Una vita d’alpinismo – 11 – Corrispondenza con Reinhold Messner – 1

Una vita d’alpinismo – 11 – Corrispondenza con Reinhold Messner – 1 (1-2) (AG 1968 – 11)
(lettere del 1968, da Un alpinismo di ricerca)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Genova, 9 novembre 1968
Caro Reinhold, colgo l’occasione per scriverti due righe, dall’articolo che ho appena letto sulla Rivista Mensile del CAI (si tratta del famoso L’assassinio dell’impossibile, ottobre 1968, NdA). Attualmente, an­che se abitiamo in luoghi assai distanti tra loro, tu, io, e al­tri giovani nostri amici e più o meno della nostra età (ho 22 anni), rappresentiamo un po’ quello che è l’alpinismo giovane, e quindi di «punta».

A suo tempo avevo letto l’articolo tuo su La Montagne, veramente interessante e che dimostra che hai le idee ben chiare, e soprattutto oneste. Ho potuto notare dai tuoi discorsi che anche tu pensi che con i mezzi che ci sono oggi si potreb­be fare qualunque ascensione nuova. Quindi il segreto per con­tinuare a fare dell’alpinismo vero è quello di cercare ad ogni costo di diminuire i mezzi.

Sapevo già della tua notevolissima attività alpinistica, in Dolomiti e nelle altre Alpi, delle tue salite invernali. Ma ti confesso che, a vederla scritta tutta insieme da Willy Dondio, mi ha impressionato. Prima o poi senz’altro faremo conoscenza, anche perché le mete che hai tu, credo di averle anch’io, e quindi prima o poi ci si incontra. Vorrei invitarti il prossimo maggio o giugno a ripetere assieme a me la mia più difficile via su pura roccia (vorrei che fossi tu a ripeterla per primo): la Nord-est dello Scarason, VI+, 400 metri, nessun chiodo ad espansione, Alpi Liguri. E’ la mia salita tecnicamente e psicologicamente più dura, più difficile ancora della Nord-est del Ba­dile invernale e del Pilastro Walker in solitaria.
Ancora molte sentite congratulazioni, tuo Alessandro

Reinhold Messner
 

Funes, 17 novembre 1968
Salve Alessandro! Grazie per la tua lettera. Per caso sono venuto da Padova e la ho trovata a casa. Oggi non so ancora come ritornare. Ne­vica ininterrottamente.

Tu dici che sei per le mie idee sul concetto dei mezzi ar­tificiali. Sono contento. Non capisco però perché avete fatto la parete del Pizzo Badile con tutti i mezzi,  in stile spedi­zione. Dici che il segreto del continuare a fare dell’alpinismo vero è quello di cercare ad ogni costo di diminuire i mezzi e poi vai a fare una parete per ogni costo. So, senza questi mez­zi era impossibile. Ma se si vuole diminuire i mezzi, si deve sapere rinunciare.

Basta la discussione. Congratulazioni per lo spigolo Walker in solitaria. Per la Nord-est dello Scarason: devi sapere che il mio tem­po è stretto, stretto. In maggio e giugno devo fare esami. Non è facile fare dell’alpinismo e studiare in una città come Pado­va. In autunno poi dopo qualche arrampicata estiva avrei ben voglia a farla. Quanti chiodi hai usato? Quanto tempo ci vuo­le a ripeterla?

Anche io spero di poterti incontrare una volta lassù per le crode. Forse possiamo fare qualche salita assieme. A me piac­ciono soprattutto le pareti lunghe, miste… Una cosa possiamo farla già oggi assieme. Lottare per l’al­pinismo vero. Però non basta scrivere su questo argomento, bi­sogna dimostrarlo. Sono sicuro che mi vuoi aiutare. Grazie. Reinhold Messner

Genova, 21 novembre 1968
Caro Reinhold, ti ringrazio della tua pronta risposta. Ho voglia di iniziare con te una bella e proficua discussione. Evidentemente nella mia lettera precedente non mi sono spiegato bene. Vedi, anch’io sono per la diminuzione dei mezzi artificiali e per la distru­zione della mentalità che vorrebbe ad ogni costo l’assassinio dell’impossibile. Però sono dell’opinione che tutti i progressi realizzati finora dall’uomo sono tutti di natura tecnica. Il limi­te psicofisico è stato raggiunto nel 1786 da Balmat e Paccard sul Monte Bianco. Lo scopo dell’alpinismo è di mantenere nel suo più alto valore questo impegno psicofisico. Per mantener­lo tale non ci si può servire soltanto di ripetizioni. Bisogna usu­fruire di prime ascensioni. Per poter fare queste «prime» oc­corrono mezzi e sistemi nuovi. Mediante essi gli uomini sono riusciti in nuove conquiste, aumentando così il limite oggetti­vo delle difficoltà superate e facendo rimanere intatti i valori psicofisici (vale a dire il massimo dell’impegno fisico, massi­mo di paura e ardimento). Per mezzi intendo tutto, dalle sem­pre maggiori finezze dell’arrampicata libera e artificiale, al chio­do a pressione, corde fisse, cordino di collegamento con la base, radiotelefoni, ecc. Fino a che non ci si è accorti di un gra­ve pericolo: a forza di aumentare il bagaglio dei mezzi non si superava più soltanto la difficoltà, ma la si distruggeva. E inevitabilmente il limite psicofisico si impoveriva. Capisci? E al­lora, secondo me, bisogna cercare le nuove imprese, quelle che segnano le nuove tappe della storia dell’alpinismo, adottare i mezzi convenienti, però cercando di rimanere esattamente a quel punto al di qua del quale c’è l’impresa fasulla e al di là il probabile suicidio.
Capisci ora in che senso ti avevo scritto che per me oc­correva diminuire i mezzi? Nel senso di non aumentarli indi­scriminatamente.

Tu sei anche pronto a tornare indietro, quando sei costret­to a usare mezzi straordinari, io forse meno di te. Sai perché al Badile abbiamo adottato quei sistemi (che poi non erano così rigorosamente da spedizione)? Perché si era nel giusto, erano giusti i mezzi. Tu dici: meglio aspettare qualche anno, magari qualcuno più capace di noi potrà riuscire con mezzi più sem­plici. Ed io ti rispondo (forse immodestamente): al momento siamo tra i migliori, quelli che hanno tentato prima di noi non sono riusciti, abbiamo le carte in regola e usiamo le corde fisse. Tanto l’anno prossimo o tra due, tre, dieci anni non si use­ranno magari le corde fisse, ma si usufruirà di altri mezzi me­no appariscenti, ma non meno risolutivi; ecco l’elenco dell’e­quipaggiamento futuro: cibo in pillole (ti rendi conto del pe­so in meno?), vestiario termico, scarponi ultraperfezionati, non parliamo della roba da bivacco…

Per me il cibo in pillole equivale alle corde fisse. Tutti i progressi che ci sono stati in arrampicata libera e artificiale so­no dovuti all’equipaggiamento e ciò che riguarda l’uomo è rimasto immutato dai tempi dei conquistatori del Monte Bianco, il cui ardimento non è inferiore a quello di Preuss o di Buhl. In questi termini la nascita del sesto grado (1925) ha senso se riferita al limite oggettivo delle difficoltà (appigli e appoggi in un metro quadrato di roccia arrampicabile), non ha senso alcuno se lo si riferisce al limite dell’ardimento umano. Io condanno l’aumento indiscriminato dei mezzi, condanno le diret­tissime con il teodolite (vedi Torre Venezia) perché sono bruta­li, dipendono dalle ferie dell’alpinista, dal denaro, dalla forza fisica. Non c’è più istinto, intelligenza, fiuto. Non c’è più al­pinismo. Per questo sono pienamente d’accordo con te quando scrivi l’«assassinio dell’impossibile» e ti scagli contro la men­talità del comodo, del sicuro e del geometricamente perfetto.

L’altro giorno ho voluto provare i chiodi a pressione in pa­lestra. La roccia era granito, molto dura. Erano già due ore e mezzo che picchiavo sul perforatore, a venti metri da terra, e dovevo raggiungere un chiodo in posto (che era su una via obli­qua). E mentre ero lì che sudavo e che imprecavo e mi disap­provavo da solo, ho deciso di raggiungere in libera quel chiodo. Non ci riuscivo, mancavano quaranta centimetri. Allora faccio un altro buco con altre 100-200 martellate e sul più bello mi si spacca il perforatore. Sai cosa ho fatto? Ho raggiunto il chiodo in libera. Ecco perché mi scaglio contro la mentalità del chiodo a pressione facile; con quello si distrugge tutto. Sulla Walker da solo non li avevo nello zaino e non li avevo neppure sullo spigolo della Su Alto, se non altro perché i pri­mi salitori non li avevano usati (qui sono impreciso, perché in realtà sullo Spigolo della Su Alto qualche chiodo a pressione fu usato, come del resto dico nella lettera seguente, NdA). Ecco il rispetto per il passato e la tradizione, ecco dove metto in pratica quello che scrivo. Tu sei forse più assolutista di me, ma non per questo dob­biamo smettere di scrivere e scrivere per il vero alpinismo.

Sullo Scarason abbiamo usato circa 170 chiodi. Non ti sembrino molti, visto che in un metro quadrato a volte ce ne erano anche sette. Per ripeterla penso occorrano due giorni pieni.

Cosa ne pensi del Naso di Zmutt? Ti piacerebbe? Ho saputo che quest’inverno vuoi attaccare (sulle Grandes Jorasses, NdA) il canale tra Walker e Whymper. Come idea è formidabile. Attendo una tua risposta. Alessandro

Alessandro Gogna, Hoernlihuette, agosto 1968. Foto: Evaristo Fusar

Padova, 28, novembre 1968
Caro Alessandro! Per primo vorrei sapere come mai vieni a sapere l’idea mia sul canalone tra Walker e Whymper. Forse ho detto da qual­che parte che questo problema sarebbe meno pericoloso d’in­verno che d’estate. Ma secondo me è sbagliato fare la prima ascensione d’inverno. Esistono altri problemi da fare d’inverno (vie già esistenti). Non siamo ancora nell’area delle prime ascen­sioni assolute invernali. C’è ancora da fare la prima invernale alla via dell’Ideale sulla Marmolada d’Ombretta e tante altre. L’alpinismo invernale è nato dalla voglia di provare le vie do­ve altri sono passati d’estate con migliori condizioni. Secondo me una prima assoluta deve essere fatta sotto ottime condi­zioni. Io l’alpinismo lo faccio per me e di tanto in tanto mi salta in mente di provare la possibilità di salita invernale dove altri prima di me sono saliti. Insomma il canalone sulle Gran­des Jorasses deve essere fatto prima o poi. D’estate però! Sì, ho l’idea di farlo. E tu? Mettiamoci assieme? Allora bisogna saper tacere. Nessuno deve sapere questo problema e nessuno deve sapere della nostra preparazione. Che cosa ne pensi?

Sai, non ho il tempo necessario per discutere sui problemi. Poi con la penna tutto è lungo e faticoso. Spero di incontrarti per poter discutere. Anche per giorni.

Oggi sono rari coloro che si intendono di tutto il complesso «alpinismo». Gli uni conoscono la tecnica, altri sanno la sto­ria, i terzi amano la montagna. Tu sei alpinista del tutto e ti intendi di tutto questo. Sei per questo adatto a dirigere l’e­voluzione dell’alpinismo. Come mi è piaciuto l’episodio della palestra che mi raccontavi. È proprio vero. L’ho detto parecchie volte: la mentalità della direttissima entra dappertutto. Come lo fanno quelli della direttissima alla Torre Venezia lo fanno molti altri. Siccome non sono capaci di fare qualche bella via in libera, vanno a forare su vie nuove e vecchie.

Grazie per la tua lettera. Come ho già detto mi manca al­meno per adesso il tempo per discutere (…). Il Naso di Zmutt? L’ho guardato quell’immenso strapiom­bo. C’è possibilità di farlo con soli chiodi normali! Allora sì che mi piacerebbe. Chi vuole provare? Non voglio farlo. Pro­varlo sì. E sono quasi sicuro che è possibile con i mezzi nor­mali, senza corde fisse, chiodi a pressione e senza pillole. Cari saluti, Reinhold

Genova, 4 dicembre 1968
Caro Reinhold, della tua idea per il canalone Whymper-Walker mi aveva riferito, durante il Festival di Trento, Sereno Barbacetto. In effet­ti questa via è senz’altro meno pericolosa d’inverno. Non so come l’hai trovato quando hai fatto la Walker tu, ma mentre la facevo io, l’8 luglio, ho visto venir giù tante di quelle pie­tre, tanti di quei massi, uniti a scariche di ghiaccio, che al momento penso avrei troppa paura per attaccarlo d’estate. Pur­troppo le scariche non si possono né prevedere né evitare, e non dipende dall’abilità dell’alpinista schivarle. Non posso quin­di accettare la tua idea di un’estiva là sopra, non credo che sarei un buon compagno. Poi perché anch’io penso che le vie nuo­ve debbano essere fatte nelle migliori condizioni, e han­no perciò poco senso quelle vie (tipo Bonatti al Cervino, via dei Co­librì alla Grande di Lavaredo). Perciò io penso che nel caso del canalone Whymper-Walker le migliori condizioni per l’alpinista siano proprio d’inverno. E per me è più logico d’inverno che d’estate, come del resto anche il Linceul, sebbene lì ci sia un po’ più da discutere.

Sebbene tu abbia poco tempo per rispondermi, vedo che rispondi sempre molto velocemente, e ciò m’incoraggia a pro­seguire il dialogo.

Philipp al Civetta. Il chiodo a pressione, assurdamente inu­tile, tipico prodotto della mentalità da superdirettissima. Sull’ul­timo tiro di corda del diedro, prima della traversata sotto il gran tetto, fa bella mostra di sé un magnifico sconcio. Ba­sta, per evitarlo, effettuare una evidente traversata a sinistra in una fessura, e poi, per essa, tornare nel fondo del diedro. Senza contare che nella seconda italiana, Alessandro Locatelli, Ragno di Lecco, ha superato quel passaggio completamente in arrampicata libera. Questo lo stato attuale di decadenza del Philipp (19 agosto 1967).

Spigolo della Su Alto. Una splendida vittoria di Piussi e Anghileri. Pensa, che pur essendo per loro assai chiaro che avrebbero dovuto usare dei chiodi a pressione in seguito, hanno saputo vincere la «placca gialla», in maniera perfetta, con ap­pena due chiodi a pressione. Ne è risultato un tiro allucinante. Quando sono arrivato in sosta, dopo essere tra l’altro anche volato, ero distrutto dalla fatica. Ma questo è solo un tiro. Il resto non è da meno, o quasi. Noi abbiamo impiegato in quattro circa 16 ore (un bivacco). Per quanto riguarda i chio­di ora ne mancano pochi. Grandiosa la libera finale.

Naso di Zmutt. Non so da dove tu l’abbia visto. Se tu l’hai visto da Zermatt, non hai visto niente in quanto… Scusa, pro­prio ora mi viene in mente che tu hai tentato la ripetizione della Bonatti, e che quindi lo devi aver visto molto bene… Avrai senz’altro visto che il problema non è lo strapiombo, ma l’enorme parete di circa 500 metri, rivolta verso nord-ovest, incastrata tra la Nord e la Cresta di Z’Mutt. Quella è una parete completamente inviolata, larga circa 350 metri. Ag­giungi naturalmente il pendio misto inferiore (500 metri, con tratti a 70 gradi), e la cresta facile finale, ed hai i 1200 metri che secondo me costituiscono un problema più impor­tante della stessa Bonatti al Cervino, in quanto questa è solo una diretta su una parete già vinta, e quella invece supera una parete inviolata, la Nord-ovest. Quanto ai mezzi penso che non siano necessarie corde fisse e nemmeno le pillole. Qual­che riserva sui chiodi a pressione, dato che da alcune diaposi­tive da me scattate dall’aeroplano, si vede una placca apparen­temente impossibile… ma l’unica è tentare. Se non che non tutti sono della nostra idea di attaccarlo d’estate. Ma anzi vor­rebbero farlo quest’inverno. Mi dirai: ma lasciali fare, non sanno quello che fanno, ecc. Si dà il caso però che le persone incri­minate siano i nostri simpatici amici Mirko Minuzzo ed Enrico Mauro. Eccoti la storia. Un bel giorno esce fuori sul giornale che gli «arditi» hanno attaccato. E non esce che erano ormai cinque giorni che andavano su e giù per la parete di misto a mettere corde fisse. Tra l’altro l’unica maniera per metterle su quel terreno, dato che non si possono piantare chiodi si­curi, è quella di piantare chiodi a espansione nelle roccette che fuoriescono dal ghiaccio. T’immagini che roba?

Ma non è finita. Le corde fisse sono di colore bianco, così nessuno le può vedere. Tanto più che nessun giornale ne farà menzione. La chiodatura a oltranza prosegue ovviamente sul­le rocce, dove arrivano al settimo giorno di parete (ufficialmente il secondo). Da notare che Gianni Calcagno ed io ci siamo arrivati (d’agosto però, e non d’ottobre, sia pure eccezionale) in un giorno e mezzo. Vanno un po’ in su, poi, inspiegabil­mente, scendono (ufficialmente per il brutto tempo). E credia­moci pure. Poi ritentano, una settimana dopo e, al secondo giorno di parete, ufficialmente per il ferimento di Patrile e Al­bertini, dovuto a scarica di sassi (???), scendono. Nessuno mi toglie dalla testa che tutta quella messa in scena fosse pre­parata unicamente per andare a ricuperare un po’ di corde fisse. Vado a Cervinia dal Minuzzo, e dai discorsi salta fuori che loro pensano di farla d’inverno. Tu sai meglio di me che, usan­do proprio tutti i mezzi a loro disposizione, ce la possono an­che fare, e senza tanta difficoltà, se va bene divertendosi. Ora, io non vorrei lasciar sciupare un così meraviglioso problema da quei fabbri ferrai. Anche se ormai mi hanno tolto più della me­tà della soddisfazione (visto che salendo su di là troverò un ca­sino di materiale), non voglio rinunciare al Naso di Zmutt, che sen­to molto mio. E se per caso quelli quest’inverno davvero lo at­taccheranno, sarà la gara vera e propria. Non è possibile pen­sare a una cordata unica. A Cervinia per poco non abbiamo litigato. Sperando vivamente che lascino in pace il Naso e quin­di me, io avrei intenzione di fare una bella prima invernale: il Phi­lipp. Se ci hai già pensato, mi piacerebbe molto che anche tu fossi con noi. Se non ci avevi ancora pensato, allora te lo pro­pongo. Cari saluti, Alessandro

Reinhold Messner e Peter Habeler, 1978

Padova, 12 dicembre 1968
Alessandro! È per il libro che ti scrivo (si riferisce a Capodanno sulla Nord-est del Badile, NdA). Lo ho letto e mi sono ar­rabbiato. Non dico che il libro di Rho è uno schifo. Ci sono delle pagine veramente belle. Non dico niente sugli errori che ci sono. Vedi però a pag. 120 e a pag. 118…

Mi hai detto che Rho s’intende di alpinismo. A me non pare. Mi hai detto che hai le stesse idee come le ho dette sul­l’articolo L’assassinio dell’impossibile… Forse vai anche d’ac­cordo con Rho. Hermann Buhl ha portato nell’Himalaya lo stile alpino. Chi è stato a portare lo stile himalayano nelle Al­pi? Hanno fatto un passo avanti? Sì, per l’uomo della strada senz’altro. Soprattutto per i giornalisti. Per loro contano i giorni e non lo stile. Ti consiglio di stare 20 giorni sul Phi­lipp; Rho senz’altro sarà contento e tanti alpinisti famosi ti manderanno un telegramma con gli auguri. Venti giorni nel freddo. So benissimo cosa significa. Poi per due giorni non vale neanche la pena, perché i giornali guadagnano poco. Il guadagno sale parabolicamente col tempo. Speriamo che Philipp non venga a sapere e tutto va in ordine. La storia di Philipp la conosci? Per me è uno dei grandi degli ultimi tempi, non solo per le salite fatte ma anche per la pubblicità. Incontran­doti (e tu per me significhi tutto il gruppo del Badile + gior­nalisti) pensavo: per fortuna c’è ancora uno che cerca i veri valori dell’alpinismo. Ho letto appena… «meglio cadere come appunto Preuss…» e vedo che andiamo a perderci. I giornalisti non devono parlare di alpinismo senza capire un Preuss, un Maier, un Lammer. Per loro conta la parete, i giorni, i chiodi, le corde. Non vale la pena di parlare di un alpinista che con una so­la corda e quattro chiodi fa una «prima» in giornata. Di cose simili i giornali si sono occupati quarant’anni orsono. Ma oggi… deve morire uno, ci deve essere una parete già tentata da x, y, z (con quali mezzi non chiede nessuno) senza successo… I Co­librì sono stati due settimane sulla Grande, 550 metri, strapiom­bante. Per fare un’impresa di un certo valore bisogna stare al­trettanto tempo almeno. Tale mentalità si è sparsa. Tu l’accetti?

I giornalisti cambiano tutti i valori, l’alpinismo stesso. Esso va a perdersi. Non vedo la fine di tutto. Ma sì, adesso che devo fare un’altra via per salvare il drago per i pochi alpinisti – dico alpinisti – che verranno dopo di noi. Saluti, Reinhold

Reinhold Messner

Genova, 16 dicembre 1968
Caro Reinhold, mi dispiace moltissimo che tu ti sia arrabbiato a leggere Franco Rho. Ma mi dispiace ancora di più che tu ti sia arrab­biato con me. Vorrei sapere che cosa t’ha fatto pensare che io sia d’accordo in tutto con Rho. Forse il fatto che vendo il suo libro? O forse perché te l’ho regalato? O forse ancora perché t’ho detto che s’intende di alpinismo? Il fatto che lui s’intenda d’alpinismo non implica che condivida le nostre idee in tutto. Proprio nella stessa pagina 120 del libro ci sono muc­chi di citazioni che provano che Rho di alpinismo s’intende. Certo non è un grande alpinista, però è stato anche in spedi­zione alle Ande, e non soltanto come giornalista. Non è certo l’unico giornalista italiano che non condivida le idee di Preuss. Io stesso non le condivido. Lo ammiro incondizionatamente, posso anche ammirare la sua morte eroica per un ideale, ma non posso prenderlo come esempio. Il signor Rho, quando Mauro e Minuzzo andarono da lui per vedere se potevano avere aiuti ed esclusive con il Corriere della Sera, li mandò via in malo modo, avendo ben capito che razza d’alpinismo fosse il loro. Appunto l’alpinismo dei 20 giorni in parete, che lui odia quanto me e te (beninteso 20 giorni voluti dall’alpinista). Ma quando i 20 giorni sono voluti dalla montagna, allora è altra cosa. Ed è inutile che tu sarcasticamente mi consigli di passare 20 giorni sul Philipp. Sai bene che se ci andrò non impiegherò un minuto in più del minimo necessario a me. Ma è possi­bile che tu mi chieda ancora se accetto la mentalità sparsasi dopo i Colibrì?

Ma ti pare che con tutti i discorsi che ti ho fatto io possa accettarla? È tutto vero quello che dici sui giornalisti. Proprio per questo ci tengo a dire che Rho non è come loro.

E passiamo alla pag. 118. Qui non capisco come mai tu ti sia arrabbiato. Non è forse vero che noi avevamo gli stessi mezzi di Solleder? Quello che era diverso riguardava i sistemi. Infatti noi avevamo gli stessi mezzi di Solleder, se pur in quantità maggiore, ma li adoperavamo in maniera diversa. Quindi per me la frase di Rho è giustissima.

E passiamo al fatto che io per te significhi «tutto il gruppo del Badile + giornalisti: per fortuna c’è ancora uno che cerca i veri valori dell’alpinismo». Spero che queste mie spiegazioni ti abbiano convinto che io i veri valori li cerco davvero, anche se in maniera leggermente diversa dalla tua. Se non ti ho convinto allora mi dispiace, vuol dire che non sono capace di esprimermi, oppure non sei capace tu di capire. Guarda che con il tempo bello che c’è stato all’inizio di luglio, io avrei potuto stare sulla Walker per 5 o 6 giorni, se solo avessi voluto fare pubblicità. Invece in giornata sono uscito, con nello zaino pochi chiodi, pochi moschettoni, una sola corda, nessun perfo­ratore, radio, razzo segnalatore, eccetera. Non ti basta? Alessandro

Funes, 20 dicembre 1968
Caro Alessandro! Il tempo si è stabilito. Penso che il 26 possiamo andare al Tissi. Adesso ti propongo di venire il 26 del mese cor­rente ad Alleghe, così che possiamo mandare su tutta la roba. Tu intanto avrai già parlato (o scritto) a Livio per la chiave del rifugio Tissi e per la funivia. Allora il 26 fra le 10 e le 11 noi veniamo ad Alleghe. Porti naturalmente tutto ciò che serve per il Philipp fuorché giornalisti. Voglio che nessuno sappia della nostra impresa. Se ti è possibile venire prima, fa un salto a Funes, così da decidere un po’ di cose. Se non puoi venire, fammi una telefonata. Mando questa lettera a tutti e due i tuoi indirizzi, spero che una ti raggiunga. Saluti, Reinhold.

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Una vita d’alpinismo – 11 – Corrispondenza con Reinhold Messner – 1 ultima modifica: 2018-03-20T05:51:07+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 11 – Corrispondenza con Reinhold Messner – 1”

  1. 6
    Alberto Benassi says:

    “io ho qualche anno meno di Gogna e il mio alpinismo non ha mai superato il quarto grado, ma queste lettere mi sembrano uno scambio di elite, forse in quel momento era giusto così, ma fare filosofia dell’alpinismo forse era tempo perso.”

    Perchè?

    E’ alpinismo quello di IV come quello di VII . Non è la difficoltà che determina l’alpinismo, ma lo stile.

    Quindi può parlare di alpinismo colui che fa il IV sia quello che fa il VII.

  2. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Il giovane Reinhold nel 1978 senza barba e con una capigliatura a caschetto. Sembra uno dei Bee Gees.

  3. 4
    Giovanni Consigli says:

    Avevo già letto questa corrispondenza su “Un alpinismo di ricerca” di cui posseggo una copia dell’edizione originale… 50 anni fa ma sembra un secolo. Messner… lasciamo perdere, ma basta leggere poi l’ultima lettera sul “ridicolizzatore dell’impossibile” per capire con chi si ha a che fare, soprattutto quel “NOI ALPINISTI TEDESCHI”… io ho qualche anno meno di Gogna e il mio alpinismo non ha mai superato il quarto grado, ma queste lettere mi sembrano uno scambio di elite, forse in quel momento era giusto così, ma fare filosofia dell’alpinismo forse era tempo perso. In ogni caso il successivo libro di Gogna “La parete” proprio non mi è piaciuto…

  4. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Un Dialogo  fantastico , leggendolo sembra di  aver condiviso, con voi le vostre imprese, opinioni anche diverse , ma con il dovuto rispetto , due fuoriclasse a confronto….! Grazie Alessandro….per tutto….

     

  5. 2
    Andrea says:

    Che bello leggere questi scritti!
    E’ come immergersi nella storia dell’alpinismo (perchè questo è, nulla di meno). Mi è sembrato di rivivere quei momenti con voi.

    Complimenti

  6. 1
    Alberto Benassi says:

    bel confronto-scontro di: idee , opinioni, visioni diverse tra due persone decisamente fere sulle proprie convinzioni. Anche se Messner niente compromessi e credo anche una visione più ristretta, direi crucca. Gogna invece ha una  maggiore capacità di lettura, di valutazione.

    Anche il voler tentare il canalone tra Walker e Whymper d’estate, quando i pericoli oggettivi sono maggiori ed evidenti. Mi sembra una scarsa capacità di valutazione.

    Messner non voleva giornalisti: “Voglio che nessuno sappia della nostra impresa” .

    In seguito, mi pare abbia un pò cambiato idea.

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