Una vita d’alpinismo – 10 – Tentativo invernale al Crozzon di Brenta

Una vita d’alpinismo – 10 – Tentativo invernale al Crozzon di Brenta (AG 1968-010)
(scritto nel 1969)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

La sera del 19 dicembre 1968 ero al «Cantinone», un’osteria nel cen­tro di Milano, dove il giovedì sera tutta una compagnia si rac­coglieva, a bere qualche bicchiere, chiacchierare e cantare: ci ero capitato quasi per caso, mi sentivo solo. Forse era finito il tempo di essere spensierato, di vivere in auto, di portare sempre il foulard al collo come una sciocca divisa. Non avevo compagni, mete precise, il tempo era brutto, però non era tut­to… forse avevo bisogno di qualcuno con cui stare insieme. Nel frattempo avevo capito che non mi sarebbe bastata una qual­siasi.

Carlo Ciceri, l’artefice della mia partecipazione all’invernale. 21 dicembre 1968.

Fino alle 22 la serata trascorse normale, poi Carlo Ciceri mi tirò da parte.
– Tu, cos’hai intenzione di fare in queste feste?
– Ma non vedi che nevica? In montagna è anche peggio!
– Ma c’è gente che parte ugualmente il 21.
– E chi sono quei pazzi?
– Tu non ti preoccupare. Ti interessa?
– E dove?
– Alla via delle Guide.

Così a freddo mi sembrò una specie di mazzata. Possibile che ci fosse qualcuno che, quando io pensavo di non muover­mi, andasse ad attaccare i miei più prossimi progetti? Cercai di capire chi si voleva impegnare con quel tempo. Probabil­mente degli sprovveduti che appena arrivati a Campiglio faranno ritorno, senza neanche poter dare un’occhiata al Crozzon di Brenta.

Attorno a noi due si erano avvicinati altri, curiosi e sor­ridenti. Sospettai di essere l’unico a non sapere e mi arrabbiavo pensando che fino ad allora ero sempre stato io ad essere in­formato prima di tutti. Più per continuare il gioco che per effettiva voglia di partecipare alla spedizione, dissi di sì, m’in­teressava, avevo tutto in macchina ed ero pronto, ma che co­munque non era il caso.
– Sono l’Andrea, il Romano e il Leo.

Gli ultimi due non li conoscevo, ma Andrea Cenerini era una vecchia conoscenza e avevo già arrampicato con lui. Spo­sato, con due figlie non mi sembrava il tipo adatto.
– E quando partono?
– Sabato mattina presto. Sono in tre e un quarto non farebbe schifo. Poi un quarto come te…
– Non credo di essere molto in forma.
– Ora telefono all’Andrea, così gli parli.

Valle dei Brentei, 21 dicembre 1968. In marcia per il rifugio Brentei

Valle dei Brentei, 21 dicembre 1968. In marcia per il rifugio Brentei. Davanti a battere pista, Leo Cerruti. Dietro, Romano Palvarini.

Ero dentro in una cabina chiusa e fumosa: il dialogo con Andrea non era dei più cordiali. Mi sentivo un intruso. Non sapevo cosa dire, non conoscevo gli altri due. L’appuntamento era per la sera dopo a casa sua, a San Damiano vicino a Monza.
La sera del 20, dopo aver chiacchierato con Franco Rho per informarlo dei progetti, mi dirigevo nella nebbia.

– Sulla Milano-Brescia c’è stato un tamponamento con 150 auto.
– E io come faccio ad andare a San Damiano?
– Prendi viale Palmanova, poi vai verso Cernusco, poi…
Non lo ascoltavo più. Ero perso, distrutto. Che differenza dall’anno prima quando stavamo per partire per la Nord-est del Badile! Non sapevo perché andavo a Campiglio, non c’era spin­ta. Che stesse diventando un dovere?
In colonna con le altre vetture verso Piazzale Loreto, poi non capivo più.

Il rifugio Brentei

Romano Palvarini, marcia d’avvicinamento alla parete

I tergicristalli non mi facevano sentire meno solo. Dieci all’ora e l’odore degli scarponi era parte ormai della mia auto. Un animale, un lupo ero diventato, e il foulard che portavo sotto il mento, profumato di dopobarba, mi faceva ridicolo. Le scarpe a mocassino leggerissime e le calzette di cotone colora­te. Ero fuori tempo, rimasto all’estate, alla Walker. Mi sentivo anche vecchio, la bocca impastata dei caffè bevuti con Rho. Non mi andava di mettere piede in casa di Andrea, vedere come si erano organizzati. Mi stizziva sentire l’odore di una casa funzionante, i vagiti della bimba più piccola, le smorfiette della più grande. Ma loro che c’entravano? Ero io lo spostato.

Arrivato alle prime case di San Damiano, impiego un quarto d’o­ra per scoprire l’abitazione, altri minuti per il piano, un po’ d’e­sitazione per la porta. Potevano almeno mettere il cartellino! Meno male che c’era qualcosa da mangiare e poi per terra a dor­mire, mentre Carlo russava sul divano. La sveglia, atroce; alle 4.30 eravamo già in auto, una 600, pronti. Da Agrate a Bre­scia non si vide niente, Andrea guidava da folle. Con le stelle e con l’alba mi calmai un poco, sebbene il fumo delle loro si­garette avesse ormai appestato l’abitacolo. A Campiglio scen­demmo con il sole.
Cesare Maestri passava di lì.

– Non perdi tempo, eh? Otto ore soltanto che è inverno…

Dopo abbondante spesa al supermercato, ritornammo a San­t’Antonio e da lì alla Casa Forestale. Leo Cerruti e Romano Palvarini giunsero poco dopo e si creò subito un’atmosfera di­stesa. Mi sembrava che Leo avesse una carica vitale enorme e riuscisse a distribuirne un po’ a tutti. Per merito suo anch’io volevo ormai salire al rifugio Brentei. Mi trascinai a un bai­tello a metà valle, con il mio zaino pieno di paura e di fiacca, senza battere un metro di pista. Ore 17.30. Sdraiato per terra, mi toglievo gli scarponi. Leo e Andrea avevano aperto il solco con il nuoto-cammino, come dicevano, ridacchiando. Andrea era il Grande Mona, perché aveva avuto l’idea, Romano il Sommo Mona e Leo il Grosso Mona. Ed io il Monello, monellaccio, perché ero il più giovane. Il giorno dopo salimmo al rifugio in­vernale dei Brentei. Chi preparava la legna e la carne, chi le mi­nestre liofilizzate, in attesa dell’arrivo dei Rusconi ai quali ave­vo telefonato. Seguirono giorni di alterna fortuna. Il 23 sba­gliammo l’attacco; dopo le lotte del 24 e 25, il 26 raggiungemmo la cengia, 300 metri sopra la base.

Parete est-nord-est del Crozzon di Brenta, tentativo 1a invernale della via delle Guide. 23 dicembre 1968

24 dicembre 1968, all’attacco della via delle Guide. Da sinistra, Andrea Cenerini, Leo Cerruti e Romano Palvarini

La sera del 26 eravamo sulla cengia, ma ci fermammo poco e al buio scendemmo sulle corde fisse. Cominciava a essere chiaro per tutti che cosa volesse dire la via delle Guide d’in­verno. 300 metri di III e IV grado estivo in tre giorni… Il 27 riattaccammo in tre, senza Romano, decisi a non scendere più: riuscimmo a trasportare tutto il materiale sulla cengia. Nella ten­dina la notte fu freddissima, molto più del normale. La mattina dopo chiesi:
– … Beh, cosa facciamo?
– Mi pare che si possa andare avanti – disse Leo.
– E tu Andrea cosa dici?

Nessuna risposta, è in lotta con se stesso, oppure gli dispiace dire qualcosa.

– Non sto bene, ragazzi.
– Come non stai bene, cos’hai?
– Voglio scendere.
– E ti senti di scendere?
– Sì, sì, fisicamente sono a posto. Ma non posso soppor­tare l’idea che voi rimaniate qui…

Alessandro Gogna, assicurato da Gianni Rusconi, sulla prima lunghezza della via delle Guide al Crozzon di Brenta

Alessandro Gogna conduce i primi tiri, verso la cengia

Leo ed io ci guardammo: occorreva una discesa generale, con tempo magnifico. In basso trovammo Gianni Rusconi e Gianluigi Lanfranchi, il Pumela e ci accordammo per rag­giungerli il giorno dopo. Subito dopo mi cadde lo zaino giù per il canalone, molto più in basso dell’attacco. Tre ore in più per recuperarlo.

Il 29 Leo ed io, decisi a non mollare, salimmo alla cengia, mentre Gianni e Pumela equipaggiavano un tiro di corda, uno dei più difficili. Li fermò solo il buio. Alla sera eravamo in quat­tro sulla cengia, -40° di temperatura, Gianni voleva cantare, ma nessuno è più stonato di lui! Leo non riusciva a farlo tacere e sosteneva che tutto ha un prezzo. Poi ci fu la discussione sul satellite.

Catena degli Sfulmini (Campanile Alto, Basso e Brenta Alta) visti dalla parete est-nord-est del Crozzon di Brenta.

– Quello è un pianeta.
– No, è un satellite artificiale, guarda come va.
– Ma non vedi che è un pianeta, è troppo grande, e poi è rosso.
– Proprio per ciò non può essere un pianeta.

Passavano le ore e faceva freddo. Conclusi io la discussio­ne, dicendo che poteva essere un satellite dipinto di rosso. Il Pumela dormiva. Lo chiamano così perché da piccolo si porta­va all’asilo una mela tutte le mattine. Il mattino del 30 salii sulla corda fissa, nel vuoto. Dopo il recupero dello zaino vidi che la corda presentava delle strane «scalette»: le tracce de­gli apparecchi di risalita Heibler che ogni trenta centimetri la strozzano; e con freddo così intenso ed elasticità nulla le pieghe rimangono.

Leo Cerruti verso la cengia che segna la fine del primo terzo di parete

Alessandro Gogna in parete

Andrea Cenerini e Leo Cerruti in parete

Alessandro Gogna prima del bivacco alla cengia. 29 dicembre 1968.

Leo salì assicurato, poi mi spinsi su terreno nuovo e dopo due ore ero ad una specie di punto di sosta, mani e piedi ghiac­ciati. Mi seguì Gianni, poi continuai per qualche metro verso il gran tetto, ma faceva troppo freddo. Discussione. Gianni avrebbe voluto continuare, ma le mie dita facevano paura: l’ul­tima lunghezza me le aveva rovinate, dovevo mettere i guanti ogni due minuti, in qualunque posizione fossi. La ritirata fu decisa rapidamente, con un unico parere contrario. Al rifugio non c’era più nessuno, tutti volevano farsi il Capodanno a casa, solo noi eravamo lì come dei fessi. Non mi bastò più la presenza di Leo per farmi dimenticare gli umori neri, ma il sonno mi tolse il fastidio di pensare. Il 31 mattina noi due eravamo fre­netici. «Si scende, Leo, si scende». Forse alla sera avremmo bevuto spumante. Ne avevamo le scatole piene di tutto.

Mentre Gianni e Pumela scendevano dalla parte di Vallesi­nella, Leo e io ci dirigemmo nella Valle di Brenta, per ripren­dere gli sci. Facevamo fatica a stare in piedi. Obiettivo, la sua Volkswagen. Volevo la macchina, sedermi. All’ultima curva mi aspettavo di vedere il color caffè-latte della «zattera» o «to­paia», come la chiamava il padrone. Cristo! Non c’era.

– Dev’essere il Lucio che ce l’ha presa – sbraitò.
– Bell’amico, meno male che lo conosci dalle elementari!

Sbattevo lo zaino sulla neve e lo prendevo a calci. Col ca­volo che arrivavamo in serata a Milano! Possibile che non abbia­no pensato che potevamo «anche» ritornare indietro? O vitto­ria o morte, magari ci avevano già portato l’auto a Molveno, do­ve saremmo scesi dopo aver attraversato fino alla vetta della Cima Tosa.

Leo Cerruti risale la prima lunghezza dopo la cengia. 30 dicembre 1968

Con gli scarponi doppi ai piedi e dieci giorni di superlavo­ro alle spalle, ci accingemmo a superare i cinque chilometri di strada nevosa e deserta per Sant’Antonio. L’autostop per Ma­donna di Campiglio fu penoso, ma ebbe successo. In mezzo alla gente sembravamo bestie rare, ma non c’erano molti in gi­ro con 25 sotto zero. Un’ondata di freddo eccezionale, diceva la radio. Mentre Leo andava incontro ai Rusconi, sperando che non fossero ancora passati, io rimasi lì sulla piazza di sentinella. Pochi indaffarati passavano, imbottiti nelle pellicce, guance rosse di salute e di buon umore. Donne, uomini e ragazzi salivano sulle auto, scendevano, entravano nei bar. Nessuno stava fer­mo, solo io ero senza portafoglio. Mi sentivo ancora più solo di prima, avrei voluto che nulla fosse incominciato, mi ribella­vo all’idea di passare il Capodanno in autostrada o a Lecco, in compagnia della nostra puzza. La colonnina di mercurio accanto al negozio di Cesare Maestri, pienamente esposta al sole delle due del pomeriggio, segnava -22°. Finalmente arrivò l’850, già piena.

Gianni Rusconi sul secondo tiro difficile dopo la cengia

Dissi a Gianni di far presto. Presto, perché? Come avrebbe fatto a capire, lui, con moglie e due figli che lo aspettavano a casa? Togliemmo la roba dai nostri zaini e la sparpagliammo per tutta la macchina, finalmente eravamo pronti. Ogni musco­lo fu bloccato fino a Lecco. Rischiai una crisetta di nervi quan­do mi accorsi che andava prima ad accompagnare il Pumela.
– Ciao, buon anno!

A casa di Gianni ci aspettava la Giulietta di Lucio Marimonti, quello che si era servito della Volkswagen.
– M’ha detto che è un po’ giù di batteria – c’informò Gianni.

Dopo i saluti, eravamo lieti di uscire da quella casa troppo riscaldata. Ci affrettammo. Lecco, che svaniva a poco a poco nei soliti vialetti di periferia, era ancora silenziosa ma sapevamo della presenza dell’allegria altrui. Tutto sprofondava nell’o­scurità, anche il lampione più vicino. L’automobile non dava segno di vita.
– Spingiamola alla discesa.

Verso il punto massimo raggiunto, 30 dicembre 1968.

Eppure ci avevano assicurati che il gas c’era. Forse era trop­po freddo, era stata troppi giorni ferma. Ma anche con la disce­sa non ci fu niente da fare; a poco a poco ci avvicinavamo al lago e diminuivano le speranze dell’avvio. Dopo pochi minuti l’auto era ferma sul lungolago e noi lì sul marciapiede, senza rassegnarci, mentre alcune vetture ci passavano accanto a discre­ta velocità.

Dopo una telefonata all’ACI, arrivò un carro-attrezzi, il con­ducente tutto allegro, brillo e bevuto. Ci trainò: niente da fa­re. Poi l’idea geniale:
– Sarà mica l’antifurto?
In fondo si trattava di una semplice levetta dietro il cru­scotto…!
Il ponte, la Brianza, Leo filava sempre più forte, nella neb­bia; erano le dieci passate.

– Ma perché stai sempre a sinistra, hai imparato in Inghilterra a guidare?
– Ma sai, se sono a sinistra, vedo prima i fari delle mac­chine…
– La devi conoscere bene questa strada, eh?
– Sai quante volte l’ho fatta!

Per un pelo a una curva non andavamo fuori.
– Tutto regolare, Alessandro, questa l’ho sempre sbagliata.

A San Damiano era tutto silenzio, anche in casa di Andrea, le bimbe dormivano come angioletti, la porta era aperta. Leo si attaccò al telefono, capivo dall’espressione che stava parlando con una donna, era tutto allegro. Posò il microfono, mi tra­scinò via.
– Vieni, vedrai che Capodanno, che mezzanotte. Donne, donneeeeeee!

Gianluigi Lanfranchi (Pumela), 29 dicembre 1968

La prima invernale alla via delle Guide del Crozzon di Brenta
(Rassegna Alpina n. 10, maggio-giugno 1969)

Numerosi sono i problemi invernali, e non si può ovvia­mente pretendere di risolverli tutti. Meglio è studiare e avvicinare i più significativi. In Dolomiti molto è stato fatto, ma molto è ancora da fare. Il criterio di eliminazione va­ria, essendo la soggettività di scelta la caratteristica più evidente dell’alpinismo.
Una delle più classiche ascensioni in arrampicata total­mente libera è la via delle Guide, il capolavoro di Bruno Detassis, sul Crozzon di Brenta. Le salite più ripetute del Gruppo di Brenta (oltre un certo grado di difficoltà) sono la via Graffer allo Spallone del Campanile Basso, la via Fox-Stenico alla Cima d’Ambiez e la via delle Guide. Essendo le prime due già state salite d’inverno (Gianni Ribaldone, Gianni Mazzenga e Toni Mastellaro, sul Basso, nel febbraio 1964; Gianni Mazzenga, Ambrogio Cremonesi, Giorgio Brianzi e Franco Gastaldelli, sull’Ambiez, nel mar­zo 1965), la risoluzione invernale della terza è violente­mente provocatoria. Chiunque ne è conquistato, anche senza affiancarla a idee di grandezza, ma solo per la no­torietà estiva e per la disarmante purezza di linee.

Analisi
Il Crozzon di Brenta è alto 3135 metri, quindi non molto. Sappiamo però che, in sede pratica, in una montagna non è l’altezza assoluta che interessa (di fronte ad un quat­tromila, tremila metri sono poca cosa), ma è l’altezza me­dia del gruppo montagnoso a cui appartiene che dà una idea approssimata dell’ambiente. In altri termini non è tanto importante conoscere la quota assoluta quanto invece la quota media. Ovviamente a un progressivo aumento dell’altezza corrisponde una sempre minore va­lidità della distinzione suddetta. Se si paragonano i metri 3173 della Cima Tosa, la più alta del gruppo, ai 1157 metri di S. Antonio di Mavignola, nella Valle di Campiglio, si ha una differenza di circa duemila metri. In mancanza di funivie o altri congegni di risalita, si può trarre così una prima misura della distanza psicologica da ogni centro abitato e quindi della consistenza dell’ambiente alpinistico. Il dislivello di accesso è di 1100 metri, ripartiti su uno sviluppo di valle di circa dodici o sedici chilometri, a seconda che il tratto iniziale sia sgom­bro o no di neve. La valle non riceve sole d’inverno, e non presenta una grande attività di vento. Quindi sono inevitabili marce «feroci» per andare all’attacco. La capanna invernale del rifugio Brentei è un’ottima base di partenza. Si può dormire e vivere per una notte al caldo perché c’è la stufa. E poi ci sono le sedie e il tavolo. Purtroppo è parecchio distante dalla parete. Questa è alta 800 metri. Generalmente l’andamento della via è abbastan­za rettilineo, per cui si può prevedere uno sviluppo di 900 metri al massimo. Si divide in tre settori, separati da due cenge, grazie alla stratificazione orizzontale. II primo set­tore, di circa 300 metri presenta difficoltà estive di III e IV grado. Il secondo (300 metri) di IV, V e V+. Il terzo (200 metri) di IV, II e I grado. D’inverno più la parete è abbattuta, più si tappezza di neve. Ragion per cui sono temibilissimi il pri­mo e il terzo settore, per la loro minore difficoltà vero­similmente più «coricati». Purtroppo è prevedibile una notevole copertura di neve anche nel secondo settore, per via della particolare conformazione degli appigli e degli appoggi, al 90% sempre orizzontali (la stratificazione per­fetta!) e quindi molto favorevoli alla neve e al suo defi­nitivo insediamento per tutto il periodo invernale. La mu­raglia è esposta a est-nord-est, ma neppure al mattino riceve sole (ad eccezione della parte alta, in marzo e fine febbraio): la gigantesca mole della Cima Tosa è come un grande ombrellone!

Per le esposte ragioni dunque, le difficoltà subiscono radi­cali incrementi, fino all’estremo limite, con una continuità, si può supporre, decisamente scoraggiante. I posti di fer­mata si possono definire buoni e abbastanza sicuri. Ma d’inverno è necessario liberarli dalla neve, in quanto non sono protetti da grandi strapiombi, e così pure i luoghi prescelti per i bivacchi. Nessuna possibilità di uscire dalla parete per vie traverse o per scappatoie qualsiasi. Nes­sun pericolo oggettivo. In vetta al Crozzon è situato un piccolo bivacco fisso, dedicato a Ettore Castiglioni, e ciò è molto confortante per chi deve, per raggiungere la cima, bivaccare almeno quattro o cinque volte in parete. La discesa è complicata già d’estate. Soprattutto lunga. Nei tratti facili si seguono le cenge che portano rapidamente all’intaglio tra Crozzon di Brenta e Cima Tosa. D’inverno le cenge si trasformano in pendii a 45 gradi di neve, non si sa in quale stato. Quindi occorre seguire il filo di cresta, che certo presenterà passaggi difficili. Ancora il filo, in salita alla Cima Tosa. E poi una lunghissima e snervante marcia, con difficoltà serie di orientamento in caso di cattive condizioni atmosferiche, fino al rifugio Brentei. Se qualcuno portasse degli sci alla Bocca di Brenta, si potrebbe scendere con gli sci anche a Molveno. In ogni caso, dalla vetta alla valle almeno due giorni.

Gianni Rusconi, 30 dicembre 1968

Sintesi
Dalla precedente analisi risulta che la particolarità più interessante deve essere ricercata in quelle difficoltà di V e V+ che saranno innevate, mentre normalmente, in Dolomiti, ad eccezione dei camini e delle fessure profonde, dal V in su la neve non si ferma. La conclusione cui si può giungere è che la via delle Guide d’inverno ha un senso. L’uomo rischia e fatica per un qualcosa di scientificamente valido, oltre che per il gusto dell’avventura. Forse, se riuscirà a risolvere quella «particolarità interessante», l’alpinista e l’uomo avranno fatto, ancora una volta, un passo avanti.

Tecnica
Perché la risoluzione abbia un senso occorre che essa sia attuata con il minimo dei mezzi e con la massima semplicità di metodo.
Data l’esistenza di posti da bivacco, la permanenza not­turna in parete è approssimativamente possibile, in assen­za di slavine. Questa osservazione suggerisce che il pro­blema è risolubile, sia pure al massimo delle difficoltà e dell’impegno sopportabili (ma il gioco non vuole proprio questo?), con i mezzi tradizionali, senza ricorrere a si­stemi semi o interamente himalayani. Quindi cordata au­tosufficiente, nessun collegamento con il basso per mezzo di corde fisse, progressione continua alla vetta, senza ritorni, anche parziali, al campo base.

Realizzazione
Queste note sono state da me scritte quando ancora nessuno era stato lassù d’inverno, neppure per provare. Ora, a distanza di mesi e a impresa compiuta, le ritrovo perfettamente convalidate dall’esperienza di otto alpinisti, quattro dei quali hanno avuto la magnifica costanza di non «mollare». Gianni Rusconi, Gianluigi Lanfranchi, An­tonio Rusconi e Roberto Chiappa, dal 7 al 12 marzo 1969, senza considerare l’attacco e la discesa (altri tre giorni in tutto), hanno salito la via compiendo l’impresa più ec­cezionale dell’ultimo inverno.
La salita è stata condotta con autentico sistema tradizio­nale, a parte la risalita iniziale delle corde fisse lasciate dal nostro precedente tentativo.
Con questo mi sembra di aver sufficientemente inquadrati sia l’impresa che il problema. Non spetta a me il racconto della salita dei quattro e della loro discesa; quest’ultima, un epilogo proprio allucinante, ai limiti della resistenza fi­sica e morale.

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Una vita d’alpinismo – 10 – Tentativo invernale al Crozzon di Brenta ultima modifica: 2019-05-27T05:44:09+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 10 – Tentativo invernale al Crozzon di Brenta”

  1. 2
    Andrea says:

    Concordo

  2. 1
    Ivo Ferrari says:

    Stupendo

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