Una vita d’alpinismo – 13 – Via nuova alla Corna di Medale

Una vita d’alpinismo – 13 – Via nuova alla Corna di Medale (AG 1969-002)
(scritto nel 2018, quando non riferito diversamente)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Scrissi questo pezzo, caricando un po’ sulla situazione umoristica determinata dalla mia evidente inferiorità tecnica. Ero l’unico, assieme a Ornella (maestra di sci) e a centinaia di altri sciatori, che mostrava evidenti carenze formative, forse però non proprio così esagerate. Ciò che risponde al vero è di certo il mio umore di quella giornata, a livelli bassissimi.

Il terrore corre sugli sci
(da Un Alpinismo di Ricerca, scritto nell’aprile 1969)

30 marzo 1969. All’alba delle ore 11.15 dopo una serratissima lotta per il parcheggio, conclusasi uno pari, per non aver saputo evitare il posteggiatore, ci introduciamo, non senza alcune vigorose go­mitate, in quella fredda cantina da cui partono le funivie per il rifugio Torino.
– Sai, ho le tessere! E questo ci permette di sorpassare in blocco alcune decine di sciatori.

Sul vagoncino, mentre un americano si lamenta di non aver trovato vetture di first class, per fortuna il boy mi riconosce per la mia recente scappatella sul Grand Capucin, così non ab­biamo difficoltà a sopportare il tragitto. Con violenza il vento di frontiera ci accoglie in vetta alla Punta Helbronner, e i pre­parativi per la traversata si svolgono tra chicchere di caffè, odore di cappuccino e di punch al rhum. Fuori, dopo aver tastato due statue, che potremmo intitolare «il sacrificio degli scioli­natori», con le mani ormai congelate, iniziamo la discesa.

Ornella Antonioli barcolla nella bufera all’inizio della discesa della Mer de Glace, 30 marzo 1969

I miei sforzi patetici per non cadere e non infarinarmi su­bito sono solo pari a quelli che un incrodato può compiere quando sta pericolando su qualche struttura rocciosa. Tant’è, non riesco a evitare il primo brusco innevamento, che, letale per chiunque, rivela le mie notevoli doti da stuntman, o ca­scatore che dir si voglia. In azione sugli sci, sono ciò che si appella con termine di altro sport, per me certo meno rischioso, un buon «incassatore». La mia grinta mi fa rialzare immedia­tamente. Volontà ne avrei da vendere, ma dopo pochi metri mi si incrociano subdolamente le punte degli sci e io pre­cipito ancora.

Sto soffrendo. Non tanto perché non so sciare, quanto in­vece perché tutti quelli che mi sorpassano, lasciando sulla loro scia un profumino più o meno gradevole, vanno tutti forte e bene. Per oggi hanno già trovato l’uomo-spettacolo, l’attra­zione principe. Si passano la voce, i maledetti, e il mio calvario in discesa si svolge ormai tra due ali pressoché ininterrotte di denti smaglianti su volti abbronzati, sorrisi tra l’educato e lo sgangherato, occhi divertiti o emozionati a seconda che il proiet­tile umano sia passato lontano o vicino.

Ora basta, dico tra me. Almeno una curva devo riuscire a farla. Dopo miracoli d’equilibrio, il tanto sospirato volteggio mi riesce. Ormai siamo alla confluenza con la Vallée Blanche, quindi ci sono tutti i francesi. Lo spettacolo è diventato internaziona­le. Giunti sull’orlo della seraccata del Requin, ammiriamo lo sconvolto paesaggio che si srotola ai nostri piedi. Una coda continua di sciatori supera i vari mauvais pas che questo pic­colo labirinto di ghiaccio offre.

Qui hanno paura anche loro, dico tra me. E subito mi sento più sollevato. Mi butto. Sento lo stesso urletto prolungato udi­bile anche al Luna Park, nei pressi delle montagne russe. Sto scivolando (e seminando terrore) verso una principiante, che con il piedino sull’orlo di un microscopico crepaccio, ha paura.
– Ma qui c’è il buco!

Ornella Antonioli sulla Mer de Glace contempla l’Aiguille des Grands Charmoz, 30 marzo 1969

L’ignara non sa che dietro un ben più grave pericolo la sta raggiungendo vertiginosamente. Ma ho l’abilità di gettarmi sulla neve e con le unghie riesco a fermarmi prima del tremendo tamponamento, di cui nessuna assicurazione mi avrebbe pur­troppo pagato i danni.

Disperato, con il volto affondato nella neve, una buccia d’arancio a pochi centimetri dagli occhi, i capelli riccioluti e bianchi di neve, in un’incredibile posizione di atterraggio, mi vien da piangere. La mia compagna ormai fa finta di non conoscermi, e io mi sento più solo che mai, con l’invidia che mi accieca.

Per me è un’umiliazione via l’altra. Uno mi schizza accanto come una scheggia: mi sembra quello che mostra un risoluto coraggio ad avvicinarsi alla belva, ma in realtà non vede l’ora di tagliare la corda. Deciso a farla finita, mi butto ancora nel­l’abisso. Riesco a curvare una volta, poi la velocità è troppa e la curva riesce solo a metà. Logico quindi che mi trovi lungo la linea di massima pendenza. Mi sembra di sentire i pensieri dei circostanti.
– Ma guarda quel cannibale!
– Questa volta muore!
– Al minimo sono le gambe!

Invece si sbagliano, per un soffio riesco ad evitare la caduta. Purtroppo però la situazione è peggiorata assai. Sto filando drit­to verso un crepaccio immane. Se hanno un minimo di cuore, ora dovrebbero smetterla di deridermi. Dal canto mio non ho paura, tanto sono sicuro di morire. Quando ormai non spero più e attendo solo il volo al buio e il cambiamento di tempera­tura, volto decisamente la testa, spalle e busto, più che altro per non vedere. Improvvisamente sono fermo, non sembra vero a nessuno.

Guardo Ornella. Perché piange? Raggomitolata sui ba­stoncini appoggiati, è scossa da violenti tremori e sussulti. Sto per chiamarla e dirle che non sono morto, quando nel mio in­terno si verifica un crollo pauroso. Non sta piangendo! È pie­gata in due, è sconvolta da un irresistibile accesso di allegria. Ride, sia pure in silenzio, senza il minimo ritegno. La odio. E con lei tutti i presenti.

Sulla Mer de Glace ormai non cado più. Qui ci saranno almeno quattrocento gitanti fermi. Splendide ragazze ad abbru­stolire, gente che si spalma unguenti, creme, lozioni.
– Prova questa, che viene bene.
– No, guarda che la Tata la usa e non mi sembra un ri­sultato buono.
Con disinvoltura, oltrepasso, senza ferirli, lucertoloni e sa­lamandre. Spuntano le Grandes Jorasses, una parete cui voglio bene per vari motivi. Non sono più bianco di neve, tutti gli spettatori di prima sono indietro a rosolare. Con serietà e com­punzione ascolto e faccio tesoro di tutti i consigli tecnici che Ornella mi impartisce, scodinzolando graziosamente verso Chamonix.

——

Alla Rocca dei Banditi

Tornai a Genova per i miei giretti di lavoro nei negozi di articoli sportivi. Anche in Liguria mi trovai bene. Allora non esisteva Finale come centro di arrampicata, montagna e arrampicata sembravano molto lontane, nei negozi si vedevano più che altro mute da sub, maschere, pinne e occhiali. Eppure riuscii a vendere dignitosamente.

Il 9 aprile ero ancora alla Rocca dei Banditi con Vittorio Pescia, l’11 alla Pietragrande con Francesco De Marpillero. Con lui il giorno dopo, 12 aprile, salii in Apuane la parete sud-ovest del Monte Nona per la via nuova che nel frattempo Agostino Bresciani e Mario Piotti avevano da poco aperto, la via Licia (3a ripetizione). Trovai il tempo di andare ad aiutare gli amici istruttori in un’uscita del corso di alpinismo (13 aprile), anche se non trovai il tempo per scrivere dove ero stato… Questo episodio è significativo, pian piano toglievo importanza alle piccole cose, soprattutto alla loro metodica e puntigliosa registrazione, per dedicarmi completamente o al lavoro o ai grandi progetti o al divertimento. In più, l’idillio con Ornella andava alla grande.

Anche la vita in comune con Leo era fonte di grande gioia. Lui si alzava presto dopo che eravamo andati a dormire puntualmente tardi e si recava al lavoro sciroppandosi il tragitto Milano-Vimodrone nell’ora peggiore di traffico e inquinamento feroce. Regolarmente ritornava verso le 13 riuscendo anche, in grande velocità, a fare qualcosa da mangiare per tre (c’era anche suo fratello Claudio, quasi sempre). Quindi caffè, gauloises senza filtro e via ancora a lavorare a Vimodrone. Claudio lavava i piatti e io continuavo a non fare nulla. Beh, ogni tanto facevo la spesa. Neppure mi sentivo in colpa. Poi passavo il pomeriggio o a leggere di montagna o a scrivere o a telefonare per lavoro, quindi in genere mi recavo in via Larga sotto gli uffici della Braun per aspettare l’uscita dal lavoro di Ornella. Da quel momento la vita prendeva la piega serale, ristorante, poi locali vari. Spesso assieme a Leo e Marina. Le eccezioni erano date dai miei impegni di rappresentante di Cassin, ma soprattutto dalle mie conferenze serali. Nel 1969 ne feci 28.

Alessandro Gogna in Cornaggera, 20 aprile 1969

In uno dei primi giorni di abitazione in via Castelfidardo 8, eccezionalmente arrivai a casa verso le 15. Era un lunedì. Saliti i quattro piani e con in bocca e nei polmoni la solita merda, inserii la chiave nella serratura. La porta non si apriva, era evidentemente bloccata all’interno. Riprovai, ancora senza successo. Allora suonai il campanello, poi bussai, poi ancora il campanello.
Nessuna risposta, nessun movimento si percepiva. Oggi avrei preso il telefonino e avrei immediatamente chiamato Leo in laboratorio per capirci qualcosa. Scesi per strada e invece di cercare un telefono pubblico feci dell’altro e andai altrove. Solo due ore più tardi composi il numero di Leo da una cabina telefonica, ma gli operai mi risposero che il titolare era via per un appuntamento. Non avevo ancora il numero dell’ufficio del fratello Claudio, dunque ero bloccato. A quel punto decisi di risalire ancora i quattro piani e di riprovare, così, tanto per fare un tentativo. Inserita e girata la chiave, la porta si aprì docilmente. Cazzo! Questa sì che era bella! Feci un giro per la casa, che mi sembrava del tutto in ordine, niente di più del solito casino.
Quando Leo arrivò verso le 19.30, fu la prima cosa che gli dissi: il mistero della porta che non si apriva!
– Ah, che cretino! Ho dimenticato di dirti che tutti i lunedì pomeriggio io presto la casa all’Ernesto Fabbri… sai quello io lo chiamo “il Mandrillo”… ha un’amica e come fai a dir di no a un amico come l’Ernestino?
– Già, come si fa a dire di no?
– No, tranquillo, ora che ci sei tu glielo devo dire che non è più possibile.
– Beh, digli anche che poteva aprirmi, magari.

Leo Cerruti in Cornaggera, 20 aprile 1969

Beatles e Rolling Stones erano di gran lunga le band preferite, di solito ascoltate in auto a tutto volume. A quel tempo era di gran moda il furto notturno dell’autoradio, ne abbiamo subiti forse troppi. Bastava non lasciarla in macchina, ma a volte il ritorno a casa era un po’ compromesso dalle libagioni, dunque era facile dimenticarsene. Rubavano comunque anche di giorno, scassinando la serratura o rompendo un vetro. Una delle mie mission era quella di educare musicalmente gli amici, tipo Aldo fermo a Lucio Battisti, o tipo Leo che non conosceva neppure questo. Ricordo che gli feci ascoltare Balla Linda, che diventò un leitmotiv, oppure 7.40. Non fu difficile trascinarli nel nuovo sound. Con Leo, quello che andava per la maggiore era il disco bianco dei Beatles, dove non c’era pezzo che non conoscessimo a memoria.

Cantavamo a squarciagola anche una sera che tornavamo da non so dove. C’era una nebbia pazzesca e Leo passava regolarmente con il rosso i semafori. Dopo due o tre di quelle performances, approfittando dell’unico pezzo del doppio nastro che non ci esaltava tanto, Revolution Nine, gli chiesi se aveva intenzione di farmi cagare addosso dalla paura al prossimo semaforo. Voltandosi verso di me smise di guardare il muro di nebbia e mi disse:
– Non vorrai mica farti condizionare da una lampadina…?
Non so se fosse più psichedelica questa risposta o quel pezzo inquietante dei Beatles.

Leo Cerruti sulla via Butta al Torrione Magnaghi Centrale, 27 aprile 1969

Non che io fossi così tanto prudente, il mio sport preferito era il tamponamento. In città ne collezionai almeno quattro o cinque, non sapevo più come fare con l’assicurazione…
Insomma eravamo più prudenti in montagna che nella vita di tutti i giorni. Leo assommava multe su multe, specialmente nella tratta Milano-Vimodrone che faceva quattro volte al giorno guidando ed esagerando come un pazzo perché sempre in perenne ritardo. E’ da lui che ho imparato a non pagarle.

Il 17 aprile ritornammo alla Corna di Medale. Risalimmo tutto lo zoccolo e guadagnammo altri metri della via, più o meno se non ricordo male riuscendo a completare la quarta e quinta lunghezza, arrivando a una sosta vicinissima all’itinerario della Milano ’68 (oggi questa è la Sosta 3, visto che nessuno sale più lo zoccolo e alla via si arriva dalla via Ferrata del Medale: soluzione praticamente obbligatoria, visto l’aumento esagerato di vegetazione che c’è stato in questi ultimi decenni, dovuto al cambiamento climatico). Nella seconda lunghezza piantai i miei primi due chiodi a pressione, dopo lunghi tentativi di evitare quell’operazione.

Leo Cerruti sulla via Butta al Torrione Magnaghi Centrale, 27 aprile 1969

Mi sembrò di aver fallito, di aver ceduto. Mi consolai pensando che tutto sommato quello era un itinerario di “palestra”, ma non fu mai vera consolazione. Oggi il passaggio è dato di 6c e un solido spit ha sostituito i miei miseri chiodi a pressione: mai avrei potuto farlo sprotetto e con i rigidi scarponi Desmaison della Galibier che si usavano allora. Però almeno avrei dovuto insistere ancora di più nel passare con chiodi normali soltanto.

Nel frattempo l’amico Piergiorgio Ravajoni, che lavorava alla Montedison di Milano, era riuscito a organizzare un piccolo corso aziendale di roccia. Si erano iscritti una dozzina di allievi. Il direttore del corso era la guida alpina Carlo Nembrini, bergamasco, tanto grande casinista quanto serio professionista. Leo ed io lo aiutammo nelle lezioni teoriche nella loro sede di via Turati, poi partecipammo a una delle due uscite pratiche che erano previste, quella alla palestra della Cornaggera (20 aprile): una giornata grigia, nebbiosa, ma allegra. Che differenza con gli altri corsi, qui si rideva, si scherzava, non ci si prendeva sul serio senza però nulla concedere all’approssimazione nell’insegnamento. E si prendeva anche qualche soldo. Quel giorno ci concedemmo anche o due itinerari al di fuori del corso, per conto nostro.

Leo Cerruti sulla via Butta al Torrione Magnaghi Centrale, 27 aprile 1969

Una delle grandi salite che avevamo in programma, adatta al periodo primaverile, era la ripetizione della via degli Scoiattoli (o via Lacedelli) alla Cima Scotoni. Il 25 aprile, risalendo la valle dal basso, andammo a bivaccare all’attacco della via sui ghiaioni. Alle prime luci ci avviammo su per il breve zoccolo, all’attacco della prima lunghezza, una delle più impegnative della via. Effettivamente avevamo un po’ sottovalutato la chiodatura e non eravamo così ricchi di chiodini appropriati. Riuscii comunque a guadagnare la cengia di sosta. Dopo aver fatto salire Leo, decidemmo che era meglio scendere e tornare più attrezzati.

Un vecchio conto in sospeso era la via Butta alla parete sud-est del Torrione Magnaghi Centrale in Grignetta. Lo saldai il 27 aprile con l’amico Leo che, tra parentesi, volle farsela tutta da capocordata. Ci vollero comunque un bel cinque ore. Il 4 maggio tornammo ancora alla Corna di Medale per la nostra via nuova. Quella volta affrontammo il lungo diedro della sesta lunghezza (quarta attuale). Giunto più o meno a metà, ebbi l’intuizione di piegare leggermente a sinistra per guadagnare uno spigoletto. Se avessi seguito il diedro integralmente mi sarei trovato sotto a strapiombi forse per quel tempo insuperabili. Preparata la sosta feci salire Leo, poi scendemmo. Ci facevano gola le birre dell’Osteria del Medale. E comunque non avevamo in programma di “uscire” per quel giorno.

Alessandro Gogna sulla parete est dell’Ago Teresita, Grignetta, 15 maggio 1969

Ormai la partita era davvero aperta con il Medale, e non ricordo più perché il 15 maggio, allora giorno festivo dell’Ascensione, mi trovassi con Gianluigi Quarti e Alberto Di Benedetto sotto la stretta e verticale parete est dell’Ago Teresita. Breve ma difficile, la via Boga.

La parete della Corna di Medale

La botta decisiva al Medale la demmo il sabato dopo, 17 maggio. Oggi sono giusto cinquanta anni fa. Sentivamo che era la volta decisiva, anche l’orario di attacco lo sottolineava. Conoscevamo ormai bene lo zoccolo, oggi praticamente impraticabile: superato l’attacco della Milano ’68 si sale per una specie di rampa. Eravamo legati, ma essendo le difficoltà molto modeste e la sicurezza abbastanza garantita dalla quantità di piante sulle quali si poteva anche volare in due, sul primo tiro di 60 metri procedemmo assieme per un tratto di almeno venti metri (le nostre corde erano di 40 metri) fino a un albero sul quale avevamo lasciato un cordino. Poi salimmo diritti altri 40 m su terreno più o meno simile (III, 1 passo di IV) fino a un grande spuntone sotto enormi pance gialle, ormai leggermente fuori l’itinerario di accesso alla via Bonatti e alla via Brianzi. Le pance gialle sono il basamento dello sperone-direttiva della nostra salita. A destra è una linea di fessurine e diedri svasati: passa da lì la terza lunghezza, di 35 metri, un rimescolo di IV, V e VI grado con pure un passo di A1, in seguito “liberato” dai ripetitori. Fin qui tutto bene, molto peggio la quarta lunghezza, decisamente più problematica. Ho già riferito della lotta per non chiodare a pressione, tristemente persa. Sono comunque 35 metri, dove, oltre ai due chiodi a pressione, usai anche un cuneo e 11 chiodi normali. A2, A3 e VI. Qui la parete offriva un lieve respiro. Su roccia stupenda si può traversare un po’ a destra e risalire un magnifico spigoletto fino a una cengetta. Sono 25 metri, con difficoltà fino al V+. Un po’ di artificiale solo all’inizio nella traversata. Qui ci si trova pochi a metri a sinistra di una sosta della via Milano ’68. La via prosegue logicamente in un evidente diedro che però occorre abbandonare per andare a sinistra su un muro bellissimo e guadagnare uno spigoletto che porta alla Sosta 6, proprio sul filo dello sperone. Sono 40 metri, con 16 chiodi e un cuneo (A1, A2 e VI). Ora ci trovavamo davvero in un vuoto pazzesco, quasi sospeso.

Alessandro Gogna sul settimo tiro della via nuova alla Corna di Medale, 17 aprile 1969

Era questo il punto massimo raggiunto, ora eravamo su terreno nuovo. Fui ancora io ad affrontare la settima lunghezza. Salito un muretto di V, superai un tettino che difendeva l’accesso a un diedro. Finché c’era diedro c’era speranza. Lo seguii integralmente fino a sostare su staffe alla base di quello che sembrava il passo chiave della via, perché purtroppo la fessura di fondo si era esaurita . In totale feci 25 metri, con 7 chiodi, A1, A2 e VI-.

Salii ancora per quanto possibile nel diedro ormai molto svasato (A1): ero perplesso, ma poi piegai decisamente sulla faccia sinistra che risalii in artificiale (A1 e A2) fino a che fessure e fessurine cessarono del tutto di esistere. Il muro che mi sovrastava era privo nella minima incrinatura, non provai neppure a infiggere qualcosa. Del resto sul fronte etico ormai il dado era tratto. Così mi armai di santa pazienza e col perforatore (a mano, naturalmente) feci quattro buchi uno di seguito all’altro, cercando di piantare i chiodi a pressione il più lontano possibile l’uno dall’altro stando sull’ultimo gradino della staffa. Dal quarto capii che avrei potuto traversare a corda a sinistra. Spostatomi dunque di 4 metri, continuai diritto ancora in artificiale fino a una sosta scomoda, all’inizio di un diedro con fondo erboso (30 metri, 12 chiodi + 4 chiodi a pressione). Qui ebbi per la prima volta la sensazione che ormai ce l’avevamo fatta.

Oggi questa lunghezza i più bravi la fanno in arrampicata libera, protetta come è dagli spit che hanno sostituito i miei chiodi a pressione. La danno 7b.

Continuai ancora io per il diedro fino a una cengetta sulla sinistra (23 metri, V+, A1 e VI, 6 chiodi). Capivamo che ci mancava solo un tiro per uscire in zona vetta. Ma questo si difese bene e si rivelò bello complicato. Traversai a sinistra sulla cengetta per 3 metri, poi puntai a uno spigolo grigio (VI- e A1) fino a un diedro. Su per questo (VI) e per lo strapiombo finale (VI) fino a un alberello. In leggera discesa a sinistra guadagnai un altro diedro che con minori difficoltà (V) mi portò alle rocce finali (40 metri, 7 chiodi).

Alessandro Gogna in discesa a doppie da un tentativo alla Corna di Medale, maggio 1969

Il pomeriggio non era così inoltrato, avemmo tutto il tempo di godercela accanto alla croce della vetta prima di scendere assetati. Capivo che per la prima volta avevo aperto un itinerario destinato a essere ripetuto, tanto è vero che lo avevamo lasciato interamente chiodato. Vi assicuro che a quel tempo la cosa non era per nulla scontata, non c’era ancora l’attitudine mentale di favorire le ripetizioni altrui, cosa oggi abbastanza normale.

Io stesso ripetei questo itinerario altre tre volte, l’ultima delle quali approfittando dell’attenta revisione alla chiodatura fatta dalle guide di Lecco. Fabio Lenti mi aveva chiesto se eravamo d’accordo sulla richiodatura a spit della mia via. Gentilmente gli rifiutai il mio permesso, ma gli dissi che avrei alquanto apprezzato che facesse una revisione ai chiodi normali, sostituisse i miei sei chiodi a pressione con più pratici e solidi spit e soprattutto attrezzasse le soste a spit, in modo da avere uno standard di sicurezza che si pomesse a metà tra quello storico e quello odierno.
Le guide rispettarono la mia volontà: l’itinerario non è stato snaturato e ancora oggi è considerato quel piccolo capolavoro che è.

Leo Cerruti sull’ottavo tiro della via nuova alla Corna di Medale, 17 aprile 1969

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Una vita d’alpinismo – 13 – Via nuova alla Corna di Medale ultima modifica: 2019-04-17T05:51:43+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 13 – Via nuova alla Corna di Medale”

  1. 9
    AndreaD says:

    So che c’entra poco, ma sono convinto di aver lavorato per 4 anni nella storica sede della Montedison in Via Turati a Milano, dove si svolse il citato corso di arrampicata.

  2. 8
  3. 7
    Matteo says:

    Mi ricordo che mi parve la più bella del Medale…sarebbe ora di rifarla per celebrarne degnamente il compleanno

  4. 6
    Rocco Amato says:

    Ripetuta, se non ricordo male, nel 1982. Ricordo che mi era piaciuta.

    Buon compleanno!

  5. 5
    Alberto Benassi says:

    Fabio Lenti mi aveva chiesto se eravamo d’accordo sulla richiodatura a spit della mia via. Gentilmente gli rifiutai il mio permesso, ma gli dissi che avrei alquanto apprezzato che facesse una revisione ai chiodi normali, sostituisse i miei sei chiodi a pressione con più pratici e solidi spit e soprattutto attrezzasse le soste a spit, in modo da avere uno standard di sicurezza che si pomesse a metà tra quello storico e quello odierno.
    Le guide rispettarono la mia volontà: l’itinerario non è stato snaturato e ancora oggi è considerato quel piccolo capolavoro che è.

    Ad avere chiesto il tuo permesso, si sono comportati con educazione e rispetto.

    Te a negarlo, concedendo solo un piccolo restauro che non snaturasse comunque  l’itinerario,  hai fatto bene!!

  6. 4
    Alberto Benassi says:

    Piantare i chiodi a pressione dall’ultimo gradino della staffa lontani tra loro,

    se la roccia non è un pò appoggiata, è dura farlo dall’ultimo gradino della  staffa.

  7. 3
    daniele brunelli says:

    50anni portati bene: buon compleanno via Gogna al Medale !

  8. 2
    Alberto Benassi says:

    Non si apriva una via pensando di favorire i ripetitori. Mentalità giusta, che dovrebbe essere usata ancora oggi. Secondo me.

    concetto che condivido al 100% .

  9. 1

    Non si apriva una via pensando di favorire i ripetitori. Mentalità giusta, che dovrebbe essere usata ancora oggi. Secondo me.

    Piantare i chiodi a pressione dall’ultimo gradino della staffa lontani tra loro, Oviglia e Larcher oggi non te la perdonerebbero. Confermo che Sandro non paga mai le multe. Ciao e complimenti.

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