Valanga olimpica

Uno spettro agita il sonno di molti alpinisti d’annata e non: la valanga di nuovi adepti che probabilmente investirà palestre, falesie e località storiche di arrampicata dopo le Olimpiadi del 2020 nelle quali l’arrampicata sportiva per la prima volta sarà introdotta come specialità olimpica. Già oggi, secondo i dati dell’International Federation of Sport Climbing, 25 milioni di persone praticano l’arrampicata sportiva, di cui il 31% donne e il 40% sotto i 18 anni. Che cosa succederà dopo che le televisioni avranno inondato il mondo con le immagini seducenti dei nuovi campioni dal fisico spaziale e dagli sgargianti costumi e i produttori avranno scatenato prima, durante e dopo le Olimpiadi campagne di marketing a tappeto? Non dimentichiamo, tra l’altro, che il settore della scarpa da arrampicata è una delle nostre eccellenze nazionali e produce lavoro e reddito per molte aree del paese. La sola Vibram impiega quasi 1000 persone e vende 40 milioni di suole l’anno, anche se non esclusivamente destinate all’arrampicata. Nel famoso film Freerider vincitore del premio Oscar, visto in tutto il mondo, il protagonista, l’eroe giovane e coraggioso, indossa un paio di scarpette La Sportiva. I nuovi arrampicatori rimarranno confinati nelle palestre indoor o dilagheranno anche in zone di montagna, almeno in quelle più facilmente raggiungibili? Siamo pronti per gestire o bloccare la valanga, secondo i punti di vista, con azioni concrete o rimarrà una guerra di parole tra proibizionisti e antiproibizionisti? Altri ci stanno pensando e qualcuno prova ad agire. Quest’articolo, apparso su Rock and Ice nell’aprile 2019, illustra sinteticamente le azioni intraprese in USA da un’importante fondazione no-profit che ha come obiettivo la salvaguardia delle aree di arrampicata. Il caso è interessante non per sudditanza o esterofilia, ma perché ci fa vedere che i problemi sono simili dappertutto, visto che ormai viviamo in un mondo interconnesso e globalizzato. Il modo di affrontarli può essere diverso. L’approccio presentato nell’articolo è fondato sull’associazionismo volontario ed è di tipo “pragmatico-realista”. Molti non lo condivideranno e considereranno più efficace un approccio “restrittivo”, come per altri problemi di affollamento montano. In ogni caso, conoscere cosa succede in giro non fa mai male. E’ un’occasione per riflettere. Chi volesse capire in modo più dettagliato cosa fanno le due organizzazioni citate nell’articolo può visitare i loro rispettivi siti. Contengono molte informazioni e molte foto, a volte più esplicative delle parole (Roberto Pasini).
www.accessfund.org
www.saltlakeclimbers.org

In arrampicata a San Vito lo Capo (Sicilia)

L’arrampicata sta andando alla grande. Le falesie sono all’altezza?
a cura della redazione di Rock and Ice
(pubblicato su Rock and Ice nel luglio 2019)
Traduzione di Roberto Pasini

Nel 2018 è stato aperto negli USA un numero record di 50 nuove palestre commerciali di arrampicata, in aumento rispetto alle 43 dell’anno precedente. La crescita continua di questo settore sembra ineluttabile. Negli ultimi anni l’americano medio è stato esposto allo sport dell’arrampicata in misura senza precedenti. Da Alex Honnold che ritira il premio Oscar, al presidente Obama che si congratula twittando con Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson per la prima salita della Down Wall.

Se lo snowboard – in passato un passatempo di nicchia e poi esploso in popolarità e diventato un asse portante di ogni comprensorio sciistico – può costituire un precedente, il debutto dell’arrampicata nelle Olimpiadi del 2020 non farà che attirare più persone. Lo snowboard è diventato specialità olimpica nel 1998 nel pieno di una crescita incredibile che ha portato in circa dieci anni il numero dei praticanti dal 7,7% dei visitatori delle stazioni sciistiche al 32,6 % .

Noi arrampicatori, o almeno quelli di noi che hanno un po’ di anni di carriera, amiamo lamentarci di questa evoluzione. Nei forum in rete, ai piedi delle palestre o bevendo una birra alla fine di una giornata di arrampicata ci rammarichiamo per la crescita del numero di persone che pratica il nostro amato sport.

E’ ora di smetterla di lamentarci.

Possiamo starcene seduti e lamentarci, cosa che io non ritengo utile, o possiamo agire come comunità e fare piani per gestire il futuro” dice Chris Winter, direttore esecutivo di Access Fund. Access Fund, un’organizzazione senza fini di lucro che opera a livello nazionale per la protezione delle aree di arrampicata, considera la crescita del nostro sport – sia indoor sia outdoor- come un’opportunità. “Noi valutiamo come un fatto positivo che così tante persone arrivino all’arrampicata. E’ un’esperienza così importante e noi vogliamo condividerla con più persone” dice Winter “Ogni nuovo arrampicatore è un’altra persona interessata a prendersi cura delle nostre palestre e può essere stimolata a prendersi carico anche di altri luoghi naturali”.

Prendersi cura delle nostre palestre di arrampicata in un futuro più affollato sarà sicuramente diverso dal passato. Mentre sentieri naturali di accesso, aree di sosta e buche scavate come bagni di emergenza nei boschi erano efficaci come strategie quando gli arrampicatori erano pochi non potranno reggere di fronte ad una folla crescente.

Le palestre del futuro avranno bisogno d’infrastrutture ricreative in grado di reggere un uso intensivo. Questo è il motivo per cui Acces Fund sta focalizzandosi di più su progetti di larga scala che affrontino il problema della gestione delle palestre da un punto di vista complessivo, dai parcheggi, ai sentieri di discesa e a tutto ciò che ci sta in mezzo.

Sebbene i membri di Access Fund possano elencare puntualmente i vantaggi di una gestione integrata di questo tipo – è più facile raccogliere fondi per una visione completa, non è necessario negoziare l’approvazione per una molteplicità di piccoli progetti con i gestori del territorio e ci si può far carico di tutte le risorse preziose dell’area – c’è il rischio che quest’approccio sia osteggiato da chi pensa che le nuove infrastrutture faranno aumentare l’utilizzo e basta.

Noi non vogliamo costruire queste infrastrutture per far arrivare nuovi arrampicatori” dice Ty Tyler, direttore delle relazioni e dei rapporti con i donatori di Access Fund “Noi vogliamo intervenire in questo modo proprio perché gli arrampicatori sono già qua”.

Certamente, ammette Tyler, questi interventi, che possono includere la costruzione di scale di accesso o la creazione di piattaforme di sosta, possono apparire qualcosa dal sapore industriale durante la fase di realizzazione. “Le persone hanno una connessione personale con questi luoghi e durante la costruzione cambia ciò a cui sono abituate. Può sembrare un cantiere. Ma dopo una stagione o due queste aree migliorano, le piante ricrescono, le risorse circostanti vengono protette per il lungo periodo”.

Proteggere le risorse, non tanto l’accesso degli arrampicatori, è lo scopo principale di questo approccio. Facilitare l’accesso degli arrampicatori (che sono nella maggior parte dei casi capaci di sfacchinare su un percorso di capre per arrivare alle rocce) non è infatti la priorità. Piuttosto ci sono degli obiettivi più ampi come la protezione delle piante, della fauna, delle risorse acquifere e dei manufatti culturali. Un piano che includa tutti questi aspetti dimostra ai gestori del territorio che gli arrampicatori capiscono il problema generale della conservazione e questo aiuta a costruire importanti alleanze che alla fine possono garantire che queste aree rimangano accessibili.

Questi grandi progetti non sono tuttavia la risposta adatta per ogni area di arrampicata.

Noi non cerchiamo di investire le aree remote che offrono solitudine e avventura” dice Winter “Noi agiamo sulle aree più accessibili e sulle palestre più popolari”.

Little Cottonwood Canyon, alla periferia di Salt Lake City, è una di queste palestre popolari. E’ anche un esempio dei progetti infrastrutturali che Access Fund vede come il futuro. Le persone hanno arrampicato nel canyon fin dagli anni ’60, ma il luogo è letteralmente esploso insieme al numero degli arrampicatori che lo utilizzano.

La Salt Lake Climbers Alliance (SLCA), una delle tante organizzazioni locali di arrampicatore che si sono diffuse con l’obiettivo di prendersi carico delle palestre di casa, si è mobilitata per affrontare la conseguente distruzione delle risorse naturali dell’area. Il gruppo ha creato una delle reti di sentieri d’accesso più sostenibile della nazione nelle aree gestite dal Forest Service. Svolge inoltre un’attività di manutenzione dell’attrezzatura delle vie e di consolidamento delle aree di sosta per reggere l’incremento del loro uso.

Julia Geisler, direttore esecutivo della SLCA, dice che questo tipo di progetti richiede una mentalità olistica.

Devi guardare a tutto l’insieme. Parti dai parcheggi, dai punti di partenza dei sentieri di accesso e dai bagni. Poi passi ai sentieri veri e propri e alle aree di sosta. E alla fine ti occupi delle vie di arrampicata e di come scendere al punto di partenza. Bisogna pensare a tutto il sistema dell’arrampicata quando ci si fa carico di queste aree”.

Una piattaforma a Denny Cove, falesia del Tennessee. Costruita da Access Fund e dalla Southeastern Climbers Coalition nel 2016 è una delle tante facilitazioni ai climber.

Il progetto realizzato a Little Cottonwood è il tipo di lavoro di qualità che richiede la guida e la realizzazione da parte di esperti competenti e gli esperti costano. Questo rende la raccolta di fondi e il volontariato elementi essenziali. Ma ci sarà un numero sufficiente di arrampicatori per sostenere questi costi e questo impegno?

Ecco che tutti questi nuovi arrampicatori diventano un’opportunità. Winter è convinto che la crescita continua degli arrampicatori rappresenterà anche un crescente supporto per questo tipo d’interventi e in generale per le attività di conservazione dell’ambiente.

Come dimostrazione di ciò egli indica l’approvazione in Congresso all’inizio di quest’anno di un ambizioso provvedimento di legge sulle aree pubbliche. Tra le altre cose, la nuova legge preserva in modo permanente 1.3 milioni di acri (526.000 ettari circa) di natura nel West. Mentre la legge era in discussione, Access Fund è stato in grado di generare 10.000 lettere indirizzate al Congresso in favore della sua approvazione.

La nostra comunità in continua espansione può essere mobilitata a supporto della protezione dei territori pubblici. Molte persone sono davvero coinvolte da queste problematiche”.

L’inevitabile crescita del numero di arrampicatori, rende ovvio (se non lo fosse stato già prima) che la protezione di quanto più possibile di territorio pubblico è una larga parte della soluzione. Tutti possiamo contribuire. Passo n.1: Smetterla con le scuse. Passo n.2: Coinvolgere la comunità degli arrampicatori.

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Valanga olimpica ultima modifica: 2020-02-03T05:59:01+01:00 da GognaBlog

39 pensieri su “Valanga olimpica”

  1. 39
    Roberto Pasini says:

    Sorry link sbagliato
    http://www.rocpennavaire.it/

  2. 38
    Roberto Pasini says:

    Forse molti la conoscono già, ma mi permetto di segnalare questa associazione che fa un lavoro simile a quelle americane e si è presa carico della falesia di Albenga. Mi dispiace non essere andato alla festa del 14 dicembre. È una buona notizia e fa ben sperare dopo quello che ho letto questa mattina sui progetti faraonici veneti sullo sci.http://www.up-climbing.com/it/interviste/arrampicata/dinda-falesie-val-pennavaira-albenga-pukli-gallo-felanda

  3. 37
    Sebastiano Motta says:

    @Enri: allora chiedo scusa, ho male interpretato.
    Ciao

  4. 36
    Enri says:

    Non stavo facendo classifiche di merito. Stavo solo dicendo che l’effetto olimpiadi a mio avviso non creera’ sovraffollamento in falesia perche’ l’arrampicata in falesia e’ altra cosa rispetto a quella su plastica. Ho inoltre ribadito che scalare indoor e’ certamente un bello sport e fa bene.
    tutto qui.
     
     

  5. 35
    Paolo Gallese says:

    Il tuo commento 29 Roberto, mi trova alleato.

  6. 34
    Sebastiano Motta says:

    Enri (30), ti ci metti anche tu? 😉
    Non era già abbastanza uno a dire: “Ah, NOI sì che siamo i veri arrampicatori/alpinisti/sciatori/appassionati/ecc., mica ‘sti parvenu dell’ultima ora!” ?!?
    Non è piuttosto meglio dire che non è un vero arrampicatore chi non rispetta e non si prende cura dei posti dove va ad arrampicare?
     
    Il boom dell’arrampicata (indoor) è già in corso da qualche anno, Olimpiadi o no.
    Le Olimpiadi potrebbero rafforzare ulteriormente il trend già in atto.
    Difficile dire quanti di quelli che cominciano ad arrampicare indoor (che ormai sono la maggioranza dei nuovi arrampicatori) vada anche all’aperto.
    A chi non l’ha già fatto, suggerisco la lettura di questa intervista:
    http://www.alpinismi.com/it/2020/01/08/arrampicata-sportiva/
     
    E’ vero che i problemi gravi dell’ambiente in generale e della montagna in particolare sono ben altri, ma questo non assolve gli arrampicatori dai loro doveri.

  7. 33
    Fabio Bertoncelli says:

    Ragazzi, questo “gullich” mi intriga. A volte scrive cose di saggezza adamantina. Ma solo a volte, eh!
    😂😂😂
     
    … Non lo riconosco piú: non sarà in decadenza? O forse, a riconoscerne i pregi, non sarò io in decadenza? Mah… È un mondo confuso.
    😉😉😉
     

  8. 32
    gullich says:

    @pasini “siccome cerco di contenere l’egoismo dei vecchi mi piacerebbe fare qualcosa per restituire ad altri quello che montagna mi ha dato.”
     
    Bello :o)
     
    Che poi, anche qui, tutta sta distinzione fra giovani plasticari e stagionati rocciatori mica la farei tanto. LA generazione 15/25 è piena di gente con le palle, multiforme che scala ovunque e che passa con grande scioltezza dalle gare su plastica a tiri duri e ingaggiosi a montagna cazzuta.
    Dividere per categorie è crovelliamo e non giova.
    I giovani non esistono (come non esistono i vecchi), esistono le persone ed ognuna è un mondo e fa un percorso. Se parte dalla o arriva alla plastica poco importa, l’importante è l’impronta che lascia nel mondo e l’innovazione e la visione che porta nelle cose che fa e quando osservo la generazione di mio figlio (che sta in quel range) io spesso sono ammirato, piuttosto che sentirmi schifato  perché io trent’anni fa sciavo con sci da due metri piegando come un orco per girarli.
    Tutti noi possiamo solo cercare  di rispettare e migliorare quello che c’è, interrogandoci su quello che  facciamo e come lo facciamo, nella vita di tutti i giorni e ai monti, per lasciarlo com’era  a chi verrà… (ad esempio io non ho mai amato i mitragliamenti di spit a saturazione e ovunque, ma questo è un altro discorso ancora).
    Una cura  che le generazioni prima delle attuali, dagli anni sessanta del 900 in poi, non si sono date granché.
     

  9. 31
    Roberto Pasini says:

    Enry sono con te. La plastica non è il mio ideale. Ho percorso in più di 50 anni il cursus honorum classico: escursionismo, ferrate, arrampicata di mezza montagna, quota e adesso pian piano torno indietro, spero il più lentamente possibile e la plastica mi serve per rallentare il declino. Ma questa è stata la storia di un’altra epoca. Anch’io conosco ragazzi che partono subito sul classico e sono felice ma se altri fanno strade un pò diverse va bene lo stesso. Sono diventato minimalista e come il bambino del bel film di Kim Rossi Stuart dico “Anche libero va bene” e siccome cerco di contenere l’egoismo dei vecchi mi piacerebbe fare qualcosa per restituire ad altri quello che montagna mi ha dato.

  10. 30
    Enri says:

    Sono assolutamente d’accordo che la scalata indoor sia meglio dell’apericena  e se crescera’ va bene! Allo stesso modo e’ meglio andare in piscina o giocare a calcetto piuttosto che svaccarsi davanti ad un aperitivo. 
    pero’ chiamiamo le cose con il loro nome. L’arrampicata indoor e’ una cosa, le gare in velocita’, gareggiare nella “lead”, le gare di boulder…. sono una cosa. Altra cosa e’ farsi 45 minuti di cammino per salire alla falesia di Ceuse, provare un tiro ai tuoi limiti e ogni giorni stessa giro stessa giostra. O buttare la doppia oltre la ringhiera del Verdon, scendere, recuperare la corda e provare un tiro ai propri limiti. A me va bene che i giovani si scassino i tendini sulla plastica, e’ divertente, sano e fa crescere i dorsali. Ma l’arrampicata e’ altra cosa. E come ho avuto modo di dire amche qui, c’e’ una nuova generazione, o perlomeno parte di essa, che non ha alcuna intenzione di scalare solo in gara, anzi…. ed e’ la prova che il fascino della via su roccia non ha generazioni.

  11. 29
    Roberto Pasini says:

    A volte provo un sincero dispiacere che non si vedano certe potenzialità. Possibile che siano solo i deliri di uno che  ha passato i ‘70 ? Siamo nel 2020. Come possiamo pensare che un adolescente di oggi apprezzi il silenzio e le rudezze della montagna d’antan ? Io mi auguro che tanti ragazzi vengano in palestra attratti dalle Olimpiadi e dal fascino dei giovani campioni, magari italiani. Quando vedo la palestra piena sono contento: tutte anime sottratte alla discoteca e all’apericena. L’arrampicata, anche su plastica, ha un grande potenziale formativo. È il primo passo. Se poi tanti vanno in falesia meglio ancora. Se poi riuscissimo a responsabilizzarli sulla gestione delle stesse avremmo fatto bingo. Magari una parte smettera’ del tutto, alcuni continueranno solo in falesia e magari a qualcuno verrà voglia di andare su vie di montagna. Ma anche se si fermano hanno imparato qualcosa, sul loro corpo, sui rapporti con i partner di arrampicata, sulla gestione delle emozioni, sulla responsabilizzazione personale rispetto all’ambiente che comprende anche raccogliere dei soldi e mettere a disposizione del tempo per la comunità alla quale si appartiene. Questo fanno le associazioni americane di cui si è parlato. Prevenzione, educazione, coinvolgimento e responsabilizzazione, senza tante chiacchere e distinzioni ideologiche. Mi piacerebbe molto che questo accadesse anche qui.
     

  12. 28
    Enri says:

    A mio avviso l’effetto affollamento sara’ solo indoor. In Falesia al limite vi sara’ nei luoghi piu’ “morbidi” come gradi, gia’ ora affollati. Nei luoghi dove ogni via, anche la piu’ facile, te la devi guadagnare con i denti regnera’ l’attuale solitudine….
    E comunque penso che ad una bella fetta di arrampicatori professionisti non importi un fico secco, dovranno presenziare per gli sponsor ecc ma la gara non e’ nel dna dell’arrampicata ( che nasce per essere quanto piu possibile libera in tutti i sensi)…

  13. 27
    Carlo Crovella says:

    Ripensavo durante una riunione di lavoro, per ingannare la noia di que tema. Penso che al massimo riguarderà pochissimi siti blasonati e s bordo strada. Nel giro di qualche mese rientrerà gran parte dell’effetto traino. Certo che se la conseguenza delle Olimpiadi fosse quella di traslare una fetta di arrampicatori dalle alte vette (Cervino, Bianco, Rosa…ecc) verso falesie blasonate a bordo strada, beh personalmente sarei grato alle Olimpiadi.

  14. 26
    Roberto Pasini says:

    Cominetti ha assolutamente ragione. Noi di solito aspettiamo che venga giù il ponte, poi cadono le divisioni, troviamo i soldi, mettiamo da parte i vincoli e ci esibiamo in sforzi collettivi fantastici. Vantaggi e svantaggi.
    Govi non saprei. Purtroppo non abbiamo dati. Gli americani hanno più di 450 palestre indoor e possono permettersi un’associazione di categoria che ogni anno fa un’indagine accuratissima sui frequentanti. Purtroppo il rapporto costa 600 $. Il dato che rendono pubblico dice che il 60% va fuori. Però la situazione è diversa. Chi magari conosce realtà italiane (circa 80 palestre) potrebbe farlo sapere. Non dimentichiamo inoltre che le specialità olimpiche sono tre mi pare: lead, speed e boulder. Nella palestra che conosco io vedo che lo speed va fortissimo tra i ragazzini. Gli altri fanno boulder ma anche tanto lead, che in fondo assomiglia alla falesia. Alcuni istruttori mi hanno detto che c’e una domanda crescente delle scuole che usano l’arrampicata per lavorare sulla consapevolezza corporea e sulla fiducia, magari ispirandosi al vecchio metodo Caruso e questo mi pare una bella cosa.

  15. 25

    Secondo me le olimpiadi saranno seguite da coloro i quali non praticano sport ma lo guardano in tv. Inoltre ai giochi si vedranno atleti arrampicarsi sulla plastica indoor e non su falesie. Gli americani sollevano in problema e si riuniscono in associazioni perché loro sono così. Noi siamo diversi e, giustamente,  non mi sembra che ci preoccupiamo più di tanto. Nell’introduzione d’altronde si dice giustamente che sapere cosa succede è sempre utile ma ciò non significa che bisogna essere d’accordo.  Io trovo che le olimpiadi oggi siano uno degli eventi più amorali che ci siano al mondo. Nella mia famiglia delle olimpiadi ce ne sbattiamo letteralmente le palle. Magari non vi interessa, ma è così.

  16. 24
    Giacomo Govi says:

    Non so quanto si possa estrapolare il trend di evidente crescita dei frequentatori di palestre indoor all’outdoor. Non parlo con dati in mano, ma la mia percezione e’ che sola una parte minoritaria dei nuovi arrampicatori ‘osa’ cimentarsi su pareti naturali. Oltretutto, molte delle ultime palestre indoor nate privilegiano il boulder che risulta per molti versi piu’ ostico da trasferire outdoor.  Quindi io non credo che ci possa essere un importante effetto olimpiadi per le falesie.  E anche l’affollamento in se’, pare concentrato su ben determinate categorie: 1. I siti blasonati ( che nella maggior parte dei casi lo sono da almeno un decennio ) 2. I siti ‘plaisir’ con gradi e sicurezza garantiti, e avvicinamento nullo.  Per esempio, Finale, che ha visto problemi di frequentazione negli anno 90, ha poi ‘mancato’ in parte la folla portata dall’aumento del livello medio, che e’ migrata dagli anni 2000 ad Albenga. Ma Albenga e’ un discorso a parte, in quanto richiama turismo arrampicatorio da tutta Europa. Io altrove folle non le vedo. 
     

  17. 23
    Roberto Pasini says:

    I temi chiave sono due. Uno è la prevenzione del degrado, inevitabile alla lunga se non si fa nulla. L’altro la responsabilizzazione diretta degli utilizzatori. Gli effetti dell’arrampicata come disciplina olimpica sono solo il “trigger” l’innesto emotivo e giornalistico per un’azione collettiva di educazione e coinvolgimento.

  18. 22
    Giandomenico Foresti says:

    Concordo con Andrea Dolci.

  19. 21
    andrea dolci says:

    Io non sarei così preoccupato e pessimista. I giovani occidentali d’oggi guardano pochissima televisione e hanno ancor meno interesse per le Olimpiadi.  Sicuramente ci sarà un po’ effetto traino all’inizio ma credo che sarà una fiammata destinata a ridursi molto rapidamente. Diverso nel Nord America dove sport e outdoor sono parte integrante dell’educazione di molti ragazzi.

  20. 20
    Pm says:

    Sono combattuto…i giovani…avendo ereditato un mondo di merda…lasciatogli da chi c’era prima hanno molta più coscienza dei vecchi…lo si nota chiaramente in giro…sarà moda…Però usano le borracce e non comprano bottigliette di plastica. Girano in bici per la città. Si interessano a come consumare meno. Si imteressano e informano suu cosa possono fare….poi va beh…comprano tutto su Amazon prime vanificando tutti i loro sforzi, ma almeno ci provano

  21. 19
    Roberto Pasini says:

    Sicuramente le conseguenze delle Olimpiadi invernali sono la minaccia numero 1. Come già detto i sindaci e le regioni sono scatenati. La marcia per la Lessinia però è fonte di speranza. Dobbiamo stare uniti e agire, dimostrando che ci facciamo carico direttamente noi utilizzatori di salvaguardare l’ambiente con le nostre manine cittadine, altrimenti i locali ci mandano a ca’are : venite qua con le vostre macchine a divertirvi, comprate due caffè, una birra e un panino e ci lasciate le vostre merde e poi rompete le palle perché volete un ambiente bello ed ecologico! Vai col cannibale che rende! Fallo divertire con effetti speciali!

  22. 18
    gullich says:

    bella lì, Pasini. tema interessante e molto ben introdotto (comunque la si pensi).
    Auspicabile che l’imbecillità di taluni interventi non mandi tutto, more solito, in vacca. 
    Un conto è esprimere le proprie opinioni e un altro usare volutamente iperboli provocatorie e senza senso tipo quella del corona virus. 
    Si è più contestatori argomentando sui temi proposti che sparando da quando si avevano quindici anni la solita cazzata da iosichesonofuoridalcoro ripetuta all’infinito.
    quanto al merito, io temo assai più gli scempi delle prossime olimpiadi invernali in nome dello sport che il momentaneo bomm dell’arrampicata sportiva a cagione delle trasmissioni olimpiche: l’italiano è individuo tendenzialmente pigro (anche intellettualmente), e arrampicare richiede costanza, allenamento, attitudine oppure son mazzate continue.
    venderanno un bel pò di imbraghi, sacchetti e scarpette che dopo un paio di mesi staranno a far la muffa in qualche armadio mentre i proprietario staranno già tirando le loro nuove slackline decathlon tra due alberi in valle stretta per provare quella nuova attività così affascinante…
     
    state bene 

  23. 17
    Roberto Pasini says:

    Vivendo nella città ricca di ricordi di Maria Teresa d’Austria non posso non essere d’accordo sul ruolo cruciale di una amministrazione lungimirante. Ma perché non entrambe le cose? Poi succede che al principe illuminato si spegne la luce o si addormenta e c’è bisogno di qualcuno che gli dia una smossa. Io sono più positivo e ottimista sulle ragazze e sui ragazzi del 7a. Sono figli del loro tempo: nella mia esperienza sono seri, entusiasti, preparati, con una mentalità internazionale e molto più disposti ad ascoltare quando gli parliamo dei nostri errori (i successi teniamoceli per noi) di quanto lo siamo stati noi nei confronti dei nostri padri. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze: fiducia crea fiducia, come quando si arrampica con il proprio partner.

  24. 16
    Carlo Crovella says:

    non ho nessuna paura reverenziale nei confronti di nessuno e, per scelta consapevole, dai mie 15 anni ho deliberatamente deciso di vivere ribellandomi sistematicamente alla dittatura del politically correct.  in qualsiasi contesto, dico sempre quello che penso e di cui sono convinto, senza pormi il problema se gli interlocutori siano infastiditi o meno.
    Sul tema, prima di arrivare a immaginarmi come untore che, nottetempo, va a spalmare il coronavirus sulle rocce delle falesie, ho la sensazione che: 1 sicuramente ci sarà un certo effetto entusiasmo collegato alla visione televisiva delle gare olimpiche; 2 a mia sensazione tale fenomeno sarà meno esteso di quanto oggi ipotizzato (o temuto, dipende dai punti di vista); 3 poiché in Italia non si applicherà mai quanto vagheggiato in un articolo di qualche settimana fa (bacheche con livello di sicurezza certificata della falesia ecc), ben presto la torma di neofiti inizierà a farsi male, più o meno, seriamente e 4) piano piano l’effetto olimpico rientrerà. può darsi che nella somma algebrica, alla fine qualcuno resti della partita, ma penso si tratterà davvero di numeri non rilevanti. In conclusione, poiché in questa fase della mia vita non mi capita di arrampicare in falesia, cinicamente non avverto questo problema come un grosso problema. sono molto più sensibile ad altre forme del problema, come l’affollamento estivo delle principali cime o la torma di sconsiderati che tagliano pendii innevati senza nessuna cognizione (col rischio di travolgere chi c’è sotto). personalmente mi crea più fastidio l’eliski, quando faccio scialpinismo, che l’eventuale aumento dei palestristi post Olimpiadi.

  25. 15
    Un climber qualsiasi says:

    https://www.gognablog.com/lesperienza-di-arco-e-del-garda-trentino/
    Roberto, credo che l’unica strada percorribile sia questa. Pensare di affidare una gestione di questo tipo al volontariato,  quando il 99,9% del climber italiano non si preoccupa nemmeno di tagliare la pianta che sta ricrescendo sulla via che prova 10 volte a week-end, è pura follia.

  26. 14
    Roberto Pasini says:

    Giacomo essendo un alpinista classico del giurassico non frequento tanto falesie. Ho proposto l’articolo perché mi piaceva l’idea del coinvolgimento e della responsabilizzazione dei climber. Comunque io distinguerei tre livelli di intervento come fanno i medici : pronto soccorso, diagnosi precoce e prevenzione primaria. Per quello che frequento io metterei la Val Di Mello in diagnosi precoce, come pure le falesie della bassa Valle D’Aosta e forse anche il Muzzerone, ma lo conosco meno. Anche la Sbarua richiederebbe qualche intervento di diagnosi precoce su alcuni sentieri di accesso e di discesa che si stanno sgretolando e sui parcheggi. Non ho conoscenza di situazioni da pronto soccorso ma qui i ragazzi di PM probabilmente ne sanno di più. Non frequento Finale da molto perché non mi piace il casino, ma ricordo che in passato c’erano problemi seri di parcheggio e di deiezioni abbondanti alla base delle pareti. Ma torno a ripetere la cosa positiva sarebbe una mobilitazione a livello locale, magari organizzando dei weekend di pulizia, sistemazione e raccolta fondi, coinvolgendo gli utenti a rinunciare per un giorno al divertimento e ad impegnarsi nella dura fatica del lavoro di pulizia e sistemazione. Credo che ci sarebbe un seguito molto più esteso di quello che si pensa, conoscendo un po’ di ragazzi del 7a.

  27. 13
    Un planetmountaiingnino says:

    Giacomo….ta Lecco utte quelle con avvicinamento minore di 20.minuti

  28. 12
    Giacomo Govi says:

    Bertoncelli si stava parlando di altro. Ma per qualche motivo ti piace parlare di Crovella, o farne il difensore di ufficio.  Non c’e’ una sola discussione che non venga inquinata da questo tema che per me ha un interesse non maggiore di quello che puo’ suscitare vedere Sgarbi in televisione… Ma come li’, anche qui fa audience…
    Spero che qualcuno ( Roberto? ) mi possa fornire esempi di falesie con frequentazione critica

  29. 11
    Fabio Bertoncelli says:

    Giacomo, non è Carlo che parte all’assalto del mondo. Si tratta invece di “pensatori conformisti” che partono all’assalto di chi non la pensa come loro, che si tratti di Crovella o chicchessia.
     
    È questo il punto: non si tollera il pensiero non conforme.
     

  30. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    In quanto al coronavirus, si tratta evidentemente di una battuta scherzosa e surreale, dal sen fuggita.
     
    Carlo, se non vuoi rischiare di essere appeso a Piazzale Loreto, bada a come parli. 😂😂😂
     

  31. 9
    Giacomo Govi says:

    Quali sarebbero le falesie in condizione ‘critica’ per l’aumento di afflusso? Partendo da quelle nostrane, ultimi 5-10 anni.
    P.S. Bertoncelli non farci ricadere nell’insopportabile ed inutile confronto tra Crovella e resto del mondo. 

  32. 8
    Fabio Bertoncelli says:

    Crovella (non Crivella) osa semplicemente esprimere il proprio pensiero.
    … … …
    Se volete rendervi conto del tasso di intolleranza verso chi la pensi in maniera diversa da quella imperante, leggete il forum di Planet Mountain dopo aver digitato “Crovella” come stringa di ricerca. È molto istruttivo.

  33. 7
    Alessandro says:

    Crivella  ma ci sei o ci fai?

  34. 6
    paolo says:

    Io penso sempre all’animale Uomo e alla poca voglia che la maggioranza dei suoi animali ha di fare fatica e di impegnarsi.
    Ci sarà una esplosione di “roba” facile e accessibile, come qui si è discusso e sulla “roba” facile interverranno “tutti” per “facilitare in sicurezza”.
    Altrove aumenterà l’abbandono e non si incontrerà più nessuno perché incapace di accedervi, tranne che in alcuni luoghi ben delimitati e serviti. 
    Un buon lavoro in sicurezza per istruttori, guide varie e soccorsi vari e gli attori saranno tutti eroi ben vestiti, sponsorizzati e reclamizzati. 
    Per me già oggi è più facile tornare alla solitudine nelle pareti.
     

  35. 5
    Matteo says:

    Non mi è mai piaciuto andare in falesia e mi piacerà ancora meno.
    Comunque non vedo alternative a una gestione delle medesime se aumenta l’utenza. E se devono essere gestite, credo sia meglio che lo siano da un’associazione no profit che da chi pensa e vuole ricavarci un utile, perché sappiamo che andrebbe a finire male!

  36. 4
    Roberto Pasini says:

    E’ vero Sebastiano forse è meglio anche in futuro tradurre crag con falesia. Sono stato in dubbio perchè falesia ricorda luoghi vicino al mare, ma palestra può confondersi con l’indoor. Anche il film è Freesolo, errore di stampa. Aggiungo due notizie. Access Fund a partire da Febbraio metterà in atto un programma di serate di sensibilizzazione ai temi di tutela dell’ambiente che progressivamente coinvolgerà tutte le palestre indoor USA, quindi migliaia e migliaia di persone.  Un progetto molto discusso simile a quelli illustrati nell’articolo è quello messo a punto dall’ERSAG della Regione Lombardia per la Va Masino. Questo è il progetto definitivo, dopo gli interventi di MW e dei Ragni di Lecco sul progetto originario molto più invasivo. Qualcosa si muove dunque, ma sempre counque in ambito istituzionale. Poco si fa sentire il volontariato e l’iniziativa diretta degli utilizzatori, che poi si chiama responsabilizzazione.

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    https://www.ersaf.lombardia.it/it/b/447/ilprogettodiregionelombardiainvaldimelloeccoimateriali

  37. 3
    Sebastiano Motta says:

    La responsabilità di educare e incanalare i nuovi arrampicatori ricadrebbe su noi arrampicatori, ma ho paura che invece lo farà qualcun altro, per soldi e non certo per tutelare l’ambiente, se non come facciata.
    Abbiamo visto come in tanti luoghi ci sia già stato un capovolgimento: siamo passati dalle falesie scoperte e attrezzate per passione da noi arrampicatori, alle falesie viste come risorsa per attrarre turisti, individuate ed attrezzate con fondi pubblici all’interno di un piano di sviluppo con l’ottica di dare un’offerta diversificata (aggiungo: falesie e non solo – allo stesso modo si costruiscono sentieri, piste per MTB, ferrate, percorsi attrezzati di canyoning, ecc.).
    E poi non mi sembra che in Italia abbiamo qualcosa come Access Fund: il CAI si interessa alle falesie solo marginalmente (per i corsi, anche se esistono ovviamente delle eccezioni a livello di sezione) e la FASI è votata esclusivamente alle competizioni indoor.
    Non sono molto ottimista, speriamo bene.
    PS
    Mi permetto di segnalare a Roberto Pasini che nella sua ottima traduzione forse sarebbe più chiaro usare “falesie” (e non “palestre”) per “crags”, per evitare ambiguità con le sale di arrampicata (effettivamente una volta le falesie si chiamavano “palestre”, ma oggi quando si dice “vado in palestra” si intende la sala di arrampicata).

  38. 2
    Carlo Crovella says:

    Inutile che specifichi che considero questo rischio (“valanga olimpica”) in vero flagello perché aprirà ulteriormente le porte a valanghe di cannibali, indegni della montagna, anche solo a livello di falesie monotiro di bassa quota. Confido che la natura sappia trovare da sé i meccanisni di autoregolamentazione, tipo il coronavirus…

  39. 1
    Paolo Gallese says:

    Questo sì che è un bel problema, dal momento che, l’articolo, ci chiama tutti in causa.
    Ed è molto probabile che questi affollamenti si verificheranno anche da noi, sulla spinta più della pubblicità e degli spot connessi, che delle olimpiadi come fatto sportivo in sé.
    L’ipotesi prevista nell’articolo non è da accantonare, benché non abbia, confesso, alcuna formula in tasca per realizzarla.
    Da buon italiano, mi si perdoni, pongo due problemi a monte, a prescindere da tutta la filosofia e la pragmatica che vogliamo poi costruirci intorno: uno sono le autorità e l’agire della pubblica amministrazione nazionale e locale; l’altro sono i grandi enti accreditati, come Cai, Fai e simili. Per non parlare della elefantiaca normativa nella quale ci si immergerebbe come in una palude.
    Ma è anche vero che tante piccole esperienze di tutela e convivenza hanno fatto scuola in molte valli. E dovremo prendere esempio, come modelli da adeguare a nuove situazioni.
    E conviene farlo alla svelta, prima che si attivi quella tipica dimensione che ci rende maestri come nazione: divieto e sanzione.
    Lancio questo sassolino di preoccupazione.

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