Una vita d’alpinismo – 15 – Prima solitaria alla Via dei Francesi al Monte Rosa

Una vita d’alpinismo – 15 – Prima solitaria alla Via dei Francesi al Monte Rosa (AG 1969-004)
(assemblato nel 2018, dall’unione dell’articolo La mia terribile vittoria sul Monte Rosa, pubblicato dalla Domenica del Corriere il 1 luglio 1969 e del capitolo La sfida elevata a sistema di Un alpinismo di ricerca, 1975)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Quando si è concentrati su un obiettivo è difficile che si pensi a fare altre cose. Così, a due ricognizioni fatte alla base della parete est del Monte Rosa, non ho collegato granché. La prima con Nella, il 3 giugno; la seconda con un’uscita del corso della Montedison, il 7 e l’8, tanto per scalare un po’ su ghiaccio con gli allievi. Ricordo anche una bella gita al rifugio Omio, con Nella, Ettore Pagani e Laura Viola: scalammo la Punta Milano per la via normale, ed era il 2 giugno.

La parete nord-est della Punta Gnifetti (Monte Rosa)

Lunedì 16 giugno 1969, ore 22. Sono solo nel rifugio Zamboni­-Zappa all’Alpe Pedriola. Sono sdraiato su una cuccetta molto comoda, ma non mi è possibile dormire. Fuori, nessun rumo­re: c’è ancora neve, e l’acqua vi scorre sotto. Mi sono prefisso di partire a mezzanotte e proprio non dovrò anticipare, nono­stante la tentazione. Poi, inaspettata, la pioggia. Un’acquerugio­la sottile, che non avverto neppure. Forse sono venuto qui per niente. Al bivacco Resegotti Leo Cerruti in questo momento di sicuro dorme: domani attaccherà la Cresta Signal e c’incontre­remo alla capanna Margherita. L’ho visto partire, alle 5 di questa mattina, avviarsi verso il Colle delle Locce. Soltanto alle 14 è arrivato al bivacco. E io invece sono ancora qui in basso a rivoltarmi nell’impazienza. Ma intanto piove, su nevicherà… gli andrò incontro se continua a far brutto. Mi alzo ancora, vado alla finestra. Due stelle… non è tutto perduto. Bisogna attaccare domani perché le condizioni del pendio e del ghiaccio sono buone, tra dieci giorni magari potrà esserci ghiaccio ver­de. Ripenso a tutte le volte in cui sono partito da Milano per vedere, controllare. Questo è il terzo viaggio, fino a Macugnaga e ghiacciaio. Ormai conto i secondi: dieci minuti sono 600 secondi, poi 590, 580… Alle 23.45 mi alzo e m’infilo gli scarponi a doppia calzatura; scendo nel salone e, nel cercare al buio l’interruttore della luce, mi ricordo che le batterie sono ferme. Accendo una candela e metto il tè sul fornello. Bollente e così buono. Poi afferro lo zaino, controllo per la sedicesima volta se c’è tutto: piccozza, ramponi, un litro di tè, tre chio­di, tre moschettoni, una corda da quaranta metri, dieci anelli di cordino, la giacca imbottita di piuma, un paio di guanti, la macchina fotografica e un piccolo treppiede. Non si può dire che l’equipaggiamento sia molto abbondante; se poi si guarda ai viveri si vede che non compare neppure la voce. Prima di partire indosso i sovrapantaloni di nylon. Lascio la giacca a vento a portata di mano fuori dello zaino. Come prevedevo, fuori non fa freddo. Come farebbe ad esserci una temperatura rigida, quando un attimo prima pioveva? Di luna neppure il riflesso, poi a pensarci bene dovrebbe essere luna nuova; e poi, anche se ci fosse, con le nuvole servirebbe a ben poco. Volu­tamente aspetto ad accendere la lampada frontale sistemata sul mio casco. Prima vado ad aprire la porta tenendo gli occhi chiusi, poi ritorno a spegnere la candela, finalmente esco. È buio pesto. Accendo la luce e, come nelle sale cinemato­grafiche, l’avventura ha inizio.

È la prima volta che vado all’attacco di una grande parete senza luna, nean­che una piccola falce. Con la pila frontale, i passi sembrano più lenti, l’alba sembra non arrivare mai. Ho fretta di vederci e nello stesso tem­po lo temo perché il sole darà il via alle tonnellate di ghiaccio che mi pencolano sulla testa.

La parete nord-est della Punta Gnifetti (Monte Rosa)

In pochi minuti guadagno la morena, una sottile cresta di terra e roccia su cui devo già fare dell’equilibrio. Poi, stimando di essere al punto giusto, scendo sul ghiacciaio che attraverso in piano, proprio dove iniziano le prime gibbosità che precedono la parete che mi sta sopra: 2500 metri di dislivello che costituiscono una delle più gran­diose pareti delle Alpi, senz’altro la più alta e la più larga.

Come mi è saltato in testa di ripetere la Via dei Francesi in prima solitaria non ricordo bene. Probabilmente in uno dei miei tanti pomeriggi passati a tavolino sulle scartoffie. Non me l’ha suggerita nessuno, è tutta mia. E ora sento quanto questa proprietà comporti un peso. Eppure vorrei dividerlo e se non fossi ottimista sarei già tornato indietro. Calzo i ramponi: quan­te volte mi è successo per pigrizia di rimandare questa opera­zione! E tutte le volte, regolarmente, costretto a metterli nelle posizioni più assurde. Stavolta non sarà così.

Il Cimitero dei Camosci è l’ultima zona di rocce ed erba prima del grande salto di parete ghiacciata. Conviene passare di lì per evitare infiniti giri per crepacci, seracchi e labirinti. Come prevedevo, comincio a sfondare nella neve non indurita, poi mi trovo su un pendio di ghiaccio nero, che non avevo mai osservato dal basso. Sono già fuori itinerario. Ritorno più a destra, afferro le rocce del Cimitero.

Arrampico, ed è un pia­cere quando le punte dei ramponi si affondano nelle macchie di muschio ed erba. Poi ritorno sulla neve. Devo attraversare in obliquo sulla destra per chissà quante centinaia di metri. Sono esattamente sotto al tiro dei seracchi. Le altre due volte che sono venuto ad osservare non è mai mancata la scarica, a volte gigantesca a volte meno. Sfondando nella neve cerco di far più presto possibile, e ci riesco, perché sono molto allenato. Devo assolutamente uscire dall’«area di tiro» di questa seraccata prima che spunti il giorno. Poi ce n’è una seconda e dopo ce n’è una terza, una quarta e devo far presto, sempre più presto anche se ad ogni momen­to un crepaccio m’intralcia il cam­mino.

Alessandro Gogna, via dei Francesi al Monte Rosa, ore 8 del 17 giugno 1969

Ogni tanto, nel silenzio, sento degli scricchiolii per niente rassicuranti. Alle quattro una valanga enorme precipita dai se­racchi sotto la Punta Zumstein; non la vedo, ma dev’essere ter­ribile. Mi sento gelare al solo pensiero che sopra di me le serac­cate non sono certo meno pericolose. Ormai salgo con furia, evitando i crepacci, procedendo su questi pendii che sembra­no non trovare mai fine. Finalmente ne esco fuori. Alle sette non ci sono più pericoli oggettivi e così indipendenti dalla mia volontà. Allora comincio a sentirmi forte, bravo. Pesto con più energia la neve che mi sprofonda sotto i piedi. No­nostante la mia lentezza, mi sembra di andare veloce, leggero. Lo zaino non mi pesa nulla, mi sento perfetto; la riga dei miei sovrapantaloni non fa una grinza, la mia camicia sa di pulito, i piedi non mi fanno male e sono asciutti. Sento che le mani e le braccia sono percorse da piccole scariche quasi inavvertibili senza un po’ di concentrazione. Scariche di for­za, le chiamo, di potenza. Devo usarle un poco, sennò tra breve la sensazione si farà insopportabile. Mi vedo salire così, da lon­tano, un ragazzo, tutto vestito di colori, contro cui la monta­gna non può più far niente, che divora metri su metri, che non ha con sé cibo, indumenti, che è solo. È sublime veder­si perfetti, non sfiora neppure l’idea che sia un’illusione. Poi non penso neanche più. La perfezione non ne ha bisogno.

Ora su neve dura e più ripida, la mia velocità è incredibile, sen­z’ombra di stanchezza. Fino a che arrivo nel punto dove il pen­dio si fa decisamente più ripido: sotto al «lenzuolo». Sono le 8, l’alba è stata livida e ora non è meglio. Sottili striature di ghiaccio in cielo mi rammentano che non ho molto tempo da perdere. Comincio a sentire le prime scariche: la parete più alta delle Alpi si sveglia, ma io sono fuori dai grandi pericoli e non po­trei tornare indietro senza rischiare di più.

Attacco il pendio. Mi propongo di salire venti passi e poi sostare. Poi ancora ven­ti passi e così via. Ora sono sulle difficoltà vere e proprie della via; non posso concedermi il lusso di essere stanco, anche se è da mezzanotte che non mi sono mai fermato. Ho ancora 1200 metri di parete da superare, i più duri.

Il «lenzuolo» è un lunghissimo pendio di neve a 50 gradi di pendenza; su di esso, i miei gesti sono tutti uguali, piccozza ramponi, piccozza ramponi. I movimenti (non mi occorre gradinare) sono talmente meccanici che quasi penso di essere su una sa­lita artificiale con tanti chiodi a pressione. Come l’an­no scorso sulla Walker, la corda rimane nel sacco e così chiodi e moschettoni.

17 giugno 1969, tempo incerto sulla via dei Francesi al Monte Rosa

Mi guardo intorno e ve­do la nebbia che copre la parete da destra, dal basso, dall’alto: non vedo più la Zamboni e non la vedrò più. Un altro motivo per fare ancora più pre­sto. Verso la fine del «lenzuolo», per variare un po’ i gesti e i pensieri, vado a sinistra troppo presto e mi trovo ad arrampicare sulle rocce di una crestina di roccia assolutamente imprevista: comunque, pur di guadagnare metri, mi assoggetto ad arrampicare con i ramponi su passaggi di quarto grado sperando di raggiungere al più presto la «schiena d’asino», una cresta di neve poco ripida ma molto affilata, alla cui base avrei la certezza di essere ormai fuori.

Non vedo più di quanto si avvicini la vetta, di quanto si allontani il ghiacciaio; mi sembra di essere immobile. Sono sempre sicuro di me, an­che se sento che tra poco i polpacci mi faranno male. Ma il dolore non ha nulla a che fare con la perfezione! E allora non sono più perfetto? Già, ma se non esistessero il dolore e la fa­tica sarebbe facile essere perfetti. Ne concludo che dolore e fatica fanno parte della perfezione. Lo sapevo già, però. Ma, Alessandro, cosa vai pensando? Pensa piuttosto che sei a 1400 metri dalla base e che te ne mancano ancora 1100, che il tempo è brutto, che la tua sorte non è legata soltanto alla tua bravura. Ma sono proprio bravo, o solo fortunato? Più sopra incontro un po’ di ghiaccio, che evito sulle rocce. Non vedo ancora la «schiena d’asino», ma la sospiro dentro di me, sono un po’ stufo di questa invariabile pendenza non forte ma nep­pure lieve che mi costringe a faticare. Qui Armando Chiò, con Dino Vanini, ha vissuto un dramma pazzesco. Sentire che i piedi a poco a poco perdono la sensibilità, poi la rassegnazione, nella speranza di uscirne fuori. Questo nell’inverno di quattro anni fa. E che dire all’amico Giuseppe Oberto, guida a Ma­cugnaga, che con questa salita si aggiudicò l’entrata nella spe­dizione al Gasherbrum IV? Che dire della sua espressione stu­pita nel sentire il mio progetto? Ma chi è più pazzo o più coraggioso? Le due guide ossolane che sono venute qui d’in­verno e ce l’hanno fatta, o io che ne seguo le orme, da solo? O non è la stessa follia? Non c’è la stessa bellezza, lo stesso meraviglioso spirito d’avventura? Come 38 anni fa, quando Lucien Devies e Jacques Lagarde osarono per primi salire per questa via alla Punta Gnifetti, su questo stupendo itinerario glaciale, in un ambiente che è in grado di schiacciare un al­pinista quando vuole. E chi saprà mai dire dov’è morto Ettore Zapparoli? Nella sua lucidità, che precorreva di decenni i tempi, può essere morto in un luogo molto simile a questo. Ecco dove sono. Io sono qui e nessun altro. Io ce la farò.

Prima solitaria sulla Via dei Francesi

La «schiena d’asino» mi accoglie senza protestare. Sfon­do di nuovo, sulla pendenza inferiore. Dopo cento metri sono decisamente stanco. Bevo mezzo litro di tè, piazzo il cavalletto nella neve di questa crestina a 45°. Sistemo poi l’apparecchio fotografico, scendo 4 metri e scavo una piccola piazzuola. Ri­torno su, l’inquadro. Poi il tempo, il diaframma. È irreale che stia perdendo tempo a far foto. Ma ho portato qui il materia­le e sarebbe assurdo non approfittarne. Lentamente tiro la le­vetta dell’autoscatto, poi mi butto giù 4 metri sul terrazzino e mi volto. Clic! Fatto, il signore è servito ed eternato. La neb­bia sola è stata testimone di questa avventura fotografica. Ri­poso ancora un istante, mi riprendo. Lentamente continuo a salire, senza vedere. So solo che devo obliquare a sinistra, in­trodurmi in un canale che mi porterà sulla cresta sommitale. Sono sotto una parete rocciosa, senza dubbio quella a destra del canale, e infatti dopo dieci minuti lo vedo. Ci sono, ormai è fatta. Sulle roccette non mi ferma più nessuno, e poi sono solo 150 metri. Di mano in mano che salgo la nebbia si dirada ed esco nell’azzurro. Una piccola delusione: non sono ancora sulla cresta di confine. Mi rimane un pendio di circa 80 metri e qui la neve è molto polverosa, appena appoggiata sul ghiac­cio. Ho paura che smotti, ma mi faccio coraggio. Con piccoli passi ormai stanchi, a poco a poco, vedo il cielo di Zermatt. Allora non è brutto tempo, allora ho scelto veramente la giornata ideale! Non solo sono stato bravo, ma neppure sono stato imprudente. La vetta si avvicina, già vedo la capanna.

Poi la marcia negli sprazzi di sole e nel vento verso la vetta e verso il rifugetto, sempre più esaltato, sempre disposto a credere di aver arrampicato per oltre duemila metri senza bivacchi. Mi è stato chiesto poi: «Perché hai voluto fare tutto in un giorno solo, non pretendevi un po’ troppo da te stesso? Chi ti assicurava che le tue gambe e i tuoi polmoni avrebbero senz’altro fatto il loro dovere fino all’ultimo?» In tutte queste domande la realtà ha risposto col darmi ragione. Solo ad un’ultima domanda la realtà ha dato una risposta diversa da quella che immaginavo. La domanda era questa: «E se il giorno dopo è brutto, e tu sei stanco, e non te la senti di scendere, cosa farai?».

Prima solitaria sulla Via dei Francesi

Il Leo! Chissà se ci sarà. Magari è tappato dentro che dorme, ma molto più probabilmente è tornato indietro stanotte per il brutto tempo e per le condizioni della Cresta Signal.

Alle 15.30 (17 giugno) en­tro nel primo locale della capanna Margherita: non c’è nessuno. Lascio lì piccozza, zaino, ramponi ed esco. Salgo sul tetto. Ora non c’è più niente so­pra di me e sento paura per ciò che ho fatto. Possibile che non si possa mai essere felici?

Rientro ed esploro il secondo locale. Delle cuccette, un tavolino, due sgabelli ed un bidone con sopra scritto: viveri di emergenza. Termino di bere il mio tè. Sicu­ramente questa sera dormirò qui, sono un po’ stanco. Mi sdraio sui pagliericci e mi copro con una coperta senza neppure togliermi gli scarponi e le ghette.

Quando mi sveglio è tutto buio. Con la lampadina guardo l’ora: le 22.30. È strano che abbia dormito tutto questo tem­po senza un minimo d’emozione. Mi alzo con la gola un po’ asciutta per la sete, apro la porta e nel primo locale scopro quattro o cinque centimetri di neve fresca. Corro alla porta esterna, l’apro a fatica: fuori è l’inferno.

Mercoledì 18 giugno, ore 5. Mi sveglio ed ho la brutta sorpresa di trovarmi prigioniero di una vera e propria tormenta. Per poter scendere, do­vrò aspettare, e forse a lungo.

18 giugno, ore 7.30. La notte è stata agitata, mi alzo, e per poco non cado per terra. Mi gira e mi duole la testa. Si­curamente è la disidratazione, dovrò procurarmi a tutti i costi da bere. Il mondo esterno non esiste più. È solo un ammasso di neve, bianco e lattigine, con un vento che sembra tornato dalle più terribili tragedie. Decido di scendere ugualmente. Con lentezza mi preparo, mi copro con tutto ciò che ho ed affronto la bufera dei 4554 metri. Dopo pochi passi in discesa mi fer­mo, guardo le mie peste. Si stanno cancellando e la distruzio­ne delle mie orme è un po’ anche la mia. Il terrore di non riuscire più a trovare la capanna. Mi precipito, salgo alla cieca, m’introduco nel locale e mi ci barrico. Considero che fuori ci sono già 40 centimetri di neve fresca e, dove il vento l’ammuc­chia, molta di più. Penso che dovrò organizzarmi per l’assedio.

Prima solitaria sulla Via dei Francesi

Sulla porta c’è un disco giallo con dieci fori e il disegnino del telefono. Ma la porta è chiusa a doppia mandata, e poi è inutile: tanto, anche se la sfondassi, senza l’alimentazione del­la batteria il telefono non funzionerebbe.

Mi tormenta un fortissimo mal di testa; avevo già cercato la cas­setta medicinali e non l’avevo trova­ta. Ma dopo trenta ore di emicrania deciso persino a sfondare la porta del reparto estivo chiusa con un e­norme lucchetto, ho pensato di rovi­stare in un grosso bidone che a pri­ma vista non dà certo l’idea, di contenere né viveri, né bevande, né me­dicinali.

Ci sono parecchie bustine di tè e di caffè, latte in polvere, cioccolata. Ma non ho fame, voglio solo bere. Cerco un fornellino a meta, ad alcool, a benzina o a gas. Nien­te. E poi non ci sono fiammiferi. Invece trovo le pastiglie adatte, ma sorge subito il problema di ingoiarle nella più totale assenza di acqua e di saliva. Il mio tè è finito da un pezzo insieme con i tre pezzetti di marmellata che costituivano tutto il mio rifornimento. Ogni grammo in più poteva voler dire un mi­nuto in più in salita e io non avevo tempo da buttar via. Così, sono due giorni che non mangio e non bevo.

Inghiotto una pillola, mi si blocca nella faringe. Prendo un po’ di neve tra i conati di vomito e finalmente riesco a mandarla giù. Chissà che effetto farà a stomaco vuoto. Mi riprometto che, se domattina non riuscirò ad andarmene, sfon­derò la porta e per oggi cercherò solo di dormire. Un’impresa impossibile! Tutti i miei pensieri sono rivolti alla neve, al ven­to che fa tremare i vetri, alla mia solitudine nel pieno dell’as­sedio. Ogni due o tre ore metto il naso fuori, ma rientro con sempre minori speranze che la cosa duri poco. Trovo un arne­se che mi permetterà di far leva per sfondare la serratura o i car­dini. Poi ritento di dormire, e intanto le ore passano, i sogni si accavallano, a volte non distinguo più bene tra la realtà e l’immaginazione. L’emicrania non è diminuita, ma ormai vi ho fatto l’abitudine.

Poi viene ancora la notte, il buio e con esso tutti i pensieri più brutti. La tempesta dura già da almeno 27 o 28 ore e da almeno 31 sono qui dentro. Dormo, mi sveglio, ho freddo, ho caldo. La sete, il deserto di neve è uguale a quello di sabbia, senza oasi…

Prima solitaria sulla Via dei Francesi

Sulla cima del monte Rosa, a 4554 metri di altezza, sono or­mai da 31 ore barricato nel rifugio Margherita, prigioniero di una bufe­ra ra di vento e di neve che non mi lascia vedere più in là di pochi metri. Nella più completa oscurità, vado ad aprire la porta sperando di non sen­tire quell’orribile rumore che qualche matto definisce “sinfonia wagneria­na”. Invece, spietato, il solito sibilo e il solito graffiare di mille e millepiccoli aghi di ghiaccio contro le pa­reti, della capanna.

Nello stesso provvidenziale bidone avevo trovato, solidificato dal freddo, del latte condensato. Me lo metto sotto i vestiti, a contatto con la pancia, e aspetto che il calore del­ mio corpo lo sciolga. Potrà sembrare strano che, dopo aver superato in solitaria la parete più alta delle Alpi, per la via più difficile, dopo aver quindi risolto problemi importantissimi di tempo, di tecnica e… di fortuna, io debba preoccuparmi tanto di una emicrania. Invece quel dolore mar­tellante che fiacca le mie ultime e­nergie può minare irreparabilmente il mio morale e la mia volontà, ele­menti di cui avrò estremamente bisogno se voglio uscire vivo da questa trappola. Immagino che in fondo­valle, ad Alagna e a Macugnaga, stiano discutendo se sono vivo o morto. Immagino che si stiano organizzando squadre di soccorso, con poca speranza perché – immagino ancora – mi credono finito in qualche crepaccio della lunga parete. (In­fatti nessuno mi credeva alla capanna Margherita perché tutti dicevano che se ci fossi stato, avrei telefonato. Viceversa, il telefono c’è, ma non funziona).

Sto calcolando tutto e mi rendo sempre più conto che non posso at­tendere la salvezza da altri che da me stesso. Infatti sono trenta ore che nevica e devono ormai  essere caduti dai 50 ai 60 centimetri di neve fresca. Il che vuol dire che una squadra di soccorso in partenza dal­la funivia di Alagna impiegherebbe 30 ore di cammino o 20 con gli sci per arrivare fin qui. E non vedo chi glielo possa far fare dal momento che nessuno sa dove io mi trovi. Se il vento non cessa, neppure con gli elicotteri potranno venire a prendermi (senza calcolare che un elicottero svizzero, da Sion, costerebbe 1.200 lire a minuto di volo).

Mi accorgo con un senso improv­viso di liberazione che il mal di te­sta è scomparso. Non mi resta che at­tendere che la tormenta si plachi: è la mezzanotte tra il mercoledì e il giovedì, esattamente 48 ore da quan­do ho attaccato la parete.

Autoscatto sulla “Schiena d’Asino”, via dei Francesi al Monte Rosa

19 giugno, ore 7.30. Non ci sono specchi per vedermi e mi dispiace. Fuori il vento non si sente più. Con una piccola spe­ranza apro la porta e mi si apre di sotto il versante italiano, sconvolto dalle nuvole e dalla neve fresca, ma visibile! Sul versante svizzero invece, sul Grenzgletscher la tempesta continua. E io dovrò passare di lì. Però non nevica più e le orme riman­gono. Rientro e mi bardo come ieri mattina. Prima di uscire do un ultimo sguardo al libro del rifugio: «Alessandro Gogna, prima solitaria alla Via dei Francesi, 17 giugno 1970». Non ha senso, ora.

Dopo 41 ore di attesa, inizio la discesa. Dopo pochi metri mi tuffo nel nebbione, ma faccio ancora in tempo a vedere che dal crinale della Pun­ta Gnifetti, verso il Colle Sesia e la Punta Parrot, scivola len­ta una slavina. Proprio dove passerò io. Nel buio bianco, rico­nosco che ci sto camminando sopra. Sembra un campo arato di fresco, ma senza dimensioni. Poi scendo, o credo di scende­re, sul Colle Sesia. Non saranno passati dieci minuti e già ho difficoltà ad orientarmi. Mi butto, sfondando fino all’inguine in questa massa pastosa che quasi mi trattiene e mi impedisce di fuggire. Qui dev’essere assai ripido, altrimenti non andrei così in fretta. Chissà dove finirò. Poi mi sembra che la pendenza diminuisca e ora sono in piano.

Il tratto più proble­matico è questo, l’attraversamento del Grenzgletscher e la risalita al colle del Lys; non ci sono punti di riferimento, e soprattutto vi sono crepacci a non finire, invisibili per la neve fresca; spero solamente di trovare col mio fiuto, in mezzo a questo turbine bianco, la via per il versante italia­no.

Continuo ad avanzare molto lento, frastornato da raffiche d’aria non fortissime ma in­cessanti. Tengo il viso basso, coperto dal cappuccio. Alla mia sinistra dovrei avere la Punta Parrot, ma non vedo più niente. In questa direzione, e cercando di tener la stessa quota, do­vrei raggiungere i pendii sottostanti al Colle del Lys, la mia salvezza, perché so che al di là c’è il sole. Dopo qualche cen­tinaio di metri di questa marcia senza tempo, ho paura di smar­rire la direzione e di trovarmi poi chissà dove, sfinito.

Via dei Francesi, il canalone finale

È come fossi completamente cieco; ogni tanto mi tolgo gli oc­chiali per vedere se è vero che non vedo niente, ma poi vedo la piccozza, vedo gli scarponi e mi vien vo­glia di piangere, voglia di accucciar­mi nella neve e di aspettare. Aspet­tare cosa? Così mi alzo, faccio ven­ti, trenta passi con la neve fino alla pancia, per lasciarmi di nuovo poi andare. Avessi solo qualcosa da be­re, penso che soffrirei meno, pen­so che non sarebbe così dura, aprir­si la trincea verso la salvezza. Intan­to, insensibilmente, mi vado abbas­sando troppo; cerco disperatamente di vedere le pareti nord dei Lys­kamm e a volte credo di vederle: sono alte 900 metri e mi capita di scambiarle con delle seraccate di poche decine di metri. In questa con­fusione di valori, in cui non esistono più distanze, dislivelli, l’orizzontale, il verticale, unica soluzione è affidar­si all’istinto: così inspiegabilmente, incomincio a salire a sinistra, aggiro lentamente i crepacci che incontro, ben sapendo che sono di più quelli che non vedo.

Tant’è, pur non essendo sicuro di essere sul giusto, insisto, evitando i crepacci che sono tutti coperti e quindi molto più insidio­si. Quante vittime hanno fatto! Spero solo di vederli in tempo, di capire che sotto di me c’è il vuoto, di fermarmi all’ultimo momento… Ho perso il conto di quante ore sono che non man­gio e che non bevo, guardo ciò che è attorno a me. O meglio ciò che non c’è. Mi concentro sugli scarponi per capire che non sono cieco, mi strappo il ghiaccio dalle sopracciglia. Gli occhiali nel vento e nella nebbia non li ho mai sopportati. Ora mi trovo nel centro di un deserto bianco enorme, straziato da crepacci, buche e dune. Seracchi spaventosi mi gravano sul capo; dopo un po’ di queste allucinanti visioni, a volte smussate e a volte esaltate dalla lattigine, potrei anche pensa­re di essere alto dieci metri o dieci centimetri. Nessuna differenza.

L’altimetro, la bussola? Che ti servono, cosa serve tutto ciò, quando non hai alcun punto di riferimento e in ogni momento sali, scendi, sprofondi, credi di andare diritto e invece vai a destra, credi di andare in piano e invece scendi? Sto diventan­do pazzo forse, ma devo raggiungere il Colle del Lys.

Alagna Valsésia, 19 giugno 1969, tardo pomeriggio. Alla mia destra è riconoscibile Gian Piero Motti. Giorgio Tiraboschi si mette lo zaino. Ancora più a lato, con il berretto, una delle guide salita al rifugio Gnifetti.

Mi sento vicino al crollo, mi getto sulla neve, arriccio nervosamente i sovrapantaloni, vi conficco dentro le unghie. Il vento è l’unico te­stimone della mia rabbia. Per un momento vedo un pallido di­sco giallino: allora, siccome sono circa le undici di mattina, il sud è là! Istantaneamente prendo la decisione che mi porterà alla salvezza: salire subito, verso la cresta, togliersi da questo immondezzaio di crepacci e di invisibili buchi, in cui la mancanza di spazio e tempo mi fa sragionare.

Inizio così una salita che sembra non aver mai fine. Non ripida, ma continua, bestiale. Non so dove vado, ma devo smet­terla di fare il girotondo come i bambini. Ora la nebbia e il vento ci sono sempre, ma aumentano la luce e il caldo. Sudo, ma non mi spoglio, voglio arrivare al più presto in cresta. Poi crepacci dappertutto, che affronto con la piccozza per unica arma. Perfezione? Guardalo lì in che stato si è ridotto. Tra poco sarà contento solo di essersi salvato e prima parlava a vanvera.

Ma di che cianciavo? Così osavo pensare? Non sono per­fetto, non lo sono mai stato, sono solo un miserabile relitto che una volontà ancora in buon stato sta cercando di condurre in porto. Barcollante, assetato, sfinito. Non credevo che la mon­tagna potesse essere così cattiva con me, mi sembra impossi­bile di essere stato così presuntuoso. Vagolo tra i buchi, mi perdo, recupero la posizione, scavalco, affondo, mi sento man­care il solido, mi afferro con le mani. Dalla mia bocca esce una bava quasi secca, spessa e dura, insieme al fiato che non con­trollo più, che va dove vuole col suono che vuole. Voglio il sole, la luce, non voglio abbandonare qua. Voglio almeno ve­dere se sono sulla via giusta, quando, improvvisa, l’intera visione delle Alpi italiane mi si spazia davanti. Non sono proprio sul Colle, a 4248 metri, ma un po’ più in alto e spostato verso la Piramide Vincent. La discesa nella luce è bestiale.

Ormai il più è fatto, mi resta solo un’immane fatica per scendere verso la vita. Spingendo adagio un piede do­po l’altro verso il basso, penso che il mio destino sia quello di camminare sempre, proprio come pensavo mar­tedì notte, in salita verso l’attacco. Così solo ora mi rendo conto di quanto vada lento, capisco che ho già avuto fortuna ad arrivare qui e che sarò costretto a trascinarmi per arrivare al rifugio.

Non vedo squadre di soccorso, e come potrebbero arri­vare fin qui quando si sfonda fino all’ombelico? Inoltre gli sci non tolgono certo il pericolo delle valanghe. Per la prima volta mi ricordo che nel mondo civile molti penseranno a me. Che si saranno mossi per cercarmi. Ignoro che sulla parete di Macugnaga Leo Cerruti e le guide mi stanno cercando senza molte speranze, che i giornali mi danno per disperso. Dal Colle del Lys, mi affanno a non cadere, sbaglio direzione, mi trovo sopra un enorme ghiacciaio seraccato e devo traversare a sini­stra per raggiungere il rifugio, che vedo ancora distante e tanto più in basso. Ora vado proprio a quattro zampe, nuotando, a volte frigno di rabbia. Quanto potrei ancora resistere se non avessi visto il rifugio? Comincio a pensare che stasera rivedrò tutti, dirò loro che sono tornato, mi scuserò se ho voluto fare il matto, se mi sono lasciato sorprendere. Ogni metro che scen­do, la gola peggiora. Quando, alle 15.30, raggiungo il rifugio e mi salutano le guide Prato, Chiara e altri due. Non riesco a par­lare. Mi chiedo perché non mi sono venuti incontro, almeno un poco. Poi comprendo che non è il caso di chiedere agli altri ciò che abbiamo chiesto a noi stessi, la disponibilità al rischio. Sono felice di avercela fatta da solo, anche la conclusione di questa impresa è stata valida; però non mi perdonerò mai di aver messo in agitazione tante persone, di aver creato su­spense sul mio conto. Mi ha salvato il mio istinto e ho im­parato che bisogna soffrire per comprendere quanto siano stupide le idee che a volte ci aiutano nella follia. Non più «incedere elegante e veloce», non più narcisismi idioti. E forse, soprat­tutto, non si può elevare a sistema la sfida a se stessi e alla montagna.

Venerdì, 20 giugno ore 9.30: nella redazione della Domenica del Corriere sto addentando il quarto panino. Arrivato a Milano la sera tardissimo, mi sono  improvvisamente accorto che sono a digiuno dalla notte di martedì.

La discesa la faccio con Giorgio Tiraboschi, un ingegnere che in seguito diventerà presidente della Sezione del CAI di Varallo Sésia. Anche se fisicamente non ho bisogno di nessuno, la sua vicinanza in quella discesa è assai generosa e la ricorderò per sempre. Alla stazione delle funivie piango sul­la spalla del mio amico Gian Piero Motti. Solo adesso, con queste stupide la­crime, posso considerare chiusa la mia salita. Solo adesso posso dare un senso a quelle poche righe trac­ciate sul libro della capanna Mar­gherita: «Via dei Francesi, prima solitaria», data, nome e cognome, e che questa mattina avevano un sapo­re beffardo.

I giorni seguenti a una grande avventura ci si vuole godere la vita. Se per dovere ho dovuto andare a fare l’istruttore all’uscita finale del corso della Montedison al rifugio Brentei (il 21 e 22 giugno), in seguito sono andato con Nella a godermi quattro giorni di vacanza in Valgrande di Lanzo, ospiti di Gian Piero Motti: dal 26 al 29 giugno ricordo solo belle gite nei boschi, qualche pioggia e grandi mangiate da Cesarin.

Il 2 luglio andai ancora una volta a Macugnaga: c’era bisogno di farmi un po’ di ritratti con lo sfondo della parete est. Mi accompagnava Nella e ce la sbrigammo facilmente, data la bellissima giornata. La sera eravamo ospiti a Macugnaga nell’albergo della moglie dell’amico Vittorio Bigio. Fu una serata particolare, molto allegra, forse troppo. In loro compagnia stavamo davvero bene e facevamo fatica ad alzarci da tavola per ripartire per Milano, visto che per Nella il giorno dopo sarebbe stato lavorativo. Loro insistevano per farci fermare per la notte, ma al contempo Vittorio mi versava continuamente vino nel bicchiere, che io svuotavo con regolarità, in apparenza senza danni.

Poco dopo la mezzanotte riuscimmo a congedarci e mi misi al volante della mia Volkswagen, quella comprata usata dopo l’incidente sulla Gardesana. Dopo le raccomandazioni di rito, iniziai la discesa della Valle Anzasca con agilità e allegria, ma purtroppo l’inebriante esperienza si concluse circa a metà valle quando, per manovra errata, ci ritrovammo cappottati in un fosso a sinistra. Cominciava a essere un vizio… e anche questa volta senza alcun danno, neppure un graffio né a me né a lei. Fummo trasportati dalla prima auto che passò e al primo bar telefonai a Vittorio che ci venisse a prendere. Si vede che era destino che dovessimo dormire nel suo albergo…

Per fortuna, con le serate che facevo, riuscii ad assorbire il danno con facilità: nei giorni seguenti, venduta l’auto per quattro soldi, iniziò la caccia a una nuova vettura. Con l’aiuto di Leo riuscii a procurarmi un’altra vettura in breve tempo, una FIAT 125 usata, ma di gran lusso, che andava sia a benzina che a gas. L’incidente fu dimenticato in fretta, mi rimase solo una maggior facilità a capire quando stavo superando la soglia… e questo valeva sia per i viaggi in auto che per la montagna. Cosa molto utile, visto che il prossimo obiettivo, il Naso di Zmutt, si stava avvicinando.

Nel mentre che ero privo di mezzo, Piergiorgio Ravajoni mi offrì di andare a Cervinia per scalare qualcosa sulle Rocce Nere del Breithorn. Era il 5 luglio, con noi era anche un suo amico, Gino Pezzotta. Andammo a passare la notte al bivacco fisso Rossi-Volante. Il giorno dopo la giornata non era brutta, solo un po’ nebbiosa con un riverbero davvero forte. Io mi ero dimenticato gli occhiali da sole e la mattina presto quando andammo alla base della parete est delle Rocce Nere tenevo continuamente gli occhi socchiusi. L’obiettivo era di salire la via Frachey, ma presto scoprimmo notevoli discordanze con la relazione. Ricordo in particolare un lungo caminone roccioso, sul V grado, che proprio non risultava. Ancora oggi non so cosa abbiamo salito, se la via Frachey o un nuovo itinerario. Ma non è importante, perché in vetta il sole risplendeva e io cominciavo a non poter più tenere gli occhi aperti.

Piergiorgio ebbe compassione e mi prestò i suoi occhiali. Dopo un quarto d’ora, praticamente ormai sul ghiacciaio verso il Colle del Breithorn, mi offrii di restituirglieli, ma lui rifiutò dicendo che la luce non gli stava dando poi quel gran fastidio. E così arrivammo al Plateau Rosà. Non avevamo impiegato tanto, ci sembrava e Piergiorgio sembrava stare benissimo. Il giorno dopo seppi che si era risvegliato a casa con i più atroci sintomi di un’oftalmia violenta. Quella che sarebbe stato ben più giusto fosse occorsa a me.

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Una vita d’alpinismo – 15 – Prima solitaria alla Via dei Francesi al Monte Rosa ultima modifica: 2019-06-17T05:12:58+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 15 – Prima solitaria alla Via dei Francesi al Monte Rosa”

  1. 7
    Mauro says:

    Complimenti grandissimo una storia che fa’ venire i brividi

  2. 6
    Heinz Grill says:

    Caro Alessandro,

    Complimenti per questo bel racconto. Per il nostro tempo moderno mi pare importante che possiamo leggere racconti sulle avventure del passato. 50 anni fa una impresa così sul Monte Rosa, in solitaria, era veramente un’attività che richiede una “interezza”, sia del corpo fisico, che dell’anima, che dello spirito. I ricordi impallidiscono durante gli anni, ma la base nella personalità, che viene creata tramite l’attività, rimane impressa molto profondamente.

  3. 5
    rompipelotas says:

    emozioni …..nell’epoca della plastica e del tutto e’  pianificato…leggendo Gogna seduto al tavolo da pranzo…mi accorgo che non ho piu ne fame ne sete….ho gia’divorato le sue parole…e bevuto le sue emozioni….GRANDE!!!!

  4. 4
    Ivo Ferrari says:

    Letto anni fa, una grande salita in un epoca speciale…Complimenti Alessandro

  5. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Tutto..fantastico..!  Emozioni uniche , per una via  storica dell’ Alpinismo..! Grazie Alessandro “……..| Buona Estate…..!

  6. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Bellissimo ed emozionante.

  7. 1
    Paolo says:

    Articolo bellissimo

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