Una vita d’alpinismo – 14 – Via Lacedelli alla Cima Scotoni

Una vita d’alpinismo – 14 – Via Lacedelli alla Cima Scotoni (AG 1969-003)
(scritto nel 2018, quando non riferito diversamente)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Era un periodo di grande occupazione. Mi godevo il mio amore con Ornella e l’amicizia di Leo e pochi altri. Sentivo che stavo maturando un nuovo modo di affrontare i miei grandi progetti e soprattutto avevo bisogno di serenità per non correre il pericolo di montarmi la testa.

Parete sud-ovest di Cima Scotoni 2876 m, via Lacedelli-Ghedina-Lorenzi

Oltre alle serate stavo chiudendo il mio primo libro Grandes Jorasses – Sperone Walker, 40 anni di storia alpinistica e avevo seriamente iniziato a lavorare con Gianni Pàstine a una monografia sulla zone del Prefouns, in Alpi Marittime: che, come ben presto imparai, si rivelò lavoro davvero impegnativo. Tanto è vero che la guida uscì soltanto cinque anni dopo… Intrattenevo corrispondenza regolare con parecchi alpinisti. Mi vengono per esempio in mente Heinz Steinkötter, Francesco Salesi, Giambattista Campiglia e molti altri. In particolare, e con particolare affetto, riporto qui un breve biglietto di Cosimo Zappelli, cui avevo chiesto se aveva a disposizione fotografie fatte da lui o dal suo compagno Walter Bonatti durante la prima ascensione invernale della via Cassin alla Walker:
Courmayeur, 2 aprile 1969
Caro Alessandro, mi perdonerai se ti rispondo con un certo ritardo, ma in questi giorni ho avuto mia moglie ammalata, così che sono stato maggiormente preso dalle mie cose.
Innanzi tutto mi complimento con te per la bella invernale che siete riusciti a fare tu e Cerruti. Certamente ti avrei cercato se il mio amico Giorgio Bertone fino all’ultimo non mi avesse illuso di volere fare qualche cosa insieme… Pazienza! Non tutte le ciambelle riescono con il buco!
Adesso nel risponderti a quanto mi chiedi, purtroppo forse ti deluderò molto, ma io a quei giorni non pensavo a tante cose, cosicché le uniche fotografie che ho della salita invernale alle Jorasses e che tu forse hai veduto nel mio album, sono tutte di Epoca; con la solita scritta dietro di “proprietà esclusiva di Mondadori”. Mi dispiace moltissimo non accontentarti, ma in verità, non sono in possesso di altre fotografie.
A tal proposito ti suggerirei di domandare della cosa ai giornali, La Stampa, Il Giorno, La Gazzetta del Popolo di Torino, perché mi sembra che loro avessero pubblicato qualche nostra fotografia. Nel frattempo riguarderò in giro e se per caso troverò qualcosa, prontamente la spedirò al tuo indirizzo. Speriamo così che l’estate sia più propizia anche a me, sperando magari perché no di tentare insieme la via al Cervino.
Ti saluterò agli amici, mentre con l’occasione ti contraccambio il mio saluto, il più sincero. Cosimo.

Alessandro Gogna sulla via Lacedelli alla Cima Scotoni, 24 maggio 1969.

Quanto ad abbassare la cresta in tutti i sensi ci pensavano le difficoltà della vita quotidiana, il lavoro di ricerca per la guida sul Prefouns, ma anche alcuni amici. Da Teresina Airoldi, un’amica del giro dei monzesi salutata da me per Natale (evidentemente interessato a lei e a sua sorella), avevo ricevuto questa simpatica lettera:
Giussano, 29 gennaio 1969
Carissimo Sandro, scusa se ti rubo tempo prezioso, ma desidero ringraziarti per i tuoi spiritosissimi auguri di Natale che ci hanno lasciate (sia Francesca che me) alquanto scioccate… capirai, il grande Gogna che si ricorda di noi semplici mortali, davvero molto lusinghiero.
Ecco, subito ti monti la testa e ti dai un sacco di arie, ma proprio non si può farti un complimento… non pensi che i complimenti potrebbero essere anche falsi? Spero che tu non te la prenda se la presente non ti annuncia cuori infranti e amori sconfinati (e parlo anche da parte della sorella), con noi non attacca il tuo grande nome non ci dice proprio niente. Scherzi a parte, ho calcato un pochino solo per il fatto che ti so, oltre che simpatico, anche spiritosissimo.
Caro Sandro (e dai con Sandro), mi appello alla tua comprensione per il fatto che ti ringrazio un po’ in ritardo, ma sai, con tutti i miei uomini, il lavoro e la montagna, in questo periodo sono un po’ presa.
Comunque ho saputo della Via delle Guide e mi è spiaciuto moltissimo, ma non te la prendere, dai! Sarà per un’altra volta!
Ti do la possibilità di pavoneggiarti, infatti tra noi c’è il nipote Flavio di dieci anni che desidererebbe ricevere una cartolina da parte tua, spero tu lo possa accontentare. Ti allego il francobollo (con un ligure non si sa mai) e non fare l’offeso: è chiaro che per te la posta dev’essere una spesa considerevole.
Ho avuto modo di leggere il tuo articolo su Tuttosport: davvero complimenti, così spiritoso, davvero degno di te.
Ora termino, non voglio rubarti altro tempo prezioso, altrimenti va a finire che mi mandi al diavolo (magari lo hai già fatto): sperando di vederti presto, desiderio espresso anche dalla sorella, mando carissimi saluti con tanti, tantissimi auguri per la stagione alpinistica del 1969. Teresina.

Vittorio Pescia invece mi mandò una missiva al fulmicotone. Era il periodo della reprimenda subita per il nostro cattivo comportamento poco tempo prima nella famosa “notte di Acceglio”, ma non credo che questa si riferisse a quell’episodio. La verità è che non ricordo, nel modo più totale, cosa fosse successo. E non possiamo chiederlo all’autore, perché da parecchi anni non è più tra noi:
Genova, 28 maggio 1969
Caro (si fa per dire) Sandro, non sto a scrivere quello che penso di te (intanto te ne freghi), si vede che quando uno diventa “celebre” sì sente in dovere di trattare tutti a pesci in faccia.
Posso solo consigliarti di fare un pensierino in merito al fatto che nella vita, una volta o l’altra, si può avere bisogno di qualcuno e allora riceverai ciò che avrai dato. Stop!
Null’altro che chiederti o meglio sollecitarti la restituzione del mio proiettore (come te l’avevo dato) munito, s’intende, di due lampadine nuove (e spicciati perché, al caso, so diventare anche peggio di te). Saluti, Pescia.

Posso solo aggiungere che evidentemente la sua incazzatura rientrò (gliela feci rientrare), perché a dispetto che vivessi ormai a Milano ebbi in seguito tante altre occasioni di rivederlo da amico “paterno” come era sempre stato.

Quando non si possono piantare chiodi
(da Rivista Mensile del CAI, febbraio 1970)

Mi sono sempre posto il problema di giudicare quali siano state le imprese più significative nella storia dell’alpinismo. È fuori di dubbio che, quando Lino Lacedelli, Luigi Ghe­dina e Guido Lorenzi superarono con due bivacchi, dal 10 al 12 giugno 1952 la parete sud-ovest della Cima Scotoni, com­pirono un exploit eccezionale. La prova di questa mia asserzione è evidente. Si trattava infatti dell’ultima grande salita prima dell’inserimento del chiodo a pressione nella storia.

Ancora prima di provare a ripeterla, giudicavo quindi la via degli Scoiattoli l’estremo esempio di quell’audacia quasi pazzesca che i chiodi a pressione nello zaino potrebbero avere smorzato (come si ha buona ragione di credere, almeno in certi casi). Anche se dopo il 1952 furono compiute in Dolomiti tante altre imprese, in cui prevalse l’arrampicata libera, penso che la Scotoni rimanga ugualmente un pilastro fondamentale.

Leo Cerruti sulla via Lacedelli alla Cima Scotoni, 24 maggio 1969. L’arrivo alla prima cengia.

Il racconto di Bibi Ghedina lo conferma. È agghiac­ciante, sia pure per la sua abilità nel ricordare e trascrivere gli episodi drammatici, ma in gran parte per le sensazioni da brivido che l’ambiente Scotoni riesce a dare anche nel lettore che non gli si è mai avvicinato.

Poi lo conferma la cronaca delle ripetizioni: appena tre in sedici anni. Si legge: 600 metri di parete, un numero di chiodi incredibilmente piccolo, e tanto, tanto sesto superiore. Pira­mide a tre sulle staffe, lunghezze intere senza un chiodo.

Volevamo provare, Leo Cerruti ed io, renderci conto. Sco­prire quel vecchio limite delle possibilità umane in arrampicata libera. Provare a noi stessi di essere capaci di raggiungerlo, pur con tutte le attenuanti di difficoltà che presenta una ripetizione.

Prima di tutto, come nostro costume, è nostra particolare cura lasciare a casa perforatori e chiodi a pressione. Dalle no­stre riserve metalliche preleviamo solo una ventina di chiodi di vario tipo. Sulla via, niente mangiare, niente bere, niente bi­vaccare. Il più leggeri possibile.

Il 26 aprile 1969, dopo aver raggiunto la base della parete con gli sci, e dopo aver trascorso la notte con una certa co­modità, all’alba attacchiamo lo zoccolo e, subito dopo, il primo tiro di corda, che è in prevalenza artificiale. Il secondo tiro inizia con una traversata a destra. Sopra di noi una parete gri­giastra e uniforme. Non si vede un chiodo, non si comprende dove si possa passare. Con scarsa convinzione proviamo e i ri­sultati sono assai deludenti.

Su questo posto di fermata c’è un cordino, usato certo per una discesa a corda doppia. Così pensiamo di essere fuori della via giusta. Forse il nostro allenamento non è dei migliori, forse in aprile è ancora troppo presto. Ma la sostanza è una sola: abbiamo fifa. E il ritorno ci sembra la cosa più bella, in questo momento.

Tornati a casa, tempo di meditazione. La nostra mentalità di moderni ci ha traditi, non riusciamo a credere che allora si fosse potuto rischiare a tal punto. Che qualcuno avesse avuto la grinta di passare per primo là dove noi, da pretenziosi e un po’ faciloni epigoni, abbiamo fallito miseramente.

Un mese dopo, la sera del 23 maggio, siamo di nuovo alla base della parete. Questa volta passiamo, ne sono sicuro. Con sicu­rezza e con stile. Alle quattro di mattina affronto il traverso a destra, e tutta la parete al di sopra, dove di casa è solo il sesto e dove non si trova una fessura.

Poi continuiamo, verso la prima cengia e poi verso la se­conda, in una progressione continua, veloce, serrata, su una pa­rete ora grigia ora gialla, ma sempre difficilissima. Quando or­mai siamo vicini alla seconda cengia, e cominciamo quindi a non veder l’ora che questa storia finisca, ci guardiamo un po’ in faccia.

È paurosa. Hai visto che non ci sono chiodi? In certi tiri neanche uno… In effetti, è vero. Ci siamo abituati ormai a non considerare più i chiodi. Se ne incontriamo uno già in posto, bene; se no, fa niente.

Reinhold Messner sulla via Lacedelli alla Cima Scotoni, 1967

Sessanta metri prima della seconda cengia, fuori dalle più grandi difficoltà, il nostro entusiasmo è cresciuto di colpo. Siamo i quinti, ci sentiamo bravi, bravissimi, solo inferiori a chi ci ha prece­duto. Amici di tutti loro, degli Scoiattoli, di Piussi, di Messner e compagni; e soprattutto degli Scomparsi, la cui presenza qui è quasi tangibile. Renato Reali e Ivano Dibona, due giovani che hanno salito questa parete e che ora non sono più.

Alle otto di sera, quasi al buio, usciamo dalla parete. E mentre scendiamo, al chiarore della luna, verso la Forcella del Lago e poi verso il Rifugio Scotoni, pensiamo che questa pa­rete ci ha regalato due cose, che di solito non stanno bene in­sieme: un’incomparabile soddisfazione del proprio orgoglio e la conferma di un doveroso e comunque da me già riconosciuto ridimensionamento generale del moderno nei confronti dell’an­tico.

Che oggi nell’arrampicata, e quindi senza investire quelle che sono le altre componenti dell’alpinismo (ambiente, quota, temperatura, ecc.), non si rischi più di quanto si faceva una volta, lo sapevo già. Sulla Scotoni però l’ho potuto constatare di persona. «Eine gute Lehre», una buona lezione, direbbe Messner.

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Una vita d’alpinismo – 14 – Via Lacedelli alla Cima Scotoni ultima modifica: 2018-03-16T05:57:38+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 14 – Via Lacedelli alla Cima Scotoni”

  1. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Ecco qui qualche spunto per i borbottii:

    😠 👹 👿 😡 ☠ 🤘 👅 🧨 🚮 🤬.

    … … …

    P.S. Scusa, Luca: non ho saputo resistere. Marcello mi ha offerto la battuta su un piatto d’argento. 😂😂😂

  2. 5

    30 maggio 1979, mio 18 compleanno, degnamente festeggiato con il “maestro” Francesco Leardi per la mia prima grande via dolomitica. Sul gognablog me l’ero persa ma l’ho trovata cercando articoli su Gianni Pastine la cui moglie Margherita Solari, salì com me questa stessa via negli anni ’90. Bei ricordi, risvegliati dal bel racconto sulla storia dello scialpinismo ligure uscito sul blog oggi. Chissà Visentini cos’avra da borbottare stavolta.

  3. 4
    Gianfranco Valagussa il nonno says:

    Grazie Alessandro, sempre interessante, riesci a farmi tornare la voglia di fare, anche se il mio livello è sempre stato tanto distante dal tuo.

  4. 3
    Giacomo G says:

    Lettura per me gradevolissima, alpinismo ed aneddoti. Gogna Blog at his best…

  5. 2
    Andrea says:

    Bell’articolo, bel racconto…

    Ma che gli avevi fatto di male a quelle due sorelle Alessandro? 🙂

  6. 1
    Alberto Benassi says:

    bella la foto di Messner. Bello stile, sui piedi, braccia distese. Nonostante quei grossi rigidones, dimostra  leggerenza.

    La via degli Scoiattoli alla Scotoni, bei ricordi. Con gli amici Fabrizio e Gianluca,  una delle mie prime vie in Dolomiti a metà degli anni 80.

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