Vento dell’Ovest – 2

Vento dell’Ovest – 2 (2-2)
di Ugo Manera

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

(continua da www.gognablog.com/vento-dellovest-1)

12) GAM e Scuola Gervasutti centri di aggregazione dell’alpinismo di punta torinese
Alla metà degli anni ’60 la scuola Gervasutti e il Gruppo Alta Montagna diventano sempre di più i centri d’incontro degli scalatori di punta torinesi e non solo. Il GAM sembra quasi mettere in secondo piano l’Accademico, quasi tutti i suoi membri sono anche istruttori della scuola.

Gian Piero Motti

Io fui ammesso al GAM nel 1964 e venni invitato come istruttore alla scuola nel 1965: ero autodidatta, non avevo mai abbastanza tempo per scalare, e fare l’allievo nella scuola mi sembrava una perdita di tempo. Spinto però da alcuni amici mi prestai volentieri ad entrare come istruttore, in questa veste mi resi conto di quanto si può apprendere e quanto ci si può migliorare restando nell’ambiente scuola.

Nel 1965 divenimmo istruttori in 15 tra i quali un giovanissimo Gian Piero Motti che era stato brillante allievo e Giuseppe Castelli che aveva salito la Nord del Cervino con Mellano rimediando un congelamento ai piedi che però non limitò le sue eccezionali doti di arrampicatore.

Sullo sondo: Cichin Ravelli e Renato Chabod; di spalle, Ugo Manera e Antonio Balmamion

La tragedia di Ribaldone sul Tacul lasciò un momentaneo vuoto nell’ambiente perché i personaggi che erano stati gli animatori degli anni precedenti avevano smesso o rallentato la loro spinta; Motti fu il primo ad occupare tale vuoto con una serie di ripetizioni di alta difficoltà e con l’apertura di nuove vie che spesso andavano oltre i limiti raggiunti dai predecessori, come la risoluzione del Diedro del Terrore sulla Militi, ove si era fermato Guido Rossa e dove si era arenato anche un tentativo di Bonatti.

Come sempre c’è chi frena su ciò che emerge, e in quegli anni ho sentito più d’uno commentare negativamente l’attività esplosiva di Gian Piero formulando previsioni catastrofiche.

Per un po’ le nostre attività si svolsero parallele poi cominciammo a fare qualche cosa insieme e scoprimmo che, seppure molto diversi, tante cose ci accomunavano. Ambedue amavamo il nuovo: mettere le mani su un tratto di roccia mai toccato da nessuno aveva per noi un fascino irresistibile.

Gian Carlo Grassi a Trento

Eravamo tutti e due appassionati di letteratura alpinistica e ci piaceva raccontare le nostre scalate e le emozioni che ne avevamo tratto, solo che mentre Gian Piero aveva una facilità di scrittura eccezionale, per me lo scrivere era sinonimo di difficoltà.

Claudio Sant’Unione

Cominciammo a scalare integrandoci a vicenda: Gian Piero sulla roccia arrampicava meglio di me e io appresi molto da lui, io ero più forte su ghiaccio e terreno misto ed ero più duro e determinato in alta montagna. Ci piaceva andare da primi per cui iniziammo scalando insieme ma ciascuno a capo di una cordata, poi ci trovammo molto meglio a condividere la cordata alternandoci al comando.

Gian Piero proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata, la loro sede di vacanze era a Breno in Valle Grande di Lanzo e quella divenne “la Sua Valle“. Da ragazzo ne girò tutti gli angoli salendo colli e cime spesso da solo. I Motti conoscevano Giuseppe Dionisi il quale, vista tanta voglia di montagna, condusse Gian Piero alla scuola Gervasutti. Come allievo fu brillantissimo ad al termine dei corsi venne invitato nel corpo istruttori.

Fu tra i primi giovani ad avere un’auto propria e quando decise di interrompere gli studi perché l’università era divenuta per lui invivibile a causa dei movimenti studenteschi sfociati nel ’68, poté arrampicare a tempo pieno senza altra occupazione. Per questa sua condizione era invidiato da molti; egli discuteva con passione su ogni argomento ma quando l’interlocutore dimostrava ottusità e scarsa apertura mentale tagliava corto, ciò fu scambiato come manifestazione snobistica e Motti venne sopranominato “il Principe”. Ma Gian Piero non è mai stato capito dai più, molti vedevano nel suo modo di presentarsi una forma di alterigia, certe sue assenze vennero interpretate come leggerezze egoistiche e poco responsabili. Invece egli era estremamente sensibile e soffriva molto per ogni atteggiamento critico nei suoi confronti; era generoso e timido di fronte al pubblico, in privato scriveva su tutti gli argomenti senza nessun timore nell’esternare le sue idee, anche se andavano contro corrente; di fronte a un pubblico taceva, non mi ricordo di averlo mai visto condurre una proiezione o una conferenza, qualche volta, messo alle strette, catturava me e parlavo io; poi mi prendeva in giro per qualche frase colorita o impropria da me pronunciata; il nomignolo canzonatorio: Manera Pan e Pera me lo ha affibbiato lui.

Gian Piero Motti in Calanques

A quei tempi non esistevano i “cellulari“ e neanche tutti avevano il telefono fisso, due erano i punti di ritrovo più in uso per parlare di scalate e per combinarne di nuove: al giovedì sera al CAI in via Barbaroux, oppure, tutte le volte che ci capitava, presso il negozio di materiali per alpinismo dei Fratelli Ravelli in Corso Ferrucci, Il negozio, che ora non esiste più, era condotto da Leonardo (Leo) Ravelli (anche lui istruttore della scuola) figlio del mitico “Cichin” Ravelli. Li c’era sempre Pipi Ravelli con la sua barba bianca che gestiva il laboratorio e brontolava contro la moda delle piccozze con manico sempre più corto. Spesso si incontrava Cichin novantenne, vestito sempre con giacca e cravatta e costantemente aggiornato sull’attualità alpinistica. Un giorno, mentre discutevo con Leo, vidi entrare un ragazzo, sembrava un bambino, si guardava attorno quasi fosse spaventato, chiese informazioni sul prezzo di qualche attrezzo, ringraziò ed uscì: era Gian Carlo Grassi.

1971. Gian Piero Motti (curvo sullo zaino), Miller Rava e Gian Carlo Grassi (ultimo), 1a invernale al Pilier a 3 punte. Foto: Ugo Manera

Gian Carlo è una delle figure più importanti dell’alpinismo torinese del dopo guerra, ebbe un inizio alpinistico difficile, cominciò a scalare da ragazzo animato da un entusiasmo enorme. Fu allievo della scuola Gervasutti e divenne istruttore, ma non si trovò a suo agio, le regole che vigevano allora non coincidevano con il suo modo di praticare l’alpinismo. Faceva un lavoro che odiava e che lo rendeva insoddisfatto, egli avrebbe voluto scalare a tempo pieno e vedeva il lavoro come un penoso impedimento. Legò presto con Gian Piero Motti con il quale effettuò molte delle sue prime scalate difficili, ma in posizione subalterna; raramente con Gian Piero riusciva a scalare da primo di cordata. All’inizio il nostro ambiente non fu generoso con lui, la sua perenne insoddisfazione e qualche incidente da sfigato gli valsero il nomignolo di Calimero, il pulcino piccolo, nero e sfortunato. Nel 1972 venne ricoverato in sanatorio per una sospetta malattia polmonare, vi rimase per oltre 2 mesi maturando così il diritto ad un sussidio di 60.000 lire mensili per sei mesi. La sua vita cambiò rotta, contando su quel piccolo sostegno: abbandonò l’odiato lavoro e decise di vivere di montagna. La guida e maestro di sci biellese Guido Machetto gli procurò un lavoro stagionale agli impianti di Limone Piemonte che, nella stagione estiva, integrava con lavori occasionali; intanto fece il corso guide e divenne guida alpina. Il suo sogno di vivere di montagna era realizzato: lasciato alle spalle il personaggio Calimero, Gian Carlo si avviò a diventare un grande protagonista dell’alpinismo. Credo di non aver mai incontrato nessuno con una passione paragonabile alla sua, per lui tutto era affascinante come un sogno: dalle colate di ghiaccio nei luoghi più impensati ai massi erratici dispersi nella vegetazione della bassa valle di Susa; con il suo entusiasmo ci trascinò tutti a salire le cascate gelate e a scalare sui massi. Gian Carlo era un sognatore, lo si evince dai nomi fantasiosi che dava alle vie da lui aperte. Cominciò a scrivere, a pubblicare guide e tenere conferenze, all’inizio con difficoltà, con un linguaggio che muoveva al sorriso, molte volte Gian Piero Motti, in sordina, gli aggiustava e correggeva i primi scritti, poi si affermò con un suo linguaggio personale fatto di tante terminologie inventate e a volte improprie ma sorrette dalla sua inguaribile condizione di sognatore visionario.

Qualche traccia del vecchio Calimero era rimasta in lui: temeva tutto ciò che interpretava come atteggiamento critico nei suoi confronti, ciò lo rendeva a volte permaloso e causò la rottura di importanti amicizie. Così se nella sua attività agì come un ricercatore instancabile e innovatore, rimase conservatore il suo atteggiamento nei confronti di alcuni nuovi fenomeni come le gare di arrampicata e il sorgere di vie preattrezzate, salvo poi adeguarsi e fare propria quest’ ultima realtà.

Ritornò a Torino un torinese trasferito a Milano per gli studi universitari: Paolo Armando. Egli non aveva amici in città per cui un giovedì sera si recò al CAI per trovare qualcuno con cui arrampicare. L’ambiente torinese non era il più idoneo a favorire amicizie istantanee: sempre un po’ chiuso e indifferente nei confronti degli estranei.

Nessuno, come si suole dire in linguaggio attuale, lo cagò, e ciò fece emergere il suo spirito caustico e sarcastico che orientò verso gli scalatori locali. Alla Rocca Sbarua si lasciò andare a commenti poco lusinghieri sull’abilità dei torinesi nell’“artificiale”; mentre Antonio Balmamion saliva la via delle Fessure con le staffe, per poco non finì a botte; un’altra volta venne sfiorata la rissa con Alberto Re, sempre a seguito di commenti sarcastici. Trovandosi così emarginato dagli scalatori torinesi più noti, prese a scalare con i giovanissimi, in particolare con Claudio Sant’Unione e Fredino Marengo.

Amava dissacrare con battute provocatorie, quando salì la Nord del Cervino con Alessandro Gogna dichiarò che era una sciocchezza: una via di terzo con un po’ di neve.

Ovviamente il gruppo dei torinesi rendeva pan per focaccia: Paolo soffriva le “Dülfer”, quando ripeté con Marengo lo spigolo del Valsoera, salita molto ambita allora, si trovò davanti Peppino Castelli ed Alberto Marchionni che avevano come obiettivo di continuare la via oltre il pilastro fino in vetta al Valsoera su terreno vergine. La cordata di Paolo si accodò, giunti però ad un diedro con una lunga e difficile “Dülfer“ Paolo non se la sentì di salire da primo e si fece buttare la corda: in brevissimo tempo la notizia di questa “macchia“ venne diffusa in “Europa“!

Paolo Armando

Paolo Armando al di là di tutto era un grande alpinista e il valore delle sue imprese appianò ogni contrasto, entrò nel GAM, diventò amico di tutti anche se ogni tanto tra le sue battute emergeva ancora qualche punzecchiatina. La sua seppur breve carriera alpinistica è notevole: con Alessandro Gogna e Gianni Calcagno si aggiudicò l’ambita prima invernale della Nord-est del Pizzo Badile anche se con una tecnica stile himalayano che sollevò qualche critica, salì grandi vie dalle Dolomiti alle Occidentali con qualche “prima” di grande difficoltà come la via sullo Scarason nelle Marittime, con Gogna.

Cadde con il compagno Andrea Cenerini sulla parete nord del Greuvetta nel 1970 tentando di aprire una nuova via diretta.

Io non ho mai scalato con Paolo ma sono uno dei pochi a non aver avuto scontri polemici con lui, nelle interminabili chiacchierate in strada, dopo la chiusura della sezione del CAI, a volte mi confidava le sue idee sull’alpinismo e quando fece una serata alla Galleria d’Arte Moderna, pochi mesi prima dell’incidente, volle che fossi io a presentarlo.

13) La Rivista della Montagna
Nel giugno 1970 esce il primo numero della Rivista della Montagna, è una pubblicazione indipendente, totalmente svincolata dagli organismi del CAI. Nel comitato di redazione vi sono Gian Piero Motti e Andrea Mellano, quest’ultimo vi rimarrà solo per tre numeri mentre Motti ne diventerà direttore dal n. 22, ottobre 75, al n. 26, dicembre 76, per uscire poi dal comitato di redazione nel settembre 1978. Io all’inizio non ne condividevo completamente i contenuti perché mi pareva che la parte riservata all’alpinismo di punta fosse insufficiente, ma allora ero un po’ troppo assolutista, entrai poi a fare parte del comitato di redazione con il n. 28 del giugno 1977. La Rivista fu importante nel diffondere le nuove tendenze dell’alpinismo e dell’arrampicata che nel corso degli anni ’70 ebbe una vera e propria rivoluzione; questo soprattutto grazie all’opera di Motti che in quegli anni fu il più autorevole nella cultura alpinistica torinese, e non solo. Tutti gli argomenti innovativi vennero da lui affrontati e diffusi dalle pagine della Rivista con testi suoi e con traduzioni intelligentemente scelte dal mondo alpinistico anglo-americano passando dall’apertura verso l’alto dell’ormai anacronistica scala Welzenbach delle difficoltà su roccia all’arrampicata ad incastro; dall’analisi dell’alpinismo californiano con le sue motivazioni, all’evoluzione dell’arrampicata in Gran Bretagna e all’uso delle pedule d’arrampicata.

Sede della Rivista della Montagna, 1975: Alberto Rosso, Giorgio Bertone e Gian Piero Motti

14) Il Nuovo Mattino
All’inizio degli anni ’70 Gian Piero Motti era l’uomo di punta dell’alpinismo torinese e le sue idee influenzarono l’ambiente: non che fossero capite e condivise da tutti, anzi alcuni articoli male interpretati sollevarono critiche da alpinisti della vecchia guardia ma lui comunque era il punto di riferimento e lo rimase anche quando si allontanò dall’alpinismo attivo. E’ naturale quindi che ad inaugurare quel periodo che oggi si ricorda come “Nuovo Mattino” fosse lui.

Prima ascensione della via deiTempi Moderni al Caporal, ottobre 1972. Foto: Giuse Locana

Nel 1972 Gian Piero ed io scoprimmo il Caporal e vi apriamo la prima via che battezzammo con un nome molto significativo: via dei Tempi Moderni, fu l’atto d’inizio del Nuovo Mattino da un termine coniato appunto da Motti in un suo scritto. Quel periodo durò circa tre anni.

Molto si è detto e scritto sul “Nuovo Mattino”, spesso in modo impreciso, si è anche detto che fu il movimento che influenzò il ritorno all’arrampicata libera in Italia, non è esatto, innanzitutto l’arrampicata libera come la vedevamo noi allora era ben diversa da come la intendiamo oggi; poi in Italia il massimo promotore di un ritorno all’arrampicata libera, dopo l’abbuffata tecnologica dovuta al diffondersi del chiodo a pressione, fu Reinhold Messner, come è dovuta principalmente a lui l’apertura verso l’alto della scala delle difficoltà su roccia: il superamento del sesto grado!

E’ vero che fummo soprattutto noi i primi a diffondere in Italia le tendenze che andavano affermandosi negli USA, nel Regno Unito e anche in Francia.

Visti a tanti anni di distanza gli obiettivi principali che originarono il nostro Nuovo Mattino furono:
– tracciare vie con livelli di difficoltà superiori a quanto era stato fatto prima di noi, sia in arrampicata libera che in artificiale.
– dare pari dignità alle pareti poste a bassa quota rispetto alle pareti di alta montagna: la grande avventura poteva essere vissuta ovunque indipendentemente dalla quota.
– uscire dalla concezione eroica, ideale e drammatica dell’alpinismo, ancora tanto radicata tra gli scalatori italiani e di lingua tedesca. Pur accettando dei rischi inevitabili, fatiche e privazioni, a scalare volevamo andare per vivere avventure grandi varie e complete, non per sfidare ”eroicamente” la morte, volevamo inoltre privilegiare i fattori tecnici e ludici su quelli emotivi.

Non è che le nostre idee fossero tutte originali, molte erano già rintracciabili per esempio tra il gruppo che faceva riferimento a Guido Rossa, solo che loro non le esternavano con la scrittura. Nella prefazione di presentazione del GAM a firma di Rossa, presidente dello stesso, sul numero 1 di Liberi Cieli del 1960, compaiono ancora i concetti di: “… la causa della grande montagna … evoluzione dell’alpinismo… passione che è scuola di vita”. Concetti ormai scomparsi nella nostra concezione “nuovomattiniana” dell’alpinismo.

Danilo Galante in apertura della Fessura della Disperazione al Sergent

15) Circo Volante e Mucchio Selvaggio
Nell’aprile 1972 con Gian Piero salii una difficile via sulla Paroi de Glandasse in Vercors, tale salita faceva parte della sistematica esplorazione delle pareti calcaree francesi intrapresa proprio da Motti e da me: dietro di noi vi era una cordata di due giovanissimi uno dei quali era Danilo Galante, proveniva dalla scuola Gervasutti ove era stato allievo brillante. Si dimostrò subito molto dotato nell’arrampicata, dopo i corsi alla scuola iniziò a scalare con Gian Carlo Grassi che ritornava dopo il sanatorio, con lui si legò di grande amicizia. Danilo diventò il punto di riferimento per un gruppo di giovani tendenzialmente trasgressivo ed in questo gruppo venne chiamato “Il Mago” mentre Grassi, più anziano, veniva definito: “Maestro”. Il gruppo si autodefinisce, volta a volta, “Circo Volante” o “Mucchio Selvaggio”.

La trasgressione nell’alpinismo torinese non era certo una novità, basta ricordare le imprese di Villa Pisolino, ma questa era una trasgressione diversa, non solo rivolta all’interno del proprio campo di attività, come la più antica, ma manifestata a più ampio raggio verso l’esterno con “spese proletarie”, prelievo di benzina da auto altrui, ecc…

Eravamo tutti amici e quando capitava scalavamo assieme, ricordo con piacere un tentativo ad una grande parete calcarea francese nel giugno 1974, naufragato sotto la pioggia. Era condotto da Motti e da me seguiti da una cordata formata da Galante, Roberto Bonelli e Piero Pessa, tentativo sfortunato ma sorretto da tanta allegria. Ricordo con qualche rimpianto i lunghi discorsi soprattutto con Danilo e Roberto.

C’era però in questo gruppo una visione un po’ critica verso ciò che rappresentavamo io e Gian Piero.

Io ero per una forma di ordine esemplificato da una ferrea volontà nel conseguire gli obiettivi e nel pretendere il rispetto delle regole che la tradizione ci aveva insegnato; Gian Piero era visto un po’ come il Principe, libero di scegliere senza tanti condizionamenti. Noi due poi eravamo un po’ ingombranti con le rubriche che curavamo sulla Rivista Mensile del CAI e con i tanti scritti che pubblicavamo. Ciò malgrado Danilo fu enormemente influenzato da Gian Piero.

Galante morì per sfinimento assistito da Grassi in Chartreuse, nel bosco sull’altopiano, stroncato dal maltempo, se fosse vissuto sarebbe stato uno dei protagonisti dell’arrampicata libera sportiva che sbocciò alla fine di quel decennio. Alcune sue vie dimostrano una concezione che era già proiettata in avanti.

Grassi, divenuto guida alpina incrementò ancora la sua enorme attività abbracciando tutti i campi; altri del Circo Volante continuarono a scalare ma senza formare più un gruppo definito e rappresentativo.

16) Vento nuovo nell’arrampicata libera
Nella seconda metà degli anni ’70 un vento di novità arriva a investire l’arrampicata libera su roccia, proviene inizialmente dalla Regno Unito poi successivamente dalla Francia e dalla Germania. Ancora una volta è Gian Piero Motti a farsi portavoce traducendo sulla Rivista della Montagna n° 33 del settembre 1978, uno scritto di Peter Boardman: Dove sta volando l’arrampicata in Gran Bretagna.

L’arrampicata libera diventava sempre più “sportiva”, quindi con regole che la disciplinavano, parallelamente prendevano importanza scale di valutazione delle difficoltà aperte verso l’alto tali da registrare e classificare gli enormi miglioramenti conseguiti dagli scalatori atleti. Come in tutti gli sport vennero sviluppate tecniche di allenamento che consentirono di arrivare a livelli di difficoltà sempre più alti.

Nasce un nuovo obiettivo: superare con le regole dell’arrampicata sportiva le vie aperte con ricorso alla scalata artificiale, ossia senza usare ancoraggi né per la progressione né per il riposo.

Capo NoIi: Marco Bernardi e Gian Carlo Grassi

Noi torinesi sposiamo fin dall’inizio il metodo francese che consente sempre di più l’uso dello “spit” (quindi forare, prima a martellate con il punteruolo, poi con il trapano) e applica una scala di valutazione delle difficoltà molto semplice e razionale; quella numerico-letterale usata ormai universalmente.

Con il successivo impiego del trapano nell’apertura di vie in montagna si completa “l’assassinio dell’impossibile” paventato da Messner tanti anni prima, infatti con un mezzo che ti permette di fissare una protezione quando hai esaurito ogni risorsa, la parola “impossibile”, che ha accompagnato l’alpinismo dalle sue origini, non ha più senso, si possono aprire vie con elevatissime difficoltà obbligatorie ed estremamente rischiose ma non impossibili perché quando non si può più si buca. L’impossibile assoluto non esiste più.

Molti ambienti sono conservatori e all’epoca si opposero alle novità, mi ha fatto impressione rileggere il verbale di una assemblea del Club Alpino Accademico Gruppo Occidentale del 17 dicembre 1978 dove una mia mozione per l’apertura della scala delle difficoltà oltre il sesto grado venne bocciata 6 voti a 11.

Sempre più sport, quindi allenamento e necessità di tempo libero per praticarlo. Nasce perciò la voglia da parte di molti arrampicatori di scalare a tempo pieno come dei professionisti dello sport.

Patrick Berhault a Torino (Orrido di Foresto)

A Torino vi è molta sensibilità su questi temi. Promossi da Andrea Mellano, sempre aperto al nuovo, e da Emanuele Cassarà, vengono tenuti due convegni sul Settimo Grado, il secondo in occasione della Manifestazione Sportuomo 1980 promossa dal comune di Torino. Fu un incontro importante, conoscemmo l’astro nascente del nuovo modo di arrampicare: il francese Patrick Berhault che si presentò con una chiarissima relazione sul suo modo di allenarsi sia fisicamente che psicologicamente: il suo fu un forte stimolo per i nostri campioni nascenti che servì a proiettare verso l’affermazione internazionale del più forte di tutti, Marco Bernardi.

Marco Bernardi

17) Marco Bernardi
Marco Bernardi è stato, probabilmente, il più forte arrampicatore dell’ambiente torinese del dopo guerra, il suo era un talento naturale che egli affinò applicandosi con intelligenza allo studio della dinamica della scalata e allenandosi intensamente e scientificamente. Quando le sue straordinarie capacità erano già note legò con Gianni Comino e Gian Carlo Grassi che lo iniziarono, quasi giovane allievo, al ghiaccio estremo. Allievo sul ghiaccio, s’intende, perché sulla roccia era già insuperabile. Dopo la morte di Comino sui seracchi della Poire al Bianco, continuò a scalare con Grassi aprendo le prime vie con passaggi di settimo grado nel gruppo del Gran Paradiso. Il legame di amicizia tra i due si interruppe dopo una salita al Capitan in Yosemite negli Stati Uniti.

Bernardi si impone nell’alpinismo internazionale con una serie di prime solitarie eccezionali tra il 1980 e il 1981: il concatenamento in solitaria del Pilier a Tre Punte e il Pilier Sans Nom al Mont Blanc du Tacul, la prima solitaria della via Gervasutti alla Est delle Jorasses e la prima solitaria del Pilier Dérobé sulla Sud del Monte Bianco. A queste imprese nel Massiccio più ambito dagli scalatori torinesi, va aggiunta la prima solitaria della difficilissima via Armando-Gogna sullo Scarason nelle Alpi Liguri.

Marco Bernardi a Caprie

Quello delle solitarie e dei concatenamenti era il motivo conduttore dell’alpinismo di punta in quel momento. E’ però un modo di scalare che impone forti rischi che Marco non è disposto a correre per cui non continua su quella strada. Diviene guida alpina e si afferma sempre di più nella nuova “arrampicata sportiva”, sarà il tracciatore delle prime gare di arrampicata a Bardonecchia.

Sulla pubblicazione Monti e Valli della Sezione CAI di Torino del secondo semestre 1983, in un articolo dedicato all’orrido di Foresto, sintetizza molto bene lo scostamento che va formandosi tra l’”arrampicata sportiva” e la concezione tradizionale e classica della scalata: «… se si era scoperto il nuovo terreno a bassa quota e si iniziava a vivere l’arrampicata come un gioco, la tendenza rimaneva quella di aprire vie nuove anziché cercare di realizzare quelle già esistenti in arrampicata libera. La sensazione data dal raggiungimento dell’armonia tra forza, movimento ed equilibrio rimanevano inferiori per intensità a quelle date dalla conquista di una parete […] Si era comunque compiuto il passo comprendendo che l’esercizio di salire una parete poteva essere vissuto sportivamente senza le implicazioni dell’alpinismo […] Si iniziava a distinguere tra Alpinismo finalizzato alla realizzazione di un’impresa e Arrampicata come movimento fine a se stesso […] arrampicare sportivamente significa allenarsi sia a secco che in parete e richiede un impegno simile a quello della danza classica o della ginnastica artistica…».

Nella seconda metà degli anni ’80 Marco Bernardi si allontana dalla scena discretamente, in punta di piedi: la Montagna non è più il suo principale interesse.

Il primo numero di Alp, maggio 1985

Ugo Manera

18) Spettatore attivo
Pescando tra i ricordi dei fatti e dei personaggi mi sembra di esser uno spettatore che vede comparire, sparire, e ricomparire i protagonisti. Spettatore attivo però, sempre nella mischia condannato come l’Ebreo Errante protagonista di un antico romanzo, a non fermarsi mai, sempre alla ricerca di nuovi compagni per nuove scalate. Ritorna Franco Ribetti dopo tanti anni di assenza, compare Isidoro Meneghin che mi è compagno in tante “prime”.

Isidoro Meneghin

Nel 1981 chiude il Gruppo Alta Montagna, ha esaurito la sua spinta nell’alpinismo torinese.

Nel giugno 1983 si toglie la vita Gian Piero Motti, straordinario protagonista dell’alpinismo della nostra città.

Capo Noli: da sinistra, Ugo Manera, Marco Bernardi, Anne-Lise Rochat ed Enrico Pessiva

Franco Ribetti

1983, Franco Ribetti, Ugo Manera e Isidoro Meneghin in vetta alla Lera

19) Spedizioni
Se i torinesi sono stati protagonisti in molti eventi, lo sono stati molto meno nelle spedizioni extraeuropee. Nel 1981 viene organizzata una spedizione importante ad una delle più belle montagne che esistano: il Changabang. Era divenuta celebre per le imprese di alcuni dei massimi esponenti dell’alpinismo himalayano. Io vidi quella montagna nel 1976, ne rimasi affascinato e mi ripromisi di fare di tutto per salirla. La nostra spedizione era composta da alpinisti della domenica e qualche sorriso certamente ci accompagnò: “cosa cercano dei dilettanti su una montagna da professionisti?”. Malgrado tutto il Changabang venne da noi salito per una nuova via, in vetta Lino Castiglia di Alba e Ugo Manera.

Hindukush, Bindo Gol: arrampicata libera a 5000 m

L’appetito vien mangiando, dicono, così nel 1984 nuova spedizione nell’Hindukush Pakistano con obiettivo la sconosciuta catena dei Bindu Gul Zom. Una cavalcata attraverso cinque cime mai salite tra i 5200 e 6200 metri che offrì una straordinaria arrampicata su granito seguita da aeree creste di misto. In vetta Lino Castiglia, Ugo Manera, Franco Ribetti e Claudio Sant’Unione. Parteciparono alla spedizione Corradino Rabbi e Giuseppe Dionisi, sessantanovenne, tante volte nelle Ande, desideroso di vedere l’Himalaya.

Due anni dopo il nocciolo duro della spedizione del Bindu Gul Zom con altri due scalatori ripartiva nuovamente per l’Hindukush per un grande obiettivo ma fummo sfortunati, un fuoristrada si ribaltò nel viaggio di avvicinamento e nell’incidente perse la vita Alessandro Naccamuli, giovane istruttore della scuola Gervasutti.

Changabang

Bardonecchia 1985, Stefan Glowacz

20) Gare di arrampicata – Alp
Nel 1985 nasce la rivista Alp che accompagnerà l’evoluzione dell’Arrampicata Sportiva che si sta creando il suo spazio sempre più ampio (purtroppo il cammino editoriale di questa rivista è attualmente finito). Lo stesso anno vengono effettuate le prime gare di arrampicata in Europa Occidentale. A volerle e promuoverle, tra tante difficoltà, furono Andrea Mellano ed Emanuele Cassarà.                 

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Vento dell’Ovest – 2 ultima modifica: 2019-02-13T05:19:16+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Vento dell’Ovest – 2”

  1. 9
    Alberto Benassi says:

    Motti ci ha lasciato bellissime elucubrazioni che però sono tragicamente naufragate in un gesto di cui non vogliamo nemmeno pronunciare il nome.

    SUICIDIO.

    Perchè non pronunciarlo?  fa paura? Si fa paura. Ma quante persone sono arrivate a questo gesto estremo. Quindi fa parte di noi. Magari di  quelle persone, molto complicate, altri diranno malate,  che vedono in questo gesto una liberazione dal peso della vita.

    Credo che Motti e Messner siano persone estremamente diverse e non confrontabili.

  2. 8
    Giandomenico Foresti says:

    Giuseppe Penotti, hai sostanzialmente  toccato il punto della questione.

    Credo proprio che la tragica ed inspiegabile, per quanto psicologicamente inquadrabile, fine di Motti costituisca il motivo di tanto parlare.

    Credo però ne costituisca anche il limite vuoi per una sorta di pudore e rispetto vuoi per un senso di frustrazione collettiva per non aver capito in tempo cosa sarebbe accaduto.

    Però rimane il fatto che, purtroppo, quel gesto Motti l’ha portato a termine e, almeno per come la vedo io, nella valutazione complessiva di una persona non è che ogni azione valga 1, ci sono azioni che valgono 1 e altre che valgono 10.

    Per questo, prendendo spunto, da quanto scritto da Manera mi sono posto una domanda, forse sensa senso, perché io penso, e forse l’ho pure scritto, non ricordo, che la più grande impresa di Messner sia stata quella di ritornare vivo dal Nanga Parbat, sentendosi pure accusare di non aver aiutato il fratello (accusa inconsistente e poi finita come tutti sappiamo).

    Ora, lo dico col massimo rispetto, ritengo che le persone vadano valutate più per quello che fanno che per quello che dicono perché a parlare bene sono bravi in tanti ma a fare bene sono capaci in pochi.

    Però è altrettanto vero, piaccia o non piaccia, credenti o non credenti, che la cultura cristiano cattolica abbia talmente messo radici nelle nostre teste che ci sentiamo sempre in dovere di stare dalla parte debole, anche a costo di perdere di vista il senso della storia.

    Messner, con le sue visioni e soprattutto con la concretizzazione delle sue visioni, ha contribuito a fare la storia dell’alpinismo, non solo italiano ma internazionale, e l’ha fatto con tutte le sue contraddizioni di uomo, nato non certo benestante, col suo carattere ruvido, con la forza, la tenacia e la determinazione. È riuscito a crearsi un mestiere ed è riuscito a reiventarsi anche al termine della sua attività.

    Insomma, un uomo vero di cui si parla il giusto (se ne parlava molto durante la corsa agli ottomila) e di cui sovente si parla male.

    Motti ci ha lasciato bellissime elucubrazioni che però sono tragicamente naufragate in un gesto di cui non vogliamo nemmeno pronunciare il nome.

    Non lo so, in fondo nemmeno io ho risposte, come del resto nessuno, però quando leggo gli scritti di Motti e tutto questo parlare intorno a lui sento inevitabilmente un retrogusto amaro che mi porta a pensare che forse sarebbe il momento di prendere una pausa di riflessione e lasciarlo riposare in pace.

    Soprattutto credo sia arrivato il momento di dare pane al pane e vino al vino, inquadrando un movimento, per così dire (perché in realtà non era nulla, se non dei ragazzi che si divertivano), i cui effetti a distanza sono oggi oggetto di discussioni accalorate.

    Azzardo una teoria, il Nuovo mattino va contestualizzato in un periodo storico di grande fermento ideologico ma di scarso contenuto pratico perché, torniamo sempre al discorso di prima, è facile fantasticare quando c’è qualcuno che ti fa trovare un tetto sotto cui dormire, uno o più piatti di cibo per rifocillarti e magari anche dei soldi in tasca.

    E questa è stata la vita di moltissimi ragazzi della piccola media borghesia di quegli anni (lo so perché c’ero), ragazzi che poi crescendo sono diventati padri e madri che hanno tirato su dei figli senza quel minimo di disciplina con cui siamo stati tirati su noi e che oggi si ritrovano a mantenere dei quasi trentenni senza lavoro.

    Per molti di noi leggere Motti, il Nuovo mattino è un po’ in fondo come tornare indietro nel tempo, come rivivere un periodo di fermento, libero, spensierato, una sorta di isola che non c’è, con Peter Pan, gli indiani e Capitan uncino.

    Ma la storia, quella vera, quella fatta di persone che hanno fatto cose (come Messner), è un po’ diversa e per questo dico che Ugo Manera, in estrema sintesi, ha fatto molto bene a ricordarla.

     

     

     

  3. 7
    Giuseppe Penotti says:

    Più uomo Messner o Motti?. Credo sia una domanda senza risposta per tutti.

    Chi dei due ha influenzato maggiormente l’alpinismo? Seppur ardito penso che entrambi al loro tempo hanno dato un contributo fondamentale. Motti era un alpinista con una sensibilità intellettuale che ha permesso uno svecchiamento importante in un ambiente alpinistico ingessato e, rispetto ad altri paesi, molto in ritardo. In un forum aveva già scritto in merito, in un mondo dove le edizioni cartacee del CAI pubblicavano notizie sulla sagra della castagna e su una perigliosa salita tipo la normale del Ciarfaron, sulla RdM lui traduceva, analizzava e pubblicava scritti come quello di Tasker, sull’alpinismo californiano e molti altri facendo comprendere che c’era un mondo fuori. Ci piaccia o meno, siamo stati influenzati tutti da Motti.

    Messner è stato dirompente, nelle sue realizzazioni, ritengo sopratutto quelle precedenti alla sua esperienza Himalayana, ha dato la dimostrazione pratica che un approccio mentale diverso, unita a una grande preparazione tecnica e fisica, possono portare risultati impressionanti. E, ci piaccia o meno, siamo stati tutti influenzati da Messner.

    Al contrario di Messner, di Motti si discute molto perché l’imponderabile della sua morte ha lasciato, in noi, molte cose irrisolte.

    Per diversi motivi sono molto legato alla figura di Motti, ma non ne faccio o costruisco un mito, il Motti che piace a me non è quello de “I Falliti” o del nuovo mattino. Non mi identifico nemmeno nel Motti di “Arrampicare a Caprie”, che è nella realtà un’invettiva che non mi piacque allora e non mi piace adesso. Il Motti da cui traggo ancora adesso pensieri e azioni è quello delle Antiche Sere. Un alpinismo in cui il valore non è dato dalla singola impresa ma dalla nostra capacità di interpretare le sensazioni delle nostre esperienze, facili o difficili che siano.

     

  4. 6
    Paolo Panzeri says:

    Non voglio essere polemico anzi il mio è un chiedere aiuto per capire la storia dell’alpinismo. Io non riesco a capire l’alpinismo torinese degli ultimi 40-50 anni: tranne qualche bella figura torinese che raramente parla o scrive o viene citata, quasi tutti si gloriano fra di loro e mi sembrano sempre vivere sugli allori di quelli che torinesi non erano. Possibile che io non riesca a trovare vie grandiose aperte dei torinesi con l’attualità del tempo in cui venivano aperte ? E poi le ripetizioni importanti e pubblicizzate che fanno nelle Alpi sembrano sempre essere fatte nei tempi e modi di come si fanno le salite himalayane. Potete citarmi delle vie paragonabili alle altre aperte in questi ultimi decenni nelle Alpi, come Pesce, Kein Rest, le vie sul Badile del Fazzini o del Libera, ma anche quelle al Bianco come Voyage o Manitua, ma anche vie più facili, però non quelle “sesto più” e nemmeno quelle di bassa montagna.

  5. 5
    Giandomenico Foresti says:

    Molto si è detto e scritto sul “Nuovo Mattino”, spesso in modo impreciso, si è anche detto che fu il movimento che influenzò il ritorno all’arrampicata libera in Italia, non è esatto, innanzitutto l’arrampicata libera come la vedevamo noi allora era ben diversa da come la intendiamo oggi; poi in Italia il massimo promotore di un ritorno all’arrampicata libera, dopo l’abbuffata tecnologica dovuta al diffondersi del chiodo a pressione, fu Reinhold Messner, come è dovuta principalmente a lui l’apertura verso l’alto della scala delle difficoltà su roccia: il superamento del sesto grado!

    Motti riuscì a riempire di contenuti il modo alternativo di scalare di un gruppetto di ragazzi che si erano rotti le balle di un certo ambiente.

    Da questo punto di vista è stato un grande e, non solo per questo, oggi viene spesso osannato.

    Non ce l’ho con Motti, tutt’altro, mi dispiace solo il fatto che la storia sia stata per certi aspetti travisata anche se il mito del Nuovo Mattino ha contribuito significativamente a far innamorare molte persone (e si sa che viviamo anche di miti).

    Messner ha un pessimo carattere, non è certo un’ideologo con cui mettersi a discutere sulle verità ultime però è sempre stato una persona molto concreta e i sogni li ha, come si suol dire, materializzati.

    Alla fine anche i suoi detrattori si son dovuti ricredere, a parte gli irriducibili che non si ricrederanno mai, però il carattere, l’arroganza e anche l’invidia non consentono che venga osannato.

    E’ stato più uomo Motti o Messner? Mah, ciascuno valuti a modo suo.

  6. 4
    Alberto Benassi says:

     Quando non sono stati in grado di seguirla sono scesi rinunciando alla via (al contrario di Motti, che invece la portò a compimento ugualmente, piantando i chiodi a pressione in artificiale, seguendo probabilmente l’esempio di Warren Harding) Valga per tutti l’esempio di Coitus Interruptus in Marmolada, via interrotta dopo 4 tiri da Larcher,

    epoche molto diverse e distanti.

    Credo che fare un paragone del genere sia un pò forzato.

  7. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Off Topic. Ma non troppo!

    Sabato, con amici lombardi, abbiamo incontrato Ugo Manera in falesia. In grande forma fisica e in spolvero si “beve” ancora adesso da primo e a vista dei gran bei tiri,  nuovamente ritrovato la sera in piola ancora più in forma.

    Ancora auguri Ugo!

     

  8. 2
    Paolo Panzeri says:

    Penso che correttezza, etica ferrea, stile e umiltà siano parole che diano poco successo con le masse e quindi non vengano mai usate dai nostri grandi e mediatizzati alpinisti.
    Qualsiasi tentativo per reintrodurle è subito perso.
    Siamo uomini circondati da uomini…
    Gioia e felicità ultimamente si vedono poco.

  9. 1
    Maurizio says:

    L’analisi di Ugo è storicamente ineccepibile e mi fa piacere ridimensioni il Nuovo Mattino a quello che realmente è stato, senza elevarlo a mitologia come hanno fatto e continuano a fare altri. Tuttavia su un solo punto non sono d’accordo. L’avvento del trapano sulle pareti non fu responsabile del nuovo assassinio dell’impossibile, semmai fu il modo come esso fu usato da alcuni a permettere vie altrimenti inscalabili. D’altra parte Ugo sa bene che vie come Itaca nel Sole suo Caporal, aperta proprio da Motti (e da Morello) nel 75 (vado a memoria), quindi molto prima delle vie di Martin Scheel aperte con il trapano, non sarebbero state possibili (e quindi impossibili) allora senza forare. Se Motti non avesse fatto quella scala di chiodi a pressione sulla placca argentata non avrebbe aperto certamente la via. Analoghe considerazioni possono essere fatte per le Placche Gialle di Guido Rossa in Sbarua e molteplici altri esempi prima dell’avvento del trapano. Ci sono personaggi come Rolando Larcher che hanno utilizzato e promosso il trapano a patto di seguire un’etica ferrea.  Quando non sono stati in grado di seguirla sono scesi rinunciando alla via (al contrario di Motti, che invece la portò a compimento ugualmente, piantando i chiodi a pressione in artificiale, seguendo probabilmente l’esempio di Warren Harding) Valga per tutti l’esempio di Coitus Interruptus in Marmolada, via interrotta dopo 4 tiri da Larcher, ma anche di un tentativo fatto insieme a me ed Andrea Giorda sulla SW dell’Ancesieu, parete che Manera conosce bene, dove scendemmo proprio perché una volta posizionato lo spit Rolando (il più bravo tra noi) non riuscì a proseguire in libera. Avrebbe facilmente potuto metterne un altro vicino in artificiale e proseguire comunque la via, ma non cedette a queste tentazioni e scese lasciando ad altri più capaci l’apertura di via. Quindi ad uccidere l’impossibile non è il trapano o un attrezzo in particolare, ma piuttosto l’etica utilizzata durante l’apertura dall’apritore. Vi sono anche apritori che non bucano e non utilizzano spit, ma magari passano in un punto e poi rettificano la via durante la discesa dove sarebbero voluti passare, senza riuscirci. Anche questo è un esempio di etica scorretta praticato (e non dichiarato) più di quanto si pensi da apritori che appaiono invece al pubblico senza macchia e senza peccato. Per il resto bravo Ugo, tanto rispetto e auguri per gli 80!

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