Una vita d’alpinismo – 16 – Il Naso di Zmutt – 1

Una vita d’alpinismo – 16 – Il Naso di Zmutt – 1 (1-2)
(da Un Alpinismo di Ricerca, 1975)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

Il 1969 fu pieno di successi. Ad una continua e soddi­sfacente attività in montagna, ad un progressivo accentuarsi di collaborazioni su giornali e infittirsi di conferenze (28 in tutto l’anno), si erano affiancate due persone che dovevano ave­re una grande influenza su di me: una ragazza ed un amico. Da sei mesi abitavo a Milano, dividendo le spese e il tempo con Leo Cerruti; ogni programma era concertato insieme, avevo tro­vato nella sua compagnia e in quella di alcuni suoi amici quel conforto morale che la montagna da sola non può dare. Ero di nuovo su di giri insomma, proprio perché avevo raggiunto ciò che da tempo inseguivo: un amore, un’amicizia, qualche quattrino, una discreta fama. M’illudevo che nella mia posi­zione i tempi buoni sarebbero durati a lungo, che niente avrebbe impedito una mia definitiva affermazione. Niente quindi dentro di me era ancora cambiato: di diverso c’erano soltanto le fa­vorevoli condizioni e la fortuna.

Cervino, parete nord e Naso di Zmutt. Foto: Urs Lerjen-Demjen

Leo Cerruti traversa sotto la parete est del Cervino, 13 luglio 1969

Alessandro Gogna in arrivo alla Hoernlihuette, 13 luglio 1969

La fortuna
Se mi obbligassero a eleggere il mio giorno più bello, sarei un po’ incerto; infatti ogni tanto sono stato gratificato di gran­di soddisfazioni. Giorni che s’illuminano e che posso ricono­scere anche tanto tempo dopo in mezzo ad altri. Giorni che ricordo con nostalgia, entusiasmo o gioia. Ma non mi sono stati regalati non si sa bene da chi. Piuttosto li ho cercati per tanto tempo, mi sono sforzato di averli. Arriva sempre la ricompensa. E quando non arriva c’è un nome: sfortuna, degenerato anche in rogna o scalogna. Non ci credo, lo dico forte. Non sono su­perstizioso.

Ci sono delle giornate fortunate e altre no. Ad esempio quando si incomincia una scalata di buon umore, con un buon compagno, bel tempo, senza scariche iniziali di seracchi, pietre, perdita di zaini, scarponi che si slacciano, testa che prude e tutti quegli altri fenomeni che sono in scala, dal tragico fino al semplicemente fastidioso e irritante, ci sono molte più pro­babilità che detta scalata riesca bene e senza il minimo inci­dente. Cioè in una consecutio di eventi favorevoli è improba­bile la rottura improvvisa. All’opposto è anche vero che in una consecutio di eventi sfavorevoli è altrettanto improbabile la rottura. Lo sanno bene i giocatori; è necessario «imbroccare» la serata. È in effetti sconcertante. Volendo tradurre con un esempio numerico, si può procedere così. Un uomo vincerà solo se, in un sacchetto contenente due palline bianche e due nere, riuscirà, con tre scelte consecutive, ad estrarre le due bianche. Per l’uomo ci saranno due probabilità su tre di vincere se la prima pallina estratta sarà bianca. Infatti, dopo la prima bian­ca, estrarrà dal sacchetto (con due probabilità su tre) l’altra bianca e una nera piuttosto che le due nere. Dice: ma in questo caso è ovvio, le possibilità sono alquanto limitate, è facile calcolare. Io non sono un matematico, però mi sembra si possa dire che nella realtà gli eventi si comportano più o meno così. E in effetti il piccolo esempio di prima non può forse essere esteso, extrapolato? Lì le possibilità, dopo la prima scelta, erano tre: nera-nera, nera-bianca, bianca-nera. Quindi due favorevoli su tre. Non sarebbe stato lo stesso se al posto di quattro palline ce ne fossero quattro milioni?

Prime lunghezze in direzione del grande strapiombo

Il Naso di Zmutt
Questa domenica 13 (13???) luglio 1969 le cose volgono subito al meglio. C’è bel tempo, azzurro in cielo ed aria limpi­da. La Grivola, con la sua cima nevosa ed aguzza, scintilla ap­pena al sole. Volendo essere pignoli non ho visto se l’alba è stata o no radiosa, in quanto volgarmente dormivo sodo. Però a Courmayeur tutto sembra promettere bene. Leo è di buon umore, e questo al mattino capita di rado. La colazione che ci preparano Marina e Nella non è né abbondante né succulenta, ma questo sarebbe stato pretendere troppo. I saluti sono brevi. Mai però mi era capitato di sentire il dispiacere di separarmi da lei senza gran contrasto con l’entusiasmo di partire per una nuova avventura. Forse leggo nei suoi occhi la fiducia che que­sta volta ce l’avremmo fatta. La sicurezza insomma.

– Ciao. Ci vediamo sabato prossimo. Un attimo dopo la 500 parte e Leo si accende l’ultima Gou­loise. Chatillon, Valtournanche, Cervinia, Plain Maison. Deci­diamo di mangiare al Self-service, che è di uno squallore uni­co: all’urlo melenso di Mal che espone il suo pensiero d’amore, tutto diventa ancora più penoso. Per buona sorte alle 14,30 c’è la corsa per il Furggen e noi siamo i primi a salire.

Il tempo di indossare le ghette e poi via, sulla cresta. Ri­cordo che con Paolo Armando mi ero buttato giù io per pri­mo, felice di essere così in alto e di avere il Cervino davanti. Anche oggi mi precipito sulla neve battuta dal vento. Sembra giochiamo a rincorrerci. Il gioco diventa pericoloso quando cor­riamo sotto i seracchi della parete Est. Ma nemmeno la più piccola pietra ci disturba. Sullo spiazzo del rifugio Hörnli, a 3280 metri, ci sono parecchi svizzeri a prendere il sole. Matheus, il custode, mi riconosce immediatamente. Non per questo lo dà a vedere. Eppure l’anno scorso non avevo la barba. Ordinia­mo tè alla menta. Stupito ci osserva trangugiare tre Supradyn e due Polase a testa e poi compiere altre piccole ma importanti operazioni. Dividere i viveri in vari sacchetti di plastica, uno per le colazioni, uno per le cene, uno per i medicinali, una sca­tola di fiammiferi antivento per ogni sacchetto. Il tubetto di Redoxon non è completamente pieno e allora dentro metto il tubetto di Nisidina, che è più piccolo. Il quale a sua volta non è del tutto occupato e trovo così il posto per le quattro pastiglie di Ronicol, che abbiamo portato solo per i casi ecce­zionali di freddo veramente intenso.

Alessandro Gogna affronta una delle lunghezze più impegnative, 15 luglio 1969

Andiamo a dormire molto presto e a mezzanotte e mezzo siamo già in piedi, senza traccia di sonno.
14 luglio 1969 (giusto cinquanta anni fa, oggi, NdA). Svolgiamo tutte le operazioni con studiata efficienza. Le mutande lunghe, la ma­glia di lana e la panciera. Poi i calzettoni, la camicia bottone per bottone, i calzoni, badando di distendervi la camicia senza che poi debba dare fastidio. Il maglione, i sovrapantaloni im­bottiti, gli scarponi doppi, le cui stringhe devono essere strette nel modo giusto, né più né meno. Infine le ghette e l’unico orologio da polso, il mio. Poi la colazione, che prepariamo sul nostro fornellino. Mentre scendiamo le scale del rifugio con­trolliamo ancora che le scarpette interne non abbiano a farci male. Il tempo è decisamente ideale, le stelle brillano in cielo ma senza esagerazione. Il giusto grado di umidità.

Ore 1,30: dove la cresta del Cervino inizia i salti verticali, calziamo i ramponi, ponendo cura a non commettere errori. Poi senza parole mi avvio in discesa verso l’attacco. Di notte si è sempre attanagliati dall’inquietudine, è sempre una sensazione sgradevole. Davanti e sopra, seracchi. Sotto di noi il vuoto di altre gigantesche seraccate che si sbaragliano sulle morene e sulla valle. Ci leghiamo con la corda blu, ma non è ancora questo l’attacco, è solo il pendio di 120 metri. Salendo scorgo una corda fissa, seppellita nel ghiaccio. I resti del tentativo di Mauro e Minuzzo? È notte fonda e la neve è dura. Così dura che devo scalinare. Senza sprecare le energie, tanto quando rag­giungeremo il pianoro sarà ancora notte. Con flemma pianto la piccozza, mi assicuro, mi sistemo bene sui piedi. Leo segue, com­mentando che come inizio non c’è male. Dall’orlo del pianoro Zermatt è ancora invisibile, e così i Mischabel e la Dent Blanche.

– Ma dov’è la parete nord? – mi chiede Leo.
Sfondiamo un poco, ma alle 4.30 siamo alla base del Naso.

Alessandro Gogna, la mattina del terzo giorno, 16 luglio 1969

Alessandro Gogna in direzione del grande strapiombo, 6 luglio 1969

Per sei mesi Leo ha atteso questo momento, le mie diapositive lo avevano dapprima confuso, poi sempre più attratto. A furia di parlarne e parlarne il Naso era diventato un po’ un fratello che abitava con noi in famiglia. Non procedo con le presen­tazioni, non occorrono. E poi come al solito mi sembra molto imbronciato, non fa nulla per accattivarsi la nostra amicizia, neppure stende la mano, che sarebbe come a dire offrirci una buona possibilità di superamento della crepaccia terminale. La quale, per niente invitante, presenta due labbroni così staccati che ci vorrebbe una scala. Ma nel punto debole, piantando due piccozze ed usando una staffa, salgo di sopra. Il pendio è duro e gradinando arrivo all’attacco delle rocce sfruttato l’anno scorso. Sorpresa: corde fisse (inutilizzabili) di Minuzzo, Mauro, Patrile, Albertini. Sono seppellite nel ghiaccio e affiorano solo a brevi tratti. Resta un problema: come abbiano potuto piaz­zarle. Forse nell’ottobre scorso le condizioni erano davvero buo­ne e la roccia in gran parte scoperta. Per questo avranno po­tuto usufruire delle fessure che invece in agosto erano ricoperte dalla neve e dal ghiaccio. Anche ora le fessure sono nascoste. È meglio non porsi tante domande, gli zaini ci pesano sulla schiena, i piedi ci fanno già male. Mi sorprendo a ricordare ogni cosa: quel blocco, quel canalino, quel becco sporgente. Ma ho già raccontato le avventure che si vivono su questo muro; l’anno scorso ad agosto avevamo bivaccato proprio nel punto dove il pendio si abbatte leggermente. Quest’anno, in­vece di obliquare a destra, traversiamo venti metri a sinistra, per affrontare un pendio di ghiaccio scuro che ci porterà alle rocce più basse del Naso. Leggera deviazione quindi, a favore di una più diretta soluzione. Qui non si vedono più corde fis­se, solo qualche spezzone appare qua e là, come se una va­langa avesse distrutto tutto. La traversata è degna delle mi­gliori tradizioni zmuttiane: martello e chiodi rimangono inattivi al mio fianco. Affronto un colatoio di ghiaccio da gradinare, infine mi fermo sul pendio scuro che fortunatamente è meno ripido del colatoio. Siamo un po’ stanchi. Questa volta gli zaini sono meno voluminosi, ma non certo meno pesanti. Non ci fermiamo da quando siamo usciti dal rifugio, ad ogni punto di sosta alterniamo il peso su un piede per poter agitare l’altro e muovere le dita. Le abbiamo intorpidite e bollenti, da bruciare le calze!

Alla fine del pendio ci attende una serie di salti ghiacciati che dal basso non riusciamo a stimare. Leo prende il comando, non vediamo l’ora di raggiungere l’inizio della fessura-diedro. Tre lunghezze dovremo svolgere per superare questi risalti, che pur essendo meno ripidi del tratto ormai superato, sono costi­tuiti da appigli molto rovesci e fessure sempre rivolte verso il basso. Parecchie prese si staccano o si frantumano. Siamo al limite dello strato di filladi e micascisti: sopra di noi l’enorme blocco di gneiss dei Naso, che ci fa sperare in roccia più soli­da. Alle 19.30 abbiamo veramente bisogno di fermarci e spe­riamo di poterlo fare là dove inizia il grande salto verticale. Ma quando raggiungo l’inizio della fessura-diedro mi attende una brutta sorpresa. Il basamento è un piano molto inclinato e il bivacco è impossibile. Ci sono anche due mazzi di cunei e qualche staffa, lasciati nell’ottobre scorso. Non dovremmo essere molto distanti dal punto massimo raggiunto. Riparto con i ram­poni ai piedi, compiendo un grosso errore. Quaranta metri di III e di IV che io trovo ovviamente molto più duri. Su questa lunghezza trovo dieci chiodi, buona parte dei quali inutile.

Arrivo su un piccolissimo terrazzino, che inizio a sgombrare dalla neve. Ormai è chiaro che, per quanto scomodi si debba stare, questa notte ci fermeremo qui. La valle di Zermatt è già immersa nel buio, solo noi godiamo delle ultime luci. In silen­zio ci leghiamo e ci accovacciamo sui nostri sedili inclinati.

Alessandro Gogna inizia il lunghissimo obliquo a destra per cercare il modo di passare gli strapiombi del Naso, 16 luglio 1969

Nella notte, già semiaddormentato, mi ritrovo a penzolare 4 o 5 metri sotto. Si è staccato il moschettone che mi an­corava ai chiodi di sicurezza; per fortuna Leo è seduto sulla matassa di corda e quindi mi trattiene senza alzare un dito! Ho tanto sonno che mi riaddormento come se nulla fosse ac­caduto, ma d’ora in poi userò moschettoni con la ghiera di sicurezza.

L’alba preannuncia un’altra meravigliosa giornata. Un po’ anchilosati riprendiamo i primi movimenti e dopo una colazione a base di latte e biscotti la prima lunghezza è mia. Essa è la diciottesima, nella fessura che continua a diedro verticale. Trovo ancora qualche chiodo del tentativo Minuzzo e dopo 30 me­tri arrivo ad un ottimo punto di sosta, senz’altro preferibile al bivacco di ieri sera. Appesi a un chiodo stanno alcuni mazzi di chiodi a pressione, meravigliosi chiodi Charlet d’alto prezzo e alcuni bong americani, grossi cunei metallici. Sostituiamo i nostri chiodi più economici con questi, molto migliori e proseguiamo, su terreno ormai completamente vergine. La fessura continua, con due strapiombi successivi. La salita ha ormai acquistato un ritmo, anche se ad ogni lunghezza occorre recu­perare con un cordino di 80 metri gli zaini. Tra l’altro siamo sensibilmente più carichi di prima, perché nello scambio di chiodi ne abbiamo presi di più che non lasciati.

Leo evita il primo strapiombo sulla destra e supera diret­tamente il secondo: subito sopra trova un buon posto di so­sta. La roccia è molto buona e, anche se il fondo della fessura è talvolta occupato da ghiaccio, riusciamo ad arrampicare con discreta sicurezza. Le difficoltà sono forti anche sul ventesimo tiro, con un passaggio veramente delicato per aggirare un tetto sulla destra. La fessura poi ritorna verticale, ma va a morire sotto un gran muro liscio. Prima di attaccare il ventiduesimo tiro abbiamo un po’ di esitazioni, perché non c’è prosecuzione avvertibile all’istante. Dopo lungo studio mi sposto sulla destra e attacco il muro liscio per un’esile fessura, che chiodo con grande delicatezza. È questo il primo grosso ostacolo che ci oppone il Naso vero e proprio. Superato questo, saremo sotto i grandi tetti, quando ormai la fessura direttrice iniziale non sarà altro che un ricordo.

Già qui possiamo avere la misura delle difficoltà che tro­veremo più in alto. Ho sempre avuto paura, nelle mie medi­tazioni invernali, di una gran placca liscia che ci sbarrasse de­finitivamente il cammino, che ci obbligasse a scendere e a non tornare mai più. Ma centimetro per centimetro guadagno terre­no, in forte esposizione, su un terreno più simile alle Dolomiti che al Cervino. Ma se la verticalità è dolomitica, l’ambiente circostante non si smentisce. La cresta di Zmutt è lontana sulla destra, ci separa il gran pendio di ghiaccio. È così lon­tana che ci sembra che il Cervino sia là e noi su qualcosa di non ben definito e di immateriale. Quand’ecco che alcune voci ci scuotono. Alcune cordate stanno risalendo la Cresta, sono già oltre i Denti: veloci, le piccole figure di cui non si distinguono i colori si lanciano i richiami con una certa frequenza. I no­stri invece sono assai scarsi, passa a volte mezz’ora senza che le voci s’incrocino. Ma al mio «vieni» urlato dopo il tiro lun­ghissimo, si accorgono di noi. Scrutano l’immensa parete stra­piombante che sta alla loro sinistra, così tetra e lontana, e ci distinguono a stento.

Leo Cerruti in due momenti del lungo obliquo, 16 luglio 1969

Na, wie geht’s?
– Bene, bene!
«Ach so, Italiener!» penseranno.
Ma il breve sollievo di una presenza umana, sia pure non prossima, dura poco. Nel tempo in cui Leo mi segue, scom­paiono.

Il muro non è ancora finito e i tetti si avvicinano sempre più minacciosi. Ci sarà un’uscita? Proseguo nella fessurina, an­cora qualche chiodo e un passaggio impegnativo mi portano su una discreta cengia. Sono le 18, è incredibile come sia passato veloce il tempo.

Decidiamo di fermarci a bivaccare qui, ma non siamo scontenti della nostra giornata. Ai soli sei tiri di corda superati si op­pongono una buona sistemazione per la notte, il bel tempo che ci assiste ancora e la coscienza di essere arrivati al punto cruciale, che è opportuno affrontare domattina.

– Leo, va bene qui?
– Ma, il posto non è male, però ci piove sopra.
Infatti alcune gocce stanno cadendo a ripetizione.
– Io dico che con il freddo della notte si gela tutto e non ci bagnerà più.

Ma il gelo tarda ad arrivare e la noiosa doccia continua fino alle due di notte. Ora in cui finalmente ci addormentiamo. La cena serale è stata come al solito parca: un po’ di minestra liofilizzata, qualche pezzo di pancetta affumicata, un morso di pasta di mandorle e le solite pastiglie di vitamine e di sali mi­nerali, condite con una buona aranciata e dal tè finale. Alla mattina presto invece si ripete il rito del latte in polvere con i biscotti.

(continua)

 
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Una vita d’alpinismo – 16 – Il Naso di Zmutt – 1 ultima modifica: 2019-07-14T05:25:52+01:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 16 – Il Naso di Zmutt – 1”

  1. 4

    la testa che prude. Ah ah ah.

  2. 3
    Marco Furlani says:

    La via Gogna al naso é stata la più grande impresa alpinistica del dopoguerra e non serve dire altro grande capo.

  3. 2
    Leonio Conte Crespano del Grappa TV says:

    Affascinante descrizione di questo duro itinerario ! .

     

  4. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    «Quando salendo creavi il mondo»

    (Fosco Maraini… e Alessandro Gogna)

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