Un’amicizia particolare

Un’amicizia particolare
di Chiara Baù
(pubblicato su imperialbulldog.com l’11 aprile 2019)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Ci sono eventi che mi stupiscono ancora per la loro semplicità e bellezza, stimolata ogni volta da un senso di curiosità che sembra non lasciarmi mai. È necessario recuperare le favole, quelle che nascono da situazioni reali, cui forse prestiamo scarsa attenzione. Eppure esistono, nascoste nei trafiletti delle pagine stampate o disperse su internet. Tentano di emergere, proprio come quei fiori di primavera che sbocciano nei mesi di aprile e maggio, fioriture che reclamano la propria esistenza col timore di essere dimenticate nel resto dell’anno.

Nelle prime passeggiate di primavera in montagna è infatti possibile ammirare un piccolo fiore dal color viola che con discrezione spunta dal suolo, consentendo al terreno secco di assumere un abito nuovo ravvivato da un’intensa tonalità. Si tratta dell’anemone fegatella (hepatica nobilis) chiamata anche erba trinità o trifoglio epatico, una piantina erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Ranuncolacee.

I miei genitori non rinunciano mai alla prima escursione primaverile proprio per ammirare i fiori che annunciano la nuova stagione e che presto svaniranno per lasciare spazio alle fioriture estive. Ogni stagione in natura ha in serbo una sorpresa e le fioriture si alternano come gli strumenti in una sinfonia d’autore.
Alcune orme sulle ultime tracce di neve suggeriscono l´uscita dell´orso dal letargo: una breve esplorazione all’esterno della tana. Il cielo improvvisamente si fa scuro: una bufera sta per sopraggiungere. Anche se è l´inizio di primavera, le nevicate hanno un aspetto diverso da quelle invernali. Si presentano più intense e abbondanti, con un carattere alquanto impetuoso. L´orso si affretta a rientrare nel suo giaciglio, meglio aspettare che la bufera sia passata.

Durante un´escursione con i miei genitori mi accorgo che anche i camosci sul ghiaione stanno scrutando il cielo, tentando di capire cosa stia succedendo. Per quanto preparati a ogni evenienza, gli animali sono disorientati da eventi improvvisi, purtroppo frequenti negli ultimi anni a causa del riscaldamento globale.
Osservo i loro occhi un po’ spauriti mentre pian piano si rintanano nel bosco alla ricerca di un riparo. La bufera improvvisa ridipinge il paesaggio dandogli un nuovo aspetto invernale. I primi fiori che avevano scalfito il bianco della neve si ritirano momentaneamente sotto la coltre nevosa, in attesa come gli animali, di abbandonare il letargo invernale.

© Flavio Mosconi

I miei genitori con spirito giovanile non sembrano preoccupati dalla tormenta. Ci ripariamo sotto il tetto di una baita sorseggiando dal thermos il tè caldo preparato dal papà la mattina presto. In pochi istanti si accumula uno strato di neve talmente alto da cancellare ogni traccia di uomo e animale. Solo l’indomani i fiocchi di neve cesseranno di insinuarsi vorticosi nel bosco.
Tornata al villaggio, nel tepore della stube del maso, il locale più accogliente della casa di legno dove mi trovo, mi appresto a controllare la posta sul computer e subito mi sorprende il video di due ferrovieri austriaci alla guida di un treno spartineve intento a liberare la linea interrotta tra Admont e Hieflau, nel parco nazionale Gesäuse, in Austria.

Il treno procede lentamente a una velocità di 30 km/h quando i due ferrovieri avvistano in lontananza, di fianco ai binari, un minuscolo punto nero in mezzo ad un’enorme massa di neve. Non è prevista alcuna fermata in quel tratto, ma non importa, una sorta di voce nascosta, una voce che ci libera dai limiti che ogni giorno vengono imposti, suggerisce ai due ferrovieri di improvvisare il fermo del treno. Scesi dal vagone i due uomini iniziano a scavare delicatamente intorno alla macchia nera, intuendo la presenza di un animale sepolto sotto un cumulo di neve. Scavano senza sosta finché ecco emergere un piccolo camoscio, apparentemente tramortito e immobilizzato, incapace di liberarsi dalla massa nevosa.

Avrebbero potuto lasciar perdere, i due ferrovieri, e far proseguire al treno la sua corsa. Così nel mio immaginario quel punto nero diventa il protagonista di una favola e mi godo quel video con lo stesso entusiasmo di quando contemplavo al cinema le vicende di Bambi. Non sembra vero, ma ora il camoscio è salvo. Gli animali non hanno voce per chiedere aiuto, ma il richiamo che i due ferrovieri hanno percepito ha permesso all´animale di salvarsi. Senza il loro intervento non sarebbe sopravvissuto. Nella neve profonda, gli animali faticano a proseguire perdendo poco alla volta le forze, stremati e indeboliti dai rigori dell’inverno. Probabilmente il piccolo camoscio era alla ricerca di un riparo sicuro, ma non si era reso conto dell´altezza della neve finendo quasi completamente sommerso e invisibile, se non fosse stato per quel puntino nero che risaltava sul candore della neve.

L´attimo in cui il camoscio riacquista la libertà è pura poesia. I ferrovieri lo osservano avanzare a balzi verso la foresta e mentre il tempo si ferma per immortalare questo gioioso momento di ritorno alla vita, si lasciano andare con euforia ad un urlo di felicità; una bella occasione da festeggiare più tardi con un boccale di birra.
In pochi istanti si era creata un’amicizia particolare tra il camoscio e i suoi salvatori, un legame che sarebbe durato per sempre negli occhi dell’animale e nei pensieri dei due ferrovieri. Al limite del bosco un altro camoscio pareva aver assistito al salvataggio, impossibilitato ad aiutare il compagno. Uno sguardo all’indietro forse di riconoscenza ai ferrovieri e i due animali scompaiono nella radura illuminata dai raggi del sole che con timidezza sbucano dalle nuvole dopo la furia della tempesta. Un video meritevole di essere rivisto su youtube anziché navigare dispersi sui social.

Sono a mio avviso due protagonisti sconosciuti, semplici impiegati delle ferrovie, i veri influencer del web piuttosto che altri personaggi di spicco impegnati a dare sullo schermo lezioni su come vestirsi o truccarsi.
Ma il mondo di internet aveva in serbo altri episodi sorprendenti e commoventi. Nel telegiornale del Trentino compare infatti sul web un video che racconta un analogo evento risalente al 1977. Un tuffo nel passato, ma la dimensione del tempo sembra conservare le favole vere a qualsiasi età esse appartengano.

Siamo nel paese di Vermiglio, un comune della provincia di Trento situato all´estremità settentrionale della Val di Sole a 1250 metri di altitudine. Un villaggio abbracciato da folti boschi di abete rosso e larice.

© Domenico Daldoss

Autore del video Flavio Mosconi, ex sindaco del paese che non esito a contattare. Con estrema disponibilità Flavio inizia a narrarmi un racconto dai tratti fiabeschi. Un tempo, riferisce, le nevicate erano molto più copiose e mentre i bambini si divertivano a saltare qua e là tra muri di neve, era fondamentale liberare i tetti delle case dal peso della neve per evitarne il crollo. Protagonista del suo racconto è la comunità montana di Vermiglio, fattasi carico del disagio estremo di piccoli caprioli e maestosi cervi esposti a gravissimi rischi per le enormi quantità di neve caduta nel lontano 1977.

In seguito all’eccezionale evento atmosferico gli abitanti salvarono cervi e caprioli aprendo le stalle per ricoverare animali sfiancati dalla fatica. Come nel caso dei ferrovieri austriaci, l’ingente livello della neve aveva finito con l’impedire agli animali ogni possibilità di movimento. Flavio con orgoglio parla di una sensibile mobilitazione non solo da parte di forestali ed esperti professionisti, ma anche di giovani e anziani di tutto il paese che con genuina spontaneità e generosità si erano impegnati a sottrarre cervi e caprioli da morte sicura. Stremati dalla fame, dalla sete, disorientati dalla stanchezza gli animali cercavano la salvezza a valle, spinti dalla necessità di trovare acqua e foraggio. Una volta scesi al torrente, sprofondando nella neve alta, erano purtroppo incapaci di risalire il pendio, rischiando di rimanere intrappolati. E di loro iniziativa gli abitanti procedendo a stento e sprofondando con maggior fatica dei caprioli, cercavano di avvicinarsi agli animali nel generoso intento di liberarli dalla massa nevosa. Una volta raggiunti, gli animali impauriti e tremanti si trovavano costretti a scegliere per la sopravvivenza tra la morsa del freddo e l´essere umano di cui non conoscevano le intenzioni. Era persino capitato che un piccolo di capriolo sfinito per la fatica, venisse caricato sulle spalle, come fosse un bambino. Qualche istante dopo il cucciolo leccava il volto del suo salvatore come un cane col suo padrone.

In questa impresa in cui tutto il paese unito era impegnato a liberare animali selvatici dalla neve e a condurli nelle stalle e nei solai, nasceva un incredibile rapporto di fiducia tra uomo e animale. Per circa una settimana gli abitanti di Vermiglio allattarono i piccoli di cervo e capriolo coi biberon, nutrendo contemporaneamente gli esemplari adulti col foraggio accumulato nelle stalle.

© Flavio Mosconi

Flavio mi racconta della sua famiglia, dei bambini nella stalla accanto ai piccoli cervidi. Un affiatamento reciproco, nessun timore e, come per i ferrovieri austriaci, un’amicizia spontanea viene a crearsi con immediatezza tra uomo e animali. Lo scenario di una favola, l’immagine di un presepe vivente.

I bambini, nonostante la statura minuta rispetto ai caprioli, osservano e si avvicinano incuriositi: ecco nascere una relazione naturale che influenzerà per sempre la loro vita, cosi come aveva influenzato la mia l’incontro con un cervo, all’età di due anni, durante un soggiorno in tenda con i miei genitori in mezzo alle foreste di una sperduta valle dolomitica.

A Vermiglio trascorrevano intere giornate in cui cervi e caprioli condividevano gli stessi spazi con gli abitanti in un clima di totale armonia. La paura ancestrale del capriolo per l´uomo era svanita ben presto ed erano i suoi occhi a comunicare fiduciosi con l’uomo. Un senso di riconoscenza da parte degli animali e di ammirazione da parte della popolazione. Osservare da vicino un animale selvatico aiuta ad estraniare la mente da pensieri e preoccupazioni e infonde una sorta di calma interiore. Ricordo questa sensazione mentre trascorrevo ore in Alaska a scrutare a distanza ravvicinata gli orsi grizzly. Li osservavo e provavo una sensazione intensa di tranquillità e semplicità. Nessun pensiero, solo una gran pace.

Non so più chi siano i veri guardiani. In certi istanti è l´uomo a custodire questi animali salvandoli dalle intemperie, in altri sembrano essere i caprioli a custodire nei loro occhi i pensieri a volte complicati dell´uomo. Flavio continua il racconto ricordando Giuseppina, la sorella che aveva quasi addomesticato una giovane femmina di cervo. Una volta curata e nutrita, l’aveva fatta trasferire nel Parco Naturale di Paneveggio dove avrebbe ritrovato le condizioni ideali per sopravvivere.

© Flavio Mosconi

Cessata l´emergenza era doveroso riportare gli animali nel loro habitat naturale. Le mucche nelle stalle reclamavano i loro spazi e se non altro il fieno di cui i caprioli avevano approfittato.

Un’impresa curiosa quella di restituire gli animali alla foresta perché sia cervi che caprioli sembravano scarsamente propensi a ritornare alla vita selvaggia. Il tepore dei fienili e il mangime assicurato avevano forse impigrito il loro carattere, annebbiando momentaneamente un’indole naturale improntata sulla totale libertà. Inflessibili, gli abitanti di Vermiglio, li spingevano verso i boschi, là dove la natura li reclamava, là dove lo stato di libertà costituiva il loro mondo e la loro vita.

Dopo quell’evento altre sono state le nevicate abbondanti, come quella del 1951. Anche in quell’anno l´allora sindaco di Vermiglio, Angelo Callegari, si era prodigato in prima linea coi forestali a salvare gli animali dei boschi. Scopro così che è insito negli abitanti di questo paese l’istinto generoso che nel corso degli anni li spinge a salvare popolazioni di cervi e caprioli, diventati parte integrante della comunità locale.

Nel 1986, prosegue Flavio, in seguito all´ennesima copiosa nevicata è capitato che gli abitanti usciti da Messa si fossero trovati inaspettatamente davanti un gruppo di cervi avvicinatosi alla chiesa senza timore, forse memore di un lontano rapporto di confidenza e amicizia. Un sentimento di fiducia e un reciproco senso di protezione che, instauratisi negli anni tra abitanti di Vermiglio e abitanti dei monti, si erano incredibilmente solidificati. Una favola di molti anni fa che con gioia vedo rinnovata e ripercorsa in chiave moderna nell´episodio dei due ferrovieri austriaci. Favole da cui nasce un’amicizia silenziosa, autentica, una relazione naturale che prosegue nel tempo. Un istante prima che gli animali tornassero nei boschi è un ultimo sguardo quello rivolto al paese. Un attimo di esitazione e il richiamo della foresta li riporta nel loro habitat naturale. Un ultimo sguardo, anche quello degli abitanti di Vermiglio, un ultimo saluto, quasi un arrivederci.

© Flavio Mosconi

Non posso che ammirare questa gente, così dedita con naturalezza e impegno a salvaguardare gli animali dei boschi. Dell’uomo è il compito di vigilanza sul mondo: vedere, osservare quanto accade intorno a noi. Così è per gli abitanti di Vermiglio, che nel tempo hanno ereditato e tramandato il valore di un’amicizia particolare con gli animali, un valore che potrà farli sentire sempre fieri e orgogliosi.

Ora è tempo per me di tornare a cercare gli orsi nelle foreste dell’Alaska. Tempo di riprendere anche con loro un’amicizia particolare.

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Un’amicizia particolare ultima modifica: 2019-05-21T05:00:04+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Un’amicizia particolare”

  1. 1
    Vittorio Ghiraldelli says:

    Conoscevo entrambi gli episodi raccontati, ma nelle parole di Chiara Baù ho trovato empatia e un desiderio grande di riconciliazione che mi hanno commosso.
    Grazie della condivisione, mai come in questo momento, abbiamo tutti bisogno di far pace con la terra che ci ospita…

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