Una vita d’alpinismo – 02 – Tentativo invernale alla Concilio

Una vita d’alpinismo – 02 – Tentativo invernale alla Concilio (AG 1968-002)
(scritto nel 1968, nel 1974 e in tempi odierni come da specifica al fondo dei brani)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(3)

Dopo la Nord-est del Badile tutti noi ricevemmo almeno un centinaio di felicitazioni, via lettera, biglietto o telegramma. Ricordo con particolare piacere ed emozione i messaggi di Riccardo Cassin (“complimenti infiniti“…); quello dei miei prof di lettere delle medie, Maria Goffis Monge (toccante), e del liceo, Antonio Mor; del vecchio amico di Reggio Emilia Gianni Iori (quello della partite di calcio Reggiana-Genoa…); quello bellissimo di Enrico Cavalieri (mio direttore nel corso di alpinismo 1964, “grazie del regalo di Capodanno che avete fatto a noi tutti...”). Ricordo qui anche i più inaspettati, quello del sindaco di Genova Augusto Pedullà, dell’Assessore allo Sport Gian Battista Benvenuto e del presidente della Provincia, Carlo Pastorino.

Tra le molte persone che ci furono vicine sia prima che durante che dopo il Badile, Renato Avanzini e Rita Corsi le porterò sempre nel cuore. Formavano una coppia praticamente inscindibile. Loro giuravano che erano solo amici. Non avevo motivo di dubitarne, ma di fatto ne dubitavo. A favore della loro tesi era la notevole differenza di età e il fatto che Renato era sposato. Ma erano sempre assieme! Renato per tutta la sua ancora lunga vita (ci ha lasciati solo qualche anno fa, Rita molto tempo prima) mi ha manifestato un profondo affetto, da lontano, senza mai essere troppo presente ma sempre certo. Un pomeriggio dovevamo andare ad arrampicare, poi il brutto tempo ci deviò alla sua barca a vela, ormeggiata ad Arenzano (anzi a Vesima). C’era anche Piergiorgio Ravajoni, dovevano verificare qualcosa del funzionamento del natante. Io ricordo solo un pomeriggio di nausea estrema alimentata dal mare di bölesömme, sdraiato in una cuccetta di dolore mentre sopra ridevano e scherzavano. Rita aveva qualcosa che mi attirava assai, ma anche lì la nostra grande differenza di età mi trattenne sempre da qualunque avance, al di là delle battute allusive.

Armando, Gogna, Calcagno alla capanna Sasc Furä, 25 dicembre 1967

Gogna, Armando, Calcagno e Luciano Tenderini, festa al rifugio SEM Resinelli, 4 gennaio 1968

 

Dopo una notte al rifugio Zanotti, il 21 gennaio 1968 Rita, Renato ed io lasciavamo gli sci alla base della cresta ovest del Becco Alto d’Ischiator e per la via Abbiati raggiungevamo la vetta. Una gita meravigliosa. Dopo le fatiche del Badile e soprattutto dei festeggiamenti ci voleva proprio una giornata così, tra amici e in pieno relax.

In quell’inverno nevoso anche la Grigna era bella bianca. Con Silvana salii al sabato la via Cassin alla Corna di Medale e alla domenica (11 febbraio) andammo in vetta alla Grignetta per il canalone Caimi e la paretina sud. Con noi erano anche Andrea Cenerini, Gianni Motta e un altro.

5 gennaio 1968, Palazzo Marino, Milano. Da sinistra, Troillet, Darbellay, Armando, Calcagno, Aldo Aniasi (sindaco), Georges Bonnant (console svizzero), Bournissen, Gogna

Quando riuscivo a recuperare un compagno andavo a scalare nei dintorni di Genova. La via Cristina alla Cava della Gianchetta, con Francesco De Marpillero non dava tante soddisfazioni essendo un’artificialata (17 febbraio). Molto meglio il giorno dopo con l’amico Alessandro Grillo: lui aveva individuato, nei pressi di San Carlo di Cese, due appicchi uno sopra l’altro di roccia bruna, localmente conosciuti come Rocca dei Banditi. Quel giorno vincemmo il primo risalto, che si rivelò un’arrampicata mista bellissima che in seguito tornai più volte a rifare (la prima volta già l’8 marzo, con De Marpillero). Avanzava un po’ di tempo così andammo anche alla Cava della Gianchetta a fare la via Cinzia.

Silvana Bellini, Grignetta, 12 novembre 1967

Il 25 febbraio 1968 riuscii a rivedere Silvana che però non era più quella di qualche mese fa. La trovavo distante, come se fosse impacciata. Scoprii solo in seguito quello che era successo, e proprio con Paolo Armando. Certo non immaginavo che loro si sarebbero sposati nel 1970 e io avrei saputo della loro “tresca” solo in agosto del ’68! Non la presi bene, ma in seguito l’amicizia con Paolo e l’affetto per Silvana ebbero la meglio sul mio malumore. Quel 25 febbraio comunque, assieme a me e Silvana sulla Cresta Sinigaglia alla Grignetta, erano anche Livia Dean, Tiziano Nardella e Sergio Bellini.

In marzo iniziò il corso di alpinismo, feci l’istruttore il 3 sulla via Diretta della parete nord del Monte Ajona (con Cinzia Roggero e Carlo Terrazzano, ripetuta pochi minuti dopo con Nello Tasso) e il 10 marzo sulla via Micheli-Vitelli alla parete nord-est della Pania della Croce (seconda ascensione e seconda invernale, con Giorgio De Lucchi, Marino Belardinelli, Augusto Martini, Mario Arpe, Paolo Gatti, Gianfranco Negro, Carla Monciatti e Franco Scapaccino.
(scritto nel 2018)

Lettera di Paolo Armando
Torino, 28 febbraio 1968
Caro Sandro, non mi è ancora giunta una tua lettera ma è bene che ti scriva subito altrimenti non ti raggiungerà in tempo utile. Dunque ti rifaccio l’elenco delle cose che mi servono da Burdese (un negozio di articoli sportivi di Genova che ci aveva dato disponibilità ad aiutarci, NdA): giacca a vento in nylon leggero (tipo le vostre sul Badile, taglia 50); sovrapantaloni non imbottiti, stessa taglia; 1 paio di guanti in pelle a cinque dita (da sci) n. 11; 1 paio di guanti Makalu di quelli lunghi, 1 paio di sovrascarpe tipo quelle del Badile. Si non trovi da Burdese questi due ultimi, vedi se riesci a farteli prestare, perché sulla salita verrebbero comodi. Per i chiodi aspetta ancora e non mi sperperare il resto del buono: voglio vedere quanto mi resta e se ho bisogno di qualcosa d’altro.
Ieri sono passato da Ravelli e ho saputo che la Garmont ha intenzione di regalarmi un paio di scarpe doppie (sta mettendo fuori un nuovo modello). Probabilmente se andate in qualche negozio di Genova dove vendono scarpe della Garmont potrete tramite il rappresentante averne un paio anche voi.
Domenica scorsa Giorgio (
Brianzi, NdA) e il Califfo mi hanno accennato alle loro intenzioni circa la via di De Francesch sulla Roda di Vael per San Giuseppe. Gli ho detto che l’idea non mi dispiacerebbe (tra l’altro loro hanno amache e cordino, quindi si potrebbe tirare su il materiale alla sera), però si può vedere: se per esempio il tempo si mettesse decisamente al bello, perché non andare a dare un’occhiata alla via delle Guide tutti e quattro? Siamo rimasti d’accordo che gli scriverò qualcosa.
Per quel che riguarda il Cervino il programma potrebbe essere il seguente: funivia al Furggen e discesa sotto la parete il lunedì. Si può anche andare su non troppo tardi per vedere che aria ha la parete di giorno, se scarica, ecc. Attacco verso le 11-12 e penso che il martedì si potrebbe arrivare sotto alla testa. Il giorno dopo, mercoledì, e il successivo per la discesa e ritorno a casa. Per giovedì dovresti essere a casa, se tutto va bene, con gran gioia dei tuoi. Tutto questo se tempo, neve e allenamento ce la mandano liscia, perché non mi fido né del empo né del mio allenamento. Con tutta probabilità non verrà comunque devo invitare anche Ilio (
Pivano, NdA), visto che il primo con cui ne ho parlato è stato lui. >Nel caso bisognerà procurargli un saccopiuma.
Non so bene che fornello portare, comunque almeno fino a Torino porta anche il Borde (magari con un sostegno funzionante). Eventualmente puoi comprare anche un paio di pentolini da Burdese (sempre sul mio conto), se ce n’è bisogno. Medicinali: regolati un po’ tu con quello che ti è rimasto, poi semmai compreremo qualcosa per strada. Lo stesso per i viveri.
Non so bene come funzioni la cosa con gli altri giornali: a Cassarà lo si può dire o farglielo sapere per vie traverse? A
La Stampa, in ogni caso non farei sapere nulla; anzi, un bel calcio nel culo al primo “Rampinista” che mi si presenta davanti (qui Paolo si riferisce alla brutta esperienza fatta con un giornalista, Arturo Rampini, NdA). Ed eccoti altre notizie spicciole: Cassarà organizza qui a Torino una specie d’incontro tra me e Cassin (grana niente) cui parteciperei per una soddisfazione personale (Cassin in fondo è un semplice e gli si può far dire un po’ quello che vuole). Bruno Toniolo vuole che tenga una specie di conferenza qui al Panathlon di Torino (anche qui grana niente però dice che potrà essere utile in futuro per finanziamento spedizioni e cose del genere). Deve essere in qualche maniera collegato al Rotary Club. Comunque avremo modo di parlarne i giorni prossimi. Notizie di diapositive? Ciao, Paolo.

Il primo incontro di Alessandro Gogna con il padre Alberto

Perfezione
Chiusa la porta alle spalle, sto per uscire nel mondo ester­no, mostrarmi alle altre persone, agli occhi dei semafori, agli stop delle automobili. Devo scendere cinque piani e sono disin­volto. Già, e chi non scenderebbe cinque piani disinvoltamen­te? Tutti sono capaci di farlo, ma tutti male. La massaia con la borsa della spesa, lo studente di fretta per la lezione, i bam­bini attaccati alla ringhiera, gli uomini leggendo il giornale. Io invece provo una soddisfazione particolare ad esser ben pulito, ben pettinato, con le mani a posto, non rigido, non curvo, la testa alta, in sicurezza. Perché devo essere accigliato? Perché devo avere fretta? Piano, gustare la perfezione. Quel piacere di controllarsi, di avere un dominio pieno del proprio corpo e nel­lo stesso tempo di inseguire ciò che il corpo può volere. Ba­sterebbe un cenno di volontà per scatenare una forza incontrol­lata, a lungo repressa, genuina e viva, perdere per un attimo la coscienza di perfezione per abbandonarsi con piacere ai ragiona­menti. E invece non posso ragionare, non devo. Alla perfezione non occorre, non devo combattere nessuno e niente.
La tensione aumenta, lo spasimo dei muscoli, tutto il mio essere è in una parte non localizzata, dove partono gli ordini della volontà. Mi saluta la portinaia e non sa di salutare un automa e che a risponderle cortesemente è lo stesso automa. Per strada cammino normalmente, compiacendomi della riga per­fetta dei miei pantaloni, pago del mio avanzare elastico, pago di poter vedere senza lenti, di superare la maggior parte delle altre stature, della mia libertà di movimento, temporanea assen­za di pensieri. Un operaio esce dal bar, in tuta da lavoro, suda­to, le mani grosse con la vera al dito, il viso onesto, l’anda­tura dondolante. Viene immediatamente fotografato, scheda­to, cestinato. Una vecchia signora, dal viso paonazzo per il fred­do, con la borsa della spesa piena di pacchi e involti, trotta goffamente verso la fermata dell’autobus. I capelli le si arric­ciano confusi sulla testa, il seno fa l’altalena. Le prime vetrine. Oggetti, colori, il benessere di una città che odio. Una ragazza è ferma davanti alle borsette, irregolarmente disposte con il car­tellino accanto. Illuminate da luce riposante sono un continuo richiamo. È alta, bionda, la gonna a pieghe sul ginocchio, le gambe disposte in modo asimmetrico: impressione di bellezza sublime, che mi attira. Il collo accarezzato leggermente dai ca­pelli, il cappotto graziosamente appoggiato sulle spalle. Mi guar­da per un attimo, sentendosi osservata, poi va via. Un deside­rio folle di essere con una ragazza, di sentirmi vicini quei capel­li. Ma presto l’immagine si dilegua, la città mi ha ripreso, la coscienza di perfezione ha avuto ancora una volta il sopravven­to. Passo un semaforo rosso senza premeditazione, sono gonfio e pieno come un pallone, ma con la certezza che uno spillo non è sufficiente a farmi scoppiare.
(da Alpinismo di Ricerca, scritto nel marzo 1968)

Per il resto dell’inverno e per la primavera non mi occupai d’altro che non fosse montagna o conferenze. Due anni e mezzo di crisi (scolastica, NdA) mi avevano portato alla disperazione, le mie giornate era­no tutte uguali, tutte l’esempio di come un giovane educato normalmente per inserirsi bene nel sistema della società possa ad un tratto, di fronte a condizioni diverse, soffrire in una scelta.

Solo in montagna riuscivo, per poco, a ritrovare me stesso, ciò che a casa non esisteva. Non sono mai riuscito a separarmi dal mio orgoglio, che ormai alimentava una finta perfezione, ad avere un minuto di fiducia vera in me stesso, teso com’ero a mete materiali: montagna, studio, donne. Cercavo di ritrovare una scintilla di quella volontà che avevo creduto di possedere in così generosa misura, non ancora per cercare di essere quello che ero, ma per cercare di ottenere quelle tre cose. E siccome della seconda non mi importava assolutamente nulla, rimandavo sempre una scelta definitiva. Anche per ciò che riguarda le don­ne le mie esperienze non andavano al di là della fantasia pura, sempre morbosamente impegnato a crearmi un mondo mio, in cui passavo con naturalezza dal desiderio animale alla pace più completa, come se avessi fatto l’amore con un fantasma. Tra­scorsi intere giornate sdraiato supino sul letto a fumare e pen­sare cosa fare.

Prima di uscire di casa lasciavo i libri aperti, così mia ma­dre vedeva che avevo studiato, e per di più dovevo ogni gior­no voltare le pagine e sottolineare qualcosa. Queste meschi­ne puerilità non convincevano certo nessuno, ma non mi senti­vo di dare colpi di spugna alla forma. Quando tornavo a casa erano sempre liti e discussioni. Sapevo di avere torto marcio, di essere un fannullone (mia nonna mi profetizzava una squalli­da vita di spiantato e di travet), ma non avevo la forza di uscire da quella situazione dolorosa per tutti. Non mi sfogavo con nessuno, perché non avevo voglia di sentire i consigli cui ero già arrivato da solo. Non è vero che si sia già alla metà dell’opera quando si conoscano bene i mali. In questa lotta, con la risoluzione continuamente rimandata, mi sentivo mortal­mente solo, con l’unica compagnia di una spaventosa e degradante inerzia. Un giorno dopo l’altro, alternando a momenti di vuoto narcisismo, ore di commiserazione e isterismi. Nelle di­scussioni con gli amici del CAI, di sera davanti ad un boccale di birra, e poi di notte fino alle tre, alle quattro, in automobile, ero molto pessimista.

Paolo Armando al rifugio Paolina, 16 marzo 1968

A nulla erano servite le prime conferenze, i primi successi. Non mi importava che mi dicessero che ero bravo a parlare, un cannone a commentare le diapositive. Dopo la passeggera eufo­ria, anche le salite che facevo avevano il sapore di cosa inutile, forzosa, droga per dimenticare i miei veri problemi. Solo Gian­ni Calcagno, senza avergli detto nulla, aveva capito. Ma non disse mai niente, non mi volle aiutare. Chi lavora tutto il gior­no e torna la sera stanco morto, non ha tempo per le mie fan­faluche, non si perde nell’esaurimento nervoso altrui, sia pure del suo più caro amico.

Lentamente pensai di non essere capace, di non valere nul­la, di essere un fallito in partenza. Una sera andai al pranzo di chiusura del Corso d’Alpinismo, in una località fuori Genova. Normalmente dopo le prime por­tate diventavo un altro: con l’aiuto di qualche bicchiere di vino riuscivo a dimenticare il mio umore, aumentava la mia lo­quacità, e con essa le battute, le risate, gli scherzi. Era sempre stato così, e anche se non vi ricorrevo spesso, era il mezzo più comodo che avessi per avere un po’ di pace. Ma quella sera di giugno andava tutto storto. Nonostante abbondanti libagioni, raggiunsi solo la lucidità per la quale appariva sempre più evi­dente l’urgenza di farla finita. Ma se da una parte avevo cristallizzato ciò che era fin troppo noto, dall’altra non avvertivo la minima volontà di uscire dal pozzo e tutta la mia aggres­sione era fatta di parole e nient’altro. Quella sera fui più lu­gubre del solito, credo di aver ferito, volontariamente, molti amici. Più d’uno avrà sentito le mani formicolare, ce n’era per tutti della mia cattiveria. Odiavo questo perché aveva la Mini, non potevo soffrire quello perché s’era appena laureato, avrei volentieri spaccato la testa ad un amico con accanto la ragazza, non mangiai quasi nulla, insultai un cameriere, dissi a voce al­ta che stavano mangiando delle schifezze. E intanto continua­vo a bere, tracannare vino.

Poi arrivò Piergiorgio Ravaioni, con la chitarra. Veniva da Milano, neppure lui sopportavo, perché da Genova si era tra­sferito e forse a Milano aveva trovato l’ingranaggio. Si era fat­to assorbire da un grosso complesso industriale e non aveva i problemi che assillavano me. Ai miei occhi era la felicità supre­ma: donne fino a scoppiare, denaro pure, libertà e divertimen­to. Valeva certo la pena aver sacrificato molti anni per diventa­re ingegnere e io non avrei mai potuto.

Non solo non avevo speranza di un passabile equilibrio in­teriore, ma non vedevo neppure la possibilità di una vita pra­tica autosufficiente che in mancanza della salute dei nervi è il necessario surrogato.

Paolo Armando al rifugio Paolina, 16 marzo 1968

Una ragazza che aveva frequentato il Corso per metà e poi era stata ricoverata in ospedale psichiatrico era lì con noi e can­tava in cerchio: tutti insieme, in coro, canzoni belle. E men­tre cantava le scendevano lacrime e non sapeva perché. Alle due di notte non voleva ancora tornare a casa, a forza l’abbia­mo accompagnata; dopo aver traversato tutta la città e mentre le parlavo, mi sentivo male: lente ma continue spirali mi sali­vano alla testa, che voleva esplodere, carica d’ira, di sigarette e di alcool. Poi fino alle quattro a parlare con Piergiorgio, pri­ma dell’infelicità di quella ragazza e poi della mia.

Il cinismo dei miei argomenti non lo scalfiva molto. Prima di tutto perché gli sembrava che stessi esagerando, poi perché insisteva a paragonare le mie tristezze alle sue di due anni fa. Io avrei anche potuto credere alla validità dei suoi confronti, per ciò che riguarda l’oggettiva situazione. Però non mi lamentavo tanto di questa, quanto della mia incapacità di soffrire e dell’inadeguatezza della mia volontà.

– Il popolo indiano – dico – soffre la fame, ma c’è abituato; un occidentale, a lasciarlo con alimentazione scarsa, non è preparato da millenni di sofferenze, perciò non sopporta.
– Ma se gli indiani soffrono da tanto tempo, non è una buona ragione per lasciarli in quello stato.
– Ma è proprio ciò che dico io, Piergiorgio! Non si può abbandonarli, ma a maggior ragione non puoi abbandonare nep­pure l’occidentale!
– Ma in fin dei conti cosa ti manca? Hai tutte le possibi­lità di scelta.
– Ma è proprio quello che non sono capace di fare e solo perché sono vigliacco, ho paura delle mie responsabilità; e poi sono pigro.

Parete Rossa Roda di Vael, 17 marzo 1968, tentativo prima invernale alla via Concilio Vaticano II, Paolo Armando in arrampicata

Esponevo le mie sicumere freddamente, ma non era finita. C’era ancora un po’ di forza, un barlume tra le tante camere buie in cui giravo. Quella sera tornai a casa calmo, con la net­ta convinzione di aver raggiunto il limite. Anche per smettere di fumare, in seguito, mi sarei ubriacato di fumo, tre pacchet­ti in un giorno. La mattina dopo mi sarei alzato con tale di­sgusto da smettere. Così il giorno dopo scrissi a Gino Buscai­ni una lettera. Conoscevo Gino solo di fama: scrissi proprio a lui, perché era stato incaricato dal CAI e dal TCI di curare la stesura delle guide alpinistiche. Poteva servirgli un aiutante, o magari poteva indirizzarmi a qualcosa di simile.
(da Alpinismo di Ricerca, scritto nel 1974)

Lotta sulla Superdirettissima
(da Rassegna Alpina n. 9, marzo-aprile 1969)
Nel trascorso inverno (1968-1969, NdA) poverissimo d’imprese alpinistiche, eccezionali o meno, ci è giunta desiderata la notizia della conquista invernale della via Concilio Vaticano Secondo, sulla Parete Rossa della Roda di Vael. Questa via ha appena sei anni di storia, eppure, molte sono state le avventure che vi sono state vissute. Già nel Natale 1962 i Colibrì, guidati da Peter Siegert, che pochi giorni dopo avrebbero dovuto concentrare l’atten­zione di tutti con la loro sfibrante impresa sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo, avevano tentato la prima in­vernale (e prima ripetizione).

 

Parete Rossa Roda di Vael, 17 marzo 1968, tentativo prima invernale alla via Concilio Vaticano II, Franco Gastaldelli in arrampicata

Furono costretti a desistere e deviare sulla via Maestri, concludendo insieme con i monzesi Vasco Taldo e Nan­dino Nusdeo. Freddo intenso e scarsa attrezzatura sono stati i motivi della rinuncia.

La «prima» era stata compiuta dal 6 al 9 settembre 1962, ideata e condotta dal noto Bepi Defrancesch, con i suoi compagni Cesare Franceschetti, Quinto Romanin ed Emiliano Vuerich.

La via si inserisce tra la classica via Buhl, di Lothar Brandler e Dietrich Hasse, del 1958, e il più artifi­ciale itinerario diretto di Cesare Maestri e di Claudio Baldessari, del 1960. Fu immediatamente denominata la Su­perdirettissima, anche se battezzata via del Concilio Vaticano Secondo, per continuare la tradizione della via Olympia 1960 e della via Italia ’61 aperte sul Catinaccio e sul Piz Ciavazes. Nel 1963 Defrancesch avrebbe potuto continuare aprendo magari un nuovo itinerario del «Cen­tenario del CAI», ma ha preferito aspettare il 1968, per il Cinquantenario di Vittorio Veneto, sul Piccolo Vernel. Ormai tutte le vie della Parete Rossa erano state percorse d’inverno, perfino la difficilissima Eisenstecken vinta dagli altoatesini Heini Holzer e Hans Authier: Holzer (lo «spazzaca­mino»), uno dei rappresentanti del fortissimo nucleo di alpinisti italiani di lingua tedesca, di cui Reinhold Messner è senza dubbio il nome più importante. Mancava solo la salita della Superdirettissima. Così, tanti sono i tenta­tivi andati a male, d’estate e d’inverno. Claude Barbier torna indietro, ed anche Marco Dal Bianco.

Parete Rossa Roda di Vael, 17 marzo 1968, tentativo prima invernale alla via Concilio Vaticano II, 3a lunghezza

I più accaniti sono Giorgio Brianzi di Cantù (da pochi giorni Accademico del CAI), e Franco Gastaldelli, detto Califfo, di Milano. Moltissime volte si portano da Milano al rifugio Paolina. Poi all’attacco con il materiale, poi ri­tornano. Quando attaccano per la prima volta, al sesto tiro di corda crolla un intero terrazzino sotto i loro piedi. Ri­mangono fortunosamente appesi ai chiodi. Ritornano ancora il 17 marzo 1968, con Paolo Armando e con me; bivacchiamo sulle amache dopo quattro lunghez­ze. Il giorno dopo ci spingiamo fino a due terzi della parete. Qui, dopo varie incertezze, decidiamo che le cose sarebbero ancora andate troppo per le lunghe. L’unico parere contrario è quello di Brianzi, che vorrebbe invece continuare. Così scendiamo, e traversiamo sulla via Maestri; altro bivacco, e poi giù per un diedro strapiombante, fino al tetto triangolare, tutto in artificiale, in discesa. Ormai per Giorgio Brianzi è un chiodo fisso, e ha ragione. Troppo tempo, troppa fatica e denaro ha speso per quel­la via.

Il 14 giugno 1968, ritorna ancora, con il «Califfo». Questa è la volta buona per la prima ripetizione. Insieme a loro però ci sono anche due lecchesi, Aldo Anghileri e Piero Ravà, e due bolzanini, Dante Belli e Sereno Barbacetto. Con due bivacchi escono in vetta, in mezzo ad una tor­menta di nevischio, e così la via che per sei anni non era stata ripetuta da nessuno, improvvisamente è stata salita da sei alpinisti.

Ma la lotta non è ancora finita. Fine dicembre 1968. Il freddo eccezionale scoraggia i tentativi. Ma il 5 gennaio il tempo è ancora bello, e il freddo meno intenso. Il Califfo non è della partita perché non è sufficientemente allenato. Compagno di Brianzi è Tiziano Nardella di Milano. I due stanno tre giorni in parete, fino al 7, costretti ad arrampi­care sulla muraglia gialla e strapiombante con i guanti, ed a volte persino di notte, come alla fine del secondo giorno, per raggiungere una nicchia, l’unico posto buono per bi­vaccare.

Parete Rossa Roda di Vael, 18 marzo 1968, tentativo prima invernale alla via Concilio Vaticano II, dopo il primo bivacco

Una partenza discreta la loro, senza informare alcuno, tranne un paio di amici; è il costume classico e po’ tra­montato del vecchio alpinismo, schivo del clamore pub­blicitario. Raggiunta l’alta val d’Ega hanno preso la seg­giovia del Paolina, avvicinandosi ad una delle pareti più illustri e più «dolomitiche», cui le vicende hanno legato nomi grossi: Emilio Comici, Toni Egger, per vincere la parete; Angelo Dibona, molti anni prima, per salire uno splen­dido itinerario, il solo allora possibile, tutto a destra delle placche gialle e rosse; e poi Lothar Brandler e Dietrich Hasse, e Cesare Maestri, e Otto Eisenstecken. E ora Brianzi e Nardella, su questo appicco di 400 metri, su questa via a goccia d’acqua, che possiamo collocare al limite delle possibilità dolomitiche, e nell’ambito delle ascensioni classiche, indiscutibilmente fedele all’etica più pura, su cui i chiodi a pressione sono necessari e pochis­simi, e molti e difficili sono i passaggi in arrampicata libera, le lunghezze «estreme». Essa soddisfa i conser­vatori che negano la validità delle sfilze di chiodi e nel contempo suscita il rispetto degli specialisti dell’artificiale uno, due, e tre. Quindi il massimo di un genere. Brianzi e Nardella sono saliti in questo regno di placche e tetti gialli, incontrando neve su ogni terrazzino, e molto freddo, specie al mattino e di notte. All’uscita in vetta, verso le 16.30 del 7 gennaio, trovano ghiaccio e neve fresca, dove la parete perde la sua verticalità. Il ritorno non è stato drammatico, ma assai faticoso. I due nuotavano nella neve fresca, ed hanno impiegato sedici ore dalla vetta al rifugio. D’estate in due ore si può già essere con le gambe sotto un tavolo a bere birra a volontà. A un certo momento decidono, nella nebbia più fitta, di scendere direttamente in basso, per guadagnare al più presto la carrozzabile, 650 metri più in basso. Ma non è possibile scendere su quel terreno, sfondano fino alla gola, a volte sparendo improvvisamente per un buco sotto i piedi. Altro momento scoraggiante è stato quando i due, deciso di abbandonare tutto il materiale sotto un masso, incominciano a camminare, e dopo mezz’ora si ritrovano sotto lo stesso masso.
(scritto nel marzo 1969)

19 marzo 1968, Giorgio Brianzi alla base della Parete Rossa, dopo la rinuncia

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Una vita d’alpinismo – 02 – Tentativo invernale alla Concilio ultima modifica: 2018-12-25T05:49:08+01:00 da GognaBlog

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