Una vita d’alpinismo – 09 – Autunno 1968

Una vita d’alpinismo – 09 – Autunno 1968 (AG 1968-009)
(scritto nel 2018)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Venerdì 13 settembre 1968 fu una giornata particolare, perché mi ritrovai con i Ragni di Lecco a camminare di gran carriera da Mandello del Lario fino al rifugio Elisa. Fu lì che feci amicizia con Piero Ravà (che tra l’altro abitava a Milano) e con Aldino Anghileri, un soggetto la cui esplosività mi incuriosì subito. La sua salita in solitaria della Nord-est del Badile (27 luglio 1964, a diciott’anni ancora da compiere), sulle orme di Hermann Buhl (6 luglio 1952) e poi di René Simek (1956), Günter Nothdurft (1957), Elio Scarabelli (15 settembre 1961) e Dietmar Geyer (agosto 1962) lo poneva su un piano molto simile al mio. Di Piero adoravo l’understatement e l’umorismo pungente, di Aldo invidiavo la capacità di godersi la sua enorme vitalità, goliardica, inarrestabile, contagiosa. Le più di tre ore necessarie per arrivare al rifugio trascorsero in un lampo tra le chiacchiere. I colori erano quelli dolci dell’autunno, anche se eravamo ancora in estate. Eravamo un gruppetto numeroso e casinaro: il rifugio, incustodito e a nostra completa disposizione, fu sede quella sera di una divertente gazzarra. Ritrovai l’Aldo che avevo conosciuto l’anno precedente al rifugio Tissi, dove ululando rincorreva la cameriera. Qui nessuna fantesca, ma tanta voglia uguale di divertirsi.

In verde, il Diedro Oggioni alla Brenta Alta

Il mattino dopo, grigio, plumbeo, ci sconsigliò di attaccare la via Oppio al Sasso Cavallo: sarebbe stata la 4a ripetizione. Anzi, ci sconsigliò di fare alcunché, e ce ne tornammo sul lago e a Lecco, dove continuammo i bagordi.

Se guardo a quei giorni, non trovo granché di registrato. A settembre, una sola conferenza a Bordighera (grazie a Vittorio Varale): probabilmente giravo in macchina nel solito triangolo industriale con deviazione a Lecco, magari alla ricerca di un lavoretto. Feci buona impressione sul Tono Cassin, che mi assicurò che per l’anno dopo avrei potuto fare il loro rappresentante in Alto Adige, in Liguria e in Piemonte con l’esclusione della città di Torino.

– Peccato – gli dissi – perché Torino da sola varrebbe tutte le spese di viaggio necessarie per girare il Piemonte… per uno poi come me che in Piemonte non ci abita, sarebbe essenziale…
– Sai – mi rispose – Torino me la tengo io… Il fatto è che là io ho i miei giri, sai com’è…

Nella mia inesperienza nelle trattative, questa sua argomentazione tagliava la testa al toro. Se lui mi avesse detto che mai io avrei potuto fare il fatturato che faceva lui, magari avrei anche discusso, o comunque avrei chiesto una chance. Ma se i motivi delle sue visite a Torino erano altri, beh, allora… ubi maior minor cessat.

Dopo una notte piuttosto intensa passata in dolce compagnia a Torino e senza aver dormito neppure un minuto, mi avviai verso Biella per un appuntamento che avevo con dei fabbricanti di corde. A quel tempo a dividere i due sensi di marcia di quell’autostrada non c’era l’odierno doppio guardrail: c’era una fila di cespuglioni, alti al massimo un metro e mezzo, che, distanziati a due metri uno dall’altro, costituivano una specie di siepe discontinua. A un certo punto mi svegliai di soprassalto mentre con la mia 500 abbattevo uno per uno quei cespugli, fino a fermarmi con il cuore in gola senza aver invaso neppure per un centimetro la corsia di sorpasso del senso inverso… Mi ero così spaventato che non avevo neppure guardato se avevo fatto danni al muso della macchina. Solo ore dopo, in seguito alla conclusione del mio incontro di lavoro a Biella, mi accorsi di una leggera ammaccatura.

Gianni Calcagno sul Diedro Oggioni alla Brenta Alta. 24 giugno 1968.

Con ottobre venne anche il tempo di andare a Trento, al mio primo Festival. Allora quello era l’Evento annuale. La filosofia che c’era dietro era assai orientata all’alpinismo, dunque oltre alla rassegna dei film, l’organizzazione dava assai importanza alla presenza delle “stelle”, quelle vere intendo, quelle scelte nazione per nazione da selezionatori competenti e aggiornati. Chi era invitato perciò poteva aspettarsi una settimana di bei film, di tavole rotonde e meeting vari in compagnia del fior fiore dell’alpinismo mondiale, senza fare distinzione tra i nomi più noti e quelli meno. Con le gambe sotto i tavoli della classica Birreria Pedavena si costruivano amicizie, idee e soprattutto progetti. Anche spedizioni alle montagne più lontane. E di giorno si andava anche ad arrampicare con i nuovi amici. Era un’intera città che onorava l’alpinismo, in effetti troppo bello per durare…

La felicità di quei giorni, nei quali conobbi così tanta gente importante, era però minata da un segreto che mi portavo dietro. Fin dal primo giorno, lunedì 30 settembre, mi ero accorto infatti che c’era qualcosa che non andava: avevo continue perdite uretrali, giorno e notte. All’inizio il disagio era accompagnato dallo spavento, poi però la mia sia pur limitata cultura medica mi fece sospettare di aver contratto lo “scolo”, altrimenti detto blenorragia o gonorrea.

Non ebbi molto da pensare su chi poteva essere stata la responsabile del contagio: una sola poteva essere!

Nella solitudine della mia stanzetta d’albergo mi affannavo, con risultati del tutto insufficienti, a detergermi spesso da quello schifoso liquido giallognolo ed ero terrorizzato che qualcuno potesse avvertire il terribile odore che invece sentivo bene io. Non chiesi consiglio a nessuno, non ebbi l’idea di comprarmi in farmacia qualche specie di pannolone: mi limitai ad andare in merceria a comprarmi delle mutandine supplementari. Era una situazione drammatica, perché parlando, mangiando, bevendo e ridendo con gli amici non riuscivo mai, neppure per un attimo, a dimenticare la condizione in cui ero. A tornare a casa in fretta per farmi vedere e curarmi, non ci pensai neppure. Sapevo che senza penicillina non sarebbe passato, ma ero ospite al Festival di Trento e ci sarei restato, crollasse il mondo, fino alla fine, fino alla serata finale del sabato. Sarei partito quindi la domenica mattina.

Baite in Val d’Ala (Valli di Lanzo), sotto il Monte Plu. 24 novembre 1968.

Un Festival di Trento problematico. Foto: Helmut Dumler.

Ad aggravare la cosa ci si mise l’impegno che mi ero preso con Francesco De Marpillero di andare sulla Brenta Alta per il Diedro Oggioni. Partimmo da Trento il 1° di ottobre: era la notte tra lunedì e martedì e non avevo ancora pienamente realizzato qual era il mio problema, perciò ero ancora molto intimorito. Praticamente senza dormire arrivammo ancora di notte a Madonna di Campiglio e Malga Vallesinella, poi salimmo al rifugio Brentei e al rifugio Pedrotti, quindi finalmente attaccammo la via. La giornata era splendida, il compagno ottimo. Ero io che non ero al 100%… Feci molta fatica, tutta la via da primo, avrei senz’altro gradito una via meno atletica nelle mie condizioni, soprattutto di spirito e magari avendo dormito un po’ di più. Le giornate ottobrine cominciano a essere abbastanza brevi e così, dopo 11 ore e mezza di arrampicata non facemmo in tempo a scendere perché giunti in vetta era buio. Trovammo saggio fermarci a bivaccare, ovviamente senza equipaggiamento né alcunché da mangiare o bere. Per fortuna la temperatura non era molto rigida. Con il primo sole iniziammo la discesa, per arrivare poi a Trento nel pomeriggio, in tempo per lavarmi, cambiarmi ed essere presente agli appuntamenti.

Yvette Attinger Vaucher

Afflitto com’ero, non ho ricordi così precisi di quelle giornate: mi viene in mente la simpatia di Toni Hiebeler e di sua moglie Trudi, oppure mi rivedo Michel Vaucher e Yvette Attinger appartarsi un momento nel Vicolo Mattia Galasso: l’ora era tarda e, anche se ormai abbastanza vicini al loro Grand Hotel Trento, non avevano saputo resistere all’impeto amoroso e si baciavano apertamente. Come pure quando qualcuno mi presentò Severino Casara, un uomo alto e di assai nobile aspetto. Senza ancora nulla sapere di quanto in giro si mormorava di lui, qualcosa mi colpì, un lieve segnale sospetto. In realtà il suo comportamento fu del tutto corretto: semplicemente mi sembrava d’intuire qualcosa.

Monte Plu (Val d’Ala di Lanzo), Sperone Grigio. 24 novembre 1968.

Come da programma ripartii la domenica mattina. Traversata la Valle del Sarca, a Riva imboccai la Gardesana Occidentale e mi feci tutta la serie di strette gallerie. Non avevo fretta e non mi sembrava di andare veloce. Dopo le gallerie di Tignale, più o meno all’inizio della discesa su Gargnano e uscito dall’ennesimo tunnel, mi ritrovai sulla mia corsia una Mercedes che stava sorpassando. Frenai, questo permise alla Mercedes di evitarmi e rientrare, ma essendo io in leggera curva sbandai e l’urto con il muro a destra provocò il ribaltamento della mia 500. Illeso, ne uscii immediatamente, osservando che avrei potuto anche scavalcare il basso muretto della massicciata a sinistra e precipitare verso il Lago di Garda. Mi aggiravo attorno alla mia vettura semidistrutta, ancora con il mio foulard attorno al collo, mentre attorno la gente mi chiedeva come stavo. La Mercedes era di una famiglia tedesca che fornì le generalità d’obbligo ai carabinieri e a me. Dopo una ventina di minuti arrivò un carro attrezzi che rimise l’auto sulle ruote e trasportò me e lei fino al vicino paese di Gargnano. Nelle mie condizioni ero davvero scosso. Non mi ero fatto neppure un graffio, ma ugualmente mi sembrava di essere un relitto. Mi pareva quasi che la mia gonorrea fosse al parossismo.

Presi gli accordi con il meccanico-carrozziere, aspettai per salire su una corriera che mi portasse a Desenzano. Da lì, con il treno, guadagnai Genova. Ragguagliai i miei sull’incidente ma non dissi nulla della malattia. La mattina dopo ero dal medico. Guarii in due giorni e in casa nessuno se ne accorse. Per l’auto, nulla da fare: i danni erano tali da sconsigliare la riparazione.

Ero ancora sotto penicillina, ma l’8 ottobre andai con Nello Tasso alla Rocca dei Banditi, dove sul Primo Risalto riuscimmo ad aprire un nuovo itinerario, la via di Destra.

Senza auto, per le mie conferenze d’ottobre, ero costretto a muovermi in treno o ad approfittare dei passaggi degli amici. A Lecco, per esempio, ero scarrozzato da Gianni Rusconi (che mi aveva procurato anche una conferenza a Valmadrera). Assieme a lui salii il 12 ottobre la via Boga al Medale e il 13 la via Bonatti.

Monte Plu (Val d’Ala di Lanzo), Ilio Pivano sullo Sperone Grigio. 24 novembre 1968.

Proprio in quel giorno una squadra di guide di Cervinia attaccava il Cervino con l’intenzione di salire il “mio” Naso di Zmutt. Non lo seppi che dopo qualche giorno, perché i giornali non pubblicarono subito la notizia. Immediatamente mi misi in allarme. Dei quattro nomi, Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini, conoscevo solo i primi due, noti per alcune prime di vie in artificiale fatte in Dolomiti. Minuzzo sarebbe stato il primo italiano a salire l’Everest nel 1973. Non temevo tanto la loro bravura quanto l’organizzazione che di certo erano capaci di esprimere. Si sa che con una buona squadra al lavoro, con un po’ di fortuna e tanto tempo a disposizione anche i problemi più ostici possono essere risolti, sia pure a prezzo di non badare troppo all’etica. Io invece, immerso nell’etica, non avevo compagni e ottobre mi sembrava una stagione di merda per il Naso di Zmutt. Gianni Calcagno non poteva muoversi dal lavoro; Paolo Armando era a militare e comunque nel mio vissuto era “tra color che son sospesi”.

– Cazzo, mi stanno fregando il Naso di Zmutt – dissi all’Aldino Anghileri.
– Se ti va partiamo domani assieme – mi venne in aiuto.

Partimmo da Lecco nel pomeriggio del 23 ottobre, quando le guide di Cervinia erano operative dal 13. Si sapeva però che non avevano fatto grandi progressi, e in più il tempo stava decisamente girando al brutto, per nostra fortuna. In ogni caso eravamo equipaggiati al gran completo, pronti all’inseguimento.

Il viaggio fino a Cervinia fu un incubo. All’apprensione dovuta al non sapere come effettivamente stavano le cose si aggiunse la terribile guida di Aldo, che manovrava la sua Giulia col motore truccato come fossimo stati a Indianapolis.

Aldo Anghileri

A Cervinia nevischiava e ci tranquillizzammo. Riuscimmo a sapere che i quattro stavano smobilitando e presto sarebbero tornati alle loro case. Decidemmo di aspettare, volevo parlare con Mirko e vedere di arrivare a un accordo. L’attesa si prolungò per tutto il 24, quando finalmente i quattro arrivarono. Con una telefonata riuscii ad avere un appuntamento a casa Minuzzo per la mattina dopo. Alle 11 puntuali ci presentammo nella splendida villa di Mirko. Il ragazzo stava benone, bello abbronzato, ma l’atmosfera era cortesemente gelida. Fossi stato io lo avrei invitato per una pasta assieme, invece rimanemmo al caffè. In 12 giorni di su e giù per le corde fisse avevano superato i primi 400 metri, quelli che permettono di arrivare alle rocce del Naso, più o meno dove eravamo arrivati Gianni e io ad agosto in un giorno e mezzo, solo in due e carichi come somari. Visto il sensibile gelo (anche Aldo era a disagio) mi limitai a buttare là che, visti i miei “diritti” di precedenza, magari si poteva in futuro collaborare. Non lo dissi troppo convinto e ci pensò lui a freddare ulteriormente l’ipotesi di progetto assieme. Sostanzialmente ci fece capire che non avevano intenzione di tornare lassù, di certo non quell’inverno. Quello che capii era probabilmente la verità: per i quattro l’osso era troppo duro, e neppure l’estate avrebbe potuto ammorbidirlo per i loro denti.

Ci salutammo verso mezzogiorno e ripartimmo per Lecco. A Valtournenche pioveva e così per tutta la valle e in pianura ci fu un nubifragio pazzesco. Aldino viaggiava letteralmente a 200 km all’ora in autostrada senza nulla vedere. Di questo ero certo, perché io che ci vedevo benissimo non riuscivo a distinguere nulla in quel rovescio d’acqua e di fango. Figuriamoci lui con quegli occhiali spessi da fondo di bottiglia! A Lecco baciai terra: avevo bisogno di bere qualcosa di forte, anche se era solo il primo pomeriggio.

Il Naso di Zmutt dall’aereo. 13 novembre 1968

A parte un volo di ricognizione attorno al Cervino (13 novembre) che mi fu offerto dall’amico Luciano Scattolin, direttore dell’ufficio pubblicità di Rassegna Alpina, il resto dell’autunno per ciò che riguarda le arrampicate passò sulle strutture di palestra attorno a Genova e qualche volta al Nibbio in Grignetta. Il 3 novembre con Alba Coronzu allo spigolo nord integrale del Nibbio, il 4 al Roccione di Cravasco. L’11 nnovembre, quinta ascensione del Triangolo Industriale al Nibbio, con Ugo Lorenzi. Costui aveva un bellissimo negozio di pipe e articoli per fumatori in via Dante a Milano, con lui mi trovavo molto bene. Per il 9 novembre mi aveva procurato una conferenza a Inverigo, dove lui abitava. Nelle ore di attesa a Milano tra un appuntamento e l’altro spesso andavo nel suo negozio a chiacchierare.

Il 17 novembre, Rocca dei Banditi, prima ascensione della via Diretta al Primo Risalto, con Mario Piotti; due giorni dopo ancora lì e con lo stesso Mario, per la terza Integrale. Tanto era l’entusiasmo per quel posto che ci volevo portare tutti gli amici. Infatti il 21 ero ancora alla Rocca dei Banditi a far conoscere l’arrampicata all’amico Vittorio Pescia (ma c’era anche Mario Piotti), per la 2a ascensione alla Diretta del Primo Risalto unita al Secondo Risalto (quindi 4a Integrale); e il 22 stessa cosa identica (dunque la quinta Integrale) con Gianluigi Vaccari.

Una variante al binomio palestroso Appennino Ligure-Grignetta l’ebbi con l’amico torinese Ilio Pivano (conosciuto il giorno della prima invernale alla Rossa-Chironna dell’Uja di Mondrone): assieme andammo a scalare per cinque ore su una bellissima via nella sperduta Val d’Ala di Lanzo, la Diretta dello Sperone Grigio al Monte Plu (terza integrale, 24 novembre).

Prima dell’inverno ci fu un’ultima puntata il 15 dicembre alla Rocca dei Banditi, quarta alla Diretta del Primo Risalto con Giacomo Traverso, poi ancora via normale al Primo + Secondo Risalto (sesta Integrale) con lo stesso Giacomo ma anche Nello Tasso e Maria Grazia Maia.

In generale fu un tempo di conoscenze e di discussioni, appassionanti fin­ché si vuole, che mi lasciavano sempre un fondo amaro. Con la Volkswagen usata appena comperata continuavo il mio giro di con­ferenze: e così arrivò dicembre. L’auto era un magazzino, vivevo in macchina, ci consumavo i pasti e ci dormivo. Non avevo in­tenzione di tornare a Genova. Nel vano sotto il cofano avevo messo i materiali che non soffrono l’umidità, e dietro sul se­dile abbattuto indumenti, viveri in polvere, vestiti di ricambio, libri e riviste, diapositive, proiettore. Facevo la spola tra Mi­lano, Lecco e Torino. Trieste e Messner mi avevano lasciato triste e deluso, non so perché. Lecco non era più quella di due mesi prima; niente più notti in bianco con Aldo Anghileri e amici. Ero d’accordo con i fratelli Rusconi per le feste di Natale e nello stesso tempo con Messner: se il Philipp al Civetta era in condizioni, avremmo attaccato. Invece il 18 venne il maltem­po, in pianura nevicava forte. Dopo una notte a Inverigo, in casa dell’amico Lorenzi, conobbi Ercole Martina: era appena uscito il suo libro Alpinismo invernale. Dormii in casa sua. L’indo­mani girai per Milano, con il mio carico inutile; nevicava ancora.

Corrispondenza significativa del 1968
Quell’anno scrissi due lettere importanti e ricevetti risposte significative. Curioso che le inviai proprio pochi giorni prima del progetto Walker e che entrambe le risposte mi arrivarono dopo la salita.

Lettera a Gino Buscaini
Genova, 20 giugno 1968. Caro Gino, […] ho molte così da dirti, e ti farò perdere un po’ di tempo. Tra un mese compio 22 anni, e al momento non ho ancora la più pallida idea di cosa fare nel futuro.
Ho cominciato ad andare per i monti quand’ero piccolo, a 7-8 anni trascinavo nelle gite i miei, riluttanti a seguire il loro bambino scatenato. Poi l’escursionismo, l’escursionismo “estre­mo”, la palestra di roccia, il passo è breve. Questo è accaduto nel ’62, anno di storici tentativi sui quattro sassi che ci sono qui vicino a Genova, senza assicurazione né capacità valide. Nel ’63 oltre alla palestra primaverile e autunnale, ho salito da solo due belle vie di terzo grado nelle Dolomiti. Nella prima­vera del ’64 mi sono iscritto al Corso d’Alpinismo e siccome già qualcosa sapevo, l’ho terminato in bellezza. Anzi, nell’esta­te ho fatto molte vie in Dolomiti (una cinquantina), tutte a li­vello classico (3° e 4° grado), ad eccezione delle due vie più dif­ficili (la Kiene alle 5 Dita e la Piaz alla Punta Emma). Ero sempre solo o quasi, per cronica mancanza di compagni. Tor­nato a casa mi son legato con Gianni Calcagno e altri amici. Ogni domenica era una salita in Marittime. Poi le prime scialpinistiche, il Corso di Sci-alpinismo, e siamo già nel ’65, l’anno della maturità scientifica. Dieci giorni prima dell’esame ero in montagna a fare una prima impegnativa. Mi è andata comun­que bene. Non sapevo allora che non avrei potuto continuare così, che all’università sarebbe stato diverso. Ma andiamo avan­ti: nell’estate fu una serie ininterrotta di prime in Marittime e di ripetizioni in Dolomiti. È stata la mia estate più bella, per­ché dopo tutto avevo fatto il mio dovere. La mia salita più difficile è stata la Vinatzer al Catinaccio, la più bella la nor­male della Sud della Marmolada. In autunno sono anche anda­to in Grigna, e da allora ci vado regolarmente, anche sugli iti­nerari poco noti, e la conosco molto bene. Alla fine dell’anno avevo fatto circa 70 salite! Non ti dico queste cifre per farti vedere “quanto sono bravo”, ma unicamente per farti conosce­re la misura della mia “fissazione”. Uno che non sia appassio­nato, che intenda l’alpinismo solo come sport, dopo una Dül­fer alla Cima Grande di Lavaredo non va in Marittime a fare vie sconosciute di 2° e 3° grado, magari anche friabili! Piuttosto cercherà di pestarsi in palestra fino a sen­tirsi pronto per la Comici alla Nord della Grande. Questo l’ho fatto anch’io, ma senza disprezzare ciò che era inferiore o scon­tato nelle mie possibilità. Nell’inverno 1965-66 ho fatto le pri­me uscite sulle Alpi Apuane. In quella stagione là le montagne assumono un aspetto veramente interessante e si possono fare salite su misto e su ghiaccio. Ma a giugno avevo gli esami, mi ero iscritto a ingegneria, così, senza la minima predisposi­zione. Avevo studiato poco e gli esiti furono disastrosi. Ma c’era l’estate, e con i pochi soldi racimolati eccomi sullo Spi­golo Giallo, sulla Nord della Tour Ronde, sulla Sud del Den­te del Gigante e poi di nuovo in Dolomiti (altre venti salite, tra le quali la Comici alla Grande e la Buhl alla Parete Ros­sa). Novembre e dicembre in Grigna. A ottobre nessun esame e iscrizione fuori corso. Negli ultimi giorni dell’anno la pri­ma invernale (si è poi rivelata la seconda, NdA) alla Est del Dente del Gigante, con Paolo Arman­do, un compagno eccezionale. Dopo altre salite e tentativi, con lui ho salito lo Scarason, nelle Liguri, che ci ha impegna­ti sei giorni. Lì si può dire che ci siamo impegnati veramente al massimo, su quei 400 metri. L’estate ’67 (a giugno niente esami) fu quasi tutta con Paolo, in lotta con i soldi (in casa, è ovvio, non mi davano una lira); così ecco la Nord del Mon­viso, la Nord del Cervino, la Ratti all’Aiguille Noire, la Sud del Grand Capucin, tentata la Est delle Grandes Jorasses. E poi la Carlesso alla Torre Trieste, la Andrich alla Punta Civetta, il Philipp al Civetta, la Maestri alla Parete Rossa, il Pilastro della Tofana, la Cassin e la Brandler-Hasse sulle Nord di La­varedo, e tante altre minori col brutto tempo o per riposo.

Infine ancora tante salite in Grigna per allenarmi al Badile, fino al frigorifero della Nord-est e alla storia di oggi. A no­vembre mi sono iscritto a legge, dopo due anni a ingegneria sprecati, pensando che la maggior facilità, il minor impegno mi avrebbero favorito un po’. Invece ora ritengo assurdo presentar­mi agli esami, il che automaticamente significa la fine degli studi. Ed è giusto che sia così, tanto avvocato o dottore in legge non diventerò mai.

È quasi tre anni che vivo così e che mi faccio mantenere dai miei. Prima fastidio, poi travaglio mi hanno umiliato pro­fondamente. Per iscritto trovo difficoltà a dirti tutto, ma ti pos­so dire che sono esaurito. Vedi, la mia finora non è stata una brutta condizione. Ho sempre vissuto bene, ben pasciuto, sotto un tetto e in famiglia, senza disgrazie. Quindi non dovrei neppure lamentarmi, specie se mi confronto ad altri, che sgob­bano dalla mattina alla sera per quattro soldi. Però io penso che la misura dell’infelicità non sia data tanto dal numero mag­giore o minore di preoccupazioni che capitano, quanto invece dalla maggiore o minore capacità di sopportazione. Ora, al pun­to in cui sono, credo di non averne molta. Inoltre credo di essere un paranoico. Cioè temo che l’alpinismo diventi un mez­zo non per vincere ma per sfuggire tutti i miei complessi. Non voglio che accada e devo scegliere una strada. Il consiglio che qualcuno mi ha dato è semplice: trovati un lavoro! Grazie tante, ma visto che sono in ballo, tanto vale trovarlo definitivo. Non risolverei nulla con un lavoro qualsiasi, sarei sempre dac­capo. Perciò voglio definitivamente avviarmi a una attività, in qualche modo remunerativa, che abbia attinenza con la mon­tagna. Ho messo da parte un po’ di soldi con le conferenze, e ne ho ancora in programma. Ma durerà poco. Finora ti ho parlato della mia attività in montagna, ma non è tutto. Sto pa­recchio anche a tavolino. La mia biblioteca rigurgita di riviste, pubblicazioni, guide esaurite copiate con bella calligrafia. È pie­na di articoli mai pubblicati, di idee, di studi e monografie. Ho saputo l’anno scorso che eri stato tu ad assumerti il com­pito di fare le guide, e ti ho invidiato da morire!
La mia giornata si svolge sempre a leggere e scrivere, qui mi considerano una specie di enciclopedia!
Basta, ti ho parlato sufficientemente di me e della mia unica capacità. Credo di assomigliarti abbastanza. Avrai capito che ho ancora le idee un po’ confuse sull’attività che potrò svolgere. Per ciò che riguarda i soldi il mio unico desiderio è quello di potermi mantenere, senza pesare ulteriormente sui miei che sono stufi (e io più di loro). In attesa della tua risposta, ti saluto cordialmente.

Risposta di Gino Buscaini
Varese, 2 luglio 1968. Caro amico, rientrando l’altro giorno al TCI, ho trovato la tua lettera. Comprendo che stai passando un periodo di difficoltà e incertezze: le stesse che, quasi inevitabilmente, ogni alpinista veramente appassionato si trova a dover affrontare in un determinato momento della sua esistenza.
Personalmente non ti conosco bene. Ho cercato, rileggendo più volte il tuo scritto, di farmi un’idea “vera” della tua personalità e non so se ci sono riuscito.
Anche perché non credo, da parte mia, di assomigliarti molto, almeno per quanto riguarda le condizioni di vita che ho avuto alla tua età.

Io sono, per esempio, e purtroppo, autodidatta, perché le condizioni economiche dei miei genitori non mi hanno mai permesso la possibilità di uno studio regolare. Tu invece hai la fortuna, mi sembra, di vivere in una situazione veramente diversa: se ora i tuoi genitori si rifiutano di continuare a mantenerti hanno anche ragione. Se tu affrontassi lo studio come hai saputo affrontare le vie di sesto grado, non sarebbe forse meglio? Potresti forse riesaminare attentamente altre possibilità di studio (non devi poi fare proprio l’ingegnere o l’avvocato, ci sono anche altre soluzioni), più consone alle tue attitudini, e meno impegnative come carriera scolastica. Hai pensato, per esempio, alle scienze naturali?

Io credo che se tu vai dai tuoi genitori, spiegando loro che hai il fermo proposito di impegnarti ora nello studio come hai saputo impegnarti in montagna, essi ti aiuteranno certamente.

Vedi, io penso che per un ragazzo intelligente come te il fatto di voler vivere dell’alpinismo è, sì, comprensibile alla tua età, ma certamente uno sbaglio, con gravi conseguenze per gli anni a venire. Si può benissimo studiare bene e andare anche in montagna: farai 30 vie per stagione invece di 70, ma che importa? Importa invece che tu abbia il coraggio per riprendere una via che ti inserisca positivamente nella società, anche se ti costa qualcosa, anche se colpisce un poco il tuo amor proprio. E poi, credi proprio che gli altri che vivono solo in montagna o di montagna abbiano la vita tanto facile? Hai mai parlato con un cittadino che è arrivato a fare il maestro di sci? o il custode di un rifugio?

Per quanto mi riguarda personalmente, anche il mio lavoro attuale è bellissimo in teoria e come tale mi entusiasma; però in pratica, per ora, non mi dà nemmeno da vivere.

Guarda, non c’è nessuna attività senza difficoltà e senza sacrificio. Nei tuoi panni, non avrei esitazioni: riprenderei seriamente gli studi. Se avessi un figlio come te, cercherei ugualmente di convincerlo in questo senso.

Forse resterai un poco deluso dal tono di questa mia lettera. Ma spero che tu capisca ugualmente che, in tutta amicizia, io desidero per te una strada dignitosa e felice nella vita. L’alpinismo ci deve dare la forza per riuscire nella vita, e non fare di noi dei falliti. Ti auguro di avere questa forza in proporzione con la tua bella attività alpinistica. Gino Buscaini.

Risposta di Franco Rho a una mia lettera (non presente nel mio archivio)
Milano, 6 luglio 1968. Caro Alessandro,  mi hai scritto troppo tardi, perché io ti potessi raggiungere per telefono; ho ricevuto soltanto ora la tua lettera e scusami se rispondo a macchina: ho due dita della mano destra rotte e devo arrangiarmi come posso. Queste righe ti raggiungeranno quando avrai già vinto (me lo auguro) lo spigolo Walker e sarà indubbiamente una grossissima affermazione, quella di un alpinista giovane che appunto non concepisce l’alpinismo tipo Minuzzo e il suo amico (vennero anche da me, prima di fare la Torre Venezia, ma li liquidai perché non mi sembrava che un’inutile acrobazia). Bene, Alessandro.

Ma il tuo problema, leggo, non è la Walker, ma l’impostazione della tua esistenza; bisogna superare la crisi anzitutto. Confesso che le tue righe accorate non mi stupiscono; molti hanno fatto di queste esperienze, sofferto di queste angosce. E anche io, a suo tempo. Sarebbe troppo facile dirti: completa gli studi, sarebbe un peccato piantarli; prenditi una laurea e poi guarda alla montagna, se essa può darti una professione. Ti risparmierò un tale consiglio conformista, sciocco; e considererò invece che cosa si possa fare, secondo il mio parere modesto. Dunque, trovare una strada professionale sulle montagne non è difficile: si può prendere una patente di Guida Alpina, si può fare il maestro di sci. Ma per te questa dovrebbe essere soltanto la soluzione iniziale, transitoria, per altre affermazioni, ad esempio nel campo dello scrivere, nel campo della fotografia e delle conferenze. Non è escluso che si possa diventare grossi personaggi come ad esempio Rébuffat. L’esempio di Bonatti e Mauri è sintomatico, ma di livello meno elevato di quello che potresti ottenere tu, qualora, presa la grande decisione, ti ci dedicassi anima e corpo. E’ vero che ti trovi in un mare di concorrenza, ma anche qui come in altre professioni, vale e si afferma la qualità. Tu sei un ottimo alpinista, soprattutto sei in grado di concepire le imprese “giuste”. Come ogni “rodaggio” anche la professione che ti indico e che, in fondo, ti è congeniale, pretende anni di sacrifici, di delusioni, di piccoli passi avanti: ed ecco poi, se vali davvero, cominciano a spalancarsi le porte di una certa importanza: allora puoi dirti vicino all’approdo. Ma ti senti la forza di seguire una nuova strada e di non rimpiangere affatto gli studi lasciati alle spalle? Essi, anche se incompleti, non ti sarebbero stati inutili perché ti avrebbero formato da un punto di vista culturale; ma potrebbe rimanerti l’amaro di anni sprecati. Il problema è troppo personale, perché lo possa risolvere un consiglio: è dentro di te che le decisioni di questo genere devono maturare e senza poi lasciare rimpianti o indecisioni. Se una volta preso un indirizzo tu ti voltassi a rimpiangere il passato, finiresti per trascinare tutta la vita una insoddisfazione che ti impedirebbe il successo nel campo della tua scelta. E sei un ragazzo intelligente, soprattutto sensibile: perciò lo sai.

Ora, se tu decidi di dedicare il tuo avvenire alla montagna, è chiaro che devi imporre poco alla volta il tuo nome: e quale modo migliore che “prime” eccezionali e solitarie; io stesso avrei detto “incomincia con la Walker”; ma lo avevi già pensato tu. Qui avremmo concordato. La tua impresa può essere l’inizio, chissà. E non lo dico per incoraggiarti anzi, semmai, sono pronto a farti presente le difficoltà della tua scelta e non quelle tecniche inerenti lo spigolo, bensì quelle materiali, dopo, quando scendi ed entri in questa società difficile.

Il discorso che ti accenno deve essere continuato: esami, analisi, diagnosi sono necessarie con un rigore da chirurghi, con una precisione da ricercatori. Varrà la pena di riparlarne quando torni.

Posti come quelli di Buscaini fanno parte di un mondo che non ti piacerebbe, ne sono certo: come potresti accettare, ad esempio, su una guida da te studiata, che un qualsiasi Chabod rovina per metterci magari i suoi dipinti da dilettante. E il CAI centrale tu sai, è un circolo chiuso, adatto a chi è disposto a fare da cortigiano. Può esserci di meglio; e ne parleremo appena torni, mi telefoni e vieni a trovarmi; per conto mio, nei limiti del possibile, sarò lieto di aiutarti, sempre che, risolto il tuo problema morale e psicologico, cioè presa la decisione definitiva, tu ti metta su questa o quella strada. Ti aspetto. Cordialmente, Franco Rho.

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Una vita d’alpinismo – 09 – Autunno 1968 ultima modifica: 2019-05-07T05:01:57+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 09 – Autunno 1968”

  1. 3
    Nereo Savioli says:

    Grazie Alessandro per aver pubblicato questi interessantissimi scambi epistolari. Fare dell’ Alpinismo una presenza stabile nella nostra vita, senza che diventi una ossessione, è un obbiettivo meraviglioso e allunga la vita. .

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    magari mi sbaglio ma ho come  l’impressione che la risposta di Franco Rho, sia stata da te più apprezzata, perchè ha più colto nel segno dei tui desideri,  di quella di Gino Buscaini, quasi un rimprovero del  buon padre di famiglia che ti richiama il figlio ai buoni principi della vita.

  3. 1
    Luca Visentini says:

    Belle e accanite avventure, Alessandro. E credo che pochi possano eguagliarti. Apprezzo anche la sincerità con cui ti esponi letterariamente. Pochissimi trasmettono le loro vulnerabilità, gli accidenti del loro percorso. La montagna, in questo senso, è una brutta bestia. Gli unici che sono riusciti a vivere più che dignitosamente della stessa, e parlo in termini economici, penso siano Reinhold Messner (una macchina formidabile ma anche cinica) e Mauro Corona (in tarda età e con la montagna in questione sullo sfondo).

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