siamo tutti d’accordo, perché allora non si dovrebbe neppure andare in posti tipo la Brenva al Monte Bianco. Tu cosa vorresti fare?

Alessandro Gogna nella Kali Gandaki

Vasco: – Siccome alpinisticamente non sono impegnato come voi, io posso stare qui benissimo, è un’altra la mia responsabilità di fronte a quelli che si sono dati davvero da fare finora. Se devo dare un parere morale, io dico che non bisogna rischiare altre vite o congelamenti, questo è il mio parere.

Guido: – Va bene, questo è il parere di Vasco. Farei solo un appunto dicendo che tutti e 11 si sono dati da fare.

Vasco si schermisce a questa affermazione.

Guido: – Bene. Carmelo?

Carmelo: – Andare avanti.

Guido: – Andare avanti, ok. Carlo?

Carlo: – Ma, viste le mie condizioni… rimanendo qui io non rischio nulla. Però, da un punto di vista morale, credo sia più facile andare a casa che stare qui. Ci ho pensato anche stanotte, ma non riesco a trovare una conclusione.

Lorenzo: – Per conto mio, il fatto che due miei amici ci abbiano lasciato la pelle mi spinge, da un punto di vista morale, a tornare indietro.

Guido: – Parliamo della morale di Pomodoro, non della morale cattolica in generale, eh?

Lorenzo: – Lascia stare il mio essere cattolico, non vedo perché quando parlo io tu debba sempre tirare in ballo questo. Io penso che, siccome due miei amici sono morti, dal punto di vista morale, sia opportuno tornare.

Angelo: – Premesso che, essendo io medico, qualsiasi cosa decida la spedizione io sono costretto a seguirla. Decidesse di andare avanti, resterei qui. Personalmente, di fronte all’opinione delle famiglie e di quelli che per me contano, sinceramente non me la sentirei di rischiare oltre, per esempio nel soggiornare ancora al campo 2. Quindi, se la spedizione decide di insistere, rimango qui per accorrere dove sia necessaria la mia presenza. Questo per il fatto strettamente personale, come è stato richiesto. Se devo esprimere il giudizio mio su quello che dovrebbe fare la spedizione, mi sembra che di fronte a noi stessi e a quelli che per noi sono significativi, non vedo l’utilità di restare.

Guido: – Beh, a parte che sono confuso e mi ci vorrebbero ancora uno o due giorni per decidere, il mio parere adesso è più tecnico che morale. Moralmente, per quanto scioccato e sconvolto, non mi sento di aver paura di prendere una valanga io steso e mi sentirei di far restare tutti per continuare. Ma per continuare che cosa? Per continuare a fare un po’ di alpinismo, affinché il parere di ognuno sfoci in qualcosa di concreto e di più meditato, piuttosto che stare a una decisione presa a caldo. Ecco, io direi di far segnare il passo alla spedizione, forse anche riavviarla verso l’alto con un altro stile, alla ricerca di una decisione che venga fuori dai fatti piuttosto che da un confronto a tavolino. Sarei per restare, per scrutare, in attesa. Un’attesa che può anche essere un andare in montagna, per chi si sente. E, per chi se la sente di meno, una riflessione. Gogna?

Angelo Nerli e Lorenzo Pomodoro all’inizio della Miristi Khola

Io: – Ho già detto che per me quello che decide la spedizione va bene. Qualunque parere avrà la prevalenza per me andrà bene. Però non me la sento di esprimere un giudizio personale, perché mi sento il più colpito di tutti. Io non sono in grado di capire se moralmente sia meglio continuare o fermarci. Invece voglio esprimere un giudizio sull’eventualità di proseguire per la via normale (a parte l’insufficienza dei mezzi). Cosa significa cambiare meta e fare un alpinismo di attesa. Secondo me è inutile proseguire sulla via dei francesi. Inutile perché un successo così parziale non serve né ai nostri sponsor né a noi stessi. Non mi direbbe nulla né arrivare in cima io né vedere qualcuno di voi. Detto questo, io seguo quello che vorrà fare la spedizione, anche decidesse di salire la via normale. Se poi volete che spieghi meglio perché non vedo bene la via normale, siamo qui, ci sono tante cose da dire e non le posso dire da solo.

Guido: – A questo punto mi sembra che ci sia anche un’altra possibilità, che la spedizione si scinda. In onore al fatto che, di fronte a un accadimento troppo grande per noi, non sia il capo-spedizione a decidere, ma i singoli. C’è questa possibilità? Coloro che hanno detto di voler tornare si sentirebbero di dividersi? Lorenzo?

Lorenzo: – Penso che parlare di scissione sia prematuro, è un caso limite.

Guido: – Possibile, però.

Angelo: – Io non posso rispondere a questa domanda per il mio dovere di medico.

Carlo: – Potrei restare, potrei andare…

Io: – Io resto.

Guido: – Questo è un parere! Se si pone la questione del dividersi, ecco che si dà la preferenza al restare o andarsene.

Io: – Non è preferenza, è dovere e basta.

Guido: – Dovere… beh, non esageriamo!

Io: – Se non dobbiamo parlare di doveri, allora possiamo andarcene tutti a casa.

Angelo: – Anche per me è un dovere.

Miristi Khola: Carmelo di Pietro tra due portatori

Gianni: Se pensiamo a famiglia, casa, o se pensiamo alla loro reazione alla notizia che due sono morti e gli altri vanno avanti, nessuno di noi si ferma. Siamo umani. Si tratta però di vedere la cosa in modo più ampio.

Io: – Cioè dal punto di vista del dovere!

Guido: – E’ anche vero che non tutti hanno gli stessi doveri.

Gianni: – Io ponevo il mio caso e di altri con figli e maggiori responsabilità: potremmo piantare tutto lì. Però abbiamo alle spalle chi ci ha aiutato, gli enti… abbiamo due che stavano su al campo 2 pensando fosse la cosa migliore da fare per il bene della spedizione, perché nella spedizione credevano. Significherebbe annullare di colpo tutte le speranze che avevamo, pur sapendo che il pericolo esisteva.

Angelo: – Però c’era il punto fermo che si supponeva che il campo 2 fosse sicuro.

Guido: – Prescindiamo da questo, perché se uno non vuole andare al campo 2 o non vuole salire, può anche non farlo.

Carlo: – Non è detto che con questo il campo 2 non sia più sicuro.

Gianni: – Il campo 2 è stata una fatalità, roba che capita ogni mille anni. Si è staccata una montagna…

Carlo: – Al limite, se rinevica, al campo 2 non si ferma nessuno.

Miller Rava nella Miristi Khola

Guido: – Allora mi sembra chiaro che la spedizione non si vuole dividere (tra l’altro se uno andasse giù ad avvertire, sarebbe un problema tecnico in meno). La spedizione resta. Per pensare o per salire l’Annapurna. O ci sono obiezioni? La spedizione si può scindere: due o tre vanno ad avvertire. Vabbè, allora restiamo. Restiamo perché abbiamo debiti e doveri.
Ma riassumiamo la situazione. Se prima eravamo 11 a fare lo sperone, con il materiale (io senza calze… d’accordo, è un dettaglio), entusiasmo, motivazione, ora mi sembra chiaro che in meno uomini, con poco materiale essenziale (jumar) e con il morale a terra (io per esempio non sono certo voglioso di salire), ritentare lo sperone mi sembra veramente un’incognita eccessiva. Altre soluzioni. La via normale è possibile, all’alpina, di volata. Cosa otteniamo salendo la montagna per la via normale? In disaccordo con Gogna, se veramente la mettiamo sul piano dei doveri, allora dobbiamo arrivare sulla vetta dell’Annapurna, perché sappiamo bene come siamo arrivati fin qui. La situazione vuole il successo, se non la via nuova almeno la vetta di un Ottomila. Così tutti i nostri debiti sarebbero a posto, prescindendo dal piacere personale o dalla soluzione alpinistica scelta. Il parere a voi.

Viene concordemente eliminata la possibilità di scegliere un’altra montagna. Inizia la consultazione.

Gianni: – Sarei anche per andare su per la normale, l’importante è restare, vedere. Magari andare via tra 15 giorni se è il caso, ma riprovare almeno una volta. Siamo stati venti giorni sulla parete e abbiamo visto che non è pericolosa se non nevica o se non vengono giù frane ciclopiche.

Guido: – Non c’entra ora il pericolo. Sperone o via normale?

Gianni: – Diamo un occhio al materiale, ma sembrerebbe già problematica la via normale… Magari qualcosa salta ancora fuori…

Guido: – Ma io ti chiedo. Undici uomini carichi sono da paragonare a nove scarichi?

Gianni: – No, decisamente. Ma io penso che la carica possa anche ritornare. Se si trova la forza di proseguire, e non solo per il dovere, pian piano la carica ritorna, se il tempo è buono.

Miller Rava nella Miristi Khola

Guido: – Figurati se viene la carica, secondo me non c’era talento di farlo prima ‘sto sperone, figurati adesso…

Io: io penso invece che l’avremmo fatto tranquilli quello sperone.

Gianni: – Se è vero che l’avremmo fatto tranquillamente, allora ci dobbiamo tornare, per dimostrare che abbiamo i coglioni quadrati.

Lorenzo: – Io moralmente tornerei indietro, però se rimaniamo tenterei lo sperone, previo controllo materiale.

Rino: – Io sono disponibile… e spero che tu abbia ragione, Gianni, a dire che la carica ritorna.

Guido: – Se tu ti stancavi a portare un carico al campo 4 con gli jumar, senza cosa fai?

Rino: – Questo è un problema tecnico.

Guido: – Ma io voglio sapere questo. Per salire lo sperone non bastano le belle parole.

Gianni: – Si può provare ad andare senza jumar… ma almeno proviamo!

Guido cerca di costringerlo a un parere e alla fine nel dialogo confuso Gianni vede meglio la via normale.

Gianni: – Un inventario preciso si può fare solo tornando al campo 4.

Carmelo: – O per una via o per l’altra, l’importante è non mollare.

– Guido: – Questo è già stato deciso.

Carmelo: – Le corde mancano solo dal C2 al C3. Dal C3 al C4 ci sono, sono solo sotto la neve.

Leo Cerruti nella Miristi Khola parla con il campo base

Guido: – Il campo 4 dovrebbe essere a posto.

Carmelo: – Già, ed è appunto pensando alla tendina del campo 4 che uno si chiede perché deve tornare a casa…

Ma Guido vuole chiarire la questione della via normale, che avverte essere più che altro una vertenza tra me e lui.

Gianni: – Chiaro, non si fa niente di nuovo facendo la normale, però sarebbe comunque un successo.

Guido: – Qual è il significato della normale? E’ la via più logica. Si mette un campo intermedio e si va all’alpina. Allora, qual è il tuo parere, Alessandro?

Io: – Mi sembra di avere già detto il mio parere…

Guido: – Quello è il parere che può andare su Rassegna alpina. Qui abbiamo dei doveri… e se ci sono, andiamo su. Alpinisticamente non è da disprezzare.

Carmelo: – La tragedia ha impedito lo sperone e allora andiamo almeno sulla via dei francesi

Io: – Ma questo vorrei fosse chiaro. Prima, Guido, ti ho sentito dire che non avevamo il “talento”. Questo non è vero.

Guido: – Non dico che non avevamo il talento. Eravamo al limite prima…

Io: – Al limite?

Carmelo: – Non eravamo per nulla al limite. Stavamo bene. Tu stesso lo dicevi.

Guido: Io ho detto quello, ma perché adesso io non mi muovo. Andate pure voi.

Io: – Ora ho capito, Guido. Tu dici “io aspetto, tanto per la normale basta una settimana!”.

Carlo: – Propongo che per ora la discussione si chiuda qui.

Guido: – Sarà bene mettersi d’accordo, per evitare che due vadano a destra e due a sinistra.

Io: – Se la spedizione non si scinde per il basso o l’alto, non credo che questo avverrà al campo 2. Proviamo a metterci con il pensiero sotto alla vetta. Per me è una situazione inutile, pesante. Sì, certo, gli occhiali Cebé in vetta… però non mi esalta.

Guido: – Ma sei tu che hai parlato di doveri.

Io: – Ho parlato di doveri al posto di preferenze.

Guido: – Per assolvere i doveri c’è solo quel sistema. Ce ne sono altri?

Io: – I doveri potevano esserci nel caso che le regole del gioco fossero sempre state rispettate.

Guido: – Infatti qui decade il dovere verso l’alpinismo italiano e subentra quello commerciale.

Io: – Ma voi pensate che le aziende non lo avessero messo in conto un nostro fallimento? Non sono poi grandi questi debiti… ma se si vuole essere ragionieri pignoli, andiamo pure su questa vetta dell’Annapurna!

Campo Base dell’Annapurna, agosto 1973

Guido: – Si fa presto a dire andiamo!

Gianni: – Si tratta di non gettare via tutto!

Io: Se vogliamo andarcene, non è poi così terribile. Non siamo stati noi a gettare via tutto. La fatalità ci ha colpiti a metà spedizione, non alla fine. Non mi sento più forte se vado in cime o se vede farlo a qualche altro. Parlo di forza morale.

Guido: – La forza morale o ce l’hai o no! Non arrivi in cima senza. E anche per la via normale è sempre un tentativo.

Io: – Già, a questo proposito mi seccherebbe dover tornare indietro anche dalla via normale…!

Gianni: – Si tratta di stabilire se c’è il morale o no.

Io: – Questo lo vedi al campo 5.

Guido: – Bisogna mettersi nell’ordine di idee, poi viene il morale.

Lorenzo: – Sì, sì, quando sei lì.

Io: – Bene, questo è un parere valido.

Lorenzo: – Ribadisco che tornerei indietro, però non escludo che, una volta in azione, mi torni la voglia.

Annapurna 1973, Vasco Taldo al Campo Base

Gianni: – Dalle nostre parti, se qualcuno muore da qualche parte, tu ci vai due domeniche dopo…

Guido: – Allora non dici che vuoi andare a casa?

Lorenzo: Ti ho detto, quella sarebbe la scelta.

Guido. – Ma la scelta è libera…

Gianni: – Nella discussione per la via normale: non tengo in modo particolare a questa soluzione, però sento una serie di circostanze che mi spingono ancora avanti.

Guido: – Questo non lo credo. E’ perché vuoi l’Ottomila!

Gianni: – No. Personalmente me ne tornerei a casa.

Io (aggressivo): – Ah, personalmente te ne andresti a casa?

Gianni: – Se penso a casa, torno domani… Non è che io voglia l’Ottomila. La spedizione deve andare avanti. L’abbiamo messa in piedi e adesso non ci crediamo più.

Io: – Non ci crediamo più? Io credevo a una spedizione senza incidenti fino in cima, ecco a cosa credevo. Con le energie di tutti e in pieno accordo.

Carmelo: – Ma il morale torna con il bel tempo.

Guido: – Anche per me è così, io farei come Gogna.

Gianni: – E perché per me dovrebbe essere diverso?

Io: – Forse si tratta di alpinismi diversi. Se quel giorno in cui sono andato a fare la via nuova sulla Marmolada avessi dovuto andare invece sulla Vinatzer, non sarei andato! Vabbè, qui siamo in Himalaya. Io sono molto intransigente, ma non sarei partito dall’Italia per fare la normale dell’Annapurna.

Gianni: – Io sì, invece.

Io: – E allora la differenza è chiara.

Annapurna 1973, Campo Base

Gianni: – Io credevo nell’Annapurna in genere e ieri al C1 parlando con lui dicevo: “Beh, nonostante tutto non sento di odiarla”.

Io: – Io, nella mia mente malata, non mi ero neppure prefisso lo sperone. Mi ero fissata una meta con la collaborazione di 11 persone. Variando uno di questi elementi (2 alpinisti in meno) e cancellando lo sperone, tutto mi crolla come un castello di carte. Facendo violenza a me stesso, penso che sarò in grado di aiutarvi, ma finché sarò qui a tavolini mi opporrò fino all’ultimo all’idea della normale. So che è anche questione di intransigenza personale.

Guido: – Con l’intransigenza personale non si va da nessuna parte!

Angelo: – Cosa aggiunge alla spedizione il successo sulla normale?

Guido: – Allora non conosci il mondo alpinistico italiano. Purtroppo è così.

Angelo: – Già. Se non fosse successo nulla, d’accordo.

Guido: – In altri paesi è diverso. In Italia non è che ci aspetti un tribunale, però… Possiamo sbattercene, ma…

Angelo: – Però, se succede un altro incidente, anche non grave come questo, voglio vedere che genere di tribunale salterebbe fuori!

Guido: – Questo non ha importanza. Qui siamo adulti e maggiorenni. Se uno vuole andare in vetta, può andare.

Gianni: – E’ una libera scelta.

Angelo: – Ma se state parlando di tribunale!
Il discorso ora verte sull’atteggiamento degli sherpa. Ci aiuterebbero o no? La risposta è affermativa per tutti.

Guido: – Conclusione? Si attacca la via normale, o sbaglio?

Angelo: – La conclusione è che dobbiamo mandare la notizia in Italia.

Guido: – Noi non sappiamo nulla dall’Italia, da quasi due mesi. Se c’è qualcuno che vuole andarsene può fare la pietosa parte di chi vuole avvertire. Può rendere questo servizio.

Io: – Valutiamo bene. Se uno va via da qui, anche se per noi può avere il giusto significato, in Italia potrebbero interpretare in altro modo.

Guido: – Beh, almeno non esageriamo, eh… non siamo i depositari della pubblica opinione. Quella degli sponsor ci importa, il popolino può pensare quello che vuole.

Io: – E’ sempre opinione pubblica.

Guido: – Per me pubblica opinione è quella del presidente del CAI Busto Arsizio, Spagnolli (Giovanni Spagnolli, l’allora presidente del CAI, NdA), la Vibram, ecc.

Io: – Con il casino che verrà fuori, noi i doveri li abbiamo già assolti, secondo me…>
Mormorio generale di disapprovazione e incredulità.

Luglio 1973, ultime prove per l’Annapurna. Gianni Calcagno ai Piani Resinelli.

Io: – Credo che ci sarà casino… e brutto! Ricordatevi di quello che è successo alla Peutérey…

Carmelo: – Ma qui c’è stato un incidente…

Io: – E tu credi di essere discolpato perché c’è stato un incidente?
Nel gruppo cresce l’opinione che non può andarsene uno solo.

Io: – So bene cosa succederà, però semplicemente non dobbiamo curarcene.

Confusione.

Io: – Io ho pensato freddamente a cosa succederebbe se ce ne andassimo tutti ora.
La mia affermazione non viene sviluppata. Ancora confusione.

Io: – E’ stato chiesto prima: sareste disposti ad andarvene lasciandoci qui da soli? E’ stato risposto di no. E allora chiedo: se noi non ce ne andassimo, stessimo qui a vedere, voi sareste disposti, con gli sherpa, a proseguire?

Carmelo: – Ohe, le cose impossibili non le fa nessuno…

Guido: – Andare a Jomosom ce la facciamo tutti, è andare in cima l’incognita.

Io: – Ho posto un caso limite.

Guido: – Se si sta qui si lavora tutti senza opinioni personali.

Io: – C’è lavoro e lavoro.

Gianni: – Ci saranno le punte e le squadre d’appoggio.

Guido: – Ricomincia la spedizione.

Luglio 1973, ultime prove per l’Annapurna. Carlo Zonta ai Piani Resinelli.

Io: – Però voi accettereste che alcuni si assumano dei rischi più di altri. Prima invece lo erano tutti disposti.

Gianni: – E qual è il rischio? Chi lo sa? Dove lo si corre di più?

Io: – Appunto, sapessi dove è il rischio lo eviterei.

Gianni: – Siccome non sappiamo dov’è, succede che tutto è come prima e si lavora come prima.

Guido: – L’importante è che chi rimane qui perché si vergogna ad andare via non stia qui solo a menarsi il belino. Farà quello che si sente.

Io: – Vorrei che ciascuno di noi desse il suo parere, in modo da accennare a una verità, su ciò che succederebbe in Italia dal punto di vista economico e dal punto di vista dei doveri: verso le aziende e le persone, se tornassimo adesso, nudi. Finora non ne abbiamo parlato.

Guido: – Si può solo immaginare, come fai a dire.

Gianni: – Ma… dipende dall’individuo.

Angelo: – Come sarebbe a dire “dipende dall’individuo”?

Gianni: – Dall’individuo che ha trattato con le varie aziende, noi con l’Eliana, per esempio. A Carmelo non chiedono niente quelli dell’Eliana.

Io: – Appunto, vorrei sapere caso per caso. Che genere di dipendenza sarebbe.

Guido: – Io vorrei sapere a Busto Arsizio! A Busto, che aspetta in cinquantenario per fare una spedizione. L’Eliana al massimo ci rimette due milioni…!

Io: – Ecco, bene. Ci sono le aziende e ci sono gli enti. C’è il libro, c’è il film, c’è l’opinione pubblica da affrontare.

Carmelo: – A Busto Arsizio, se anche andassimo a casa subito, non ci picchierebbero e nessuno si metterebbe a piangere. Capirebbero. Ma se tornassimo a casa almeno con la via normale dell’Annapurna, con il film, con qualcosa insomma, allora ci buttereb­bero le braccia al collo, capirebbero tutto, anche perché siamo andati avanti dopo i due morti, anche perché siamo tornati a dormire dove si è abbattuta la valanga… perché io conosco i bustocchi. E nello stesso tempo se andassimo a casa domani, a Busto nessuno direbbe nien­te…

Miller Rava al Campo Base

Guido: – Invece della domanda di Gogna, che è “cosa direbbero gli altri se tornassimo ora?”, io mi chiederei “che cosa direbbero gli altri di me, se io tornassi adesso”, o cosa direi io stesso di me.

Gianni: È proprio perché io me la sono già posta questa domanda che voglio continuare a salire!

Guido: – Il punto non sta nel fatto che le ditte ci rimettono al massimo qualche milione… Sei tu che ci perdi in sfiducia o qualche altra cosa.

Io: – Ce la siamo posta tutti questa domanda? E bene porsela e rispondere. Aiuta noi stessi e gli altri. Secondo me Carmelo ha ragione. Anche io penso che per Busto sia così.

Gianni: – Io penso che quello che vale per Busto valga per tutti.

Carmelo: – Soprattutto per Busto Arsizio. E poi avessimo fatto 50 tentativi e fossimo allo stremo… ma siamo nel pieno delle forze, tempo ne abbiamo, non vedo perché dobbiamo andare via, senza giustificazione.

Guido: – Mi pare che qui non ci sia nessuno che prende e va via, anche se potrebbe benissimo farlo. Potrebbe essere l’unica occasione che ha la spedizione per dividersi.
Un coro di voci si ribella: non ci divideremo!

Io: – Per me il fallimento sarebbe comunque totale.

Guido: – Perché parli di fallimento? È stata una disdetta, una fatalità, cosa ce ne possiamo noi? Cosa è il fato? Una montagna che ti crolla in testa è un fallimento? Disdetta, fatalità, atrocità. Ma cosa ne posso io, porca miseria!

Io: – La fatalità è stata la causa del fallimento.

Alessandro Gogna al Campo 1

Gianni (comprensivo): – Proprio per i motivi che dice Carmelo, non sarebbe mai un fallimento… e poi tu stesso dici di essere venuto qui a perdere un anno della tua vita…

Guido: – Se in Italia ci fosse gente in grado di capire cosa dice Alessan­dro, me ne andrei subito anch’io.

Io: – Se è per gli altri che devo star qui, io non ci sto.

Gianni: – La spedizione è tutta di altri. Solo l’idea è nostra, più il nostro lavoro.

Io: – Sì, ma gli altri non vengono a morirci.

Guido: – E’ una morte diversa. Magari se Leo fosse stato in via Solferino gli crollava una casa addosso. Ti si apre la fontana di piazza De Ferrari a Genova e tu ci muori dentro, come in un terremoto.

Io: – Il punto è il fallimento totale, non…

Guido: – Ce ne dovevamo andare già al momento in cui abbiamo scoperto che il campo base non è a 4600 metri bensì a 4400. Già bidonati in partenza…

Vasco: – Ma allora che parliamo a fare di morale?

Io: – Ma che morale d’Egitto, qui parliamo di doveri, e stronzi anche! Altro che balle! perché anche tu non ne hai voglia di andare in punta, lo faresti per dovere e basta!

Vasco: – Piuttosto che fare come altre spedizioni che vanno su una Spalla e poi dicono d’essere stati in vetta…

Leo Cerruti al Campo 1

Gianni: – Ma cazzo, se non avessi qualcosa dentro che mi spinge ad andare su, col cazzo che vado per la via normale. io sento dentro qualcosa che mi spinge.

Io: – Cosa vuoi che ti dica, Gianni. Rispetto la tua voglia di salire la vetta, ma non mi rimane che prendere atto che…

Gianni: – Ho voglia, ho voglia che la spedizione arrivi da qualche parte. Mi sembra assurdo per questa calamità… non era calcolato. Congelamenti sì, frane no!

Io: – Non sto discutendo sulla natura dell’incidente. E’ avvenuto e si è aggiunto ai rischi normali cui tu ti riferisci…

Guido: – Il buon Leo aveva fatto uno scontro in auto abbastanza pazzesco. E ha continuato a guidare. L’etica automobilistica dev’essere diversa da quella alpinistica? Volendo poteva scegliere di non andare in montagna.

Gianni: – E stata questa la sua forza, una libera scelta.

Lorenzo (oscuramente): – Non è una libera scelta…

Gianni: – Come, no? Più di così…

Lorenzo: – Siamo tutti condizionati uno dall’altro. Tutti siamo liberi e non lo siamo.

Guido (acido): – Perché preferirete sempre il compromesso, fino a quando avrete 150 anni!.

Io: – Non amo i compromessi, e mi sembra di dimostrarlo.

Rino: – L’hai dimostrato esprimendo la tua opinione.

Carmelo Di Pietro al Campo 2

Guido: – Non nei fatti.

Rino: – Nei fatti nessuno è libero.

Io: – La libera scelta si può esprimere con un’azione individuale, ma anche con un’azione di convinzione, come mi sembra di fare.

Guido: – Io dico che è una libera scelta se uno se ne va, ma se dice che resta se gli altri restano non è libera scelta.

Io: – Questa è una spedizione, ogni libertà secondo me è da intendere nel suo ambito. Io potrei scegliere di uccidere qualcuno, ma questa non sarebbe libertà, sarebbe follia.

Guido: – La libertà del ladro è quella di rubare.

Io: – La libertà del membro di una spedizione è di decidere.

Guido: – Appunto, decidere di andarsene oppure no.

Lorenzo: – Comunque, c’è un condizionamento, non ignoriamolo!

Io: – Io ritengo che la spedizione non si deve dividere: in Italia la giudicherebbero ancora di più un fallimento.

Lorenzo e Angelo (in coro): – E’ vero.

Guido: – Non è vero, vi sbagliate di grosso!

Io: – Toni Hiebeler dall’Everest internazionale se ne è andato!

Guido: – E ha fatto bene, non ha ceduto al compromesso. Se n’è fottuto degli altri… ed era ancora direttore di Alpinismus.

Io: – Semplicemente non si è adattato al fatto che la spedizione si presentasse in una certa maniera. Più importante che la vetta.

Guido: – A te, Alessandro, è morta qui una persona carissima. Cosa ci sarebbe da ridire in Italia se tu tornassi?

Io: – Su di me nulla. Ma ci sarebbe molto da ridire. Me lo sento: “perché la spedizione non era sufficientemente forte, non era abbastanza legata… ne diranno sulla spedizione. Su di me niente.

Guido: – E chi se ne frega! La Cebé se ne frega che noi ci dividiamo.

Gianni: – Tu puoi andartene per avvertire le famiglie.

Guido: – Non c’è Guido Monzino qui, non c’è il colonnello Giuseppe Pistono che ti ordina cosa devi fare.

Io: – Ciò che la gente vede in una spedizione è l’indivisibilità. Dobbiamo essere compatti.

Gianni: – Ma vedete che anche voi ragionate con gli occhi della gente?

Io: – Ragioni condizionanti ce ne sono e una è l’indivisibilità. Dal mio punto di vista non lo farò, neppure per andare ad avvertire a casa. E così è anche per gli altri.

Guido Machetto, Gianni Calcagno e Alessandro Gogna al Campo 3

Guido: – Se io fossi un componente e non il capospedizione, e se non avessi dei doveri, io manterrei la mia idea senza pensare ad altre cose!

Lorenzo: – Se, se, se…

Guido: – Beh, qualche volta l’ho dimostrato.

Io: – Puoi aver ragione, però ammetterai che questa è intransigenza pura.

Guido: – Per mia natura, se io fossi un componente deciderei di restare.

Io: – Hai detto anche che te ne fregheresti dell’individualità…

Guido: – Infatti, dell’individualità chi se ne frega!

Io: – A me sembra proprio intransigenza. Mettere se stessi sopra alla spedizione.

Rino: – Ma io non posso fare quello che mi gira…

Guido: – Ma allora, se nessuno ti obbliga ad andare in montagna e non vuoi andarci, cosa stai a fare qui?

Io: – Ma allora cosa tiriamo in ballo a fare i doveri?

Guido: – I doveri li ho io più di chiunque altro.

Io: – Noi possiamo essere solidali.

Rino: – Se la spedizione ha doveri e impegni, automaticamente anche io ne sono partecipe.

Guido: – Se le tue idee sono più forti, lascia perdere i doveri. Diserti dall’esercito. devi pesare le due cose e capire da che parte va la tua bilancia.

Io: – Anch’io ho i miei doveri, anch’io ho lavorato per la spedizione e ho delle responsabilità.

Salendo al Campo 2

Guido: – Le responsabilità verso gli altri non sono determinate da quanto uno ha fatto prima. Sono determinate dalla natura di una persona, mi dispiace dirtelo. Tu puoi aver lavorato vent’anni alla Fiat e fottertene della Fiat; oppure puoi aver spostato questo da qui a lì e sentirne il peso morale. Questo quando ti senti in dovere non quando hai lavorato per qualcosa. Cosa me ne frega a me di Spagnolli, del presidente del CAI di Busto? Brave persone, le saluto e poi basta.

Vasco: – Allora si può anche andare avanti la­sciando un sentiero di morti.

Guido: – Ragazzi, se non volete stare, via, andatevene. E’ una questione troppo personale.

Vasco: – Tu, Gianni, dici che hai doveri ben precisi.

Guido: – Diciamo che li sente.

Gianni: – Sì, io li sento.

Guido: – Li sente, non li ha.

Io: – Anche io li sento i doveri, proprio perché ho lavorato. Cosa m’interessa della natura di una persona? Pensavo che la natura di tutti fosse la stessa, non c’è bisogno di fare distinzioni!

Guido: – E invece, come dato teorico, nessuno ha dei doveri, ma li sente.

Io: – Vabbè, li sento, li sento.

Angelo: – Non facciamo questione di parole.

Guido: – No, qui si tratta di sentimenti, di etica di vita.

Lorenzo: – La posizione di Alessandro o di Gianni è diversa dalla mia. Io non ho fatto nulla. Io non ho doveri, voi li avete e li sentite.

Guido: – Tu dovresti avere doveri nei loro confronti, come fai a dire di non averne?

Salendo al Campo 2

Rino: – Ciascuno di noi ne ha e li sente.

Lorenzo: – Ma io parlavo di doveri verso l’esterno.

Guido: – Ma il dovere morale nei confronti di Gianni dovrebbe essere qualcosa di più che dover dare una foto alla Zuegg.
Segue qualche secondo di totale confusione.

Io: – A me sembra che se torniamo a casa così, nudi, certi doveri li abbiamo svolti lo stesso. La vetta a loro farebbe piacere, ma a voi?.

Gianni: – A me la vetta farebbe piacere, soprattutto per me non per gli sponsor.

Io: – E invece a me la vetta non interessa, perché ormai manca la voglia, lo spirito!

Guido: – Cosa mi frega a me se vuoi andare in cima o buttarti in un torrente. Qui si parla del dovere, o di ciò che sentiamo tale, e di ciò che i nostri creditori, morali o materiali, in Italia ci stanno chiedendo. Questo è il punto. Quando torneremo non avrei voglia di nascondermi (se torno subito, ora). ma cambierebbe qualcosa se avessi la sensazione di aver fatto tutto il possibile.

Vasco: – Per le aziende basta così, io credo. Mi sembra che abbiamo già pagato abbastanza!

Guido: – Ma lascia perdere gli altri! Vedi un po’ se te lo senti o no il carico morale.

Rino: – Mi sembra che tutti abbiano detto la loro su questo punto.

Vasco: – Io cercherò di filmarvi.

Io: – Io cercherò di portarti dei carichi.

Vasco: – Ma la tua scelta non è la mia. Se tu vuoi continuare io mi fermo, ma gli obblighi li abbiamo pagati. L’Eliana farà un Carosello in meno…

Guido: – Piano, ragazzi! Chi ha pagato sono quei due! E’ una bella scusa dire che abbiamo pagato noi.

Vasco: – La spedizione è quella che ha pagato, e ciò deve bastare.

Lorenzo: – In effetti poteva capitare ad altri due.

Rino: – Lo spirito non c’è più, forse è il caso di tornare.

Gianni: – Ragazzi, dopo quindici giorni che siamo in Italia non ci pensiamo nean­che più a quei due là…

Guido: – E neppure quando si sarà su ai campi, con il bel tempo. Se però viene giù un fiocco di neve, cominci a stringere il culo e vieni giù a palla di fucile. Attenzione a non fare i pagliacci, perché se si parla di fuga al primo fiocco di neve allora è inutile tentare, aggiungeremmo alla tragedia il ridicolo!

Salendo al Campo 2

Io: – E’ come in una partita a scacchi. Ci sono delle situazioni in cui la dai per persa senza aver ancora perso.

Gianni: – Ma scusa, se fa brutto, tu cosa fai, stai su?

Io: – No, chiaro che scendo. Ma allora sarà doppio errore.
Tutti si scaldano, a volte si urla, ma ancora non si passa all’insulto. La questione su cosa è stato errore o cosa lo sarà scalda gli animi.

Guido: – Se andiamo a fare la Major alla Brenva, tutti noi traversiamo il canale di corsa perché sappiamo cosa può succedere. Uno che arriva dal Guatemala magari ci piazza un campo…
Si sottolinea l’importanza del tentativo per mettersi il cuore in pace.

Io: – Spero che non venga fatto alcun “tentativo”…

Guido: – Allora andiamo via!

Io: – Perché va bene una volta, ma due… allora sì che non eravamo in grado, ancor peggio che il fallimento!

Guido: – E non ha neppure senso tentare di tornare gli anni prossimi…

Io: – Infatti, nessuno ne ha parlato. Comunque dobbiamo decidere cosa fare adesso, non se andremo ancora in montagna o torneremo qui.

Gianni: – Sì, ora. Visto che tra dieci giorni non ci penseremo più.

Io: – Non sarà il mio caso.

Guido: – Ci è già successo altre volte di perdere qualcuno. Un po’ sappiamo come ci comporteremo.

Io: – La mia posizione è diversa dalla vostra. Ma io vi seguo ugualmente. Certo non potete pretendere che cambi idea sulla via normale, della quale non sono mai stato fautore.

Guido: – Ma sì, cosa ci frega della normale… Dimmi cosa dovrebbe fare la spedizione. Perché tu ancora un parere non lo hai dato.

Io: – Non l’ho dato perché mi sento doppiamente vincolato di voi.

Guido: – Troppo facile! Cosa ne sai di cosa può essere stato per me Miller…

Io: – Io guardo cosa mi aspetta a casa. A te cosa t’aspetta a casa per il Miller, eh?

Gianni: – Chiaro, queste sono questioni personali.

Io: – Non li voglio far pesare più di tanto i miei doveri. Per questo non do un parere netto.

Guido: – E allora non devi darlo neppure sulla via normale, mi spiace.

Io: – Lo vuoi proprio? Bene, per me dobbiamo tornare tutti indietro.

Salendo al Campo 3

Guido: – Questo volevo sapere.

Io: – Ma in questo modo ve lo faccio pesare.

Gianni: – Lo fai pesare come gli altri.
Coro di assenso a questa affermazione.

Guido: – Questa è l’unica cosa importante che hai detto. Può essere utile per dire: proviamo altri dieci giorni, poi ce ne andiamo, senza fare qui il Natale…

Angelo: – Lasciamo decantare un po’?

Gianni: – Qui occorre avere un accordo generale, qui non c’è alcun Hermann Buhl. Ora mi sembra tutto più chiaro.

Angelo: – Sono state espresse in maniera più decisa opinioni che peraltro già si conoscevano.

Io: – Per me era chiaro anche prima.

Angelo: – Nel caso si decidesse di restare un po’, in Italia si verrebbe a sapere che continuiamo. Questo può incidere sulle coscienze, no?

Guido: – Diciamo che ci pensiamo.

Io: – “Ci stiamo pensando” significa che non torniamo indietro.

Nel tardo pomeriggio ancora non c’è una decisione, ma sembra che l’avere io espresso delle opinioni in maniera più decisa di prima abbia spostato di molto l’ago della bilancia. Guido gioca l’ultima carta della giornata:
Guido: – Ma allora bisogna dire apertamente “io torno indietro”.

Io: – No, non lo dirò mai. Se la spedizione resta, resto anch’io.

Gianni: – Ma allora vuoi la legge del più forte!.

Io: – È sempre la legge del più forte. È la legge della convinzione più forte. Se tu hai tanta convinzione da convincere gli altri, io ti giuro che ti seguo. Quindi è la legge del più forte, comun­que.

Gianni: – Però, se si accetta questa legge, la si accetta in pieno, fino all’ultima conseguenza.

«Le virtù che si addicono a un re, come giustizia, sinceri­tà, temperanza, fermezza, ge­nerosità, perseveranza, clemen­za, affabilità, devozione, pazienza, coraggio, fortezza, io non ne ho neanche un pizzico (William Shakespeare, Macbeth, Atto IV, scena III)».

Carmelo Di Pietro al Campo 3

Quale Rivoluzione? 1 ottobre 1973
«Ad un uomo passa davanti la fortuna di poter essere diverso una o due volte nella vita, alla maggior parte neanche una volta; se non se ne accorge è fregato, se se ne accorge e ha paura è un altro conto, diventa umano, normale (Guido Machetto, Annapurna)».

Assenti Guido, Gianni, Carmelo e Angelo.
Carlo: – Io vado in montagna per l’amicizia, o almeno così credo. Della montagna posso anche battermene i coglioni. A parte il fatto che comunque, per l’appendicite, io sono tagliato fuori.

Rino: – E se due miei amici soccombono, come posso ancora sostenere di andare in montagna per amicizia? Ma questa della spedizione è una forma diversa d’alpinismo. Se è solo per l’amicizia, allora tanto vale stare a casa, sulle Alpi.

Io: – Qui dunque ora manca la componente fondamentale…

Vasco: – Io l’avevo detto che era meglio tornare…

Lorenzo: – Ma bisogna dirlo chiaro, non in modo ambiguo.

Io: – Allora veramen­te bisogna fare le spedizioni spietate: uno è solo al mondo, se ne frega di morire e va in cima, muoiano tutti i compagni. Altrimenti deve esserci un limite, un rispetto, un limite al tenere in pensiero le famiglie. All’ideale della cima ora abbiamo sostituito quello dell’amico. Per comodo?

Vasco: – Si va avanti per un sentiero di morti, per arrivare in cima? Per un ideale?

Io: – Ma quale ideale! Il mio ideale è quello dell’amicizia, come dice Zonta. Proseguire tutti insieme fino a che tutte le regole siano rispettate e non oltre! Va bene che la montagna sia cattiva, ma non così tanto. Penso che Gianni sia l’unico a sentire una genuina voglia di proseguire, a prescindere dai doveri. Carlo: – Per me è lo stesso, magari non per la mia famiglia, però per me è lo stesso.

Ora invece ci siamo di nuovo tutti.
Carmelo (sibilando): – Gli Ottomila sono per uomini “duri”, altro che morale. Di quale “morale” andate cian­ciando?

Guido: – La mia opinione è di restare.

Così la Domenica del Corriere del 23 ottobre 1973, con un disegno di Mario Uggeri, ha illustrato la valanga che seppellisce il Campo 2.

Angelo: – Il massimo successo che la spedizione può avere è quello di fermarsi qui.

Gianni: – La spedizione deve avere un successo. Se ci fosse qualcuno disposto a salire gli porterei i carichi tutto il tempo. Ho la sensazione che non abbiamo dato ancora tutto.

Vasco: – La spedizione non può avere successo con due morti.

Guido: – Riassumendo, si torna indietro. Ma a questo punto la spedizione si divide. Per me è insopportabile dover seguire le vostre idee dopo aver lavorato tanto tempo. Non posso stare con voi. Me ne vado da solo, vado a Bangkok…

Angelo: – Questa è l’esasperazione dei sentimenti.

Io: – Questo è infantilismo acuto. Come se noi fossimo rimasti qui a fare ostruzionismo. Se c’è una cosa da fare è che la spedizione ritorni compatta.

Angelo: – Se la spedizione ritorna unita, ritorna con dignità.

Guido: – Io voglio che sia chiaro di fronte a tutti che c’è una differenza tra le nostre idee. Io non sono più il capo. Non vengo dietro a voi per salvare la spedizione. Io ho la mia morale.

Guido è ormai fuori di sé e in un impeto maggiore di rabbia mi affronta: – Quando siamo partiti dall’Italia eravamo due gruppi separati e la televisione è venuta per te che sei partito dopo. E la TV ora verrà di nuovo per te, stai tranquillo che io starò alla larga. Vedi che non c’è alcun problema? Se siamo partiti separati, possiamo anche tornare separati.

Carmelo (rincarando la dose): – Caro Gogna, in Italia se certi discorsi verranno ripresi, di certo non verranno ripresi da Di Pietro Carmelo, perché il Di Pietro, è notorio, non scrive da nessuna parte, non va alla televisione. Non farà polemiche. Se c’è un pericolo può venire da te…

Annapurna, visione panoramica da nord-ovest

Guido: – Distruggiamo i nastri, come stiamo distruggendo la spedizione e le idee. Bisogna distruggerli, anche per evitare altri casini.

Carmelo: – Se siamo ora in quattro a decidere, e tre decidono di distruggere, si distrugge.

Guido: – Ormai che siamo oltre i sentimenti, arriveremo anche alla resa dei conti.

Io: – Bene, me ne vado da questa sedicente commissione.

I nastri sono stati salvati.

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Una vita d’alpinismo – 49 – Annapurna 1973 – 2 ultima modifica: 2020-06-23T05:31:10+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 49 – Annapurna 1973 – 2”

  1. 7
    Roberto Pasini says:

    Coinvolgente e interessante. Nel linguaggio e nelle argomentazioni si sente che sono passati quasi 5o anni. La problematica resta comunque attuale. Come accaduto per la tragica spedizione raccontata in Aria Sottile, il dialogo potrebbe essere trasformato in un caso per preparare tutti coloro che come team leader o membri si apprestano a partecipare a progetti in situazioni rischiose,con possibilità di perdite umane, non solo in montagna e con implicazioni economiche e di immagine. Sempre meglio essere preparati utilizzando l’esperienza vissuta da quelli che ci sono passati, anche se poi ogni situazione è unica. Una domanda per Alessandro, perché non ricordo più i fatti. Alla fine come andò a finire?

  2. 6
    Enrico Defilippi says:

    Credo che come documento non abbia precedenti.  Grazie per averlo pubblicato.

  3. 5
    GIuseppe Penotti says:

    Io l’ho trovata una testimonianza molto cruda. Complimenti ad Alessandro per averla pubblicata, è stata una scelta coraggiosa.

  4. 4
    Salvatore Bragantini says:

    Devo dire che anch’io sono rimasto sorpreso dall’assenza di reazioni di un insieme come il nostro che a me, forse per l’età avanzata, pare spesso anche troppo reattivo.
    Il mio silenzio, come penso quello di molti altri, era motivato dal rispetto per chi ha vissuto una tragedia come quella. Resta che ho letto questo post con l’attenzione e, appunto, il rispetto che merita.

  5. 3
    Paolo Gallese says:

    Concordo con Alberto. E anche io ho taciuto, con rispetto.

  6. 2
    Alberto Benassi says:

    molto difficile dire qualcosa. Non si era li e si rischia di cadere in  commenti o addirittura di dare giudizi ad una situazione molto pesante che però non si è vissuta.
    Qui dalla tranquillità della tastiera mi faccio un’idea di risposta, ma sono sicuro che sarebbe stata quella, la linea di comportamento  che avrei adottato in quella situazione?
    Di una cosa sono sicuro, che certe esperienze possono incrinare le amicizie più forti e, allo stesso tempo, farne nascere altre, altrettanto forti.

  7. 1
    Simone Di Natale says:

    Strano che nessuno abbia commentato.
    Tutti conoscevano giá la storia e il contenuto dei nastri?
    A me ha colpito leggere le reazioni a caldo dopo la perdita di amici/ colleghi durante una spedizione.
    Mi hanno colpito anche le valutazioni sulle implicazioni commerciali e di immagine. Non penso riuscirei a dargli peso in tale frangente.
    Non sto dando giudizi, perchè è una situazione che non ho mai vissuto.
    È solo una riflessione.

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